Rivista di Cavalleria - Volume IX/III/Il nuovo I Tomo del regolamento d'esercizi per la Cavalleria

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Il nuovo I Tomo del regolamento d'esercizi per la Cavalleria

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Il nuovo I Tomo del regolamento d'esercizi per la Cavalleria
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Il nuovo I Tomo del regolamento d’esercizi

per la cavalleria




Il tomo I d’esercizi per la cavalleria, testè ricompilato ed in via d’esperimento, costituisce per l’arma nostra un tema d'attualità di grande interesse.

La Rivista di Cavalleria, convinta dell’utilità che può derivare all’arma da una serena disamina delle nuove prescrizioni del testo provvisorio — lecita e niente affatto superflua, poichè nel titolo stesso di provvisorio è implicita l’idea di possibili modificazioni — come ha nei passati fasciculi dato ospitalità agli articoli in merito del colonnello Bianchi d’Adda e del capitano Caprilli, pubblica ora sullo stesso soggetto tre brevi scritti, dovuti al colonnello Sartirana ed ai capitani Filippini e Cingia, e nutre speranza che, attratti dall’esempio, altri esperti ed appassionati ufficiali dell’arma si inducano a scendere nel cortese agone ed a manifestare le loro idee su tanto importante argomento.


I.


Sul nuovo Regolamento d’equitazione.


Sul regolamenio di esercizi per la cavalleria (Tomo I) hanno scritto nella Rivista di Cavalleria, sino adesso, il Bianchi d'Adda ed il Caprilli.

Il primo loda, il secondo è benevolo su quanto gli pare si accordi con le idee esposte nel suo lavoro «per l'equitazione di campagna» lo è meno per ciò che ne dissente. Vengo terzo io che mi sono un qualche poco adoperato per il rifacimento dì questo Tomo I.

Un generale, che faceva parte della commissione nominata per lo studio di quanto era da ricomporre, o innovare, o, solamente, ridurre a miglior dizione, mi diceva: «non si potrà asseverare di aver raggiunta la perfezione, ma un passo avanti si sarà fatto di certo.» Ed è, veramente, a mio credere, un giusto sentenziare su l'opera. Siamo ancora lontani dalla perfezione; nel cammino che intercede, si possono mettere i bene avvisati, per proporre ciò che può avvicinare a la meta.

Ce ne avvicineremo applicando nella loro interezza i principi esposti dai Caprilli, o non pure daremo addietro? Perchè poi, tutto quanto egli dice di comandi più elementari e non mutabili, del bisogno di [p. 228 modifica]semplificare, dell'essere ozioso il far montare le reclute su di un cavallo tenuto a la corda, e quanto altro, è messo lì con poco calore, più tosto per far mostra delle mende che pel bisogno di risarcirle. Ma quello che gli sta a cuore è, che si tenga sempre fisso l'occhio a questo intento: ridurre cavalieri e cavalli ad «andar bene in campagna.» E poichè disseminati per la campagna sono gli ostacoli, si insegni, sopra tutto, il modo di superarli. Il pernio su cui si aggira buona parte, la maggiore, della istruzione è in quell'insistere su l'armonia tra le azioni della mano e la bocca del cavallo. Ed il semplicissimo regolamento che darebbe forma a la teoria esposta, sarebbe quello che, presa per base la equitazione di campagna praticata nel modo dal suo lavoro descritta, vi uniformasse pochi precetti per la preparazione nelle cavallerizze.

Poco e molto. Poco perchè non è l’andare bene in campagna il solo scopo che si propone la equitazione militare, quando a la parola campagna si dia il significato di cavalcare all’aperto pei campi. La equitazione militare non tende a ciò solo. In campagna è di bisogno l'andar bene, ma per potere con vantaggio misurarsi coll’avversario. Ed allora forse quel cedere, quel secondare, quel tenere le mani basse e ferme, le redini più tosto lunghe con appoggio leggerissimo, sarà l’inizio per cui poi si perviene a guidare il cavallo colla mano sinistra posta in alto, perchè all’arco anteriore della sella sovrasta il pastrano, tenere nella destra la lancia o la sciabola, far impeto sul nemico, o schermirsi da lui. Il troppo è nelle regole che si vogliono insegnare per il salto. Il regolamento suggerisce, dice il Caprilli, senza dire come le cose suggerite si debbano eseguire. Di tale accusa il regolamento scagiono, perchè quando non bastasse l’indicato alle pagine 118 e 122, è steso a pagina 232 un vero e magistrale trattato sul come adoperarsi nell’esercizio di superare ostacoli. Là il troppo non stroppia perchè la parte IV è serbata a quelli che dovendo insegnare devono «possedere cognizioni più estese.» Queste cognizioni ivi le attingono e complete; il maestro che le ha con tanta efficace chiarezza esposte è lo stesso Caprilli che, nell’arte di superare ostacoli, è quel valente a cui noi tutti facciamo plauso. Per la truppa però, non chiamata a superare ostacoli di dimensioni considerevoli, le norme del § 277 sono di eccesso; quelle di cui si disse prima più che sufficienti.

Da chi ama di insegnare strettamente ciò che si pratica, basterebbe che, per la equitazione in campagna, fosse detto: all’aperto, al galoppo, affrontando ostacoli, il cavaliere non muterà nè la sua posizione, nè la tensione delle redini. Così, qual’è, unito al cavallo, [p. 229 modifica]accompagnandone il movimento come spiega il § 202, spingendo il cavallo ad allungare un poco il galoppo, affronterà l’ostacolo. E sicurissimamente lo supererà, e nessuno andrà per le terre, come nessuno, pochissimi, nei reggimenti Vittorio e Firenze, ad esempio, che nel modo descritto si comportano.

Quella soffice prateria che è la piazza d’arme di Nola, e quegli ostacoli estesi a bastare ad interi reparti schierati, hanno veduto i lunghi galoppi ed i ripetuti salti del reggimento che allora mi era concesso di chiamare, con orgoglioso affetto, mio; ma nè gli ostacoli ebbero il vanto di sbarrare la via, nè il prato di ricevere l’amplesso che di pochi, tra i quali è debito mi annoveri. L’insegnare di più, esigere che il soldato avanzi i pugni mentre è in aria senza cadere indietro col busto, questo assolutamente indispensabile condurrà a bene con qualche soldato di singolari attitudini per apprendere le finezze delle equestri discipline, per gli altri sarà insegnamento inefficace, e qualche volta dannoso. Discorro di soldati in armi ed in campagna; discorro di ostacoli quali può il cavallo di truppa superare. Mi si è offerta occasione, nella oramai non lieve permanenza fra le truppe, di vedere che squadroni, reggimenti, lanciati a distesa, andarono al di là di ostacoli difficili se si pararono loro dinanzi inaspettati, da non dare tempo a frenare l’andatura. Invece ostacoli di poco conto, preveduti, ostacolarono davvero le truppe.

Per ritornare da dove ho preso le mosse, e cioè al troppo poco che si vorrebbe insegnato in equitazione in omaggio aì principio di semplificare, e per secondare le naturali attitudini del cavallo sino a quei lìmiti che da soggetto non si muti in padrone, ravviso una tendenza la quale assecondata sino alle ultime sue conseguenze, farà che in avvenire chi si rimettesse a riunire, piegare, rendere il cavallo equilibrato in modo da farlo muovere a suo talento, a tutte le andature, in breve spazio si gabberà la fama di un innovatore. Giova il tenersi in misura.

Il classicismo agghindato, ispirantesi in Arcadia e nella mitologia ha fatto plaudire al romanticismo, umano e poetico; sbandito poi dal naturalismo, che comincia a volgere al tramonto. Abbiamo avuto nella equitazione il classicismo, il romanticismo, ed ora siamo avviati al naturalismo.

L’opera d’arte immortale dà equa parte alle tre maniere; lo spropositare di una, turba l’armonia della creazione. Col Fiaschi, col Pignatelli e, più tardi, col Pluvinel, il Grisone, il de la Guérinière siamo nella equitazione classica; la romantica è la equitazione che praticano [p. 230 modifica]ed insegnano il conte d’Aure, il Baucher che si rannoda ai classici, il Franconi ed il Paderni nostro che prelude al naturalismo del De Ligniêres e del Rosemberg, e di molti altri dell’oggi. Ma non si spropositi, perchè l’eccesso della equitazione naturale non ci riconduca a la artificiosa da cavallerizza di altri tempi.

Esaminiamo partitamente le osservazioni che sono nell’articolo, seguendo l’ordine nel quale si succedono. Su i comandi mi accordo coll’autore, senza però credere essi sieno troppo complicati, e che il nostro soldato sia di così corta intelligenza da averne la mente ingombra, e non ritenerli dal maggio a novembre. Il far montare, proprio sul primo bel principio, le reclute su di un cavallo tenuto alla corda, è da molti comandanti di squadrone ritenuto utile; mi schiero con essi e cogli austriaci che impartiscono alle reclute più della metà dell’istruzione a cavallo in questa maniera. Il regolamento che sancisce tale metodo è opera recente.

Non dannoso, che è dir troppo, ma neanche inutile mi pare l’insegnamento del partire a galoppo dal passo. Conviene non dimenticare che quando si arriva a questo insegnamento, avremo già insegnato alle reclute a spingere il cavallo a galoppo dal trotto allungato; le avremo già condotte a galoppare all’aperto, ripetendo loro ciò che si legge a pagina 120 e cioè: «non si deve mai, ad esempio, partire al trotto e tanto meno a galoppo da fermo, ma devesi invitare prima il cavallo a muoversi al passo e successivamente al trotto e al galoppo». Per cui qui l’insegnamento vuole questo intento raggiungere: persuadere la recluta che equilibrando il suo corpo in un dato modo, aiutando colle gambe, movendo i pugni, si ottiene che il cavallo galoppi. Si ottiene cioè che la volontà del cavaliere nel cavallo si trasfonda, «e la obbedienza ottenuta a questo, dirò col Rosemberg. conduce.... che ciascun cavaliere sa ciò che può ricavare dall’imapiego dei suoi aiuti, ed a quale scopo se ne serva».

Nè, pare, si può dire sia inutile l’istruire la recluta a trottare di scuola. Il Rosemberg va più in là ed asserisce (pag. 24 del libro Idee pratiche sul servizio della cavalleria) «sempre nelle cavallerizze, ma specialmente nell’addestramento dei cavalli giovani, è indispensabile trottare di scuola». Tra l’indispensabile e l’inutile teniamo il giusto mezzo.

Sul modo di impugnare le redini, col cavallo in briglia, plaudo a quanto si prescrive a pagina 123. Sempre tutte e quattro le redini nella mano sinistra. La destra è la mano delle armi. Quindi sono agli antipodi dall’associarmi al desiderio che «il regolamento dichiarasse [p. 231 modifica]esplicitamente che, sempre quando è possibile, le redini sieno impugnate una o due per mano». No, sempre nella mano sinistra. Perchè guardando allo scopo ultimo, che è l’usar l’armi contro il nemico, le due funzioni delle mani sono, per la sinistra l’indirizzare e tenere il freno, per la destra far vigoria, esser pugnace. Educate quindi la destra a la indipendenza e solo in terreni difficili, affrontando ostacoli, venga all’altra in aiuto. Ma se voi questa sua tendenza snaturate, farete che anche colle armi in pugno, al minimo esitare del cavallo, nell’andar scomposto su terreno disuguale, o nel mutare direzione, sempre la destra correrà a le redini. Il bisogno fugace non sarà più la eccezione per distogliere la destra da ciò che deve, anzi la regola. Però negli esercizi in briglia nella cavallerizza, sarà opportuno concedere che la mano destra concorra con la sinistra a guidare il cavallo. Lo spazio è breve, si muta ad ogni momento di direzione, ed il farlo per virtù sola della mano sinistra non è facile; ed essendo difficile pare che opportunamente sia da impiegare la mano destra che è lì inerte poggiata su la coscia. Una eccezione dunque da mettere dentro la parentesi che racchiude il «percorrendo terreno difficile, affrontando ostacoli». Si includa «e nella cavallerizza, nei primi esercizi per guidare in briglia, ed interpolatamente poi».

La abolizione del morso è voto ardentissimo del Caprilli. Non è il solo che lo formi. Se ne scrisse, se ne è parlato, e se ne parla. Quando sui giornali illustrati inglesi, così precisi nel riprodurre i particolari di ciò che forma soggetto di disegni, ho veduto rappresentato a cavallo il cubano Maceco ed il boero Cronje, quest’ultimo di fronte a sir Robert, molte riflessioni mi destarono le maniere della imbrigliatura. Il Maceco ed il Cronje tenevano nella sinistra due redini che facevano capo ad un morsetto snodato. A quanti pericoli sono corsi incontro, a quanti sono sfuggiti con quei loro cavalli così guidati, e su quali terreni hanno galoppato, ed erte ascese, e per pendii scivolati, e subite fermate, e via di botto a distesa. L’altro, il generalissimo, su di un cavallo poderoso, poderosamente immorsato, reggente quattro redini, quelle del filetto passato per gli anelli della martingala. Ma egli pure ha galoppato incontro al nemico, e la sua cavalleria, che userà briglie e immorsatura a somiglianza della usata da lui, ha raccolto degli allori, forse, al paragone delle altre armi, i maggiori. Dunque? Gli orientali che stanno molto a cavallo, e fanno fantasia, cioè sembra assoggettino il cavallo a piegarsi a ciò che detta loro una pazzesca eccitazione, li tengono duramente immorsati. Il cavallo da guerra per cui non [p. 232 modifica]prestamente si conviene all’agguato, ma a la ria battaglia, è di mestieri abbia il morso e la spuma sanguigna negata dall’arte e concessa dal caso al pennello di Apelle? Il «largo esperimento ed il pieno successo del comandante lo squadrone di sua conoscenza» indurranno ad esaudire l’ardentissimo voto di abolirlo? Chi lo può sentenzi. Però l’esaudimento di un voto dovrebbe appagare. Il secondo, quello del «si abolisca completamente tutto quanto è compreso nel paragrafo A» rimanga voto. Nella premessa del paragrafo si dice il fine che si tende raggiungere, e non mi par detto male. L’andar bene in campagna se induce a far getto di piego, riunione e quanto altro si oppone al secondare le attitudini naturali del cavallo, il fare di questo uno strumento da guerra incita ad usare di qualche mezzo per correggere, o modificare, o dar risalto, ad alcuna di tali attitudini. Il cavallo che saprà far bene quel poco che nel paragrafo a) è indicato, risparmia, lo credo ma non sono io che lo dico, risparmia sempre le sue forze che rimangono così a disposizione di chi lo monta. (Rosemberg, pag. 59).

Su la frotta il regolamento ha poche parole, e non mi pare fosse opportuno, in questo tomo 1o, dirne di più, per non andare al di là di ciò che dà materia al tomo 1o, che è la preparazione, o toccare a soggetti di applicazione, che trovano posto nel tomo che al 1o sussegue.

Prendo congedo dall’autore alla idea del quale, sul nostro reclutamento, mi associo; e di questo convenire con lui in sulla fine, ed il convenire in molta parte di altre teoriche sulla equitazione manifestate, così che vennero a trovar forma regolamentare, farà che non male accolga la poca critica alle sue critiche.

Colonnello Sartirana.


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II.


In risposta alle crìtiche del cap. Caprilli.


I lettori della Rivista avranno letto con molto interesse il belPartioolo che il collega Caprilli ha pubblicato nell’ultima dispensa sul nuovo regolamento d’equitazione.

La competenza che tutti riconosciamo al brillante ufficiale in tale argomento dà ai suoi apprezzamenti non poco valore, per cui mi sia concesso di dire a mia volta due parole, lieto se esse varranno a mantenere viva una serena discussione che sarà tanto più proficua di fronte alla provvisorietà del regolamento in parola.

Anche questa volta l’A, inforcato il suo irlandese, parte a galoppo di caccia e salta con disinvoltura ostacoli d’ognì specie battendo la campagna con molta perizia equitatoria: vediamo dunque di tenergli dietro, tanto più che stavolta, essendo la cadenza dell’andatura e la direzione assai meglio regolate, il compito sarà molto più facile.

E cominciamo dall’esordio. Esso è una breve orazione funebre per il povero regolamento che, per intenderci, chiameremo con l’A. vecchio, e che egli l’altra volta aveva coperto d’improperi; ora vedendolo a terra ferito a morte, gli tributa generosamente il dovuto rispetto e passa oltre.

Sarebbe invece interessante di riandare con la mente le impressioni suscitate dalla sua apparizione nel 1890 (l’edizione del ’96 non fu che una ripetizione riveduta e non del tutto corretta di quella del ’90), le lunghe e vivaci discussioni fra gli ufficiali dell’arma di fronte alla sanzione di principii nuovi e che tali erano veramente per la maggior parte. Poichè è da notare che mentre, come ben dice il Caprilli, l’attuale edizione trova il terreno preparato, anzi rappresenta quasi la sanzione di quanto si andava facendo, l’altra edizione che ripeteva la sua origine da quanto s’era fatto all’estero, rispondeva bensì ad un bisogno dell’arma, ma questo bisogno non era sentito che da pochi e, diciamolo francamente, questi pochi non erano i più giovani.

Perciò il regolamento che non poteva imporre di punto in bianco la rivoluzione di quanto si era fatto fino allora, dovette conservare del passato gran parte della forma per far digerire la sostanza, e assunse [p. 234 modifica]quel carattere transitorio che permise alle nuove idee di affermarsi gradatamente, lasciando alle vecchie il conforto di una prolungata agonia.

Ringraziamolo dunque questo regolamento e togliamone come un ammaestramento che in nessuna innovazione, e tanto meno in quelle militari, si può procedere a salti.

È risaputo quanto sia difficile di estirpare dai nostri reggimenti certe abitudini buone e cattive che nessuno sa come siano sorte, nè come e perchè vadano tramandandosi da classe a classe mentre il personale cambia di continuo. Eppure tali abitudini che si esplicano in mille particolari, dall’appellativo di un oggetto di corredo all’esecuzione di un segnale di tromba, si innestano perfino con lo spirito di corpo sì che ognuno di quelli che vi appartiene si fa religioso dovere di assumerle e di tramandarle. Chissà perchè, ad esempio, in un reggimento lancieri di mia conoscenza si debba continuare a chiamare barroccio la carretta da battaglione, e in un altro si chiami baracchino la gavetta, mentre in tanti altri reggimenti questi appellativi sono sconosciuti?

E chissà perchè uno stesso segnale di tromba si continua a ripetere con una speciale cadenza da corpo a corpo sì da renderlo quasi di difficile intelligenza per chi non vi ha ancora fatto l’orecchio, mentre le note musicali che il regolamento prescrive sono le stesse per tutti ed uguale è il ritmo nel quale dovrebbero essere ripetute?

Ciò m’è venuto alla mente leggendo la proposta del Caprilli per semplificare (?) i comandi da usarsi nella cavallerizza. L’idea è certamente geniale ed ha una base logica, ma non credo che la sua applicazione sarebbe così semplice come a prima vista potrebbe apparire; inoltre, non sarebbe scevra da inconvenienti inerenti alla sua sostanza.

Il regolamento, non bisogna dimenticarlo, è fatto più per gli istruttori che per il soldato: questo ne riceve le nozioni ed è chiamato ad applicarlo per bocca degli ufficiali e dei graduati, sarebbe anzi grave errore, com’è accennato nella premessa generale, l’ammanire al soldato complicate spiegazioni degli esercizi e più ancora il pretenderne la ripetizione. Ora io ritengo che il trasformare d’un tratto il sistema dei comandi della cavallerizza darebbe luogo a non poca confusione per parte degli istruttori, sia per dover dimenticare quanto è oramai tradizione inveterata, sia per le difficoltà stesse che presenterebbe l’esecuzione degli esercizi individuali secondo le avvertenze indicate ai n. 170 e seguenti.

L’ideale d’una istruzione d’equitazione secondo i principi oggi generalmente riconosciuti sarebbe di servirsi della cavallerizza per fare [p. 235 modifica]dell’equilibrio e della ginoastica, ma la vera equitazione dovrebbe essere appresa all’aperto, perchè lì soltanto è possibile che essa abbia carattere individuale. Ma se questo è l’ideale non si può pretendere di applicarlo sempre e dapertutto, dovevasi dunque ricorrere a qualche ripiego per far sì che anche nella cavallerizza ci si accosti, per quanto è possibile, all’ideale ora indicato. Per ottener ciò il regolamento ha sancito come principio di base che appena dato sufficiente equilibrio ed elasticità alla recluta se ne continui l’addestramento con l’istruzione individuale, sia questo nella cavallerizza o all’aperto.

Da quel momento dunque la sezione dovrebbe essere quasi abolita, e abolita assolutamente ogni contemporaneità nell’esecuzione degli esercizi, abolito l’allineamento e quell’avvertimento di: assieme che per tanti anni abbiamo sentito risonare nelle cavallerizze, e che per tanti anni ancora continuerà purtroppo a risonarvi malgrado i regolamenti, ma in omaggio all’abitudine.

Le nuove disposizioni del regolamento sono dunque intese a rendere il cavaliere un po’ più emancipato dai comandi dell’istruttore imponendogli nello stesso tempo una certa regola nel modo di camminare nella cavallerizza senza che l’istruttore intervenga ad ogni passo con nuovi comandi, e ciò, per conseguenza, rende necessario il linguaggio tecnico per l’esecuzione di alcuni esercizi che è fornito appunto dai tagliate, cambiamenti, ecc., coi quali, una volta dato il comando, la recluta pensa alla sua esecuzione fino ad esercizio compiuto, preparando per tempo il cavallo a girare con la tranquillità e l’indipendenza richieste dallo spirito dell’istruzione individuale rettamente intesa.

Semplificare, dunque, sta bene, ma nel senso di togliere l’inutile, non per portare mutamenti la cui adozione avrebbe per risultato nuove complicazioni. In quest’ordine d’idee io sacrificherei invece volentieri il cambiamento a mezza volta (n. 159) perchè superfluo trattandosi di equitazione elementare a scopo di equilibrio e d’assetto, e perchè può dar luogo a confusione con la mezza volta (n. 172) che si eseguisce più tardi e che è utilissima.

Convengo pienamente con l’A. sui pregi dell’equitazione fatta a volontà, non comprendo però come ne invochi una più larga applicazione mentre tutto il regolamento è precisamente informato a questo stesso principio e mentre il n. 177 dà anche delle tassative prescrizioni al riguardo.

Non sono riuscito a comprendere perchè il Caprilli insista nel volere che al soldato si facciano poche spiegazioni quasi che il [p. 236 modifica]regolamento non dica in più punti la stessa cosa, e perchè, d’altra parte, invochi un più largo e particolareggiato corredo di nozioni sul modo come impartire l’istruzione per parte degli istruttori.

Ciò a mio parere è contrario al principio del quale abbiamo per tanto tempo invocato la sanzione, quello cioè di lasciare che l'istruttore esplichi la sua iniziativa secondo il proprio talento e la propria esperienza.

Quando il regolamento, a guisa di uniforme linguaggio, ha stabilito le regole principali alle quali deve uniformarsi il metodo della istruzione, ha finito il suo compito, e tocca poi agli istruttori ad applicarle mettendovi ciascuno del proprio perchè i risultati siano quali il regolamento ha voluto indicare. Così ad esempio al N. 143 sono suggeriti diversi modi per iniziare l’istruzione delle reclute, modi che ebbero ed hanno tuttora fervidi cultori, sia presso di noi, sia all’estero; perchè dunque rinunciare ad uno o più di essi soltanto perchè a Tizio od a Caio non sembrano opportuni? Il metodo di mettere le reclute alla corda è tassativamente prescritto dal regolamento francese; quello in coperta aveva avuto la sanzione del nostro precedente con relative prescrizioni di durata; c’è chi trova giusto di far acquistar forza alle reclute mediante l’esercizio senza staffe e chi ritiene più opportuno di far loro prendere equilibrio con le staffe perchè non s’irrigidiscano: tutti dunque possono aver ragione e il nostro regolamento ne ha assai opportunamente lasciata libera la scelta dopo avere ben chiaramente indicato lo scopo da raggiungere.

Nè voglio lasciar passare sotto silenzio un gambero pescato dall’A. e oso chiamarlo tale conoscendo le sue idee in fatto d’equitazione.

Come ha potuto infatti invocare la prescrizione di spingere il tallone in basso nella posizione a cavallo?

Non è questo sinonimo di rigidezza e non rappresenta quindi il più genuino ritorno a quel passato e a quel regolamento che si vuol dimenticare?

Dato il principio di introdurre lutto il piede nella staffa come è mai possibile di conciliarlo con lo spingere il tallone in basso? E poi, non abbiamo oramai tutti convenuto che l’equilibrio e la solidità del cavaliere in sella assai più che con la pressione della gamba debba ottenersi con l’aderenza delle natiche, delle cosce e del ginocchio? In questo caso la parte inferiore della gamba deve avere un’azione affatto passiva, anzi essa deve, come dice benissimo il regolamento (n. 144), cadere naturalmente pel proprio peso, e nulla più. Su questo che pare [p. 237 modifica]un particolare, ed è invece un punto importantissimo, si basa tutto il nuovo sistema d’equitazione in opposizione al vecchio, per cui tanto più strana mi è sembrata la osservazione del Caprilli in quanto egli è stato sempre un fervido fautore dell’uno contro l’altro.

Un altro piccolo gambero di assai minori proporzioni è quello relativo al trotto di scuola che il Caprilli vorrebbe non fosse ingegnato. Ma dove mai è detto ciò nel regolamento? Il trotto di scuola non è cosa che si insegni, esso è una conseguenza necessaria delle reazioni naturali del cavallo, e troverei invece assai strano che l’istruttore prima di far partire le reclute al trotto volesse insegnar loro il trotto di manovra il quale davvero non si impara in massima che dietro speciale istruzione.

Convengo invece pienamente nel desiderio dell’A. di sopprimere per la recluta la partenza a galoppo dal passo perchè in contraddizione con tutto quanto viene giustamente consigliato altrove, e di omettere le cognizioni relative alle due specie di galoppo. La mia esperienza personale mi suggerisce che dal giorno in cui le reclute sono prese dalla preoccupazione dì partire a galoppo falso, i cavalli lo assumono con maggiore frequenza.

Circa l’uso della frusta, che il nuovo regolamento ha voluto proscrivere, mentre il Caprilli vorrebbe fosse tollerato, mi sento perplesso ad esprimere una opinione recisa, ma fra le due soluzioni propendo per quella data dal regolamento.

È bensì vero che la frusta bene adoperata può essere utilissima, ma siccome l’esperienza non può essere fatta che a danno delle reclute e del loro addestramento, ritengo minor male gli inconvenienti derivati dalla pigrizia dei cavalli, a quelli che provengono dalla sovraeccitazione dei cavalieri e dei quadrupedi quando sono spaventati. E poi, sappiamo tutti come l’istruzione delle reclute sia fra le più indicate per alterare il sistema nervoso d’un istruttore anche dotato di molta calma; è quindi molto prudente di togliergli addirittura il mezzo di commettere anche involontariamente degli atti le cui conseguenze non possono sempre misurarsi.

L’esperienza deve pur averci insegnato qualche cosa.



Nella seconda parte del suo pregevole scritto il Caprilli lamenta due lacune del regolamento che io credo invece siano state lasciate con animo deliberato.

[p. 238 modifica]La prima si riferisce alla ceduta durante il salto ottenuta con l'avanzata dei pugni, la seconda al modo di impugnare le redini.

In entrambi i casi il Caprilli vede la cosa dal punto di vista tecnico, starei per dire artistico, e ha ragione, ma egli dimentica che il regolamento ha per iscopo di render il soldato atto alla guerra, di farne un cavaliere di campagna capace di combattere con le armi in pugno.

Ciò è detto esplicitamente nella premessa a tutta l’istruzione a cavallo (N. 140) e nelle generalità che si riferiscono all’istruzione complementare (N.259), e impone al metodo d'insegnamento esigenze speciali che non possono trascurarsi.

Considerata infatti la poca entità degli ostacoli che è chiamato a saltare il soldato e la non sempre abbondante decisione dei quadrupedi di truppa non ritengo assolutamente indispensabile al cavallo questa maggior libertà di testa e collo, mentre temerei che la ceduta in aria si risolvesse, nella maggior parte dei casi, in uno spostamento del busto del cavaliere innanzi, e nella conseguente perdita del suo assetto. Questa, in ultima analisi, oltre mettere il soldato nel pericolo di cadere, ciò che per noi, in guerra od in campagna, è assai più grave che ad un concorso ippico, procurerebbe al cavallo maggior disturbo del beneficio che gli si vuole arrecare cedendo i pugni, e avrebbe come primo effetto una maggior incertezza nel cavallo al salto.

Quando trattisi, invece, di ostacoli elevati ed estesi ove lo sforzo del cavallo è assai più grande, il cavaliere deve naturalmente impiegare una perizia ad essi proporzionata, perciò nella parte 4a del regolamento dove si parla di cavalieri provetti e di ostacoli di maggior entità viene chiaramente suggerita la ceduta in aria e le viene tributata quella importanza che nessuno oramai può disconoscere.

Lo stesso ordine di ragionamenti vale per il modo di impugnare le redini. Se cavalcando a diporto in aperta campagna si può ritenere opportuno di tenere le redini a due mani, ciò non può dirsi del soldato, il quale, polendo essere chiamato ad ogni momento a prendere le armi, deve essere perfettamente abituato a guidare il proprio cavallo con una sola mano. Il regolamento gli concede di dividere le redini ogni qualvolta il terreno o altre circostanze lo consigliano, inoltre è sempre ammesso, anche con le armi alla mano, l'intervento della mano destra per aiutare l'azione della sinistra, ce n'è dunque abbastanza per accontentare anche i più esigenti salvando però il principio della equitazione militare.

[p. 239 modifica]Il Caprilli chiude questa parte del suo articolo con gli auguri che venga abolito il morso sostituendolo con il filetto e che sia radiato dal regolamento tutto quello che si riferisce al perfezionamento nell’equitazione di scuola. Sul primo augurio mi trovo d’accordo con lui soltanto in parte, nel senso cioè che, non già un semplice filetto, ma un morso snodato ad aste dritte e robuste e con quattro redini, prenda il posto dell’attuale morso a cannone intero e relativo filetto; non convengo invece per il secondo augurio non già perchè mi senta trasportato da speciale affetto per gli esercizi che il Caprilli vorrebbe soppressi, ma perchè riterrei un errore che un regolamento che s’intitola di equitazione dovesse trascurarne una delle sue specialità, allo stesso modo che non omette di parlare dell’allenamento per la corsa.

Fu ottimo provvedimento quello di togliere dalla istruzione del soldato e del cavallo di truppa gli esercizi che, come assai giustamente osserva il Caprilli, sono in contraddizione con i principi che reggono una equitazione militare propriamente detta, tenuto anche conto degli scarsi mezzi che si hanno a disposizione per impartirla; ma sarebbe stata un’offesa al passato il non conservare almeno il ricordo delle regole che hanno informato e informano tuttavia l’arte di equitare presa se vuolsi in senso ristretto.

Quest’arte fu, dopo tutto, gloria italiana e sarebbe strano che proprio noi la disconoscessimo al punto di far dimenticare anche i nomi di molti esercizi che corrono sulle labbra di tutti e che sarebbero ignorati dagli ufficiali di cavalleria. Per questo stesso ordine di idee io vorrei che fosse ripristinata presso la Scuola di Cavalleria l’istruzione di alta scuola impiegandovi i cavalli di p. s. e che anche di essa vi fosse un cenno nella parte IV del regolamento.

Anche qui, dunque, manteniamoci liberali ed equanimi e non dimentichiamo che «il meglio è nemico del bene» e che «il troppo storpia».


Con ciò sarebbe Unito l’esame degli apprezzamenti che il Caprilli ha fatto sul nuovo regolamento di equitazione e che io ho cercato di contraddire in quei punti dove non mi sono trovato d’accordo con lui, consentendo incondizionatamente in tutto il resto. Ma lo scritto del brillante capitano non è finito, perchè, seguendo la foga del proprio destriero egli ha fatto un piccolo salto nel secondo tomo e uno più considerevole nella legge di reclutamento.

[p. 240 modifica]Già che ci siamo mi sia permesso anche qui di esprimere la mia opinione.

L’A. si lagna perchè il nuovo regolamento, a somiglianza del vecchio, non approfondisce abbastanza la formazione a frotta; ora è necessario anzitutto d’intenderci: il tomo I del vecchio regolamento accennava alle frotte soltanto ai nn. 213, 214 a proposito del salto degli ostacoli artificiali e del cavalcare in terreno vario, ed era effettivamente troppo poco; il nuovo regolamento, sempre tomo I, ripete gli stessi cenni ai nn. 204, 205 che corrispondono agli altri già citati dell’edizione precedente, ma al n. 180 suggerisce tassativamente l’impiego delle frotte come normale nella equitazione all’aperto e al n. 220 prescrive ancora che i cavalieri eseguiscano lo sviluppo progressivo del galoppo a frotte.

Per quanto riguarda dunque gli esercizi d’equitazione non si può dire che il nuovo regolamento abbia trascurata questa assai pratica formazione poichè la consiglia o la impone ogni volta che si fa l’istrazione all’aperto.

Se si parla poi della frotta come formazione di manovra o di combattimento è d’uopo di ricorrere al II tomo e anche lì troviamo che le ultime correzioni ed aggiunte pubblicate in principio dello scorso anno mentre confermano i cenni sull’impiego della frotta o delle frotte indicati ai numeri 60, 90, 91, 106, 166, ne aggiungono uno importantissimo al N. 82 col quale la frotta ha una funzione inversa a quella generalmente intesa, quella cioè di restringere, per quanto possibile, la massa, allo scopo di diminuire la profondità delle colonne nel passaggio di strette.

Scagionato così il regolamento dall’appunto mossogli e tenutogli ben conto a suo vantaggio di non essere entrato in particolari nella spiegazione delle frotte (particolari che introducendo prescrizioni tassative in una formazione il cui carattere è il disordine, le avrebbero tolto appunto quella elasticità che le si vuol dare) passiamo ad esaminare le considerazioni che il Caprilli ha creduto di fare sull’impiego delle frotte. Egli, in luogo di lasciare alla frotta il solo carattere di ripiego imposto dal terreno, vorrebbe, per così dire, farne anche una formazione di manovra e la preferisce a quella della colonna di plotoni e della linea spiegata. Lasciamo da parte quest’ultima che non serve che per l’attacco e che non dev’essere presa che al momento estremo, ma confrontiamo le due formazioni a frotte proposte dal Caprilli con quella della colonna di plotoni voluta dal regolamento, e [p. 241 modifica]vediamo se veramente le prime due meritino la preferenza, purchè, ben inteso, si faccia astrazione dal terreno.

Date due colonne: di plotoni in linea e di plotoni a frotte, quale sarà più lunga? Quale più facilmente e lestamente spiegabile sulla fronte o sul fianco? A me pare che evidentemente debba essere più maneggevole quella che è più ordinata, vale a dire quella di plotoni formati, perchè, per molto che sia l’ordine che col prolungato esercizio si riescirà a dare alla frotta, essa di sua nalura non può essere rigida senza scapitare nella sua caratteristica essenziale. Inoltre è fuor di dubbio che la colonna di frotte sarà sempre e di molto più profonda di quella di plotoni in linea, quindi impiegherà maggior tempo a spiegarsi.

Paragonando poi la colonna di plotoni con la linea di frotte è evidente che mentre la prima potrà seguire il capo in ogni senso con la stessa rapidità di cambiamenti di direzione che può essere data dal cavallo di questi, la seconda si troverebbe a dover eseguire frequenti cambiamenti di fronte ricadendo in tutti gli inconvenienti della linea spiegata che abbiamo da tempo e giustamente bandito dalle formazioni di manovra.

Guardiamoci dunque da simili novità che rappresenterebbero un regresso, continuiamo a manovrare in colonna di plotoni e riserbiamo alla frotta o alle frotte il carattere che loro ha dato il regolamento, di costituire cioè un ripiego necessario quando il terreno lo impone.

Se la colonna di plotoni dovrà passare una stretta di ampiezza superiore al fronte di ciascun plotone (n. 82), ogni cavaliere esclusivamente animato dall’orrore del vuoto si porterà innanzi in modo da riempire tutto lo spazio ed evitare quel deplorevole allungamento della colonna che tutti possiamo rilevare in simili casi quando si vedono lunghi codazzi di cavalieri isolati galoppanti a distanze considerevoli l’uno dall’altro per raggiungere i rispettivi riparti.

Durante quel momento di crisi, che è d’uopo ridurre il più breve possibile, nessuno deve pensare più a guida o a distanza, ma appena passata la stretta lo squadrone sarà presto riformato e il capo lo avrà tutto e sollecitamente alla mano.

Se poi il terreno imponesse la frotta o le frotte quando lo squadrone è già spiegato, cosa inverosimile in massima perchè come già dissi la formazione in linea è riservata all’attacco, e possibile soltanto quando si percorrono lunghi spazj battuti dal fuoco, potranno disporsi a frotta i plotoni che per la natura del terreno non possono marciare in linea, salvo riformarsi lestamente appena passato l’ostacolo e ciò anche per rendersi [p. 242 modifica]meno vulnerabili. Questo e non altro è l’impiego razionale della frotta in cavalleria e come tale esso non ammette più minute prescrizioni, nè tanto meno paragoni con la fanteria la quale subordina la sua azione a ben diverse esigenze.

Delle due proposte che il Caprilli espone in materia di reclutamento applaudo a piene mani alla seconda intesa a rendere più acuta ma più breve la crisi che si attraversa nel periodo che intercede fra il congedamento degli anziani e la chiamata della nuova classe; credo invece di assai scarsa efficacia la prima prima proposta relativa al peso degli inscritti. Premesso infatti che attualmente non è più la sorte che determina la assegnazione alla cavalleria ia quantochè questa sceglie oramai su tutta la 1a metà del contingente (e non potrebbe sorpassarla senza cadere nel grave inconveniente di prendere uomini con ferma di due anni) è da sapersi che i distretti si trovano imbarazzati a fornire le quote di idonei che occorrono a quest’arma e che le transazioni sulla statura e sul peso ne rappresentano dei ripieghi necessari per non rimanere al disotto delle cifre richieste. Tutta la questione dunque si ridurrebbe ad essere un po’ più corrivi su taluni difetti di conformazione che ora sono ritenuti tali da escludere dal servizio a cavallo, salvo impiegare maggior rigore in rapporto al peso. Dato e non del tutto concesso che tali nuovi criteri potessero avere per effetto di sopprimere una piccola quota di uomini pesanti scambiandoli con altri con gambe corte e ginocchia convergenti resta a vedersi se questi avranno quella passione per il cavallo e per l’equitazione che negli esempi citati dal Caprilli hanno largamente compensato la deficienza fisica.

Capitano Filippini


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III.


Immorsatura e staffe.


Scrivo queste righe, esprimendo un mìo voto personale, circa l’immorsatura che avrei desiderata, a complemento dei nuovo tomo I Regolamento d’esercizi.

Ho letto il nuovo volume convincendomi che il regalo fattoci è ottimo.

Noto con vero piacere la posizione dei pugni, delle braccia, delle ambe, divenute posizioni naturali da forzate che erano; ottima l’istruzione del cavallo giovane, l’equitazione complementare, nella quale il training è magistralmente trattato, trattandosi di regolamentizzare una partita per sè stessa contraria, nemica d’ogni regola fissa.

Circa la nuova maniera di impugnare le redini parmi che oltre a questa, avrei lasciata la vecchia positura di redini divise, colle due redini del morso e quella del filetto nella sinistra, e l’altra del filetto nella destra; per il lavoro di cavallerizza obbligatoria, e facoltativa per le marcie.

Speravo che a coronamento del nuovo tomo e della nuova posizione delle redini venisse adottato il pelham.

Che il pelham quasi s’imponesse col nuovo sistema non sarà certamente sfuggito alla superiore intelligenza ed alla pratica maestra di chi dettò il nuovo regolamento, credo invece che l’adozione di un’altra immorsatura, abbia naufragato nello scoglio insuperabile dell’economia.

L’esperienza mi ha convinto della superiorità del pelham sull’attuale immorsatura, e tale superiorità, mi pare, debba aumentare dato il nuovo modo d’impugnare le redini.

Gli squadroni Cacciatori d’Afrrica, Esploratori, squadroni Asmara e Oheren erano tutti immorsati col pelham a similitudine della cavalleria inglese dell’India, e tutti gli ufficiali che vi appartennero erano all’unanimità entusiasti di detta immorsatura; possono inoltre detti ufficiali meco testimoniare, come gli squadroni montati di cavalli interi a niuno secondi per generosità, sangue e resistenza, filassero meno dalle righe col pelham che col morso attualmente in uso, che nei primi tempi avevano per loro imboccatura.

A parer mio i vantaggi del pelham sarebbero parecchi ed indiscutibili:

1o Minor peso e metà volume.

2o Immorsatura più semplice e più adattabile.

3o Imboccatura più dolce, e quindi risparmio di reni e di garretti.

[p. 244 modifica]4o Più facile e sbrigativo l’imbrigliare, nonchè meno arnesi da pulire.

50 Meno materiale, meno lavoro e col tempo minore spesa per l’erario.

Per conto mio col pelham ho montato ogni razza di cavalli dal maremmano all’irlandese, dall’ungherese all’orientale, dall’orientale al puro sangue; fra questi qualcuno acquistato con certe pipe da Sultano e colla nomea di filante, trovandomi sempre bene colla detta immorsatura. A chi obbiettasse che il soldato non ha mano buona, rispondo che trovo in quesio asserto una maggior ragione per l’adottazione del pelham giacchè parmi che, se ad un buon cavaliere si può concedere una immorsatura poderosa, è perchè: il tatto, le qualità di mano, agiranno sulle barre con sensibilità e forza proporzionata, adeguata allo scopo ed all’unisono colla maestria nell’arte del cavalcare; mentre tutto questo è assai difficile, discutibile, quasi impossibile per la massa dei soldati, e pensando che la ferma seguiterà a diminuire, il pelham mi sembra una giusta via da seguirsi, specialmente col nuovo sistema.

I pochi cavalli che realmente, per difettosa costruzione, od altro motivo. filano dalle righe si dieno a cavalieri di buona mano, giacchè è questa che col suo tatto domina più di qualche immorsatura.

L’asserire che alle caccie con ostacoli, uso campagna romana, con poderosi irlandesi si veggono potenti immorsature, si deve al fatto che i cavalieri di dette caccie sono nella media di gran lunga superiori ai nostri soldati; comprendo quindi quell’immorsatura, assai più di una terza imboccatura nelle mani di un nostro soldato, imboccatura che per conto mio è già abolita.

Il soldato in manovra coll’arme alla mano generalmente si fissa con azione muta ed immobile sulle barre, ricordandosi solo di dare qualche strapponata per fermare, qualora il cavallo punti soverchiamente sulla mano; nel qual caso lo strappone col pelham avrà conseguenze meno direttamente dolorose sulle reni e sui garetti ed ugual efficacia per l’arresto.

Per le staffe, ora che il nuovo tomo, con vero sentimento cavalleristico ha sanzionato l’introduzione di tutto il piede nella staffa al galoppo, vale a dire nell’andatura da combattimento, nonchè nel salto degli ostacoli, vedo a priori la necessità di cambiare quel vecchio ed incomodo arnese, che è la staffa attuale, tanto logico quanto l’immorsatura, la pistola della truppa e degli ufficiali, i finimenti e le immorsature semi-barbare dei cavalli da tiro.

Capitano Gingia Pietro.