Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Giorgio Vasari

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Giorgio Vasari

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Accademici del Disegno e il Bronzino Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/L'autore agl'artefici del disegno IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Accademici del Disegno e il Bronzino L'autore agl'artefici del disegno
Giorgio Vasari

DESCRIZIONE DELL’OPERE DI GIORGIO VASARI PITTORE ET ARCHITETTO ARETINO

Avendo io in fin qui ragionato dell’opere altrui, con quella maggior diligenza e sincerità che ha saputo e potuto l’ingegno mio, voglio anco nel fine di queste mie fatiche raccòrre insieme e far note al mondo l’opere che la divina bontà mi ha fatto grazia di condurre; perciò che, se bene elle non sono di quella perfezzione che io vorrei, si vedrà nondimeno da chi vorrà con sano occhio riguardarle, che elle sono state da me con istudio, diligenza et amorevole fatica lavorate, e perciò, se non degne di lode, almeno di scusa; sanzaché, essendo pur fuori e veggendosi, non le posso nascondere. E però che potrebbono, per aventura, essere scritte da qualcun altro, è pur meglio che io confessi il vero, et accusi da me stesso la mia imperfezzione, la quale conosco da vantaggio; sicuro di questo, che se, come ho detto, in loro non si vedrà eccellenza e perfezzione, vi si scorgerà per lo meno un ardente disiderio di bene operare, et una grande et indefessa fatica, e l’amore grandissimo che io porto alle nostre arti. Onde averrà secondo le leggi, confessando io apertamente il mio difetto, che me ne sarà una gran parte perdonato. Per cominciarmi dunque dai miei principii, dico che avendo a bastanza favellato dell’origine della mia famiglia, della mia nascita e fanciullezza, e quanto io fussi da Antonio mio padre con ogni sorte d’amorevolezza incaminato nella via delle virtù, et in particolare del disegno, al quale mi vedeva molto inclinato, nella vita di Luca Signorelli da Cortona, mio parente, in quella di Francesco Salviati et in molti altri luoghi della presente opera, con buone occasioni non starò a replicar le medesime cose. Dirò bene, che dopo avere io ne’ miei primi anni disegnato quante buone pitture sono per le chiese d’Arezzo, mi furono insegnati i primi principii, con qualche ordine, da Guglielmo da Marzilla franzese, di cui avemo di sopra raccontato l’opere e la vita. Condotto poi l’anno 1524 a Fiorenza da Silvio Passerini cardinale di Cortona, attesi qualche poco al disegno sotto Michelagnolo, Andrea del Sarto et altri. Ma essendo l’anno 1527 stati cacciati i Medici di Firenze, et in particolare Alessandro et Ippolito, coi quali aveva così fanciullo gran servitù per mezzo di detto Cardinale, mi fece tornare in Arezzo don Antonio mio zio paterno, essendo di poco avanti morto mio padre di peste; il quale don Antonio tenendomi lontano dalla città, perché io non appestassi, fu cagione, che per fuggire l’ozio, mi andai esercitando pel contado d’Arezzo, vicino ai nostri luoghi, in dipignere alcune cose a fresco ai contadini del paese, ancor che io non avessi quasi ancor mai tocco colori; nel che fare m’avvidi che il provarsi e fare da sé aiuta, insegna e fa che altri fa bonissima pratica. L’anno poi 1528, finita la peste, la prima opera che io feci fu una tavoletta nella chiesa di San Piero d’Arezzo de’ frati de’ Servi, nella quale, che è appoggiata a un pilastro, sono tre mezze figure: Sant’Agata, San Rocco e San Bastiano. La qual pittura, vedendola il Rosso, pittore famosissimo, che di que’ giorni venne in Arezzo, fu cagione che conoscendovi qualche cosa di buono, cavata dal naturale, mi volle conoscere e che poi m’aiutò di disegni e di consiglio. Né passò molto che per suo mezzo mi diede Messer Lorenzo Gamurrini a fare una tavola, della quale mi fece il Rosso il disegno, et io poi la condussi con quanto più studio, fatica e diligenza mi fu possibile, per imparare et acquistarmi un poco di nome. E se il potere avesse agguagliato il volere sarei tosto divenuto pittore ragionevole, cotanto mi affaticava e studiava le cose dell’arte, ma io trovava le difficultà molto maggiori di quello che a principio aveva stimato. Tuttavia, non perdendomi d’animo, tornai a Fiorenza, dove, veggendo non poter se non con lunghezza di tempo divenir tale che io aiutassi tre sorelle e due fratelli minori di me, statimi lasciati da mio padre, mi posi all’orefice; ma vi stetti poco, perciò che venuto il campo a Fiorenza l’anno 1529, me n’andai con Manno orefice e mio amicissimo a Pisa, dove, lasciato da parte l’esercizio dell’orefice, dipinsi a fresco l’arco che è sopra la porta della Compagnia vecchia de’ Fiorentini, et alcuni quadri a olio, che mi furono fatti fare per mezzo di don Miniato Pitti, abbate allora d’Agnano fuor di Pisa, e di Luigi Guicciardini, che in quel tempo era in Pisa. Crescendo poi più ogni giorno la guerra, mi risolvei tornarmene in Arezzo, ma non potendo per la diritta via et ordinaria, mi condussi per le montagne di Modena a Bologna; dove, trovando che si facevano per la coronazione di Carlo Quinto alcuni archi trionfali di pittura, ebbi così giovinetto da lavorare con mio utile et onore. E perché io disegnava assai acconciamente, arei trovato da starvi e da lavorare, ma il disiderio che io aveva di riveder la mia famiglia e’ parenti, fu cagione che, trovata buona compagnia, me ne tornai in Arezzo, dove, trovato in buono essere le cose mie, per la diligente custodia avutane dal detto don Antonio mio zio, quietai l’animo et attesi al disegno, facendo anco alcune cosette a olio di non molta importanza. Intanto, essendo il detto don Miniato Pitti fatto non so se abbate o priore di Santa Anna, monasterio di Monte Oliveto in quel di Siena, mandò per me; e così feci a lui et all’Albenga loro generale alcuni quadri et altre pitture. Poi, essendo il medesimo fatto abbate di San Bernardo d’Arezzo, gli feci nel poggiuolo dell’organo, in due quadri a olio, Iobbe e Moisè. Per che, piaciuta a que’ monaci l’opera, mi feciono fare innanzi alla porta principale della chiesa nella volta e facciate d’un portico alcune pitture a fresco, cioè i quattro Evangelisti con Dio Padre nella volta et alcun’altre figure grandi quanto il vivo, nelle quali se bene, come giovane poco sperto, non feci tutto che arebbe fatto un più pratico, feci nondimeno quello che io seppi e cosa che non dispiacque a que’ padri, avuto rispetto alla mia poca età e sperienza. Ma non sì tosto ebbi compiuta quell’opera, che, passando il cardinale Ipolito de’ Medici per Arezzo in poste, mi condusse a Roma a’ suoi servigii, come s’è detto nella vita del Salviati, là dove ebbi commodità, per cortesia di quel signore, di attendere molti mesi allo studio del disegno. E potrei dire con verità questa comodità e lo studio di questo tempo essere stato il mio vero e principal maestro in questa arte, se bene per innanzi mi aveano non poco giovato i sopra nominati, e non mi s’era mai partito del cuore un ardente desiderio d’imparare et uno indefesso studio di sempre disegnare giorno e notte. Mi furono anco di grande aiuto in que’ tempi le concorrenze de’ giovani miei eguali e compagni, che poi sono stati per lo più eccellentissimi nella nostra arte. Non mi fu anco se non assai pungente stimolo il disiderio della gloria et il vedere molti esser riusciti rarissimi e venuti a gradi et onori. Onde diceva fra me stesso alcuna volta: "Perché non è in mio potere con assidua fatica e studio procacciarmi delle grandezze e gradi che s’hanno acquistato tanti altri? Furono pure anch’essi di carne e d’ossa, come son io". Cacciato dunque da tanti e sì fieri stimoli e dal bisogno che io vedeva avere di me la mia famiglia, mi disposi a non volere perdonare a niuna fatica, disagio, vigilia e stento per conseguire questo fine. E così propostomi nell’animo, non rimase cosa notabile allora in Roma, né poi in Fiorenza et altri luoghi ove dimorai, la quale io in mia gioventù non disegnassi: e non solo di pitture, ma anche di sculture et architetture antiche e moderne, et oltre al frutto ch’io feci in disegnando la volta e cappella di Michelagnolo, non restò cosa di Raffaello, Pulidoro e Baldassarre da Siena, che similmente io non disegnassi in compagnia di Francesco Salviati, come già s’è detto nella sua vita. Et acciò che avesse ciascuno di noi i disegni d’ogni cosa, non disegnava il giorno l’uno quello che l’altro, ma cose diverse; di notte poi ritraevamo le carte l’uno dell’altro, per avanzar tempo e fare più studio, per non dir nulla che le più volte non mangiavamo la mattina se non così ritti, e poche cose. Dopo la quale incredibile fatica, la prima opera che m’uscisse di mano, come di mia propria fucina, fu un quadro grande di figure quanto il vivo d’una Venere con le Grazie, che la adornavano e facevan bella, la quale mi fece fare il cardinale de’ Medici; del qual quadro non accade parlare, perché fu cosa da giovanetto, né io lo toccherei, se non che mi è grato ricordarmi ancor di que’ primi principii e molti giovamenti nel principio dell’arti. Basta che quel signore et altri mi diedero a credere che fusse un non so che di buon principio e di vivace e pronta fierezza. E perché fra l’altre cose vi avea fatto per mio capriccio un satiro libidinoso, il quale, standosi nascosto fra certe frasche, si rallegrava e godeva in guardare le Grazie e Venere ignude, ciò piacque di maniera al cardinale, che, fattomi tutto di nuovo rivestire, diede ordine che facessi in un quadro maggiore pur a olio la battaglia de’ satiri intorno a’ fauni, silvani e putti, che quasi facessero una baccanalia; per che, messovi mano, feci il cartone e dopo abbozzai di colori la tela, che era lunga dieci braccia. Avendo poi a partire il cardinale per la volta d’Ungheria, fattomi conoscere a papa Clemente, mi lasciò in protezione di Sua Santità che mi dette in custodia del signor Ieronimo Montaguto suo maestro di camera, con lettere che volendo io fuggire l’aria di Roma quella state, io fussi ricevuto a Fiorenza dal duca Alessandro, il che sarebbe stato bene che io avessi fatto; perciò che volendo io pure stare in Roma, fra i caldi, l’aria e la fatica, amalai di sorte, che per guarire fui forzato a farmi portare in ceste ad Arezzo. Pure, finalmente guarito intorno alli dieci del dicembre vegnente, venni a Fiorenza dove fui dal detto Duca ricevuto con buona cera, e poco appresso dato in custodia al magnifico Messer Ottaviano de’ Medici, il quale mi prese di maniera in protezzione, che sempre, mentre visse, mi tenne in luogo di figliuolo; la buona memoria del quale io riverirò sempre e ricorderò come d’un mio amorevolissimo padre. Tornato dunque ai miei soliti studii, ebbi comodo, per mezzo di detto signore, d’entrare a mia posta nella sagrestia nuova di San Lorenzo, dove sono l’opere di Michelagnolo, essendo egli di quei giorni andato a Roma, e così le studiai per alcun tempo con molta diligenza così come erano in terra. Poi, messomi a lavorare, feci in un quadro di tre braccia un Cristo morto, portato da Niccodemo, Gioseffo et altri alla sepoltura, e dietro le Marie piangendo. Il quale quadro, finito che fu, l’ebbe il duca Alessandro, con buono e felice principio de’ miei lavori; perciò che non solo ne tenne egli conto mentre visse, ma è poi stato sempre in camera del duca Cosimo, et ora è in quella dell’illustrissimo Principe suo figliuolo, et ancora che alcuna volta io abbia voluto rimettervi mano per migliorarlo in qualche parte, non sono stato lasciato. Veduta dunque questa mia prima opera, il duca Alessandro ordinò che io finissi la camera terrena del palazzo de’ Medici, stata lasciata imperfetta, come s’è detto, da Giovanni da Udine. Onde io vi dipinsi quattro storie de’ fatti di Cesare: quando, notando, ha in una mano i suoi comentarii et in bocca la spada; quando fra abruciare i scritti di Pompeo, per non vedere l’opere de’ suoi nemici; quando, dalla fortuna in mare travagliato, si dà a conoscere a un nocchieri; e finalmente il suo trionfo, ma questo non fu finito del tutto. Nel qual tempo, ancor che io non avessi se non poco più di diciotto anni, mi dava il Duca sei scudi il mese di provisione, il piatto a me, et un servitore, e le stanze da abitare, con altre molte commodità. Et ancor che io conoscessi non meritar tanto a gran pezzo, io facea nondimeno tutto che sapeva con amore e con diligenza; né mi pareva fatica dimandare a’ miei maggiori quello che io non sapeva, onde più volte fui d’opera e di consiglio aiutato dal Tribolo, dal Bandinello e da altri. Feci adunque in un quadro alto tre braccia esso duca Alessandro, armato e ritratto di naturale, con nuova invenzione et un sedere fatto di prigioni legati insieme e con altre fantasie. E mi ricorda che oltre al ritratto, il quale somigliava, per far il brunito di quell’arme bianco, lucido e proprio, che io vi ebbi poco meno che a perdere il cervello, cotanto mi affaticai in ritrarre dal vero ogni minuzia. Ma disperato di potere in questa opera accostarmi al vero, menai Iacopo da Puntormo, il quale io per la sua molta virtù osservava, a vedere l’opera e consigliarmi; il quale, veduto il quadro e conosciuta la mia passione, mi disse amorevolmente: "Figliuol mio, insino a che queste arme vere e lustranti stanno a canto a questo quadro, le tue ti parranno sempre dipinte, perciò che se bene la biacca è il più fiero colore che adoperi l’arte, e nondimeno più fiero e lustrante è il ferro. Togli via le vere e vedrai poi che non sono le tue finte armi così cattiva cosa, come le tieni". Questo quadro, fornito che fu, diedi al Duca, et il Duca lo donò a Messer Ottaviano de’ Medici, nelle cui case è stato insino a oggi, in compagnia del ritratto di Caterina allora giovane sorella del detto Duca e poi Reina di Francia, e di quello del magnifico Lorenzo Vecchio. Nelle medesime case sono tre quadri pur di mia mano e fatti nella mia giovanezza. In uno Abramo sacrifica Isac, nel secondo è Cristo nell’orto, e nell’altro la cena che fa con gl’Apostoli. Intanto, essendo morto Ipolito cardinale, nel quale era la somma collocata di tutte le mie speranze, cominciai a conoscere quanto sono vane, le più volte, le speranze di questo mondo, e che bisogna in se stesso, e nell’essere da qualche cosa, principalmente confidarsi. Dopo quest’opere, veggendo io che il Duca era tutto dato alle fortificazioni et al fabricare, cominciai, per meglio poterlo servire, a dare opera alle cose d’architettura, e vi spesi molto tempo. Intanto, avendosi a far l’apparato per ricevere l’anno 1536 in Firenze l’imperatore Carlo Quinto, nel dare a ciò ordine il Duca comise ai deputati sopra quella onoranza, come s’è detto nella vita del Tribolo, che m’avessero seco a disegnare tutti gl’archi et altri ornamenti da farsi per quell’entrata. Il che fatto, mi fu anco, per beneficarmi, allogato, oltre le bandiere grandi del castello e fortezza, come si disse, la facciata a uso d’arco trionfale, che si fece a San Felice in piazza, alta braccia quaranta e larga venti; et appresso l’ornamento della porta a San Piero Gattolini, opere tutte grandi e sopra le forze mie. E, che fu peggio, avendomi questi favori tirato addosso mille invidie, circa venti uomini, che m’aiutavano far le bandiere e gl’altri lavori, mi piantarono in sul buono, a persuasione di questo e di quello, acciò io non potessi condurre tante opere e di tanta importanza. Ma io, che aveva preveduto la malignità di que’ tali, ai quali avea sempre cercato di giovare, parte lavorando di mia mano giorno e notte, e parte aiutato da pittori avuti di fuora, che m’aiutavano di nascoso, attendeva al fatto mio et a cercare di superare cotali difficultà e malivoglienze con l’opere stesse. Il qual mentre Bertoldo Corsini, allora generale proveditore per sua eccellenzia, aveva rapportato al Duca che io aveva preso a far tante cose, che non era mai possibile che io l’avessi condotte a tempo, e massimamente non avendo io uomini et essendo l’opere molto a dietro; per che, mandato il Duca per me e dettomi quello che avea inteso, gli risposi che le mie opere erano a buon termine, come poteva vedere sua eccellenzia a suo piacere, e che il fine loderebbe il tutto; e partitomi da lui, non passò molto che occultamente venne dove io lavorava, e vide il tutto, e conobbe in parte l’invidia e malignità di coloro che sanza averne cagione mi pontavano addosso. Venuto il tempo che doveva ogni cosa essere a ordine, ebbi finito di tutto punto e posti a’ luoghi loro i miei lavori, con molta sodisfazione del Duca e dell’universale. Là dove quelli di alcuni che più avevano pensato a me, che a loro stessi, furono messi su imperfetti. Finita la festa, oltre a’ quattrocento scudi che mi furono pagati per l’opere, me ne donò il Duca trecento, che si levarono a coloro che non avevano condotto a fine le loro opere al tempo determinato, secondo che si era convenuto d’accordo. Con i quali avanzi e donativo maritai una delle mie sorelle, e poco dopo ne feci un’altra monaca nelle Murate d’Arezzo, dando al monasterio oltre alla dote, o vero limosina, una tavola d’una Nunziata di mia mano, con un tabernacolo del Sacramento in essa tavola accomodato, la quale fu posta dentro nel loro coro, dove stanno a ufiziare. Avendomi poi dato a fare la Compagnia del Corpus Domini d’Arezzo la tavola dell’altar maggiore di San Domenico, vi feci dentro un Cristo deposto di croce, e poco appresso per la Compagnia di San Rocco cominciai la tavola della loro chiesa in Firenze. Ora, mentre andava procacciandomi sotto la protezione del duca Alessandro onore, nome e facultà, fu il povero signore crudelmente ucciso, et a me levato ogni speranza di quello che io mi andava, mediante il suo favore, promettendo dalla fortuna. Per che mancati, in pochi anni, Clemente, Ipolito et Alessandro, mi risolvei, consigliato da Messer Ottaviano, a non volere più seguitare la fortuna delle corti, ma l’arte sola, se bene facile sarebbe stato accomodarmi col signor Cosimo de’ Medici nuovo duca. E così tirando innanzi in Arezzo la detta tavola, e facciata di San Rocco con l’ornamento, mi andava mettendo a ordine per andare a Roma, quando per mezzo di Messer Giovanni Pollastra, come Dio volle (al quale sempre mi sono raccomandato e del quale riconosco et ho riconosciuto sempre ogni mio bene), fu’ chiamato a Camaldoli, capo della congregazione camaldolense, dai padri di quell’eremo a vedere quello che disegnavano di voler fare nella loro chiesa. Dove giunto, mi piacque sommamente l’alpestre et eterna solitudine e quiete di quel luogo santo, e se bene mi accorsi di prima giunta che que’ padri d’aspetto venerando, veggendomi così giovane, stavano sopra di loro, mi feci animo e parlai loro di maniera, che si risolverono a volere servirsi dell’opera mia nelle molte pitture che andavano nella loro chiesa di Camaldoli a olio et in fresco. Ma dove volevano che io innanzi a ogni altra cosa facessi la tavola dell’altar maggiore, mostrai loro con buone ragioni che era meglio far prima una delle minori, che andavano nel tramezzo, e che finita quella, se fusse loro piaciuta, arei potuto seguitare; oltre ciò non volli fare con essi alcun patto fermo di danari, ma dissi che dove piacesse loro, finita che fusse l’opera mia, me la pagassero a lor modo, e non piacendo me la rendessero, che la terrei per me ben volentieri. La qual condizione parendo loro troppo onesta et amorevole, furono contenti che io mettessi mano a lavorare. Dicendomi essi adunque che vi volevano la Nostra Donna col Figlio in collo, San Giovanni Batista e San Ieronimo, i quali ambidue furono eremiti et abitarono i boschi e le selve, mi parti’ dall’ermo e scorsi giù alla Badia loro di Camaldoli, dove fattone con prestezza un disegno, che piacque loro, cominciai la tavola, et in due mesi l’ebbi finita del tutto e messa al suo luogo, con molto piacere di que’ padri (per quanto mostrarono) e mio; il quale in detto spazio di due mesi, provai quanto molto più giovi agli studii una dolce quiete et onesta solitudine, che i rumori delle piazze e delle corti, conobbi dico l’error mio, d’avere posto per l’addietro le speranze mie negl’uomini e nelle baie e girandole di questo mondo. Finita dunque la detta tavola, mi allogorono subitamente il resto del tramezzo della chiesa, cioè le storie et altro, che da basso et alto vi andavano di lavoro a fresco, perciò che le facessi la state vegnente, atteso che la vernata non sarebbe quasi possibile lavorare a fresco in quell’alpe e fra que’ monti. Per tanto, tornato in Arezzo fini’ la tavola di San Rocco, facendovi la Nostra Donna, sei Santi et un Dio Padre, con certe saette in mano figurate per la peste. Le quali mentre egli è in atto di fulminare, è pregato da San Rocco et altri Santi per lo popolo. Nella facciata sono molte figure a fresco, le quali insieme con la tavola sono come sono. Mandandomi poi a chiamare in val di Caprese fra’ Bartolomeo Graziani, frate di Sant’Agostino dal Monte San Savino, mi diede a fare una tavola grande a olio nella chiesa di Santo Agostino del monte detto, per l’altar maggiore. E così rimaso d’accordo, me ne venni a Firenze a vedere Messer Ottaviano, dove stando alcuni giorni, durai delle fatiche a far sì che non mi rimettesse al servizio delle corti, come aveva in animo; pure io vinsi la pugna con buone ragioni, e risolveimi d’andar per ogni modo, avanti che altro facessi, a Roma. Ma ciò non mi venne fatto se non poi che ebbi fatto al detto Messer Ottaviano una copia del quadro, nel quale ritrasse già Raffaello da Urbino papa Leone, Giulio cardinale de’ Medici et il cardinale de’ Rossi, perciò che il Duca rivoleva il proprio, che allora era in potere di esso Messer Ottaviano. La qual copia che io feci è oggi nelle case degl’eredi di quel signore, il quale nel partirmi per Roma mi fece una lettera di cambio di 500 scudi a Giovanbatista Puccini, che me gli pagasse ad ogni mia richiesta, dicendomi: "Serviti di questi per potere attendere a’ tuoi studii; quando poi n’arai il commodo, potrai rendermegli o in opere, o in contanti a tuo piacimento". Arrivato dunque in Roma di febraio l’anno 1538, vi stei tutto giugno, attendendo, in compagnia di Giovanbatista Cungi dal Borgo mio garzone, a disegnare tutto quello che mi era rimaso indietro l’altre volte che era stato in Roma, et in particolare ciò che era sotto terra nelle grotte. Né lasciai cosa alcuna d’architettura o scultura che io non disegnassi e non misurassi; in tanto che posso dire con verità che i disegni ch’io feci in quello spazio di tempo furono più di trecento. De’ quali ebbi poi piacere et utile molti anni in rivedergli, e rinfrescare la memoria delle cose di Roma. Le quali fatiche e studio, quanto mi giovassero, si vide tornato che fui in Toscana nella tavola, che io feci al Monte San Savino, nella quale dipinsi con alquanto miglior maniera un’Assunzione di Nostra Donna, e da basso, oltre agl’Apostoli che sono intorno al sepolcro, Santo Agostino e San Romualdo. Andato poi a Camaldoli, secondo che avea promesso a que’ padri romiti, feci nell’altra tavola del tramezzo la Natività di Gesù Cristo, fingendo una notte alluminata dallo splendore di Cristo nato, circondato da alcuni pastori che l’adorano. Nel che fare andai imitando con i colori i raggi solari, e ritrassi le figure e tutte l’altre cose di quell’opera dal naturale e col lume, acciò fussero più che si potesse simili al vero. Poi, perché quel lume non potea passare sopra la capanna, da quivi in su et all’intorno, feci che suplisse un lume che viene dallo splendore degl’Angeli che in aria cantano Gloria in excelsis Deo, senzaché in certi luoghi fanno lume i pastori, che vanno attorno con covoni di paglia accesi, et in parte la luna, la stella e l’Angelo che apparisce a certi pastori. Quanto poi al casamento, feci alcune anticaglie a mio capriccio con statue rotte, et altre cose somiglianti. Et insomma condussi quell’opera con tutte le forze e saper mio, e se bene non arrivai con la mano e col pennello al gran disiderio e volontà di ottimamente operare, quella pittura nondimeno a molti è piaciuta. Onde Messer Fausto Sabeo, uomo letteratissimo et allora custode della libreria del Papa, fece, e dopo lui alcuni altri, molti versi latini in lode di quella pittura, mossi per aventura più da molta affezzione, che dall’eccellenza dell’opera; comunche sia, se cosa vi è di buono, fu dono di Dio. Finita quella tavola, si risolverono i padroni che io facessi a fresco nella facciata le storie che vi andavano; onde feci sopra la porta il ritratto dell’eremo, da un lato San Romualdo con un doge di Vinezia, che fu sant’uomo, e dall’altro una visione, che ebbe il detto Santo là dove fece poi il suo eremo, con alcune fantasie, grottesche et altre cose che vi si veggiono. E ciò fatto, mi ordinarono che la state dell’anno a venire io tornassi a fare la tavola dell’altar grande. Intanto il già detto don Miniato Pitti, che allora era visitator della congregazione di Monte Uliveto, avendo veduta la tavola del Monte S. Savino e l’opere di Camaldoli, trovò in Bologna don Filippo Serragli fiorentino, abbate di S. Michele in Bosco, e gli disse che avendosi a dipignere il refettorio di quell’onorato monasterio, gli pareva che a me e non ad altri si dovesse quell’opera allogare; per che fattomi andare a Bologna, ancor che l’opera fusse grande e d’importanza, la tolsi a fare, ma prima volli vedere tutte le più famose opere di pittura che fussero in quella città, di bolognesi e d’altri. L’opera dunque della testata di quel refettorio fu divisa in tre quadri: in uno aveva ad essere quando Abramo nella valle Mambre apparecchiò da mangiare agl’Angeli; nel secondo Cristo che essendo in casa di Maria Madalena e Marta, parla con essa Marta, dicendogli che Maria ha eletto l’ottima parte; e nella terza aveva da essere dipinto S. Gregorio a mensa co’ dodici poveri, fra i quali conobbe essere Cristo. Per tanto messo mano all’opera in quest’ultima finsi San Gregorio a tavola in un convento, e servito da monaci bianchi di quell’Ordine, per potervi accomodare que’ padri, secondo che essi volevano. Feci, oltre ciò, nella figura di quel santo Pontefice l’effigie di papa Clemente VII, et intorno, fra molti signori, ambasciadori, principi et altri personaggi che lo stanno a vedere mangiare, ritrassi il duca Alessandro de’ Medici per memoria de’ beneficii e favori che io aveva da lui ricevuti, e per essere stato chi egli fu, e con esso molti amici miei; e fra coloro che servono a tavola, poveri, ritrassi alcuni frati miei domestici di quel convento, come di forestieri che mi servivano, dispensatore, canovaio, et altri così fatti, e così l’abate Serraglio, il generale don Cipriano da Verona et il Bentivoglio. Parimente ritrassi il naturale ne’ vestimenti di quel Pontefice, contrafacendo velluti, damaschi et altri drappi d’oro e di seta d’ogni sorte. L’apparecchio poi, vasi, animali et altre cose feci fare a Cristofano dal Borgo, come si disse nella sua vita. Nella seconda storia cercai fare di maniera le teste, i panni et i casamenti, oltre all’essere diversi dai primi, che facessino più che si può apparire l’affetto di Cristo nell’instituire Madalena, e l’affezione e prontezza di Marta nell’ordinare il convito e dolersi d’essere lasciata sola dalla sorella in tante fatiche e ministerio; per non dir nulla dell’attenzione degl’Apostoli et altre molte cose da essere considerate in questa pittura. Quanto alla terza storia, dipinsi i tre Angeli (venendomi ciò fatto non so come) in una luce celeste, che mostra partirsi da loro, mentre i raggi d’un sole gli circonda in una nuvola. De’ quali tre Angeli il vecchio Abramo adora uno, se bene sono tre quelli che vede, mentre Sarra si sta ridendo e pensando come possa essere quello che gl’è stato promesso, et Agar con Ismael in braccio si parte dall’ospizio. Fa anco la medesima luce chiarezza ai servi che apparecchiano, fra i quali alcuni, che non possono sofferire lo splendore, si mettono le mani sopra gl’occhi e cercano di coprirsi; la quale varietà di cose, perché l’ombre crude et i lumi chiari danno più forza alle pitture, fecero a questa aver più rilievo che l’altre due non hanno, e variando di colore, fecero effetto molto diverso. Ma così avess’io saputo mettere in opera il mio concetto, come sempre con nuove invenzioni e fantasie sono andato, allora e poi, cercando le fatiche et il difficile dell’arte! Quest’opera dunque, comunche sia, fu da me condotta in otto mesi, insieme con un fregio a fresco et architettura, intagli, spalliere, tavole et altri ornamenti di tutta l’opera e di tutto quel refettorio; et il prezzo di tutto mi contentai che fusse dugento scudi, come quelli che più aspirava alla gloria che al guadagno. Onde Messer Andrea Alciati mio amicissimo, che allora leggeva in Bologna, vi fece far sotto queste parole: "Octonis mensibus opus ab Aretino Georgio pictum, non tam praecio, quam amicorum obsequio, et honoris voto anno 1539. Philippus Serralius pon. curavit". Feci in questo medesimo tempo due tavolette d’un Cristo morto e d’una Ressurrezzione, le quali furono da don Miniato Pitti abate poste nella chiesa di Santa Maria di Barbiano fuor di San Gimignano di Valdelsa; le quali opere finite, tornai subito a Fiorenza, perciò che il Trevisi, maestro Biagio et altri pittori bolognesi, pensando che io mi volessi acasare in Bologna e torre loro di mano l’opere et i lavori, non cessavano d’inquietarmi, ma più noiavano loro stessi che me, il quale di certe lor passioni e modi mi rideva. In Firenze adunque copiai da un ritratto grande infino alle ginocchia un cardinale Ipolito a Messer Ottaviano, et altri quadri con i quali mi andai trattenendo in que’ caldi insoportabili della state. I quali venuti, mi tornai alla quiete e fresco di Camaldoli, per fare la detta tavola dell’altar maggiore. Nella quale feci un Cristo che è deposto di croce, con tutto quello studio e fatica che maggiore mi fu possibile; e perché col fare e col tempo mi pareva pur migliorare qualche cosa, né mi sodisfacendo della prima bozza, gli ridetti di mestica e la rifeci quale la si vede di nuovo tutta. Et invitato dalla solitudine, feci in quel medesimo luogo dimorando un quadro al detto Messer Ottaviano, nel quale dipinsi un San Giovanni ignudo e giovinetto, fra certi scogli e massi e che io ritrassi dal naturale di que’ monti. Né a pena ebbi finite quest’opere, che capitò a Camaldoli Messer Bindo Altoviti, per fare dalla cella di Santo Alberigo, luogo di que’ padri, una condotta a Roma per via del Tevere, di grossi abeti, per la fabrica di San Piero; il quale veggendo tutte l’opere da me state fatte in quel luogo, e per mia buona sorte piacendogli, prima che di lì partisse, si risolvé che io gli facessi per la sua chiesa di Santo Apostolo di Firenze una tavola. Per che finita quella di Camaldoli con la facciata della cappella in fresco, dove feci esperimento di unire il colorito a olio con quello, e riuscimmi assai acconciamente, me ne venni a Fiorenza e feci la detta tavola. E perché aveva a dare saggio di me a Fiorenza, non avendovi più fatto somigliante opera, aveva molti concorrenti e desiderio di acquistare nome, mi disposi a volere in quell’opera far il mio sforzo e mettervi quanta diligenza mi fusse mai possibile. E per potere ciò fare scarico di ogni molesto pensiero, prima maritai la mia terza sorella e comperai una casa principiata in Arezzo, con un sito da fare orti bellissimi nel borgo di San Vito, nella miglior aria di quella città. D’ottobre adunque l’anno 1540 cominciai la tavola di Messer Bindo, per farvi una storia che dimostrassi la Concezione di Nostra Donna, secondo che era il titolo della cappella. La qual cosa perché a me era assai malagevole, avutone Messer Bindo et io il parere di molti comuni amici, uomini litterati, la feci finalmente in questa maniera: figurato l’albero del peccato originale nel mezzo della tavola, alle radici di esso come primi trasgressori del comandamento di Dio feci ignudi Adamo et Eva, e dopo agl’altri rami feci legati di mano in mano Abram, Isac, Iacob, Moisè, Aron, Iosuè, Davit, e gl’altri Re successivamente secondo i tempi, tutti dico legati per ambedue le braccia, eccetto Samuel e S. Giovanni Batista i quali sono legati per un solo braccio, per essere stati santificati nel ventre. Al tronco dell’albero feci avvolto con la coda l’antico serpente, il quale, avendo dal mezzo in su forma umana, ha le mani legate di dietro; sopra il capo gli ha un piede, calcandogli le corna, la gloriosa Vergine, che l’altro tiene sopra una luna, essendo vestita di sole e coronata di dodici stelle. La qual Vergine, dico, è sostenuta in aria dentro a uno splendore da molti Angeletti nudi, illuminati dai raggi che vengono da lei, i quali raggi parimente, passando fra le foglie dell’albero, rendono lume ai legati e pare che vadano loro sciogliendo i legami con la virtù e grazia che hanno da colei donde procedono. In cielo poi, cioè nel più alto della tavola sono due putti che tengono in mano alcune carte, nelle quali sono scritte queste parole: "Quos Evae culpa damnavit, Mariae gratia solvit". Insomma io non avea fino allora fatto opera, per quello che mi ricorda, né con più studio, né con più amore e fatica di questa, ma tuttavia, se bene satisfeci a altri per aventura, non satisfeci già a me stesso, come che io sappia il tempo, lo studio e l’opera ch’io misi particolarmente negl’ignudi, nelle teste, e finalmente in ogni cosa. Mi diede Messer Bindo, per le fatiche di questa tavola, trecento scudi d’oro, et inoltre l’anno seguente mi fece tante cortesie et amorevolezze in casa sua in Roma, dove gli feci in un piccol quadro, quasi di minio, la pittura di detta tavola, che io sarò sempre alla sua memoria ubbligato. Nel medesimo tempo ch’io feci questa tavola che fu posta, come ho detto, in S. Apostolo, feci a Messer Ottaviano de’ Medici una Venere et una Leda con i cartoni di Michelagnolo, et in un gran quadro un San Girolamo, quanto il vivo, in penitenza, il quale contemplando la morte di Cristo, che ha dinanzi in sulla croce, si percuote il petto, per scacciare della mente le cose di Venere e le tentazioni della carne, che alcuna volta il molestavano, ancor che fusse nei boschi e luoghi solinghi e salvatichi, secondo che egli stesso di sé largamente racconta. Per lo che dimostrare, feci una Venere, che con Amore in braccio fugge da quella contemplazione, avendo per mano il Giuoco et essendogli cascate per terra le frecce et il turcasso; senzaché le saette da Cupido tirate verso quel Santo, tornano rotte verso di lui, et alcune, che cascano, gli sono riportate col becco dalle colombe di essa Venere. Le quali tutte pitture, ancora che forse allora mi piacessero e da me fussero fatte come seppi il meglio, non so quanto mi piacciano in questa età. Ma perché l’arte in sé è dificile, bisogna torre da chi fa quel che può. Dirò ben questo, però che lo posso dire con verità, d’avere sempre fatto le mie pitture, invenzioni e disegni comunche sieno, non dico con grandissima prestezza, ma sì bene con incredibile facilità e senza stento: di che mi sia testimonio, come ho detto in altro luogo, la grandissima tela ch’io dipinsi in San Giovanni di Firenze in sei giorni soli l’anno 1542, per lo battesimo del signor don Francesco Medici, oggi principe di Firenze e di Siena. Ora se bene io voleva, dopo quest’opere, andare a Roma per satisfare a Messer Bindo Altoviti, non mi venne fatto; perciò che chiamato a Vinezia da Messer Pietro Aretino, poeta allora di chiarissimo nome e mio amicissimo, fui forzato, perché molto disiderava vedermi, andar là; il che feci anco volentieri per vedere l’opere di Tiziano e d’altri pittori in quel viaggio. La qual cosa mi venne fatta, però che in pochi giorni vidi in Modena et in Parma l’opere del Coreggio, quelle di Giulio Romano in Mantoa, e l’antichità di Verona finalmente. Giunto in Vinezia con due quadri dipinti di mia mano con i cartoni di Michelagnolo, gli donai a don Diego di Mendozza, che mi mandò dugento scudi d’oro. Né molto dimorai a Vinezia, che pregato dall’Aretino feci ai signori della Calza l’apparato d’una loro festa, dove ebbi in mia compagnia Batista Cungi, e Cristofano Gherardi dal Borgo S. Sepolcro, e Bastiano Flori aretino molto valenti e pratichi, di che si è in altro luogo ragionato a bastanza, e gli nove quadri di pittura nel palazzo di Messer Giovanni Cornaro, cioè nel soffittato d’una camera del suo palazzo, che è da San Benedetto. Dopo queste et altre opere di non piccola importanza che feci allora in Vinezia, me ne partii, ancor che io fussi soprafatto dai lavori che mi venivano per le mani, alli sedici d’agosto l’anno 1542, e tornaimene in Toscana dove, avanti che ad altro volessi por mano, dipinsi nella volta d’una camera, che di mio ordine era stata murata nella già detta mia casa, tutte l’arti che sono sotto il disegno o che da lui dependono; nel mezzo è una Fama, che siede sopra la palla del mondo e suona una tromba d’oro, gettandone via una di fuoco finta per la Maledicenza, et intorno a lei sono con ordine tutte le dette arti con i loro strumenti in mano. E perché non ebbi tempo a far il tutto, lasciai otto ovati per fare in essi otto ritratti di naturale de’ primi delle nostre arti. Ne’ medesimi giorni feci alle monache di Santa Margherita di quella città, in una cappella del loro orto, a fresco una Natività di Cristo di figure grandi quanto il vivo. E così consumata che ebbi nella patria il resto di quella state e parte dell’autunno, andai a Roma. Dove essendo dal detto Messer Bindo ricevuto e molto carezzato, gli feci in un quadro a olio un Cristo quanto il vivo levato di croce e posto in terra a’ piedi della madre, e nell’aria Febo che oscura la faccia del sole e Diana quella della luna. Nel paese poi, oscurato da queste tenebre, si veggiono spezzarsi alcuni monti di pietra, mossi dal terremoto che fu nel patir del Salvatore; e certi morti corpi di Santi si veggiono, risorgendo, uscire de’ sepolcri in varii modi. Il quale quadro finito che fu, per sua grazia non dispiacque al maggior pittore, scultore et architetto che sia stato a’ tempi nostri e forse de’ nostri passati; per mezzo anco di questo quadro, fui, mostrandogliele il Giovio e Messer Bindo, conosciuto dall’illustrissimo cardinale Farnese, al quale feci sì come volle, in una tavola alta otto braccia e larga quattro, una Iustizia che abbraccia uno struzzo, carico delle dodici tavole, e con lo scettro che ha la cicogna in cima; et armata il capo d’una celata di ferro e d’oro, con tre penne, impresa del giusto giudice, di tre variati colori, era nuda tutta dal mezzo in su; alla cintura ha costei legati, come prigioni, con catene d’oro i sette Vizii che a lei sono contrarii: la Corruzione, l’Ignoranza, la Crudeltà, il Timore, il Tradimento, la Bugia e la Maledicenza; sopra le quali è posta in sulle spalle la Verità tutta nuda, offerta dal Tempo alla Iustizia, con un presente di due colombe fatte per l’Innocenza; alla quale Verità mette in capo essa Iustizia una corona di quercia per la Fortezza dell’animo. La quale tutta opera condussi con ogni accurata diligenza, come seppi il meglio. Nel medesimo tempo, facendo io gran servitù a Michelagnolo Buonarruoti e pigliando da lui parere in tutte le cose mie, egli mi pose per sua bontà molta più affezione, e fu cagione il suo consigliarmi a ciò, per avere veduto alcuni disegni miei, che io mi diedi di nuovo e con miglior modo allo studio delle cose d’architettura; il che per aventura non arei fatto già mai, se quell’uomo eccellentissimo non mi avesse detto quel che mi disse, che per modestia lo taccio. Il San Pietro seguente, essendo grandissimi caldi in Roma, et avendo lì consumata tutta quella vernata del 1543, me ne tornai a Fiorenza, dove in casa Messer Ottaviano de’ Medici, la quale io poteva dir casa mia, feci a Messer Biagio Mei lucchese suo compare in una tavola il medesimo concetto di quella di Messer Bindo in Santo Apostolo, ma variai dalla invenzione in fuore ogni cosa, e quella finita si mise in Lucca in San Piero Cigoli alla sua cappella. Feci in un’altra della medesima grandezza, cioè alta sette braccia e larga quattro, la Nostra Donna, San Ieronimo, San Luca, Santa Cecilia, Santa Marta, Santo Agostino e San Guido romito, la quale tavola fu messa nel Duomo di Pisa, dove n’erano molte altre di mano d’uomini eccellenti. Ma non ebbi sì tosto condotto questa al suo fine, che l’Operaio di detto Duomo mi diede a fare un’altra. Nella quale perché aveva andare similmente la Nostra Donna, per variare dall’altra, feci essa Madonna con Cristo morto a’ piè della croce posato in grembo a lei, i ladroni in alto sopra le croci, e con le Marie e Niccodemo che sono intorno, accomodati i Santi titolari di quelle cappelle che tutti fanno componimento e vaga la storia di quella tavola. Di nuovo tornato a Roma l’anno 1544, oltre a molti quadri che feci a diversi amici, de’ quali non accade far memoria, feci un quadro d’una Venere col disegno di Michelagnolo a Messer Bindo Altoviti che mi tornavo seco in casa, e dipinsi per Galeotto da Girone mercante fiorentino in una tavola a olio Cristo deposto di croce, la quale fu posta nella chiesa di Santo Agostino di Roma alla sua cappella. Per la quale tavola poter fare con mio commodo, insieme alcun’opere che mi aveva allogato Tiberio Crispo castellano di Castel Sant’Agnolo, mi era ritirato da me in Trastevere, nel palazzo, che già murò il vescovo Adimari, sotto Santo Onofrio, che poi è stato fornito da Salviati il secondo. Ma sentendomi indisposto e stracco da infinite fatiche, fui forzato tornarmene a Fiorenza, dove feci alcuni quadri, e fra gl’altri uno in cui era Dante, Petrarca, Guido Cavalcanti, il Boccaccio, Cino da Pistoia e Guittone d’Arezzo, il quale fu poi di Luca Martini, cavato dalle teste antiche loro accuratamente, del quale ne sono state fatte poi molte copie. Il medesimo anno 1544 condotto a Napoli da don Giammateo d’Anversa generale de’ monaci di Monte Oliveto, perch’io dipignessi il refettorio d’un loro monasterio fabricato dal re Alfonso Primo, quando giunsi fui per non accettare l’opera, essendo quel refettorio e quel monastero fatto d’architettura antica e con le volte a quarti acuti, e basse, e cieche di lumi, dubitando di non avere ad acquistarvi poco onore. Pure astretto da don Miniato Pitti e da don Ipolito da Milano miei amicissimi et allora visitatori di quell’Ordine, accettai finalmente l’impresa. Là dove, conoscendo di non poter fare cosa buona, se non con gran copia d’ornamenti, gl’occhi abagliando di chi avea a vedere quell’opera, con la varietà di molte figure, mi risolvei a fare tutte le volte di esso refettorio lavorate di stucchi per levar via con ricchi partimenti di maniera moderna tutta quella vecchiaia e goffezza di sesti. Nel che mi furon di grande aiuto le volte e mura, fatte, come si usa in quella città, di pietre di tufo, che si tagliono come fa il legname, o meglio cioè come i mattoni non cotti interamente. Perciò che io vi ebbi commodità, tagliando, di fare sfondati di quadri, ovali et ottangoli ringrossando con chiodi e rimettendo de’ medesimi tufi. Ridotte adunque quelle volte a buona proporzione con quei stucchi, i quali furono i primi che a Napoli fussero lavorati modernamente, e particolarmente le facciate e teste di quel refettorio, vi feci sei tavole a olio, alte sette braccia, cioè tre per testata. In tre che sono sopra l’entrata del refettorio è il piovere della manna al popolo ebreo, presenti Moisè et Aron che la ricogliono, nel che mi sforzai di mostrare nelle donne, negl’uomini e ne’ putti diversità d’attitudini e vestiti, e l’affetto con che ricogliono e ripongono la manna ringraziandone Dio. Nella testata che è a sommo è Cristo che desina in casa di Simone, e Maria Madalena, che con le lacrime gli bagna i piedi e gl’asciuga con i capelli, tutta mostrandosi pentita de’ suoi peccati. La quale storia è partita in tre quadri: nel mezzo è la cena, a man ritta una bottiglieria con una credenza piena di vasi in varie forme e stravaganti, et a man sinistra uno scalco che conduce le vivande. Le volte furono compartite in tre parti: in una si tratta della Fede, nella seconda della Religione e nella terza dell’Eternità. Ciascuna delle quali, perché erano in mezzo, ha otto Virtù intorno, dimostranti ai monaci che in quel refettorio mangiano quello che alla loro vita e perfezzione è richiesto. E per arricchire i vani delle volte, gli feci pieni di grottesche, le quali in quarantotto vani fanno ornamento alle quarantotto immagini celesti; et in sei facce per lo lungo di quel refettorio sotto le finestre fatte maggiori e con ricco ornamento, dipinsi sei delle parabole di Gesù Cristo, le quali fanno a proposito di quel luogo. Alle quali tutte pitture et ornamenti corrisponde l’intaglio delle spalliere fatte riccamente. Dopo, feci all’altar maggiore di quella chiesa una tavola alta otto braccia dentrovi la Nostra Donna che presenta a Simeone nel tempio Gesù Cristo piccolino, con nova invenzione. Ma è gran cosa, che dopo Giotto, non era stato insino allora in sì nobile e gran città maestri che in pittura avessino fatto alcuna cosa d’importanza, se ben vi era stato condotto alcuna cosa di fuori di mano del Perugino e di Raffaello, per lo che m’ingegnai fare di maniera, per quanto si estendeva il mio poco sapere, che si avessero a svegliare gl’ingegni di quel paese a cose grandi et onorevoli operare. E questo o altro che ne sia stato cagione, da quel tempo in qua vi sono state fatte di stucchi e pitture molte bellissime opere. Oltre alle pitture sopradette, nella volta della foresteria del medesimo monasterio condussi a fresco, di figure grandi quanto il vivo, Gesù Cristo che ha la croce in ispalla, et a imitazione di lui molti de’ suoi Santi che l’hanno similmente addosso, per dimostrare che a chi vuole veramente seguitar lui, bisogna portare e con buona pacienza l’avversità che dà il mondo. Al generale di detto Ordine condussi in un gran quadro Cristo, che aparendo agl’Apostoli travagliati in mare dalla fortuna, prende per un braccio S. Piero, che a lui era corso per l’acqua, dubitando non affogare. Et in un altro quadro per l’abate Capeccio feci la Ressurezione; e queste cose condotte a fine, al signor don Pietro di Tolledo viceré di Napoli dipinsi a fresco nel suo giardino di Pozzuolo una cappella et alcuni ornamenti di stucchi sottilissimi. Per lo medesimo si era dato ordine di far due gran logge, ma la cosa non ebbe effetto per questa cagione. Essendo stata alcuna differenza fra il viceré e detti monaci, venne il bargello con sua famiglia al monasterio per pigliar l’abate et alcuni monaci, che in processione avevano avuto parole, per conto di precedenza, con i monaci neri. Ma i monaci facendo difesa, aiutati da circa quindici giovani che meco di stucchi e pitture lavoravano, ferirono alcuni birri, per lo che bisognando di notte cansargli, s’andarono chi qua e là, e così io rimaso quasi solo, non solo non potei fare le logge di Pozzuolo, ma né anco fare ventiquattro quadri di storie del Testamento Vecchio e della vita di S. Giovanni Batista; i quali, non mi sadisfacendo di restare in Napoli più, portai a fornire a Roma, donde gli mandai, e furono messi intorno alle spalliere e sopra gl’armarii di noce fatti con mia disegni et architettura, nella sagrestia di San Giovanni Carbonaro, convento de’ frati eremitani osservanti di Santo Agostino, ai quali poco innanzi avea dipinto in una cappella fuor della chiesa in tavola un Cristo crucifisso, con ricco e vario ornamento di stucco, a richiesta del Seripando lor generale, che fu poi cardinale. Parimente a mezzo le scale di detto convento feci a fresco San Giovanni Evangelista, che sta mirando la Nostra Donna vestita di sole, con i piedi sopra la luna e coronata di dodici stelle. Nella medesima città dipinsi a Messer Tommaso Cambi, mercante fiorentino e mio amicissimo, nella sala d’una sua casa, in quattro facciate i tempi e le stagioni dell’anno: il Sogno, il Sonno sopra un terrazzo, dove fece una fontana. Al duca di Gravina dipinsi in una tavola, che egli condusse al suo Stato, i Magi che adorano Cristo, et ad Orsanca segretario del viceré feci un’altra tavola, con cinque figure intorno a un Crucifisso, e molti quadri. Ma con tutto ch’io fussi assai ben visto da que’ signori, guadagnassi assai e l’opere ogni giorno moltiplicassero, giudicai, poi che i miei uomini s’erano partiti, che fusse ben fatto, avendo in un anno lavorato in quella città opere a bastanza, ch’io me ne tornassi a Roma. E così fatto, la prima opera che io facessi fu al signor Ranuccio Farnese, allora arcivescovo di Napoli, in tela quattro portegli grandissimi a olio per l’organo del piscopio di Napoli, dentrovi dalla parte dinanzi cinque Santi patroni di quella città, e dentro la Natività di Gesù Cristo, con i pastori, e Davit re, che canta in sul suo salterio: "Dominus dixit ad me", etc. E così i sopra detti ventiquattro quadri et alcuni di Messer Tommaso Cambi, che tutti furono mandati a Napoli. E ciò fatto, dipinsi cinque quadri a Raffaello Acciaiuoli che gli portò in Ispagna, della Passione di Cristo. L’anno medesimo, avendo animo il cardinale Farnese di far dipignere la sala della Cancelleria nel palazzo di San Giorgio, monsignor Giovio, disiderando che ciò si facesse per le mie mani, mi fece fare molti disegni di varie invenzioni, che poi non furono messi in opera. Nondimeno si risolvé finalmente il cardinale ch’ella si facesse in fresco, e con maggior prestezza che fusse possibile, per servirsene a certo suo tempo determinato. È la detta sala lunga poco più di palmi cento, larga cinquanta et alta altretanto. In ciascuna testa adunque larga palmi cinquanta, si fece una storia grande, et in una delle facciate lunghe due, nell’altra per essere impedita dalle finestre, non si poté far istorie, e però vi si fece un ribattimento, simile alla facciata in testa, che è dirimpetto; e per non far basamento, come insino a quel tempo s’era usato dagl’artefici in tutte le storie, alto da terra nove palmi almeno, feci, per variare e far cosa nuova, nascere scale da terra, fatte in varii modi et a ciascuna storia la sua. E sopra quelle feci poi cominciare a salire le figure a proposito di quel suggetto, a poco a poco, tanto che trovano il piano, dove comincia la storia. Lunga e forse noiosa cosa sarebbe dire tutti i particolari e le minuzie di queste storie, però toccherò solo e brevemente le cose principali. Adunque, in tutte sono storie de’ fatti di papa Paulo Terzo, et in ciascuna è il suo ritratto di naturale. Nella prima, dove sono, per dirle così, le spedizioni della corte di Roma, si veggiono sopra il Tevere diverse nazioni e diverse ambascerie, con molti ritratti di naturale, che vengono a chieder grazie et ad offerire diversi tributi al Papa. Et oltre ciò, in certe nicchione, due figure grandi, poste sopra le porte, che mettono in mezzo la storia, delle quali una è fatta per l’Eloquenza, che ha sopra due Vittorie che tengono la testa di Giulio Cesare, e l’altra per la Iustizia, con due altre Vittorie che tengono la testa di Alessandro Magno, e nell’alto del mezzo è l’arme di detto Papa sostenuta dalla Liberalità e dalla Rimunerazione. Nella facciata maggiore è il medesimo Papa che rimunera la virtù donando porzioni, cavalierati, benefizii, pensioni, vescovadi e cappelli di cardinali, e fra quei che ricevono sono il Sadoleto, Polo, il Bembo, il Contarino, il Giovio, il Buonarruoto et altri virtuosi tutti ritratti di naturale, et in questa è dentro a un gran nicchione una Grazia con un corno di dovizia pieno di dignità, il quale ella riversa in terra. E le Vittorie, che ha sopra a somiglianza dell’altre, tengono la testa di Traiano imperatore. Èvvi anco l’Invidia, che mangia vipere e pare che crepi di veleno. E di sopra nel fine della storia è l’arme del cardinal Farnese, tenuta dalla Fama e dalla Virtù. Nell’altra storia, il medesimo papa Paulo si vede tutto intento alle fabriche, e particolarmente a quella di S. Piero sopra il Vaticano. E però sono innanzi al Papa ginocchioni la Pittura, la Scultura e l’Architettura, le quali, avendo spiegato un disegno della pianta di esso San Piero, pigliano ordine di essequire e condurre al suo fine quell’opera. Èvvi, oltre le dette figure, l’Animo, che aprendosi il petto mostra il cuore, la Sollecitudine appresso e la Ricchezza. E nella nicchia, la Copia con due Vittorie, che tengono l’effigie di Vespasiano. E nel mezzo è la Religione cristiana in un’altra nicchia che divide l’una storia dall’altra, e sopra le sono due Vittorie, che tengono la testa di Numa Pompilio. E l’arme che è sopra questa istoria è del cardinal San Giorgio, che già fabricò quel palazzo. Nell’altra storia, che è dirimpetto alle spedizioni della corte, è la pace universale fatta fra i cristiani per mezzo di esso papa Paulo Terzo, e massimamente fra Carlo Quinto imperatore e Francesco re di Francia che vi son ritratti. E però vi si vede la Pace abruciar l’arme, chiudersi il tempio di Iano, et il Furor incatenato. Delle due nicchie grandi, che mettono in mezzo la storia, in una è la Concordia, con due Vittorie sopra, che tengono la testa di Tito imperadore e nell’altra è la Carità con molti putti. Sopra la nicchia tengono due Vittorie la testa d’Augusto, e nel fine è l’arme di Carlo Quinto tenuta dalla Vittoria e dalla Ilarità, e tutta quest’opera è piena d’inscrizioni e motti bellissimi fatti dal Giovio; et in particolare ve n’ha uno che dice quelle pitture essere state tutte condotte in cento giorni. Il che io come giovane feci, come quegli che non pensai se non a servire quel signore, che come ho detto desiderava averla finita per un suo servizio, in quel tempo. E nel vero, se bene io m’affaticai grandemente in far cartoni e studiare quell’opera, io confesso aver fatto errore in metterla poi in mano di garzoni per condurla più presto come mi bisognò fare, perché meglio sarebbe stato aver penato cento mesi et averla fatta di mia mano. Perciò che se bene io non l’avessi fatta in quel modo che arei voluto per servizio del cardinale et onor mio, arei pure avuto quella satisfazione d’averla condotta di mia mano. Ma questo errore fu cagione che io mi risolvei a non far più opere, che non fussero da me stesso del tutto finite sopra la bozza di mano degl’aiuti, fatta con i disegni di mia mano. Si fecero assai pratichi in quest’opera Bizzera e Roviale spagnuoli, che assai vi lavorarono con esso meco, e Batista Bagnacavallo bolognese, Bastian Flori aretino, Giovanpaolo dal Borgo e fra’ Salvadore Foschi d’Arezzo, e molti altri miei giovani. In questo tempo andando io spesso la sera, finita la giornata, a veder cenare il detto illustrissimo cardinal Farnese, dove erano sempre a trattenerlo, con bellissimi et onorati ragionamenti, il Molza, Anibal Caro, Messer Gandolfo, Messer Claudio Tolomei, Messer Romolo Amasseo, monsignor Giovio, et altri molti letterati e galantuomini, de’ quali è sempre piena la corte di quel signore, si venne a ragionare una sera fra l’altre del museo del Giovio, e de’ ritratti degl’uomini illustri che in quello ha posti con ordine et inscrizioni bellissime. E passando d’una cosa in altra, come si fa ragionando, disse monsignor Giovio avere avuto sempre gran voglia, et averla ancora, d’aggiugnere al museo et al suo libro degli Elogi un trattato nel quale si ragionasse degl’uomini illustri nell’arte del disegno, stati da Cimabue insino a’ tempi nostri. Dintorno a che allargandosi, mostrò certo aver gran cognizione e giudizio nelle cose delle nostre arti, ma è ben vero che bastandogli fare gran fascio, non la guardava così in sottile e spesso, favellando di detti artefici, o scambiava i nomi, i cognomi, le patrie, l’opere, e non dicea le cose come stavano a punto, ma così alla grossa. Finito che ebbe il Giovio quel suo discorso, voltatosi a me disse il cardinale: "Che ne dite voi Giorgio, non sarà questa una bell’opera e fatica?". "Bella", rispos’io "monsignor illustrissimo, se il Giovio sarà aiutato da chichesia dell’arte a mettere le cose a’ luoghi loro, et a dirle come stanno veramente. Parlo così, perciò che, se bene è stato questo suo discorso maraviglioso, ha scambiato e detto molte cose una per un’altra." "Potrete dunque", soggiunse il cardinale pregato dal Giovio, dal Caro, dal Tolomei e dagl’altri "dargli un sunto voi, et una ordinata notizia di tutti i detti artefici, dell’opere loro secondo l’ordine de’ tempi. E così aranno anco da voi questo benefizio le vostre arti." La qual cosa ancor che io conoscessi essere sopra le mie forze, promisi secondo il poter mio di far ben volentieri; e così messomi giù a ricercare miei ricordi, e scritti fatti intorno a ciò, infin da giovanetto, per un certo mio passatempo e per una affezione che io aveva a la memoria de’ nostri artefici, ogni notizia de’ quali mi era carissima, misi insieme tutto che intorno a ciò mi parve a proposito. E lo portai al Giovio, il quale, poi che molto ebbe lodata quella fatica, mi disse: "Giorgio mio, voglio che prendiate voi questa fatica di distendere il tutto in quel modo che ottimamente veggio saprete fare, perciò che a me non dà il cuore, non conoscendo le maniere, né sapendo molti particolari che potrete sapere voi, sanza che quando pure io facessi, farei il più più un trattatetto simile a quello di Plinio; fate quel ch’io vi dico, Vasari, perché veggio che è per riuscirvi bellissimo, ché saggio dato me ne avete in questa narrazione". Ma parendogli che io a ciò fare non fussi molto risoluto me lo fé dire al Caro, al Molza, al Tolomei et altri miei amicissimi; per che risolutomi finalmente, vi misi mano con intenzione, finita che fusse, di darla a uno di loro, che rivedutola et acconcia, la mandasse fuori sotto altro nome che il mio. Intanto partito di Roma l’anno 1546 del mese d’ottobre, e venuto a Fiorenza, feci alle monache del famoso monasterio delle Murate, in tavola a olio, un Cenacolo per lo loro refettorio, la quale opera mi fu fatta fare e pagata da papa Paulo Terzo, che aveva monaca in detto monasterio una sua cognata, stata contessa di Pitigliano. E dopo feci in un’altra tavola la Nostra Donna che ha Cristo fanciullo in collo, il quale sposa Santa Caterina vergine e martire, e due altri Santi; la qual tavola mi fece fare Messer Tomaso Cambi per una sua sorella allora badessa nel monasterio del Bigallo fuor di Fiorenza. E quella finita feci a monsignor de’ Rossi de’ conti di San Secondo e vescovo di Pavia due quadri grandi a olio: in uno è San Ieronimo e nell’altro una Pietà, i quali amendue furono mandati in Francia. L’anno poi 1547, fini’ del tutto per lo Duomo di Pisa, ad instanza di Messer Bastiano della Seta Operaio, un’altra tavola che aveva cominciata; e dopo a Simon Corsi mio amicissimo un quadro grande a olio d’una Madonna. Ora, mentre che io faceva quest’opere, avendo condotto a buon termine il libro delle vite degl’artefici del disegno, non mi restava quasi altro a fare che farlo trascrivere in buona forma, quando a tempo mi venne alle mani don Gian Matteo Faetani da Rimini, monaco di Monte Oliveto, persona di lettere e d’ingegno, perché io gli facessi alcun’opere nella chiesa e monasterio di Santa Maria di Scolca d’Arimini, là dove egli era abate. Costui dunque, avendomi promesso di farlami trascrivere a un suo monaco eccellente scrittore e di correggerla egli stesso, mi tirò ad Arimini a fare, per questa comodità, la tavola et altar maggiore di detta chiesa, che è lontana dalla città circa tre miglia. Nella qual tavola feci i Magi che adorano Cristo, con una infinità di figure da me condotte in quel luogo soletario con molto studio, imitando quanto io potei gl’uomini delle corti di tre re, mescolati insieme, ma in modo però che si conosce all’arie de’ volti di che regione e soggetto a qual re sia ciascuno. Conciò sia, che alcuni hanno le carnagioni bianche, i secondi bigie, et altri nere, oltre che la diversità delli abiti e varie portature fa vaghezza e distinzione. È messa la detta tavola in mezzo da due gran quadri, nei quali è il resto della corte, cavalli, liofanti e giraffe, e per la cappella in varii luoghi sparsi Profeti, Sibille, Evangelisti in atto di scrivere. Nella cupola o vero tribuna feci quattro gran figure, che trattano delle lodi di Cristo, e della sua stirpe, e della Vergine, e questi sono Orfeo et Omero con alcuni motti greci, Vergilio col motto: "Iam redit et Virgo", etc. e Dante con questi versi:

Tu sei colei che l’umana natura nobilitasti sì, che il suo fattore non si sdegnò di farsi tua fattura.

Con molte altre figure et invenzioni delle quali non accade altro dire. Dopo, seguitandosi intanto di scrivere il detto libro e ridurlo a buon termine, feci in S. Francesco d’Arimini all’altar maggiore una tavola grande a olio, con un S. Francesco che riceve da Cristo le stimate nel monte della Vernia, ritratto dal vivo; ma perché quel monte è tutto di massi e pietre bigie, e similmente S. Francesco et il suo compagno si fanno bigi, finsi un sole, dentro al quale è Cristo con buon numero di Serafini, e così fa l’opera variata, et il Santo con altre figure tutto lumeggiato dallo splendore di quel sole, et il paese aombrato dalla varietà d’alcuni colori cangianti, che a molti non dispiacciono, et allora furono molto lodati dal cardinale Capodiferro, legato della Romagna. Condotto poi da Rimini a Ravenna, feci come in altro luogo s’è detto una tavola nella nuova chiesa della Badia di Classi dell’Ordine di Camaldoli, dipignendovi un Cristo deposto di croce in grembo alla Nostra Donna; e nel medesimo tempo feci per diversi amici molti disegni, quadri, et altre opere minori che sono tante e sì diverse, che a me sarebbe difficile il ricordarmi pur di qualche parte, et a’ lettori forse non grato udir tante minuzie. Intanto essendosi fornita di murare la mia casa d’Arezzo, et io tornatomi a casa, feci i disegni per dipignere la sala, tre camere e la facciata, quasi per mio spasso di quella state. Nei quali disegni feci fra l’altre cose tutte le provincie e luoghi dove io aveva lavorato, quasi come portassino tributi, per i guadagni che avea fatto con esso loro, a detta mia casa; ma nondimeno per allora non feci altro che il palco della sala, il quale è assai ricco di legnami, con tredici quadri grandi, dove sono gli dei celesti, et in quattro angoli i quattro tempi dell’anno ignudi, i quali stanno a vedere un gran quadro, che è in mezzo, dentro al quale sono in figure grandi quanto il vivo la Virtù, che ha sotto i piedi l’Invidia e, presa la Fortuna per i capegli, bastona l’una e l’altra; e quello che molto allora piacque si fu che in girando la sala attorno, et essendo in mezzo la Fortuna, viene talvolta l’Invidia a esser sopra essa Fortuna e Virtù, e d’altra parte la Virtù sopra l’Invidia e Fortuna, sì come si vede che aviene spesse volte veramente. Dintorno nelle facciate sono la Copia, la Liberalità, la Sapienza, la Prudenza, la Fatica, l’Onore et altre cose simili, e sotto attorno girano storie di pittori antichi, di Apelle, di Zeusi, Parrasio, Protogene et altri con varii partimenti e minuzie, che lascio per brevità. Feci ancora nel palco d’una camera di legname intagliato, Abram in un gran tondo, di cui Dio benedice il seme e promette multiplicherà in infinito, et in quattro quadri, che a questo tondo sono intorno, feci la Pace, la Concordia, la Virtù e la Modestia, e perché adorava sempre la memoria e le opere degli antichi, vedendo tralasciare il modo di colorire a tempera, mi venne voglia di risuscitare questo modo di dipignere, e la feci tutta a tempera; il qual modo per certo non merita d’esser affatto dispregiato o tralasciato; et all’entrar della camera feci, quasi burlando, una sposa, che ha in una mano un rastrello, col quale mostra avere rastrellato e portato seco quanto ha mai potuto dalla casa del padre, e nella mano che va innanzi, entrando in casa il marito ha un torchio acceso, mostrando di portare dove va il fuoco, che consuma e distrugge ogni cosa. Mentre che io mi stava così passando tempo, venuto l’anno 1548, don Giovan Benedetto da Mantoa, abate di Santa Fiore e Lucilla monasterio de’ monaci neri cassinensi, dilettandosi infinitamente delle cose di pittura et essendo molto mio amico, mi pregò che io volessi fargli nella testa di uno loro refettorio un Cenacolo, o altra cosa simile. Onde risolutomi a compiacerli, andai pensando di farvi alcuna cosa fuor dell’uso comune, e così mi risolvei insieme con quel buon padre a farvi le nozze della reina Ester con il re Assuero, et il tutto in una tavola a olio, lunga quindici braccia, ma prima metterla in sul luogo, e quivi poi lavorarla; il qual modo (e lo posso io affermare, che l’ho provato) è quello che si vorrebbe veramente tenere a volere che avessono le pitture i suoi proprii e veri lumi, perciò che infatti il lavorare a basso, o in altro luogo che in sul proprio dove hanno da stare, fa mutare alle pitture i lumi, l’ombre e molte altre proprietà. In quest’opera adunque mi sforzai di mostrare maestà e grandezza, comeché io non possa far giudizio se mi venne fatto o no; so bene che il tutto disposi in modo, che con assai bell’ordine si conoscono tutte le maniere de’ serventi, paggi, scudieri, soldati della guardia, bottiglieria, credenza, musici, et un nano, et ogni altra cosa che a reale e magnifico convito è richiesta. Vi si vede fra gl’altri lo scalco condurre le vivande in tavola, accompagnato da buon numero di paggi vestiti a livrea, et altri scudieri e serventi. Nelle teste della tavola, che è aovata, sono signori et altri gran personaggi e cortigiani che in piedi stanno, come s’usa, a vedere il convito. Il re Assuero stando a mensa come re altero et innamorato sta tutto appoggiato sopra il braccio sinistro, che porge una tazza di vino alla reina, et in atto veramente regio et onorato. Insomma se io avessi a credere quello che allora sentii dirne al popolo, e sento ancora da chiunche vede quest’opera, potrei credere d’aver fatto qualcosa, ma io so da vantaggio come sta la bisogna, e quello che arei fatto se la mano avesse ubidito a quello che io m’era concetto nell’idea. Tuttavia vi misi (questo posso confessare liberamente) studio e diligenza. Sopra l’opera viene nel peduccio d’una volta un Cristo che porge a quella regina una corona di fiori, e questo è fatto in fresco, e vi fu posto per accennare il concetto spirituale della istoria, per la quale si denotava che repudiata l’antica sinagoga Cristo sposava la nuova chiesa de’ suoi fedeli cristiani. Feci in questo medesimo tempo il ritratto di Luigi Guicciardini, fratello di Messer Francesco che scrisse la Storia, per essermi detto Messer Luigi amicissimo et avermi fatto quell’anno, come mio amorevole compare, essendo commensario d’Arezzo, una grandissima tenuta di terre, dette Frassineto in Valdichiana; il che è stata la salute et il maggior bene di casa mia, e sarà de’ miei successori, sì come spero, se non mancheranno a loro stessi. Il quale ritratto, che è appresso gl’eredi di detto Messer Luigi, si dice essere il migliore e più somigliante, d’infiniti che n’ho fatti. Né de’ ritratti fatti da me che pur sono assai farò menzione alcuna, che sarebbe cosa tediosa; e per dire il vero, me ne sono difeso quanto ho potuto di farne. Questo finito, dipinsi a fra’ Mariotto da Castiglioni aretino, per la chiesa di San Francesco di detta terra, in una tavola la Nostra Donna, Santa Anna, San Francesco e San Salvestro. E nel medesimo tempo disegnai al cardinal di Monte, che poi fu papa Giulio Terzo, molto mio patrone, il quale era allora legato di Bologna, l’ordine e pianta d’una gran coltivazione, che poi fu messa in opera a’ piè del Monte San Savino, sua patria, dove fui più volte d’ordine di quel signore, che molto si dilettava di fabricare. Andato poi, finite che ebbi quest’opere, a Fiorenza, feci quella state, in un segno da portare a processione della Compagnia di San Giovanni de’ Peducci d’Arezzo, esso Santo che predica alle turbe da una banda, e dall’altra il medesimo che battezza Cristo, la qual pittura avendo sùbito che fu finita mandata nelle mie case d’Arezzo, perché fusse consegnata agl’uomini di detta Compagnia, avvenne che passando per Arezzo monsignor Giorgio cardinale d’Armignach franzese, vide, nell’andare per altro a vedere la mia casa, il detto segno, o vero stendardo; per che, piacciutogli, fece ogni opera d’averlo, offerendo gran prezzo, per mandarlo al re di Francia, ma io non volli mancar di fede a chi me l’aveva fatto fare, perciò che se bene molti dicevano che n’arei potuto fare un altro, non so se mi fusse venuto fatto così bene e con pari diligenza. E non molto dopo feci per Messer Anibale Caro, secondo che mi aveva richiesto molto innanzi per una sua lettera che è stampata, in un quadro Adone che muore in grembo a Venere, secondo l’invenzione di Teocrito, la quale opera fu poi, e quasi contra mia voglia, condotta in Francia e data a Messer Albizo del Bene, insieme con una Psiche che sta mirando con una lucerna Amore che dorme, e si sveglia avendolo cotto una favilla di essa lucerna. Le quali tutte figure ignude e grandi quanto il vivo furono cagione che Alfonso di Tommaso Cambi giovanetto allora bellissimo, letterato, virtuoso e molto cortese e gentile, si fece ritrarre ignudo, e tutto intero, in persona d’uno Endimione cacciatore amato dalla Luna, la cui candidezza, et un paese all’intorno capriccioso, hanno il lume dalla chiarezza della luna, che fa nell’oscuro della notte una veduta assai propria e naturale, perciò che io m’ingegnai con ogni diligenza di contrafare i colori proprii che suol dare il lume di quella bianca giallezza della luna alle cose che percuote. Dopo questo, dipinsi due quadri per mandare a Raugia: in uno la Nostra Donna e nell’altro una Pietà; et appresso a Francesco Botti in un gran quadro la Nostra Donna col Figliuolo in braccio e Giuseppo, il quale quadro, che io certo feci con quella diligenza che seppi maggiore, si portò seco in Ispagna. Forniti questi lavori andai l’anno medesimo a vedere il cardinale de’ Monti a Bologna, dove era legato, e con esso dimorando alcuni giorni, oltre a molti altri ragionamenti, seppe così ben dire, e ciò con tante buone ragioni persuadermi, che io mi risolvei, stretto da lui, a far quello che insino allora non avea voluto fare, cioè a pigliare moglie, e così tolsi, come egli volle, una figliuola di Francesco Bacci nobile cittadino aretino. Tornato a Fiorenza feci un gran quadro di Nostra Donna, secondo un mio nuovo capriccio e con più figure, il quale ebbe Messer Bindo Altoviti, che perciò mi donò cento scudi d’oro, e lo condusse a Roma, dove è oggi nelle sue case. Feci oltre ciò nel medesimo tempo molti altri quadri, come a Messer Bernardetto de’ Medici, a Messer Bartolomeo Strada fisico eccellente, et a altri miei amici, che non accade ragionarne. Di que’ giorni, essendo morto Gismondo Martelli in Fiorenza, et avendo lasciato per testamento che in S. Lorenzo alla cappella di quella nobile famiglia si facesse una tavola con la Nostra Donna et alcuni Santi, Luigi e Pandolfo Martelli, insieme con Messer Cosimo Bartoli, miei amicissimi, mi ricercarono che io facessi la detta tavola. Et avutone licenza dal signor duca Cosimo patrone e primo Operaio di quella chiesa, fui contento di farla, ma con facultà di potervi fare a mio capriccio alcuna cosa di S. Gismondo, alludendo al nome di detto testatore. La quale convenzione fatta, mi ricordai avere inteso che Filippo di ser Brunellesco architetto di quella chiesa avea data quella forma a tutte le cappelle, acciò in ciascuna fusse fatta, non una piccola tavola, ma alcuna storia o pittura grande, che empiesse tutto quel vano. Per che, disposto a volere in questa parte seguire la volontà et ordine del Brunellesco, più guardando all’onore che al picciol guadagno che di quell’opera destinata a far una tavola piccola e con poche figure potea trarre, feci in una tavola larga braccia dieci et alta tredici la storia, o vero martirio di San Gismondo re, cioè quando egli, la moglie e due figliuoli furono gettati in un pozzo da un altro re, o vero tiranno, e feci che l’ornamento di quella cappella, il quale è mezzo tondo, mi servisse per vano della porta d’un gran palazzo, rustica, per la quale si avesse la veduta del cortile quadro, sostenuto da pilastri e colonne doriche, e finsi che per lo straforo di quella si vedesse nel mezzo un pozzo a otto facce, con salita intorno di gradi, per i quali salendo i ministri, portassono a gettare detti due figliuoli nudi nel pozzo; et intorno nelle logge dipinsi popoli che stanno da una parte a vedere quell’orrendo spettacolo, e nell’altra, che è la sinistra, feci alcuni masnadieri, i quali avendo presa con fierezza la moglie del re, la portano verso il pozzo per farla morire. Et in sulla porta principale feci un gruppo di soldati che legano San Gismondo, il quale con attitudine relassata e paziente mostra patir ben volentieri quella morte e martirio, e sta mirando in aria quattro Angeli che gli mostrano le palme e corone del martirio, sue, della moglie e de’ figliuoli, la qual cosa pare che tutto il riconforti e consoli. Mi sforzai similmente di mostrare la crudeltà e fierezza dell’empio tiranno, che sta in sul pian del cortile di sopra a vedere quella sua vendetta e la morte di San Gismondo. Insomma, quanto in me fu, feci ogni opera che in tutte le figure fussero più che si può i proprii affetti e convenienti attitudini e fierezze, e tutto quello si richiedeva; il che quanto mi riuscisse, lascerò ad altri farne giudizio. Dirò bene che io vi misi quanto potei e seppi di studio, fatica e diligenza. Intanto disiderando il signor duca Cosimo che il libro delle vite, già condotto quasi al fine, con quella maggior diligenza che a me era stato possibile e con l’aiuto d’alcuni miei amici, si desse fuori et alle stampe, lo diedi a Lorenzo Torrentino impressor ducale, e così fu cominciato a stamparsi. Ma non erano anche finite le teoriche, quando, essendo morto papa Paulo Terzo, cominciai a dubitare d’avermi a partire di Fiorenza, prima che detto libro fusse finito di stampare. Perciò che andando io fuor di Fiorenza ad incontrare il cardinal di Monte, che passava per andare al Conclavi, non gli ebbi sì tosto fatto riverenza et alquanto ragionato, che mi disse: "Io vo a Roma, et al sicuro sarò papa. Spedisciti, se hai che fare, e subito, avuto la nuova, vientene a Roma sanza aspettare altri avvisi o d’essere chiamato". Né fu vano cotal pronostico, però che essendo quel carnovale in Arezzo, e dandosi ordine a certe feste e mascherate, venne nuova che il detto cardinale era diventato Giulio Terzo, per che montato subito a cavallo venni a Fiorenza, donde, sollecitato dal Duca, andai a Roma per esservi alla coronazione di detto nuovo Pontefice et al fare dell’apparato. E così giunto in Roma e scavalcato a casa Messer Bindo, andai a far reverenza e baciare il piè a Sua Santità il che fatto, le prime parole che mi disse furono il ricordarmi che quello che mi aveva di sé pronosticato non era stato vano. Poi dunque che fu coronato e quietato alquanto, la prima cosa che volle si facesse si fu sodisfare a un obligo, che aveva alla memoria di Messer Antonio vecchio e primo cardinal di Monte, d’una sepoltura da farsi a S. Piero a Montorio. Della quale fatti i modelli e disegni, fu condotta di marmo, come in altro luogo s’è detto pienamente, et in tanto io feci la tavola di quella cappella, dove dipinsi la conversione di S. Paulo: ma per variare da quello che avea fatto il Buonarruoto nella Paulina, feci S. Paulo, come egli scrive, giovane che già cascato da cavallo è condotto dai soldati ad Anania cieco, dal quale per imposizione delle mani riceve il lume degl’occhi perduto et è battezzato. Nella quale opera, o per la strettezza del luogo, o altro che ne fusse cagione, non sodisfeci interamente a me stesso, se bene forse ad altri non dispiacque, et in particolare a Michelagnolo. Feci similmente a quel Pontefice un’altra tavola per una cappella del palazzo, ma questa, per le cagioni dette altra volta, fu poi da me condotta in Arezzo e posta in Pieve all’altar maggiore. Ma quando né in questa, né in quella già detta di S. Piero a Montorio, io non avessi pienamente sodisfatto né a me, né ad altri, non sarebbe gran fatto, imperò che, bisognandomi essere continuamente alla voglia di quel Pontefice, era sempre in moto, o vero occupato in far disegni d’architettura, e massimamente essendo io stato il primo che disegnasse e facesse tutta l’invenzione della vigna Iulia, che egli fece fare con spesa incredibile, la quale se bene fu poi da altri essequita, io fui nondimeno quegli che misi sempre in disegno i capricci del Papa, che poi si diedero a rivedere e correggere a Michelagnolo; et Iacopo Barozzi da Vignuola finì con molti suoi disegni le stanze, sale et altri molti ornamenti di quel luogo. Ma la fonte bassa fu d’ordine mio e dell’Amannato, che poi vi restò e fece la loggia che è sopra la fonte. Ma in quell’opera non si poteva mostrare quello che altri sapesse, né far alcuna cosa pel verso, perciò che venivano di mano in mano a quel Papa nuovi capricci, i quali bisognava metter in essecuzione, secondo che ordinava giornalmente Messer Piergiovanni Aliotti, vescovo di Forlì. In quel mentre, bisognandomi l’anno 1550 venire per altro a Fiorenza ben due volte, la prima finii la tavola di San Gismondo, la quale venne il Duca a vedere in casa Messer Ottaviano de’ Medici dove la lavorai, e gli piacque di sorte, che mi disse, finite le cose di Roma, me ne venissi a Fiorenza al suo servizio, dove mi sarebbe ordinato quello avessi da fare. Tornato dunque a Roma e dato fine alle dette opere cominciate, e fatta una tavola all’altar maggiore della Compagnia della Misericordia di un San Giovanni decollato, assai diverso dagl’altri che si fanno comunemente, la quale posi su l’anno 1553, me ne volea tornare, ma fui forzato, non potendogli mancare, a fare a Messer Bindo Altoviti due logge grandissime di stucchi et a fresco. Una delle quali dipinsi alla sua vigna con nuova architettura, perché essendo la loggia tanto grande che non si poteva senza pericolo girarvi le volte, le feci fare con armadure di legname, di stuoie, di canne, sopra le quali si lavorò di stucco, e dipinse a fresco come se fussero di muraglia, e per tale appariscono e son credute da chiunque le vede, e son rette da molti ornamenti di colonne di mischio, antiche e rare; e l’altra nel terreno della sua casa in ponte, piena di storie a fresco. E dopo per lo palco d’una anticamera quattro quadri grandi a olio delle quattro stagioni dell’anno, e questi finiti fui forzato ritrarre per Andrea della Fonte mio amicissimo una sua donna di naturale, e con esso gli diedi un quadro grande d’un Cristo che porta la croce, con figure naturali, il quale aveva fatto per un parente del Papa, al quale non mi tornò poi bene di donarlo. Al vescovo di Vasona feci un Cristo morto tenuto da Niccodemo e da due Angeli, et a Pierantonio Bandini una Natività di Cristo col lume della notte e con varia invenzione. Mentre io faceva quest’opere e stava pure a vedere quello che il Papa disegnasse di fare, vidi finalmente che poco si poteva da lui sperare, e che in vano si faticava in servirlo. Per che, non ostante che io avessi già fatto i cartoni per dipignere a fresco la loggia che è sopra la fonte di detta vigna, mi risolvei a volere per ogni modo venire a servire il duca di Fiorenza; massimamente, essendo a ciò fare sollecitato da Messer Averardo Serristori e dal vescovo de’ Ricasoli, ambasciatori in Roma di sua eccellenza, e con lettere da Messer Sforza Almeni suo coppiere e primo cameriere. Essendo dunque trasferitomi in Arezzo, per di lì venirmene a Fiorenza, fui forzato fare a monsignor Minerbetti vescovo di quella città, come a mio signore et amicissimo, in un quadro, grande quanto il vivo, la Pacienza, in quel modo che poi se n’è servito per impresa e riverso della sua medaglia il signor Ercole duca di Ferrara. La quale opera finita, venni a baciar la mano al signor duca Cosimo, dal quale fui per sua benignità veduto ben volentieri; et in tanto che s’andò pensando a che primamente io dovessi por mano, feci fare a Cristofano Gherardi dal Borgo con miei disegni la facciata di Messer Sforza Almeni di chiaro scuro, in quel modo e con quelle invenzioni che si son dette in altro luogo distesamente. E perché in quel tempo mi trovavo essere de’ signori priori della città di Arezzo, ofizio che governa la città, fui con lettere del signor Duca chiamato al suo servizio et assoluto da quello obligo; e venuto a Fiorenza trovai che sua eccellenza aveva cominciato quell’anno a murare quell’appartamento del suo palazzo che è verso la piazza del Grano con ordine del Tasso intagliatore et allora architetto del palazzo; ma era stato posto il tetto tanto basso, che tutte quelle stanze avevano poco sfogo et erano nane affatto, ma perché l’alzare i cavagli et il tetto era cosa lunga, consigliai che si facesse uno spartimento e ricinto di travi con sfondati grandi di braccia due e mezzo fra i cavagli del tetto, e con ordine di mensole per lo ritto che facessono fregiatura circa a due braccia sopra le travi; la qual cosa piacendo molto a sua eccellenza, diede ordine subito che così si facesse, e che il Tasso lavorasse i legnami et i quadri, dentro ai quali si aveva a dipignere la geneologia degli dei, per poi seguitare l’altre stanze. Mentre dunque che si lavoravano i legnami di detti palchi, avuto licenza dal Duca, andai a starmi due mesi fra Arezzo e Cortona, parte per dar fine ad alcuni miei bisogni e parte per fornire un lavoro in fresco cominciato in Cortona nelle facciate e volta della Compagnia del Gesù. Nel qual luogo feci tre istorie della vita di Gesù Cristo, e tutti i sacrificii stati fatti a Dio nel Vecchio Testamento da Caino et Abel infino a Nemia profeta, dove anche in quel mentre accomodai di modelli e disegni la fabrica della Madonna Nuova fuor della città. La quale opera del Gesù finita, tornai a Fiorenza con tutta la famiglia l’anno 1555, al servizio del duca Cosimo; dove cominciai e finii i quadri e le facciate et il palco di detta sala di sopra chiamata degli Elementi, facendo nei quadri, che sono undici, la castrazione di Cielo per l’Aria, et in un terrazzo a canto a detta sala feci nel palco i fatti di Saturno e di Opi, e poi nel palco d’un’altra camera grande tutte le cose di Cerere e Proserpina; in una camera maggiore, che è allato a questa, similmente nel palco, che è ricchissimo, istorie della dea Berecinzia e di Cibele col suo trionfo e le 4 stagioni, e nelle facce tutti e dodici mesi. Nel palco d’un’altra, non così ricca, il nascimento di Giove, il suo essere nutrito dalla capra Alfea, col rimanente dell’altre cose di lui più segnalate. In un altro terrazzo a canto alla medesima stanza, molto ornato di pietre e di stucchi, altre cose di Giove e Giunone. E finalmente nella camera che segue il nascere d’Ercole con tutte le sue fatiche, e quello che non si poté mettere nel palco si mise nelle fregiature di ciascuna stanza, o si è messo ne’ panni d’arazzo che il signor Duca ha fatto tessere con mia cartoni a ciascuna stanza, corrispondenti alle pitture delle facciate in alto. Non dirò delle grottesche, ornamenti e pitture di scale, né altre molte minuzie fatte di mia mano in quello apparato di stanze, perché oltre che spero se n’abbia a fare altra volta più lungo ragionamento, le può vedere ciascuno a sua voglia e darne giudizio. Mentre di sopra si dipignevano queste stanze, si murarono l’altre che sono in sul piano della sala maggiore e rispondono a queste per dirittura a piombo, con gran comodi di scale publiche e secrete che vanno dalle più alte alle più basse abitazioni del palazzo. Morto intanto il Tasso, il Duca, che aveva grandissima voglia che quel palazzo, stato murato a caso et in più volte in diversi tempi e più a comodo degl’ufiziali che con alcuno buon ordine, si correggesse, si risolvé a volere che per ogni modo, secondo che possibile era, si rassettasse, e la sala grande col tempo si dipignesse, et il Bandinello seguitasse la cominciata udienza. Per dunque accordare tutto il palazzo insieme, cioè il fatto con quello che s’aveva da fare, mi ordinò che io facessi più piante e disegni, e finalmente, secondo che alcune gl’erano piaciute, un modello di legname, per meglio potere a suo senno andare accomodando tutti gl’appartamenti, e dirizzare e mutar le scale vecchie che gli parevano erte, mal considerate e cattive. Alla qual cosa, ancor che impresa difficile e sopra le forze mi paresse, misi mano, e condussi, come seppi il meglio, un grandissimo modello, che è oggi appresso sua eccellenza, più per ubbidirla che con speranza mi avesse da riuscire. Il quale modello, finito che fu, o fusse sua o mia ventura, o il disiderio grandissimo che io aveva di sodisfare, gli piacque molto; per che, dato mano a murare, a poco a poco si è condotto, facendo ora una cosa e quando un’altra, al termine che si vede. Et in tanto che si fece il rimanente, condussi con ricchissimo lavoro di stucchi in varii spartimenti le prime otto stanze nuove, che sono in sul piano della gran sala, fra salotti, camere et una cappella, con varie pitture et infiniti ritratti di naturale che vengono nelle istorie, cominciando da Cosimo Vecchio, e chiamando ciascuna stanza dal nome d’alcuno disceso da lui grande e famoso. In una adunque sono l’azzioni del detto Cosimo più notabili, e quelle virtù che più furono sue proprie, et i suoi maggiori amici e servitori, col ritratto de’ figliuoli, tutti di naturale; e così sono insomma quella di Lorenzo Vecchio, quella di papa Leone suo figliuolo, quella di papa Clemente, quella del signor Giovanni padre di sì gran Duca, quella di esso signor duca Cosimo. Nella cappella è un bellissimo e gran quadro di mano di Raffaello da Urbino, in mezzo a S. Cosimo e Damiano mie pitture, nei quali è detta cappella intitolata; così delle stanze poi di sopra dipinte alla signora duchessa Leonora, che sono quattro, sono azzioni di donne illustri, greche, ebree, latine e toscane, a ciascuna camera una di queste; perché oltre che altrove n’ho ragionato, se ne dirà pienamente nel Dialogo che tosto daremo in luce, come s’è detto, che il tutto qui raccontare sarebbe stato troppo lungo. Delle quali mie fatiche ancora che continue, difficili e grandi, ne fui dalla magnanima liberalità di sì gran Duca, oltre alle provisioni, grandemente e largamente rimunerato con donativi, e di case onorate e comode in Fiorenza et in villa, perché io potessi più agiatamente servirlo; oltre che nella patria mia d’Arezzo mi ha onorato del supremo magistrato del Gonfalonieri et altri ufizii con facultà che io possa sostituire in quegli un de’ cittadini di quel luogo, senza che a ser Piero mio fratello ha dato in Fiorenza ufizi d’utile, e parimente a’ mia parenti d’Arezzo favori eccessivi, là dove io non sarò mai per le tante amorevolezze sazio di confessar l’obligo che io tengo con questo signore. E tornando all’opere mie dico che pensò questo eccellentissimo signore di mettere ad esecuzione un pensiero avuto già gran tempo, di dipignere la sala grande, concetto degno della altezza e profondità dell’ingegno suo, né so se, come dicea, credo burlando meco, perché pensava certo che io ne caverei le mani, et a’ dì suoi la vederebbe finita, o pur fusse qualche altro suo segreto, e, come sono stati tutti e’ suoi, prudentissimo giudizio. L’effetto insomma fu che mi commesse che si alzassi i cavalli et il tetto più di quel che gl’era braccia tredici, e si facessi il palco di legname, e si mettessi d’oro, e dipignessi pien di storie a olio: impresa grandissima, importantissima e se non sopra l’animo forse sopra le forze mie; ma o che la fede di quel gran signore, e la buona fortuna che gl’ha in tutte le cose, mi facessi da più di quel che io sono, o che la speranza e l’occasione di sì bel suggetto mi agevolassi molto di facultà, o che (e questo dovevo preporre a ogn’altra cosa) la grazia di Dio mi somministrassi le forze, io la presi. E come si è veduto la condussi contra l’openione di molti in molto manco tempo, non solo che io avevo promesso e che meritava l’opera, ma neanche io, o pensassi mai sua eccellenza illustrissima. Ben mi penso che ne venissi maravigliata e sodisfattissima, perché venne fatta al maggior bisogno et alla più bella occasione che gli potessi occorrere, e questa fu, acciò si sappia la cagione di tanta sollecitudine, che avendo prescritto il maritaggio che si trattava dello illustrissimo Principe nostro con la figliuola del passato Imperatore, e sorella del presente, mi parve debito mio far ogni sforzo che in tempo et occasione di tanta festa, questa che era la principale stanza del palazzo, e dove si avevano a far gli atti più importanti, si potessi godere. E qui lascerò pensare non solo a chi è dell’arte, ma a chi è fuora ancora pur che abbi veduto la grandezza e varietà di quell’opera, la quale occasione terribilissima e grande, doverrà scusarmi se io non avessi per cotal fretta satisfatto pienamente in una varietà così grande di guerre in terra et in mare, espugnazioni di città, batterie, assalti, scaramuccie, edificazioni di città, consigli publici, cerimonie antiche e moderne, trionfi, e tante altre cose che non che altro gli schizzi, disegni e cartoni di tanta opera richiedevano lunghissimo tempo, per non dir nulla de’ corpi ignudi, nei quali consiste la perfezzione delle nostre arti, né de’ paesi dove furono fatte le dette cose dipinte, i quali ho tutti avuto a ritrarre di naturale in sul luogo e sito proprio, sì come ancora ho fatto molti capitani generali, soldati et altri capi che furono in quelle imprese che ho dipinto. Et insomma ardirò dire che ho avuto occasione di fare in detto palco quasi tutto quello che può credere pensiero e concetto d’uomo, varietà di corpi, visi, vestimenti, abigliamenti, celate, elmi, corazze, acconciature di capi diverse, cavalli, fornimenti, barde, artiglierie d’ogni sorte, navigazioni, tempeste, pioggie, nevate, e tante altre cose che io non basto a ricordarmene, ma chi vede quest’opera può agevolmente immaginarsi quante fatiche e quante vigilie abbia sopportato in fare con quanto studio ho potuto maggiore, circa quaranta storie grandi, et alcune di loro in quadri di braccia dieci per ogni verso, con figure grandissime, et in tutte le maniere. E se bene mi hanno alcuni de’ giovani miei creati aiutato, mi hanno alcuna volta fatto commodo et alcuna no. Perciò che ho avuto tallora, come sanno essi, a rifare ogni cosa di mia mano, e tutta ricoprire la tavola, perché sia d’una medesima maniera. Le quali storie dico trattano delle cose di Fiorenza, dalla sua edificazione insino a oggi, la divisione in quartieri, le città sottoposte, nemici superati, città soggiogate, et in ultimo il principio e fine della guerra di Pisa, da uno de’ lati, e dall’altro il principio similmente e fine di quella di Siena; una dal governo popolare condotta et ottenuta nello spazio di quattordici anni, e l’altra dal Duca in quattordici mesi, come si vedrà; oltre quello che è nel palco, e sarà nelle facciate, che sono ottanta braccia lunghe ciascuna et alte venti, che tuttavia vo dipignendo a fresco, per poi anco di ciò poter ragionare in detto Dialogo. Il che tutto ho voluto dire in fin qui non per altro che per mostrare con quanta fatica mi sono adoperato et adopero tuttavia nelle cose dell’arte, e con quante giuste cagioni potrei scusarmi, dove in alcuna avessi (che credo avere in molte) mancato. Aggiugnerò anco, che quasi nel medesimo tempo, ebbi carico di disegnare tutti gl’archi da mostrarsi a sua eccellenza per determinare l’ordine tutto, e poi mettere gran parte in opera, e far finire il già detto grandissimo apparato, fatto in Fiorenza per le nozze del signor principe illustrissimo: di far fare con miei disegni in dieci quadri, alti braccia quattordici l’uno et undici larghi, tutte le piazze delle città principali del dominio, tirate in prospettiva, con i loro primi edificatori et insegne, oltre di far finire la testa di detta sala, cominciata dal Bandinello; di far fare nell’altra una scena, la maggiore e più ricca che fusse da altri fatta mai, e finalmente di condurre le scale principali di quel palazzo, i loro ricetti, et il cortile, e colonne in quel modo che sa ognuno e che si è detto di sopra, con quindici città dell’imperio e del Tiruolo, ritratte di naturale in tanti quadri. Non è anche stato poco il tempo che ne’ medesimi tempi ho messo in tirare innanzi, da che prima la cominciai, la loggia e grandissima fabrica de’ magistrati, che volta sul fiume d’Arno, della quale non ho mai fatto murare altra cosa più difficile, né più pericolosa, per essere fondata in sul fiume e quasi in aria. Ma era necessaria, oltre all’altre cagioni, per appiccarvi, come si è fatto, il gran corridore, che attraversando il fiume, va dal palazzo ducale al palazzo e giardino de’ Pitti. Il quale corridore fu condotto in cinque mesi con mio ordine e disegno ancor che sia opera da pensare che non potesse condursi in meno di cinque anni. Oltre che anco fu mia cura il far rifare, per le medesime nozze, et accrescere nella tribuna maggiore di Santo Spirito i nuovi ingegni della festa che già si faceva in San Felice in Piazza, il che tutto fu ridotto a quella perfezzione che si poteva maggiore, onde non si corrono più di que’ pericoli che già si facevano in detta festa. È stata similmente mia cura l’opera del palazzo e chiesa de’ cavalieri di Santo Stefano in Pisa, e la tribuna, o vero cupola della Madonna dell’Umiltà in Pistoia, che è opera importantissima. Di che tutto, senza scusare la mia imperfezzione, la quale conosco da vantaggio se cosa ho fatto di buono, rendo infinite grazie a Dio, dal quale spero avere anco tanto d’aiuto che io vedrò quando che sia finita la terribile impresa delle dette facciate della sala, con piena sodisfazione de’ miei signori, che già, per ispazio di tredici anni, mi hanno dato occasione di grandissime cose, con mio onore et utile operare, per poi, come stracco, logoro et invecchiato riposarmi. E se le cose dette, per la più parte, ho fatto con qualche fretta e prestezza, per diverse cagioni, questa spero io di fare con mio commodo, poi che il signor Duca si contenta che io non la corra, ma la faccia con agio, dandomi tutti quei riposi e quelle ricreazioni che io medesimo so disiderare. Onde l’anno passato, essendo stracco per le molte opere sopra dette, mi diede licenza che io potessi alcuni mesi andare a spasso, per che messomi in viaggio cercai poco meno che tutta Italia, rivedendo infiniti amici, e miei signori, e l’opere di diversi eccellenti artefici, come ho detto di sopra ad altro proposito. In ultimo essendo in Roma per tornarmene a Fiorenza, nel baciare i piedi al santissimo e beatissimo papa Pio Quinto, mi comise che io gli facessi in Fiorenza una tavola per mandarla al suo convento e chiesa del Bosco, ch’egli faceva tuttavia edificare nella sua patria, vicino ad Alessandria della Paglia. Tornato dunque a Fiorenza, e per averlomi Sua Santità comandato, e per le molte amorevolezze fattemi, gli feci, sì come avea commessomi, in una tavola l’Adorazione de’ Magi, la quale come seppe essere stata da me condotta a fine, mi fece intendere che per sua contentezza e per conferirmi alcuni suoi pensieri, io andassi con la detta tavola a Roma, ma sopra tutto per discorrere sopra la fabrica di San Piero, la quale mostra di avere a cuore sommamente. Messomi dunque a ordine con cento scudi, che per ciò mi mandò, e mandata innanzi la tavola, andai a Roma. Dove, poi che fui dimorato un mese, et avuti molti ragionamenti con Sua Santità, e consigliatolo a non permettere che s’alterasse l’ordine del Buonarruoto nella fabrica di San Piero, e fatti alcuni disegni, mi ordinò che io facessi per l’altar maggiore della detta sua chiesa del Bosco, e non una tavola, come s’usa comunemente, ma una machina grandissima quasi a guisa d’arco trionfale, con due tavole grandi, una dinanzi et una di dietro, et in pezzi minori circa trenta storie piene di molte figure che tutte sono a bonissimo termine condotte. Nel qual tempo ottenni graziosamente da Sua Santità (mandandomi con infinita amorevolezza e favore le bolle espedite gratis) la erezione d’una cappella e decanato nella Pieve d’Arezzo, che è la cappella maggiore di detta Pieve, con mio padronato e della casa mia, dotata da me e di mia mano dipinta, et offerta alla bontà divina per una ricognizione (ancor che minima sia) del grande obligo c’ho con sua maiestà per infinite grazie e benefizii che s’è degnato farmi. La tavola della quale, nella forma, è molto simile alla detta di sopra; il che è stato anche cagione in parte di ridurlami a memoria, perché è isolata et ha similmente due tavole, una già tocca di sopra nella parte dinanzi, et una della istoria di S. Giorgio di dietro, messe in mezzo da quadri con certi Santi, e sotto in quadretti minori l’istorie loro che di quanto è sotto l’altare in una bellissima tomba i corpi loro con altre reliquie principali della città. Nel mezzo viene un tabernacolo assai bene accomodato per il Sacramento, perché corrisponde a l’uno e l’altro altare, abellito di istorie del Vecchio e Nuovo Testamento, tutte approposito di quel misterio, come in parte s’è ragionato altrove. Mi era anche scordato di dire che l’anno innanzi, quando andai la prima volta a baciargli i piedi, feci la via di Perugia, per mettere a suo luogo tre gran tavole fatte ai monaci neri di San Piero in quella città, per un loro refettorio. In una cioè quella del mezzo sono le nozze di Cana Galilea, nelle quali Cristo fece il miracolo di convertire l’acqua in vino. Nella seconda da man destra è Eliseo profeta, che fa diventar dolce con la farina l’amarissima olla, i cibi della quale guasti dalle coloquinte i suoi Profeti non potevano mangiare; e nella terza è S. Benedetto, al quale annunziando un converso, in tempo di grandissima carestia e quando a punto mancava da vivere ai suoi monaci, che sono arrivati alcuni camelli carichi di farina alla porta, e’ vede che gl’Angeli di Dio gli conducevano miracolosamente grandissima quantità di farina. Alla signora Gentilina, madre del signor Chiappino e signor Paulo Vitelli, dipinsi in Fiorenza, e di lì le mandai a Città di Castello, una gran tavola, in cui è la coronazione di Nostra Donna, in alto un ballo d’Angeli, et a basso molte figure maggiori del vivo, la qual tavola fu posta in San Francesco di detta città. Per la chiesa del Poggio a Caiano, villa del signor Duca, feci in una tavola Cristo morto in grembo alla madre, San Cosimo e San Damiano che lo contemplano, et un Angelo in aria, che piangendo mostra i misterii della Passione di esso Nostro Salvatore. E nella chiesa del Carmine di Fiorenza fu posta, quasi ne’ medesimi giorni, una tavola di mia mano nella cappella di Matteo e Simon Botti, miei amicissimi, nella quale è Cristo crucifisso, la Nostra Donna, San Giovanni e la Madalena, che piangono. Dopo a Iacopo Capponi feci, per mandare in Francia, due gran quadri: in uno è la Primavera e nell’altro l’Autunno, con figure grandi e nuove invenzioni; et in un altro quadro maggiore un Cristo morto sostenuto da due Angeli e Dio Padre in alto. Alle monache di Santa Maria Novella d’Arezzo mandai, pur di que’ giorni, o poco avanti, una tavola, dentro la quale è la Vergine annunziata dall’Angelo, e dagli lati due Santi; et alle monache di Luco di Mugello, dell’Ordine di Camaldoli, un’altra tavola, che è nel loro coro di dentro, dove è Cristo crucifisso, la Nostra Donna, San Giovanni e Maria Madalena. A Luca Torrigiani molto mio amorevolissimo e domestico, il quale desiderando, fra molte cose che ha dell’arte nostra, avere una pittura di mia mano propria, per tenerla appresso di sé, gli feci in un gran quadro Venere ignuda, con le tre Grazie attorno, che una gli acconcia il capo, l’altra gli tiene lo specchio e l’altra versa acqua in un vaso per lavarla; la qual pittura m’ingegnai condurla col maggiore studio e diligenza che io potei, sì per contentare non meno l’animo mio, che quello di sì caro e dolce amico. Feci ancora a Antonio de’ Nobili generale depositario di sua eccellenza e molto mio affezionato, oltre a un suo ritratto, sforzato contro alla natura mia di farne, una testa di Gesù Cristo, cavata dalle parole che Lentulo scrive della effigie sua, che l’una e l’altra fu fatta con diligenzia; e parimente un’altra alquanto maggiore, ma simile alla detta al signor Mondragone, primo oggi appresso a don Francesco de’ Medici principe di Fiorenza e Siena, quale donai a sua signoria per esser egli molto affezionato alle virtù e nostre arti, a cagione che e’ possa ricordarsi quando la vede che io lo amo e gli sono amico. Ho ancora fra mano che spero finirlo presto un gran quadro cosa capricciosissima che deve servire per il signore Antonio Montalvo signore della Sassetta, degnamente primo cameriere e più intrinseco al Duca nostro e tanto a me amicissimo e dolce domestico amico per non dir superiore, che se la mano mi servirà alla voglia ch’io tengo di lasciargli di mia mano un pegno della affezione che io le porto, si conoscerà quanto io lo onori et abbia caro che la memoria di sì onorato e fedel signore amato da me, viva ne’ posteri, poiché egli volentieri si affatica e favorisce tutti e’ begli ingegni di questo mestiero o che si dilettino del disegno. Al signor principe don Francesco ho fatto ultimamente due quadri, che ha mandati a Tolledo in Ispagna a una sorella della signora duchessa Leonora sua madre, e per sé un quadretto piccolo a uso di minio, con quaranta figure fra grandi e piccole, secondo una sua bellissima invenzione. A Filippo Salviati ho finita, non ha molto, una tavola che va a Prato nelle suore di San Vincenzio, dove in alto è la Nostra Donna coronata, come allora giunta in cielo, et a basso gl’Apostoli intorno al sepolcro. Ai monaci neri della Badia di Fiorenza dipingo similmente una tavola, che è vicina al fine, d’una Assunzione di Nostra Donna, e gl’Apostoli in figure maggiori del vivo, con altre figure dalle bande, e storie et ornamenti intorno, in nuovo modo accomodati. E perché il signor Duca, veramente in tutte le cose eccellentissimo, si compiace non solo nell’edificazioni de’ palazzi, città, fortezze, porti, logge, piazze, giardini, fontane, villaggi, et altre cose somiglianti, belle, magnifiche et utilissime, e comodo de’ suoi popoli, ma anco sommamente in far di nuovo e ridurre a miglior forma e più bellezza, come catolico prencipe, i tempii e le sante chiese di Dio, a imitazione del gran re Salamone, ultimamente ha fattomi levare il tramezzo della chiesa di Santa Maria Novella, che gli toglieva tutta la sua bellezza, e fatto un nuovo coro e ricchissimo dietro l’altare maggiore, per levar quello che occupava nel mezzo gran parte di quella chiesa; il che fa parere quella una nuova chiesa bellissima, come è veramente. E perché le cose, che non hanno fra loro ordine e proporzione, non possono eziandio essere belle interamente, ha ordinato che nelle navate minori si facciano, in guisa che corrispondano al mezzo degl’archi, e fra colonna e colonna, ricchi ornamenti di pietre con nuova foggia, che servino con i loro altari in mezzo per cappelle e sieno tutte d’una o due maniere. E che poi nelle tavole che vanno dentro a’ detti ornamenti, alte braccia sette e larghe cinque, si facciano le pitture a volontà e piacimento de’ padroni di esse cappelle. In uno dunque di detti ornamenti di pietra, fatti con mio disegno, ho fatto per monsignor reverendissimo Alessandro Strozzi vescovo di Volterra, mio vecchio et amorevolissimo padrone, un Cristo crucifisso, secondo la visione di Santo Anselmo, cioè con sette virtù, senza le quali non possiamo salire per sette gradi a Gesù Cristo, et altre considerazioni fatte dal medesimo maestro Andrea Pasquali, medico del signor Duca, ho fatto in uno di detti ornamenti la Ressurrezione di Gesù Cristo in quel modo che Dio mi ha inspirato, per compiacere esso maestro Andrea mio amicissimo. Il medesimo ha voluto che si faccia questo gran Duca nella chiesa grandissima di Santa Croce di Firenze: cioè che si lievi il tramezzo, si faccia il coro dietro l’altar maggiore, tirando esso altare alquanto innanzi e ponendovi sopra un nuovo ricco tabernacolo per lo Santissimo Sacramento, tutto ornato d’oro, di storie e di figure; et oltre ciò, che nel medesimo modo che si è detto di Santa Maria Novella, vi si faccino quattordici cappelle a canto al muro, con maggior spesa et ornamento che le su dette, per essere questa chiesa molto maggiore che quella. Nelle quali tavole, accompagnando le due del Salviati e Bronzino, ha da essere tutti i principali misterii del Salvatore dal principio della sua Passione insino a che manda lo Spirito Santo sopra gl’Apostoli. La quale tavola della missione dello Spirito Santo, avendo fatto il disegno delle cappelle et ornamenti di pietre, ho io fra mano per Messer Agnolo Biffoli generale tesauriere di questi signori e mio singolare amico. Ho finito non è molto due quadri grandi, che sono nel magistrato de’ nove conservadori a canto a San Piero Scheraggio, in uno è la testa di Cristo e nell’altro una Madonna. Ma perché troppo sarei lungo a volere minutamente raccontare molte altre pitture, disegni che non hanno numero, modelli e mascherate che ho fatto, e perché questo è a bastanza e da vantaggio, non dirò di me altro, se non che per grandi e d’importanza che sieno state le cose che ho messo sempre innanzi al duca Cosimo, non ho mai potuto aggiugnere, non che superare la grandezza dell’animo suo, come chiaramente vedrassi in una terza sagrestia, che vuol fare a canto a San Lorenzo, grande e simile a quella che già vi fece Michelagnolo, ma tutta di varii marmi mischi e musaico, per dentro chiudervi, in sepolcri onoratissimi e degni della sua potenza e grandezza, l’ossa de’ suoi morti figliuoli, del padre, madre, della magnanima duchessa Leonora sua consorte e di sé. Di che ho io già fatto un modello a suo gusto, e secondo che da lui mi è stato ordinato, il quale mettendosi in opera farà questa essere un nuovo mausoleo magnificentissimo e veramente reale. E fin qui basti aver parlato di me, condotto con tante fatiche nella età d’anni cinquantacinque, e per vivere quanto piacerà a Dio con suo onore et in servizio sempre delli amici e quanto le mie forze potranno in uno commodo et augumento di queste nobilissime arti.

FINE DELLA VITA DI G. V., PITTORE ET ARCHITETTO ARETINO