Solenni funerali di Pio papa ottavo (Amat)/Elogio funebre

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Elogio funebre

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Introduzione Note

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Sacerdos magnus... in diebus suis corroboravit templum... curavit gentem suam... et adeptus est gloriam in conversatione gentis. Eccl. 50.



Laria di mestizia che vi traspira in volto, incliti Signori, il lugubre silenzio che quì regna, questo splendido mausoleo, questi neri veli, quest’ombre di morte, queste pompe dolenti mi annunziano, ahi troppo! quale e quanto grave sia la perdita che abbiamo fatto. Ed io son destinato a deplorarla? Dunque anche alla venerata memoria del Massimo Pontefice PIO ottavo deggio tributo di funeree laudi? Quando di fiori e di lacrime cospargeva la tomba dell’immortale LEON duodecimo, chi m’avrebbe detto che nel volgere di venti mesi e non più dovea sulle ceneri del successor suo lacrime spargere più copiose ed [p. 10 modifica]amare? Oh avvenimento inver doloroso! Cinto dalla pubblica venerazione sedeva l’augusto PIO sulla cattedra di S. Pietro, e la gloria sembrava emulare di Simon Maccabeo, quel gran Sacerdote d’Israello, che gli encomii meritossi della divina Sapienza. Anch’esso splendeva per la copia de’ lumi come un sole, per il candor de’ costumi come un giglio, e per li rari pregi della sua santità come un aureo vaso di peregrine gemme fregiato. Anch’Esso dal Pontifical Trono l’immenso gregge guidava colla sua voce nei pascoli della salute. Anch’esso colla dolcezza e saviezza del suo paterno reggimento, qual iride vario-pinta nelle nubi sfavillante e vaga, sembrava promettere a’ suoi popoli molti anni di pace, di prosperità, e di gloria. Ma ahi! quanto presto fur deluse le candide e le unanimi nostre speranze! Il soave impero di sì buon Principe sparve come un lampo, chè morte cel tolse immatura e cruda. Cel tolse ne’ giorni alla Fede i più [p. 11 modifica]perigliosi: nè la maestà del pontifical suo trono, nè lo splender dell’eccelse sue virtù, nè i voti, i timori, ed i pianti della desolata Sionne han potuto sottrarlo al fatale destino. Oh morte! Oh PIO! Oh perdita inver funesta! Ma adoriamo, o Signori, gl’inscrutabili giudizii di Dio, e facciamo omai fine al pianto. Il cristiano alfin non muore, sol cangia di vita. La tomba tutto l’uomo non distrugge: e noi non dobbiamo, dice l’Apostolo, piangere coloro che dormono un sonno di pace, come se fossimo senza speranza. Vive, vive l’adorato PIO, vive in seno all’eternità, lieto vive in Dio, come ci giova sperare. E se vive in Dio, come possiamo credere d’averlo perduto? Vive, e me ne fan fede l’esimie virtù, di cui ha lasciato in terra sì chiare memorie. Vive, e me ne fan certo le sante sue opere, che all’altra vita il seguirono, per essere coronate di gloria. Qual conforto apportar non deve al comune dolore un sì giusto e religioso pensiero!

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Ma per convincervi della sua beata immortalità, permettetemi, o Signori, che alcuni tratti vi accenni della mortal sua vita. Io mi fermerò a considerarlo ne’ tre principali stati o gradi dell’ecclesiastica carriera che ha percorso, di Sacerdote, di Vescovo, e di Supremo Gerarca, e vi farò vedere, che egli fu un Sacerdote agli occhi di Dio veramente grande per la sua scienza, pel suo zelo, e per la sua magnanima umiltà: Sacerdos magnus in diebus suis. Per la solidità della sua scienza fu l’onore del Sacerdozio: Corroboravit templum. Per la dolcezza del suo zelo fu l’edificazione de’ popoli: Curavit gentem. Per il pregio della sua umiltà fu la gloria de’ popoli e della Chiesa: Adeptus est gloriam in conversatione gentis. Ecco il funebre elogio che alla santa memoria dell’Ottimo, del Massimo Pontefice PIO ottavo umilmente consagro. Mi guarderò, o Signori, di far uso di artifiziose parole, e di laudi adulatrici. So d’essere al cospetto del [p. 13 modifica]Dio di verità. So di parlare ad anime nobili, che hanno in orror la menzogna. Non ho bisogno di ricorrere all’arte, per tesser l’elogio di un Pontefice così ricco di meriti. Ed in tempi, in cui il divin Sacerdozio è cotanto avvilito, sarà per me un trionfo di potervi con la pura storia alla mano, d’ogni mendace colore ignuda, mostrare che nella Cattedra romana sedeva a’ nostri dì un Pastore veramente grande, più per le sue eccelse virtù, che per la sua altissima dignità; un Pontefice veramente sommo, che per la sua scienza, pel suo zelo, e per la sua umiltà fu il lume, l’edificazione, e la gloria della Chiesa di Dio.


Mentre discendo a celebrare la sapienza del mio Eroe, non v’aspettate, o Signori, che vi parli di profano sapere, di scienza puramente umana. Lungi dal mio elogio una scienza che gonfia lo spirito, ed apre talora il varco alla corruzione del cuore. FRANCESCO SAVERIO CASTIGLIONI fu, [p. 14 modifica]a dir vero, un sommo letterato, versatissimo in ogni genere di amena coltura, esimio estimatore de’ monumenti dell’antichità, e per esprimermi (1) colle parole di un suo dotto amico, conosceva dall’umil issopo sino al cedro sublime. Ma questo genere di scienza, per quanto sia in se lodevole, non è quello che forma un buon Sacerdote.

Ministri di Dio che m’ascoltate, a che ci servirebbe il saper parlare le lingue dotte di Atene e di Roma, conoscer le forze degli elementi, penetrar gli arcani della natura, e spiegarne de’ prodigiosi effetti le nascose cagioni, se poi ignorassimo il linguaggio de’ Santi, se non sapessimo parlare di religione ai popoli, instruirli de’ cristiani doveri, loro manifestare i sacri arcani della Divinità, e con essi la volontà del Signore? Vedete, direbbe Agostino, arrivano con calcoli non fallaci a tutti conoscere i moti e le vie de’ pianeti e delle stelle, e poi non sanno mostrarci le vie che conducono al [p. 15 modifica]cielo: Noscit vias syderum, ignorat ipse qua via ingreditur ad salutem (lib. IV de Trinit.) Non è già che le profane scienze non possano essere di qualche sussidio o di ornamento al Sacerdozio. Il Tabernacolo del Signore non rifugge di abbellirsi colle profane spoglie di Egitto. Ma queste cognizioni non formano il precipuo merito di un uom di Chiesa. Versar con diurna e notturna mano le divine Scritture, ove trovansi omnes thesauri sapientiae et scientiae absconditi, conoscere le leggi di Dio e della Chiesa, studiar la religione da’ suoi fondamenti, addottrinarsi ne’ principii di una sana morale, per mettersi in istato di manifestare ai popoli la volontà di Dio e santificarli, ecco la scienza che i sacri canoni e i Santi Padri esigono dal Sacerdote (2): ecco la dottrina che i popoli sono in diritto di ascoltare dal nostro labbro: ed ecco la scienza, in cui si distinse il nostro Castiglioni; scienza che lo rese utile alla Chiesa di [p. 16 modifica]Dio, ed atto il fece a compiere gli alti destini a cui lo chiamava la Provvidenza.

Nato in Cingoli io non vi farò parola della nobiltà de’ suoi natali, nè de’ titoli e delle dignità, nè delle molte e chiare imprese de’ suoi maggiori; poichè io fo l’elogio d’un Pontefice secondo l’ordine di Melchisedecco; e giusta i libri santi, nelle lodi di questo Principe non dovevan entrare nè la gloria degli antenati, nè la vanità (3) delle genealogie. Ma vi dirò, che i pii suoi genitori gli fecero sin dall’infanzia apprezzare le vie del Signore. Vi dirò che Dio a lui diede, come a Salomone, un’anima ingenua e buona, candor di carattere, dirittura di mente, ed un cuor docile e sommamente avido di sapere. Vi dirò che ebbe la ventura di essere educato prima nel Collegio Campana di Osimo, e poi in quello di Montalto di Bologna, (4) ove potè la sapienza attignere da fonti chiare, ricche e secure, dai celebratissimi Hyturiaga e dell’Oca, nomi cari alle lettere, ed alla Religione. (5)

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Buoni maestri, educazion colta, perspicace talento, indefessa applicazione allo studio, con sì preziosi e possenti presidii immaginate voi, o Signori, quanto rapidi e meravigliosi non dovevano essere i suoi scientifici progressi.

Non ha per anche compito il quarto lustro, e lo vedo in pubblico cimento l’eccelse prerogative difendere del divino Primato con tanta erudizione, gravità, perspicacia, e prontezza di spirito, che riscuote l’universale ammirazione della dotta Bologna. Chi mai allora avrebbe pensato, che questo illustre giovanetto doveva un giorno sedere su quella stessa Romana Cattedra, di cui con tanta valenzia sosteneva i sacri diritti?

È certo intanto che non vi fu ecclesiastica scienza, in cui il Castiglioni non fosse pienamente versato. È certo ch’egli si distinse per un profondo e indefesso studio della Religione, per una vastissima cognizione del diritto canonico, delle teologiche discipline, e [p. 18 modifica]dell’ecclesiastica storia; e lo provano gli elogi di cui ricolmato venne dalle pubbliche Effemeridi (6), l’alta stima in cui era tenuto dagli uomini più celebrati e saggi, ed i libri da lui composti per sostenere la non fallibile autorità della Chiesa.

Ma non basta, o Signori, l’aver lo spirito pieno di vaste cognizioni, per esser grande secondo il Vangelo. Anche i filosofi gentili dissero dalle lor cattedre, e scrissero ne’ lor volumi delle belle e savie massime. Ma a che serviva, diceva Lattanzio, d’esser saggi su i libri, se poi erano meno che uomini ne’ costumi? Una dottrina, che sia in contraddizione colla condotta, è una scienza bugiarda, se non è anche perniciosa e fatale: Nisi et facias, mendacium est. (Divin. Inst. lib. 3 de falsa sapientia c. 16). Quello dunque è grande avanti Dio, che alla solidità del sapere il pregio unisce d’una vita innocente e pia: Qui fecerit et docuerit hic magnus vocabitur (Matth. 5).

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Or in questo consiste la principal gloria del Castiglioni, che la sua scienza non fu giammai smentita dalla sua morale condotta, e che ad una somma dottrina seppe accoppiare una somma pietà. Egli poteva col Salmista gloriarsi, che sin dall’alba de’ suoi giorni camminò costantemente per l’ardue vie della rettitudine, e non le abbandonò mai. Il suo cuore chiuso alla seduzione non aspirò che alla virtù e giustizia cristiana. Che candor di costumi! che specchiata illibatezza! che modestia sincera! che basso sentir di se stesso! che esattezza ne’ suoi doveri! che fervore nelle funzioni del sacro ministero! O salisse agli altari, o recitasse le laudi del Signore, o partecipasse ai fonti della grazia, tutti edificava e rapiva in ammirazione col suo angelico raccoglimento. Egli è veramente dotto, perchè è pio; ed è veramente pio, perchè è dotto. La dottrina lo preserva dagli errori e pericoli di una falsa pietà: la pietà lo preserva dall’abuso, che [p. 20 modifica]l’orgoglio può fare del talento e del sapere. La dottrina illumina il suo spirito, e lo rende illustre infra gli uomini: la pietà santifica il suo cuore, e lo rende grande agli occhi di Dio: Qui fecerit et docuerit, hic magnus vocabitur.

E con una pietà sì illuminata, e con una dottrina sì santa è egli maraviglia che da’ dotti e dagli idioti fosse consultato come un oracolo, che cospicui Presuli, che porporati Prenci al governo lo associassero delle loro diocesi, e che si vedesse nella sua giovanile età occupare il luogo de’ seniori, per decidere le liti d’Israello? (7)

Ma già questa face brillava di troppo viva luce, e non poteva star sotto il moggio nascosa. Le sue sublimi virtù, il suo merito superiore sull’ali della fama a notizia pervengono del Supremo Gerarca: e tanto basta perch’Egli sia collocato sul sacro candelabro, e da quest’altezza diffonda sul gregge di Cristo la sua benefica luce. (8)

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Che vasto campo mi si para dinanzi! Quello che abbiam detto fin qui non è che l’aurora della sua gloria. Egli è stato, per la solidità e buon uso della sua sapienza, l’onore del sacerdozio: Corroboravit templum. Questo non basta. Sul trono episcopale egli è stato per la dolcezza del suo zelo l’edificazione de’ popoli: Curavit gentem.

Ma quì per ben conoscere la forza, l’estensione ed il pregio del pastoral suo zelo, è uopo, o Signori, gettare un rapido sguardo sulla condizione de’ tempi, ne’ quali il nostro Castiglioni fu elevato all’onore del Vescovato. Che tempi! buon Dio! Essi non potevano essere, voi lo sapete, o Signori, nè più pericolosi per la Fede, nè più avversi e difficili per l’Episcopato.

Una falsa filosofia, figlia della corruzione del cuore, e madre del pervertimento dell’intelletto, impunemente serpeggiava per le italiche contrade, la licenza predicando e l’empietà, lo spirito di bestemmia, [p. 22 modifica]e d’indipendenza. Distrugger altare e trono è il suo scopo; e già ella porta in tutte le famiglie la discordia e la confusione, suscitando il figlio contro il padre, il servo contro il padrone, il suddito contro il Principe. Niun freno era omai più valevole ad arrestare la rapidità de’ suoi funesti progressi, chè dell’impuro suo fiato erano infetti coloro, che essere dovevano i guardiani de’ costumi, delle leggi, e dell’autorità. Lo spirito corruttore dai tetti dorati s’insinua negli affumicati tugurii del povero, e per sin le campagne ricevono l’empie lezioni del vecchio di Ferney. Eppur questo non è tutto. Penetra la nemica di Dio co’ suoi tenebrosi sofismi nel Santuario. Io non vi dirò che si vedesse allora l’abominazione nel luogo santo, che cessassero affatto l’auguste solennità, che fossero distrutte le porte del tempio; ma furono derisi i misteri, negletto il culto, il sacro potere di duri ceppi avvinto, e si videro disperse a capo le vie non poche [p. 23 modifica]pietre del Santuario, tanto che dir poteasi col lamentevole Profeta, che erasi oscurato il fulgore dell’oro, e che la figlia di Sionne tutto avea perduto il suo antico decoro: Egressus est a filia Sion omnis decor ejus (Jerem. thren.)

Ecco quai erano i tempi in cui elevato venne il Castiglioni all’Episcopato di Montalto. Essi non potevan essere più infausti, e tristi. Ma come le buje tenebre della notte servono mirabilmente a far risaltare il chiaror delle stelle; così la malvagità de’ tempi non serve che ad avvivare, ed a far brillare lo zelo del mio incomparabil Pastore.

Dotto com’è ne’ sacri doveri, sa che il Vescovo è costituito da Dio non per signoreggiare, ma per pascere il gregge, non per vivere nell’ozio in seno agli agi ed al fasto, ma per vegliare, ma per faticare giorno e notte, e tutto sacrificare per la santificazione de’ Popoli: Episcopus est nomen officii non dominii (S. Bern. de off. episc. c. 8).

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E che non fa il Pastore della Sistina città per edificare e salvare il gregge alla sua cura commesso?

Egli è per la dottrina ed il zelo un sole risplendentissimo: Sol illuminans. Ma come il sole distendendo sulla visibil natura il suo rapidissimo raggio tutto muove, vivifica e feconda, e non v’ha monte, nè valle, nè mare, nè fiume, nè città, nè borgata che sottrarre si possa dal suo benefico calore: Sol illuminans respicit omnia: Non est qui se abscondat a calore ejus; così l’illuminato ed operoso Prelato tutto osserva, corregge, ristora, fortifica, nè v’ha bisogno, nè v’ha disordine, nè v’ha abuso che sottrarre si possa alla sua pastoral vigilanza. Respicit il Santuario, e ne allontana i vasi di contumelia, per collocarvi i vasi d’onore. Respicit la casa di Dio, e vi fa cessare l’abominazione, e rifiorire la maestà del culto. Respicit i giovani leviti, sua cara corona ed ultima speranza della religione; e nulla ommette per provare [p. 25 modifica]la lor vocazione, per incoraggiare i loro talenti, e riempierli dello spirito del Sacerdozio. Sol illuminans respicit omnia. Sempre in moto, intento lo vedete quà a prevenire i pericoli della Fede, là a sradicare gli scandali nella loro sorgente, dove a combattere gli errori del tempo, dove a riunir le famiglie divise e santificarle. Bramoso di tutte conoscere di vista le sue pecorelle, per meglio soccorrerle, visita spesso la sua diocesi, ma senza esser a carico di alcuno: e lo avreste veduto aggirarsi per monti, per valli, per colli. Non lo arrestano l’inospiti selve, non lo spaventano le inaccessibili rupi, e porta nelle rustiche capanne o la consolazione o la salute: Non est qui se abscondat a calore ejus. Le rendite della sua mensa sono tenuissime, eppure, l’orfano, il pupillo, la vedova derelitta, il vecchio cadente, gl’infelici d’ogni sesso, di ogni età e di ogni condizione in lui trovano un tenero Padre, e le beneficenze sperimentano d’una [p. 26 modifica]inesauribile carità: Non est qui se abscondat a calore ejus. Iddio benedice le pastorali sue cure e fatiche, ed oh i prodigi che opera il suo zelo! Le piaghe della sua Chiesa si saldano, sparisce la seduzione, gli allettamenti del vizio diminuiscono, rifioriscono nel suo gregge l’innocenza, la fede, il buon costume; nel Clero lo studio, la disciplina, la santità, e ritorna al Santuario il suo primiero colore, e l’antica gloria. Oh Pastore degno de’ più bei tempi della Chiesa! Ma con quali mezzi ha potuto egli operare un sì felice e maraviglioso rivolgimento? Non per altre vie, miei Signori, che per le tranquille e pacifiche della dolcezza.

L’incredulità rimprovera ai Ministri dell’altare di esercitar sulle coscienze un impero di terrore. Popoli di Montalto, venite a render testimonianza al vostro Samuello. Ravvisaste voi mai nel governo del vostro Pastore la menoma traccia d’impero o di terrore? Diteci ha egli [p. 27 modifica]mai mostrato al suo gregge un occhio superbo ed altiero? Si è mai veduto il suo sembiante annuvolato dal fasto? Ha mai invocato su i rei dal Padre delle misericordie i fulmini del cielo? Ha mai fatto servire il poter suo ad opprimere il debole? Ha mai negato l’accesso al povero, al traviato, all’infelice? Ah no, mi risponderebbero, lacrime versando di tenerezza. La sua casa come il suo cuore fu sempre aperta a tutti. Dolce, affabile, sereno sempre e lieto si faceva tutto a tutti. Le sue amabili maniere rapivano, la grazia del suo favellare incatenava i cuori. Usa contro il vizio del rigore, ma lo contempera con una direi quasi celeste mansuetudine: ma è un rigor di tenero padre, che si cangia in tenerezza co’ prodighi ravveduti. Corregge il colpevole con energia, ma nasconde gelosamente la colpa sotto il velo del più inviolabil secreto.

Nè crediate già che tanta dolcezza derivasse dall’amor del riposo, o da [p. 28 modifica]debolezza di carattere, e mancasse in lui quella Sacerdotale fermezza, senza la quale l’autorità non ha forza, nè alcun successo il sacro ministero. Imperciocchè vero che in tutt’i rincontri, e perfino fra le più sensibili ingiurie che riceve dagli uomini, è come un Mosè mitissimus omnium; ma se vede conculcato l’onor di Dio, ma se vede la Fede in pericolo, ma se da man profana violati sono i diritti della Chiesa, Oza non istende impunemente la destra all’Arca. Egli è un Elia che impavido sa resistere ai furori ed alle ingiustizie d’Acabbo (9).

Rammentatevi la fiera lotta che negli ultimi tempi suscitossi fra il domator dell’Europa e il più mansueto Pastor della terra. Rammentatevi que’ giorni calamitosi della Chiesa, in cui spinger volevansi i Vescovi della Marca a tradire i lor sacri doveri. Chi fu il primo ad opporsi all’insane pretensioni di Cesare? Monsignor Vescovo di Montalto. Astri brillanti si son veduti ecclissarsi in quella [p. 29 modifica]dura circostanza. Quanti oh quanti si lasciarono, quai fragili navigli, trasportar dove non volevano dalla violenza della tempesta! Al sacro Pastor della Sistina città toccò la gloria di resistere agli attacchi della Potenza del secolo, d’illuminare i suoi fratelli sulle dolose trame del nemico, ed avvivare col suo esempio l’abbattuto loro coraggio. Non lo seducono le lusinghe, non lo spaventano le minacce, non l’orrore de’ mali presenti, non il presentimento delle future sventure. Fu il primo ad essere dannato all’esiglio, ma fu anche il primo ad opporre un petto Sacerdotale a quel formidabile potere, innanzi al quale da vil serva muta stavasi e tremante la terra.

Ed oh perchè qui la storia non posso continuare de’ suoi successi apostolici! Quante cose potrei aggiungere ad onore del mio Pastore, se non mel contendesse l’angustia del tempo al mio dire prefisso! Vi direi che il suo esiglio non servì che ad edificare Milano, e [p. 30 modifica]Mantova, le straniere genti, e i nemici stessi del nome cattolico collo spettacolo d’una invitta sofferenza. Vi direi, che dissipate per uno de’ più prodigiosi avvenimenti le politiche tempeste, ritornò dall’esiglio come un prode guerriero dal campo della battaglia, cinto d’applausi e di gloria, e che il suo ritorno fu un trionfo simile a quello degl’Ilarii di Potiers, degli Eusebii di Vercelli, e degli Attanasii di Alessandria. Non potrei tacere che Cesena e Frascati ebbero anch’esse la sorte di essere irrigate dai suoi pastorali sudori. Non potrei tacere che l’ostro romano, con cui fu coronato il superiore suo merito, fu per lui una sorgente inesausta d’incredibili fatiche. Vi direi che l’onore di essere dal supremo Gerarca chiamato a partecipare del poter delle chiavi, servì mirabilmente a diffondere i ricchi fonti di sua sapienza in tutte le parti del mondo. Vi direi... Ma è tempo di volger lo sguardo al suo Pontificato. Quì è dove [p. 31 modifica]vedrete risplendere la sua grandezza in tutto il suo fulgore. Fu un gran Sacerdote per la sua sapienza. Fu un gran Vescovo per il suo zelo. Ma questo non è tutto. Sul trono Pontificale egli porta la virtù al colmo, e può vantarsi col Profeta, che la sua maggior gloria gli viene dall’aver governato la gran Chiesa madre e capo di tutte le Chiese: Apud te laus mea in Ecclesia magna (Psa. 21, 26)

Il supremo Pontificato è l’apice dell’umane dignità, e vince in pregio tutti li Principati della terra per la nobiltà, per l’estensione, e per la durata del suo spirituale impero. Vince per la nobiltà, perchè regna sullo spirito, che è la parte più nobile dell’uomo. Vince per l’estensione, perchè il suo governo abbraccia tutta la terra, ed ha per confini i confini del mondo. Vince per la sua perpetuità , poichè Dio ha promesso, che durerà sino alla consumazione de’ secoli, e le promesse divine non possono fallire. [p. 32 modifica]V’ha però una gran differenza fra la grandezza di un Principe della terra, e la grandezza di un Principe della Chiesa. Quella consiste nel signoreggiare sopra i soggetti popoli con quello splendore, che all’opulenza si confà, alla forza, ed alla vastità de’ suoi Stati. Questa all’opposto in una umiltà sta riposta tanto profonda, quanto è eccelsa la dignità di cui è rivestito. V’ha fra voi, diceva il Redentore a que’ suoi discepoli, che fra lor contendevano di primato, v’ha fra voi chi aspira ad essere il più grande di tutti? Eccone la via. Colui sarà agli occhi di Dio il più grande di tutti, che a’ propri occhi sarà il più piccolo di tutti: Quicumque voluerit esse primus, erit omnium servus. (Luc. 10) Se al Principe della terra è permesso di dominare, al Principe de’ Preti è obbligo di servire: Principes gentium dominantur eorum: non ita erit inter vos... erit omnium servus. Ma oh quanto è difficile di serbare sul trono pontificale una [p. 33 modifica]sì magnanima e profonda umiltà! Essere al di sopra di tutti per il grado, e stimarsi al di sotto di tutti per sentimento è una cosa così difficile, dice Bernardo, e rara, che quasi si accosta al miracolo: In alto positum non altum sapere difficile est, et omnino inusitatum (de off. Episc. c. 8).

Ma sia pur difficile quanto si voglia questa virtù, non fu certo difficile per un PIO ottavo. Innalzato alla Cattedra di S. Pietro dagli universali suffragi, e fra gli applausi della pubblica gioja, udite in quai termini partecipa ai suoi fratelli il fausto annunzio della sua sublime elevazione.

Fratelli miei (son le sue parole). L’immensa misericordia e bontà di Dio ci ha oggi scelti a sedere sulla Cattedra di S. Pietro. Nessun fasto, nessuna pompa, nessuna elevazione. Manteniamoci umili, e compatiteci del peso che il Signore ci ha indossati. Nessun di voi nè della casa si muova dal suo posto. [p. 34 modifica]

Havvi monumento più prezioso della sua umiltà di questa lettera? Che edificanti e magnanimi sentimenti!

Nessun fasto, nessuna pompa, nessuna elevazione; e voleva dire: Non pensate già, o fratelli, che per esser io stato dalla divina misericordia elevato alla più alta dignità della terra, mi corra debito di voi elevare ad una condizione in cui a Dio non piacque di collocarvi. Guardimi il cielo d’impiegare, per onorare in faccia al mondo i miei congiunti, le ricchezze della Chiesa, che sono il patrimonio de’ poveri. E che? Oserei io arricchir l’Egitto colle spoglie del Tabernacolo, me caricar d’ingiustizia, per rivestir voi di gloria, tradir gl’interessi della Chiesa, per servire agl’interessi della carne e del sangue? Ah ciò non sarà mai! Siate contenti della vostra sorte, conservatevi nello stato in cui Dio v’ha collocati dalla nascita. Manteniamoci umili, voi per condizione, e noi per sentimento, e nessun si muova dal suo posto. [p. 35 modifica]

Ma da un Pontefice di così umili e magnanimi sentimenti fornito che non dovevamo noi aspettare? Oh quanto bene avrebbe egli fatto, e quante belle imprese condotte a fine a nostro grande vantaggio ed a sua immortal gloria, se sì breve non fosse stato il suo sacro impero! Sebbene, e perchè ed in qual senso dico breve il suo impero? Fu breve per noi, ma non fu breve per lui. Fu breve il suo Pontificato, non v’ha dubbio, e sul di lui avello si potrebbe incider l’epigrafe che sulla marmorea tomba si legge di Leone undecimo: Ostensus magis quam datus, e dire che piacque al Signore mostrarlo piuttosto che darlo alla terra, sicuramente perchè noi non eravamo degni di lui. Visse poco per il nostro vantaggio, ma visse molto per la sua gloria; poichè visse quanto bastava per farci conoscere ch’Egli aveva portato sul Trono Pontificale tutti i pregi proprii d’un gran Principe, e tutte le virtuose qualità ad un gran Pontefice [p. 36 modifica]convenienti. Nè crediate già, o Signori, che queste sieno l’esagerate espressioni d’una vile adulazione. E che? Oserei io mentire innanzi queste are sacrosante, ove è adorata la verità? Consultate ii Santo Maestro de’ Pontefici. Leggete il bel libro de Consideratione, in cui enumerate sono con diligenza le virtù necessarie a’ Pontefici per ben governare la Chiesa universale; e poi ditemi se in PIO ottavo mancasse alcuno di quegli eccelsi pregi, che Bernardo esigeva nel suo discepolo Eugenio III. Mancò forse in lui la clemenza, ch’è la più bella gemma della corona de’ Re? Ma questa, o Signori, è il pregio caratteristico di tutti i Sovrani di Roma, e si può a lor lode dire quello che i popoli di Siria dicevano de’ Re d’Israello: Audivimus quod Reges domus Israel clementes sint (3 Reg. XX. 31). Mancò forse la giustizia ch’è l’appoggio de’ Troni, e la sicurezza, e la salute dei popoli? Justitia elevat gentem (Prov. XIV. 34) No certamente, ch’Egli [p. 37 modifica]diminuì quanto potè a sollievo de’ sudditi i pubblici pesi, ed a’ Magistrati la via prescrisse da osservarsi nell’arena del foro, per garentire le ragioni della giustizia, senza offendere i diritti dell’umanità? Mancò forse la saviezza, che al dire del più savio Re della terra, vale per conservare gli Stati più che non valgono le poderose armate, e la spada vincitrice degli invitti lor Duci? Melior est sapientia quam arma bellica (Eccle. X. 18) No certamente. Quì io non farò menzione dell’ammirabile, e quasi divina saggezza, con cui Esso ancor Cardinale, ma già destinato in cielo per successore di Leone XII, alla sagace arringa rispondeva del più eloquente oratore che vanti la Francia. (10) Ma ditemi, miei Signori, vi voleva forse poco accorgimento e prudenza a mantenere, come ha fatto, la pubblica tranquillità de’ suoi Stati ne’ giorni più torbidi e tempestosi, tra tante oscillazioni politiche, ed in mezzo all’urto, al tumulto, al fervore pressocchè infrenabile delle [p. 38 modifica]dominanti opinioni? Chi fu di lui più fedele distributor delle grazie, che non volle mai concedere, senza udire il consiglio delle sapientissime Congregazioni? Chi più rigido osservatore de’ canoni? Chi più nemico del fasto? Chi più amante della economia, che produce il pubblico credito, e con esso la ricchezza dello Stato? Non mancò in lui un nobile disinteresse, un animo superiore alle umane grandezze; ed una gran prova ne ha dato sul punto stesso di essere elevato al sommo Pontificato. (11) Non mancò in lui la beneficenza, e lo mostrano i ricchi arredi, di cui fregiò la Chiesa di Montalto, e l’aurea rosa di muschio e balsamo olezzante, di cui ad imitazione de’ suoi predecessori (12) fè dono alla Chiesa di Cingoli, in argomento del suo amore per la patria. Lo mostrano il vivo interesse che prese per l’incremento degli studii, delle lettere, e di tutte le scientifiche instituzioni. Lo mostrano le largizioni, con cui incoraggiò il commercio, l’industria, [p. 39 modifica]l’agricoltura e l’arti di pace. Pastore universale stende l’occhio della sua vigile cura oltre i mari, in quelle provincie Americane, che sono da politici, civili e religiosi rivolgimenti le più travagliate, e vi destina zelanti Pastori, per conservarvi l’impero della Fede e della verità. (13) Padre comune de’ Fedeli è tutto amor per li poveri: si gloria d’aver portate le divise del Patriarca de’ poveri (14): non prova gioja più squisita di quella di poter asciugare le lacrime de’ poveri; e le sue ultime volontà provano, che le sostanze sue tutte erano al bisogno dei poveri consacrate (15).

Vuole Bernardo che il supremo Gerarca della Chiesa sia immune dalle basse cure di terra, che sia ingenuo, che sia retto, che sia cauto, che sia vigile, che sia fermo, che sia invitto, che sia magnanimo: Oportet esse animum vacuum a sollicitudine rerum vilium... oportet liberum... oportet ingenuum... oportet rectum... oportet cautum... oportet [p. 40 modifica]vigilem... oportet firmum... oportet invictum... oportet amplum. (Lib. 4 de cons. c. 6.) Ma in un Pontefice di sì umil cuore come il nostro PIO poteva mai mancare il ricco complesso di sì bei pregi? Non abbraccia l’umiltà tutte le altre virtù, di cui è madre, fondamento, e base? Humilitas virtutes alias accipit. (lib. de off. epis. c. 5.)

Ma e a che faticare, miei Signori, nel raccorre e pregi e prove della sua magnanima umiltà, quando una sola basta per tutte, ed è la più convincente? Alla morte alla morte si manifesta senz’ombra di velo il carattere degli uomini grandi. Venite dunque, o popoli, a contemplare quanto sia lieta e preziosa la morte dell’umil cristiano! Che spettacolo degno degli Angioli, e degli uomini! Voi lo vedete nel letto del suo dolore, fra le convulsioni tormentose del corpo, serbare una tranquillità imperturbabile. Tutto è intorno a lui timore, inquietudine, lutto e pianto: egli solo non teme, e [p. 41 modifica]sembra sorridere al truce aspetto della morte. E qual male, e cosa mai può temere, dice il Profeta, il giusto fra l’ombra di morte, se ha Dio che lo difende? Si ambulavero in medio umbræ mortis, non timebo mala, quoniam tu mecum es (Ps. 22. 4). A fronte del grave pericolo non è ancora spenta la speranza di potersi conservare i preziosi suoi giorni. Si mette in opera l’arte degli uomini più abili; e da tutt’i punti dell’alma città s’innalzan preghiere a Dio. L’ostia adorabile viene esposta al pubblico dolore. I Sacerdoti sull’altare, le sagre Vergini nel chiostro, il popolo nel tempio levano le mani al cielo, e in dono dimandano la vita del lor tenero Padre, che sono sul punto di perdere. Ma il decreto di morte era uscito dal labbro dell’Eterno, e non potea rimanere voto d’effetto. L’augusto infermo conosce d’avere in terra compiti i suoi alti destini, e più non pensa che a prepararsi di comparire innanzi al suo Dio. Giusto [p. 42 modifica]come è, cerca di giustificarsi ancor più, ripassa i giorni suoi nell’amarezza della più umile contrizione, ricorre con fervore al fonte di grazia, si purifica col sangue dell’Agnello che toglie i peccati del mondo, e si conforta colla sacra Unzione e colle preci della Chiesa. E chi può ridire quai furono in quegli estremi momenti i suoi sentimenti di rassegnazione, di pazienza, di fervore, di fede, di speranza e di amore? Signore, va dicendo, tu vedi l’umile mio cuore, e quanto sia grande il mio patire: deh perdona ogni fallo al tuo servo: Vide humilitatem meam, et laborem meum, et dimitte universa delicta mea (Ps. 24. 18). Accrescimi, buon Dio, i dolori e le umiliazioni, ma perdonami per sempre. Vide humilitatem, et laborem, et dimitte. Ma già l’affanno l’opprime, un freddo sudore nunzio di morte gli bagna la fronte. Raccoglie allora l’estreme sue forze, raccomanda a Dio la Chiesa, invoca la misericordia del Crocifisso, e fra le [p. 43 modifica]lacrime de’ circostanti spira nella ferma fiducia, che l’umil di cuore non può andar perduto: Humiles spiritu salvabit (Ps. 33. 19) Così preziosa morte mise fine al non maturo regno di PIO ottavo, apportando alla Chiesa una perdita degna del pianto di tutta la terra. Oh morte! Oh PIO!

Alla mestizia e commozione che vi traspira involto, io ben m’avveggo, o Signori, che le mie ingenue laudi hanno piuttosto accresciuto che temperato il vostro dolore. La perdita è grave, e da tutti vivamente sentita. Abbiam perduto un Sacerdote che fu veramente grande, più per la sua virtù che per l’altissima sua dignità: Sacerdos magnus in diebus suis. Un Pontefice, che per la sua sapienza fu l’onore del Sacerdozio: Corroboravit templum: per il suo zelo l’edificazione de’ popoli: Curavit gentem: e per li pregi della sua magnanima umiltà la gloria de’ popoli e della Chiesa: Adeptus est gloriam in [p. 44 modifica]conversatione gentis. Ma consoliamoci, o Signori. Quì ritorno al principio da cui la mia orazione prese le mosse. Consoliamoci, che il buon Pastore e Principe vive in Dio. Già il suo nome e le sue virtuose gesta stanno scolpite sulle colonne adamantine della celeste Gerusalemme. Già la sua anima monda e tersa da ogni neo di colpa per il sangue del divino Agnello, che si è sparso su questi altari, è salita all’eterne sedi sulle ali trasportata delle sue eccelse virtù. E quest’anima grande, che in terra non viveva che per la Chiesa, credete voi che la Chiesa sua potrà obliare in cielo? Ah no! Egli conosce i suoi bisogni, i suoi pericoli, il suo stato, e il suo pianto, e ne perorerà la causa a piè del trono dell’Antico de’ giorni.

Ti allegra dunque, o Sionne, e ti consola, che presto deporrai i neri ammanti di tua vedovanza, per riprender più bella e lieta l’ingemmate vesti di tua giocondità. Dio non lascerà lungo tempo [p. 45 modifica]senza piloto la fluttuante navicella di Pietro, e lungo tempo non lascerà l’immenso suo gregge senza Pastore. Verrà, verrà, e non tarderà a sortire il nuovo duce d’Israello: Veniet et non tardabit. Propizio a’ voti di tutta la Chiesa Dio nella sua misericordia ci accorderà un nuovo Pontefice, degno di succedere a quello che abbiamo perduto e pianto. Un Pontefice che per l’auguste sue doti saprà anch’esso conciliarsi la stima de’ Principi, e le benedizioni de’ popoli. Un Pontefice, che per la sua sapienza, per il suo zelo, e per li pregi della sua magnanima umiltà sarà qual fu l’immortale PIO ottavo, il lume, l’edificazione, la gloria della Chiesa di Dio.



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