Piceno Annonario, ossia Gallia Senonia illustrata/Capitolo XIII.

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Capitolo XIII.

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Capitolo XII. Capitolo XIV.
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CAPITOLO XIII.


Sopra Monte Ginguno, Luceoli, ed altri luoghi

del Piceno Annonario montano


Strabone trattando dell’Umbria pone un Monte chiamato GINGVNO. L’edizioni però non sono tra loro uniformi, ed in alcuna si legge monte Giunguno, in altra monte Cinguno: in questa Monte Gingo, ed in quell’altra Monte Ginguno. Quest’ultimo nome adotto, che si trova in quell’edizione fatta cum notis Casauboni. Il Cluverio, e gli altri antiquarii non parlarono di questo Monte, trovasi segnato nella carta dell’Italia antica del Muratori, ed il P. Scevolini1 credette, che il Castello della Genga fu il Monte Ginguno di Strabone. Il Colucci poi senza prendersi neppure la pena di consultare Strabone pensa, che questi parlar non può di tal Monte. Il Casaubono non sa, ove fu, e null’altro dice nella nota: de Ginguno monte nihil habeo, Iguini leguntur in Umbria apud Plinium. Forte inguini ab hoc monte Inguno, sed nihil affirmo.2 Ma Strabone, che lo nominò, c’indicò il sito preciso, ove rimane. Ecco le di lui parole: Nam a Ravenna Umbri propinqua tenent, ac deinceps, Sarsinam Ariminum, Senam, Camarinum: ibi et Aesis fluvius, Gingunus mons, Sentinum, Metaurus fluvius, Fanum Fortunae. Dice dunque, che era tra il fiume Esi, e la Città di Sentino. Or rimanendo in tal luogo la Montagna di Frasassi, ognuno chiaramente osserva, che questa è il Monte Ginguno. Credette Strabone di doverla nominare, perchè è uno spettacolo il più bello, che può presentare la natura. Anticamente questa era unita, ma un terremoto, di cui non si ha alcuna notizia, la divise da capo a fondo. L'apertura [p. 146 modifica]sarà lunga un miglio, e mezzo circa, e larga poco, mentre dà l’accesso al solo fiume Sentino, il quale passa in mezzo ad essa, e dopo si unisce col fiume Esi. Contiene grandi caverne, ed un’acqua minerale impregnata di fegato di Zolfo scaturisce dalle di lei radici. Anticamente vi rimaneva un bagno, ed è certo, che chi andava alla Città di Tufico, che le era vicina, alle Città di Sentino, e di Attidio si portava ad essa per osservarla, e per godere lo spettacolo della natura, come presentemente chi va, o passa per Terni si porta a vedere la caduta delle Marmore. Porzione di questa Montagna forma presentemente parte della Contea della Genga, e siccome i Monti sono composti da un lungo tratto di degradanti eminenze: così il più alto di quello di Frasassi è Rosenga, e Valle Montagnana, il più basso è ove rimane il Castello della Genga. Anzi porzione di esso si chiama col nome antico. Quel Monte, che s’inalza sopra la Genga, e che a levante si unisce colla Montagna di Frasassi, ed a ponente con Monticelli, anche a di nostri chiamasi Monte Gingo, dimanierachè la Villa Monticelli, ed il Castello della Genga sorgono sopra tal monte, porzione del quale per distinguere i luoghi chiamasi di Rosenga, di Valle Montagna, di Frasassi, e di Monte Gingo. Dissi si unisce, perchè sebbene un piccolo torrente passa tra Monte Gingo, e Frasassi, tuttavia quest’apparente divisione non è altro, che un dirupo dello stesso monte, perchè in alto il monte è unito, e la radice è la stessa. Cesso però di più parlarne, perchè qualche cosa accennai, quando ragionai di Tufico, e più cose sarò per dirne nell’AppendiceFonte/commento: Pagina:Piceno Annonario ossia Gallia Senonia illustrata Antonio Brandimarte 1825.djvu/219. Passo a rintracciare que’, che si trovano nell’Itinerario Gerosolomitano, nella Tavola Peutingeriana, e negli Itinerarii di Antonino. Riporterò prima questi segmenti.



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Itinerario Gerosolomitano Tavola
ab urbe mediolanum Peutingeriana
CIVITAS FORO FLAMINI M. III PISAVRO VIII
NVCERIA M. XII FANVM FORTVNAE XVI
CIVITAS PTANIAS M. VIII FORO SEMPRONII M. XII
MANSIO HERBELLONI M. VII AD INTERCISA VIIII
MVTATIO ADHESIS M. X AD CALAM VII
MVTATIO AD CALE M. XIIII IOVIS PENNINI IDE AGVBIO
MVTATIO INTERCISA M. IX AD ENSEN X
CIVITAS FORO SIMPRONI M. IX HALVILLO XV
MVTATIO AD OCTAVUM M. IX NVCERIO CAMELLARIA XII
CIVITAS FANO FORTVNAE M. VIII FORO FLAMINI XVI
CIVITAS PISAVRO M. XXIV MEVANIE XII


ITINERARII DI ANTONINO
FORO FLAMINI VICVS M. P. XVIII
HELVILLO VICVS M. P. XXVII
CALLE VICVS M. P. XXIII
FORO SEMPRONI M. P. XVI
PISAVRO M. P. VIII
ARIMINO M. P. XXIV


FORO FLAMINI XVI. Questa Città rimaneva nella via flaminia tra Bevagna, e Ponte centesimo piccolo villaggio nella valle Topina, e precisamente presso la Chiesa parrocchiale di S. Giovanni Profiamma distante dall’odierno Foligno circa due miglia, e mezzo. Essendo situata in una pianura, e essendo stati i campi ridotti a coltura, poche memorie vi si osservano, come notai quando andai a visitare tal luogo in compagnia dell’erudito Sig. Marchese Alessandro Barnabò. Dalle di lei rovine, e da quelle dell’antico Fulgineo ne sorse Fuligno, mentre i vestigj dell’antico si osservano intorno alla Chiesa di S. Maria in Campis distante quasi un miglio da detta Città. Ivi si trovano anticaglie, e pezzi di quelle antiche strade Romane dette di ferro. Ivi passava la via flaminia, e da Fulgineo andava a Foro Flaminio. Dall’essersi discostata la via presente dall’antica non si contano più da Roma a Ponte centesimo [p. 148 modifica]cento miglia, ma cento quattro. Il Iacobilli mentre pretende, che l’antico Fulgineo esistesse nel luogo ove ora è Fuligno, dice, che un quartiere di esso fu fatto in un secolo, ed uno in un’altro, e così viene a confessare a poco a poco, che nulla rimaneva ove torreggia ora Fuligno.

NVCERIO CAMELLARIA XII. Plinio ci assicura, che due erano le Nocere, una chiamata Favoniense, e l’altra Camellaria: Nucerini cognomine Favonienses, et Camelani. Ponendo la Tavola Peutingeriana nella via Flaminia Nucerio Camellaria, non può dubitarsi, che tale Città non sia la Nocera esistente. Si deve dunque cercare in qual luogo dell’Umbria fu la Nocera Favoniense. L’Ab. Lancellotti molto benemerito della Marca di Ancona situò in distanza di venticinque miglia dall’odierna Nocera, e vicina al Monte Cameliano, che rimane tra Alba, ed Arcevia, la Nocera Camelaria. Ivi la crede, perchè il Monte chiamasi Cameliano, perchè nella contrada detta li Nucerini sono amplissime reliquie di terra abitata, vi sono stati dissotterrati idoli, musivi, ed altri simili indizi di antica popolazione, e perchè vi fu trovata un’iscrizione conservata dal Sig. Abbondanzieri. Ma Monsig. Compagnoni Vescovo di Osimo, a cui tutto riferì il Lancellotti, opinò, che in tal sito fu un’antica popolazione, ma non vedeva un sicuro argomento per potervi porre Nuceria Camelaria. Sospettò della sincerità della seconda lapide, che gl’inviò, e lo avvisa, che il Conte Guarnieri mirò una lapide quasi simile in una bottega di Scarpellino in Roma. Tutto riporta il Colucci nel Tomo undecimo delle Antichità Picene. Mi portai a bella posta in Arcevia per confrontare tali lapidi, ne feci ricerca, ma non mi riuscì vederle, e niuno mi seppe dire, ove erano. Se l’odierna Nocera non rimanesse nella via Flaminia, allora avrei creduto, che fu la Favoniense, ma restando in detta via, come si può fare a meno a non giudicare, che non fu la Camelaria accertandocene la Tavola? Nè tempi antichi vi erano le Terre, ed i Castelli, come vi sono [p. 149 modifica]presentemente. Molte Città perirono, e come vennero meno queste, così furono distrutti molti castelli, e terre. Perchè dunque se ora si osservano i ruderi, o si ritrovano anticaglie in qualche sito, si ha da credere, che vi fu una Città, e non una Terra, o Castello? Inoltre perchè si ha da dire, che la Nocera vicina ad Arcevia fu la Camelaria, e non la Favoniese? Essendo molto distanti i Cuprensi montani da’ Cuprensi marittimi, i Tifernati Tiberini, da’ Tifernati Pisaurensi, perchè si ha da credere, che furono vicine le due Nocere? Il Iacobilli all’opposto nel discorso istorico di Nocera dà a questa il soprannome di alfatenia citando Tito Livio. Ma la Nuceria alfaterna di Livio, come leggesi in altre edizioni, rimaneva nella Campania, e Plinio disse3 haud procul a Monte Vesuvio Ager Nucerinus est, et novem M. passuum a mari ipsa Nuceria.

L’Itinerario Gerosolomitano dopo Nocera pone Civitas Ptanias. Procopio racconta, che Totila Re de’ Goti pose gli accampamenti, e si fermò vicino ad un vico, che i Paesani chiamano Tagina. Plinio fra i popoli dell’Umbria annovera i Tadinati. Abbiamo dunque un luogo chiamato Ptania, Tagina, Tadino. Qual sarà il vero nome di questi tre? Io non lo so, perchè non esiste alcuna lapide, che non fu soggetta agli errori de’ copisti, colla quale si possa emendare tal nome. Stefano Borgia poscia Cardinale adottò il termine Tadino, e dice, e dimostra, che rimaneva nella pianura tra il Monte Appennino, e le Città di Gubbio, Assisi, e Nocera, e precisamente nel luogo ora chiamato la possessione di Tadino distante circa un miglio dal Gualdo di Nocera. Il Vico Capras, ove morì Totila secondo Procopio, era un miglio distante da Tadino, come dissi nel Capitolo IV. Succede.

HALVILLO XV. Dagli Itinerarii di Antonino è chiamato Helvillo vicus, e dall’Itinerario Gersolomitano [p. 150 modifica]Mansio Herbelloni, e Plinio pone nell’Umbria i popoli Suillates. Il nome dunque del paese dovrebbe essere Suillum secondo le edizioni di Plinio. Non esiste alcuna lapide per emendare tal nome, ed il Cluverio, Cellario, ed altri autori giustamente credono, che Elvillo presentemente chiamasi Sigillo, che è Castello.

AD ENSEM X. Nell’itinerario Gerosolomitano leggesi Mutatio Adhesis m. X. Considerando il Cluverio le distanze delle miglia, che segnano gl’Itinerarii da Elvillo a Cale crede, che questo luogo chiamato ad Ensem venisse ad essere tra la Scheggia, e Canziano, ed il Colucci pretende, che fu quel luogo, che in appresso nominossi Luceoli. Il Cellario seguendo l’Olstenio giudica, che ad Ensem fu un Albergo, distinto, e poco lontano da Luceoli. L’itinerario Gerosolimitano lo segna come un luogo di posta, ove si cambiano i cavalli. Veniva poscia Luceoli, di cui mi accingo a parlare.

Era Luceoli un luogo insigne, e rimaneva vicino assai alla Scheggia, anzi la tradizione ci dice, che fu la Scheggia. Non si trova nominato nè dagli antichi Geografi, nè dagl’Itinerarj. Ma è nominato dall’Anonimo Ravennate: intercisa, Gallis , Lutiolis, Eugube, e da Paolo Diacono, il quale racconta la morte violenta ivi seguita di Eleuterio Patrizio Esarca di Ravenna nell’anno 618 di Cristo. Benchè fosse Eunuco si dichiarò in Ravenna Signore dell’Italia, e dell’Impero approfittandosi de’ torbidi, in cui era sommerso l’Impero Romano. Mentre coll’esercito s’inviava a Roma, i Soldati ravveduti del male, che operavano colla ribellione, lo uccisero in Luceoli, ed avendogli reciso il capo lo mandarono all’Imperadore: post haec4 isdem Eleutherius patricius eunuchus imperii jura suscepit. Qui dum, a Ravenna Romam pergeret in castro Luceolis a militibus interfectus est, caputque ejus Costantinopolim imperatori delatum est. Lo stesso racconta Anastasio [p. 151 modifica]Bibliotecario5, e parimenti intitola Luceoli Castello. Dai due citati autori sappiamo, che questo luogo fu occupato dà Longobardi, e che sotto il Pontificato di S. Gregorio I, l’esarca di Ravenna Romano mentre da Roma ritornava in Ravenna loro lo ritolse, e lo ricuperò: hac etiam tempestate, narra Paolo Diacono6 Romanus Patricius, et exarchus Ravennae Romam properavit. Qui dum Ravennam revertitur, recepit Civitates, quas a Longobardis tenebantur, quarum ista sunt nomina: Sutrium, Polimartium, Horta, Turdertum, Ameria, Perusia, LVCEOLI, et alia quasdam civitates. Lo stesso riferisce Anastasio Bibliotecario7. Avendolo il Re Pippino tolto ad Astolfo Re de’ Longobardi fu donato da lui alla chiesa Romana con Cagli, e con tutta la Pentapoli, come racconta lo stesso Anastasio: Urbinum, Callis, Luceolis, Eugubium etc. Fu confermato da Carlo Magno, da Ludovico, e da Ottone nell’anno 962, ed ecco le parole del Diploma secondo l’edizione, che fece fare Mons. Marino Marini8 simul et pentapolim videlicet Ariminum. Pensaurum. Phanum. Senogalliam. Anconam. Ausimum. Humanam. Hesim. Forumsimpronii. Monte feltri. Urbanum. et territorium balnense. Callis. Luceolis. et Eugubium cum omnibus finibus etc. Accenna la Tavola come fuori di strada il tempio di Giove Appennino.

IOVIS PENNINI idest AGVBIO. Esisteva questo tempio di Giove Appennino in una rimota, ed insieme scoscesa parte, sulle coste di un dirupato Monte, lungo la strada Flaminia presso il castello della Scheggia, come ci dimostrano le grandi ruine, che ancora appariscono presso il divisato Castello, ed i rari, ed elegantissimi marmi, che sono stati sovente scavati fra quelle macerie. Il Passeri, che li osservò, fa derivare la parola Scheggia dalla parola barbara Scheit, che significa [p. 152 modifica]scindere, ed il Muratoci la ritrova nel greco in una parola, che parimenti in latino significa scindere. È nominato dal Poeta Claudiano nel Panegirico per VI consolato di Onorio Imperadore. Descrivendo il viaggio di questo dalla Città di Ravenna a Roma indica i luoghi più celebri collocati lungo la via, pe’ quali doveva passare e sono Fanum Fortunae, Petra Pertusa, Tenplum Iovis, Clitumni Fontes, Narniam, Tyberim, Romam. Ecco i suoi versi.

Laetior hinc Fano recipit Fortuna vetusto,
Despiciturque vagus praerupta valle Metaurus
Qua Mons arte patens vivo se perforat arcu,
Admittitque viam sectae per viscera rupis
Exuperans DELVBRA JOVIS, saxoque minantes
Apenninigenis cultas pastoribus aras.
Quin et Clitumni sacras victoribus undas.

Il consolato VI di Onorio accadde nell’anno 404 di Cristo, e ripetendosi l’estensione della Tavola Peutingeriana da una consimil epoca, chiaramente si scorge, che tal tempio esisteva nel principio del quinto secolo dell’era Cristiana. Era dedicato a Giove, a cui si dava il soprannome di Apenino, come ci testifica la tavola itineraria, ed una lapide ivi trovata riportata dal Maffei, dal Passeri, in cui leggesi Iovi Apenino T. Vivius. Carmogenes Sulpicia. Euphrosyne conjux. V. S. DD. Nelle Alpi Penine si adorava il Dio Penino, come ci fa credere T. Livio: neque hercule, montibus his ab transitu Paenorum ullo Veragri incolae jugi ejus norunt nomen inditum: sed ab eo, quem in summo sacratum vertice Peninum montani appellant. Lo Sponio9 riporta la seguente lapide

LVCIVS LVCILIVS
DEO PENINO
OPTIMO MAXIMO
DONVM DEDIT

[p. 153 modifica]Le parole di optimo maximo tacitamente ci dicono, che il Dio adorato nelle sommità delle Alpi era Giove. O sia celtica, o Ebraica, o Greca, o Latina la voce Pen, o Pin, onde discende il Peninus, e Apeninus, Pinna, Pinnaculum, nient’altro vuol dire, che eminenza, altezza, sommità, o cosa simile. Siccome il nome di Appennini si diede a’ nostri monti per la loro altezza, e di Pennine alle Alpi per la stessa ragione: così credo, che Giove preso Gubbio si cognominò Apenino, perchè il di lui tempio fu eretto in mezzo ai Monti Appennini, ed edificato in un luogo eminente.

Nella prima origine questo tempio non altri dovette essere, che una gran Quercia conservata a Giove. Fu tale, e tanta la superstizione, e la semplicità de’ popoli antichi, che ove trovavano un grandissimo Albero, subito credevano, che qualche Dio vi risedesse. Plinio dice10 haec fuere numinum templa, priscoque ritu simplicia rura, etiam nunc Deo praecellentem arborem dicant. Pausania ci avverte, che tal religione fu tenuta da’ Greci, e Massimo Tirio11, che fu tenuta da’ Celti: simulacrum Iovis est apud Celtas quercus alta. Arnobio condanna tal leggerezza, ed il Baronio ci narra, che i Santi Vescovi faticarono molto nel quarto, e quinto Secolo della Chiesa per estirparla, essendosi molto radicata negli animi de’ popoli. In appresso si edificò il tempio di Giove Appennino, che era ancor celebre per gli Oracoli. Il Maffei, ed il Passeri12 stimarono, che Trebellio Pollione parlando nella vita di Claudio dell’oracolo, che chiese di sè, de’ suoi posteri, e del fratello l’Imperador Claudio in Apennino, intenda questo tempio di Giove Appennino: item cum in Apennino de se consuleret, responsum hujusmodi accepit.

Tertia dum Latio regnatem viderit aestas.
Item cum de posteris suis [p. 154 modifica]
His ego nec metas rerum, nec tempora pono.
Item cum de Fratre Quintillo, quem consortem volebat imperii, responsum est
Ostendet terris hunc tantum fata.

Ecco le risposte, che danno gl'impostori, ed ecco la stoltezza de' gentili, che le credettero. Flavio Vopisco13 parlando de' due denti di Elefanti di una portentosa grandezza posseduti da Firmo, co' quali Aureliano pensava di fare una sede alla statua di Giove da collocarsi nel tempio del Sole di Roma, dice, che ivi si erano trasportate le Sorti Apennine. Secondo Valerio, e Suetonio le sorti altro non erano, che gli oracoli, o le risposte, che gli Dei, o i Sacerdoti davano a coloro, che li consultavano. Ma Carino altro Imperadore, a cui premeva di far dormire splendidamente la sua Druda, a lei li donò, onde ci facesse un bel letto. Ipse quoque dicitur habuisse duos dente Elephanti pedum denum, e quibus Aurelianus ipse sellam constituerat facere addictis aliis duobus, in qua Iupiter aureus, et gemmatus sederet cum praetexta ponendus in templus Solis, APENINIS SORTIBVS addictis, quem appellari voluerat Iovem Consulem, vel Consulentem. Sed eosdem dentes postea Carinus mulieri cuidam dono dedit, quae lectum ex iis fecisse narratur. Et quia nunc scitur, et sciri apud posteros nihil proderit, taceo.

La Tavola Peutingeriana dopo Iovis Pennini, soggiunge idest Augubio, perchè era situato nel territorio di Gubbio, e questa città rimaneva lontana dal tempio sette miglia. Imperocchè l'antico Gubbio non esisteva ove è presentemente, ma torreggiava in quella pianura, che rimane fra la presente città, ed i ruderi dell'antico teatro presso il torrente Camignano, e così dimostrano il Cluverio, ed il Sarti14 . Giacendo dunque più a basso, e più prossima al fiume doveva certamente risentire l'incommodo delle umide nebbie, e ciò rimarca Silio Italico15 come cosa particolare di tale città.

[p. 155 modifica] Narnia, et infestum nebulis humentibus olim Iguvium, patuloque jacens sine moenibus arvo Fulginea. Il nome primitivo, e più antico fu IKVVIVM, come in caratteri etrusci leggesi nelle antiche monete indicate dal Reposati, e negli aurei secoli Romani fu IGVVIVM, come leggesi nelle lapidi. Sono celebri le tavole Eugubine, e T. Livio narra16, che Genzio Re dell’Illiria essendo stato fatto prigioniere dà Romani, per decreto del Senato dopo essere stato condotto innanzi al cocchio trionfale fu mandato a Spoleto, affinché fosse custodito. Non volendo gli Spoletini assumere tal’incarico fu condotto a Gubbio. Ritorno alla Tavola Peutingeriana.

AD CALEM VII. Nell’itinerario Gerosolomitano leggesi ad Cale, nell’Anonimo Ravennate Gallis, ed in un luogo dell’Itinerario di Antonino ad Calem, in un altro Calle vicus. Dalle due seguenti lapidi riportate da una lettera anonima, la quale secondo il Lami nell’effemeridi letterarie dell'anno 176517 fu parto di Monsig. De Augustinis Zamperoli, si rileva il vero nome di tale Città18

C. SCABIO CALENSI
ACCENSO DRVSI CAESAR et
ALVMNO LEG. VII. DECVR
GERMAN. ATQ. ASIAT. BELLO
MVRAL. COR. DON. VIRO FORTISS.
C. IVLIVS FELIX
T. VIBIVS OSCVS
M. POMPONIVS UMBER
D. D. D. B. M. P.
_________________

L. DENTVSIO L. F. PAL.
PROCVLINO. EQ. P.
CVRAT. KALE. TIF.
MAT. DATO AB IMPP.
SEVERO ET ANTONINO


[p. 156 modifica]Tacito19 riferisce che M. Vinicio Cagliese fu destinato da Tiberio Cesare alle nozze di una delle sue due Nipoti: Sergio Galba L. Sulla Cos. diu quaesitos, quos neptibus suis, Maritos destinaret Caesar, postquam instabat Virginum aetas, L. Cassium, M. Vinicium legit. Vinicio oppidanum genus Callibus ortus Patre, atque Avo consularibus. Servio commentando il verso di Virgilio quique Cales linquunt scrive: civitas est Campaniae, nam in Flaminia alia est, quae Cale dicitur. Rimaneva nel monte alquanto discosta dal luogo, ove sorge Cagli. Fu distrutta nell’anno 1287 da’ Cagliesi stessi divisi tra loro nelle fazioni Guelfa, e Ghibellina. Col soccorso di Nicolò Papa IV fu riedificata nel 1289 non sull’erta de’ Monti, ove la Città era prima, ma in quel piano, che circondato dai due fiumi Burano, e Baoso rassembra una Penisola, e gli cangiò questo Pontefice l’antico nome in quello di S. Angelo Papale, il quale poscia col tempo lasciò, e Bartolo da Sassoferrato celeberrimo Giureconsulto, che nel 1340 fu dal Podestà Baglioni condotto in Cagli per suo Assessore nella L. ejus, qui § Celsus n. 4. ff. ad municipalem, et de incolis afferma, che la traslazione, e riedificazione di Cagli non fa, che non sia, e non debba considerarsi la stessa antica Città, e godere di tutti i privilegii già posseduti, la qual cosa ordina il Pontefice Nicolò IV nel Breve della di lei riedificazione. Il Gentili20 giustamente crede, che s’intenda per Calle vicus nominato dagli Itinerarii di Antonino quel luogo, dove nel viaggio fermavansi le vetture in sulla Via Flaminia, da cui era la Città alquanto discosta, il qual luogo secondo il Giacopini è quello, che Pons Tabernarum anticamente, ed al dì di oggi Pontaverna corrottamente si chiama. Secondo le stravaganze di alcuni Autori Cale prese il nome dal Dio Marte venerato da’ Gentili sotto il nome di Cale. Altri stimarono, che lo prese da Cajo Trebonio uno degli Amici intrinseci di [p. 157 modifica]Cicerone, il quale parere fu adottato dal P. Coronelli, e Gabino Leto asserì essere stato fondato da’ Nipoti di Noè, e conteggiò sino l’epoca della di lui origine. Ma io credo, che prese il nome da Calle, cioè strada silvestre de’ pastori. Varrone disse21: qui in callibus versantur, et per calles silvestres longinquas solent concitari in aestiva, ey hyberna, e Cicerone22: atque aestatem integra nactus, Italiae calles, et pastorum stabula praedari coepisset. Il Re Pippino donò Cagli alla S. Sede, come ci attesta Anastasio Bibliotecario. Carlo Magno, Ludovico Pio, ed Ottone ne confermarono la donazione. Monsign. Marino Marini riporta una lettera di Federico II diretta a’ nobili di Cagli23, e raccolse dagli Archivj segreti del Vaticano 117 documenti relativi a Cagli, come mi disse, collezione molto onorevole per tale Città. Ebbe i suoi antichi Vescovi: Greciano è il primo, di cui ci sia giunta notizia, il quale intervenne al Concilio Riminese contro gli Ariani, e S. Ilario Papa celebra la di lui dottrina, e zelo a favore della fede Cattolica: cum apud24 locum Ariminensem Episcoporum Synodus fuisset collecta, et tractatum fuisset de fide, et sedisset animo quid agi deberet, Graecianus Episcopus a Calle dixit. Quantum decuit, Fratres charissimis, sancta Synodus patientiam habuit etc.

AD INTERCISA VIIII. L’itinerario Gerosolimitano ha Mutatio Intercisa M. IX. L’Anonimo Ravennate parimenti dice intercisa. Claudiano nel sesto Consolato di Onorio canta:

Despiciturque vagus praerupta valle Metaurus,
Qua mons arte patens vivo se perforat arcu,
Admittitque viam sectae per viscera rupis.


Presentemente chiamasi il Furlo, che non è altro, che un monte di sasso vivo, che da Vespasiano fu fatto scavare per agevolare la via Flaminia, la quale passa entro [p. 158 modifica]questo foro, che rassomiglia ad una grotta. Era in compagnia del Cluverio Luca Olstenio giovane di alta statura, quando fu da lui visitato, come egli racconta. Il foro é alto passi cinque, è largo passi cinque, ed è lungo passi trentacinque dell’Olstenio, che misurollo. Vi sono due iscrizioni. Una, che rimane verso Cagli, non si legge, perché è molto corrosa. L’altra, che resta verso Fossombrone, dice.

IMP. CAESAR. AVG.
VESPASIANVS PONT. MAX.
TRIB. POT. VII. IMP. XVII. P. P. COS VIIII
CENSOR. FACIVND. CVRAVIT


Vittore nell’epitome di Vespasiano dice: tunc cavati montes per flaminiam sunt prano transgressu, quae vulgariter Petra Pertusa vocitatur. Aurelio asserisce: cavati montes per Flaminiam sunt prono transgressu. Procopio chiamò tal luogo Pietra Pertusa, e ci fa sapere, che vi era un Castello, che chiudeva l’esito a quelle armate, che volessero andare in Roma25 Alboino Re de’ Longobardi circa l’anno 567 incendiò tale Castello, che era una fortezza inespugnabile, e proseguì la sua marcia pel Piceno.

FORO SEMPRONI XII. È nominato dagl’itinerarii di Antonino, dal Gerosolimitano, da Plinio, Strabone, Tolomeo. Presentemente esiste, e chiamasi Fossombrone, e si può dire, che questa città, fu per la terza volta edificata. Imperocchè Sempronio, nel formare il suo foro non altro volle fare, che un luogo acconcio alle nundine, ed ai mercati per i popoli convicini. Lo fondò quasi un miglio distante da Fossombrone dalla parte orientale di una pianura, in cui frequentemente si sono scoperta lapidi, pavimenti di musaico, cammei, medaglie, idoletti, torsi di Statue, e cose simili. Stando in un sito sì comodo ai negozianti, [p. 159 modifica]ed ai popoli convicini a poco a poco si accrebbe, e divenne un’insigne Città. Distrutta da’ Goti, o da’ Longobardi, gli abitanti si ritirarono nel monte di S. Altebrando, che sovrasta Fossombrone, ed ivi fissarono la lor dimora. Sedati i tempi, ed essendo tal luogo assai scosceso, a poco a poco, vennero nella pianura, ed edificarono l’odierna città. È nominata dall’Anonimo Ravennate, e si trova segnata in tutte le donazioni della Pentapoli fatte alla Santa Sede. L’Itinerario Gerosolomitano tra il Foro Sempronio, e Fano pone un luogo di fermata, e lo chiama Mutatio ad Octavum, cioè lapidem. Il Cluverio crede che fu verso Saltara, ma l’Olstenio lo pone verso S. Antonio della Quercia.

FANVM FORTVNAE XVI, e la pone in distanza del Foro Sempronio sedici miglia, ed otto da Pesaro. È nominata tale Città dagli Itinerarii di Antonino, e dal Gerosolimitano, da Plinio, da Strabone, e da Tolomeo. Pomponio Mela la chiama Colonia Fanestris. Nelle lapidi ora trovasi Fanum senza altro aggiunto, ora Fanum Fortunae, ora Colonia Fanestris, ora Colonia Iulia Fanestris. Riconosce la sua origine da un tempio dedicato alla Fortuna, vicino a cui cominciossi a fabbricare gli edificij, ed a poco a poco ne sorse una Città. Siccome la Gallia Togata fu abitata dagli Etrusci, che erano popoli assai superstiziosi, così si può credere, che da essi riconosca la sua origine, come la riconosce Cupra Marittima al dire di Strabone. Il Pontificale di Ravenna nella vita di S. Agnello, ci fa sapere, che nell’anno 565 di Cristo Fano fu distrutta da un incendio, e che vi perì una gran moltitudine di persone26 et civitas Fano igne concremata est, et moltitudo hominum flamma consumpta est: castrumque Cesenatum incendium devoratum est. Presentemente questa Città è assai florida.

[p. 160 modifica]Dirò ora poche parole sopra Montefeltro, chiamato ora S. Leo, come contro il P. Contareni sostiene l’Arciprete Marini. Gli autori più antichi, che la nominano, sono Procopio, e l’Annonimo Ravennate, che dice Monte Feltre, Orbino, Foro Sempronii etc. Procopio27 narra, che Vittige vi lasciò la guarnigione prima di portarsi in Rimini: castella sunt praeterea duo, Cesena, ac Monsferetrus. In utroque praesidiaros haud minus D. constituit. Rimane tale Città fra i fiumi Conca e Marecchia. È nominata da Anastasio Bibliotecario: Desiderius Longobardorum rex superbiae, et jactantiae fastu levatus .. confestim direxit multitudinem exercitus, et occupare fecit fines Civitatum, idest Senogalliensis, Montis feretri, Urbini, Eugubii. Trovasi enumerata tra le Città della Pentapoli nelle conferme della donazione, che Pippino, e Carlo Magno fecero alla S. Sede. Luitprando28 ci fa sapere, che fu assediata da Ottone: Otho Papiae novem conscendit, ac per Eridani alveum Ravennam usque pervenit, indeque progrediens Montem Feretrarum, quod oppidum S. Leonis dicitur, in quo Berengarius, et Uvila erat, obsedit. Io non trovo ricordato dagli antichi Scrittori altro fiume, altra Città, ed altro Pago fuori di quelli, de’ quali sino al presente parlai. Plinio pone nella Sesta Regione più Città, che ora sono perite. Potrebbe essere, che oltre quelle, delle quali feci parola, alcuna rimanesse nel Piceno Annonario. Se alcuno scuoprirà ove fu, non solamente farà un piacere a me, ma anche agli eruditi, se paleserà la sua scoperta.

Note

  1. Antic. Pic. T. 17. p. as.
  2. La parola Iguini, che leggesi in Plinio, è corrotta. Il vero monte di Gubbio fu Iguvium, come leggesi nelle lapidi, e Plinio parla di Iguvini, e non del Monte Ginguno.
  3. Lib. 3. c. 5.
  4. De Gest. Longobar. l. 4. c. 35.
  5. In vit. Bonif. V. p. 241.
  6. Loc. cit. lib. 8
  7. In vit. S. Gregor. I. p. 133.
  8. p. 112.
  9. Miscel. erudit. antiq. saec. III.
  10. Hist. nat. l. 13. c. 2.
  11. serm. 38.
  12. Tab. Eugub. hist.
  13. In Firmo.
  14. De Ep. Eugub. p. XIV
  15. Lib. 8.
  16. Dec. 5. L. 5. c. 36.
  17. Col. 608
  18. p. 33.
  19. Lib. 5.
  20. Difesa della disamina delle memorie della Pergola § 14.
  21. De re rust. l. 1. c. 10
  22. pro Sext. c. 5
  23. Nuovo esame etc. p. 92.
  24. Labbè in Conile.
  25. Lib. 4. de Bello Goth. c. 19.
  26. Murat. Rer. Italic. Script. T. I. p. 43.
  27. De bel. Goth. l. 2. c. XI.
  28. Lib. 6.