Storia degli antichi popoli italiani/Capitolo XXIX

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Capitolo XXIX.
Della lingua etrusca e osca; e suoi dialetti.

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Capitolo XXIX.
Della lingua etrusca e osca; e suoi dialetti.
Capitolo XXVIII Tavola sinottica


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CAPO XIX.


Della lingua etrusca e osca; e suoi dialetti.


Una grande famiglia di lingue si trova certamente propagata dall’Asia interiore sino a tutta la parte occidentale dell’antico continente, o sia dell’Europa latina: onde in alcuna di queste lingue saranno sempre da cercarsi con ragionevoli fondamenti le radici degli antichi idiomi italici. All’opinione di coloro, che fermi a mezzo il corso non veggono nessuna altra affinità fuorché tra l’Italia e la Grecia, e vorrebbono ristretta tutta la scienza etimologica nelle greche e nelle latine radici, ha dato un qualche peso la conformità dei caratteri etruschi co’ greci più antichi, ed alcuna rara voce di tema ellenico: sì che ne venne fuori quasi con abbagliamento quella tesi moderna, che l’antica favella italica altro non era se non un idioma guasto del greco. Tuttavia le prove tentate Gu’ ora dai dotti alunni di questa scuola non sono valevoli per certo a far punto invanire chi le ha fatte, perchè della lingua etrusca ci lasciano quasi come prima all’oscuro: ed è pur fatto doloroso, ma vero, che le più importanti iscrizioni etrusche ne’ bronzi e ne’ marmi sono ancora per noi un tesoro privo d’utilità, come non ha guari tempo ripeteva un sommo filologo moderno1 [p. 313 modifica]L'etimologia le più arrischiate, dic’egli, non possono trovare nell’etrusco nessuna analogia né con il greco, nè con la parte del latino che ha maggiore affinità con quello2: noi dicevamo lo stesso venti e più anni addietro: né di buon volere potremmo ricrederci oggidì, da che a malgrado di tanti nuovi cimenti dei seguaci del Lanzi neppure una sola voce etrusca ha fin qui ricevuto per loro o nuova, o certa, o valevole interpetrazione. L’assertiva sì tanto precisa di Dionisio, che gli Etruschi aveano lingua sua propria, ed a nessun’altra somigliante3, basterebbe senza altro ad accertarne, ch’ella non aveva affinità diretta col greco: poiché a’ suoi giorni l’etrusco era di fatto una lingua viva, e tale si conservò gran tempo di poi in bocca al popolo. Più lontanamente assai per altre correlazioni di genti e parentele d’idiomi sono da cercarsi le tracce di derivazione radicale, di filiazione e di mischianza, che palesano le antiche lingue italiche, in questo conformi alle tradizioni storiche, che fino da’ più vetusti tempi ci mostrano la nostra penisola ora occupata, ora corsa per alcun tempo da razze aliene venule di più distanti regioni d’Oriente in Occidente, prima ancora dell’epoca da cui hanno principio le nostre istorie [p. 314 modifica]narrate; il che senza dubbio mescolava gl’idiomi, del pari che il sangue. Tralasciati una volta i vani, e ben anche maliziosi sofismi della controversia, auguriamo che i benavventurati studi de’ filologhi odierni partoriscano il buon effetto di vie meglio avverare le relazioni di perentela già notate in molte voci delle lingue semitiche e giapetiche fra se congiunte, e mischiatesi per popoli e nazioni dalle rive dell'Indo sino all’ultima Islanda. Forse ancora la desiderata scoperta di nuovi monumenti etruschi, massime bilingui, potrà spandere un giorno qualche luce in sulla erudizione grammaticale, e guidarne con più sicura scorta, sia a conoscer meglio i temi compagni o derivati, sia a intendere più giustamente le voci delle lapidi.

Certissimo è tutta volta che fino da remoti tempi possedevano gli Etruschi, al pari delle civili nazioni dell’Oriente, un sistema grafico usuale. Nata nel tempio, e qui recata tra noi per ministerio dei sacerdoti, primi insegnatori d’ogni arte, v’era la scrittura tenuta in conto di cosa sacra: quindi pochissimo nota, fuorché ai ministri dell’ara, ed a coloro che più da presso s’attenevano alle famiglie sacerdotali. Già ne’ primi secoli di Roma rara per tutto era l’arte dello scrivere4. Che ciò fosse anche in Etruria il fa manifesto la grande scarsezza d’iscrizioni di forma vetusta: in tanti sepolcri aperti nell’ampia necropoli di Vulci non si sono ritrovati che alcuni pochi titoli di [p. 315 modifica]famiglie etrusche; e questi d’una maniera di caratteri che non accenna troppa antichità: ugual cosa si riscontra nelle iscrizioni più note di Tarquinia, di Vejo, Chiusi e Volterra. Benché in tutte parimente si vegga seguitato l’ordine primitivo della scrittura da dritta a sinistra: la medesima ortografia, pari ridondanza delle consonanti, e omissione delle vocali brevi o quiescenti: in fine tutt’altro segno scritturale della lingua parlata, essenzialmente sintetica. Sono notabilissime certe sillabe radicali di definito significato, d’onde si traggono gran numero di derivati5: sono di rilievo certe leggi fisse nelle inflessioni e terminazioni delle voci: con tutto questo s’ignora, e giova il dirlo a tentar nuove vie d’investigazione, il fondo grammaticale della lingua etrusca. Quella lingua stessa era non di meno già formata di lungo tempo, e parlavasi da tutto l'universale, innanzi che l’Etruria avesse avuto alcuna comunicazione certa con la Grecia d’oltremare, o con le sue colonie. Voci aliene v’introdussero fuor d’ogni dubbio le navigazioni frequenti e i traffici per lontani paesi; anzi per l’Ellade stessa; poiché l’idioma di qualsivoglia popolo abbia nautica, mestieri, arti e commercio, prende aumento coll’uso di nuove parole, segni di cose novelle.

L’etrusco era non solo lingua propria dei Toschi, ma qual simbolo e sovrano vincolo di nazionale identità diramavasi ancora per altri popoli e paesi [p. 316 modifica]dintorno. L’idioma umbro si riscontra nelle tavole eugubine quasi in tutto conforme all’etrusco: ed uniforme n’era pure la pronunzia e la scrittura dicono i grammatici6. Alquante iscrizioni ritrovate nell’Italia superiore confermano, che tanto la lingua, quanto il dominio degli Etruschi, vi signoreggiavano con la medesima autorità: dicasi lo stesso di qualche parte della Liguria7. Così ancora oltre il Tevere s’estendeva con la signoria del popolo anche l’idioma etrusco: ma più generalmente dalla Sabina insino all’estremità delle Calabrie si favellava osco, volgare antichissimo, e in alcuni particolari affine con l’etrusco. In entrambi l’uso della scrittura da destra a sinistra si mantenne gran tempo lo stesso: voci comuni, dice Varrone, usavano Etruschi e Sabini8: laddove il dialetto dei Marsi, totalmente osco, tenea maggiore identità con quello de’ Sabini e degli Ernici stessi9, per naturale medesimezza di sangue e di parlari. Similmente i Sanniti e altri Sabelli, i Campani, Sidicini, Appuli, Lucani e Bruzzi, erano a un pari di lingua osca, come apparisce con tutta certezza per l’autorità [p. 317 modifica]dei grammatici, per le storie ed i monumenti. Grande alterazione in queste lingue comechè derivate di una stessa madre, veniva bensì dalla pronunzia aspra e forte dell’aspirazione, la quale di sua natura per deviazioni frequenti vien creando a poco insieme particolari dialetti. Oramai, al parer nostro, radici e analogie più dirette o primitive dovrebbonsi cercare nelr antico illirico, tutt’altro che la lingua slava, e di cui par vero che l’idioma degli Shippetars conservi ancora temi originali o derivati10: essendo fatto indubitato e certo, che ora sotto il nome generico di Pelasghi, ora d’Illirj e di Liburni, razze straniere giuntevi di più lontano passarono dall’altra sponda dell’Adriatico in sul continente italico, dandovi cagione a quei movimenti e scorrimenti di popoli, che abbiamo per avanti considerato qual massimo evento delle nostre istorie11.

L’elemento principale della lingua osca si rinviene assai chiaramente nel prisco latino. Voci e locuzioni drittamente osche porgono i frammenti d’ Ennio12; così nel vecchio latino, come nel dialetto osco, usavasi uguale troncamento ruvido nelle parole; e non senza ragione, secondo che dicono Quintiliano e Gellio, si sdegnavano i dotti romani di tante dure finali frequentissime nei verbi e nomi latini: trista eredità dell’osco primitivo già incorporatosi nel [p. 318 modifica]sermone antico.13 Suoni barbarici eransi quesli alle purgate orecchie dei Greci14; e non di meno suoni o pronunzie sì tanto usuali alle genti latine, che in Roma stessa s’intendevano da tutti le popolari commedie osche. Adducono in oltre i grammatici non pochi vocaboli sabini ed etruschi, i quali sono senz’alterazione nella lingua latina, o facilmente si riducono a quella15: buon numero provenivano direttamente dall’etrusco, sì perchè la nazione dei Toschi s’estendeva insino al Tevere, sì perchè ella diede ai Romani usi religiosi e civili, e perciò i vocaboli correlativi: senza che dice apertamente Agrezio, quanto l’etrusco influisse dapprima nella latinità, sia negli accenti, sia in altre tali specialità dell’idioma16. Or noi poniamo per certo che dagli antichi dialetti italici cominciasse a pullulare la lingua dei conquistatori romani, come tutte le favelle nascenti rozza, indisciplinata mutabile ed incerta: né avvenire poteva altrimenti, dacché Roma, città novella senza propria stirpe, fu in principio un aggregato di Latini, Etruschi e Sabini, cui poscia [p. 319 modifica]s’unirono altri uomini paesani e forestieri. Mediante l’unione di tante famiglie differenti, parlanti ciascuna suo dialetto, formossi una favella rusticana necessariamente mista, materiale, incolta e variabile; indi mondata della dura corteccia del pedal suo, venne a non lieve splendore a’ giorni d’Ennio, che diede all’idioma consolare ampiezza e nobiltà, traducendo in quello la greca armonia. Similmente Livio Andronico, Nevio, e in generale tutti i primi poeti e prosatori, che attendevano a ingentilire la favella, liberissimamente produssero formule e parole elleniche, che, dimesticate e fattesi proprie della latinità furono abbracciate dai susseguenti scrittori, e determinarono all’ultimo il genio della lingua illustre e letterata del Lazio. Certamente il linguaggio romano perde così di mano in mano la sua forma primitiva, e tolse in cambio una faccia eolica; ma chi può dire qual differenza tuttavia passasse in fra la lingua scritta e il volgare popolaresco, che pur si mantenne sì lungamente in uso nel contado? Ben scriveva senza esitazione il dotto liberto di Tullio aver gli antichi Romani lungo tempo ignorato il greco17: dove che i grammatici di leggieri scienza, i quali, come Tirannione, volevano senza più la latina figlia singolare della greca18, giudicavano della lingua di [p. 320 modifica]Roma qual era in fiore a’ tempi loro per lungo studio di lettere, anziché ne’ suoi pricipj, nata fra genti rozze, imperite e guerriere.

Roma vittoriosa e potente in dare la legge ai vinti diede loro ugualmente una lingua dominante. Sa ognuno che per avveduta politica non ministravano ragione i Romani se non che nella propria lingua, e d’uopo era parlare com’essi a chi voleva trattar con loro. Di tal modo l'antico idioma se n’andava poco a poco declinando, e quasi cessava nei municipj con la libertà dell’Italia, ancora che l’abito e la forza del costume ne conservassero l’uso volgare; essendo per natura la lingua uno dei più tenaci vincoli che stringa alla patria. Abbiamo per le storie, che in Etruria e nel Sannio si parlavano comunemente ambedue quelle lingue nel quinto secolo19: di più confermano i monumenti che, nella guerra sociale, i confederati Sabelli l’usarono come lingua propria nelle iscrizioni della loro moneta: in Ercolano e in Pompeja è certo; ugualmente che durava la lingua osca al momento i della miserabil catastrofe20. L’etrusco fu parimente uno degli ultimi a perdersi, essendo cosa manifesta per moltissime iscrizioni funebri accompagnate di sculture dell’ultimo periodo dell’arte, che quell’idioma si manteneva nella sua forma antica, e coll’istesso metodo di scrittura, anche nei secoli degli [p. 321 modifica]imperatori. Potente motivo a studiare e conservare la lingua poteva essere la religione: quantunque i libri sacri mentovati dagli scrittori del quarto, quinto e sesto secolo della nostra era, fossero per più facile intelligenza voltati d’etrusco in latino21. La mutazione d’una nell’altra lingua parlata non avrebbe potuto farsi tuttavolta in forma sì piena, qualora l’etrusca fosse stata d’indole sua radicale diversa in tutto alla latina. Vero è che ciò s’effettuava di grado in grado, e per sola necessità. Tanto almeno dimostrano le tavole eugubine scritte alla latina, in cui si riscontra quasi una intera parafrasi di quelle in lingua etrusca, molto più antiche. Simil cosa può dirsi dell’editto di Clavernio e di Casilo concernente alle feste decuriali; della nota lamina volsca; e della tavola stessa di Banzia, le quali visibilmente danno a conoscere una favella mista. Alcune rare iscrizioni bilingui, che hanno scrittura etrusca e latina, o scrittura etrusca arrovesciata da sinistra a destra, contro al costume antico, sono forse gli ultimi accenti dell’idioma, poscia obliterato a tal segno che in Roma, al dire di Gellio, si strano parea l’etrusco quanto il gallico22.

Se riguardiamo ai fati d’una nazione da tanti secoli abolita, e con la quale perdemmo affatto ogni traccia d’affinità, avremo per buona ventura il [p. 322 modifica]poterne ancora ricogliere alquante spoglie tra gli squallidi avanzi dei sepolcri. Non tanto nei tempi antichi le fiere vicende di guerra, quanto ne’ moderni incuria ed ignoranza, furono cagione della perdita d’innumerabili monumenti: sopra tutto da poi che nessuno attendeva a raccorre e serbar lapidi di sì ardua interpretazione; non pensando un sol uomo quanto elle importassero alla reputazione dei passati e al piacere dei posteri. Le tavole di Gubbio, la lapide perugina, e la grande iscrizione scopertasi soltanto nel 1822 con quarantacinque linee di fitta scrittura23, sono bensì monumenti spettanti a religione ed a faccende civili, che ne darebbero importanti ragguagli, quando avessimo la sorte di poterli ben dicifrare. Le iscrizioni funebri assai numerose, e le sole che non resistono a buona interpetrazione, ne porgono tuttavia numero di prenomi, nomi e cognomi, per mezzo dei quali si suppliscono non senza gloria i fasti della nazione. Per essi può la Toscana sola vantarsi di tessere un catalogo di famiglie il più antico, il pili copioso, il più autentico che s’abbia al mondo, scritto in lingua materna. In quest’archivio di memorie domestiche vi compariscono casati chiari nella storia, come i Cilnii, che avean dato alla patria regi o lucumoni24. i Licinj, stirpe potentissima d’Arezzo; i Cecini grandi in Volterra; i Vettii in [p. 323 modifica]Chiusi; i Pomponj, i Papj, i Coponj, od altri assai, che ricorrono ugualmente in Roma. Di tal forma l’Etruria rivendica col primo stipite una nobil serie di antenati prima etruschi, dipoi latini. Ed ecco il perdio a’ giorni di Perseo potevano le gentili schiatte vantarsi di cominciare il loro albero genealogico dalla Toscananota. Così pure molti antinomi etruschi d’origine si riscontrano nel Lazio: benché il costume più antico non ammettesse che un solo e unico nomenota. Per questa immutabile successione di nomi affissi a un sangue, ed a una sola progenie, si conferma più maggiormente la preminenza della dominante aristocrazia: per essa alla gloria dello stato s’accoppiava quella delle grandi famiglie: all’eroismo della stirpe meglio corrispondevano le virtù della patria. Sì fattamente in vigore della prima instituzione i costumi tutti concorrevano a mantenere stabile e ferma nell’universale, per condizione di sano governo quella debita osservanza d’ufficj senza la quale non hanno riposo gl’individui, né grandezza le nazioni. Importantissimo scopo cui tendeva il savio legislatore, e che abbiamo veduto fortificato per tulle vie dalla civile prudenza nel corso dell’opera presente. 25 26


Fine del Tomo Secondo.


Note

  1. Niebuhr. T. i. p. 112. not. 3o2. Al dire di lui la scienza dell’etrusco sarebbe ristretta alla interpetrazione certa di due sole parole: avil ril, vixit annos: e di queste voci Lanzi medesimo (t. ii. p. 312) non sapeva dedurre buona etimologia.
  2. Ciò conferma per avvedute dimostranze anche Muller, die Etrusker. T. ii. p. 291 sqq.
  3. Ἐπειδὴ ἀρχαῖόν τε πάνυ, (τὸ ἒθνος) καὶ ουδενὶ ἄλλῳ γένει οὔτε ὁμόγλωσσον, οὔτε ὀμοδίαιτον εὑρίσκεται. i. 30.
  4. Cinc. Alimen. ap. Liv. vii. 3.
  5. Vedi Tom. i. p. 149.
  6. O aliquot Italiae civitates, teste Plinio, (libellos de Grammatica) non habebant, sed loco ejus ponebant V et maxime Umbri et Tusci. Priscian. i. p. 553. Certissima conferma ne danno i monumenti scritti d’Etruria e d’Umbria.
  7. Vedi Tom. i. p. 123.
  8. Varro l. l. v. 4. Eidus ab eo quod Tusci Itus, vel potius quod Sabini Eidus dicunt.
  9. Festus V. Hernici.; Serv. vii. 684.
  10. Vedi Tom. i. p. 180. n. 64.
  11. Tom. i. p. 171.
  12. Column. in vit. Ennii p. 7, sqq.
  13. Oscis verbis usi sunt veteres. Macrob. Sat. vi. 4. Nella tavola di Banzia ridondante di voci osche si ha prvhipid (lin. 25.): cioè pruphpher o pruffer in osco: si noti l’affinità del suono colla nostra voce profferire.
  14. Vedi Tom. i. p. 186.
  15. Varro l. l. iv. 10., vi. 3. et al.
  16. Apud Latium unde Latinitas orta est, major populus et magis egregiis artibus pollens Tusci fuerunt; qui quidem natura linguae suae S. litteram raro exprimunt: haec res facit habere liquidam, pag. 2269 ed. Putsch.
  17. Veteres Romani Graecas literas nesciverunt, et rudes Graeca lingua fuerunt. Tiron. ap. Gell. xiii. 9. Ugualmente i Romani del v. e vi. secolo storpiavano qualunque nome ellenico: nec dum adsuetis graecae linguae dice Festo.
  18. Suid. v. Τυραννίων.
  19. Liv. passim.
  20. Rosini, Diss. isagogicae. etc. Vedi tav. cxx. 3. 4. 5. 9. 10.
  21. Ammian. Marc. xxiii, 5.; Zosimo v. p, 355. plurim ap. J. Lyd. de Ostentis.
  22. Gell. xi. 7.
  23. Vedi tav. cxx. 8.
  24. Tyrrhena regum progenies.
  25. Stemmate quod Thusco ramum millesime ducis. iii. 28.
  26. Varro ap. Valer. Max. x. init. Ciò si conferma in Etruria mediante l’epigrafi più antiche. Vedi tav. l. 1.