Opere (Dossi) I/Preludio

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Primo Levi (1853-1917)

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Opere (Dossi) I L'Altrieri
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P R E L U D I O

a questa edizione delle opere di Carlo Dossi




Dall’altrieri a domani.


Autore ed editore si sono accordati nel desiderio che queste opere — tornanti ora in luce sotto un patrocinio librario che assicura loro per la prima volta la più vasta diffusione — fossero ripresentate al pubblico da me; non solo perchè fui tra i primissimi ad ammirar Carlo Dossi e ad amare Alberto Pisani, bensì anche perchè — quantunque nato a Ferrara e vivente a Roma da trentun anni — io sono ancora forse il solo milanese che abbia intimamente vissuto il momento intellettuale di Milano in cui queste opere comparvero, suscitando una sorpresa fatta di ammirazione in alcuni, di indignazione nei più.

E scrivere del Dossi dopo un lungo silenzio era in me desiderio ormai antico, epperò tanto più vivo; pure, nel momento di realizzarlo, per soddisfazione dei due interessati e mia, una intensa esitazione mi tenne non piacevolmente sospeso: esitazione non letteraria soltanto, ma ancor più, assai più, sentimentale: era, infatti, non La sola vita di Alberto Pisani — vita scritta — che avrei rievocato; ma la vita vera di lui, di me e di quella miglior parte di noi che ci aveva improvvisamente lasciato e che di [p. vi modifica]noi aveva portato seco quasi intera la più bella virtù: quella reciproca bontà tollerante e operosa, che — indoli troppo conformi come eravamo noi altri due per potere senza urto accostarci — ci aveva aiutati ad amarci in lui; in lui che aveva amato entrambi con quell’altruismo unico per cui aveva visto nella nostra fortuna la sua, e aveva fatto della nostra la sua felicità.

Dico di Luigi Perelli, del quale i lettori vedranno più oltre, in questo e nei successivi volumi, quel che la onesta verità e l’affetto riconoscente hanno suggerito a Carlo Dossi; vedranno, così, nella Etichetta al Campionario:

“.... Passiamo, per ora, nella galleria de’ Ritratti umani, dove tutte si accumulano le nubi del cielo mio, dove i colori bui e l’aggrondatura predominano, a somiglianza di quelle caliginose imagini di antenati che nei palazzi patrizi occhieggiano biechi i loro rachitici successori, e sostiamo nel gabinetto d’introduzione, che reca i nomi dei due pittori colleghi, cioè il mio e quello di Luigi Perelli.

In questo stanzino non vedete ritratti di una sola classe di gente, ma sono appese a mo’ di campione, figure tolte qua e là. Quando infatti le segnavamo, l’idea di farne una metodica collezione non ci aveva ancor visitati.

Di chi sia questo, di chi quel bozzetto, non vi saprei oggi dir con certezza. Non mai collaborazione letteraria fu più intima, più appassionata di quella tra Perelli e me. Eravamo allora (e diciasette anni sono scorsi) all’equatore della nostra amicizia. Possedea Gigi tutto ciò di cui io mancavo: bello aspetto, buon senso, pronta e smagliante parola, una audacia che, senza mai confondersi colla sfacciatagine, rovesciava d’assalto qualsiasi diffidenza, un’onestà, sovratutto, abbigliata di allegria, che, quanti cuori toccava, avvinceva. In me, invece, il pensiero, benché pigro e lambiccato, profondo, una dottrina fatta di pazienza e fatica, una ostinazione che mi rendeva capace, non solo d’ideare un lavoro, ma di cominciarlo, e quel ch’è [p. vii modifica]più, di finirlo: oltracciò, molta malinconia, e, in utili dosi, cattiveria e mattia. Per servirmi di una metafora, che, a volta sua, può veramente dirsi di zecca, Perelli era, in quel tempo, la lega del mio fino. Io conferivo l’intrinseco valore alla moneta della nostra alleanza, esso gliel manteneva, rendendo più duratura l’impronta, e più resistente, nei giri del commercio, il tondino. Oggi, ahimè! a contatto di perfidi reagenti, i due metalli slegaronsi; il mio, va consumandosi rapidamente, il suo non ha quasi più prezzo.

Oh, come io le ricordo quelle sere dei lunghi inverni di Lombardia sì favorevoli all’amicizia, quando, nella mia cameretta, accanto al camino, con una graziosa canina in grembo, la Tea, aspettavo Gigi, cercando intanto su le rocciose montagne del mio pensiero i fiori più rari per offrirgliene un mazzolino! Ma Gigi tardava troppo, e sotto il sollione della mia fantasia, il mazzetto si distillava e mutava in una fiala di essenze acutamente insopportabili. Finalmente, il suo franco passo si udiva. Egli aveva le chiavi di tutta casa mia, e cosi del mio cuore. Tea si alzava di soprassalto e correa, squittendo di gioia, ver' lui. Io, assai meno umano di quella bestiuola, lo accoglievo, di solito, con asprezza. Prigioniero volontario di me medesimo, indispettivomi quasi della sua libertà. Ma il rabbuffo era la folata di vento che fuga le nubi. Tutto a pace invitava. Tea, sazia di baci, aveva già preso possesso del mantellone del suo e mio amico, e ci si addormiva. Scoppiettava il fuoco nel caminetto; brillava nelle tazze il barolo e negli occhi di Gigi l’arguzia. Gigi era, a quell’epoca, forse pel quotidiano contatto con Giuseppe Rovani, in una tale sovraeccitazione intellettuale, che, a trattenersi seco mezz’ora, s’immagazzinava ingegno per una settimana. Epigrammatici lampi, frasi degne or di scatolino e bambagia, ora di marmo e di bronzo, un subbisso d’imagini e tutte nuove fiammanti, comiche antitesi e osservazioni savissime si rincorrevano senza riposo sulle sue labbra. Ma, noncurante dell’avvenire, come colui che ha sempre piena la borsa, ei prodigava ogni cosa dalla finestra. A me, invece, che conoscevo quanto costin le idee, sapeva male di veder tanta ricchezza sciupata, e avaramente la mettevo a registro. Così i nostri convegni [p. viii modifica]alternavansi di parole e di scritto, come udienze curiali; nè si fissavano in essi solo dizioni, ma schemi di opere e talvolta anche intieri bozzetti, ai quali poi il nostro buon Cletto Arrighi dava ospitalità nella sua Cronaca Grigia.

Ripeto: non sarebbe possibile oggi di dire, dove, nei quattordici schizzi che costituiscono il presente volume, finisca la frase o il concetto di Gigi Perelli e principino i miei. Questo libro non può quindi scender nel pubblico che come in lui scese, nel 1866, il nostro primissimo saggio, cioè coi due nomi riuniti„.

Così Carlo Dossi con onesta verità e con affetto riconoscente, in Roma, il dì 24 giugno 1884, pubblicando il Campionario dei ritratti umani.1 Ma così, oltre che del Campionario e della Rovaniana e di Ona famiglia de Cilapponi — i quali compariranno in questa edizione come opere d’entrambi — avrebbe egli potuto e potrebbe sempre, se ahimè! non gli sembrasse d’avere scritto abbastanza, dire di tutta la sua vita, la quale, anche dopo che i due metalli slegaronsi, fu così fusa e confusa con quella di Gigi, che a poter far delle due una sola si sarebbe avuto il vero, completo, impareggiabile capolavoro umano. Gigi fu infatti, per lunghi anni ancora, non solo la lega del metallo da cui era costituita l’intelligenza letteraria di Carlo Dossi, ma il mezzo per cui Alberto Pisani comunicava col resto della umanità. La loro fu, assai più che una collaborazione artistica, una completa comunione dell’esistenza, che l' uno viveva per l’altro, e nella quale non ho rimorso d’essere entrato terzo, se Gigi tanto si compiacque di me, e se oggi, a trentotto anni dal giorno in cui Gigi incominciava ad amarmi grazie alla mia ammirazione pel Dossi, io posso ripresentare questi al pubblico [p. ix modifica]con un’ammirazione più cosciente di quella che mi dettava il primo mio libro, ma non meno viva, e con assai più speranza di essere seguito2. Poichè la rinnovata lettura del Dossi vinse la mia intensa esitazione. Ma, come continuò poi a scrivere da solo così, anche da solo Carlo Dossi avrebbe certo incominciato e proseguito, poichè era nato scrittore.

Nato anzitempo il 27 marzo 1849 fra gli orrori della fatai Novara, da una madre che li fuggiva, ma aveva pur sempre in Carlo Alberto una patriottica fede, nato dairunione di due sangui, nei quali brillavano insieme genialità e sentimento, i Quinterio e i Pisani Dossi, lombardi e piemontesi, Carlo Dossi incominciò infatti a scrivere quando incominciò a pensare: la prima collaborazione d’Alberto e Gigi fu del 1865: una commediola, Lodovico Ariosto, da recitarsi a Sannazzaro de’ Burgondi dai bimbi dell' Asilo di donna Claudia Antona-Traversi, commedia i cui figurini furono disegnati e dipinti da Tranquillo Cremona; ma già era suo, del 1862, un poema in ottava rima (due canti e frammenti) La caduta di Milano; già dei 1861 un Don Chisciotte della Mancia, e di quel torno epigrammi e versi In occasion d’on invit a festa de ball; poi del 1864 una tragedia in due atti, La cacciata dei Re, rappresentata l'anno dopo dalle marionette d’Albertino, alle quali davan voce, oltre a lui, il fratellino Guido, il biondo e bello e di gentile aspetto, fondatore del Guerino, che ebbe sorte sì diversa da quella ch’ei meritava, e uno Zelbi, che fu il primo amico di Gigi, e Gigi stesso, che allora appunto compariva sulla scena vera d’Alberto. [p. x modifica]Ed eccoci col 1866 a quei Due Racconti in comune, a cui Carlo Dossi alludeva nella prefazione del Campionario, e a proposito dei quali Cletto Arrighi gli scriveva3:

      Caro Dossi,

È qui Perelli che mi parla di voi, e mi dice che avete bisogno di conoscere ciò che valete, e d’essere, una volta per sempre, persuaso del vostro talento. Quello che Perelli vi avrà detto, che io gli dissi di voi saranno 20 giorni, è pura verità. Ho trovato nel vostro stile, che per me vuol dir tutto, ciò che formerebbe fra 20 anni un immortale se gl’immortali fossero ancora possibili. Se io non ne ho parlato ancora come avrei pur voluto, incolpatene quei miei elettori che mi credettero, contro ogni, non dirò merito, ma inclinazione, adatto a far il deputato. Tanto più che mi hanno rubato il vostro libro e che vi toccherà spedirmene un altro. Anzi vi prego di farlo subito; giacchè io ho letto il primo che mi avete dato, voglio dire il volume, ma sul secondo che mi darete voglio far la critica circostanziata e ragionata per farvi vedere a fondo come io vi ami senza conoscervi.

Dal canto vostro dite a Perelli che anch’esso continui, perchè vi sta a pari, e credetemi vostro

Carlo Righetti.


Voglio conoscervi, venite domani alle 7; vi aspetto; addio.

Casa. 18-6-67.

Naturalmente, il Dossi non andò, Cletto Arrighi lo attese indarno, come indarno l’attesero poi molti insigni e cari uomini, poichè egli aveva la fobia del [p. xi modifica]contatto umano, diffidente com’era, più che degli altri, di sè, e timoroso sempre che a lui vivo avvenisse quel che nella sua Vita di Alberto Pisani temeva il suo eroe innamorato di donna Claudia Salis: che, cioè, “presentandosi, perderebbe ad un tratto quel fil sottile di amore, che con sì grande fatlea avea giunto, e dopo tanto desio„. Ma, chiuso come si teneva, continuava a scrivere, il che era la sua maniera di vivere; ed ecco nel 1867 altro suo racconto, soltanto suo stavolta: Per me si va tra la perduta gente4; ed altri, cominciati e non finiti: Erano giunti al pianerottolo dello scalone, Il mio merlo, L’amore è prurito, Zolfanelli alla prova.

Ma il 1867 era di più, assai di più, l’anno di nascita della Palestra Letteraria Artistica Scientifica. La quale, come in quei primi vagiti letterarii il volume che, secondo la scelta fatta ora da Carlo Dossi, meritava d’inaugurare questa edizione, aveva avuto anch’essa i suoi predecessori in un giornalismo infantile, iniziato nel 1863 con La trombetta, due o tre numeri scritti a mano dal Dossi e dal fratellino, che li vendevamo ai parenti ed agli amici di casa a cinquanta centesimi il numero, e di cui, ahimè, non si son potute trovare più copie; poi trasformati in un Giornale per le famiglie, di cui non fu scritto che un numero, che però conteneva — nientemeno! — articoli sopra La convenzione (di settembre), Lumi sull’antica scrittura egizia, seguiti da una grammatica, un Progetto d’imposta lucrosissima allo Stato, Lettere chinesi, Enigma, Sciarada, Rebus, Annunci, tutta roba in cui la prosopopea infantile annegava in una satira spontanea, in un [p. xii modifica]umorismo maggiore assai dell’età, e che rivide, così per modo di dire, la luce nel L’Aurora, 1864-65, quattro numeri litografati, che l’anno di poi si trasformarono nell'Album della Società del Pensiero, album diggià scientifico e letterario, di cui uscì stampato il primo numero — furono due in tutto — il 27 marzo 1866, ed era l’organo di una Società fondata l’anno ’65 14 marzo — per opera Pisani-Perelli, con sette soci.

Il primo numero comprendeva articoli sopra Le crociate, Le campane, Il cappello, Il globo, il principio di un racconto: Letterata e beghina. Col secondo numero — 30 aprile 1860 — si sospendeva la pubblicazione dell’Album “per eventualità di guerra„; e così rimanevano inediti — poverini! — questi manoscritti:

Scoperte sulle origini dello stuzzicadenti (per incarico di L. P. presidente), Un viaggio alla ricerca dell’origine d’un filo di ferro, Osservazioni sopra due vasi antichi, La Pena di morte, Immaginazione e calcolo, Osservazioni contro il cristiano uso della inumazione dei cadaveri (Paolo Gorini era già, si vede, nell’aria) tutta fatica particolare di Alberto Pisani, il quale era lo sgobbone — geniale sgobbone! — della congrega; più le Discussioni fra il sole e la luna, in cui si rinnovava la sua collaborazione con Gigi Perelli.

Ma la guerra, le sue speranze, le sue delusioni, maturavano gli spiriti giovinetti; e all’Album della Società del Pensiero, tentativo ancora incerto ed amorfo, ecco succedere nel 1867 la Palestra Letteraria Artistica Scientifica — Periodico edito a spese e per opera di una società di giovani autori.

Naturalmente siamo ancora, sempre: fuori commercio. Il denaro, oibò! Invece, l’altruismo anche nella forma più spirituale. La Palestra, diretta da [p. xiii modifica]Gigi, ma nata anch’essa dalla sua comunione con Alberto, era infatti il campo aperto dai due adolescenti ai loro coetanei di tutta Italia, sotto la guida e il consiglio di una Commissione esaminatrice dei lavori da pubblicarsi, di cui fecero subito parte (dicembre 1867) — tanto la suggestiva e generosa pensata commuoveva i maggiori! — Cletto Arrighi, Graziadio Ascoli, Bernardino Biondelli, Luigi Cremona, Paolo Ferrari5, Leopoldo Marenco, Vincenzo Masserotti, Alberto Mazzucato, Giuseppe Pellegrino, Giuseppe Rovani, Giovanni Schiaparelli.

Ad essi si univano nel marzo 1868 Luigi Sailer, l’educatore squisito, che Milano a torto ha dimenticato; nell’aprile 1869 Vittorio Bersezio, Francesco Dall’Ongaro, F. D. Guerrazzi, Achille Mauri, Giovanni Prati, Niccolò Tommaseo, Atto Vannucci; e nel 1870 Aleardo Aleardi, Cristina Belgiojoso, Luigi Bombicci, Giosuè Carducci, Luigi Cibrario, Augusto Conti, Cesare Correnti, Paolo Emiliani Giudici, Arnaldo Fusinato, David Levi, Terenzio Mamiani, P. S. Mancini, Paolo Mantegazza, Giuseppe Regaldi, Gabriele Rosa, Luigi Settembrini, e per ultimo — in onor della vigna — Graziano Tubi.

Il fiore d’Italia, come si vede. E non davano il nome soltanto. I loro giudizi, pubblicati nella Palestra, ancor più del valore dei lavori novizi che essi esaminavano, possono dare oggi ancora un’idea delle tendenze d’allora, rappresentate da quelli che erano in realtà tutto quanto il nostro paese dava allora di meglio. Nè tendenze letterarie soltanto: la vita della Palestra fu, come doveva essere, una [p. xiv modifica]vita battagliera; e, se vi fu in essa e per essa un incidente Guerrazzi, non mancò l’incidente Gorini, a proposito del contegno tenuto dall’Istituto Lombardo verso il creatore della geologia sperimentale, del quale la Palestra, anche tacendo, organizzava poi a mezzo delle anime sue nel 1872 quegli esperimenti vulcanici, che fecero accorrere tutta Milano ed ebbero eco in tutta Italia, ma, malgrado l’evidenza del loro meraviglioso fondamento scientifico, non valsero a farsi dare ragione dai geologi patentati; come poi la parola di Agostino Bertani e di Giovanni Cantoni non valse, Gorini morto, ad assicurare all’Italia e alla scienza il suo patrimonio intellettuale, poiché l’Italia, come quelli de la Riforma e quelli della Rivoluzione, ebbe, ed ha, tutti i Precursori, ma di ben pochi si è valsa e si vale.

Ufficio di Direzione — avvertiva il fascicolo della Palestra, che avrebbe dovuto essere, ma naturalmente non fu mai, mensile — Via Monte Napoleone 26; ed era uno stanzino ampio e basso, quasi un sottoscala, a mezza scala dell’appartamento che la famiglia Pisani abitava al secondo piano: stanzino ove Alberto aveva sin da principio rinunciato a metter ordine, ove Primo tentava di riuscirvi quando Gigi era fuori, e ove Gigi si ritirava a riposare lavorando all’albeggiare dopu avere rincasato, così per modo di dire, Rovani; appartamento ospitale se ve ne fu mai, di quella ospitalità cordiale e lieta, semplice e grassa, ch’era allora la caratteristica dell’alta borghesia milanese, in cui si confondevano e fondevano la nobiltà che volontariamente scendeva ed il popolo che meritamente saliva. E da nobili quali erano, si erano i Pisani Dossi fatti borghesi, pure rimanendo signori; come alti borghesi [p. xv modifica]si erano resi volontariamente, da nobili che erano, originarii di Lodi, quei banchieri Quinterio, dai quali usciva donna Ida, la madre del Nostro: quei Quinterio ai quali molto era costata l’amicizia — non memore poi abbastanza — di Enrico Cernuschi, come ad entrambi i ceppi, il patriottismo. La liberazione recente, il benessere generale, il lavoro facile e rimuneratore, effondeva, come nell’aria della città, nell’interno delle famiglie, una bonarietà sorridente e ridente, che si compiaceva della vita propria e dell’altrui, vita fatta di buona tavola, eccellente cantina, coltura sincera, spontaneo umorismo; sicchè, se Gigi, impersonante il Gran Rabadan, poteva il giovedì e sabbato grasso percorrere il Corso sul carro carnascialesco, e rappresentar poi Meneghino a Roma, tra gli evviva di tutta la popolazione consenziente e plaudente, un raggio di letizia ben nutrita splendeva in ogni casa.

E in quella più specialmente, ov la bontà s’era sposata all’ingegno, e che però a due battenti s’apriva a quanti buoni e geniali vi faceva convenire fortuna, da Tranquillo Cremona, ancor tutto elegante come la sua prima maniera, a quel mingherlino e pallido Primetto, milanese ancor di Ferrara, che, sotto la materna carezza di donna Ida, scioglieva spesso in lacrime dolci la naturale mestizia.

E là, e così, nacque nel 1868 L’Altrieri.

Nacque, è proprio il caso di dire, perchè, mentre si diceva e voleva essere semplicemente del nero su bianco, era, più e meglio di un libro, una creatura vivente. In tutto, cento copie, due delle quali in carta di lusso ed una in carta comune l’autore regalava a sè stesso con questa dedica: Al mio simpatico amicone A. Pisani — Carlo Dossi. Ma quel simpatico era una vanteria, poichè sin d’allora l’uomo, [p. xvi modifica]dieciottenne appena, e lo scrittore, novellino benché già tanto fecondo, incominciavano ad essere malcontenti di sè. Epperò anche degli altri. Incominciavano appena, perchè ancora non si conoscevano o non credevano di conoscersi, ed erano ancora di sè poco preoccupati. I Due racconti avevano trovato amica la stampa, rappresentata in tutto dalla Cronaca Grigia (17 marzo 1867) e dalla Platea (27 maggio 1867) ove ne aveva scritto Daniele Rubbi, che doveva poi divenire, e rimanere per molti anni, redattore di quella Perseveranza che invece, per prima, all’apparir del L’Altrieri, scandalizzò.

Quando nel maggio 1881 la Riforma — il giornale, come fu chiamato, dei siculi-ambrosiani — ne pubblicò la seconda e terza edizione, Cesare Correnti, lo stilista impeccabile, al quale lo scrupolo eccessivo della perfezione impedì di produrre quanto avrebbe potuto e dovuto, scriveva all’autore:


            Caro Dossi,

Dunque non mi avete dimenticato del tutto. Vero è che ora vi professate amico solo letterario.

Ma accetto anche questo tozzo d’amicizia. Non vedendovi più da un pezzo credevo che aveste scoperto in me qualcuna delle molte cose che mi dispiacciono, ma di cui non so guarire. Sarà pur troppo così. E non vi dico di essermi amico non solo per le 24 lettere dell’alfabeto, ma anche pel cuore, perchè ormai non mi avanza più che la memoria del cuore — cadavere insepolto.

                                                                                           C. Correnti.

E nel 1881 Cesare Correnti — il quale, pur non essendo mai stato un rivoluzionario letterario, mostrava di tener tanto al rivoluzionario Dossi — aveva già da gran tempo cessato d’essere un rivoluzionario politico. [p. xvii modifica]

Or come mai L* Altrieri, e ancor più la Vita di Alberto Pisani, che lo seguì nel 1870, provocarono sì violenta tempesta?

G. P. Lucini, amico recente ma intuitivo quanto affettuoso di Carlo Dossi, fa precedere a questa ed alle altre opere del Nostro, brevi cenni bibliografici, in sui sono riassunte le loro fortune; ma quel che varrebbe la pena di riprodurre intero è l’ambiente in cui specialmente quelle due si presentarono. Quella stessa soddisfazione che rendeva così gradevole l’ambiente famigliare, faceva infatti eminentemente conservatore il publico ambiente: conservatore non solo in politica, ma in tutte le espressioni della vita e delle sue forme intellettuali. Si era tanto penato a raggiungere la libertà, che sembrava ai più offesa alla libertà l’uso il più onesto e corretto che della libertà far si volesse. Rovani, con la magnifica spregiudicatura che usciva dai suoi Cento Anni, era non men tollerato che ammirato; ma quanto alle altre forme di novità letteraria ed artistica, esse trova- . vano sbarrate tutte le porte della intelligenza comune.

Così la fortuna avversa al Dossi, era quella stessa che era avversa ad Arrigo Boito, ad Emilio Praga, a Giuseppe Grandi, quando dalla compostezza del Beccaria passò all’arditezza del Paggio di Lara, a Tranquillo Cremona, quando la sua seconda preludiò alla sua terza maniera, la maniera che, invece di una illusione fatta di tela e di colori, voleva darci una verità fatta di vita: bellezza e sentimento. E se nella Perseveranza vi era chi doveva definirla, quella pittura, la pittura di un ubbriaco di vino fradicio, ed ancora nel 1872 il Maramaldo del Pagliano otteneva all* Esposizione il gran premio contro il Cristo deposto e la Madonna di Morelli, nulla di strano che [p. xviii modifica]nel 1868 e nel 1870 U Altrieri e la Vita di Alberto Pisani facessero scandalo, e per Donna Paola, e per tutte le altre donne, femmine e maschi, che temevano di dare un passo avanti.

Tanto maggiore scandalo, in quanto se ne faceva paladino quell’originale di un Cletto Arrighi, il quale, lontano assai dalla sua decadenza, in gestazione del Teatro Milanese, votava da deputato in Parlamento pel Macinato, illudendosi che il macinato avrebbe fatto precipitare la Destra dal potere, ed offriva gratis la sua Cronaca Grigia agli abbonati di quel Gazzettino Rosa, che valeva quel che valeva, e che era stato sospeso, per la buona ragione che tutti i suoi redattori erano chiusi nel forte del Bormida.

Erano i momenti della Regìa, del processo Lobbia e delle relative dimostrazioni; poi di Sedan col crollo dell’Impero, di queir Impero che era stato sino ài dì prima il sole di tanta parte di Milano e di tutta Lombardia, riconoscenti sin troppo allora, e oggi non forse abbastanza, al Liberatore; precipitava un mondo, bisognava affaticarsi a tener su il resto del sistema planetario. Non solo, ma duravano ancora gli echi di quella che era stata, e doveva rimanere ancora per tanto tempo, la questione della lingua. E, a dir vero, Carlo Dossi aveva messo non poco del suo nelle ostilità che la libertà eccessiva, le licenze ch’ei si prendeva dovevano inevitabilmente provocare. Manzoni aveva appena legiferato, e questo sbarbatello oava rinnegarne così sfacciatamente le Tavole?!

Arcad a l’arma!... Addoss a Codeghin!
E i Arcad, giò fioj, frin frin frin, frin.6

[p. xix modifica]

Ma, indipendentemente dalla questione della lingua, l’originalità organica di questi libri non poteva a meno di disorientare a tutta prima anche i lettori più spregiudicati. Si era veramente dinanzi ad uno scrittore nuovo, nuovo di una novità, non solo sostanziale — questa sarebbe stata avvertita intanto dai più intelligenti — ma anche formale; e, se per la forma dei cappellini basta la voga della modista e la marca vera o falsa di Parigi, in arte e in letteratura novità non si fa strada da sè, dev’essere, per far colpo, preceduta, o almeno accompagnata, da quel più efficace dei richiami che è lo scandalo, non artistico o letterario, ma sociale, mondano. Or, che scandalo mai — fuor che letterario — poteva dar Carlo Dossi, che s’ostinava a tener chiuso il suo guscio vivente a quelli stessi che più amorevolmente tentavan d’aprirlo? Pur diffidando di trovare lettori, ei s’ingegnava più che poteva a non averne, pel nudo delle sue edizioni oltre che per la forma dei suoi libri. Sicché, se l’attacco dei pochi che allora se ne occuparono fu, peggio che ingiusto, cieco, l’assai peggiore indifferenza dei più fu, se non equa, neppure ingiusta, o almeno ingiustificata.

Quella che veramente rimase inesplicabile fu la limitata fortuna che ebbero L*Altrieri quando venne in altro momento ed in altro ambiente, tanto più propizi, ripubblicato, e le parti deìYA bcrto Pisani che entrarono a comporre altri volumi di nuove edizioni.

Bene infatti potevanj riuscire sempre ostici, e la lingua, ogni qual tratto, ora lombardesca, ora onomatopeica troppo, e la punteggiatura, e gli accenti; ma era tanto — ed è sempre — in quei libri, di sostanza vitale, che allora avrebbero dovuto, e oggi e sempre dovrebbero, fare riconoscere il Dossi come [p. xx modifica]un veramente grande scrittore. Nè altri ve n’ha nella nostra letteratura che sieno più di questi materiati di vita: di vita propria e dell’altrui.

Veramente, nell’Altrieri è quella che dir si potrebbe la Vita Nuova del nostro tempo; nè mai giovinetto scrisse di sè e dell’età propria con animo così infantile e così adolescente; nè vi è coti fissione che più dell’Alberto Pisani abbia confessato il suo autore coll’animo istesso che questi aveva giorno per giorno sentendo e vivendo. Artificioso sempre verso di sè, nessuno fu mai più del Dossi sincero e vero col lettore, col pubblico. Autobiografici nella psicologia dei personaggi assai più che nelle loro azioni, sono spesso questi libri un auto-atto d’accusa, ma atto così onesto nella rivelazione del suo egoismo, dei suoi convenzionalismi, delle sue paure, dei suoi dolori imaginarii, del suo pianto forzato, delle sue transazioni, dei suoi avvilimenti, della sua insensibilità di fì onte alle sventure vere, che la maggior patente di nobiltà spirituale esce da tutto questo insieme co=.ì contradditorio.

Nobiltà complessa ed alta. Come mai questo giovane che non viveva, quest’uomo che poi non visse nel mondo, malgrado la letteratura e malgrado la diplomazia, pctè tanto penetrare, in questi e nei successivi suoi libri, l’anima umana, da farsene analizzatore così acuto e spietato? Non basta certo a spiegarlo la sua comunione con Gigi, la sua conoscenza degli amori e degli eventi di Gigi e dei pochissimi altri che egli poi, a Milano ed a Roma, frequentò tanto quanto: evidentemente, in quel grosso cervello che, nascendo egli settimino, nacque in lui più che maturo, stava immagazzinata la sapienza umana di più generazioni paterne e materne, che avevano prò[p. xxi modifica]dotto meno assai di quanto avrebbero potuto; stava tanta materia, da non poter esservi contenuta, poiché — come abbiam visto — fece forza per uscirne sin .dalla primissima età, e ad uscire continuò poi sotto varie forme — la politica compresa — sino all’età matura, sin quando, avendo a una gentile, che a lui devotamente si dedicò, generato fisici figli, non sentì più il bisogno di partorirne di Ietterarii.

E fu completo il riposo, non solo della fecondissima vena, ma di tutto lo spirito. Spirito sin’allora quanto mai combattuto. Questa edizione comprenderà , fra l’altro, Il romanzo della bontà, composto dal Regno de9 Cieli e da La Colonia felice, e 11 ro• manzo della malvagità, composto dai Ritratti umani e da La desinenza in a.... Or, delle due diverse vie, delle opposte tendenze, Carlo Dossi dava ragione sin dalla Viti di Alberto Pisani, ricordando come sia

  • vizio di ogni scrittore.... che dico! d’ogni uomo l’erigere sè in tutto ad unità di misura,,, come "in via morale ciascun vede.... quello che è predisposto a vedere,,. Il che è tanto vero, che spiega, se non giustifica, il pessimismo, fra gli altri, di Leopardi.

E quando fu a raccordare le due vie, ad armonizzare le due tendenze — come si riprometteva nella Prejazione generale ai l’itratti umani — ben vedendo ove era il difetto delle varie sue opere, unilaterali soltanto, Carlo Dossi invece tacque: almeno sinora, e almeno pel pubblico.

Ma l’averlo dannato a scarsa fortuna fu pel nostro mondo letterario una improvvida iniquità, poiché, unilaterali com’erano, quelle opere erano forti e squisite. Mentre erano, invero, attenuate in esse S’no a scomparire quelle eccessive originalità formali, quelle stranezze, se vuoisi, che avevano com¬ [p. xxii modifica]battuto la voga dei primi libri Dossiani, il valore intimo ne era maggiore, perchè d’indole più vastar più generale. Carlo Dossi usciva in esse dall* io e dall’immediato ambiente circostante, ora spaziando nei più aerei Veri sublimi, ora abbassando sul fango della via lo sguardo e la mano, sempre con una mente superna, e con una penna così incisiva e cosi colorita, che ancora altra più non se n’ebbe che l’eguagliasse nella prosa italiana.

Ma forse, se della critica — che avrebbe dovuto vedere e dire meglio che non abbia visto, e più che non abbia detto, tolte non poche ed insigni eccezioni — il torto non fu tutto del pubblico, che non potè vedere quanto avrebbe forse voluto. Poiché, veramente, mancò sinora all’autore l’editore. Alla Riforma, che andava ripubblicando questa e quella delle opere Dossiane, eravamo ancora un cenacolo, più vasto di quello della Palestra, aperto liberalmente ad ogni bella e buuna idea, ma dove la politica faceva guerra alla letteratura, perchè ancora non era surto il giorno della fortuna per Francesco Crispi statista, e se polit:camente eravamo considerati ancora più rivoluzionari che riformisti (Cesare Correnti diceva allora che, Dio guardi!, Grippi voleva toccare la Carta!) questo non era certo un veicolo per la divulgazione dei nostri volumi. La Cronaca Bizantina, che ospitò poi il Dossi, gli riusciva compromettente sotto un altro aspetto, malgrado il patrocinio che le dava Carducci; nè gli altri editori, che il Dossi trovò qua e là, avevano quel tal possesso del pubblico da venir presi in parola ad ogni opera nuova, e tanto peggio se già condannata.

Oggi l’editore c’è; ed oggi, dopo tanta novità, più o men vera e sincera, dopo tanta libertà e tanta [p. xxiii modifica]licenza, che hanno invaso tutte le forme dell’intelligenza e dell’attenzione italiana, c’è anche il momento. Per cui, avremo anche il pubblico.

E pubblico, mi auguro, non solo pei cinque volumi che, da questo primo alla Rovaniana, autore ed editore si prefìggono; ma per altri che dovrebbero seguirli, poiché questa scelta dal primo indicata al secondo è stata troppo rigorosa. Conoscevo io, già in parte, ed in parte ho intravisto in questi giorni aprendo gli Archivi Dossiani, nella gran pace di quel Dosso Pisani che sembra vegliare, inteilettual sentinella, sulla vasta e verde e soleggiata e ridente stesa del Lario, un Libro delle bizzarrie, che va da La lamentazione di un cadavere pietrificato a un Processo contro il colèra, da La gloria a La morte della morte, da un Viaggio col proposito di perdersi a un Tribunale di Dio, da I possessi di chi non ne ha a La morte del diavolo; conoscevo ed ho intravisto una Biblioteca della balia (canzoni popolari milanesi), A la Triulza (commedia milanese), Ritratti personali, Il viaggiatore moderno, Le vie di Milano, La ghiaia di Roma, Giorni di festa, Velleità archeologiche, una Misce’lanea, dei grotteschi, e, già tutta predisposta, una Goriniana, che alla Rovaniana potrebbe e dovrebbe fare riscontro nella conoscenza del pubblico, come nel l’animo di noi tre, che una dama politica dall’eloquio sottile, a vendicarsi della nostra guerra al marito ministro-presidente, soleva con lombardesco bisticcio qualificare, a Roma, i tri pee della Riforma.

A tale conoscenza provvederà in parte la raccolta Pei nuovi Cento anni di cronistoria milanese, che, mentre questo volume si stampa, si sta iniziando in quell’Archivio Storico Civico, a cui Luca [p. xxiv modifica]Beltrami ha apprestato sì degna sede nel Castello Sforzesco, da lui riabilitato con amore di cittadino e senso d’artista erudito. Ma poichè i libri Dossiani non sono carta stampata soltanto, sono vita vissuta, è al di là di quelle sale, per tutta Milano, per tutta Italia, per fuori d’Italia, che io mi auguro nuovi e rinnovati lettori di tutto quanto Carlo Alberto Pisani Dossi.

Io mi chiamo domani — disse un giorno Francesco Crispi alla Camera.

E il domani venne.


Note

  1. Milano, Fratelli Dumolard, 1885.
  2. Carlo Dossi e i suoi libri, considerazioni bibliografìco-sociali di L. Luigi Primo. Milano 1873.
  3. Giannetto pregò un dì la mamma che lo lasciasse andare a scuola: due racconti di Carlo Dossi e Luigi Perelli: Educazione Pretina, dedicato a Carlo Alberto Corsi da C. D., Istruzione Secolare, dedicata ad Alberto Pisani da L. P. — Milano, tipografia Lombardi.
  4. Per voto: alla defunta mia nonna. 100 copie. Tipografia A. Lombardi.
  5. Altra delle quattro effe d’allora. Filippi, si schierava invece contro la Palestra nella Perseveranza, fiancheggiata dal Bonghi, al quale Gigi rispondeva; ma l’attacco non attecchiva.
  6. Porta: Per el matrimoni del sur cont Gabriell Verr con la sura contessina donna Giustina Borromeo.