Rivista di Scienza - Vol. II/L’origine delle città nel Medio Evo

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Werner Sombart

L’origine delle città nel Medio Evo ../Le basi della cristallografia teoretica ../Il momento scientifico presente IncludiIntestazione 18 febbraio 2014 100% Scienze

Le basi della cristallografia teoretica Il momento scientifico presente

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L’ORIGINE DELLE CITTÀ

NEL MEDIO EVO.


1. I Consumatori.


Chi voglia ben comprendere la genesi della città medievale deve prima di tutto riconoscere, che queste città, nella loro grande maggioranza — e certamente tutte quelle importanti — sono state, durante il primo secolo della loro esistenza, quasi esclusivamente città di consumo. Così che l’afferrarne la genesi sta nel vedere come potesse svilupparsi una città di consumo nelle condizioni offerte dall’età di mezzo.

Io chiamo città di consumo quella città, che non ha bisogno di pagare con la propria produzione i suoi mezzi di sussistenza (e appunto quelli che essa ritrae dall’esterno, ossia il sopraprodotto del lavoro rurale). Essa si procura piuttosto questi mezzi di sussistenza in base a qualche titolo di diritto (imposte, rendite, o simili), senza dover fornire dei controvalori. E dicendo «— essa — si procura», noi intendiamo parlare di «un certo numero di persone», le quali diventano perciò i fondatori di questa città. Pertanto la caratteristica particolare di una città di consumo risiede in ciò, che suoi fondatori sono quei consumatori, mentre suoi fornitori sono tutti coloro che lavorano appunto per i consumatori e con ciò portano un contributo al fondo di consumo della città. I consumatori sono dunque i fondatori primitivi e originari delle citta; mentre i produttori ne sono i derivati secondari (terziari, ecc.). I consumatori rappresentano in questo caso gli indipendenti, persone cioè che hanno una forza di vita propria; mentre i produttori sono i dipendenti, e la loro possibilità di esistenza è determinata dalla grandezza della partecipazione, che la classe dei consumatori accorderà loro al proprio fondo di consumo. (La parola «dipendenza» va rettamente intesa: [p. 172 modifica] naturalmente in ogni società ognuno in fondo dipende da tutti, se si significa con questo che nessuno può fare a meno degli altri, senza perdere della sua capacità vitale).

Perchè dunque sorgano delle città di consumo, è necessario prima di tutto, che si raccolga in un luogo un grosso fondo di consumo, il quale venga ivi speso. Il fondo di consumo può essere messo insieme da uno, o da pochi importanti consumatori, o da un numero maggiore di mediocri o di piccoli: un re può fondare una città tanto bene come mille generali in pensione! Ma chi erano questi consumatori nel Medio Evo? Essi erano in sostanza i signori della terra e i proprietari fondiari; ora bisogna osservare che il limite di distinzione fra signore della terra e padrone del suolo, nel senso qui usato, era elastico: il principe che levava delle imposte era nello stesso tempo grande proprietario del suolo, e quindi dai propri fondi traeva parimenti delle entrate, che avevano le caratteristiche di rendite fondiarie. Non si era ancora introdotta una netta distinzione fra beni della corona e possedimenti della città.

Ora nel medio evo vediamo sorgere un primo gruppo di importanti città, come residenze di príncipi temporali o spirituali. Sono quelle nelle quali il signore del suolo, che generalmente costituisce la prima cellula della città medievale (ma, badiamo, non nel senso del diritto costituzionale! io spero di aver infine chiarito almeno questo, che, finchè non si osservi niente di particolare, io concepisco la mia idea economicamente. Mi si lasci ora dunque un poco in pace; e finiamola con l’insopportabile canzone della «teoria del diritto di corte») il signore del suolo, dicevamo, che forma generalmente la prima cellula della città medievale, assurge all’importanza maggiore di principe, di signore della terra, nel senso che accresce l’entrata delle sue rendite fondiarie, col contributo delle imposte. Questo processo è lento, e, in conformità, altrettanto lenta e graduale consegue in questi casi la formazione delle città.

Le città di cui qui si tratta, sono dunque le residenze dei vescovi1 e degli arcivescovi, dei conti, dei baroni, dei marchesi, dei duchi, dei re.

[p. 173 modifica]L’autorità temporale e la ecclesiastica risiedono molto frequentemente in una medesima città, la quale ne subisce un doppio incremento. Così le città vescovili dell’Italia settentrionale erano insieme sedi dei duchi dei Longobardi, e più tardi dei conti Francesi. Tali Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo, Milano, Pavia, Parma, Piacenza, Modena, Mantova, Torino2 e altre. Similmente in Germania le «Civitates» del tempo dei Carolingi furono anche sedi del Gaugravio (giudice regionale) e del giudizio di contea3.

È noto che le «città palatine» in Germania furono anche sedi vescovili, come naturalmente lo furono del pari le grandi città dell’Inghilterra e della Francia. In Amburgo, per es., risiedevano nel secolo XI l’arcivescovo e il duca di Sassonia4; in Amsterdam il vescovo e i signori dell’Amstel5; in Ypres il vescovo e i grandi di Fiandra6, ecc.

Abbastanza spesso, (e anzi là, dove ciò era possibile, cioè nel campo dell’antica civiltà, si può dire di regola), le residenze dei principi medievali si trovavano nel dominio delle città già abitate dai Romani. Di qui si è voluto trarre la conclusione, che l’importanza delle città medievali fosse stata determinata in qualche modo dal loro passato nell’epoca romana. Esse sarebbero diventate di nuovo «sedi della vita civica» perchè lo erano già state una volta. Questo naturalmente è falso. Le città romane avevano da lungo tempo perduta la loro importanza come città, allorchè nel Medio Evo [p. 174 modifica] una nuova vita cittadina si sviluppò spesso nei medesimi luoghi. Specialmente nelle regioni coloniali romane, le città non erano state altro che guarnigioni e residenze dei governatori; nel momento stesso in cui legioni e governatori si ritiravano, le città cadevano insieme nel nulla. Niente collega intimamente l’essenza delle città romane e quella delle medievali; a meno che non si tratti di quella frase senza senso circa «il commercio e il traffico» che nel Medioevo si sarebbero in esse «rifugiati».

Del resto il fatto che in apparenza anche nel medioevo delle città siano fiorite nei medesimi luoghi dove erano sorte le città della dominazione romana, ha il suo fondamento in due circostanze reali:

1. che la chiesa prescriveva che i vescovadi sorgessero nelle «città» (Civitates);
2. che le rovine, ossia gli avanzi di mura, offrivano un lavoro preparatorio per quella fortificazione, che, come è noto, costituiva la mira principale nella «fondazione» di una città. Quindi esse venivano sopratutto prese in considerazione come fortezze, delle quali appunto dovremo fra poco intrattenerci.

Noi potremo quindi misurare (per quanto in massima lo si possa fare nei casi singoli), quanto grande sia l’importanza della residenza, per lo sviluppo della città medievale, imparando a conoscere quali fossero i fornitori di quelle città, che ritraevano il loro mantenimento dai redditi dei principali residenti. Qui tuttavia noi vorremmo già richiamare l’attenzione su due sintomi, dai quali si può conchiudere sulla importanza preponderante delle residenze principesche per lo sviluppo delle città medievali.

Primo di tutto su questo: che le città più fiorenti soffrivano un forte danno, se, p. es., veniva da esse trasferita la sede vescovile7. Secondariamente sull’importante dato di fatto, che la grandezza e la ricchezza delle città spesso stava in una certa relazione con la potenza e la sfera di dominio dei príncipi in esse residenti.

In altre parole: le città medievali sono tanto più grandi, quanto maggiore (e naturalmente più ricco) è il territorio, del quale esse sono «città capitali». Dove noi avremo da prima osservato tendenze accentrative dei príncipi del paese, [p. 175 modifica] troveremo pure prima città di maggiore estensione. Dove in genere durante il Medio Evo non si arriva a grandi «imperi» e a «capitali di imperi», non esistono neppure città molto grandi.

Perciò noi vediamo svilupparsi le «grandi città» prima nell’Italia Meridionale (Palermo, Napoli), che nell’Italia Settentrionale; prima in Austria (Vienna), che in Germania8; prima in Francia (Parigi) e in Inghilterra (Londra), che nelle Fiandre o nel Brabante.

Questo non farà meraviglia a nessuno, che abbia pensato almeno una volta quali importanti entrate ritraevano già nel primo medio evo, per esempio, i re francesi e inglesi. Le rendite del re d’Inghilterra dovevano ammontare già sotto Enrico I (ossia al principio del secolo XII a 66.000 L., ossia circa 5.850.000 Mk in valuta odierna9. Ma le stesse entrate dei príncipi dell’alta e bassa Austria residenti in Vienna nel secolo XIII ammontavano a 35.000 pfennige viennesi, ossia circa 1.000.000 di marchi in valuta odierna10. Se si consideri, che il movimento commerciale di una importante città anseatica ammontava nell’alto Medio Evo da 1 fino a 3 milioni di marchi in valuta odierna, si calcoli pure questo intero ammontare per il commercio esterno e si prenda un profitto medio (molto alto) del 20% sul movimento delle transazioni, l’intero profitto, che ci rappresenta il fondo dal quale poteva venir nutrita la popolazione di una città, sarebbe di circa 200.000 a 600.000 marchi in valuta odierna. Possiamo dunque affermare che il solo re d’Inghilterra nell’anno 1100 dava sostentamento con la sua rendita a un numero di uomini 10 e perfino 20 volte maggiore che non il commercio di Lubecca o di Revel nel secolo XIV.

[p. 176 modifica]Nella città medievale accanto a questi consumatori sovrani si trova poi una quantità di persone che fruiscono insieme di rendite piccole e medie del suolo, che possono di nuovo formare un ragguardevole fondo di consumo. Intendiamo da prima accennare a tutte le chiese e i conventi, che, come si sa, disponevano in parte di rendite molto importanti. Se ora si cominciasse a scrivere la storia della città medievale, bisognerebbe cercare di scoprire l’importo di questi redditi. Cito in via d’esempio: il capitolo di S. Tommaso e quello di S. Pietro in Strasburgo avevano (nel XV secolo) un entrata complessiva di 2374 L. ossia 33.000 marchi in cifra tonda nella valuta odierna11. Nell’anno 1487 a Colonia nella parrocchia di Santa Colomba le fondazioni religiose (chiese parrocchiali, capitoli, monasteri) possedevano 159 case d’affitto, che davano un importo totale di affitti di Mk 2830 12, (un quarto di tutti gli affitti nella parrocchia). La decima, che le chiese di Colonia dovevano pagare nel secolo XIV ascendeva a circa 300 Mk., quindi le loro rendite a circa 3000 Mk., ossia circa 150.000 Mk. in valuta odierna13. Ma quando anche si dovesse tener poco conto di questo, l’importanza delle chiese e dei conventi nella creazione di una città, si manifestava specialmente forte in quel tempo in cui essi si rifugiavano nei luoghi murati14, principalmente per porre al sicuro dai saccheggi nemici il culto e le reliquie dei santi. Perciò gli istituti sacri operarono d’un tratto come forza agglomerante15; [p. 177 modifica] e questo in quel tempo nel quale agivano nello stesso senso anche altre circostanze da esaminarsi più accuratamente, onde, fra l’altro, questo momento (del X e XI secolo) rimase caratterizzato sopratutto come periodo di «fondazioni di città». Ora a coloro che godono di certe rendite, perchè investiti di autorità spirituale, si aggiungono quelli che fruiscono di rendite per privilegi temporali. Ma prima vogliamo menzionare, almeno di passata, una categoria abbastanza originale di fondatori di città, i quali pure per alcune (Bologna, Parigi) non sono stati senza importanza; intendo dire gli scolari16 e gli studenti17 che traevano dall’esterno il loro mantenimento. Essi mantenevano certamente di loro propria tasca se stessi e inoltre più di un caupo e di una puella.

Non v’ha alcuna divergenza di opinione sul fatto che le città del medio evo, specialmente nei primi secoli della loro esistenza, siano state abitate da molti signori del territorio, ossia da persone che vivevano in una corte, in una casa fortificata, in un castello, in una torre, nell’interno della città murata e possedevano fuori dei fondi, che essi o facevano coltivare da contadini del luogo in regía propria, o avevano affittati a qualcuno dal quale prelevavano il fitto. Noi ci dobbiamo qui occupare soltanto del sorgere di questo fenomeno; mentre sorpassiamo sulla quistione, quale fosse l’origine del possesso territoriale di questi padroni del suolo, e di quale carattere e grado essi stessi fossero: se liberi o vassalli, sedi nobiltà campagnola o cittadina. Poichè tutte queste diversità non sono di nessun rilievo, per la quistione che ci occupa qui. Qui per noi è solo significante il dato di fatto che nelle città medievali avevano domicilio in gran numero persone che fruivano di rendite fondiarie per qualche titolo di diritto; purtroppo (che io sappia) noi non possediamo per nessuna città dati statistici circa il numero dei possedimenti dei signori [p. 178 modifica]temporali della terra, che si stabilivano nelle città; la migliore ricerca è stata condotta su Firenze: e qui, fino dal principio dell’anno 1180, si possono citare 35 «torri», ossia abitazioni fortificate di famiglie di proprietari18, «tuttavia il loro vero numero potrebbe affermarsi essere stato di tre volte tanto19». Queste famiglie poi grandi proprietarie del suolo, e certamente molto numerose nelle maggiori città, diventavano fondatrici di città per il solo ammontare delle loro rendite; questo è ciò su cui io volevo semplicemente attirare la cortese attenzione del lettore, poichè d’altra parte non gli si poteva offrire niente di nuovo con queste affermazioni.

Soltanto per animare un poco il quadro voglio aggiungere due cose:

Primo: se coloro che traggono redditi dal suolo e vivono in città, sono i creatori stessi delle città, (del che nessuno, che abbia fin qui seguito la mia esposizione, vorrà più dubitare), si vede manifestamente come una città possa essere tanto più grande e ricca, quanto maggiori e più numerose rendite del suolo vengono in esse a consumo, quanto più quindi il singolo reddituario ritrae dalle sue rendite, o quanto maggior numero di reddittuari si riunisce nella stessa città.

In altre parole: l’altezza dei redditi fondiari della campagna, che venivano consumati nella città, dipendeva da un lato dalla forza di attrazione che una città poteva esercitare sui grandi proprietari di terreno della campagna, e dall’altro dalla fecondità del territorio, che si trovava a disposizione del proprietario fondiario, cittadino d’origine, o inurbatosi soltanto più tardi. Bisogna porre più attenzione, che non sia accaduto fin qui, sul fatto che per lo sviluppo di una città nel Medio Evo, (e per i motivi addotti) importava molto meno la sua così detta posizione rispetto ai traffici, che non la [p. 179 modifica] fecondità e la densità di popolazione della sua provincia. Qui stava il vantaggio che di natura derivò alla Italia del Nord e alle Fiandre: questi territori già nel primo Medio Evo erano come un lussurioso giardino in ottima situazione. Bisogna leggere nella Filippide le descrizioni del paese fiammingo, per farsi un’idea adeguata della precoce fioritura delle città del Reno inferiore. Bisogna anche osservare, che, p. es., le città marittime fiamminghe, come Nienpart, Ardenberg, Dam e anche Bruges raggiunsero più tardi alla ricchezza, che le città interne come Ypres e Gand. Ma naturalmente la presupposizione necessaria allo sfruttamento di queste favorevoli condizioni naturali era, che i prodotti superflui del paese potessero venire consumati nella città, e per questo era necessario che i padroni del suolo venissero attirati nella cerchia della popolazione cittadina. Ora questo è seguito in misura molto diversa nei vari paesi: ne è qui a discuterne le cause. Si dovrà tuttavia ammettere che l’influsso della cultura romana, prevalentemente urbana, ha esercitato un’azione essenzialmente determinante. Da questo dunque la forte tendenza in Italia alla spontanea formazione di centri urbani20; di qui una più forte concentrazione dei grandi proprietari campagnoli del suolo sopra tutto nelle città, nelle quali, fuori d’Italia, il Romanesimo aveva lasciato le sue tracce: più forte nei territori del Reno e in quelli meridionaii della Germania, che nelle inospitali terre di colonizzazione dell’Oriente e del Settentrione.

Ma anche altre circostanze determinanti devono avere insieme operato. Così in Inghilterra una particolare conformazione della vita costituzionale, come del diritto ereditario, spingeva per tempo nella città i figli minori dell’alta nobiltà, e insieme rendeva possibile una fusione della nobiltà con la borghesia cittadina. In Italia più tardi ebbe una gran parte il forzato sequestro della nobiltà campagnola nelle città21; nelle Fiandre e nel Brabante si ebbe una evoluzione simile22.

[p. 180 modifica]Nel medesimo tempo in cui i comuni Italiani si davano cura di riunire fra le loro mura per mezzo dell’inurbamento molte fonti di reddito, le città tedesche cacciavano la nobiltà dalle loro porte: le leggi delle città di Friburgo, di Amburgo (1120) e di altre, proibivano di abitare nella città; le leggi di Friburgo stabiliscono che — nullus de hominibus vel ministerialibus ducis vel miles aliquis in civitate habitabit, — nel tempo stesso, in cui la potente Genova faceva giurare al marchese Aleramo (1135), al conte di Lavagna (1138) e ad altri grandi della provincia: — ero habitator Januae per me, vel per filium meum et tenebor adimplere sacramentum compagnae, — e in una piccola città, come Treviso, durante un anno (1200), erano più di 60, in parte potenti e ricchi, i signori che avevano acquistato il diritto di cittadinanza23.

Nessuna meraviglia dunque che, in grazia di questa diversa politica Friburgo, per così dire,.... rimanesse Friburgo, e Genova.... diventasse Genova. In ogni caso non può esservi più dubbio alcuno sul fatto che la più o meno forte agglomerazione dei grandi proprietari del suolo ha una funzione considerevole, come fattore determinante dello sviluppo delle città nel Medio Evo, cosicchè gran parte delle diversità che la storia mette in luce qua o là, si può far risalire al diverso stato delle condizioni di cui ci siamo fino a qui occupati.

L’altra osservazione che io volevo fare, su tale punto della formazione delle città per agglomeramento di rendite fondiarie, è questo:

Deve esservi stato un tempo nel Medio Evo (credo sia stato principalmente il secolo X e il XI) nel quale si verificò un agglomeramento improvviso di proprietari del suolo in singoli punti. Questi punti furono quelli fortificati, o da fortificarsi, o quei luoghi riconosciuti come punti di difesa, e quindi come fortezze; coloro che usufruivano di rendite del suolo e si radunavano in maggior numero, venendo così a formare le città, furono i soldati, la guarnigione dei vassalli, che subito si traeva a loro difesa nei luoghi che stavano per diventare città. Questi diventarono, per quanto crediamo, un importante fattore nel sorgere della città. Poichè essi crearono in una sol volta un maggior campo di esistenza per una numerosa popolazione. Così che anche potrebbe dirsi che [p. 181 modifica] la città medievale si è sviluppata (non solo in senso strategico-architettonico, ma anche, e specialmente, in senso economico) come fortezza, e più giustamente come città di guarnigione; poichè la sua popolazione non fu accresciuta nè dalle mura, nè dal castello, ma dai soldati che risiedevano nel castello e attiravano un fondo di consumo. Poichè naturalmente i Castrenses, i Castellani, i milites erano uomini investiti di qualche bene — il feudo — e che quindi consumavano i frutti di questi beni nelle città dove erano di guarnigione24.

Se ora si volesse cominciare a scrivere la storia della città medievale, bisognerebbe anche dirigere la propria mira su questo punto: la città come guarnigione. Il materiale di cui attualmente disponiamo è stato raccolto soltanto partendo da un punto di vista topografico o storico-costituzionale, e quindi e utilizzabile solo minimamente.

I soli scrittori a me noti, i quali abbiano visto di che natura sia il problema che ci sta dinanzi, sono il Maitland e l’Jnama (V. J. W. Maitland, Donnesday and beyond, 1897; Essay, I § «The Boroughs»; Jnama, op. cit. 2, 99 segg.).

Per il resto rimando ai seguenti scritti, nei quali è illustrata la parte attinente al diritto costituzionale, strategico, ecc. del problema della fortezza medioevale:

Per la Germania: Seb. Schwarz, Anfänge des Städtewesens in der Elb-und Saalegegend, 1892. — W. Varges, Zur Entstehung der deutschen Stadtverfassung. Jahrb. für N. Ö. 6, 165 segg. «Die Stadt als Festung». - S. Rietschel, Der Burggrafmann, 1905. Oltre a ciò naturalmente sono a consultare le opere comuni, e fra le altre sempre la gigantesca raccolta di materiale del Maurer.

Per la Boemia specialmente v. F. Lippert, Soz. Gesch. von Böhmen, 2, 1898, 169. Tutte le città boeme importanti erano borghi dei gaugravi.

Per l’Inghilterra il Maitland nell’opera citata ha dimostrata una costituzione affatto simile a quella che possedeva la Germania nella sua organizzazione feudale.

La più forte piazza del paese era Londra. In questa la guarnigione ebbe una parte importantissima (come del resto generalmente nella maggior parte delle grandi città) nella storia della costituzione.

[p. 182 modifica]Il conte di Londra si chiamava già nelle fonti più antiche Wicgerêta.

Della Francia in genere tratta Flach, Origines, 2, 79, 333 segg. — Della Champagne in particolare René Bourgeois, Du mouvement communal dans le comté de Champagne aux XIIe et XIIIe siècle. Paris Diss. 1304. La costituzione è la stessa che in Inghilterra e in Germania. «Le domaine propre (du comte de Champ.) était en Ch., divisé en Chatellenies ou Prévôtés, qui avaient chacune pour chef lieu le principal centre de population, point spécialement fortifié où se trouvait une forteresse qualifiée de chateau à l’exclusion des autres forteresses du même district. Les Prévôtés des comtes de Ch. étaient en 1152 en nombre de vingt, dont les chef lieux sont aujourdhui dans six départements». V. op. cit. p. 17.

Per il Belgio v. p. es. Alph. Wauters, Les libertés communales, 1, (1878), 209. Tutte le grandi città belghe sono guarnigioni del X secolo: Cambrar, Utrecht, Lüttich, Bruxelles, ecc.

Per l’Italia bisogna ricorrere alle opere di storia locale. Naturalmente siamo informati meglio di tutto sulla Toscana e su Firenze: «la città assomigliava a un castello grande e popoloso, che stava alla contea in una proporzione simile a quella del singolo borgo al proprio feudo». Davidsohn, Gesch. von Florenz. 1, 331. Ma anche die Geschicht. d. Stadt Rom contiene molto materiale.


2. I Produttori.


Si può appena immaginare una città nella quale una parte della popolazione non provveda al mantenimento proprio e di altri con la propria attività commerciale o industriale, ossia non si procuri dal di fuori i mezzi di vita con lo scambio dei propri prodotti. Anche nel Medio Evo questi esempi non mancavano del tutto in nessuna città. È tempo che noi ci ricordiamo di loro e cerchiamo di esaminarli uno dopo l’altro nelle loro particolarità.

Bisogna prima di tutto menzionare il lavoro delle città per la campagna circostante: quale la produzione di articoli industriali per i contadini, la fornitura ai medesimi di articoli di importazione estera. Noi chiamiamo appunto città di campagna o anche luogo di mercato, quella i cui abitanti vivono [p. 183 modifica] prevalentemente di questo traffico col paese circostante. Questo tipo di città deve essere esistito certamente in maggiori proporzioni nel medio evo che oggi; ci devono essere stati i borghi di 500 o 1000 abitanti, nella cui vicinanza veniva come oggi attivamente esercitata l’agricoltura, e che quindi rimasero piccole città di campagna per tutta la loro esistenza. Per esempio quelle 279 città originarie della Germania Orientale delle quali abbiamo parlato. Anche nelle grandi città, in quelle cioè alle quali noi specialmente pensiamo quando si parla di città, doveva esistere un traffico locale coi contadini (e ancor più coi proprietari di terreni) dei dintorni, e una parte della popolazione (artigiani e bottegai) deve aver vissuto di questo. Ma tuttavia questo traffico non si poteva presentare troppo estesamente nel medio evo sulla terra piana: troppo fortemente diffusa era ancora perciò l’economia singolare e non ancora abbastanza alto il grado di cultura della popolazione rurale. Non si può neppure pensare che questo scambio fra la campagna e la città abbia costituito il nervo vitale della città medievale. Nè si potrebbe affatto dire che per caso i contadini comprassero sui mercati settimanali prodotti industriali o di importazione, per quello stesso importo pel quale avevano venduto alle città i loro prodotti.

Anzi ben il più delle volte la maggior parte del prodotto in contante emigrava nelle tasche dei proprietari del suolo in campagna e in città, e questi acquistavano col solo frutto degli interessi (o col ricavo dei beni forniti loro in natura) le merci dagli artigiani e dai mercanti cittadini. Così che se i proprietari abitavano nella città, i produttori cittadini vivevano di questi e non da sè stessi.

Per alcune città medioevali può avere avuto una certa maggiore importanza il commercio internazionale; ma non bisogna farsi una idea esagerata neppure di questo fattore di creazione delle città.

La città commerciale ha economicamente la caratteristica di trarre il proprio mantenimento in piccole porzioni da un circolo molto esteso25. E questa caratteristica della sua esistenza pone stretti confini all’estensione della città di solo commercio. Grandi città puramente commerciali non ci sono mai state e non ci possono essere, poichè o la tecnica dei trasporti è ancora così [p. 184 modifica] poco sviluppata, che l’estensione del commercio non può essere che minima26, o altrimenti la tecnica dei trasporti più sviluppata rende proporzionalmente così minimi gli utili del commercio, che bisogna ormai mettere sul mercato una enorme quantità di merce, perchè rimanga nelle mani dei commercianti, come guadagno, e quindi come mezzo di sussistenza della popolazione cittadina, un valore considerabile. Il profano, (e la maggior parte dei «teorici» che hanno scritto sulla formazione delle città, sono dei profani dal punto di vista dell’economia politica), non si cura di chiarire il fatto che in una città neppure un passero può vivere della corrente di merci, che passa attraverso alla città stessa, a meno che non vada beccando il suo cibo dai sacchi di biade e di legumi. Ciò che solo importa, è appunto l’ammontare del valore, in rapporto del quale i commercianti percepiscono i loro diritti, mentre questi beni si muovono attraverso la loro città; importa «ciò che rimane attaccato», «ciò che si guadagna», o, in una parola, il profitto del commercio, e questo suole di regola essere in proporzione inversa alla quantità delle merci oggetto del traffico commerciale. Se esso è relativamente alto (come nel medio evo) poco è il traffico e vedremo appunto quanto questo fosse piccolo nel Medio Evo. Quindi anche nei commerci di monopolio soltanto una piccola parte della popozione può avere da vivere del commercio stesso. Se noi ammettiamo un reddito medio di solo 300 Mk di valuta odierna per la Lubecca del secolo XIV e un profitto del 20% (!) sul traffico, il commercio stesso avrebbe nutrito a Lubecca solo circa 2000 uomini27.

Rimane da menzionare come fattore di formazione delle città il movimento di esportazione. In quanto si consideri questo si ammette l’esistenza della città industriale: e certamente questa esisteva già nel medio evo, e senza dubbio poi sul fondamento della produzione industriale nel senso più stretto (ossia il perfezionamento della materia prima). Ora le città, che producevano una specialità industriale, potevano certamente con questa mantenere un paio di centinaia di uomini: Milano con le sue armi, Norimberga con le sue «specialità di Norimberga», Costanza con le sue tele, Firenze coi suoi [p. 185 modifica] panni. Ma queste sono tuttavia sempre eccezioni. Lo svilupo di queste industrie cade invece il più delle volte in tempi più avanzati del Medio Evo, così che esse non possano venir prese in considerazione per quanto riguarda il primo sorgere e lo sviluppo della città. Maggiore importanza per il principio dello sviluppo cittadino hanno avuto prima ancora determinati prodotti del suolo e delle acque sorgive (o del mare), che si trovavano nel sottosuolo o presso la città. Intendo parlare delle città produttrici di sale o delle città minerarie (argento) o vinicole o date all’esercizio di una determinata pesca (aringhe). Ma di nuovo bisogna badare a non stimare esageratamente la forza creativa anche di queste fonti di lucro. Vediamo, p. es., una delle prime e più importanti città minerarie del medio evo, la città di Freiberg, ricca per le sue miniere di argento. Essa comincia a svilupparsi circa nel 1185, e senza dubbio rapidamente, come si può ben comprendere. «Le stesse cause, che al tempo nostro da un giorno all’altro hanno fatto sorgere popolose città nei distretti minerari della Califormia, riunirono allora nella valle della Mulda coloni di tutte le contrade; la nuova colonia crebbe molto rapidamente e raggiunse presto quell’estensione, che doveva poi conservare durante secoli interi»28. E il risultato? Nell’anno 1250 Enrico l’Augusto lascia in dono all’ospedale il «fimum qui colligitur in foro», dal che noi possiamo concludere: 1. che la sua quantità non doveva essere piccola; 2. che di notte il bestiame della città accampava sul mercato (Si potrebbe veramente immaginare che il letame derivasse dal bestiame da macello riunito fuori). Certamente nel corso del Medio Evo Freiberg fu la più grande città della Sassonia. Ma che significa ciò? Essa si componeva di 379 pezzi di terreno fabbricabile, e con ciò al più di circa 4500-5000 abitanti29. L’industria mineraria non ha avuto dunque una troppo forte influenza neppure in questa prima città argentifera, della Germania.

Un fattore solo, per quanto io sappia, tiene una parte importante nello sviluppo delle città accanto all’accumulazione delle rendite fondiarie: è questo il commercio del danaro [p. 186 modifica] dei banchieri o degli usurai, come lo si può distinguere nei singoli casi. E concediamo pure che anche questo abbia avuto una influenza essenziale soltanto per poche grandi città e che nella maggior parte delle città abbia agito come in secondo ordine, dopo le forze evolutive dei redditi fondiari diretti dei signori del terreno. Già dai pochi accenni, che io ho fatto nelle pagine precedenti, risultava quanto prevalente sia stata l’importanza di questo grande fattore per la città medievale. E questa impressione rimane rafforzata se ci facciamo a esaminare la struttura economica di qualche grande città del Medio Evo. Troviamo allora che le altre città puramente industriali (come Freiberg) rimangono affatto piccole; ma che invece in ogni citta sopra i 10000 abitanti avviene un raggruppamento di forti consumatori. Si tratti di Venezia o di Firenze, di Genova, o di Milano, di Basilea o di Strasburgo, di Norimberga o di Asburgo, di Lubecca o di Amburgo, di Bruges o di Gand, di Ypres o di Liegi, di Parigi o di Londra, di Vienna o di Praga: sempre noi troviamo in queste città risiedere uno o più principi, re, margravi, duchi, arcivescovi, vescovi ecc., una quantità proponderante di istituti religiosi e una grande quantità di signori temporali del suolo. Insomma se non si può dimostrare con cifre il vantaggio portato da tutti questi elementi alla formazione delle città, si può affermare tuttavia che essi sono stati i fattori preponderanti e decisivi, e sopratutto lo si può verosimilmente affermare:

1) per il fondamento delle comuni conoscenze;
2) per il fatto appunto citato, che essi non mancano in nessuna città del medio evo;
3) per l’essersi osservato che dove essi si trovavano riuniti è sorta ogni volta una grande città;
4) per l’altra osservazione che dove essi mancavano non è mai sorta nel medio evo una città importante.

Ma se tuttavia alcuno potesse, nonostante tutto ciò, ancora dubitare della verità della mia tesi: che la città del medio evo fu prevalentemente, e in ogni caso nel primo tempo della sua esistenza, città di consumo, e che quindi il suo sviluppo devesi attribuire alla massa delle rendite fondiarie agglomerantesi in quel punto, io credo, che egli sarebbe liberato dal suo dubbio, se pensasse agli oggetti del primo sviluppo urbano nel medio evo, a quei fondatori di città-secondari, terziari ecc. ossia derivati, che propriamente riempivano la città.

Università di Breslau.

Note

  1. L’espressione «Città vescovile» ha un doppio significato. Essa può intendersi in senso giuridico-costituzionale, o in senso materiale, come qui. Finora la storia delle città parlava di città vescovili solo nel primo senso, e dal punto di vista della storia costituzionale delle città si ha ragione di fare così. Ma, per la genesi della città, è affatto indifferente se il vescovo fu mai signore della città, o no. Firenze, dal punto di vista storico è eminentemente «città vescovile», poichè fu per eccellenza il vescovo che innalzò Firenze a potenza e ragguardevolezza, a città grande e ricca. Eppure Firenze non fu mai generalmente una «immunità». La sua costituzione divenne subito da feudale, comunale. - V. Davidsohn, Gesch. von Florenz, 1-336.
  2. H. Pabst - Geschichte des Longobardischen Herzogtums, nelle Forschungen zur deutschen Geschichte, (1862), IX-437 e s. — Bethmann-Hollweg, Ursprung der lombardischen Städtefreiheit, (1846), pag. 66, 77 e segg.
  3. Rietschel - Civitas, 94.
  4. «Basilica eadem ex una parte habuit domum episcopi, ex alla praetorium ducis» Adam Brem 2, 68, cit. da Maurer 1, 63.
  5. F. Tez Goner - Geschiedenes van Amsterdam, 1, (1879), 43 segg. — Giesbrecht III: «Herrn Komt regt erstitet sac. Stichter van Amsterdam».
  6. A. Vanderpaereboom - Ypriana, 3, (1880), 94 segg.
  7. V. p. es. Flach - Origines, 2, 329.
  8. Questa aveva preso un magnifico slancio a diventare «grande città». Io non dubito un momento che nell’anno 800 Aquisgrana era la più grande città europea. Se noi valutiamo anche minimamente il numero delle farfalle più o meno effimere che svolazzavano intorno al sole di Carlo, dovremo pure ammettere un paio di «abitanti» del «Palazzo». L’impressione più chiara della grandezza d’Aquisgrana nel tempo dei Carolingi, la si riceve dall’esposizione di F. Dahn (Könige der Germanen VIII 6 (1900) 109 segg.), dove è stato utilizzato tutto quanto il materiale, che noi possediamo.
  9. W. Stubbs - Constitutional History, 5, 415.
  10. V. Die landesfürstlichen Urbare Nieder-und Oberösterreichs aus dem 13. und 14. Jahrhundert (I catasti principeschi dell’alta e bassa Austria del XIII e XIV secolo), editi da Alf. Dopoch (Oesterr. Urbare I, 1904, p. 66, XXI).
  11. Wilh. Kothe - Kirchliche Zustände Strassburgs im 14. Jahrhundert, 1903, p. 2.
  12. Jos. Greving - Wohnungen und Besitzsverhältnisse etc. negli Annalen des histor. Vereins für den Niederrhein, 70, 24 e segg.
  13. Dal «Liber valoris etc. Col.» edito da Ant. Jos. Binterum e Jos. Hub. Moosen, Die alte und neue Erzdiöcese Köln I Teil, 1828, p. 51 e segg. «Über die Verhältnisse in Hildesheim unterrichtet (schlecht!)». H. A. Luntzel, Geschichte der Diöcese und Stadt, 1., 1858, 288, pagg. 2, 23 segg.
  14. «Les récits abondent dans les croniques de moines fuyant devant les invasions normandes, magyares ou sarrazines et transportant les corps saints dans les villes fortifiées». V. Flach, Origines, 2, 331. Le città medioevali dovevano letteralmente formicolare di chiese e monasteri. In Firenze alla fine del secolo XII suonavano più di 80 campanili.Davidsohn, Gesch., 722. Nel XIII secolo anche in Parigi sono elencati i nomi di 96 chiese e chiostri (nel ruolo delle imposte del 1292). V. raccolta dell’editore H. Gerart nel Coll. des docum. ined., 8 vol., 1837, p. 624-626.
  15. È dubbio quale significato abbiano avuto per lo sviluppo delle città i pellegrinaggi per il trasporto di reliquie. In ogni caso essi contribuivano alle formazioni di città, se assurgevano a istituzioni stabili e facevano vivere sul luogo stesso gente di tutte le sorta: Lourdes (mentre Loreto è rimasto un piccolo nido). Sulla grande estensione dei pellegrinaggi medioevali vedi materiale in Damas, pag. 34. Flach, p. 338.
  16. Delle scuole claustrali e della loro estensione in Europa tratta diffusamente Montalembert, Die Mönche des Abendlandes, edizione tedesca, 6, 1878, 1694.
  17. Per i tempi posteriori vedi ora avanti tutto l’opera di F. Eulenberg, Die frequenz der deutschen Universitäten, 1904.
  18. Santini - Società delle torri, in Arch. Stor., Sez. IV, vol. 20 — Davidsohn nelle sue Forschungen, pag. 121. Türme in der Stadt.
  19. Davidsohn - Gesch. von Florenz, 1, 554.
    Sulle abitazioni fortificate dei signori temporali nelle città tedesche si estende von Maurer, V. 2, 94.
    In Francia: «multi nobiles oppidani erant qui magnorum possessores feudorum, in praecipuis baronibus nativae regionis pollebant et multis magnae strenuitatis militibus, hereditario jure praeminebant (1098), Orderix Vital. IV, p. 49 in Flach, 2, 368.
    Vedi in Coll. des doc. ined., Sez. I, (1837) 627 il Catalogo degli Hotels des Grands in Parigi alla fine del XIII secolo.
  20. Molto prima di questo forte — inurbamento — «le attrattive della comodità e del vivere sociale avevano indotto singole famiglie a calare nella città invece di vivere nella propria terra, sulla cima solitaria di un monte». Davidsohn, Gesch. von Florenz, 1, 343
  21. Sull’«Inurbamento della nobiltà», riferirsi per es. a Muratori, Antiqu. Diss. 47; Bethmann-Hollweg, Origine della libertà cittadina lombarda (1846), Pag. 164 segg. C. Bertagnolo, Vicende dell’Agricoltura (1881, pag. 125). E. Paggi, Cennni storici delle leggi sull’agricoltura (1848) 2, 16 segg., 2, 198 segg.
  22. V. nella I edizione 1, 311 seg. e letteratura ivi citata.
  23. Bonifaccio - Historia di Trevigio (1744), pag. 153.
  24. Un’esposizione molto interessante della posizione economica del soldato è in Wittekind nel luogo citato, c. 35 (55, 3, 432).
  25. «Ils tirèrent leur subsistance de tout l’univers». Montesquieu, Esprit des Lois. Livre XX, Ch. V.
  26. «Extensive commerce checks itself, by raising the price of all labour and commodities», D. Hume, Essays, 2, 1793, 207.
  27. Come base di questo calcolo vedi le cifre citate parte I.
  28. Hub. Ermisch - Wanderungen durch die Stadt Freiberg im Mittelalter (Neues Archiv für sächsische Geschichte: edito da H. Ermisch, 12, (1891), pag. 92. Confronta con C. E. Leupold, Untersuchungen zur älteren Gesch. Freibergs (nello stesso Archv. IV, (1889) pag. 304 e segg.
  29. H. Ermisch - Zur Statistik der Sächsischen Städte im Jahre 1474 (nello Archiv. XI, pag. 148-130).