Satire (Giovenale)/Satira I

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Satira I
Rassegna dei vizi del tempo, e proposito di scriver satire

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Decimo Giunio Giovenale - Satire (I secolo)
Traduzione dal latino di Raffaello Vescovi (1875)
Satira I
Rassegna dei vizi del tempo, e proposito di scriver satire
Prefazione Satira II
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SATIRA I


Rassegna dei vizi del tempo, e proposito di scriver satire.


    Sol deggio ascoltar sempre, e mai rifarmi
Del tedio che mi dà Cordo, affiochito
Da tanto recitarmi il suo Tesèo?1
Dunque m’avranno impunemente letto
5Chi le tragedie sue, chi l’elegìe?
Impunemente una giornata intera
M’avrà portato via l’arcilunghissimo
Telefo, ovver l’Oreste,2 infin sui margini
Scritto da cima a fondo, ed anche a tergo3
10Dei fogli, eppure non finito ancora?
    Niun sa la casa sua, com’io di Marte
Il bosco, e l’antro di Vulcan sì presso
L’Eolia rupe. Che facciano i venti;

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Quali ombre Eaco martòri; onde rapisse
15Altri di furto il vello d’oro, e quali
Orni scagliasse Menico;4 i giardini
Lo gridan di Frontone, ed i convulsi
Di marmo simulacri, e le colonne,
Che del continuo declamar si spezzano.5
20Tutti, dal primo all’ultimo, i poeti
Non san dir altro. — E noi puranco abbiamo
Fatto cilecca al nerbo; e nelle scole
Demmo a Silla il consiglio, che tornasse
Privato, per dormir sonni tranquilli.6
25Stolta clemenza, perdonar la carta
Già dannata a perir; chè ovunque il passo
Tu muova, inciampi in un poeta. — Or dunque
Perchè di scorrazzare in questo campo
Mi piaccia, dove volse i suoi cavalli
30Il gran figlio d’Aurunca,7 se vi resta
Ozio d’udirne la ragione in pace,
La vi dirò. Quando un imbelle eunuco8
Conduce donna; e con il petto ignudo

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Mevia lo spiedo impugna ed isbudella
35Un etrusco cinghial; quando ai patrizi
Tutti fa invidia co’ milioni un solo,
Colui che cincischiava la mia barba
Quand’ero giovanotto;9 e quando un guitto,
Spurgo del Nilo, un servo di Canopo,
40Un Crispin10 si rattilla ad ogni passo
La sbrendolante porporina toga;
E le sudanti dita agita e dondola,
Facendo pompa degli estivi anelli
Senza pietra,11 che troppo a lui sarebbe
45Pesante soma; è ben difficil cosa
Non darsi a scriver satire. Chi mai
In questa Roma sì diversa è tanto
Di sangue freddo e di sì ferrea tempra,
Che si contenga quando il legulejo
50Matone incontra, che di sua ventraja
Empie la messa su da jer lettiga?
E dietro, il delator d’un grande amico,12
Che ben presto dei nobili spolpati
Sgranocchierà gli avanzi? Di lui trema
55Massa; Caro coi doni lo abbonisce;

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E Latin per paura gli conduce
Fino in letto la Timele sua donna.
Come tacer quando nei testamenti
Lo sgambetto ti dan certi messeri,
60Che altro merto non hanno che d’intrighi
Notturni; e cui solleva infino agli astri
D’una vecchia potente e facoltosa
La fregola; che in oggi è la più corta
Via per andare innanzi e salir suso?
65Proculejo un’oncetta,13 ma Gillone
Reda undici oncie: ognun quanto gli tocca
A misura dei lombi. Abbia egli pure
Il prezzo del suo sangue; e smunto e pallido
Facciasi in viso, come l’uom che stiaccia
70A piè scalzi una serpe; o come quando
Sulla bigoncia di Lione ascende
Un oratore, e a concionar s’accinge.14
    Dirò la bile che sì m’arrovella
E brucia dentro, quando preceduto
75Da’ suoi cagnotti, che fendon la folla
A furia di spintoni, andare in volta
Vedo certo tutor, che diè di piglio

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Nei beni del pupillo, e lo ridusse
A mendicar col vitupero il tozzo?
80E Mario indarno condannato?15 Infatti,
Che fa l’infamia se lo scrigno è salvo?
Or quest’esule, fin dall’ora ottava,
Pigliando a gabbo degli Dei lo sdegno,
Si giace in gozzoviglie;16 e tu, Provincia,
85Che vincesti la lite, ancor ne piangi.
     E cose di tal fatta non son degne
Del chiaror della lampa Venosina,
E ch’io le batta? È forse miglior tema
Ercole, o Diomede, o il Laberinto
90Che mugge, o d’Icaro il gran tuffo in mare,
O di Dedalo il volo? ― Ecco mirate
Quel treccon di marito, che del palco
Novera i travicelli, o sovra il desco
Appoggia il capo, e russa ad occhi aperti
95Per far comodo al drudo:17 e in guiderdone
Scrocca l’eredità che alla sua donna
Interdice la legge.18 Or date il passo
A quel lindo garzon che su veloci

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Ruote divora la Flaminia;19 e strutto
Avendo nei presepi il censo avito,
Di comandare una coorte or vanta
Il dritto, perchè imberbe Automedonte
Guidava la carrozza, ove Suigi20
Coll’amica in calzon faceva il bello.
    Chi non vorrebbe empir dei lunghi fogli
Fin nel mezzo d’un trivio, allorché vede
In portantina a sei del tutto aperta,
Per dar meglio nell’occhio, ire in panciolle
Quel trappolon, viva caricatura
Di Mecenate col bellico all’aria,
Che sol con quattro scarabocchi e un falso
Sigillo empì le casse; ed or misura
Li scudi collo stajo, e fa tempone?
    Ma, largo! chè s’avanza una gran dama:
Quella che dando bere al sitibondo
Sposo, di rospi mescolò la bava
Col Caleno abboccato:21 ed or, più dotta
Di Locusta,22 ammaestra le figliole,
Come si può spedir coi piedi all’uscio
I mariti, e lasciar che il mondo canti.

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    Alcun che da prigione e da galera
Osa; e alcun che sarai: lodano molti
La Probità, ma non ha scarpe in piedi.
Son parto di delitti i bei giardini,
Le ville principesche, i deschi, i vasi
D’argento antichi, e il nappo ove di fuori
Rileva un capro in piè. Brutti fantasmi
Non ti lascian dormir quel vecchio schifo
Che vince coi regali e disonora
Di suo figlio la moglie; e quegl’infami
Zanzeri, e quell’adultero ragazzo.
Se la natura si rifiuta, i versi,
Comecchessia, farà lo sdegno:23 in modo
Come può farli Cluvïeno ed io.
    Da che, gonfiando il mar per molta pioggia,
Deucalïon, vogando, in cima al monte
Approdò colla barca, ed ebbe inteso
L’oracolo; ed i sassi a mano a mano
Spetrandosi pigliaro e vita e senso;
E Pirra ai maschi le fanciulle ignude

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Mostrò; tutti dell’uomo i fatti e i voti,
Ira, tema, piacer, gaudi ed errori,
Saran di questo libro il guazzabuglio.
E quando mai di vizi maggior ridda?
Quando avarizia più bramosa gola
Aperse? o il giuoco diè maggior faccenda
Agli animi romani? Al tavoliere
Or non si va più colla borsa; è d’uopo
Portar la cassa. Ve’ che furibonde
Battaglie, dove armigero è il ministro
Che paga! E non è peggio che follìa
Gettar mille sesterzi, ed al tremante
Servo non far la pattuita veste ?
    Chi tante ville eresse; o qual degli avi
Sette portate si pappava a pranzo
Da solo a solo? Oggi una magra sportola24
Sta nella prima soglia, ove alla busca
Trotta la turba in toga. Anco ti squadra
Prima la mutria il Sere; ed ha paura
Che venghi di sottecche, e un nome finto
Dato ti sia: ben ravvisato, avrai.

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Ecco per mezzo dell’araldo invita
A farsi avanti quei di puro sangue
Trojano: perchè sono innanzi all’uscio
Pur essi ad ustolare insiem con noi.
«Prima servi il Pretor, quindi il Tribuno».
― «Ma è primo il libertino». ― «Io sì, son primo»,
Ei ribadisce: «e perchè peritarmi,
Se difendo il mio posto? È ver, son nato
Presso l’Eufrate; e se negarlo ardissi,
Dai larghi occhielli delle moscie orecchie
Sbugiardato sarei: ma quattrocento
Mila sesterzi le cinque botteghe
Mi danno di guadagno.25 E che di meglio
La porpora può dar, mentre un Corvino26
Veggo la greggia altrui guidare ai pascoli
In quel di Laurento? Io di Pallante,
Io di Licinio son più ricco».27 ― Dunque
Abbian pazienza e aspettino i Tribuni.
Sì, l’abbian vinta le ricchezze; e il passo
Non ceda ai magistrati uno che dianzi
Capitò in Roma con i pie marcati:28

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Poichè veneratissimo fra noi
Delle ricchezze è il Nume; benchè altari
Finor non t’erigemmo, o scelerata
Pecunia; e la Moneta ancora un tempio
Da noi non ebbe, come già la Pace,
La Fede, la Vittoria, e la Virtude,
E la Concordia; le cui volte echeggiano
Al pigolar dei salutati nidi.29
   Se i primi cittadini fanno il computo,
Ciò che renda la sportola, e di quanto
L’entrata s’avvantaggi in capo all’anno;
Che far denno i clienti, a cui la toga,
Le scarpe, infin da far bollir la pentola,
Tutto viene di là? Fino in lettiga
Vanno molti a pigliar quei pochi soldi.30
Qui tu vedi un marito, che s’affanna
Strascicando a fatica la consorte
O maliscente, o colla pancia agli occhi:
Là un altro, già da tutti conosciuto
Per volpe vecchia, che la vuota e chiusa
Portantina mostrando e non la moglie

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Che lì non è, chiede per lei gridando:
«Qui dentro c’è la Galla mia; sbrigatemi:
Ohè! che siete sordi?» ― «O Galla, affacciati» ―31
― «Non le rompere il capo: ella riposa» -
    Ecco il bel modo onde si sparte il giorno:
La sportola; indi al Foro, e al giusperito
Apollo, ed alle statue trionfali:32
Tra cui non so quale Egiziano ed Arabo
Ebbe la sfrontatezza di far mettere
Il suo bel muso con un epitaffio:
Al quale il meno meno che tu possa
È di pisciargli addosso.33 Finalmente
Questi vecchi clienti stracchi morti;
Riposto il Sere dentro l’uscio, e visto
Vanire il pranzo, a cui da tanto tempo
Affilavano i denti; se ne vanno
Colle trombe nel sacco, poveretti!
A comprarsi del cavolo e du’ legna.34
    Frattanto i più squisiti pappalecchi,
Che di mare o di selva offra il mercato,
Divora su’ Eccellenza, e solo sguazza

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Sui vuoti letti; perocchè di tanti
Belli spaziosi e antichi deschi un solo
È sufficiente a questi diluvioni
Per consumarvi un patrimonio intero.
― «Tanto meglio; così non vi saranno
Più parassiti». ― Ma chi può soffrire
Questo lusso spilorcio? Non son gole,
Ma pozzi questi che un cinghiale intero,
Cui destinò natura ai gran conviti,
Si mettono davanti. Ma la pena
È pronta, quando con il ventre gonfio
Ti spogli, o ghiottonaccio, e dentro il bagno
Porti il pavon non digerito ancora.35
Quindi le morti repentine, e tanti
Vecchi intestati. Va di bocca in bocca
La nuova ai pranzi, e niun manda un sospiro.
Dietro alla bara i lusingati amici
Vanno; ma in cor dicon: sei morto? bene!
    Nulla ai nostri costumi aggiunger ponno
I figli nostri: in desideri e in opre
È assai se noi pareggeran. Dei vizi
L’onda è salita al colmo. Or su, le vele

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Dispiega, o Musa, ed entra in questo mare.
Ma forse mi direte: «ov’hai l’ingegno
Eguale alla materia? ove la franca
Schiettezza, onde li antichi al cor bollente
Davan libero sfogo in sulle carte?»
«Che forse avrò paura a dire il nome
Di chicchessia?36 Che importa a me che Muzio
Faccia, sì o no, buon viso ai versi miei?»37
― «Tocca un po’ Tigellino;38 e tu n’andrai,
Infilzato pel gozzo, a far da torcia
Siccome tanti:39 ed a qual pro? nel mezzo
Di molta sabbia avrai fatto un bel solco».40
― «Dunque chi diè l’acquetta a tre suoi zii
Portato andrà su pensili cuscini,
E noi d’un guardo disprezzante appena
Ei degnerà? ― «Quando ti vien di faccia
Premi col dito il labbro: accusatore
È di costui chi dica pur, «gli è desso».
D’Enea la zuffa e del feroce Turno
Ridir potrai senz’odio; a niun fia grave

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D’Achille la percossa; Ila sommerso
Insiem coll’urna e ricercato a lungo.41
Ma quando acceso d’ira, e come armato
D’una spada Lucilio e grida e freme;
L’uom, che non può nascondere a se stesso
I suoi delitti, raccapriccia e sente
I carboni sul viso, in core un gelo.
Quindi rabbia e martoro. Innanzi dunque
Di dar fiato alla tromba, teco stesso
Pensa e rifletti: chi ha già l’elmo in testa,
Tardi si pente della pugna». ― Ebbene!
Io proverò quanto mi fia concesso
Contro di quelli, la cui spoglia or giace
Lungo la via Flaminia e la Latina.42

Note

  1. [p. 127 modifica]I letterati prima di dar fuori i loro scritti solevano farli sentire agli amici. Questo Cordo dovette esser uno di quegli uggiosi poeti, che tafanavano più spesso Giovenale colle loro letture. Del suo poema la Teseide, nè di altri suoi scritti, nulla è rimasto.
  2. [p. 127 modifica]Telefo e Oreste erano spesso scelti dai poeti per soggetti di tragedie.
  3. [p. 127 modifica]L’uso di scrivere su tutte e due le pagine di un foglio era poco o nulla conosciuto dagli antichi: ma certi poetonzoli, per gabellar meglio le lunghe filastrocche dei loro versi, empivano i fogli per lungo e per largo, davanti e di dietro.
  4. [p. 127 modifica]Uno dei Centauri. Vedi la guerra dei Centauri coi Lapiti in Ovidio, Met. Lib. xii.
  5. [p. 127 modifica]In Roma solevano i letterati far delle pubbliche letture sotto i portici, o nei giardini dei ricchi patrizi, tra i quali era questo Frontone, che fu tre volte console.
  6. [p. 127 modifica]Nelle scuole dei Retori solevansi assegnare ai discenti per esercizio di eloquenza certi soggetti affatto immaginari, come: persuadere a Silla di rinunziare la dittatura, e tornare alla vita privata.
  7. [p. 127 modifica]Lucilio padre della satira nacque a Sinuessa, città degli Aurunci, nell’anno 147 avanti l’Era cristiana.
  8. [p. 127 modifica]La legge Papia Poppea, promulgata da Augusto contro il celibato, stabiliva alcune pene per gli uomini non ammogliati sotto i sessant’anni, e le donne non maritate sotto i [p. 128 modifica]cinquanta. Quindi accadeva che non volendo incorrere in queste pene nè aver figliuoli, i primi sposavano alcuna volta delle fanciulle non atte a incingersi, le seconde, degli eunuchi.
  9. [p. 128 modifica]Questo antico Figaro era un certo Cinamo, il quale con mezzi ignominiosi avea fatto una bella fortuna. Qui non si tratta di rasojo, perchè i Romani non si facevano propriamente la barba fino a 49 anni. Prima se la spuntavano soltanto.
  10. [p. 128 modifica]Crispino egiziano, preso a benvolere da Domiziano, aveva ammassato grandi ricchezze, e di servo era divenuto cavaliere. Costui viene più volte sotto il pettine dì Giovenale, ma dove te lo scardassa da portargli via la pelle, è al principio della Satira quarta.
  11. [p. 128 modifica]Il lusso degli anelli erasi spinto così innanzi a Roma sotto gl’Imperatori che se ne portavano a tutte le dita, e se n’avevano dei più pesanti e adorni di pietre per l’inverno, e dei più leggeri per la state. Si narra che Eliogabalo non si mettesse mai più d’una volta lo stesso anello.
  12. [p. 128 modifica]Allusione manifesta ad alcuno di quegli avidi spioni, che gl’Imperatori tenevansi a fianco. Per una legge iniqua e fatta apposta a incoraggiare lo spionaggio, una parte dei beni degli accusati veniva agli accusatori. Gli altri tre nominati più sotto, Massa, Caro e Latino, erano pure delatori, ma meno potenti di questo, e perciò procuravano di tenerlo a bocca dolce, perchè non li rovinasse.
  13. [p. 128 modifica]L’asse ereditario, secondo il diritto romano, dividevasi in dodici parti, dette oncie.
  14. [p. 128 modifica]Secondo un passo di Svetonio pare che a Lione vi fosse un’accademia fondata da Caligola, che teneva le sue tornate presso l’altare d’Augusto; e nella quale si disputava il premio dell’eloquenza greca e latina. I vinti dovevano a loro spese dare il premio al vincitore, e cassare con una spugna o colla lingua le loro arringhe, sotto pena di esser frustati e gettati nel Rodano.
  15. [p. 128 modifica]Mario Prisco, essendo proconsole d’Affrica, fu accusato di concussione il terzo anno del regno di Trajano. Il Senato lo condannò all’esilio, ma senza obbligarlo a restituire il mal tolto: onde terminato il bando, e tornato in Roma, menava una vita molto comoda e licenziosa; mentre l’Affrica da lui spogliata piangeva.
  16. [p. 128 modifica]Gli antichi dividevano il giorno in quattro parti di tre ore l’una, che chiamavano prima, terza, sesta e nona. Prima cominciava alle sei del mattino e durava fino alle nove: e [p. 129 modifica]cosi di seguito. Era uso di pranzare tra la nona e la decima ora, cioè fra le tre e le quattro pomeridiane, secondo il nostro modo di contare; e si riguardava come una scandalosa intemperanza mettersi a tavola prima.
  17. [p. 129 modifica]Pare che alluda ad un aneddoto della vita di Mecenate. Questi visitava spesso la moglie di un tal Sulpicio Galba, il quale, per render più liberi i loro convegni, alla fine di tavola facea le viste di addormentarsi. Un giorno che un suo schiavo volle approfittare di quest’occasione per assaggiare del vin di Falerno, Galba gli disse: ehi, ragazzo, io non dormo per tutti. — Cicerone attribuisce questo motto ad un certo Capio.
  18. [p. 129 modifica]Per una legge di Domiziano non potendo le adultere ereditare dai ganzi, questi per eluderla lasciavano ai mariti.
  19. [p. 129 modifica]Via molto frequentata.
  20. [p. 129 modifica]Questa parola è comunissima a Pistoia per accennare persona nota e di qualche conto, che non si vuol nominare; e qui risponde a capello all’ipse di Giovenale. — Del resto ho seguito la maggior parte degl’interpreti, che in questi versi vedono adombrati i bestiali amori di Nerone con Sporo, checchè dicano in contrario il Madvigio e il Kemfio.
  21. [p. 129 modifica]Vino molto in credito presso i Romani.
  22. [p. 129 modifica]Famosa manipolatrice di veleni. Essa preparò il fungo, col quale Agrippina avvelenò Claudio; e a lei ricorse Nerone, quando volle toglier di mezzo Britannico.
  23. [p. 129 modifica]Quanto è più nobile la musa di Giovenale che quella di Orazio; il quale dice che fu spinto a scriver versi dalla povertà: paupertas impulit audax ut versus facerem. Epist. 2. lib. II. v. 51.
  24. [p. 129 modifica]Sportola diminutivo di Sporta fu dapprima un piccolo canestro con dentro cose da mangiare, che i signori facevano in certe occasioni distribuire ai loro clienti, invece di ritenerli a pranzo, come usavasi più anticamente. Poi significò qualunque altra distribuzione, anche di danaro. L’uso di queste sportole era comunissimo in Roma, anche nei più bei tempi della repubblica: e dalle ricche famiglie si distribuivano con grande generosità; e nessuno credevasi umiliato a farsi vedere innanzi alle porte dei grandi dove si davano; e molti ci arricchirono sopra, come si dice anche di Cicerone. Qui Giovenale riprende e la tirchierìa dei signori nel dare sì meschine sportole, e la viltà dei Romani che andavano a prenderle. Nel medio evo si chiamò sportola l’onorario dovuto al Giudice per la data sentenza.
  25. [p. 130 modifica]Le cinque botteghe, quinque tabernae: chiamavasi così un luogo nel Foro dove si riunivano gli usurai, i banchieri ed altra gente di simil genere; ed era, come dire, la borsa di Roma. Intendasi dunque che quest’uomo faceva, come dicono oggi, il giuocatore di borsa, e guadagnava 400,000 sesterzi all’anno, che era quanto ci voleva per esser cavalieri.
  26. [p. 130 modifica]Un discendente di M. Valerio Corvino che fu console l’anno 466.
  27. [p. 130 modifica]Pallante fu liberto di Claudio, ed ebbe gran parte negl’intrighi di quel regno. Con male arti aveva ammassato ingenti ricchezze. Licinio, liberto d’Augusto, mandato al governo della Gallia avea fatto sacco, spogliando quella provincia.
  28. [p. 130 modifica]Agli schiavi, che erano esposti alla vendita, si scriveva con creta o gesso sui piedi la loro patria e il nome del padrone che li vendeva.
  29. [p. 130 modifica]Le parole del poeta in questo luogo hanno oggi dell’enimmatico, e son queste: quaeque salutato crepitat concordia nido. Tra i diversi e opposti pareri degl’interpreti il più verosimile parmi questo di V. Fabre de Narbonne. Sotto Domiziano il tempio della Concordia, dove il Senato soleva raccogliersi più spesso, fu abbandonato; poiché questo principe convocava quasi sempre i Padri nel suo palazzo d’Alba. Anche Nerva e Traiano lo lasciarono nello stesso abbandono, talchè le cicogne cominciarono a nidificarvi dentro. Non è egli probabile che il Nostro abbia voluto satireggiare questo abbandono? Un tempio che tante volte avea raccolto in sè quell’assemblea di Numi, come la chiamava l’ambasciatore di Pirro, era divenuto una cova di cicogne; il pigolare di questi uccelli era succeduto ai liberi parlari dei vincitori di Annibale.
  30. [p. 130 modifica]Centum quadrantes. Il quadrante era la quarta parte dell’asse, e valeva presso a poco due centesimi dei nostri. Cento quadranti facevano dieci sesterzi minori, e circa due lire italiane. — Di tanto era generalmente la sportola.
  31. [p. 130 modifica]Queste parole le dice il dispensatore della sportola, che si è accorto dell’inganno.
  32. [p. 130 modifica]Il Foro di Augusto, nel quale discutevansi le cause, e dove si vedevano le statue dei sommi capitani, e quella di Apollo, che però è detto per facezia giurisperito.
  33. [p. 130 modifica]Credo anch’io colla maggior parte dei commentatori, che questa sia un’altra tiratina d’orecchi a quel Crispino da Canopo liberto di Domiziano, intorno al quale vedi la nota 10.
  34. [p. 130 modifica]Per farsi un boccon da mangiare.
  35. [p. 131 modifica]Solamente i crapuloni si bagnavano dopo il pasto.
  36. [p. 131 modifica]Le parole cujus non audeo dicere nomen quasi tutti le riferiscono a simplicitas, e le mettono in bocca dell’interlocutore, interpetrando questo passo così: dove hai tu la franca schiettezza degli antichi, la quale io non oso chiamare col suo vero nome? cioè col nome di libertà. Il Grangeo invece tronca il dialogo dopo Simplicitas, e facendo dire queste parole al poeta, interpreta nel modo, che il traduttore ha seguito; perchè gli è parso più in armonia col carattere risoluto e indipendente di Giovenale, non che col verso che viene immediatamente dopo, e coll’altro che è penultimo della satira; dove il poeta sentiti i gravi rischi e il nessun frutto del nominare i viventi, si risolve di non isferzare che i morti.
  37. [p. 131 modifica]Muzio e Lupo furono aspramente satireggiati da Lucilio, come ci fa sapere Persio, Sat. I
  38. [p. 131 modifica]Tigellino fu l’occhio destro di Nerone, e complice delle sue infamie e dissolutezze.
  39. [p. 131 modifica]Uno dei molti supplizi inventati dalla tirannia imperiale, e da Nerone usato contro i Cristiani, fu questo. Indossavasi ai condannati una cappa spalmata di zolfo o bitume, e attaccatili per il mento a un gancio, s’incendiavano per far lume la notte. Questo supplizio è ricordato dal Nostro anche nella Sat. viii. v. 235.
  40. [p. 131 modifica]Leggo coll’Hermann e coll’Jahn deducis arena, e non diducis; e credo che il poeta con questo modo proverbiale abbia voluto dire che nominando a vitupero Tigellino si correva grave e inutile pericolo. — Veggasi la stessa frase nel medesimo senso nella Sat. vii. v. 48.
  41. [p. 131 modifica]Ila, bellissimo giovinetto, essendo ito per acqua al fiume Ascanio, le ninfe invaghitesi di lui lo tirarono giù nella corrente: ed Ercole, che lo amava, lo ricercò lungamente invano.
  42. [p. 131 modifica]Lungo queste due vie erano le tombe di Pallante e di molti altri potenti scellerati.