Orlando furioso/Canto 40

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Canto quarantesimo

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Canto 39 Canto 41

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CANTO QUARANTESIMO


 1
     Lungo sarebbe, se i diversi casi
volessi dir di quel naval conflitto;
e raccontarlo a voi mi parria quasi,
magnanimo figliuol d’Ercole invitto,
portar, come si dice, a Samo vasi,
nottole ’Atene, e crocodili a Egitto;
che quanto per udita io ve ne parlo,
Signor, miraste, e fèste altrui mirarlo.

 2
     Ebbe lungo spettacolo il fedele
vostro popul la notte e ’l di che stette,
come in teatro, l’inimiche vele
mirando in Po tra ferro e fuoco astrette.
Che gridi udir si possano e querele,
ch’onde veder di sangue umano infette,
per quanti modi in tal pugna si muora,
vedeste, e a molti il dimostraste allora.

 3
     Nol vide io giá, ch’era sei giorni inanti,
mutando ogn’ora altre vetture, corso
con molta fretta e molta ai piedi santi
del gran Pastore a domandar soccorso:
poi né cavalli bisognâr né fanti;
ch’intanto al Leon d’or l’artiglio e’l morso
fu da voi rotto sí, che piú molesto
non l’ho sentito da quel giorno a questo.

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 4
     Ma Alfonsin Trotto il qual si trovò in fatto,
Annibal e Pier Moro e Afranio e Alberto,
e tre Arïosti, e il Bagno e il Zerbinatto
tanto me ne contâr, ch’io ne fui certo:
me ne chiarîr poi le bandiere affatto,
vistone al tempio il gran numero offerto,
e quindice galee ch’a queste rive
con mille legni star vidi captive.

 5
     Chi vide quelli incendii e quei naufragi,
le tante uccisioni e sí diverse,
che, vendicando i nostri arsi palagi,
fin che fu preso ogni navilio, fèrse;
potrá veder le morti anco e i disagi
che ’l miser popul d’Africa sofferse
col re Agramante in mezzo l’onde salse,
la scura notte che Dudon l’assalse.

 6
     Era la notte, e non si vedea lume,
quando s’incominciâr l’aspre contese:
ma poi che ’l zolfo e la pece e ’l bitume
sparso in gran copia, ha prore e sponde accese,
e la vorace fiamma arde e consume
le navi e le galee poco difese;
sí chiaramente ognun si vedea intorno,
che la notte parea mutata in giorno.

 7
     Onde Agramante che per l’aer scuro
non avea l’inimico in sí gran stima,
né aver contrasto si credea sí duro,
che, resistendo, al fin non lo reprima;
poi che rimosse le tenèbre furo,
e vide quel che non credeva in prima,
che le navi nimiche eran duo tante,
fece pensier diverso a quel d’avante.

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 8
     Smonta con pochi, ove in piú lieve barca
ha Brigliadoro e l’altre cose care.
Tra legno e legno taciturno varca,
fin che si trova in piú sicuro mare
da’ suoi lontan, che Dudon preme e carca,
e mena a condizioni acri et amare.
Gli arde il foco, il mar sorbe, il ferro strugge:
egli che n’è cagion, via se ne fugge.

 9
     Fugge Agramante, et ha con lui Sobrino,
con cui si duol di non gli aver creduto,
quando previde con occhio divino,
e ’l mal gli annunziò, ch’or gli è avvenuto.
Ma torniamo ad Orlando paladino,
che, prima che Biserta abbia altro aiuto,
consiglia Astolfo che la getti in terra,
sí che a Francia mai piú non faccia guerra.

 10
     E cosí fu publicamente detto
che ’l campo in arme al terzo dí sia instrutto.
Molti navili Astolfo a questo effetto
tenuti avea, né Dudon n’ebbe il tutto;
di quai diede il governo a Sansonetto,
sí buon guerrier al mar come all’asciutto:
e quel si pose, in su l’ancore sorto,
contra a Biserta, un miglio appresso al porto.

 11
     Come veri cristiani Astolfo e Orlando,
che senza Dio non vanno a rischio alcuno,
ne l’esercito fan publico bando,
che sieno orazïon fatte e digiuno;
e che si trovi il terzo giorno, quando
si dará il segno, apparecchiato ogniuno
per espugnar Biserta, che data hanno,
vinta che s’abbia, a fuoco e a saccomanno.

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 12
     E cosí, poi che le astinenzie e i voti
devotamente celebrati fòro,
parenti, amici, e gli altri insieme noti
si cominciaro a convitar tra loro.
Dato restauro a’ corpi esausti e vóti,
abbracciandosi insieme lacrimoro,
tra loro usando i modi e le parole
che tra i piú cari al dipartir si suole.

 13
     Dentro a Biserta i sacerdoti santi
supplicando col populo dolente,
battonsi il petto, e con dirotti pianti
chiamano il lor Macon che nulla sente.
Quante vigilie, quante offerte, quanti
doni promessi son privatamente!
quanto in publico templi, statue, altari,
memoria eterna de’ lor casi amari!

 14
     E poi che dal Cadí fu benedetto,
prese il populo l’arme, e tornò al muro.
Ancor giacea col suo Titon nel letto
la bella Aurora, et era il cielo oscuro,
quando Astolfo da un canto, e Sansonetto
da un altro, armati agli ordini lor furo:
e poi che ’l segno che diè il conte udiro,
Biserta con grande impeto assaliro.

 15
     Avea Biserta da duo canti il mare,
sedea dagli altri duo nel lito asciutto.
Con fabrica eccellente e singulare
fu antiquamente il suo muro construtto.
Poco altro ha che l’aiuti o la ripare;
che poi che ’l re Branzardo fu ridutto
dentro da quella, pochi mastri, e poco
potè aver tempo a riparare il loco.

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 16
     Astolfo dá l’assunto al re de’ Neri,
che faccia a’ merli tanto nocumento
con falariche, fonde e con arcieri,
che levi d’affacciarsi ogni ardimento;
sí che passin pedoni e cavallieri
fin sotto la muraglia a salvamento,
che vengon, chi di pietre e chi di travi,
chi d’asce e chi d’altra materia gravi.

 17
     Chi questa cosa e chi quell’altra getta
dentro alla fossa, e vien di mano in mano
di cui l’acqua il dí inanzi fu intercetta,
sí che in piú parti si scopria il pantano.
Ella fu piena et atturata in fretta,
e fatto uguale insin al muro il piano.
Astolfo, Orlando et Olivier procura
di far salir i fanti in su le mura.

 18
     I Nubi d’ogni indugio impazïenti,
da la speranza del guadagno tratti,
non mirando a’ pericoli imminenti,
coperti da testuggini e da gatti,
con arïeti e loro altri instrumenti
a forar torri, e porte rompere atti,
tosto si fèro alla cittá vicini;
né trovaro sprovisti i Saracini:

 19
     che ferro e fuoco e merli e tetti gravi
cader facendo a guisa di tempeste,
per forza aprian le tavole e le travi
de le machine in lor danno conteste.
Ne l’aria oscura e nei principii pravi
molto patîr le battezzate teste;
ma poi che ’l sole uscí del ricco albergo,
voltò Fortuna ai Saracini il tergo.

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 20
     Da tutti i canti risforzar l’assalto
fe’ il conte Orlando e da mare e da terra.
Sansonetto ch’avea l’armata in alto,
entrò nel porto e s’accostò alla terra;
e con frombe e con archi facea d’alto,
e con varii tormenti estrema guerra;
e facea insieme espedir lance e scale,
ogni apparecchio e munizion navale.

 21
     Facea Oliviero, Orlando e Brandimarte,
e quel che fu sí dianzi in aria ardito,
aspra e fiera battaglia da la parte
che lungi al mare era piú dentro al lito.
Ciascun d’essi venia con una parte
de l’oste che s’avean quadripartito.
Quale a mur, quale a porte, e quale altrove,
tutti davan di sé lucide prove.

 22
     Il valor di ciascun meglio si puote
veder cosí, che se fosser confusi:
chi sia degno di premio e chi di note,
appare inanzi a mill’occhi non chiusi.
Torri di legno trannosi con ruote,
e gli elefanti altre ne portano usi,
che su lor dossi cosí in alto vanno,
che i merli sotto a molto spazio stanno.

 23
     Vien Brandimarte, e pon la scala a’ muri,
e sale, e di salir altri conforta:
lo seguon molti intrepidi e sicuri;
che non può dubitar chi l’ha in sua scorta.
Non è chi miri, o chi mirar si curi,
se quella scala il gran peso comporta.
Sol Brandimarte agli nimici attende;
pugnando sale, e al fine un merlo prende.

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 24
     E con mano e con piè quivi s’attacca,
salta sui merli, e mena il brando in volta,
urta, riversa e fende e fora e ammacca,
e di sé mostra esperïenzia molta.
Ma tutto a un tempo la scala si fiacca,
che troppa soma e di soperchio ha tolta:
e for che Brandimarte, giú nel fosso
vanno sozzopra, e l’uno all’altro adosso.

 25
     Per ciò non perde il cavallier l’ardire,
nè pensa riportare a dietro il piede;
ben che de’ suoi non vede alcun seguire,
ben che berzaglio alla cittá si vede.
Pregavan molti (e non volse egli udire)
che ritornasse; ma dentro si diede:
dico che giú ne la cittá d’un salto
dal muro entrò, che trenta braccia era alto.

 26
     Come trovato avesse o piume o paglia,
presse il duro terren senza alcun danno;
e quei c’ha intorno affrappa e fora e taglia,
come s’affrappa e taglia e fora il panno.
Or contra questi or contra quei si scaglia;
e quelli e questi in fuga se ne vanno.
Pensano quei di fuor, che l’han veduto
dentro saltar, che tardo fia ogni aiuto.

 27
     Per tutto ’l campo alto rumor si spande
di voce in voce, e ’l mormorio e ’l bisbiglio.
La vaga Fama intorno si fa grande,
e narra, et accrescendo va il periglio.
Ove era Orlando (perché da piú bande
si dava assalto), ove d’Otone il figlio,
ove Olivier, quella volando venne,
senza posar mai le veloci penne.

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 28
     Questi guerrier, e piú di tutti Orlando,
ch’amano Brandimarte e l’hanno in pregio,
udendo che se van troppo indugiando,
perderanno un compagno cosí egregio,
piglian le scale, e qua e lá montando,
mostrano a gara animo altiero e regio,
con sí audace sembiante e sí gagliardo,
che i nimici tremar fan con lo sguardo.

 29
     Come nel mar che per tempesta freme,
assaglion l’acque il temerario legno,
ch’or da la prora, or da le parti estreme
cercano entrar con rabbia e con isdegno;
il pallido nocchier sospira e geme,
ch’aiutar deve, e non ha cor né ingegno;
una onda viene al fin, ch’occupa il tutto,
e dove quella entrò, segue ogni flutto:

 30
     cosí dipoi ch’ebbono presi i muri
questi tre primi, fu sí largo il passo,
che gli altri ormai seguir ponno sicuri,
che mille scale hanno fermate al basso.
Aveano intanto gli arïeti duri
rotto in piú lochi, e con sí gran fraccasso,
che si poteva in piú che in una parte
soccorrer l’animoso Brandimarte.

 31
     Con quel furor che ’l re de’ fiumi altiero,
quando rompe talvolta argini e sponde,
e che nei campi Ocnei s’apre il sentiero,
e i grassi solchi e le biade feconde,
e con le sue capanne il gregge intero,
e coi cani i pastor porta ne l’onde;
guizzano i pesci agli olmi in su la cima,
ove solean volar gli augelli in prima:

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 32
     con quel furor l’impetuosa gente,
lá dove avea in piú parti il muro rotto,
entrò col ferro e con la face ardente
a distrugere il popul mal condotto.
Omicidio, rapina e man violente
nel sangue e ne l’aver, trasse di botto
la ricca e trionfai cittá a ruina,
che fu di tutta l’Africa regina.

 33
     D’uomini morti pieno era per tutto;
e de le innumerabili ferite
fatto era un stagno piú scuro e piú brutto
di quel che cinge la cittá di Dite.
Di casa in casa un lungo incendio indutto
ardea palagi, portici e meschite.
Di pianti e d’urli e di battuti petti
suonano i vóti e depredati tetti.

 34
     I vincitori uscir de le funeste
porte vedeansi di gran preda onusti,
chi con bei vasi e chi con ricche veste,
chi con rapiti argenti a’ dèi vetusti:
chi traea i figli, e chi le madri meste:
fur fatti stupri e mille altri atti ingiusti,
dei quali Orlando una gran parte intese,
né lo potè vietar, né ’l duca inglese.

 35
     Fu Bucifar de l’Algazera morto
con esso un colpo da Olivier gagliardo.
Perduta ogni speranza, ogni conforto,
s’uccise di sua mano il re Branzardo.
Con tre ferite, onde morí di corto,
fu preso Folvo dal duca dal Pardo.
Questi eran tre ch’al suo partir lasciato
avea Agramante a guardia de lo stato.

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 36
     Agramante ch’intanto avea deserta
l’armata, e con Sobrin n’era fuggito,
pianse da lungi e sospirò Biserta,
veduto sí gran fiamma arder sul lito.
Poi piú d’appresso ebbe novella certa
come de la sua terra il caso era ito:
e d’uccider se stesso in pensier venne,
e lo facea; ma il re Sobrin lo tenne.

 37
     Dicea Sobrin: — Che piú vittoria lieta,
signor, potrebbe il tuo inimico avere,
che la tua morte udire, onde quïeta
si speraria poi l’Africa godere?
Questo contento il viver tuo gli vieta:
quindi avrá cagion sempre di temere.
Sa ben che lungamente Africa sua
esser non può, se non per morte tua.

 38
     Tutti i sudditi tuoi, morendo, privi
de la speranza, un ben che sol ne resta.
Spero che n’abbi a liberar, se vivi,
e trar d’affanno e ritornarne in festa.
So che, se muori, sián sempre captivi,
Africa sempre tributaria e mesta.
Dunque, s’in util tuo viver non vuoi,
vivi, signor, per non far danno ai tuoi.

 39
     Dal soldano d’Egitto, tuo vicino,
certo esser puoi d’aver danari e gente:
malvolentieri il figlio di Pipino
in Africa vedrá tanto potente.
Verrá con ogni sforzo Norandino
per ritornarti in regno, il tuo parente:
Armeni, Turchi, Persi, Arabi e Medi,
tutti in soccorso avrai, se tu li chiedi. —

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 40
     Con tali e simil detti il vecchio accorto
studia tornare il suo signore in speme
di racquistarsi l’Africa di corto;
ma nel suo cor forse il contrario teme:
sa ben quanto è a mal termine e a mal porto,
e come spesso invan sospira e geme
chiunque il regno suo si lascia tòrre,
e per soccorso a’ barbari ricorre.

 41
     Annibal e Iugurta di ciò fòro
buon testimoni, et altri al tempo antico:
al tempo nostro Ludovico il Moro,
dato in poter d’un altro Ludovico.
Vostro fratello Alfonso da costoro
ben ebbe esempio (a voi, Signor mio, dico),
che sempre ha riputato pazzo espresso
chi piú si fida in altri ch’in se stesso.

 42
     E però ne la guerra che gli mosse
del pontifice irato un duro sdegno,
ancor che ne le deboli sue posse
non potessi egli far molto disegno,
e chi lo difendea, d’Italia fosse
spinto, e n’avesse il suo nimico il regno;
né per minaccie mai né per promesse
s’indusse che lo stato altrui cedesse.

 43
     Il re Agramante all’orïente avea
volta la prora, e s’era spinto in alto,
quando da terra una tempesta rea
mosse da banda impetuoso assalto.
Il nocchier ch’ai governo vi sedea:
— Io veggo (disse alzando gli occhi ad alto)
una procella apparecchiar sí grave,
che contrastar non le potrá la nave.

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 44
     S’attendete, signori, al mio consiglio,
qui da man manca ha un’isola vicina,
a cui mi par ch’abbiamo a dar di piglio,
fin che passi il furor de la marina. —
Consentí il re Agramante; e di periglio
uscí, pigliando la spiaggia mancina,
che per salute de’ nocchieri giace
tra gli Afri e di Vulcan l’alta fornace.

 45
     D’abitazioni è l’isoletta vota,
piena d’umil mortelle e di ginepri,
ioconda solitudine e remota
a cervi, a daini, a capriuoli, a lepri;
e fuor ch’a piscatori, è poco nota,
ove sovente a rimondati vepri
sospendon, per seccar, l’umide reti;
dormeno intanto i pesci in mar quïeti.

 46
     Quivi trovâr che s’era un altro legno,
cacciato da fortuna, giá ridutto:
il gran guerrier ch’in Sericana ha regno,
levato d’Arli, avea quivi condutto.
Con modo riverente e di sé degno
l’un re con l’altro s’abbracciò all’asciutto;
ch’erano amici, e poco inanzi furo
compagni d’arme al parigino muro.

 47
     Con molto dispiacer Gradasso intese
del re Agramante le fortune avverse:
poi confortollo, e come re cortese,
con la propria persona se gli offerse:
ma che egli andasse all’infedel paese
d’Egitto, per aiuto, non sofferse.
— Che vi sia (disse) periglioso gire,
dovria Pompeio i profugi ammonire.

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 48
     E perché detto m’hai che con l’aiuto
degli Etïopi, sudditi al Senapo,
Astolfo a tòrti l’Africa è venuto,
e ch’arsa ha la cittá che n’era capo;
e ch’Orlando è con lui, che diminuto
poco inanzi di senno aveva il capo;
mi pare al tutto un ottimo rimedio
aver pensato a farti uscir di tedio.

 49
     Io piglierò per amor tuo l’impresa
d’entrar col conte a singular certame.
Contra me so che non avrá difesa,
se tutto fosse di ferro o di rame.
Morto lui, stimo la cristiana Chiesa,
quel che l’agnelle il lupo ch’abbia fame.
Ho poi pensato (e mi fia cosa lieve)
di fare i Nubi uscir d’Africa in breve.

 50
     Farò che gli altri Nubi che da loro
il Nilo parte e la diversa legge,
e gli Arabi e i Macrobi, questi d’oro
ricchi e di gente, e quei d’equino gregge,
Persi e Caldei (perché tutti costoro
con altri molti il mio scettro corregge);
farò ch’in Nubia lor faran tal guerra,
che non si fermeran ne la tua terra. —

 51
     Al re Agramante assai parve oportuna
del re Gradasso la seconda offerta;
e si chiamò obligato alla Fortuna,
che l’avea tratto all’isola deserta;
ma non vuol tòrre a condizione alcuna,
se racquistar credesse indi Biserta,
che battaglia per lui Gradasso prenda;
che ’n ciò gli par che l’onor troppo offenda.

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 52
     — S’a disfidar s’ha Orlando, son quell’io
(rispose) a cui la pugna piú conviene:
e pronto vi sarò; poi faccia Dio
di me, come gli pare, o male o bene. —
— Faccián (disse Gradasso) al modo mio,
a un nuovo modo ch’in pensier mi viene:
questa battaglia pigliamo ambedui
incontra Orlando, e un altro sia con lui. —

 53
     — Pur ch’io non resti fuor, non me ne lagno
(disse Agrainante), o sia primo o secondo:
ben so ch’in arme ritrovar compagno
di te miglior non si può in tutto ’l mondo. —
— Et io (disse Sobrin) dove rimagno?
E se vecchio vi paio, vi rispondo
ch’io debbo esser piú esperto; e nel periglio
presso alla forza è buono aver consiglio. —

 54
     D’una vecchiezza valida e robusta
era Sobrino, e di famosa prova;
e dice ch’in vigor l’etá vetusta
si sente pari alla giá verde e nuova.
Stimata fu la sua domanda giusta;
e senza indugio un messo si ritrova,
il qual si mandi agli africani lidi,
e da lor parte il conte Orlando sfidi;

 55
     che s’abbia a ritrovar con numer pare
di cavallieri armati in Lipadusa.
Una isoletta è questa, che dal mare
medesmo che li cinge, è circonfusa.
Non cessa il messo a vela e a remi andare,
come quel che prestezza al bisogno usa,
che fu a Biserta; e trovò Orlando quivi,
ch’a’ suoi le spoglie dividea e i captivi.

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 56
     Lo ’nvito di Gradasso e d’Agramante
e di Sobrino in publico fu espresso,
tanto giocondo al principe d’Anglante,
che d’ampli doni onorar fece il messo.
Avea dai suoi compagni udito inante,
che Durindana al fianco s’avea messo
il re Gradasso: onde egli, per desire
di racquistarla, in India volea gire,

 57
     stimando non aver Gradasso altrove,
poi ch’udí che di Francia era partito.
Or piú vicin gli è offerto luogo, dove
spera che ’l suo gli fia restituito.
Il bel corno d’Almonte anco lo muove
ad accettar sí volentier lo ’nvito,
e Brigliador non men; che sapea in mano
esser venuti al figlio di Troiano.

 58
     Per compagno s’elegge alla battaglia
il fedel Brandimarte e ’l suo cognato.
Provato ha quanto l’uno e l’altro vaglia;
sa che da trambi è sommamente amato.
Buon destrier, buona piastra e buona maglia,
e spade cerca e lancie in ogni lato
a sé e a’ compagni: che sappiate parme,
che nessun d’essi avea le solite arme.

 59
     Orlando (come io v’ho detto piú volte)
de le sue sparse per furor la terra:
agli altri ha Rodomonte le lor tolte,
ch’or alta torre in ripa un fiume serra.
Non se ne può per Africa aver molte;
sí perché in Francia avea tratto alla guerra
il re Agramante ciò ch’era di buono,
sí perché poche in Africa ne sono.

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 60
     Ciò che di ruginoso e di brunito
aver si può, fa ragunare Orlando;
e coi compagni intanto va pel lito
de la futura pugna ragionando.
Gli avvien ch’essendo fuor del campo uscita
piú di tre miglia, e gli occhi al mare alzando,
vide calar con le vele alte un legno
verso il lito african senza ritegno.

 61
     Senza nocchieri e senza naviganti,
sol come il vento e sua fortuna il mena,
venia con le vele alte il legno avanti,
tanto che se ritenne in su l’arena.
Ma prima che di questo piú vi canti,
l’amor ch’a Ruggier porto mi rimena
alla sua istoria, e vuol ch’io vi racconte
di lui e del guerrier di Chiaramente.

 62
     Di questi duo guerrier dissi che tratti
s’erano fuor del marzïale agone,
viste convenzïon rompere e patti,
e turbarsi ogni squadra e legione.
Chi prima i giuramenti abbia disfatti,
e stato sia di tanto mal cagione,
o l’imperator Carlo, o il re Agramante,
studian saper da chi lor passa avante.

 63
     Un servitor intanto di Ruggiero,
ch’era fedele e pratico et astuto,
né pel conflitto dei duo campi fiero
avea di vista il patron mai perduto,
venne a trovarlo, e la spada e ’l destriero
gli diede, perché a’ suoi fosse in aiuto.
Montò Ruggiero e la sua spada tolse,
ma ne la zuffa entrar non però volse.

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 64
     Quindi si parte; ma prima rinuova
la convenzïon che con Rinaldo avea;
che se pergiuro il suo Agramante trova,
lo lascierá con la sua setta rea.
Per quel giorno Ruggier fare altra prova
d’arme non volse; ma solo attendea
a fermar questo e quello, e a domandarlo
chi prima roppe, o ’l re Agramante, o Carlo.

 65
     Ode da tutto ’l mondo, che la parte
del re Agramante fu, che roppe prima.
Ruggiero ama Agramante, e se si parte
da lui per questo, error non lieve stima.
Fur le gente africane e rotte e sparte
(questo ho giá detto inanzi), e da la cima
de la volubil ruota tratte al fondo,
come piacque a colei ch’aggira il mondo.

 66
     Tra sé volve Ruggiero e fa discorso,
se restar deve, o il suo signor seguire.
Gli pon l’amor de la sua donna un morso
per non lasciarlo in Africa piú gire:
lo volta e gira, et a contrario corso
lo sprona, e lo minaccia di punire,
se ’l patto e ’l giuramento non tien saldo,
che fatto avea col paladin Rinaldo.

 67
     Non men da l’altra parte sferza e sprona
la vigilante e stimulosa cura,
che s’Agramante in quel caso abbandona,
a viltá gli sia ascritto et a paura.
Se del restar la causa parrá buona
a molti, a molti ad accettar fia dura.
Molti diran che non si de’ osservare
quel ch’era ingiusto e illicito a giurare.

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 68
     Tutto quel giorno e la notte seguente
stette solingo, e cosí l’altro giorno,
pur travagliando la dubbiosa mente,
se partir deve o far quivi soggiorno.
Pel signor suo conclude finalmente
di fargli dietro in Africa ritorno.
Potea in lui molto il coniugale amore,
ma vi potea piú il debito e l’onore.

 69
     Torna verso Arli; che trovarvi spera
l’armata ancor, ch’in Africa il transporti:
né legno in mar né dentro alla rivera,
né Saracini vede, se non morti.
Seco al partire ogni legno che v’era
trasse Agramante, e ’l resto arse nei porti.
Fallitogli il pensier, prese il camino
verso Marsilia pel lito marino.

 70
     A qualche legno pensa dar di piglio,
ch’a prieghi o forza il porti all’altra riva.
Giá v’era giunto del Danese il figlio
con l’armata de’ barbari captiva.
Non si avrebbe potuto un gran di miglio
gittar ne l’acqua: tanto la copriva
la spessa moltitudine de navi,
di vincitori e di prigioni, gravi.

 71
     Le navi de’ pagani, ch’avanzaro
dal fuoco e dal naufragio quella notte,
eccetto poche ch’in fuga n’andaro,
tutte a Marsilia avea Dudon condotte.
Sette di quei ch’in Africa regnaro,
che, poi che le lor genti vider rotte,
con sette legni lor s’eran renduti,
stavan dolenti, lacrimosi e muti.

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 72
     Era Dudon sopra la spiaggia uscito,
ch’a trovar Carlo andar volea quel giorno;
e de’ captivi e de lor spoglie ordito
con lunga pompa avea un trionfo adorno.
Eran tutti i prigion stesi nel lito,
e i Nubi vincitori allegri intorno,
che faceano del nome di Dudone
intorno risonar la regione.

 73
     Venne in speranza di lontan Ruggiero,
che questa fosse armata d’Agramante;
e, per saperne il vero, urtò il destriero:
ma riconobbe, come fu piú inante,
il re de Nasamona prigionero,
Bambirago, Agricalte e Farurante,
Manilardo e Balastro e Rimedonte,
che piangendo tenean bassa la fronte.

 74
     Ruggier che gli ama, sofferir non puote
che stian ne la miseria in che li trova.
Quivi sa ch’a venir con le man vòte,
senza usar forza, il pregar poco giova.
La lancia abbassa, e chi li tien percuote;
e fa del suo valor l’usata prova:
stringe la spada, e in un piccol momento
ne fa cadere intorno piú di cento.

 75
     Dudone ode il rumor, la strage vede
che fa Ruggier, ma chi sia non conosce.
Vede i suoi c’hanno in fuga volto il piede
con gran timor, con pianto e con angosce.
Presto il destrier, lo scudo e l’elmo chiede;
che giá avea armato e petto e braccia e cosce:
salta a cavallo e si fa dar la lancia,
e non oblia ch’è paladin di Francia.

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 76
     Grida che si ritiri ognun da canto,
spinge il cavallo e fa sentir gli sproni.
Ruggier cent’altri n’avea uccisi intanto,
e gran speranza dato a quei prigioni:
e come venir vide Dudon santo
solo a cavallo, e gli altri esser pedoni,
stimò che capo e che signor lor fosse:
e contra lui con gran desir si mosse.

 77
     Giá mosso prima era Dudon; ma quando
senza lancia Ruggier vide venire,
lunge da sé la sua gittò, sdegnando
con tal vantaggio il cavallier ferire.
Ruggiero, al cortese atto riguardando,
disse fra sé: — Costui non può mentire,
ch’uno non sia di quei guerrier perfetti
che paladin di Francia sono detti.

 78
     S’impetrar lo potrò, vo’ che ’l suo nome,
inanzi che segua altro, mi palese; —
e cosí domandollo: e seppe come
era Dudon fígliuol d’Uggier danese.
Dudon gravò Ruggier poi d’ugual some,
e parimente lo trovò cortese.
Poi che i nomi tra lor s’ebbono detti,
si disfídaro, e vennero agli effetti.

 79
     Avea Dudon quella ferrata mazza
ch’in mille imprese gli diè eterno onore:
con essa mostra ben ch’egli è di razza
di quel Danese pien d’alto valore.
La spada ch’apre ogni elmo, ogni corazza,
di che non era al mondo la migliore,
trasse Ruggiero, e fece paragone
di sua virtude al paladin Dudone.

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 80
     Ma perché in mente ogniora avea di meno
offender la sua donna, che potea;
et era certo, se spargea il terreno
del sangue di costui, che la offendea
(de le case di Francia instrutto a pieno,
la madre di Dudone esser sapea
Armelina sorella di Beatrice,
ch’era di Bradamante genitrice):

 81
     per questo mai di punta non gli trasse,
e di taglio rarissimo feria.
Schermiasi, ovunque la mazza calasse,
or ribattendo, or dandole la via.
Crede Turpin che per Ruggier restasse,
che Dudon morto in pochi colpi avria:
né mai, qualunque volta si scoperse,
ferir, se non di piatto, lo sofferse.

 82
     Di piatto usar potea, come di taglio,
Ruggier la spada sua ch’avea gran schena;
e quivi a strano giuoco di sonaglio
sopra Dudon con tanta forza mena,
che spesso agli occhi gli pon tal barbaglio,
che si ritien di non cadere a pena.
Ma per esser piú grato a chi m’ascolta,
io differisco il canto a un’altra volta.