Lucifero/Canto settimo

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Canto settimo

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Canto sesto Canto ottavo
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CANTO SETTIMO





Argomento.


Storia d’Isolina. — Amore. — Sogno di felicità. — La lettera della madre. — Ultimo commiato. — Lontananza. — La giovinetta abbandona la famiglia e la patria; muove in traccia dell’amor suo, e perisce miseramente tra’ flutti. — Sorge dal sepolcro, ed apparisce a Lucifero; il quale, non potendo ridarle la vita, languisce nell’oblìo di sè stesso. — Una voce interiore lo richiama all’attività, e lo avverte della gran lotta preparata fra la Prussia e la Francia. — Egli ascende sulle Ardenne, e mira gli eserciti che si avanzano. — Alla vista delle aquile imperiali alza inutilmente la voce contro l’ingiustizia di quella guerra.


    Nè tu, dolce amor mio, saprai gli affanni
De la bella Isolina? Io, quando i cari
Giorni ripenso, che l’amor ne diede
Tutti sparsi di luce, e la promessa,
5Che all’incerto avvenir m’obbliga il petto;
E il ciel rigido miro, e con le cento
Ali del mio desir navigo il mare,
Calar veggio dal ciel, sorger dai flutti
Tanti neri fantasmi; una secreta
10Pena, un’angoscia indefinita e nova
S’apre nell’ondeggiante animo, e al triste
Caso pensando de la pia fanciulla,
Tremo nel cor, chiamo il tuo nome, e piango.
Giovinetta infelice! Un peregrino
15Raggio di verecondo astro parea
Nei passi suoi; fior di dolcezza ell’era
Negli sguardi e nell’anima; susurro
Di vespertino venticello estivo
Somigliavan sue voci, e ingenuo e schietto

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20Era l’amor, che le accendea la vita.
Un giovinetto dalla lunga chioma,
Esile e mesto e tutto alma negli occhi,
Era il dolce amor suo: povero ed egro
Vaneggiator, che le natíe contrade
25E la terra dei suoi padri e le sante

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Sguardo di ciel, che le vivea negli occhi,
Era la patria sua, l’aurea contrada
Dei sogni suoi; non là, dove la morte
40Sedea su le dilette ossa paterne,
Non là, dove nei suoi lutti racchiusa
Piangea la madre sua vedova e stanca.
Da quel giorno si amâr. Lepidamente
Lingueggiaron sui lor capi le sozze
45Ironie della plebe; ai giovanili
Passi, intèsta di fior, tese la rete
L’insidíosa ipocrisia; ma grande
Crebbe amor dai perigli, e furon saldi
Battezzati nel pianto i primi amplessi.
    50Scorrazzavano un dì, come fanciulli,
Per le aiuole fiorite. In un sereno
Mar di tiepidi raggi e di fragranze
Nuotavano le cose, e tutto fiori
Salía sui monti il giovinetto aprile.
55Dolcemente anelando ella si assise
Sotto il bruno laureto; e lieta in core
Di tanta festa di rose, di tanta
Gloria d’amor, con pueril rampogna
Provocava l’amico. — A nulla buono,
60Dicea, sei tu; girato ho in un istante
Tutto quanto il viale, e tutti ho colti
I suoi fiori più belli: ecco; — e su l’erbe
Sciorinava il suo bianco grembiuletto
Riboccante di fiori. Egli porgea
65Sorridendo la bocca, e, a nulla buono,
Dicea, son io fuor che a rubarti i baci.
Furtivamente fra le foglie e i rami
S’insinua il sole, e di minute e lievi
Agitate dall’aure ombre ricama
70Quelle giovani fronti e le diffuse
Vesti di lei, che in mezzo ai fior si asside.

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― Quanto devo all’amore, egli dicea,
Quanto alla tua pietosa anima io devo,
O mia buona Isolina! Agli occhi miei
75Cangiato è il mondo; di mai visti fiori
Mi sorride la terra; una lucente,
Indefinita regíon di sogni
Mi si schiude al pensiero, e la più bella
Delle speranze mie m’albeggia in core.
80Altr’uom son fatto. Ombre funeste e gravi
Tedj, e incessante fluttuar d’ignoti
Dubbj e fallace illusíon di sensi
Mi sembrava la vita: inutil gioco
Di crudeli potenze, agli occhi occulte,
85Ma paventate qual visibil cosa
Dalla paura onniveggente. In mano
D’un folle iddio balzar vidi la terra
Qual giocattolo frale; ai sanguinosi
Ludi, alle prede con ferin costume
90Correr le schiatte dei mortali; eterno
Gravar su le ribelli anime il piede
La matrigna Natura; e tra le spire
Di velenosi abbracciamenti, indarno
Tender la moribonda Arte a le stelle.
95Rider dovea, ma forse piansi. Al bieco
Occhio dell’uomo m’involai; coi morti
Vissi, e vaghezza d’ogni morta cosa
Ebbi così, che i miei giorni infelici
Sol ne la speme della morte amai.
100Qual or mi sia, nè il so; stupito io guardo
A me d’intorno, entro al mio cor, nè trovo
Me stesso in me: caro portento è questo
Ch’io sol devo all’amor! —
                                 Nelle tremanti
Mani, in tal dir, chiudea quella pensosa
105Picciola testa d’angeletta, e lunghe

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Lunghe carezze le facea coi baci.
Dei còlti fiori ella scegliea fra tanto
I più freschi, e i più belli; e mormorando
Un’allegra canzon de le sue valli,
110Giravali in ghirlanda, e col securo
Volo della ridente anima il giorno
Delle sue nozze precorrea.
                               — Di freschi
Fiori odorosi, io vo’ la mia corona
In quel giorno beato: a par di questa
115Tesserla io vo’ di zàgare fragranti,
Che a me son tanto care, e simbol sono
Del nostro amor: te ne rammenti? il primo
Foglio che mi scrivesti un conteneva
Di quei teneri fiorì. Oh! quanto allora
120Sarem felici! Andran confusi e tristi
I cattivi del mondo, e i nostri amplessi
Saran da Dio santificati. È amara
Cosa, me ’l credi, il mormorar del mondo
Fra due cori che s’amano: somiglia
125Sibilo di serpente in mezzo al canto
Melodíoso di felici augelli;
Grido somiglia di sinistro augello,
Che rompa a sera l’armonia d’un primo
Giuramento d’amor. No, no; non voglio,
130Che torva, oscura intorno a noi si aggiri
La maledica turba, e ne sia d’uopo
Velar di mal sofferte ombre il sorriso
De l’amor nostro immensurato: io voglio,
Che testimòni alla letizia nostra
135Sieno gli uomini e Dio; ch’arda di amore
Tutto il creato insiem con noi. Deh! affretta,
Giorgio, affretta quel dì! Non mi rincresce
Lasciar per te queste mie valli; il caro
Mio letticciòl, dove ho sognato e pianto

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140Tante volte fanciulla; i gelsomini,
Ch’ombran la mia finestra, e la gaggía,
Sai? la gaggía de l’orticel materno,
Ch’or principia a fiorir; non mi dà pena,
Che dir? non penso pur, che lasciar devo
145La mia povera mamma: io son cattiva,
Non è ver? ma per te! —
                              Gonfj di pianto
Gli occhi altrove volgea; sfogliava i fiori
Con inqueta mestizia, e riprendea
Poi con tremula voce:
                           — Io, sai? non voglio
150Viver lontan dalla tua mamma: un solo
Tetto ne accoglierà; seder mi è caro
Alla mensa de’ tuoi; guardar le stelle
Da le finestre della tua stanzetta;
L’aure spirar che tu spirasti; assisa
155Presso l’immagin del tuo caro estinto
Di te parlar con la tua mamma; seco
Portar la croce, e consolar d’alcuna
Speme di gioia il suo lungo dolore.
Questo è il mio sogno, questo sol; m’illude
160Forse l’amor? Tanto sperar mi è dato? —
Giunse un foglio in quel punto:
                                   — Unico mio,
Dal mio letto di spine, ov’egra e stanca
Di più lungo soffrir trascino i giorni
Della mia vedovanza, io ti sospiro,
165Io ti cerco dovunque, e le deserte
Braccia protendo, e non ti trovo, e piango.
Dove sei, dove sei, che più non torni
A questo petto abbandonato, a queste
Case del padre tuo, che, di te prive,
170Orbe son d’ogni luce, e fredde e mute
Sembran solo aspettar la morte mia?

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Dove sei, figlio mio, che più non odo
La voce tua; che più non torni a sera
A sedermi da canto, a dirmi i cari
175Sogni del tuo pensiero e i tenebrosi
Dubbj e l’ambasce d’un sorgente affetto?
Tutto, figlio, così, tutto oblíasti
L’affetto mio? Del genitor non serbi
Memoria alcuna? Ah! così nova terra
180Covre quei suoi diletti occhi, che calde
Son le ceneri ancora, e se tu il chiami,
Risponderà. Deh! così mesta e sola
Soffrir puoi tu, che da te lungi io cada?
Così dunque morire, anzi ch’io muoia,
185Deve la mia speranza ultima, e al piede
Mirar devo spezzato in un sol punto
L’estremo idolo mio? Già non fûr queste
Le tue promesse; e non cotal conforto
Da tanto amor m’impromettea! Lontano
190Dai piangenti occhi miei, fatto straniero
Al materno cordoglio, il fior tu libi
Delle gioie del mondo; io bacio i cari
Abiti tuoi; sfoglio i tuoi libri; il tuo
Letto, come solea, sprimaccio a sera
195Benedicendo; al solitario desco
La tua seggiola appongo; al consueto
Uscio origliando, a tarda ora, il tuo passo
Scricchiar da lungi inutilmente aspetto;
E forse allor che tu beato in braccio
200Dei tuoi rosei fantasmi erri i sognati
Campi dell’arte, ed all’amor sorridi,
D’ogni umano conforto abbandonata
La madre tua ti benedice, e muore! —
    Pallide e mute si guardâr negli occhi
205Quelle due fulminate anime. Ei sorse
Torbido, ansante, scompigliato; al petto

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Strinse l’amica: la baciò su ’l fronte
Mal frenando i singhiozzi, e una parola
Mormorò fra le labbra; ella il comprese;
210E, gittandogli al collo ambe le braccia,
In lagrime proruppe, e cor non ebbe
Di contendere il figlio a una morente.
    Ei partì con la notte. Alla finestra
Ella balzò; tenne il respir; fra l’ombre
215Perdersi udì i suoi passi; all’aure tese
L’anima tutta; aspettò ancor; le parve,
Che pentito ei tornasse; a una lontana
Voce tremò, chiamollo a nome; e quando
Stendersi agli occhi suoi squallidamente
220Vide il bianco viale, alla notturna
Brezza ondeggiar con murmure indistinto
Le due file d’acacie, e alla sinistra
Luna uggiolar sentì alla lunga i cani,
Sul freddo letticciòl, come insensata
225Cosa, piombò; nelle deserte coltri
Si serrò paürosa, e pianse e pianse.
    Toccò Giorgio il natío lido; anelando
Le vie percorse; alle paterne case
Volò; ma derelitta era la soglia,
230Sbattean le imposte abbandonate, e nera
Regina per li vuoti anditi, avvolta
Nelle vesti materne, iva la Morte.


Lucifero (Rapisardi) p141.png


...... e nera
Regina per li vuoti anditi, avvolta
nelle vesti materne, iva la Morte

(pag. 119)


Ei l’abbracciò; dei cari abiti ignude
Mostrò le scricchiolanti ossa del petto
235Quella fatal. Dov’è mia madre? ei disse,
Balzando indietro inorridito. Immota
Ella il mirò; dalle profonde occhiaje
Balenò un fatuo lume; armò le bianche
Mandibole d’un fiero urlo, e rispose:
240— La madre tua, tu l’uccidesti! Assisa
Ne la placida fossa ella ti aspetta! —

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Grido non diè, non diè gemito o pianto
Lo sventurato, e nelle grandi braccia
Abbandonossi di colei, che sola
245Di sue vedove case avea l’impero.
    Gravi fra tanto, angoscíosi, eterni
D’Isolina sul cor passano i giorni;
Passan sovra al suo cor gl’inganni alati
Del suo tempo felice, e più s’infosca
250Al cader d’ogni dì la sua speranza.
Dov’ei ne andò? Perchè non torna ai dolci
Nidi dell’amor suo? Nelle materne
Braccia obliò le sue promesse? Avvinto
D’un invitto dolor s’agita, o il freddo
255Calcolo sul gentil animo scende,
E a men umile preda il cor gli adesca?
Ella dubbia così: facil maestra
La lontananza è di sospetti, e fabro
Di torture il silenzio. Ai consueti
260Lochi si adduce; il solito viale
Percorre; nella memore stanzetta,
Presso il camin, di fronte al caro specchio
Spíator de’ lor baci, all’ora usata,
Tutti i giorni si asside; e poi che inganna
265Lungamente così l’ore infelici,
E tutta sola, abbandonata, incerta
Nell’oscuro avvenir l’anima affisa,
Co’l cor serrato indi si toglie, e al primo
Detto, che a consolarla alcun le porga,
270Rompe in lagrime amare, e altrui s’invola.
    Sinistramente al suo pallido volto
Irridevan le amiche; e l’affannosa
Anima crucíando ivan co’l vezzo
Di maligni sussurri.
                         — Un venturiero
275Era al certo colui!

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                           — Povera stolta!
Già toccar le parea gli astri co’l dito! —
— Altro! Prostrate e pallide al suo piede
Bice e Laura vedea!
                           — Cinta d’alloro,
Come le anguille, in groppa al suo poeta
280Credea varcar l’eternità!
                           — Ma il remo
Dice all’onda che passa: io ti saluto!
E l’ape dice al fior: verrò tra poco! —
— E l’ingenua sposina aspetta ancora
L’asin che voli, e l’amor suo che torni! —
    285Tanto dolor la povera Isolina
Onta cotal più non sostenne: ai cari
Tetti involossi; abbandonò nel pianto
La materna dolcezza; e, le notturne
Ombre spregiando e le natíe paure,
290La dolente sua vita al mar commise.
O il mar pietoso, il crudo mar! Dei suoi
Freddi baci l’avvinse; addormentolla
Nei letti suoi, pria che donarla al novo
Ferreo dolor che l’attendea sul lido.
    295Su la fossa di lei, presso a la sponda
Or Lucifero siede. Alta d’intorno
Spazia la notte; vaporosa e scarna
Tremula su le grigie acque la luna;
Ei grandeggia fra l’ombre; occulte voci
300Mormora il labbro suo: rupe il diresti,
Che, di fosco chiaror lambita ai fianchi,
Spinga ai venti la cresta, e di confuso



Lucifero (Rapisardi) p149.png


Ei grandeggia fra l’ombre; occulte voci
  Mormora il labbro suo: rupe il diresti,
  Che, di fosco chiaror lambita ai fianchi,
  Spinga ai venti la cresta,

(pag. 122)


Scroscio risuoni al dirocciar d’un rio.
Scuro e immoto così pende l’eroe
305Su la zolla pietosa. Amor, che preda
Fa di giovani vite, e nella cara
Lucida vita delle cose alberga,

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D’ansie superbe e di grandi ale instrutto
Penetra le nemiche ombre; víaggia
310Oltre la vita; e di regnar mal pago
Quanto al raggio del Sol vegeta o pensa,
Scende nell’urne a interrogar la morte.
Tremò allor su le care ossa la luce
D’un’azzurra fiammella: ambigua e lieve
315Lambisce il suol, palpita all’aere, ondeggia,
Color muta e sembianza, e ambisce al cielo.
Come al sole d’april, da le materne
Lucide foglie in vago giro inteste,
La candida magnolia alza il bocciòlo,
320Così dal grembo della fatua luce
Una bianca si svolge aerea forma,
Silenzíosamente. Il Pellegrino
Ravvisò la sua morta.
                            — Oh! così lievi
Son dunque i sonni tuoi, bella Isolina,
325Docil così, buona così è la morte,
Ch’anco una volta agli occhi miei ti assente? ―
Tremava ella, e tacea; languide intorno
Volgea le luci pe’l deserto lido,
Come chi chieda ai circostanti oggetti
330Una persona lungamente attesa,
E tutta in quel disío l’anima intenda.
— Oh! che chiedi alle mute ombre, che chiedi
Ai sordi astri, o fanciulla? Aprica e morta
È questa piaggia, e non ha fronda o fiore;
335Crudo e vorace è il mar: vecchio omicida
Ei s’accovaccia nella calma; infiora
D’albe spume gli abissi; ignudi e belli
Manda intorno a danzar silfi e sirene,
Che funesta han la voce; alita un cheto
340Sopor sovra le sue vittime; e quando
Più sicure esse van sognando il lido,

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Sbuca fuor dagli agguati orrido, e caccia
Su le rotte acque a gavazzar la morte.
Oh! che chiedi alla terra, al mar che chiedi,
345Sconsolata fanciulla? Ha stelle e fiori,
Stelle e fiori ha il cor mio! Se amor tu chiedi,
Vieni, il cor mio ti dò; vieni, e saranno
Pe ’l tuo morbido crin tutti i miei fiori,
Pe ’l tuo picciolo cor tutte le stelle! —
350Tremava ella, e tacea. Pallida e mesta
Cadea la luna; impallidía la bella
Sospirosa al partir; tendea le braccia
Egli, e gemea:
                  — Deh! non fuggir, t’arresta!
Son dell’amor, son tue l’albe dei cieli;
355Tue son le perle del mattin; tue sono
L’armonie di quest’aure; è tua la vita!
Vieni, vieni con me, vivi, e tríonfa
Dentro un raggio di Sol, dentro i diffusi
Regni del mio pensier! Dalle voraci
360Onde non io le tue candide membra,
Non io la tua beltà tolsi agli abissi,
Perchè deserta, in peregrina stanza
Ospite delle fredde ombre ti aggiri;
Nè alfin la morte al voto mio t’arrese,
365Perchè al tornar de la diurna luce
La negra terra ad abitar tu scenda.
No, non fuggir! Nè il suol, nè il mar, nè il cielo
Nè la morte ti avrà: l’amor ti spira
Vita più bella, ed all’amor vivrai! —
370Dicea, come piangesse, e facea forza
Di caldi amplessi e di sospiri al fato.
S’alza fra tanto il sole; ed ei su ’l petto
L’aure fugaci e il suo dolore abbraccia.
— Sorgi dal tuo dolor; cingi l’acciaro
375Degli ardimenti tuoi; di cose e d’opre

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Non di futili sogni amor si pasce.
Opra incessante è amor: vita all’inerte
Polve non spira ei già, ma su l’inerte
Polve l’onor d’illustri fatti accende.
380Non vedi tu qual turbine di guerra
Del provocato Reno agita i lidi,
E al suon delle fatali armi di Brenno
Tutte d’Europa impallidir le genti?
Funeste imprese il Sol vedrà. Dai campi
385Fulminati di Mario, ombre feroci,
Sorgon Teutoni e Cimbri, e infiamman l’ire
Dei nipoti d’Arminio. A gran tenzone
Due gloríosi popoli prorompono
Come oceàni. Mugola dai fondi
390Tenebrosi la Senna; e dall’inulto
Elba i carri fulminei a le vegliate
Mura di Faramondo Arminio avventa.
Sorgi; folle è colui che l’alma e il braccio
Spreca in vòta fatica: uom saggio e forte
395L’opra non gitta ad impossibil cosa! —
    Sentì la voce del suo spirto, e il core
Dell’eroe fiammeggiò. La cima attinse
Dell’ondísone Ardenne, e quinci e quindi
Le due genti mirò. Pari a procella,
400Che su’l mar piombi, le Borussie querce
Lascian le congiurate aquile al cenno
Del germanico Giove: orrendo al cielo
Mandan lo strido; scotono gli allori
Tríonfati in Sadòva; e un’omicida
405Smania di pugne in tutti i cor si desta.
Quanti dal boreale urto sospinti
Sovra il campo del mar rotano i flutti,
Tanti e alteri così levansi i figli
Della rigida Odèra; e quei vi sono,
410Che fermezza di membra e d’alma han pari

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All’ercinia materna alpe, e l’audace
Sassone, che nel freddo Albi s’infianca,
E il fedele ai suoi re Bavaro, onore
Dei vindelici piani; e quanta forza
415Di strenua gioventù fra la superba
Vistola e il serpeggiante Emo si accampa.
    Dall’onor di sì forte oste precinta,
Splendida come sol, move la possa
Di Brandeburgo. Rigida e severa
420L’augusta diva del pensier vien seco:
Prestantissima dea, che dalle fredde
Vigilie, onde le cose ultime indaga,
Vien dell’opre al fragor; popoli e prenci,
Duci ispira e guerrieri; inconsuete
425Armi rivela, ordigni nuovi appresta,
Terre esplora e nemici, e grande e prima
Sfida la morte, e del tríonfo è certa.
    Udì il suon di tant’armi, e tremò in core
L’avoltojo d’Asburgo: il sanguinoso
430Occhio, ove l’onta ardea di due sconfitte,
Rotò, scosse le cionche ali; ma rotto
Mirando al piè l’antico scettro e il brando,
A sazíar l’ira e la fame, il rostro
Nel sen dell’adescato Ungaro infisse.
    435L’udì la boreal Dania, feconda
Genitrice di popoli, e nell’armi
Tutta si strinse, e balenò. Nel fermo
Petto una tempestosa ira le rugge
Contro al superbo assalitor di genti,
440Che, di numero prode e di cor vile,
La sconfisse nel sangue; i palpitanti
Visceri le cercò, chiamò la belva
Dormitante su l’Istro; e nelle offese
Sedi di Sondemburgo, orridi in vista,
445Piombâro entrambi, e s’imbandîr la dape.

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    Ma nel cor non tremò, non trasse il brando
A far più salda la ragion dei forti,
La gloríosa itala donna. Assisa
Su la sponda regal d’Arno, secura
450Nella fortezza sua, le genti e l’opre
E la fugace ora propizia e il fato
Sagacemente interroga; compone
Le impronte ire dei figli; obliga al giogo
Del suo voler le avverse anime; affrena
455L’empia licenza popolar; flagella
L’ambigua turba, che nel dubbio annida,
Spregia il pazzo garrir dei suoi tribuni,
E, men d’acciar che di giustizia armata,
460Sul petto al vil Giudeo pianta il suo trono.
    Dentro la cerchia delle mura antiche
Non si contenne il valor Franco: al grido
Del vandalico orgoglio i minacciati
Campi invase terribile, nè volle
465Misurar l’armi ed aspettar la sorte.
Aquila, che dal curvo etere mira
Disertar su la fosca alpe i suoi nidi,
Gli accorti agguati e le fulminee canne
Del cacciator non sa; piomba dall’alto
470Con orribile strido, e pugna, e muore.
    — Dove corri, o fatale aquila, al lampo
Dell’orgoglioso tricolor vessillo
Lucifero gridò; figli dell’armi,
Dove correte voi? Grido di oppressi
475Non vi chiamò, non amor patrio accese
Tanto vampo di guerra: incoronata
Di gloria, delle genti arbitra regna
La patria vostra, e sol co’l nome impera.
Chi snudò prima il brando? Il fier consiglio
480Da che labbro partì? Chi le secure
Aure turbò di tanta pace, e immerse

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In un mar di perigli il luminoso
Trono di Lui, c’ha di saggezza il vanto?
Fu la malnata idra plebea, di bieco
485Livor pasciuta. Abito assunse e volto
Di libertà; con tumida parola
Provocò le dormenti ire; commosse
Con sonante lusinga il cor dei forti,
Piaggiò con prostituta arte la turba
490Non d’equità ma di vendetta accesa,
Quando nella bugiarda alma un’obliqua
Ambizíon fea nido e sotto al manto
Involava a mortal guardo il venduto
Stilo di Ravagliacco e il cor di Giuda.
495Così strisciando tortuosamente
All’aureo cocchio arrampicossi, dove
Sedea, temuto Automedonte, il senno
Di Bonaparte. A lui si assise accanto
Con ipocrito ghigno; un sopor lieve
500Nella mente gl’infuse; oscurò il lume
Dei veggenti consigli; ond’ei le forti
Redini rallentò su le spumanti
Briglie dei corridori. Un urlo mise
L’empia gorgòne; in piè balzò; disperse
505Co’l freddo soffio le veglianti cure,
Che custodían con cento occhi il governo,
E dall’altezza dei lucenti alberghi
Per la lubrica china i fieri alípedi
Abbandonò. T’arresta, empia e mentita
510Furia! E tu, se alcun raggio anco ti avanza
Dell’antica virtù, se t’arde ancora
L’onor di Francia e la tua gloria i polsi,
Sorgi, e imponi il tuo nume, o sir dai pronti
Accorgimenti e dalle pronte spade!
515Sorgi; alla furibonda idra le cento
Creste conculca; e a questa rea, che il freno

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Con falsi nomi all’oprar tuo contende,
La man caccia su’l volto, e la sbugiarda!
Ahi, che al vento io favello! Armi, armi, grida
520Dal mar britanno alla regal Pirene