Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano/14

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CAPITOLO XIV

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Turbolenze dopo la rinunzia di Diocleziano: morta di Costanzo. Innalzamento di Costantino e di Massenzio. Sei Imperatori ad un tempo. Morte di Massimiano e di Galerio. Vittoria di Costantino contro Massenzio e Licinio. Riunione dell’Impero sotto l’autorità di Costantino.

[A.D. 305 323] La bilancia della potenza, da Diocleziano stabilita, si mantenne finchè fu sostenuta dalla ferma ed esperta mano del suo fondatore. Esigeva quella una tal fortunata combinazione di caratteri e di talenti diversi, che si poteva difficilmente trovare od anche sperare una seconda volta, due Imperatori senza gelosia, due Cesari senza ambizione, ed il medesimo generale interesse invariabilmente seguitato da quattro Principi indipendenti. Alla rinunzia di Diocleziano e di Massimiano succedettero diciotto anni di discordia e di confusione. Fu l’Impero afflitto da cinque guerre civili; ed il rimanente del tempo, anzi che uno stato di tranquillità, fu una sospensione di armi tra diversi nemici monarchi, che riguardandosi l’un l’altro con occhio di timore e di avversione, procacciavano di aumentare le loro rispettive forze a spese dei loro sudditi.

Appena che Diocleziano e Massimiano ebber rinunziato alla porpora, fu il lor posto (secondo le regole della nuova costituzione) occupato dai due Cesari Costanzo e Galerio, i quali presero immediatamente il titolo di Augusto1. Furono gli onori dell’anzianità e della precedenza accordati al primo di questi Principi, ed egli sotto un nuovo titolo continuò ad amministrare il suo antico dipartimento della Gallia, della Spagna e della Britannia. Il governo di quelle ampie Province era sufficiente ad occupare i talenti, ed a soddisfare l’ambizione di lui. La clemenza, la temperanza e la moderazione distinguevano il dolce carattere di Costanzo, ed i felici suoi sudditi ebber sovente occasione di paragonare le virtù del loro Sovrano coi trasporti di Massimiano, e fino cogli artifizi di Diocleziano2. In luogo d’imitare il lor fasto e la loro magnificenza orientale, conservò Costanzo la modestia di un Principe Romano. Egli dichiarava con non affettata sincerità, che il suo più stimato tesoro era nei cuori del suo popolo, e che qualunque volta la dignità del trono o il pericolo dello Stato esigesse qualche straordinario sussidio, egli poteva sicuramente contare sulla loro gratitudine e liberalità3. I provinciali della Gallia, e della Spagna e della Britannia, conoscendo il merito di lui e la propria loro felicità, riflettevano con inquietudine alla decadente salute dell’Imperatore Costanzo, ed alla tenera età della numerosa famiglia, che nata era dal secondo matrimonio di lui colla figlia di Massimiano.

Il crudo carattere di Galerio era di una tempra affatto diversa; e mentre costringeva i suoi sudditi a stimarlo, rare volte ebbe la compiacenza di procurarsene l’affetto. La sua fama nelle armi, e soprattutto il buon successo della guerra Persiana, aveano fatto insuperbire il suo animo altiero, incapace naturalmente di soffrire un superiore e per fino un uguale. Se dar potessimo fede alla parziale testimonianza di uno scrittore non giudizioso, potremmo attribuire la rinuncia di Diocleziano alle minacce di Galerio, e riferire le particolarità di un privato colloquio tra questi due Principi, nel quale il primo mostrò tanta pusillanimità, quanta ingratitudine ed arroganza dimostrò l’altro4. Ma questi oscuri aneddoti vengono bastantemente confutati da un imparziale esame del carattere e della condotta di Diocleziano. Per diverse che esser potessero le sue intenzioni, se egli temuto avesse qualche pericolo dalla violenza di Galerio, il suo discernimento lo avrebbe indotto a prevenire il vergognoso contrasto, ed avendo tenuto lo scettro con gloria, lo avrebbe ceduto senza disonore.

Dopo l’innalzamento di Costanzo e di Galerio al posto di Augusti, erano necessari due Cesari per occupare il lor luogo, e compire il sistema del governo Imperiale. Diocleziano desiderava sinceramente di ritirarsi dal Mondo; egli considerava Galerio, che avea sposata la sua figliuola, come il più saldo sostegno della sua famiglia e dell’Impero; ed egli consentì senza ripugnanza che il suo successore si assumesse il merito e l’odiosità di quella nomina importante. Stabilita fu questa senza consultar l’interesse o l’inclinazione dei Principi d’Occidente. Ciaschedun di loro avea un figliuolo già pervenuto all’età virile, e ognun di questi poteva sembrare il più legittimo candidato per la vacante dignità. Ma più non era da paventarsi l’impotente risentimento di Massimiano; ed il moderato Costanzo, benchè disprezzasse i pericoli di una guerra civile, ne temeva giustamente le calamità. I due soggetti, da Galerio innalzati al posto di Cesare, erano molto più convenienti a servire alle ambiziose mire di lui; e sembra che la mancanza di merito o di personale importanza fosse la principal loro raccomandazione. Il primo di essi fu Daza, o come fu di poi chiamato, Massimino, la cui madre era sorella di Galerio. L’inesperto giovane manifestava tuttavia coi modi e col linguaggio la rustica sua educazione, quando con suo ed universale stupore, fu da Diocleziano rivestito della porpora, innalzato alla dignità di Cesare ed incaricato del supremo comando dell’Egitto e della Siria5. Nel tempo istesso Severo, ministro fedele, addetto ai piaceri, ma non incapace degli affari, fu mandato a Milano, per ricevere dalle ripugnanti mani di Massimiano gli ornamenti Cesarei, ed il possesso dell’Italia e dell’Affrica6. Secondo la forma della costituzione, Severo riconosceva il primato dell’occidentale Imperatore; ma era assolutamente addetto ai comandi del suo benefattore Galerio, che riservandosi i paesi intermedj tra i confini dell’Italia e quelli della Siria, stabilì saldamente la sua potenza sopra tre quarti della Monarchia. Nella piena fiducia, che la vicina morte di Costanzo lo lascerebbe solo padrone del Mondo Romano, siamo assicurati ch’egli si era formata nella sua mente una lunga serie di futuri Principi, e che meditava di ritirarsi dalla pubblica vita, dopo di aver compito un glorioso regno di quasi vent’anni7.

Ma in meno di diciotto mesi due inaspettate rivoluzioni rovesciarono gli ambiziosi disegni di Galerio. Le speranze di unire al suo impero le occidentali Province rimasero deluse per l’innalzamento di Costantino, mentre l’Italia e l’Affrica si eran perdute per la fortunata ribellione di Massenzio.

I. La fama di Costantino ha richiamato l’attenzione della posterità alle più minute circostanze della vita, e dell’azioni di lui. Il luogo della sua nascita, e la condizione della sua madre Elena, furono il soggetto non solo di letterarie, ma ancora di nazionali dispute.

[A.D. 274] Malgrado la recente tradizione che le assegna per genitore un Re Britanno, siamo obbligati a confessare che Elena era figlia di un locandiere8. Ma possiamo nel tempo stesso difendere la legittimità del suo matrimonio, contro coloro che l’hanno rappresentata come concubina di Costanzo9. È molto probabile che Costantino il Grande nascesse in Naisso città della Dacia10; e non è da maravigliarsi, che in una famiglia, e in una Provincia illustre soltanto per la professione dell’armi, il giovane mostrasse così poca inclinazione a coltivare il suo spirito coll’acquisto delle scienze11. Egli avea quasi 18 anni quando il padre di lui fu promosso al posto di Cesare: ma questo fortunato evento fu seguitato dal divorzio della madre: e lo splendore di una imperiale parentela ridusse il figliuolo di Elena ad uno stato di disonore o di umiliazione. Invece di seguitare Costanzo in Occidente, egli rimase al servizio di Diocleziano; si segnalò col valore nelle guerre dell’Egitto e della Persia, e s’innalzò a poco a poco all’onorevol grado di tribuno del prim’ordine. Era Costantino di alta e maestosa statura, destro in tutti i suoi esercizi, intrepido in guerra, ed affabile in pace. In tutta la sua condotta l’ardente spirito della gioventù veniva moderato da un’abitual prudenza, ed avendo l’animo gonfio d’ambizione, sembrava freddo ed insensibile agli allettamenti del piacere. Il favore del popolo e dei soldati, che lo avevano nominato come un meritevole candidato per la dignità di Cesare, servì soltanto ad inasprire la gelosia di Galerio; e benchè la prudenza lo trattenesse dall’usare alcuna violenza aperta, tuttavia ad un assoluto Monarca rade volta mancano i mezzi di eseguire una sicura e segreta vendetta12. Crescevano ad ogni momento il pericolo di Costantino, ed il timor di suo padre, che con replicate lettere esprimeva il più ardente desiderio d’abbracciare il figliuolo. La politica di Galerio lo tenne a bada per qualche tempo con dilazioni o con iscuse, ma era impossibile il resister per lungo tempo ad una natural dimanda del suo collega senza sostenere coll’armi il rifiuto. Fu con ripugnanza accordata la permissione del viaggio, e tutte quelle precauzioni che prender potè l’Imperatore per impedire un ritorno, di cui egli temeva con tanta ragione le conseguenze, vennero felicemente deluse dall’incredibile diligenza di Costantino13. Lasciando di notte il palazzo di Nicomedia, egli corse la posta per la Bitinia, per la Tracia, per la Dacia, per la Pannonia, per l’Italia, e per la Gallia, e in mezzo alle giulive acclamazioni del popolo arrivò al porto di Bologna nel momento stesso che il padre si preparava l’imbarco per la Britannia14.

[A.D. 306] La Britannica spedizione, ed una facil vittoria sopra i Barbari della Caledonia furono l’ultime imprese del Regno di Costanzo. Egli cessò di vivere nell’Imperial palazzo di Jorck 15 mesi dopo aver assunto il titolo di Augusto, e quasi quattordici anni e mezzo dopo essere stato promosso al posto di Cesare. La morte di lui fu seguitata immediatamente dall’innalzamento di Costantino. Le idee di eredità e di successione sono sì famigliari, che la maggior parte del genere umano le considera come fondate non solamente sulla ragione, ma fino sulla stessa natura. La nostra immaginazione trasferisce con facilità i medesimi principi dal privato patrimonio al pubblico dominio; e qualunque volta un virtuoso padre lascia dopo di se un figliuolo, il cui merito sembra giustificare la stima, anzi le speranze del popolo, la doppia influenza del pregiudizio e dell’affetto opera con una forza invincibile. Il fiore degli eserciti occidentali avea seguito Costanzo nella Britannia, e le truppe nazionali erano rinforzate da un numeroso corpo di Alemanni, i quali obbedivano agli ordini di Croco, uno de’ loro ereditarj condottieri15. Gli aderenti di Costantino con gran diligenza inculcavano alle legioni l’idea della loro importanza, e la sicurezza che la Britannia, la Gallia e la Spagna acconsentirebbero alla loro elevazione. Fu domandato ai soldati, se potevano esitare un momento tra l’onore di mettere alla lor testa il degno figliuolo del loro diletto Imperatore, e l’ignominia di vilmente aspettare l’arrivo di qualche oscuro straniero, al quale si fosse il Sovrano dell’Asia compiaciuto di donare le armate e le province dell’Occidente. Fu ad essi insinuato che la gratitudine e la liberalità erano le distinte virtù di Costantino: e questo Principe artificioso non si presentò alle truppe finchè non furono disposte a salutarlo coi nomi di Augusto e d’Imperatore. Il trono era l’oggetto delle sue brame: e quando ancora fosse stato meno animato dall’ambizione, era il trono per lui l’unico mezzo di salvezza. Egli ben conosceva il carattere ed i sentimenti di Galerio, e sapeva bastantemente che se desiderava di vivere, doveva determinarsi a regnare. La decente, anzi ostinata resistenza che egli volle affettare16, era destinata a giustificare la sua usurpazione; nè egli cedè alle acclamazioni dell’esercito finchè preparati non ebbe i materiali propri per una lettera, che immediatamente spedì all’Imperatore d’Oriente. Costantino gli faceva noto il tristo evento della morte del padre; modestamente sosteneva il suo natural diritto alla successione, e rispettosamente si lagnava che l’affettuosa violenza delle sue truppe non gli avesse permesso di procurarsi l’Imperial porpora coi metodi regolari e legali. I primi moti di Galerio furono di sorpresa, di sconcerto, e di rabbia; e siccome egli poteva rare volte frenare le sue passioni, altamente minacciò di dare alle fiamme e la lettera ed il messaggero. Ma il suo risentimento si calmò a poco a poco; e quando egli riflettè ai dubbi eventi della guerra, quando ebbe bilanciato il carattere e la forza del suo avversario, consentì ad abbracciare l’onorevole accomodamento, che la prudenza di Costantino gli avea lasciato aperto. Senza condannare o ratificare la scelta dell’esercito Britannico, Galerio riconobbe il figliuolo del suo defunto collega, come sovrano delle Transalpine Province; ma solamente gli dette il titolo di Cesare, ed il quarto posto tra i Principi Romani, mentre conferiva il posto vacante di Augusto al suo favorito Severo. Fu conservata l’apparente armonia dell’Impero, e Costantino, che già possedeva la sostanza del supremo potere, aspettò senza impazienza l’opportunità di conseguirne gli onori17.

Ebbe Costanzo dal secondo suo matrimonio sei figliuoli, tre maschi, e tre femmine; e la loro Imperial discendenza avrebbe potuto procurar ai medesimi la preferenza sopra la più bassa estrazione del figliuolo di Elena. Ma Costantino era in età di trentadue anni, nel pieno vigore di spirito e di corpo, quando il maggiore dei suoi fratelli non potea oltrepassar tredici anni. Il diritto del superiore suo merito era stato riconosciuto e ratificato dal moribondo Imperatore18. Negli ultimi suoi momenti, Costanzo raccomandò alla cura del suo maggior figliuolo la salvezza e la grandezza della famiglia, scongiurandolo a prendere l’autorità ed i sentimenti di padre verso i figliuoli di Teodora. La liberale loro educazione, i vantaggiosi matrimonj, la sicurezza e lo splendore della lor vita, e le prime cariche dello Stato, delle quali furono rivestiti, attestano il fraterno amore di Costantino; ed essendo quei Principi di animo dolce e grato, cederono senza ripugnanza alla superiorità del genio, e della fortuna19.

II. L’ambizioso animo di Galerio si era appena acquietato per le deluse sue mire sulle Galliche Province, che l’inaspettata perdita dell’Italia ne ferì l’orgoglio e l’autorità in una parte ancor più sensibile. Avea la lunga assenza degl’Imperatori ripiena Roma di disgusto e di rancore; ed il popolo a poco a poco s’avvide, che la preferenza data a Nicomedia ed a Milano non dovea attribuirsi alla inclinazione di Diocleziano, ma al permanente sistema del Governo da lui stabilito. In vano, pochi mesi dopo la rinunzia di lui, i successori fecero (in nome del medesimo) la dedica di quei magnifici bagni, le cui rovine forniscono tutt’ora e suolo e materiali per tante Chiese, e Conventi20.

La tranquillità di quegli eleganti recessi di comodo e di lusso fu disturbata dalle impazienti mormorazioni dei Romani; e a poco a poco si sparse un rumore, che le somme spese in erigere quegli edifizi si trarrebbero ben tosto dalle lor mani. Verso quel tempo l’avarizia di Galerio, o forse i bisogni dello Stato lo avevano indotto a fare un esatto, e rigoroso esame delle possessioni dei sudditi per l’oggetto di una tassa generale su i terreni, e sulle persone. Sembra che si prendesse un minutissimo registro dei loro beni effettivi; e dovunque era il minimo sospetto di nascondiglio, si adoperava francamente la tortura per ottenere una sincera dichiarazione delle loro personali ricchezze21. Più non si aveva riguardo a quei privilegi, che avevano innalzata l’Italia sopra la condizione delle Province; e già i ministri delle pubbliche entrate cominciavano a numerare il popolo Romano, ed a determinare la proporzione delle nuove tasse. Anche dopo la totale estinzione dello spirito di libertà, hanno talvolta i sudditi più avviliti osato di resistere ad una inaspettata invasione del lor patrimonio; ma in questa occasione fu l’ingiuria aggravata dall’insulto, ed il sentimento del privato interesse fu ravvivato da quello dell’onor nazionale. La conquista della Macedonia (come già abbiamo osservato) aveva liberato i Romani dal peso delle tasse personali. Benchè avessero provato ogni forma di dispotismo, avevano ornai goduto di quella esenzione per quasi 500 anni; nè potevano essi pazientemente soffrire l’insolenza di un Illirico contadino che dalla sua lontana residenza nell’Asia, pretendeva di annoverar Roma tra le tributarie città del suo Impero. Il nascente furor del popolo fu incoraggiato dall’autorità, o almeno dalla connivenza del Senato, e i deboli avanzi dei Pretoriani, che aveano ragione di temere la propria abolizione, abbracciarono un sì onorevole pretesto, e si dichiararono pronti a trar fuori le spade in servizio dell’oppressa lor patria. Era desiderio, e presto divenne speranza d’ogni cittadino, che dopo avere scacciato dall’Italia i loro stranieri tiranni, si eleggesse un principe, il quale, e pel luogo della sua residenza e per le sue massime di governo, meritasse un’altra volta il titolo d’Imperatore di Roma. Il nome non meno che la situazione di Massenzio determinarono in suo favore il popolare entusiasmo.

[A.D. 306] Massenzio era figliuolo dell’Imperatore Massimiano, ad avea sposata la figliuola di Galerio. La sua nascita, ed il suo matrimonio sembravano offrirgli la più bella speranza di succedergli nell’Impero. Ma i suoi vizi e la sua incapacità lo esclusero dalla dignità di Cesare, che Costantino aveva meritato per una pericolosa superiorità di merito. La politica di Galerio preferiva quei colleghi, che non potessero nè disonorare la scelta, nè disubbidire ai comandi del loro benefattore. Fu perciò un oscuro straniero innalzato al trono d’Italia, ed al figliuolo dell’ultimo Imperatore d’Occidente fu lasciato godere il lusso di una privata fortuna in una villa poche miglia lontana dalla capitale. Le nere passioni dell’anima di Massenzio, la sua vergogna, l’agitazione, e la rabbia vennero infiammate dall’invidia alle nuove della fortuna di Costantino, ma le speranze di lui furono ravvivate dal pubblico disgusto, ed egli facilmente fu persuaso ad unire le sue personali ingiurie e pretensioni alla causa del popolo Romano. Due Tribuni Pretoriani, ed un Commissario delle provvisioni si addossarono il regolamento della congiura, ed essendo ogni ordine dei cittadini animato dal medesimo spirito, l’immediato successo non era nè dubbioso, nè difficile. Il Prefetto della città, e pochi magistrati, che si mantennero fedeli a Severo, furono trucidati dalle guardie; e Massenzio, rivestito degl’Imperiali ornamenti, fu con applausi riconosciuto dal Senato, e dal Popolo come protettore della libertà e dell’onore di Roma. È incerto se fosse Massimiano precedentemente informato della cospirazione; ma tosto che lo stendardo della ribellione fu alzato in Roma, il vecchio Imperatore uscì dal ritiro, dove l’autorità di Diocleziano lo aveva condannato a passare la vita in una malinconica solitudine, e coprì la sua nuova ambizione col velo di tenerezza paterna. A richiesta del figliuolo e del Senato egli condiscese a riprender la porpora. Il suo antico splendore, la sua esperienza ed il suo nome nelle armi aggiunsero forza e riputazione al partito di Massenzio22.

Secondo l’avviso, o piuttosto gli ordini del suo collega, l’Imperator Severo si affrettò immediatamente verso Roma, nella piena lusinga di sopprimer facilmente coll’inaspettata sua celerità il tumulto di una imbelle plebaglia, comandata da un giovane licenzioso. Ma trovò al suo arrivo chiuse le porte della città, ripiene le mura di armi e di armati, un Generale sperimentato alla testa dei ribelli, e scoraggiate e malcontente le sue proprie truppe. Un numeroso corpo di Mori disertò, passando al nemico, allettati dalla promessa d’un largo donativo, e (se vero è che fossero stati arrolati da Massimiano per la sua guerra affricana) anteponendo i naturali sentimenti della gratitudine agli artificiali legami della fedeltà. Anulino, Prefetto dei Pretoriani, si dichiarò in favore di Massenzio, seco traendo la più considerabil parte delle truppe, avvezze ad obbedire al suo comando. Roma, secondo l’espressione di un oratore, richiamò le sue armate, e l’infelice Severo, privo di forza e di consiglio, si ritirò, anzi fuggì precipitosamente a Ravenna. Ivi egli avrebbe potuto esser sicuro per qualche tempo. Le fortificazioni di Ravenna eran capaci di resistere agli sforzi dell’esercito Italiano, e le paludi, che circondavano la città, erano sufficienti ad impedirne l’accesso. Il mare, che Severo dominava con una possente flotta, lo assicurava di un incessato soccorso di provvisioni, e dava un libero ingresso alle legioni, che al ritorno della primavera s’avanzassero dall’Illirico e dall’Oriente in suo soccorso, Massimiano, che dirigeva in persona l’assedio, fu ben tosto convinto, che potrebbe perdere inutilmente il tempo e l’esercito in quella infruttuosa impresa, e che niente sperar poteva dalla forza o dalla fame. Con arte più conveniente al carattere di Diocleziano, che al suo proprio, egli diresse l’attacco più contro lo spirito di Severo, che contro le mura di Ravenna. I tradimenti, già provati, avean disposto quel Principe sventurato a diffidare degli amici, e degli aderenti più sinceri. Gli emissari di Massimiano facilmente persuasero alla sua credulità, che si era formata una congiura per tradir la città; e profittando dei suoi timori, lo indussero a non esporsi alla discrezione di un vincitore irritato, ma ad accettare la sicurezza d’una onorevole capitolazione. Egli fu da prima ricevuto con umanità e trattato con rispetto. Massimiano condusse a Roma il prigioniero Imperatore, e lo accertò colle più solenni proteste, che egli cedendo la porpora si sarebbe assicurata la vita. Ma Severo altro non potè ottenere che una piacevol morte e le esequie Imperiali.

[A.D. 307] Fu ad esso significata la sua sentenza, e lasciato alla sua scelta il modo di eseguirla. Egli preferì il metodo favorito degli antichi, quello cioè di aprirsi le vene; ed appena spirato, fu il suo corpo riposto nel sepolcro, già costruito per la famiglia di Gallieno23.

Benchè il carattere di Costantino pochissima somiglianza avesse con quello di Massenzio, uguali erano la loro situazione ed il loro interesse; e sembrava che la prudenza esigesse l’unione delle loro forze contro il comune nemico. Nonostante la superiorità dell’età e del grado, l’infaticabil Massimiano passò le Alpi, e sollecitando una personal conferenza col Sovrano della Gallia, seco condusse la sua figliuola Fausta come pegno della nuova alleanza. Fu il matrimonio celebrato in Arles con ogni magnifico apparato, e l’antico collega di Diocleziano, che sosteneva di nuovo la sua pretensione all’Impero Occidentale, conferì al suo genero ed alleato il titolo d’Augusto. Piegandosi Costantino a ricevere quella dignità dalle mani di Massimiano, sembrava che abbracciasse la causa di Roma e del Senato; ma ambigue furono le sue proteste, lenta ed infruttuosa la sua assistenza. Egli considerava con attenzione l’imminente contesa tra i Sovrani dell’Italia e l’Imperatore dell’Oriente, ed era preparato a consultare o la propria sicurezza o la propria ambizione, secondo l’evento della guerra24.

L’importanza della occasione richiedeva la presenza ed i talenti di Galerio. Alla testa di un possente esercito, raccolto dall’Illirico e dall’Oriente, egli entrò nell’Italia, risoluto di vendicare la morte di Severo, e di punire i ribelli Romani, o secondo che egli esprimeva le sue intenzioni nel furioso linguaggio di un Barbaro, di estirpare col ferro il Senato, e distruggere il popolo. Ma la perizia di Massimiano avea concertato un prudente sistema di difesa. L’invasore trovò i nemici fortificati, ed inaccessibili tutti i posti, e benchè si avanzasse sino a Narni, a sessanta miglia da Roma, il suo dominio nell’Italia era ristretto negli angusti confini del suo campo. Avvedutosi che si rendeva la sua impresa ognor più difficile, il superbo Galerio fece i suoi primi passi per una riconciliazione, e spedì due dei suoi più ragguardevoli Uffiziali a tentare i Principi Romani coll’offerta di una conferenza, e colla dichiarazione del suo paterno riguardo per Massenzio, il quale potrebbe ottenere assai più dalla sua generosità, che sperar potesse dal dubbio evento della guerra25. Furono costantemente rigettate le offerte di Galerio, ricusata con disprezzo la sua perfida amicizia; ed egli poco dopo scoprì che se, opportunamente ritirandosi, non provvedeva alla sua salvezza, avea qualche ragion di temere la sorte di Severo. I Romani liberamente contribuirono alla distruzione di lui con quelle ricchezze, che difendevano dalla rapace tirannia del medesimo. Il nome di Massimiano, le popolari maniere del figliuolo di lui, la segreta distribuzione di larghe somme, e la promessa di ricompense ancor più liberali arrestarono l’ardore, e corruppero la fedeltà delle Illiriche legioni; e quando Galerio dette finalmente il segno della ritirata, non potè senza qualche difficoltà indurre i suoi veterani a non abbandonare quell’insegna che gli avea al sovente guidati alla vittoria ed all’onore. Uno scrittore contemporaneo assegna due altre cagioni al cattivo successo della spedizione; ma sono ambedue di tal natura, che difficilmente un cauto Storico s’indurrebbe ad adottarle. Ci vien detto che Galerio, il quale si era formato una idea molto imperfetta della grandezza di Roma dalle città dell’Oriente a lui note, trovò le proprie forze inadeguate all’assedio di quella immensa capitale. Ma l’estensione di una città serve solamente a renderla più accessibile al nemico. Roma era da lungo tempo avvezza a sottomettersi all’avvicinarsi d’un conquistatore, nè avrebbe potuto il passeggiero entusiasmo del popolo lungamente contendere contro la disciplina ed il valore delle legioni. Siamo parimente informati, che le legioni medesime furono colpite dall’orrore e dal rimorso, e che quei pietosi figliuoli della Repubblica ricusarono di violare la santità della lor venerabile madre26. Ma rammentandoci quanto facilmente nelle più antiche guerre civili, lo zelo di partito, e l’uso della militare ubbidienza avea trasformati i nativi cittadini di Roma nei più implacabili suoi nemici, saremo disposti a diffidarci di questa estrema delicatezza dei Barbari e stranieri, i quali non aveano mai veduta l’Italia finchè non vi entrarono in una ostile maniera. Se non fossero stati ritenuti da motivi d’interessante natura, avrebbero forse risposto a Galerio colle stesse parole dei veterani di Cesare: «Se desidera il nostro Generale di condurci alle rive del Tevere, siamo disposti a seguitare il suo campo. Qualunque muro egli sia risoluto di atterrare, sono le nostre mani pronte a mettere in opra le macchine; nè punto esiteremo, ancorchè la città destinata alla strage fosse Roma medesima.» Sono queste per vero dire le espressioni di un poeta, ma di un poeta che è stato distinto ed ancor censurato pel suo rigoroso aderimento alla verità della Storia27. Le legioni di Galerio mostrarono una funestissima prova della loro disposizione, colle devastazioni che commisero nella loro ritirata. Uccisero, rapirono, saccheggiarono, menarono via gli armenti e le gregge degli Italiani, incendiarono i villaggi pe’ quali passarono, e procurarono di distruggere quel paese, che non aveano potuto soggiogare. Per tutta la marcia Massenzio inquietò la loro retroguardia, ma molto saggiamente evitò una general battaglia con quei valorosi e disperati veterani. Il padre di lui avea intrapreso un secondo viaggio nella Gallia colla speranza d’indurre Costantino, che adunato aveva un esercito sulla frontiera, ad unirsi a perseguitare Galerio, e a compir la vittoria. Ma le azioni di Costantino erano guidate dalla ragione e non dal risentimento. Egli persistè nella saggia risoluzione di mantenere la bilancia della potenza nel diviso Impero, e più non odiava Galerio, quando quest’ambizioso Principe più non era un oggetto di terrore28.

[A.D. 307] L’animo di Galerio era al tutto suscettivo delle più feroci passioni, ma non era però incapace di una sincera e durevole amicizia. Licinio, non dissimile da lui per carattere e per costumi, sembra che ne ottenesse l’affetto e la stima. La lor familiarità era cominciata nel periodo forse più felice della loro gioventù ed oscurità; ed assodata l’aveano la libertà ed i pericoli di una vita militare. Si erano essi avanzati quasi con passi uguali per le successive cariche della guerra, e sembra che Galerio, appena rivestito della porpora, concepisse il disegno d’innalzare il compagno ad un posto uguale al suo proprio. Nel breve corso della sua prosperità egli considerò il grado di Cesare come inferiore all’età ed al merito di Licinio, e volle piuttosto riserbargli il posto di Costanzo e l’Impero dell’Occidente. Mentre era l’Imperatore occupato nella guerra dell’Italia, affidò al suo amico la difesa del Danubio; ed immediatamente dopo il suo ritorno da quella infelice spedizione, rivestì Licinio della vacante porpora di Severo, cedendo all’immediato comando di lui le Province dell’Illirico29. Portata che fu nell’Oriente la nuova della sua promozione, Massimino governatore, anzi oppressore dell’Egitto e della Siria, svelando la sua invidia ed il suo disgusto, sdegnò l’inferiore nome di Cesare, e malgrado i preghi non meno che gli argomenti di Galerio, esigè quasi a forza il titolo uguale di Augusto30. Per la prima ed anche ultima volta fu il mondo Romano governato da sei Imperatori. Nell’Occidente Costantino e Massenzio affettavano di venerare il loro padre Massimiano. Nell’Oriente Licinio e Massimino onoravano con più reale considerazione il loro benefattore Galerio. La diversità di interessi e la memoria di una guerra recente divideva l’Impero in due grandi e nemiche potenze; ma i loro timori scambievoli produssero un’apparente tranquillità, anzi una finta riconciliazione, finchè la morte dei principi più vecchi di Massimiano, e particolarmente di Galerio, diede una nuova direzione alle mire ed alle passioni dei loro sopravviventi colleghi.

Quando Massimiano ebbe con ripugnanza ceduto l’Impero, i venali contemporanei oratori applaudirono alla filosofica sua moderazione. Quando la sua ambizione eccitò o almeno animò una guerra civile, essi rendettero grazie al generoso suo patriottismo, e delicatamente criticarono quell’amore dell’ozio o della solitudine, che lo avea allontanato dal pubblico servizio31. Ma era impossibile che animi simili a quelli di Massimiano e del suo figliuolo, possedessero lungamente d’accordo una indivisa potenza. Massenzio si considerava come il legittimo Sovrano dell’Italia eletto dal Senato e dal popolo Romano; nè soffrir voleva il freno del suo genitore, il quale arrogantemente si dichiarava, che pel suo nome e pe’ suoi talenti era stato quel temerario giovine stabilito sul trono. Fu la causa solennemente agitata dinanzi ai Pretoriani e quelle truppe che temevano la severità del vecchio Imperatore, sposarono il partito di Massenzio32. Fu però rispettata la vita e la libertà di Massimiano, ed egli si ritirò dall’Italia nell’Illirico, affettando di pentirsi della sua passata condotta, e secretamente macchinando nuovi mali. Ma Galerio, che ben conosceva il carattere di lui, l’obbligò bentosto ad allontanarsi dai suoi dominj, e l’ultimo refugio del deluso Massimiano fu la Corte del suo genero Costantino33 Egli fu ricevuto con rispetto da quel Principe artificioso, e coll’apparenza di figlial tenerezza dalla Imperatrice Fausta. Esso, per allontanare ogni sospetto, depose una seconda volta la porpora Imperiale34, dichiarandosi finalmente convinto della vanità delle grandezze e dell’ambizione. Se perseverato egli avesse in questa risoluzione, avrebbe potuto terminare la sua vita con quiete e riputazione, benchè meno decorosamente che nel suo primo ritiro. Ma il vicino aspetto di un trono gli rammemorò il grado dal quale egli era caduto, e deliberò di fare un disperato sforzo per regnare o perire. Una incursione dei Franchi avea richiamato Costantino con una parte del suo esercito alle rive del Reno. Il resto delle truppe era accampato nelle meridionali province della Gallia, che giacevano esposte alle imprese dell’Imperatore Italiano, ed era depositato nella città di Arles un considerabil tesoro. Massimiano o artificiosamente inventò, o frettolosamente accreditò un vano rumore della morte di Costantino. Senza esitazione egli montò sul trono, s’impadronì del tesoro, e spargendolo coll’usata sua profusione tra i sudditi, procurò di risvegliare nelle loro menti la memoria del suo antico splendore e delle antiche sue imprese. Prima ch’egli potesse assodar la sua autorità, o terminare il trattato, cui sembra ch’egli avesse cominciato col suo figliuolo Massenzio, la celerità di Costantino abbattè tutte le sue speranze. Al primo avviso della perfidia e dell’ingratitudine di lui, ritornò quel Principe con rapida marcia dal Reno alle rive della Saona, s’imbarcò su questo ultimo fiume a Chalons; ed a Lione affidandosi alla rapidità del Rodano, arrivò alle porte di Arles con una forza militare, a cui era impossibile per Massimiano il resistere, e che appena gli permise di ripararsi nella vicina città di Marsiglia. L’angusta lingua di terra, che univa quella piazza al continente, era fortificata contro gli assedianti, mentre il mare era aperto o alla fuga di Massimiano, o ai soccorsi di Massenzio, se voleva quest’ultimo coprire una sua invasione nella Gallia col decoroso pretesto di difendere un angustiato, o come avrebbe potuto allegare, un offeso genitore. Temendo le funeste conseguenze di un indugio, Costantino dette ordini per un immediato assalto, ma si trovarono le scale troppo corte per l’altezza delle mura, e Marsiglia avrebbe potuto sostenere un lungo assedio, come anticamente fece contro le armi di Cesare, se la guarnigione, conoscendo il suo fallo o il suo pericolo, non avesse comprato il perdono colla consegna della città e della persona di Massimiano. Fu contro l’usurpatore pronunziata una secreta ma irrevocabil sentenza di morte; egli ottenne solamente lo stesso favore, che fu accordato a Severo, e fu sparsa la voce, che oppresso dal rimorso dei suoi replicati delitti, si era strangolato colle proprie sue mani. Dopo ch’egli ebbe perduta l’assistenza, e disprezzati i moderati consigli di Diocleziano, il secondo periodo dell’attiva sua vita fu una serie di pubbliche calamità e di personali mortificazioni, che terminarono quasi in tre anni con una morte ignominiosa. Egli meritò il suo fato; ma si sarebbe con più ragione applaudita l’umanità di Costantino, se egli avesse avuto riguardo per un vecchio uomo, benefattore di suo padre, e padre della sua moglie. In tutto questo funesto affare, sembra che Fausta sacrificasse i sentimenti della natura ai suoi conjugali doveri35.

[A.D. 311] Gli ultimi anni di Galerio furono meno vergognosi e meno infelici; e benchè avesse occupato il subordinato grado di Cesare più gloriosamente che la superior dignità di Augusto, egli conservò fino al punto della sua morte il primo posto tra i Principi del Mondo Romano. Egli sopravvisse alla sua ritirata dall’Italia quasi quattr’anni, e saggiamente abbandonando le sue mire di monarchia universale, consacrò il resto della sua vita al godimento dei piaceri, ed alla esecuzione di alcune opere di pubblica utilità, tra le quali è da distinguersi quella di avere scaricate nel Danubio le acque superflue del lago Pelso, e di aver tagliate le immense foreste che lo circondavano; operazione degna di un Monarca, giacchè donò un esteso paese all’agricoltura de’ suoi sudditi della Pannonia36. Fu la sua morte cagionata da un lungo e penosissimo male. Il suo corpo, per un intemperato sistema di vita, crebbe ad un estremo grado di gonfiezza, fu coperto di ulceri, e divorato da innumerabili sciami di quegli insetti, che han dato il nome ad una schifosissima malattia37: ma siccome avea Galerio oltraggiato un zelantissimo e possente partito tra i suoi sudditi, i patimenti di lui, in vece di eccitare la lor compassione, sono stati celebrati come visibili effetti della divina giustizia38. Appena che egli fu spirato nel suo palazzo di Nicomedia, i due Imperatori che al suo favore dovevan la porpora, cominciarono a radunar le loro forze, con intenzione o di disputare, o di dividere fra loro i dominj da lui lasciati senza padrone. S’indussero per altro a desistere dal primo disegno, e ad accordarsi nel secondo. Massimino ebbe in sorte le province dell’Asia; e quelle dell’Europa aumentarono la parte di Licinio. L’Ellesponto ed il Bosforo Tracio formarono i loro scambievoli confini; ed i lidi di quegli angusti mari, che scorrevano nel mezzo del Mondo Romano, furono coperti di soldati, d’armi e di fortificazioni. Le morti di Massimiano e di Galerio ridussero a quattro il numero degl’Imperatori. Il sentimento del vero loro interesse unì ben tosto Licinio e Costantino; fu tra Massimino e Massenzio conclusa una secreta alleanza, ed i loro infelici sudditi attesero con terrore le sanguinose conseguenze delle inevitabili loro dissensioni, le quali più non eran frenate dal timore o dal rispetto, che essi avevano conservato per Galerio39.

Fra tanti delitti ed infortunj, cagionati dalle passioni dei principi Romani, si scopre con qualche piacere una sola azione, che può attribuirsi alla loro virtù. Nel sesto anno del suo regno, Costantino visitò la città di Autun, e generosamente condonò i tributi arretrati, riducendo nel tempo stesso la proporzione della tassa, da venticinque a diciottomila teste, soggette alla reale e personale capitazione40. Pure questa clemenza istessa è una indubitata prova della pubblica miseria. Questa tassa era tanto gravosa, o per se stessa o per la maniera di esigerla, che mentre l’estorsione aumentava l’entrata, la disperazione la diminuiva: una parte considerabile del territorio di Autun fu lasciata inculta; ed un gran numero di provinciali scelsero di viver come esuli e proscritti, piuttosto che sostenere il peso della civil società. È ancora molto probabile che il clemente Imperatore sollevasse con un atto particolare di generosità uno di quei tanti mali, che egli avea cagionati con le sue generali massime di governo. Ma quelle massime ancora erano piuttosto effetti della necessità che della scelta. Ed ove si eccettui la morte di Massimiano, sembra che il regno di Costantino nella Gallia fosse l’epoca più innocente e più virtuosa ancora della sua vita. Furono le province della sua presenza dilese contro le irruzioni dei Barbari, i quali o ne temerono o ne provarono l’attivo valore. Dopo una segnalata vittoria riportata contro i Franchi e gli Alemanni, furono molti dei loro Principi per suo ordine esposti alle fiere nell’anfiteatro di Treveri; e pare che il popolo godesse dello spettacolo, senza trovare in quel trattamento dei prigionieri reali cosa alcuna che ripugnasse alle leggi delle nazioni o dell’umanità41.

I vizi di Massenzio rendevano più illustri le virtù di Costantino. Mentre le Galliche Province godevano tutta quella felicità che permettevano le circostanze di quei tempi, l’Italia e l’Affrica gemevano sotto il dominio di un dispregevole non men che odioso Tiranno. L’amor dell’adulazione e del partito ha per dir vero troppo sovente sacrificata la riputazione dei vinti alla gloria dei loro fortunati rivali; ma quegli scrittori ancora, i quali hanno svelato colla maggior libertà e col maggior piacere i difetti di Costantino, unanimemente confessano, che Massenzio era crudele, rapace, e scellerato42. Egli ebbe la buona sorte di sedare una leggiera ribellione nell’Affrica. Il Governatore e pochi suoi aderenti erano stati i colpevoli; la Provincia fu punita del loro delitto. Le floride città di Cirta e di Cartagine, e tutta l’estensione di quella fertil campagna furon devastate dal ferro e dal fuoco. All’abuso della vittoria succedè l’abuso delle leggi e della giustizia. Una formidabile armata di Sicofanti, e di delatori invase l’Affrica: i ricchi ed i nobili furono facilmente convinti d’intelligenza co’ ribelli; e quelli tra loro, che provarono la clemenza dell’Imperatore, furono solamente puniti colla confiscazione dei loro beni43. Una così segnalata vittoria venne celebrata con trionfo magnifico, e Massenzio espose agli occhi del popolo le spoglie ed i prigionieri di una Provincia Romana. Lo stato della Capitale non era meno compassionevole di quello dell’Affrica. L’opulenza di Roma forniva un impensato fondo per le vane e prodighe spese di Massenzio, ed i ministri delle sue entrate erano eccellenti nell’arte della rapina. Sotto il regno di lui fu per la prima volta inventato il metodo di esigere dai Senatori un libero donativo; e siccome ne fu insensibilmente aumentata la somma, così i pretesti di esigerlo, vale a dire una vittoria, una nascita, un matrimonio, un consolato imperiale, furono a proporzione moltiplicati44. Era Massenzio imbevuto di quella stessa implacabile avversione verso il Senato, che avea contraddistinto la maggior parte dei primi tiranni di Roma: nè era possibile, che il suo ingrato carattere perdonasse alla generosa fedeltà, che lo aveva innalzato al trono, e sostenuto contro tutti i suoi nemici. Erano le vite dei Senatori esposte ai suoi gelosi sospetti, e il disonore delle loro consorti e delle figlie loro aumentava la soddisfazione dei suoi sensuali piaceri. È presumibile che un amante imperiale rare volte fosse ridotto a sospirare invano; ma qualunque volta era inutile la persuasione, egli ricorreva alla violenza; ed è rimasto un memorabile esempio di una nobil Matrona, che conservò la sua castità con una volontaria morte45. I soldati erano il solo ordine di persone, per cui sembrasse avere qualche rispetto, od a cui cercasse di piacere. Riempì Roma e l’Italia di truppe armate; dissimulò i loro tumulti: lasciò che impunemente saccheggiassero e trucidassero ancora l’inerme popolo46; e permettendo ad esse la stessa licenza, della quale godeva il loro Imperatore, Massenzio concesse sovente a’ suoi militari favoriti la superba villa o la bella moglie di un Senatore. Un Principe di tal indole, ugualmente incapace di governare o in pace o in guerra, potea ben comprare l’appoggio dell’esercito, ma non mai ottenerne la stima. Pure era la sua superbia uguale agli altri suoi vizi. Mentre egli passava l’indolente sua vita o dentro le mura del suo palazzo, o nei vicini giardini di Sallustio, si udiva ripetutamente vantarsi, che egli solo era Imperatore, e che gli altri Principi non erano che suoi luogotenenti, ai quali affidata avea la difesa delle province di frontiera, per poter godere senza interrompimento l’elegante lusso della Capitale. Roma, che sì lungamente avea pianta l’assenza del suo Sovrano, ne deplorò la presenza ne’ sei anni del regno di lui47.

[A.D. 312] Benchè Costantino vedesse con abborrimento la condotta di Massenzio, e con pietà la situazione dei Romani, non vi è ragion di presumere che volesse prender l’armi per punir l’uno e per sollevar gli altri. Ma il tiranno dell’Italia osò temerariamente di provocare un formidabil nemico, la cui ambizione era fino allora stata raffrenata da considerazioni di prudenza, piuttosto che da massime di giustizia379. Dopo la morte di Massimiano ne furono con ignominia, secondo lo stabilito costume, cancellati i titoli, ed atterrate le statue. Il figliuolo di lui, che lo aveva perseguitato e abbandonato in vita, fece affettata mostra del più religioso rispetto per la sua memoria, ed ordinò che un simil trattamento fosse fatto a tutte le statue, che si erano erette nell’Italia e nell’Affrica in onore di Costantino. Questo savio Principe, il quale desiderava sinceramente di evitare una guerra, della quale egli bastantemente vedeva la difficoltà e l’importanza, dissimulò a principio l’insulto, e cercò i rimedi per la via più mite dei trattati, finchè non fu convinto, che gli ostili ed ambiziosi disegni dell’Imperatore italiano lo ponevano nella necessità di armarsi per la propria difesa. Massenzio, che apertamente dichiarava le sue pretensioni a tutta la monarchia dell’Occidente, aveva di già preparate forze considerabili per invader le Galliche province dalla parte della Rezia, e benchè non potesse promettersi alcun aiuto da Licinio, si lusingò colla speranza, che le legioni Illiriche, allettate dai suoi doni e dalle sue promesse, abbandonerebbero l’insegna di quel Principe, e si dichiarerebbero unanimemente suoi soldati e suoi sudditi380. Costantino non esitò più lungamente. Avea deliberato con cautela, ed operò con vigore. Diede privata udienza agli Ambasciatori, che a nome del Senato e del Popolo lo supplicavano a liberar Roma da un detestato tiranno; e senza curare le timide rimostranze del suo Consiglio, risolvette di prevenire il nemico, e portar la guerra nel cuor dell’Italia381.

Piena ugualmente di pericolo e di gloria era l’impresa; e l’infelice successo delle due antecedenti invasioni bastavano ad inspirare i più serj timori. Le truppe dei veterani, che veneravano tuttavia il nome di Massimiano, avevano in ambidue quelle guerre abbracciato il partito del suo figliuolo, ed erano allora ritenute per un sentimento di onore non meno che d’interesse dal nutrire un’idea di una seconda diserzione. Massenzio, che riguardava i Pretoriani siccome il più saldo sostegno del suo trono, gli aveva accresciuti fino all’antico lor numero: ed essi componevano, col resto degl’Italiani arrolati al servizio di lui, un formidabil corpo di ottantamila uomini. Quarantamila Mori e Cartaginesi erano stati reclutati dopo la riduzione dell’Affrica. La Sicilia ancora diede la sua porzione di truppe e l’esercito di Massenzio non ascendeva a meno di centosettantamila pedoni e diciottomila cavalli. Le ricchezze dell’Italia servirono alle spese della guerra; e le adiacenti province vennero esauste, per formare immensi magazzini di grano e di ogni altra sorta di provvisioni. Tutte le forze di Costantino consistevano in novantamila pedoni ed ottomila cavalli382; e siccome la difesa del Reno esigeva una straordinaria attenzione nell’assenza dell’Imperatore, non poteva impiegare più della metà delle sue truppe per la guerra d’Italia, senza sacrificare la pubblica salvezza alla sua privata contesa383. Egli marciò alla testa di quarantamila uomini, ad incontrar un nemico, le cui truppe erano per lo meno quattro volte più numerose delle sue. Ma gli eserciti Italiani, posti a una sicura distanza dal pericolo, erano snervati dalla licenza e dal lusso. Avvezzi ai bagni ed ai teatri di Roma, vennero in campo con ripugnanza, ed erano composti principalmente di veterani, quasi dimentichi dell’armi e della guerra, o di nuove ed inesperte reclute. Le robuste legioni della Gallia aveano lungamente difese le frontiere dell’Impero contro i Barbari del Settentrione; e nell’adempimento di quel faticoso servizio si era esercitato il loro valore, ed assodata la lor disciplina. Erano i condottieri ugualmente diversi che gli eserciti. Il capriccio o l’adulazione aveano tentato Massenzio colle speranze della vittoria; ma queste ambiziose speranze cederono presto agli abiti del piacere ed alla cognizione della propria inesperienza. L’intrepido spirito di Costantino era stato dalla prima sua gioventù educato per la guerra, per l’azione, e pel militare comando.

Quando Annibale passò dalla Gallia nell’Italia, fu obbligato prima a scoprire, e dopo ad aprirsi una strada sopra monti, e tra selvagge nazioni che non avean mai dato il passo ad un esercito regolare384. Erano allora le Alpi difese dalla natura, e sono adesso fortificate dall’arte. Varie cittadelle costruite con uguale abilità, fatica e spesa, dominano ogni ingresso nella pianura, e rendono da quella parte l’Italia quasi inaccessibile ai nemici del Re di Sardegna385. Ma nel corso dell’età di mezzo i Generali, che hanno tentato il passo, han raramente trovata alcuna difficoltà o resistenza. Nel secolo di Costantino, gli abitatori di quei monti erano sudditi inciviliti ed ubbidienti; il paese era abbondantemente fornito di provvisioni, e le superbe strade, che i Romani avevano condotte sopra le Alpi, aprivano diverse comunicazioni tra la Gallia e l’Italia386. Costantino preferì quella delle Alpi Cozie, o come si dice presentemente, del monte Cenisio, e condusse le sue truppe con tal diligenza, che discese nella pianura del Piemonte avanti che la Corte di Massenzio avesse ricevuto alcun certo avviso della partenza di lui dalle rive del Reno. La città di Susa però, che giace a piè del monte Cenisio, era circondata di mura, e provveduta di una guarnigione sufficiente ad arrestare i progressi di un invasore; ma l’impazienza delle truppe di Costantino sdegnava le noiose operazioni di un assedio regolare. Il giorno stesso, in cui si presentarono avanti a Susa, applicarono il fuoco alle porte, e le scale alle mura della città; quindi salendo, in mezzo ad una pioggia di pietre e di dardi, all’assalto, colla spada in mano entrarono nella piazza, e tagliarono a pezzi la maggior parte della guarnigione. Costantino ebbe cura di far estinguere le fiamme, e di preservare dalla total distruzione gli avanzi di Susa. Alla distanza per altro di circa quaranta miglia da questo luogo lo aspettava un incontro più arduo. I Generali di Massenzio avevano adunato nello pianure di Torino un numeroso campo d’Italiani, di cui la principal forza consisteva in una specie di grave cavalleria, che i Romani, dopo la decadenza della lor disciplina, avevan preso dalle nazioni dell’Oriente. I cavalli, non meno che gli uomini, erano interamente coperti di un’armatura fatta di vari pezzi, con tal arte congiunti fra loro, che corrispondevano a’ moti de’ loro corpi. N’era formidabil l’aspetto, e poco meno che irresistibil la forza; e siccome in quest’occasione i condottieri l’avevan disposta in forma di stretta colonna con aguzza punta e con larghi fianchi, si lusingavano, che avrebbero facilmente rotto ed oppresso l’esercito di Costantino. Avrebbero forse potuto riuscire in questo disegno, se il loro sperimentato nemico non avesse fatt’uso dell’istesso metodo di difesa, che Aureliano avea praticato in simili circostanze. Le giudizioso evoluzioni di Costantino divisero e rendettero inutile questa solida colonna di cavalleria. Le truppe di Massenzio disordinate fuggirono verso Torino; e siccome furono loro chiuse in faccia le porte della città, così ben pochi poterono evitare la spada de’ vittoriosi, che gl’inseguivano. Torino, per quest’importante servigio, meritò di sperimentar la clemenza, ed anche il favore del vincitore. Egli fece il suo ingresso nell’Imperial palazzo di Milano, e quasi tutte le città d’Italia, fra le Alpi ed il Po, non solamente riconobbero la potenza, ma con fervore ancora abbracciarono il partito di Costantino387.

Le vie, Flaminia ed Emilia, presentavano un facil cammino di circa quattrocento miglia per passar da Milano a Roma; ma sebbene Costantino fosse impaziente di andare incontro al tiranno, pure volle piuttosto diriger prudentemente le sue operazioni contro un altro esercito d’Italiani, che mediante la forza e situazione che aveva, o poteva opporsi a’ progressi di lui, o in caso di una disgrazia poteva impedirgli la ritirata. Ruricio Pompeiano, Generale distinto pel suo valore e per la sua abilità, aveva il comando della città di Verona e di tutte le truppe, che si trovavano nella Provincia di Venezia. Appena fu egli informato, che si avanzava Costantino verso di lui, distaccò un grosso corpo di cavalleria, che fu disfatto in un incontro vicino a Brescia, ed inseguito dalle legioni della Gallia fino alle porte di Verona. Si presentaron subito alla sagace mente di Costantino la necessità, l’importanza, e le difficoltà dell’assedio di questa piazza388. La città era solamente accessibile per mezzo di una stretta penisola verso ponente; gli altri tre lati eran circondati dall’Adige, fiume rapido, che copriva la Provincia di Venezia, da cui potevan gli assediati ricevere una copia inesauribile d’uomini e di provvisioni. Non senza gran difficoltà, e dopo molti inutili tentativi, Costantino trovò la maniera di passare il fiume a qualche distanza dalla città, in un luogo dove la corrente era meno violenta. Circondò allora Verona con forti trinciere, continuò con prudente vigore i suoi attacchi, e rispinse una disperata sortita di Pompeiano. Quest’intrepido Generale dopo di avere usato ogni mezzo di difesa, che potea somministrargli la forza della piazza e della guarnigione, segretamente fuggì da Verona, desideroso non già della propria, ma della pubblica sicurezza. Con instancabile diligenza esso prestamente raccolse un esercito sufficiente o ad incontrare in campo aperto Costantino, o ad attaccarlo, qualora si fosse ostinato a restare dentro le sue trinciere. L’Imperatore, attento a’ movimenti, ed informato dell’avvicinarsi di sì formidabil nemico, lasciò una parte delle sue legioni per continuare le operazioni dell’assedio, nel tempo che alla testa di quelle truppe, nel valore e nella fedeltà delle quali più specialmente confidava, si avanzò a combattere in persona il General di Massenzio. L’esercito della Gallia era disposto in due linee secondo l’uso ordinario di guerra; ma lo sperimentato condottiero, vedendo che il numero degl’Italiani era molto maggiore del suo, in un istante cangiò tal disposizione, e diminuendo la seconda, estese la fronte della sua prima linea, finchè fosse in una giusta proporzione con quella dell’avversario. Tali evoluzioni, che in un momento di pericolo si possono eseguir senza confusione, solamente da truppe veterane, comunemente riescono decisive: ma poichè questa battaglia incominciò verso il finire del giorno, e si combattè con grande ostinazione per tutta la notte, meno vi ebbe luogo la condotta de’ Generali, che il coraggio dei soldati. Il nuovo giorno scoprì la vittoria di Costantino, e si vide il campo della strage coperto di molte migliaia di vinti Italiani. Fra gli uccisi fu trovato anche il lor General Pompeiano; e Verona immediatamente rendettesi a discrezione, essendo la guarnigione restata prigioniera di guerra389. Gli Uffiziali dell’esercito vittorioso, nell’atto di congratularsi col lor Principe a motivo di quest’importante successo, si avventurarono a fargli qualche rispettoso lamento, di tal natura però da non dispiacere anche ai più gelosi Monarchi. Rappresentarono essi a Costantino, che non contento di eseguir tutti i doveri di un Comandante, egli aveva esposta la propria persona con un eccesso di valore, che quasi degenerava in temerità; e lo scongiurarono ad aver più riguardo in avvenire alla conservazione di una vita, da cui dipendeva la salute di Roma e dell’Impero390.

Mentre Costantino segnalava la sua condotta e il suo valore nel campo, il Sovrano d’Italia pareva insensibile alle calamità ed ai pericoli di una guerra civile, che infuriava nel cuore de’ suoi dominj. L’unica occupazione di Massenzio era sempre il piacere. Celando, e tentando almeno di celare alla cognizione del pubblico le disgrazie delle sue armi391, si lusingava con una vana fiducia, la quale differiva i rimedi del male che si avvicinava, senza differire il male medesimo392. Appena i rapidi progressi di Costantino giugnevano a risvegliarlo da questa fatal sicurezza393; egli si dava a credere, che la sua ben nota liberalità, e la maestà del nome Romano, che l’aveva già liberato da due altre invasioni, coll’istessa facilità dissiperebbe anche la ribelle armata della Gallia. Gli Uffiziali di esperienza e di abilità, che avevan servito sotto il comando di Massimiano, furon finalmente costretti di far sapere all’effeminato figliuolo di lui l’imminente pericolo, a cui si era egli ridotto, e di mostrargli con una libertà, che lo sorprese nel tempo stesso e lo convinse, la necessità di prevenire la sua rovina, usando con vigoroso sforzo il potere che gli restava. Massenzio avea tuttora molti considerabili compensi tanto in uomini che in danaro. Le guardie Pretoriane sentivan bene quanto era fortemente connessa la causa di lui col loro interesse e colla lor sicurezza; e fu presto raccolto un terzo esercito più numeroso di quelli, ch’erano stati vinti nelle battaglie di Torino e di Verona. L’Imperatore era ben lontano dal pensar di condurre in persona le proprie truppe: non esercitato nell’arte della guerra, tremava per l’apprensione di un azzuffamento tanto pericoloso; e come il timore trae comunemente alla superstizione, con malinconica attenzione prestava orecchio ai rumori degli augurj e dei presagi, che sembravano minacciare la sua vita e il suo Impero. La vergogna supplì finalmente al coraggio, e lo forzò a scendere in campo, non potendo soffrire il disprezzo del popolo Romano. Faceva questo nel Circo risuonare con isdegno i suoi clamori, e tumultuariamente assediava le porte del palazzo, rimproverando la pusillanimità del suo indolente Sovrano, e celebrando lo spirito eroico di Costantino394. Prima di partir di Roma, consultò Massenzio i libri Sibillini. I custodi di questi antichi oracoli, quanto erano ignoranti de’ segreti del fato, altrettanto eran bene informati negli artifizi del mondo; e gli diedero una risposta molto prudente, che poteva acconciarsi a qualunque evento, ed assicurar la loro riputazione, comunque avesse deciso la sorte delle armi395.

[A. D. 312] Sì è paragonata la celerità della marcia di Costantino a quella della conquista, che fece dell’Italia il primo de’ Cesari; nè per quanto sia lusinghevole tal paralello, ripugna alla verità dell’Istoria, mentre non passarono più di cinquant’otto giorni dalla resa di Verona alla final decisione della guerra. Costantino avea sempre sospettato, che il tiranno avrebbe eseguito ciò che gl’inspirava il timore, e forse anche la prudenza, e che invece di arrischiar le ultime sue speranze in un general combattimento si sarebbe piuttosto rinchiuso dentro le mura di Roma. I gran magazzini lo assicuravano dal pericolo della fame; e siccome la situazione di Costantino non soffriva dilazione alcuna, egli avrebbe potuto esser ridotto alla dura necessità di distruggere col ferro e col fuoco la città Imperiale, che doveva essere il premio più nobile della sua vittoria, e la cui liberazione era stato il motivo, o piuttosto realmente il pretesto della guerra civile396. Con sorpresa pertanto non meno che con piacere, arrivato che fu ad un luogo detto Saxa Rubra circa nove miglia distante da Roma397, scoprì l’armata di Massenzio pronta a dargli la battaglia398. La lunga fronte della medesima occupava una pianura molto spaziosa, e la profondità arrivava fino alle rive del Tevere, che ne copriva la retroguardia, ed impediva la ritirata. Si narra, e vi è tutto il motivo di crederlo, che Costantino disponesse le sue truppe con somma perizia, e scegliesse per se il posto più pericoloso ed onorevole. Distinto per lo splendore delle sue armi, attaccò in persona la cavalleria del suo rivale: e l’urto irresistibile, ch’ei le diede, determinò la fortuna della giornata. La cavalleria di Massenzio era principalmente composta di corazze di grave armatura, o di leggieri Mori e Numidi. Essi cederono al vigore della cavalleria Gallicana, che aveva maggiore attività de’ primi, e più fermezza degli altri. La disfatta delle due ali lasciò scoperti i fianchi dell’infanteria, e gl’indisciplinati Italiani fuggirono senza ritegno dalle bandiere di un tiranno, ch’essi avevano sempre odiato, e che più non temevano. I Pretoriani, sapendo che per le loro mancanze non potevano sperar perdono, erano animati dalla vendetta e dalla disperazione. Non ostanti i replicati loro sforzi non furon capaci que’ bravi veterani di acquistar la vittoria: ottennero per altro una morte onorevole; e fu osservato, che i loro corpi coprivano il terreno medesimo, ch’era già stato occupato dalle lor file399. Divenne allora generale la confusione, e le truppe di Massenzio, disordinate ed inseguite da un implacabil nemico, traboccarono a migliaia ne’ profondi e rapidi gorghi del Tevere. L’Imperatore stesso tentò di rientrare fuggendo nella città per mezzo del ponte Milvio; ma la folla che si trovò insieme a quello stretto passo, lo fece balzare nel fiume, dov’egli fu immediatamente sommerso dal peso delle sue armi400. Il corpo di lui, essendosi affondato molto nel fango, fu ritrovato con qualche difficoltà il giorno seguente. Restò il popolo convinto della propria liberazione quando vide il capo di lui esposto avanti a’ propri occhi; e allora fu, che non dubitò di ricevere con acclamazioni di fedeltà e di gratitudine il fortunato Costantino, che in tal modo condusse a termine col suo valore e colla sua abilità la più splendida impresa della sua vita401. Nel far uso della vittoria non meritò Costantino la lode di clemente, nè incorse le censura di smoderato rigore402. Tenne verso il tiranno quel medesimo contegno, che poteva aspettarsi nella propria persona e famiglia, se fosse stato ei medesimo disfatto: fece morire i due figli di Massenzio, ed ebbe tutta la cura d’intieramente estirparne la razza. I più riguardevoli aderenti di Massenzio era da presumersi, che avrebbero avuto parte nella disgrazia di lui, come l’avevano avuta nella prosperità e ne’ delitti, ma nel tempo che il popolo Romano ad alta voce chiedeva un maggior numero di vittime, il vincitore con fermezza ed umanità resistè a que’ servili clamori, dettati dall’adulazione egualmente che dallo sdegno. Furon puniti ed avviliti i delatori; e gl’innocenti, che a torto avevan sofferto nella passata tirannia, richiamati furono dall’esilio, e rimessi al possesso dei loro beni. Un atto di generale obblivione del passato servì a quietare gli spiriti, ed a stabilire la proprietà di ciascheduno tanto nell’Italia quanto nell’Affrica403. La prima volta che Costantino colla sua presenza onorò il Senato, egli ricapitolò in un modesto discorso i servigi, che gli aveva prestati, e le proprie imprese; assicurò quell’illustre Ordine della sincera sua stima; e promise di ristabilirne l’antica dignità, e gli antichi privilegi. Il Senato, per gratitudine a queste non sincere proteste, corrispose co’ vani titoli d’onore, ch’era tuttavia in suo potere di conferire; e senza presumere di ratificare l’autorità di Costantino, decretò di assegnare ad esso il primo posto fra i tre Augusti, che governavano in quel tempo il mondo Romano404. S’instituirono feste e giuochi per conservar la fama della sua vittoria, e vari edifizi, eretti a spese di Massenzio, furon dedicati all’onore del fortunato rivale. Rimane tuttavia in piedi l’arco trionfale di Costantino, come una trista prova dalla decadenza delle arti, ed un singolar testimonio della più vil vanità. Siccome non potea trovarsi uno scultore nella Capitale dell’Impero, che fosse capace di adornar quel pubblico monumento, venne spogliato delle sue più eleganti figure l’arco di Traiano, senz’alcun riguardo nè per la memoria di lui, nè per le regole della decenza. Fu totalmente posta in dimenticanza la diversità de’ tempi, e delle persone, ugualmente che quella delle azioni, e de’ caratteri. Si vedono i Parti come schiavi prostrati a’ piedi di un Principe, che non portò mai le sue armi di là dall’Eufrate; ed i curiosi antiquari possono ravvisare fra i trofei di Costantino il capo ancor di Traiano. Son eseguiti poi nella maniera più rozza e grossolana i nuovi ornamenti, che bisognò frapporre ne’ vuoti, che restavano fra le antiche sculture405.

L’abolimento totale delle guardie Pretoriane fu un atto di prudenza non meno che di vendetta. Quelle truppe superbe, delle quali aveva Massenzio restituito, ed anche aumentato il numero ed i privilegi, furon soppresse per sempre da Costantino. Il loro fortificato campo restò distrutto, ed i pochi Pretoriani, avanzati alla furia della strage, vennero dispersi fra le legioni, e confinati alle frontiere dell’Impero, dove potevano esser utili senza divenir nuovamente pericolosi406. Col sopprimer le truppe, che ordinariamente stavano alla difesa di Roma, Costantino diede il colpo fatale alla dignità del Senato e del Popolo; e la Capitale disarmata restò senza difesa, esposta agl’insulti e al disprezzo del suo lontano padrone. Noi possiamo osservare che i Romani in quest’ultimo sforzo che fecero, per conservare la spirante lor libertà, avevano innalzato al Trono Massenzio pel timore di un tributo. Egli però non lasciò di esigerlo dal Senato sotto nome di libero donativo. Implorarono quindi l’aiuto di Costantino, che vinse il tiranno, e converti il libero donativo in una tassa perpetua. I Senatori furon distribuiti, secondo la dichiarazione, che doveron fare di lor sostanze, in varie classi. I più ricchi pagavano otto libbre d’oro l’anno; quattro quelli della seconda classe, quelli della terza due; e quelli che per la lor povertà potevano aver diritto ad un’esenzione, furon ciò nonostante tassati a sette monete d’oro per ciascheduno. Oltre i membri regolari del Senato, godevano ancora i vani privilegi dell’Ordine senatorio e ne sostenevano i gravi pesi, i loro figliuoli, i discendenti, e fin anche i congiunti; nè ci sorprenderà più da ora in poi, che Costantino fosse tanto premuroso di accrescere il numero delle persone comprese in una sì utile descrizione407. Dopo la disfatta di Massenzio l’Imperator vittorioso non passò più di due o tre mesi in Roma, che due altre volte fu da lui visitata in tutto il resto della sua vita per celebrare la solennità del decimo e del ventesimo anno del suo regno. Costantino era quasi sempre in moto per esercitar le legioni, o per esaminar lo stato delle province. I luoghi occidentali di sua residenza furono Treveri, Milano, Aquileia, Sirmio, Naisso e Tessalonica, finchè fondò nei confini dell’Europa o dell’Asia una nuova Roma408.

[A.D. 313] Costantino, avanti di passare in Italia, s’era assicurato dell’amicizia, o almeno della neutralità di Licinio, Imperatore dell’Illirico. Aveva egli promesso in matrimonio a quel Principe la sua sorella Costanza; ma era stata differita la celebrazione delle nozze, finchè fosse finita la guerra; e l’incontro, de’ due Imperatori a Milano, stabilito a tal uopo, parve che stringesse l’unione delle lor famiglie e de’ loro interessi409. In mezzo alle pubbliche feste furono ad un tratto costretti a separarsi; perchè l’invasione dei Franchi richiamò Costantino verso il Reno, e l’avvicinarsi che faceva in aria di nemico il Sovrano dell’Asia, richiedeva l’immediata presenza di Licinio. Massimino era stato in segreta confederazione con Massenzio, e senza scoraggiarsi per la disgrazia di lui, risolvè di tentar la fortuna di una guerra civile. Nel colmo dell’inverno si mosse dalla Siria verso le frontiere della Bitinia. La stagione era rigida e tempestosa; perì gran numero d’uomini e di cavalli nella neve, e siccome dalle piogge continue si eran rotte le strade, fu costretto a lasciarsi dietro una parte considerabile del pesante bagaglio, che non poteva seguire la rapidità delle sue marcie forzate. Mediante questo sforzo straordinario di diligenza, egli arrivò con una stanca ma formidabil armata alle rive del Bosforo Tracio, avanti che i capitani di Licinio fossero neppure informati della sua ostile intenzione. Bisanzio, dopo un assedio di undici giorni, si rendè alla forza di Massimino; esso fu trattenuto qualche giorno sotto le mura di Eraclea, ma ebbe appena preso possesso di quella città, che fu sorpreso dalla notizia, che Licinio erasi accampato alla distanza di sole diciotto miglia. Dopo inutili pratiche, nelle quali i due Principi tentarono di sedurre scambievolmente la fedeltà de’ loro aderenti, ricorsero alla decisione delle armi. L’Imperatore d’Oriente comandava una truppa disciplinata e veterana di sopra settantamila uomini, e Licinio, che aveva raccolto circa trentamila Illirici, a principio fu oppresso dalla superiorità del numero; ma la sua militar perizia e la fermezza de’ suoi soldati rinnovarono la battaglia, ed ottennero una decisiva vittoria. L’incredibil prestezza che usò Massimino in fuggire, è molto più celebre della sua bravura in combattere. Fu egli veduto, ventiquattr’ore dopo, tremante, pallido, e senza gli ornamenti Imperiali a Nicomedia, distante centosessanta miglia dal luogo della sua rotta. Non erano ancora esauste le ricchezze dell’Asia; e sebbene avesse perduto il fiore de’ suoi veterani nell’ultim’azione, pure, se avesse avuto tempo, poteva trarre un gran numero di soldati dalla Siria e dall’Egitto. Ma egli sopravvisse solamente tre o quattro mesi alla sua disgrazia. La morte di lui, che seguì a Tarso, fu da varie persone attribuita alla disperazione, al veleno, ed alla Divina Giustizia. Siccome però Massimino era egualmente privo di abilità e di virtù, esso non fu compianto nè dal popolo nè da’ soldati, e le Province orientali, libere dal terrore di una guerra civile, riconobbero ben volentieri l’autorità di Licinio410.

Restaron due figli del vinto Imperatore; un maschio di circa otto anni, ed una femmina di circa sette. Avrebbe l’innocente loro età potuto eccitar compassione; ma la compassione di Licinio era un molto debole appoggio, nè lo ritenne dall’estinguere il nome e la memoria del suo avversario. Meno ancora può scusarsi la morte di Severiano, che non fu dettata nè dalla vendetta, nè dalla politica. Il vincitore non avea mai ricevuto alcuna ingiuria dal padre di quel disgraziato giovane, ed era già dimenticato il breve ed oscuro regno, che Severo ebbe in una parte lontana dell’Impero. Ma l’esecuzione di Candidiano fu un atto della più nera crudeltà ed ingratitudine; egli era figlio naturale di Galerio, amico e benefattor di Licinio. Il padre prudentemente l’avea creduto troppo giovane per sostenere il peso di una corona; ma sperava, che sotto la protezione di Principi, che al favore di lui dovevan la porpora, Candidiano avrebbe potuto passare una vita sicura ed onorevole. Esso era giunto all’età di circa venti anni, e la regale sua nascita, quantunque non sostenuta nè dal merito nè dall’ambizione, era sufficiente ad inasprire lo spirito geloso di Licinio411. A queste innocenti ed illustri vittime della sua tirannia conviene aggiunger la moglie e la figlia dell’Imperator Diocleziano. Allorchè questo Principe conferì a Galerio il titolo di Cesare, gli diede per moglie la propria figlia Valeria, le cui triste avventure potrebber somministrare un soggetto molto singolare di tragedia. Aveva essa adempito, ed anche superato i doveri di una moglie; e poichè non avea figli, si contentò di adottare il figlio illegittimo del suo marito, ed ebbe costantemente per l’infelice Candidiano la tenerezza e la cura di vera madre. Dopo la morte di Galerio le vaste possessioni di lei eccitarono l’avarizia, e le personali attrattive i desiderj del successor Massimino412. Egli aveva una moglie vivente, ma dalle leggi Romane si permetteva il divorzio; e la fiera passion del Tiranno lo spingeva ad una immediata soddisfazione. La risposta di Valeria fu quale si conveniva ad una figlia e vedova d’Imperatori: ma fu temperata dalla prudenza, di cui la sua situazione senza difesa l’obbligava a far uso. Rappresentò alle persone, da Massimino impiegate in tal affare, che «quando ancora l’onore potesse permettere ad una donna del suo carattere e della sua dignità di pensare alle seconde nozze, la decenza almeno doveva impedirle di prestar orecchio alle proposte di lui in un tempo, in cui erano tuttor calde le ceneri del marito di lei e benefattore di Massimino, ed in cui gli abiti di lutto esprimevano ancora la mestizia del proprio animo. Si avventurò a dichiarare in oltre ch’essa poteva dare ben poco peso alle proteste di un uomo, la crudele incostanza del quale era capace di repudiare una fedele ed affezionata consorte». A questo rifiuto l’amore di Massimino si mutò in furore, e come poteva disporre a suo piacimento di testimoni e di giudici, gli riuscì facilmente di coprir la sua rabbia con un apparenza di processura legale, e di perseguitare nel tempo stesso la riputazione e la felicità di Valeria. Furono confiscati i beni di lei; i suoi eunuchi e domestici sottoposti ai più crudeli tormenti; e diverse innocenti rispettabili matrone, onorate dell’amicizia di lei, falsamente accusate d’adulterio, soffriron la morte. L’Imperatrice medesima, insieme con Prisca sua madre, fu condannata all’esilio: e poichè avanti di esser confinate in un remoto villaggio ne’ deserti della Siria, furono ignominiosamente balzate di luogo in luogo, si mostrò manifesta la loro vergogna e miseria alle province dell’Oriente, che per trent’anni aveano rispettato l’augusta lor dignità. Diocleziano fece molti inutili sforzi per sollevar le disgrazie della sua figliuola, e chiedeva per ultima ricompensa della porpora imperiale, ch’egli avea dato a Massimino, che fosse permesso a Valeria di seco ritirarsi a Salona per chiuder gli occhi all’afflitto suo padre413. Egli non cessava di chiedere, ma siccome non poteva più minacciare, le sue preghiere furono ricevute con freddezza e disprezzo, ed era una soddisfazione per l’orgoglio di Massimino il trattar Diocleziano da supplicante, e la figliuola di lui da delinquente. Sembrava, che la morte di Massimino assicurasse una favorevole mutazione alla fortuna delle Imperatrici. Il pubblico disordine assopì la vigilanza delle lor guardie, ed esse trovaron facilmente la maniera di fuggire dal luogo del loro esilio, e di condursi, quantunque con cautela e travestite, alla Corte di Licinio. La condotta di lui ne’ primi giorni del suo regno, e l’onorevole accoglienza che fece al giovane Candidiano, posero in cuore a Valeria una segreta speranza, tanto relativamente a se stessa, che al suo figliuolo adottivo. Ma succederon ben presto lo spavento e l’orrore a queste grate apparenze, e le sanguinose esecuzioni, che macchiarono il palazzo di Nicomedia, la convinsero a sufficienza, che il trono di Massimino era occupato da un tiranno più inumano di lui. Valeria provvide alla propria sicurezza, mediante una precipitosa fuga, e sempre accompagnata da Prisca sua madre, andò vagando più di quindici mesi414 per varie province, sconosciuta, sotto povere vesti. Furono finalmente scoperte a Tessalonica, e siccome era già stata pronunziata contro di loro la sentenza di morte, vennero immediatamente decapitate, ed i loro corpi gettati nel mare. Il popolo stupì a questo funesto spettacolo; ma ne fu soppresso il cordoglio e lo sdegno dal timor de’ soldati. Tal fu l’indegno destino della moglie e della figliuola di Diocleziano. Noi deploriamo le loro disgrazie, noi non possiamo scoprirne i delitti, e per quanto possiam giustamente credere che grande fosse la crudeltà di Licinio, fa sempre maraviglia, che egli non si contentasse di una più segreta e decente maniera di vendicarsi415.

Il Mondo Romano restava diviso fra Costantino e Licinio, il primo de’ quali dominava nell’Occidente, e l’altro nell’Oriente. Si avrebbe avuto forse motivo di presumere, che i vincitori, stanchi di tante guerre civili, e legati fra loro con vincoli sì pubblici che privati, dovessero abbandonare o almeno sospendere ogni ulteriore disegno di ambizione; eppure non fu appena passato un anno dopo la morte di Massimino, che i vittoriosi Imperatori voltarono le armi l’uno contro dell’altro. Il genio, la fortuna, e l’indole ambiziosa di Costantino potrebbero farlo risguardare come aggressore; ma il perfido carattere di Licinio giustifica qualunque strano sospetto contro di lui, e colla debole luce, che somministra l’istoria su questo fatto416 possiamo scoprire ch’egli fomentò co’ proprj artifizi una conspirazione contro l’autorità del suo collega. Costantino aveva ultimamente unito in matrimonio la sua sorella Anastasia con Bassiano, persona di famiglia e di fortuna considerabile, innalzando il suo nuovo congiunto al grado di Cesare. Secondo il sistema di governo istituito da Diocleziano, ad esso toccavano per sua parte nell’Impero l’Italia, e forse l’Affrica. Ma l’esecuzione della promessa fu, o differita tant’oltre, o accompagnata da condizioni così svantaggiose, che l’onorevole distinzione, ottenuta da Bassiano, servì ad alienare piuttosto che ad assicurar la sua fedeltà a Costantino. L’elezione di lui era stata ratificata dal consenso di Licinio; e quest’artifizioso Principe per mezzo de’ suoi emissarj ben presto procurò di entrare in una segreta e pericolosa corrispondenza col nuovo Cesare, per irritarne il disgusto, e stimolarlo alla temeraria impresa di estorcere per forza quello, che non poteva ottenere dalla giustizia di Costantino. Ma il vigilante Imperatore scoprì la cospirazione avanti che fosse giunta alla sua maturità, e dopo di aver solennemente rinunziata l’alleanza di Bassiano, lo spogliò della porpora, e gli diede la pena che meritava il tradimento e l’ingratitudine di un tal uomo. Il superbo rifiuto di Licinio, allorchè fu ricercato di rendere i delinquenti, che si eran rifuggiti ne’ suoi dominj, confermò il sospetto che già si aveva della sua perfidia; e gl’indegni trattamenti fatti in Emona, sulle frontiere dell’Italia, alle statue di Costantino, furono il segno della discordia fra questi due Principi417.

[A.D. 314] Seguì la prima battaglia presso Cibali, città della Pannonia sul fiume Savo intorno a cinquanta miglia sopra Sirmio418. Dalle piccole forze che in tale importante incontro due sì potenti Monarchi posero in campo, si può dedurre, che l’uno fu irritato subitaneamente, e l’altro sorpreso all’improvviso. L’Imperator d’Occidente aveva solo ventimila, e quello d Oriente non più di trentacinquemila uomini; era però il minor numero compensato dal vantaggio del luogo. Costantino avea preso posto in un passo largo circa mezzo miglio, fra una scoscesa rupe ed una profonda palude; in tal situazione aspettò con fermezza, e rispinse il primo attacco dell’avversario. Quindi seguitò la sua fortuna, e si avanzò nel piano; ma le legioni veterane dell’Illirico si riunirono sotto il comando di un Capitano, che aveva imparata la milizia nella scuola di Probo e di Diocleziano. I dardi finirono presto da ambe le parti; i due eserciti attaccarono con ugual valore una pugna più stretta di lance e spade, ed il contrasto era durato dubbioso dal far del giorno fino all’ultim’ora della sera, quando l’ala destra, che Costantino comandava in persona, diede un assalto vigoroso e decisivo. La giudiziosa ritirata di Licinio salvò il resto delle sue truppe da una totale disfatta; ma quando egli vide la sua perdita, che ascendeva a più di ventimila uomini, non credè sicuro di passar la notte a fronte di un attivo e vittorioso nemico. Abbandonato il campo ed i magazzini, marciò con diligenza e segretamente alla testa della maggior parte della sua cavalleria, e fu presto liberato dal pericolo di essere inseguito. La sua diligenza salvò la sua moglie, il suo figliuolo, ed i tesori che aveva depositati A Sirmio. Licinio passò per quella città, e, rotto il ponto sul Savo, si affrettò a raccogliere un nuovo esercito nella Dacia e nella Tracia. Nell’atto della sua fuga, diede il titolo precario di Cesare a Valente, suo Generale nella frontiera dell’Illirico419.

Il piano di Mardia nella Tracia fu il teatro di una seconda battaglia, non meno ostinata e sanguinosa della prima. Le truppe mostrarono da ambe le parti l’istesso valore e la stessa disciplina; ed anche questa volta fu decisa la vittoria dalla superiore abilità di Costantino, che diresse un corpo di cinquemila uomini ad occupare un’altezza vantaggiosa, da cui mentre più ardeva l’azione attaccarono la retroguardia del nemico, e ne fecero considerabile strage. Ciò nonostante le truppe di Licinio, presentando la fronte in due luoghi, mantennero sempre il lor posto, finchè l’approssimarsi della notte pose fine al combattimento, ed assicurò la lor ritirata verso i monti della Macedonia420. La perdita di due battaglie e de’ suoi più valorosi veterani ridusse il fiero spirito di Licinio a domandar la pace. Fu ammesso all’udienza di Costantino l’Ambasciatore Mistriano, che spaziò ne’ comuni argomenti di moderazione e di umanità, sì famigliari all’eloquenza de’ vinti; rappresentò nella maniera la più insinuante, ch’era sempre dubbioso l’esito della guerra, mentre le inevitabili calamità della medesima erano dannose del pari ad ambe le parti che contendevano; e dichiarò di essere autorizzato a proporre in nome de’ due Imperatori suoi Signori una stabile ed onorevole pace. Il nome di Valente non incontrò appresso Costantino che sdegno e disprezzo. «Non per questo fine (replicò egli burberamente) ci siamo avanzati dai lidi dell’Oceano occidentale con un corso non interrotto di battaglie e di vittorie, ad oggetto cioè di accettar per nostro collega un miserabile schiavo dopo d’aver rigettato un ingrato congiunto. Il primo articolo del trattato dev’essere l’abdicazione di Valente421.» Bisognò adattarsi a questa condizione umiliante, e l’infelice Valente, dopo un regno di pochi giorni, fu spogliato della porpora e della vita. Tosto che quest’ostacolo fu tolto di mezzo, si restituì facilmente la tranquillità al Mondo Romano. Le successive disfatte di Licinio avevan rovinate le forze di lui, ma nel tempo stesso ne avevan dimostrato il coraggio ed i talenti. La sua situazione era quasi senza speranza, ma qualche volta gli sforzi della disperazione riescono formidabili; ed il buon senso di Costantino preferì un vantaggio grande e sicuro ad un terzo esperimento della sorte dell’armi. Consentì egli di lasciar al suo rivale, o com’esso chiamava nuovamente Licinio, al suo amico e fratello, il possesso della Tracia, dell’Asia minore, della Siria, e dell’Egitto; ma le Province della Pannonia, della Dalmazia, della Dacia, della Macedonia, e della Grecia furon cedute all’Impero d’Occidente, ed il dominio di Costantino si estese in quest’occasione da’ confini della Caledonia fino all’estremità del Peloponeso. Nel medesimo trattato si convenne che i tre giovani reali, figli degl’Imperatori, fosser chiamati alla speranza della successione. Crispo e Costantino il Giovane furono poco dopo dichiarati Cesari nell’Occidente, mentre nell’Oriente Licinio il Giovane fu decorato della medesima dignità. In questa doppia proporzione di onori dimostrò il vincitore la superiorità delle sue armi e della sua potenza422.

Quantunque la riconciliazione fra Costantino e Licinio amareggiata fosse dal risentimento e dalla gelosia, dalla rimembranza delle recenti ingiurie e dal timore de’ futuri pericoli, pure si mantenne per più di ott’anni la pace del Mondo Romano. Siccome incomincia intorno a questo tempo una serie molto regolare di leggi Imperiali, non sarà difficile di enunciare i regolamenti civili, che occuparono la vita tranquilla di Costantino. Ma le più importanti fra le sue costituzioni sono intimamente connesse col nuovo sistema di politica e di religione, che non fu stabilito perfettamente che negli ultimi pacifici anni del regno di lui. Vi sono molte delle sue leggi, che interessando i diritti ed i beni degl’individui non meno che la pratica del foro, posson riferirsi più propriamente alla privata che alla pubblica Giurisprudenza dell’impero; ed egli pubblicò molti editti così locali e temporarj,che non meritano che se ne faccia parola in un Istoria generale. Due però ne vogliamo scegliere fra gli altri; l’uno per l’importanza, l’altro per la singolarità. La prima legge dimostra la notabile umanità di Costantino, la seconda poi l’eccessiva severità del medesimo. I. L’orribil costume, sì frequente fra gli antichi, di esporre o di uccidere i figli nati di fresco, si era sempre più esteso nelle Province, e specialmente nell’Italia. Questo era l’effetto della miseria, la quale principalmente proveniva dal peso intollerabile de’ tributi, e dalle moleste e crudeli persecuzioni degli Uffiziali del Fisco contro i debitori insolventi. La parte più povera o meno industriosa dell’uman genere invece di gradire l’aumento della famiglia, giudicava un atto di tenerezza paterna quello di liberare i propri figli dalle imminenti miserie di una vita, che non potevano sostenere. L’umanità di Costantino, forse mossa da alcuni recenti e straordinari esempi di disperazione, lo indusse a pubblicare un editto in tutte le città dell’Italia, e dopo dell’Affrica, diretto a somministrare immediati, e sufficienti soccorsi a que’ padri, che avesser presentato ai Magistrati i figliuoli, che la povertà non permetteva lor di educare. Ma la promessa era troppo liberale, e la provvisione troppo incerta per produrre un benefizio generale e durevole423. Sebbene la legge meriti lode, pure servì piuttosto a scoprire che a sollevar la pubblica calamità. Questo è un autentico documento, che sempre sussiste, per contraddire e confonder quegli oratori venali, che troppo eran soddisfatti della lor situazione per manifestare il vizio e la miseria sotto il governo d’un generoso Sovrano424.

II. Le leggi di Costantino contro i ratti dimostrano ben poca indulgenza per le più lusinghevoli debolezze della natura umana; giacchè si applicò la denominazione di quel delitto non solamente alla violenza brutale che sforza, ma anche all’insinuante seduzione, che può persuadere una donna non maritata, minore di venticinque anni, a lasciar la casa dei suoi genitori. «Chi aveva eseguito il ratto era punito colla morte; e come se la semplice morte non fosse corrispondente all’enormità del misfatto, egli doveva o esser bruciato vivo, o fatto in pezzi dalle fiere nell’anfiteatro. La dichiarazione che potea far la rapita, che ciò era seguito col consenso di lei, invece di salvare l’amante, esponeva lei medesima ad esser partecipe della pena. Ai genitori della colpevole, o disgraziata fanciulla era ingiunto il dovere di pubblicamente accusarla; e se mai prevaleva in essi il sentimento naturale in maniera da far loro dissimulare l’ingiuria, e riparare, mediante il successivo matrimonio, l’onore della famiglia, eran puniti colla confiscazione e coll’esilio. Gli schiavi dell’uno e dell’altro sesso, convinti di aver dato mano al ratto o alla seduzione, erano bruciati vivi, o posti a morte coll’ingegnoso tormento di versare loro in gola una quantità di piombo liquefatto. Poichè il delitto era pubblico, n’era permessa l’accusa eziandio agli stranieri. La facoltà di agire non si limitava ad alcun termine di anni e si estendevano le conseguenze della sentenza anche alla prole innocente che nasceva da tale irregolar congiunzione425.» Ma quando il castigo eccita più orrore, che il delitto, il rigor della legge penale dee cedere ai comuni sentimenti dell’umanità. Furono dunque mitigate ne’ regni seguenti, o revocate le parti più odiose di tal editto426; e Costantino medesimo con atti speciali di clemenza bene spesso ammollì la durezza delle sue generali costituzioni. Così era infatti singolarmente disposto quell’Imperatore, che tanto si dimostrava indulgente, ed anche trascurato nell’esecuzione delle sue leggi, quanto era severo anzi crudele nel farle. Difficilmente però può vedersi un segno di debolezza più decisivo di questo o nel carattere del Principe, o nella costituzione del Governo427.

L’amministrazione civile fu qualche volta interrotta dalla militar difesa dell’Impero. Crispo, giovane di amabilissima indole, che insieme col titolo di Cesare avea ricevuto il comando del Reno, segnalò la sua condotta ed il suo valore in diverse vittorie riportate sopra i Franchi e gli Alemanni: ed insegnò a’ Barbari di quella frontiera a temere il primogenito di Costantino ed il nipote di Costanzo428. L’Imperatore avea preso per se la provincia più difficile ed importante del Danubio. I Goti, che al tempo di Claudio o di Aurelio, avevan sentito il peso delle armi Romane, rispettarono il poter dell’Impero anche in mezzo alle interne divisioni del medesimo. Ma in una pace di quasi cinquant’anni erasi ristabilita la forza di quella guerriera nazione; si era formata una nuova generazione, che non rammentava più le passate disgrazie: i Sarmati della palude Meotide seguitarono le bandiere dei Goti, o come sudditi o come alleati, o le lor forze unite invasero le regioni dell’Illirico. Sembra che Campona, Margo e Bologna fossero le scene di vari memorabili assedj e combattimenti429; e quantunque Costantino incontrasse una resistenza molto ostinata, finalmente prevalse nella guerra, ed i Goti furono costretti a procurarsi una vergognosa ritirata con restituire la preda ed i prigionieri che avevan fatto. Nè tal vantaggio servì a soddisfare lo sdegno dell’Imperatore. Egli risolvè di castigare non men che rispingere l’insolenza dei Barbari, che avevano ardito d’invadere il paese Romano. Alla testa delle sue legioni passò il Danubio sopra un ponte, ch’era stato costrutto da Traiano, e ch’egli fè ristorare, penetrò ne’ più forti nascondigli della Dacia430, e quando gli ebbe severamente puniti, condiscese a conceder la pace ai Goti supplichevoli, a condizione, che ogni volta che fosser richiesti, gli somministrassero un corpo di quarantamila soldati431. Imprese di questa sorta facevano senza dubbio grand’onore a Costantino, e vantaggio allo Stato, ma si ha giusto motivo di dubitare, se provar si possa l’esagerata asserzione di Eusebio, che tutta la Scizia fino all’estremità del Settentrione, divisa com’era in tanti Popoli di costumi i più selvaggi ed i più differenti fra loro, per mezzo delle vittoriose sue armi erasi aggiunta all’Imperio Romano432.

[A.D. 323] Era impossibile che in questo sublime stato di gloria Costantino potesse più lungamente soffrire un collega nell’Impero. Confidando nella superiorità del suo genio, e della sua forza militare, si determinò, senza alcuna precedente ingiuria, di farne uso per la distruzion di Licinio, di cui l’età ormai avanzata, od i vizi odiosi al popolo pareva che gli presentassero una ben facil conquista433. Ma il vecchio Imperatore, eccitato dall’imminente pericolo, deluse l’aspettazione sia degli amici, che de’ nemici. Richiamando quello spirito, e que’ talenti, per mezzo di cui s’era meritata l’amicizia di Galerio, e la porpora Imperiale, preparossi alla guerra, unì le forze dell’Oriente, e in poco tempo coprì le pianure di Adrianopoli colle sue truppe, e lo stretto dell’Ellesponto colla sua flotta. L’esercito era composto di centocinquantamila fanti, e di quindicimila cavalli; e siccome la cavalleria per la maggior parte era presa dalla Frigia e dalla Cappadocia, possiamo formare un’idea più favorevole della bellezza de’ cavalli, che del coraggio e della destrezza de’ cavalieri. La flotta consisteva in trecentocinquanta galere di tre ordini di remi. Centotrenta di queste furon somministrate dall’Egitto, e dalle adiacenti coste dell’Affrica; centodieci da’ porti della Fenicia e dell’Isola di Cipro, e le altre centodieci dalle parti marittime della Bitinia, della Jonia e della Caria. Le truppe di Costantino si dovevan riunire a Tessalonica; ed ascendevano a sopra centoventimila fra cavalli e fanti434. Esso fu soddisfatto del lor marziale aspetto, ed il suo esercito realmente conteneva più soldati, quantunque minore nel numero degli uomini, che quello del suo competitore orientale. Le legioni di Costantino eran formate nelle più guerriere Province dell’Europa; l’esercizio ne aveva invigorita la disciplina, la vittoria innalzate le speranze, e trovavasi fra loro un gran numero di veterani, che dopo diciassette gloriose campagne sotto il medesimo condottiero, si preparavano a meritare un’onorevol dimissione coll’ultimo sforzo del lor valore435. Ma i preparativi navali di Costantino erano per ogni capo molto inferiori a quelli di Licinio. Le città marittime della Grecia mandarono le rispettive lor quote d’uomini e di navi al porto famoso di Pireo, e tutte le lor forze, prese insieme, non sorpassarono il numero di dugento piccoli vascelli: assai debole armamento, se voglia paragonarsi con quelle formidabili flotte messe in mare, e mantenute dalla Repubblica d’Atene al tempo della guerra del Peloponneso436. Non essendo l’Italia più da gran tempo la sede del Governo, gli stabilimenti navali di Miseno e di Ravenna si erano o poco a poco trascurati; e siccome la navigazione e la marineria dell’Impero venivano sostenute dal commercio anzi che dalla guerra, era naturale che dovessero abbondare più nelle industriose province dell’Egitto e dell’Asia. Solamente fa meraviglia che l’Imperatore dell’Oriente, che aveva in mare una superiorità così grande, trascurasse l’occasione di portare una guerra offensiva nel contro de’ dominj del suo rivale.

[A.D. 323] Invece di prendere tale attiva risoluzione, che avrebbe potuto far mutar faccia a tutta la guerra, il prudente Licinio aspettò l’avvicinamento del suo rivale presso Adrianopoli in un campo da esso fortificato con sì premurosa diligenza, che ben dimostrava il timor ch’egli aveva dell’evento. Costantino diresse la sua marcia da Tessalonica verso quella parte della Tracia, sinchè si trovò arrestato dall’ampio rapido corso dell’Ebro, e scoprì il numeroso esercito di Licinio, che occupava il ripido declive del monte, dal fiume alla città di Adrianopoli. Passarono vari giorni in dubbiose e lontane scaramucce; ma furon tolti finalmente gli ostacoli del passaggio e dell’attacco dall’intrepida condotta di Costantino. Qui non possiamo a meno di riferire un fatto maraviglioso di esso, a cui sebbene possa difficilmente trovarsi l’uguale nella poesia o ne’ romanzi, pure si trova celebrato non già da un venale oratore addetto alla fortuna di lui, ma da un Istorico, special nemico della famiglia del medesimo. Si assicura che il valoroso Imperatore gettossi nell’Ebro accompagnato solo da dodici cavalieri, e che per lo sforzo delle sue invincibili armi, ruppe, disordinò, e pose in fuga un esercito di cinquantamila uomini. La credulità di Zosimo prevalse in tal modo alla sua passione, che sembra che fra gli eventi della memorabil battaglia di Adrianopoli scegliesse e adornasse non già il più importante, ma il più maraviglioso. Conferma il valore ed il pericolo di Costantino una leggiera ferita, ch’esso ricevè nella coscia, ma può rilevarsi anche da un’imperfetta narrazione, e forse da un testo corrotto, che fu cagione della vittoria non meno la condotta del Generale, che il coraggio dell’Eroe: che un corpo di cinquemila arcieri girò ad occupare un folto bosco nella retroguardia del nemico, la cui attenzione era impegnata nella costruzione di un ponte; e che Licinio, confuso per tante artificiose evoluzioni, fu contro sua voglia tirato dal suo vantaggioso posto a combattere nella pianura. Il combattimento allora non fu più uguale; la confusa moltitudine delle nuove reclute di lui restò facilmente vinta dagli sperimentati veterani dell’Occidente. Si dice che trentaquattromila uomini vi fossero uccisi. Il campo fortificato di Licinio fu preso per assalto la sera della battaglia; la maggior parte de’ fuggitivi, che si erano ritirati alle montagne, si renderono il giorno dopo alla discrezione del vincitore; ed il suo rivale, che non potè più tenersi in campagna aperta, si chiuse dentro le mura di Bisanzio437.

L’assedio di questa città, che fu immediatamente intrapreso da Costantino, era molto laborioso ed incerto. Le fortificazioni di quella piazza, che si risguardava con tanta ragione, come la chiave dell’Europa e dell’Asia, erano state riparate ed accresciute nelle ultime guerre civili; e finchè Licinio fu padrone del mare, la guarnigione era molto meno esposta al pericolo della fame, che l’armata degli assedianti. Furon chiamati al campo da Costantino i comandanti di mare, ed ebbero positivi ordini di forzare il passo dell’Ellesponto nel tempo che la flotta di Licinio, invece di cercare, e di distruggere il debole nemico, restava inoperosa in quell’angusto stretto, dove la superiorità nel numero era di poco uso, o vantaggio. A Crispo, figliuol maggiore di Costantino, fu affidata l’esecuzione di quest’ardita impresa, ch’egli condusse con tal coraggio e buon successo, che meritò la stima, ed eccitò probabilissimamente la gelosia di suo padre. L’attacco durò due giorni, e nella sera del primo le flotte, dopo una considerabil perdita da ambe le parti, si ritirarono ne’ lor rispettivi porti dell’Europa e dell’Asia. Il secondo giorno, verso il mezzodì, levossi un forte vento meridionale, che trasportò i vascelli di Crispo incontro al nemico438, ed avendo egli con avveduta intrepidezza profittato di questo casual vantaggio, ben presto conseguì una piena vittoria. Cento trenta vascelli restaron distrutti, cinquemila uomini uccisi, ed Amando, Ammiraglio della flotta asiatica, colla maggior difficoltà si rifuggì ai lidi di Calcedonia. Tosto che fu aperto l’Ellesponto, entrò nel campo di Costantino, che aveva già avanzate le operazioni dell’assedio, un abbondante convoglio di provvisioni. Egli formò dei mucchi artificiali di terra ugualmente elevati che le mura di Bisanzio. Le alte torri, che furono alzate su que’ fondamenti, infestavano gli assediati con grosse pietre e con dardi scagliati dalle macchine militari; e gli arieti, che percuotevan le mura, le avevano rotte in vari luoghi. Se Licinio persisteva più lungamente nella difesa, si esponeva ad esser involto egli stesso nella rovina della piazza; avanti però che gli fosse chiusa l’uscita, esso prudentemente trasferì a Calcedonia nell’Asia la sua persona, ed i suoi tesori; e siccome bramò sempre di associar compagni alle speranze ed ai rischi della sua fortuna, diede in quell’occasione il titolo di Cesare a Martiniano, ch’esercitava uno degli Uffizj più importanti dell’Impero439.

Tali erano i ripieghi e tale l’abilità di Licinio, che dopo tante successive disfatte raccolse di nuovo nella Bitinia un esercito di cinquanta o sessantamila uomini, mentre l’attività di Costantino era impiegata nell’assedio di Bisanzio. Il vigilante Imperatore nondimeno non trascurò gli ultimi sforzi del suo antagonista. Fu trasportata in piccoli legni una parte considerabile del suo vittorioso esercito sul Bosforo, e subito ch’ebbe posto i piedi a terra sulle altezze di Crisopoli, o come si dice adesso, di Scutari, fu attaccata la decisiva battaglia. Le truppe di Licinio, quantunque levate di fresco, male armate, e peggio disciplinate, resisterono ai vincitori con infruttuoso ma disperato valore, finchè una total disfatta, e la strage di venticinquemila uomini determinò irrevocabilmente il destino del loro Capo440. Ritirossi egli a Nicomedia col fine di guadagnar tempo, e colla mira piuttosto di entrare in trattato, che colla speranza di un’efficace difesa. Costanza, moglie di lui e sorella di Costantino, intercedè appresso il fratello in favor del marito, ed ottenne dalla politica piuttosto che dalla compassione di questo una solenne promessa, confermata con giuramento, che dopo il sacrificio di Martiniano, e la rinunzia della porpora, sarebbe stato permesso a Licinio di passare il rimanente della sua vita in pace, e nell’abbondanza. La condotta di Costanza, e la parentela, che aveva colle parti che combattevano, richiama naturalmente allo spirito la memoria di quella virtuosa matrona, ch’era sorella di Augusto, e moglie di Antonio. Ma la maniera di pensare degli uomini era mutata, e non si stimava più un’infamia per un Romano il sopravvivere al proprio onore ed alla propria indipendenza. Licinio chiese, ed accettò il perdono delle sue mancanze; si prostrò colla porpora ai piedi del suo Signore e Padrone; con insultante pietà fu sollevato da terra; nel medesimo giorno ammesso alla mensa Imperiale, e poco dopo mandato a Tessalonica, ch’era stata scelta per luogo del suo confino441. Questo per altro fu terminato in breve dalla morte; ed è posto in dubbio se un tumulto de’ soldati o un decreto del Senato servì di pretesto all’esecuzione. Secondo le regole della tirannia fu accusato di tentare una cospirazione, e di mantenere una perfida corrispondenza co’ Barbari; ma poichè non ne fa mai convinto nè dalla sua condotta, nè da alcuna legittima prova, è permesso per avventura di presumerne l’innocenza dalla sua debolezza442. Fu disonorata la memoria di Licinio coll’infamia; ne furono gettate a terra le statue, ed abolite tutte in un tratto le leggi ed i processi giudiziali del regno di lui con un editto fatto con tale precipitazione, e di conseguenze tanto cattive, che fu quasi subito dopo corretto443.

[A.D. 324] Con questa vittoria di Costantino, il Mondo Romano trovossi di nuovo unito sotto l’autorità di un solo Imperatore, trentasette anni dopo che Diocleziano ne avea diviso la potenza e le province con Massimiano suo collega.

I gradi successivi dell’innalzamento di Costantino, dal tempo in cui prese la porpora a York fino alla rinunzia di Licinio a Nicomedia, si son riferiti minutamente e con precisione, non solo perchè i fatti per se stessi interessano, ma molto più anche perchè i medesimi contribuirono alla decadenza dell’Impero per cagione della gran perdita di sangue e di danaro, e pel continuo accrescimento de’ tributi non meno che del corpo militare. Le immediate memorabili conseguenze di questa rivoluzione furono la fondazione di Costantinopoli, e lo stabilimento della Religione Cristiana.

Note

  1. 332 Il Sig. di Montesquien (Considerations sur la grandeur et la decadence des Romains, c. 17.) suppone sull’autorità di Orosio e di Eusebio, che in quella occasione l’Impero per la prima volta fu realmente diviso in due parti. È difficile però di rinvenire in qual parte il sistema di Galerio differisse da quello di Diocleziano.
  2. 333 Hic non modo amabilis, sed etiam venerabilis Gallis fuit, praecipue quod Diocletiani suspectam prudentiam, et Maximiani sanguinariam violentiam Imperio ejus evaserant: Eutrop. Breviar. X. I.
  3. 334 Divitiis Provincialium (vel Provinciarum) ac privatorum studens, fisci commoda non admodum affectans; ducensque melius publicas opes a privatis haberi, quam intra unum claustrum reservari. Id. ibid. Egli portò questa massima tanto innanzi, che ogni qualvolta facea trattamento, era obbligato a prendere in prestito un servito di argenteria.
  4. 335 Lattanzio de Mort. Persecutor. c. 16. Se fossero le particolarità di questa conferenza più conformi alla verità ed al decoro, si potrebbe sempre dimandare, come vennero a notizia di un oscuro Retore? Ma vi sono vari Storici che ci fanno ricordare l’ammirabile eletto del gran Condè al Cardinale di Retz. «Ces coquins nous font parler et agir, come ils auroient fait eux mêmes à notre place».
  5. 336 Sublatus nuper a pecoribus et silvis (dice Lattanzio, de M. P. c. 19.) statim scutarius, continuo Protector, mox Tribunus, postridie Caesar, accepit Orientem, Aurel. Vittore è troppo liberale in dargli tutta la porzione di Diocleziano.
  6. 337 La sua esattezza e la sua fedeltà sono riconosciute eziandio da Lattanzio. (de M. P. c. 18.)
  7. 338 Questi divisamenti per altro si fondano sulla dubbiosa autorità di Lattanzio (de M. P. c. 20.)
  8. 339 Questa tradizione, ignota ai contemporanei di Costantino, fu inventata tra l’oscurità dei monasteri; abbellita da Geoffrey di Monmouth e dagli Scrittori del XII secolo, è stata sostenuta dai nostri antiquari dell’ultimo secolo, e vien seriamente riferita nella pesante storia d’Inghilterra, compilata dal Sig. Carte. (vol. I. p. 147) Egli trasporta però il regno di Coil, immaginario padre di Elena, da Essex alla muraglia di Antonino.
  9. 340 Eutropio (X. 2.) indica in poche parole la verità, e quello che ha dato luogo all’errore. Ex obscuriori matrimonio ejus filius. Zosimo (1. II. p. 78.) si è attenuto all’opinione la più sfavorevole, ed è stato in ciò seguitato da Orosio. (VII, 25.) Fa maraviglia che Tillemont, Autore instancabile, ma parziale, non abbia fatta attenzione all’autorità di lui. Insistendo sul divorzio di Costanzo, Diocleziano veniva a conoscere la legittimità del matrimonio di Elena.
  10. 341 Tre sono le opinioni sul luogo della nascita di Costantino. I. Gli antiquari Inglesi eran soliti di fermarsi con compiacenza sopra queste parole del Panegirista di lui: Britannias illic oriendo nobiles fecisti; ma questo celebre passo si applica egualmente bene all’avvenimento di Costantino, che alla nascita del medesimo. II. Alcuni moderni Greci fan nascere questo Principe in Drepano, città situata sul golfo di Nicomedia (Cellario T. II. p. 174), a cui Costantino dette l’onorevol nome di Elenopoli, e che Giustiniano abbellì di superbi edifizi. (Procop. de aedific. V. 2.) Per vero dire è molto probabile, che il padre di Elena avesse un albergo in Drepano, e che Costanzo vi alloggiasse, quando ritornò dalla sua ambasceria in Persia sotto il Regno di Aureliano. Ma nella vita errante d’un soldato, il luogo del suo matrimonio e quello della nascita de’ suoi figliuoli hanno pochissimo rapporto l’un con l’altro. III. La pretensione di Naisso è fondata sull’autorità d’uno Scrittore anonimo, l’opera di cui è stata pubblicata alla fine della Storia di Ammiano p. 710, e che faceva generalmente uso di buonissimi materiali. Questa terza opinione è altresì confermata da Giulio Firmico (de Astrologia 1. I. c. 4) che fioriva sotto Costantino. Si son mossi dubbi sulla sincerità, e sull’intelligenza del testo di Firmico, ma l’una di queste due cose è appoggiata ai migliori manoscritti; e l’altra è stata bravamente difesa da Giusto Lipsio de magnitudine Rom. 1. IV. c. 11 e Supplimento.
  11. 342 Litteris minus instructus; l’Anonimo ad Ammian, p. 710.
  12. 343 Galerio, e forse il suo proprio coraggio, l’espose a gran pericolo. In una disfida si mise sotto i piedi un Sarmata (Anonimo 710) vinse un leone di smisurata grandezza. (Vedi Praxagor. presso Fozio p. 63.) Prassagora filosofo Ateniese avea scritta la vita di Costantino in due libri che ora si son perduti. Egli era contemporaneo di questo Principe.
  13. 344 Zosimo l. II. p. 78, 79. Lattanzio de Mort. Pers. c. 24. Rapporta il primo una ridicolosissima storia dicendo, che Costantino fece tagliare i piedi a tutti i cavalli di cui s’era servito. Da un procedere sì stravagante, inutile ad impedire che lo inseguissero, sarebbero certamente nati sospetti, che avrebbero potuto arrestarlo nel suo viaggio.
  14. 345 Anonimo p. 710. Panegir. Vet. VII. 4. Ma Zosimo (l. II. p. 79) Eusebio (de vita Const. l. I. c. 21) e Lattanzio (de mort. Persec. c. 24.) suppongono con minor fondamento, ch’ei trovasse suo padre nel letto della morte.
  15. 346 Cunctis, qui aderant, annitentibus, sed praecipue Croco (alii Eroco) Alamannorum Rege, auxilii gratia Constantium comitato, imperium capit. Vittore il Giovane, cap. 41. Questo forse è il primo esempio d’un Barbaro, che abbia servito ne’ campi Romani con un corpo indipendente de’ suoi propri sudditi. Tale uso divenne famigliare, e finì con esser funesto.
  16. 347 Eumene, il suo panegirista (VII. 8.) ardì di asserire in presenza di Costantino, che questi avea dato di sprone al suo cavallo e tentato, ma in vano, di fuggire dalle mani de’ suoi soldati.
  17. 348 Lattanzio de mort. Persec. c. 25. Eumene (VII. 8) descrive tutte queste circostanze collo stile d’un Retore.
  18. 349 Egli è naturale d’immaginare, e pare che Eusebio lo indichi, cioè che Costanzo morendo nominasse Costantino per suo successore. Questa scelta sembra confermata dall’autorità la più sicura, che è il consenso di Lattanzio (de mort. Persecut. c. 24.) e di Libanio (Orat. 1.); di Eusebio (Vit. Const. l. 1. c. 18, 14), e di Giuliano (Orat. I.).
  19. 350 Delle tre sorelle di Costantino, Costanza sposò l’Imperatore Lacinio; Anastasia il Cesare Bassiano, ed Eutropia, il Console Nepoziano. I suoi tre fratelli erano Dalmazio, Giulio Costanzo, e Anniballiano, de’ quali avremo in appresso occasion di parlare.
  20. 351 Vedi Grutero (inscript. p. 178.) I sei Principi sono tutti nominati: Diocleziano e Massimiano, come i più antichi Augusti, e come Padri degli Imperatori. Essi unitamente dedicano questo magnifico edifizio per l’uso dei loro cari Romani. Gli architetti han disegnato le rovine di queste Terme, e gli antiquari, particolarmente Donato e Nardini, hanno determinato lo spazio che esse occupavano. Una delle gran sale è ora la chiesa dei Certosini; ed è bastato un sol calidario per un’altra chiesa, che appartiene ai Bernardoni.
  21. 352 Lattanzio de M. P. c. 26, 31.
  22. 353 Il sesto Panegirico mette nel più favorevol aspetto la condotta di Massimiano; e l’espressione equivoca di Aurelio Vittore, retractante diu, può significare egualmente che ei tramò la congiura, o che vi si oppose. Si veda Zosimo 1. II. p. 79, e. Latt. de M. P. c. 26.
  23. 354 Le circostanze di questa guerra e la morte di Severo son raccontate diversissimamente, e con una maniera molto incerta ne’ nostri antichi frammenti. Vedi Tillem. Hist. des Emp. T. IV. p. 555. Io ho procurato di cavarne un racconto conseguente e verisimile.
  24. 355 Il sesto Panegirico fu recitato per celebrare l’innalzamento di Costantino, ma il prudente Oratore evita di parlar di Galerio o di Massenzio. Non fa che una leggiera allusione alle attuali turbolenze ed alla Maestà di Roma.
  25. 356 Vedi al proposito di questo trattato i frammenti d’un istorico anonimo, che il Sig. di Valois ha pubblicato alla fine della sua edizione di Ammiano Marcellino, pag. 711. Questi frammenti ci hanno somministrato molti aneddoti curiosi, e per quanto apparisce, autentici.
  26. 357 Lattanzio de M. P. c. 20. La prima di queste ragioni è presa da Virgilio, quando fa dire ad uno de’ suoi pastori: Illam ego huic nostrae similem, Meliboee, putavi etc. Lattanzio ama queste poetiche allusioni.
  27. 358 Castra super Tusci si ponere Tybridis undas; (Jubeus)

    Hesperios audax veniam metator in agros
    Tu quoscumque voles in planum effundere muros,
    His aries actus disperget saxa lacertis,
    Illu licet, penitus tolli quam jusseris urbem,
    Roma sit.

    Lucan. Phars. 381.

  28. 359 Lattanzio de M. P. c. 27. Zosimo l. II p. 82. Questi ci fa sapere, che Costantino, nel suo abboccamento con Massimiano, avea promesso di dichiarare la guerra a Galerio.
  29. 360 Tillemont (Hist. des Emp. T. IV. P. I. p, 559.) ha provato che Licinio, senza passare pel grado intermedio di Cesare, fu dichiarato Augusto gli 11. Novembre dell’anno 307 dopo il ritorno di Galerio dall’Italia.
  30. 361 Lattanzio de M. P. c. 32. Quando Galerio innalzò Licinio alla medesima dignità della sua, e lo dichiarò Augusto, credè di poter contentare il suo giovane collega, immaginando per Costantino e Massimino (e non Massenzio, Vedi Baluzio p. 81.) il nuovo titolo di figli degli Augusti. Ma Massimino gli fece sapere, ch’egli era già stato salutato Augusto dall’esercito; o allora Galerio fu obbligato di riconoscere questo Principe non altrimenti che Costantino, come eguali associati alla dignità Imperiale.
  31. 362 Vedi Panegyr. Vet. VI. 9. Audi doloris nostri liberam vocem etc. Tutto questo passo è dettato dalla più fina e accorta adulazione, ed è espresso con un’eloquenza facile e piacevole.
  32. 363 Lattanzio de M. P. c. 28. Zosimo l. II. p. 82. Si fece correre il rumore, che Massenzio era figlio di qualche oscuro Siriano, e che la moglie di Massimiano l’avea sostituito al suo proprio figliuolo, V. Aurelio Vittore, Anonim. Val. Panegyr. Vet. IX. 3. 4.
  33. 364 Ab urbe pulsum, ab Italia fugatum, ab Illyrica repudiatum, tuis provinciis, tuis copiis, tuo palatio recepisti. Eumen. Panegyr. Vet. VII. 14.
  34. 365 Lattanzio de Mort. Persec. c. 39. Ciò nonostante quando Massimiano ebbe deposta la porpora, Costantino gli conservò sempre la pompa e gli onori della dignità Imperiale, e in tutte le pubbliche occasioni dava la dritta al suo suocero. Panegyr. Vet. VII. 15.
  35. 366 Zosimo L. II. p. 82. Eumen. Panegyr. Veter. VII 16-21. Quest’ultimo ha rappresentato, senza dubbio, tutto l’affare nell’aspetto più vantaggioso pel suo Sovrano; pure anche dalla parziale di lui narrazione possiam concludere, che la ripetuta clemenza di Costantino, ed i reiterati tradimenti di Massimiano, nella maniera in cui vengono descritti da Lattanzio (de M. P. c. 29 30) e copiati da’ moderni, non son sostenuti da alcun istorico fondamento.
  36. 367 Aurel. Vittor. e. 40. Ma quel lago era situato nella Pannonia superiore vicino alle frontiere del Norico; e la Provincia di Valeria (nome che ricevè dalla moglie di Galerio il territorio seccato) è senza dubbio fra il Dravo e il Danubio (Sest. Rufo e. 9.) Io sospetterei dunque che Vittore avesse confuso il lago Pelso con le paludi Volocee, che hanno adesso il nome di lago Sabaton o Balaton. Questo è nel cuore della Valeria, e l’estensione, che ha presentemente, non è minore di 12 miglia d’Ungheria (che sono circa 70 Inglesi) di lunghezza, e due di larghezza. Vedi Severio. Pannonia lib. 1. c. 9.
  37. 368 Lattanzio (de M. P. c. 33.) ed Eusebio (l. VIII. c. 16.) descrivono gli accidenti ed il progresso di questa infermità con singolare accuratezza, e, per quanto sembra, con piacere.
  38. 369 Se alcuno tuttavia si dilettasse, come ultimamente fece il Dottor Jortin (Osservazioni sull’Istoria Ecclesiastica vol. II. p. 307-356) di far menzione delle morti maravigliose de’ persecutori, io gli raccomanderei di leggere un ammirabil passo di Grozio (Istor. l. VII. p. 332) rispetto all’ultima malattia di Filippo II Re di Spagna.
  39. 370 Vedi Euseb. l. IX. 6. 10. Lattanz. de M. P. c. 36. Zosimo è meno esatto, ed evidentemente confonde Massimiano con Massimino.
  40. 371 Vedi il Panegirico VIII, nel quale Eumene alla presenza di Costantino espone la miseria, e la gratitudine della Città di Autun.
  41. 372 Eutrop. X. 3. Paneg. Vet. VII. 10, 11, 12. Furono in simil guisa esposti molti giovani Franchi alla stessa crudele ed ignominiosa morte.
  42. 373 Giuliano esclude Massenzio dal banchetto de’ Cesari con abborrimento e disprezzo, e Zosimo (l. II. p. 85) l’accusa di ogni specie di crudeltà e di scelleratezza.
  43. 374 Zosimo l. II. p. 83-85. Aurelio Vittore.
  44. 375 Si dovrebbe leggere il passo di Aurelio Vittore nel seguente modo: «Primus instituto pessimo, munerum specie, Patres oratoresque pecuniam conferre prodigenti sibi cogeret.»
  45. 376 Paneg. Vet. IX. 3. Euseb. Hist. Ecl. VIII. 14. et in vit. Constant. l. 33. 34. Rufin. c. 17. La virtuosa Matrona, la quale si uccise per evitar la violenza di Massenzio, era Cristiana, e moglie del Prefetto di Roma, chiamata Sofronia. Resta sempre in dubbio fra’ Casisti, se il suicidio in simili casi possa giustificarsi.
  46. 377 L’indeterminata espressione di Aurelio Vittore è questa: Praetorianis caedem vulgi quondam annueret. Vedasi un più circostanziato, sebbene alquanto diverso racconto di un tumulto ed uccisione, che avvenne a Roma, in Eusebio 1. VIII. c. 14, ed in Zosimo lib. II. p. 84.
  47. 378 Vedi ne’ Panegirici (IX. 14) una viva descrizione della indolenza, e del vano orgoglio di Massenzio. Osserva l’oratore in un altro luogo, che le ricchezze accumulate in Roma nel corso di 1060 anni, furon concesse dal Tiranno alle mercenarie sue truppe; redemptis ad civile latrocinium manibus ingesserat.

379 Dopo la vittoria di Costantino si conveniva generalmente, che il motivo di liberar la Repubblica da un detestabil tiranno avrebbe in qualunque tempo giustificato la di lui spedizione in Italia. Euseb. in vit. Constant. l. I. c. 26. Paneg. Vet. IX. 2.
380 Zosim. lib. II. 84-85. Nazar. in Panegyr. X. 7-13.
381 Vedi Paneg. Vet. IX. Omnibus fere tuis Comitibus et Ducibus non solum tacite mussantibus, sed etiam aperte timentibus, contra consilia hominum, contra Haruspicem monita ipse per temet liberandae Urbis tempus venisse sentires. Si fa menzione dell’ambasciata de’ Romani solo da Zonara (l. XIII) e da Cedrano (Compend. Histor. p. 270); ma questi moderni Greci ebbero la comodità di consultare molte Opere, che dopo si son perdute, fra le quali si dee contare la Vita di Costantino scritta da Prassagora. Fozio (p. 63) fece un brev’estratto di quell’opera istorica.
382 Zosimo (l. II. p. 86) ci ha lasciato questo curioso ragguaglio delle forze, che si trovavano da ambe le parti. Egli non fa menzione di alcun armamento navale, quantunque sia sicuro (Paneg. Vet. IX. 25) che fu attaccata la guerra per mare non meno, che per terra, e che la flotta di Costantino prese possesso della Sardegna, della Corsica, e de’ porti dell’Italia.
383 Paneg. Vet. IX. 3. Non dee far maraviglia, che l’oratore diminuisse il numero dello truppe, con le quali il suo Sovrano condusse a fine la conquista dell’Italia; ma sembra un poco singolare, ch’egli non valutasse l’esercito del tiranno a più di 100000 uomini.
384 I tre passi principali delle Alpi fra la Gallia e l’Italia son quelli del monte di S. Bernardo, del monte Cenisio, e del monte Ginevro. La tradizione e certa somiglianza di nomi (Alpes penninae) han fatto sì, che il primo di questi si assegni alla marcia d’Annibale (Vedi Simler de Alpibus). Il Cavalier di Folard (Polib. tom. IV.) e il Danville l’han condotto pel monte Ginevro. Ma nonostante l’autorità di un esperto Uffiziale, e di un erudito Geografo, le pretensioni del monte Cenisio vengono sostenute in una plausibile, per non dir convincente maniera dal Sig. Grosley, Observations sur l’Italie, Tom I. p. 40[a].
[a] Nelle Mescolanze di Gibbon si trova un passo in cui egli discute più a lungo questa spinosa quistione, e rimansi indeciso tra Tito Livio e Polibio, tra il monte Ginevro e il Gran-S. Bernardo. Ma dopo di lui il generale inglese Melville e Deluc, figlio, hanno scoperto e dimostrato che Annibale passò in Italia per l’Alpe greca, ossia del Piccolo San Bernardo, passaggio de’ più frequentati abantiquo, ed il più comodo, secondo Ebel, che in tutta la giogaia delle Alpi vi sia. Vedi parimente una bella dissertazione del Rezzonico. Tom. I. delle sue Opere.[N. d. T.]
385 La Brunetta vicino a Susa, Demont, Exiles, Fenestrelle, Coni, ec.
386 Vedi Ammian. Marcellin. XV. 10. La descrizione, che egli fa delle strade sulle Alpi, è chiara, vivace ed esatta.
387 Zosimo ugualmente ch’Eusebio trascorrono dal passaggio delle Alpi alla decisiva battaglia vicino a Roma. Dobbiamo riportarci a due Panegirici per le azioni che fece Costantino nel tempo di mezzo.
388 Il Marchese Maffei ha esaminato l’assedio e la battaglia di Verona con quella dose di attenzione e di accuratezza, che meritava un’azione memorabile successa nel di lui paese nativo. Le fortificazioni di quella città, costruite da Gallieno, erano meno estese delle moderne mura, nè l’anfiteatro si trovava dentro il recinto di quelle. Vedi Verona illustrata: Part. I. p. 142-150.
389 Mancavano le catene per tanta moltitudine di schiavi, nè sapevasi qual partito prendere nel consiglio; ma il sagace conquistatore felicemente immaginò l’espediente di convertire in ferri lo spade de’ vinti. Paneg. Vet. XI. 11.
390 Paneg. Vet. IX. 10.
391 Literas calamitatum suarum indices supprimebat. Panegyr. Vet. IX. 15.
392 Remedia malorum potius quam mala differebat; così censura Tacito acutamente la supina indolenza di Vitellio.
393 Il Marchese Maffei ha ridotto all’ultima probabilità che Costantino fosse per anco a Verona il primo di settembre dell’anno 312 e che la memorabil Era delle indizioni avesse principio dalla conquista ch’ei fece della Gallia Cisalpina.
394 Vedi Paneg. Vet. IX. 16. Lattanz. de M. P. 6. 44.
395 Illo die hostem Romanorum esse periturum. Il Principe vinto divenne, secondo il solito, nemico di Roma.
396 Vedi Paneg. Vet. IX. 16. X. 27. Il primo di questi oratori magnifica la quantità del grano, che Massenzio avea raccolto dall’Affrica e dalle Isole: eppure se qualche fede si dee prestare alla scarsità di cui si fa menzione da Eusebio (in vit. Constant. l. I. c. 36.) gl’Imperiali granai non erano aperti che per li soldati.
397 Maxentius ... tandem urbe in Saxa Rubra millia ferme novem aegerrime progressus. Aurel. Victor. Vedi Cellar. Geograph. Aut. Tom. I. p. 463. Questo luogo chiamato Saxa Rubra si trovava in vicinanza della Cremera, piccolo ruscello, illustrato dal valore, e dalla morte gloriosa de’300. Fabj.
398 Il posto che avea preso Massenzio, avendo il Tevere alle spalle, vien con molta chiarezza descritto da due Panegiristi IX. 16. X. 28.
399 Exceptis latrocinii illius primis auctoribus, qui desperata venia locum, quem pugnae sumpserant, texere corporibus. Paneg. Vet. IX. 17.
400 Ben tosto promulgossi un rumore assai vano, che Massenzio, il quale non avea presa precauzione veruna per la sua ritirata, avesse teso un artificiosissimo laccio per distrugger l’armata di chi l’inseguiva; ma che il ponte di legno, che dovea sciogliersi all’arrivo di Costantino, disgraziatamente si ruppe sotto il peso de’ fuggitivi Italiani. Tillemont (Hist. des Empereurs T. IV. Part. I. 657) esamina molto seriamente, se ]a testimonianza di Eusebio, e di Zosimo contro il senso comune debba prevalere al silenzio di Lattanzio, di Nazario, e dell’Anonimo contemporaneo, che compose il nono Panegirico.
401 Zosimo (l. II, p. 86, 88), ed i due Panegirici, il primo de’ quali fu recitato pochi mesi dopo, ci danno una chiarissima idea di questa gran battaglia: e se ne cava ancora qualche util notizia da Eusebio, da Lattanzio, e dall’Epitome.
402 Zosimo, il nemico di Costantino, confessa (l. II. p. 88) che solo pochi amici di Massenzio furon posti a morte; ma è da notarsi quel passo espressivo di Nazario (Paneg. Vet. X. 6.) Omnibus, qui labefactari statum ejus poterant, cum stirpe deletis. L’altro Oratore (Paneg. Vet. IX. 20, 21) si contenta d’osservare, che Costantino, quando entrò in Roma, non imitò i crudeli macelli di Cinna, di Mario, o di Silla.
403 Vedi i due Panegirici, e nel Codice Teodosiano le leggi, fatte a tal proposito nell’anno seguente.
404 Paneg. Vet. IX. 20. Lattanz. de M. P. c. 44. Massimino, che senza dubbio era il più antico fra i Cesari, pretendeva con qualche apparenza di ragione il primo posto fra gli Augusti.
405 Adhuc cuncta opera, quae magnifice construxerat. Urbis fanum atque Basilicam Flavii meritis Patres sacravere. Aurel. Victor. Rispetto al furto dei trofei di Traiano vedasi Flaminio Vacca appresso il Montfaucon (Diar. Ital. p. 250) e l’Antiquité expliquée di quest’ultimo: (Tom. IV. p. 171.)
406 Praetoriae legiones, ac subsidia, factionibus aptiora quam Urbi Romae, sublata penitus, simul arma atque usus indumenti militaris. Aurel. Victor. Zosimo (lib. II. p. 89) rammenta questo fatto da Istorico, ed è molto solennemente celebrato nel Panegirico IX.
407 Ex omnibus provinciis optimates viros curiae tuae pigneraveris, ut Senatus dignitas ... ex totius Orbis flore consisteret. Nazar. Paneg. Vet. IX. 35. Potrebbe quasi parere adoprata maliziosamente quella parola pigneraveris. Intorno alla tassa de’ Senatori vedi Zosimo (l. II. p. 115), il Codice Teodosiano (lib. VI. Tit. 2.) col Cemento del Gottofredo, e le Memorie dell’Accademia delle Iscrizioni (Tom. XXVIII. p. 726.)
408 Possiamo adesso incominciare a descrivere le gite degli Imperatori mediante l’uso del Codice Teodosiano; ma le date sì del tempo, che de’ luoghi sono state frequentemente alterate dalla negligenza de’ Copisti.
409 Zosimo (l. II. p. 89.) osserva, che la sorella di Costantino era stata promessa in isposa a Licinio avanti la guerra. Secondo Vittore il Giovane, Diocleziano fu invitato alle nozze: ma avendo egli addotto in iscusa per non andarvi, la sua età e le sue malattie, ricevè una seconda lettera piena di rimproveri per la supposta di lui parzialità in favor di Massenzio e di Massimino.
410 Zosimo racconta come fatti ordinari la disfatta e la morte di Massimino; ma Lattanzio (de M. P. c. 45-50) si diffonde su quelli, attribuendoli ad una miracolosa disposizione del Cielo. Licinio era in quel tempo uno de’ protettori della Chiesa.
411 Lattanzio de M. P. c. 50. Aurelio Vittore indica la diversa condotta di Licinio e di Costantino in far uso della vittoria.
412 Si soddisfacevano le sensuali passioni di Massimino a spese de’ propri sudditi. Gli Eunuchi di esso, che rapivano a forza le spose e le vergini, con scrupolosa curiosità ne esaminavano le nude bellezze, affinchè non si trovasse parte veruna del loro corpo indegna degli abbracciamenti reali. La ripugnanza e il rifiuto si riguardava come un tradimento, e qualunque bella, che si ostinasse ad esser ritrosa, condannavasi ad esser annegata. Fu appoco appoco introdotto l’uso, che nessuno potesse prender moglie senza la permissione dell’Imperatore «ut in omnibus nuptiis praegustator esset». Lactant. de M. P. c. 38.
413 Diocleziano finalmente mandò cognatum suum quemdam militarem ac potentem virum per intercedere a favore della sua figlia (Lattanz. de M. P. c. 31). Noi non siamo abbastanza informati dell’istoria di questi tempi per determinar la persona, ch’ebbe tal incumbenza.
414 Valeria quoque per varias provincias quindecim mensibus plebeio cultu pervagata. Lactant. de M. P. c. 51. Vi è qualche dubbio, se i quindici mesi debban contarsi dal tempo dell’esilio, o della fuga di essa. L’espressione pervagata sembra indicare, che si contino dalla fuga; ma in tal caso bisogna supporre, che il trattato di Lattanzio fosse scritto dopo la prima guerra civile tra Licinio, e Costantino. Vedi Cuper p. 254.
415 Ita illis pudicitia et conditio fuit. Lactant. de M. P. e. 51. Questi riferisce le disgrazie delle innocenti moglie e figlia di Diocleziano con una molto natural mescolanza di compassione e di letizia.
416 Il curioso lettore, che voglia consultare il frammento Valesiano (p. 713) mi accuserà forse di darne un’ardita e licenziosa parafrasi; ma se lo considera con attenzione, conoscerà, che la mia interpretazione è probabile e coerente.
417 La situazione di Emona, o come si chiama presentemente, Laybach nella Carniola (Danville, Geog. Anc. T. I. p. 187) può suggerire una congettura. Essendo ella posta al nord-est delle alpi Giulie, quell’importante Territorio divenne un soggetto naturale di controversia fra’ Sovrani dell’Italia e dell’Illirico.
418 Cibalis, o Cibalae (di cui conservasi ancora il nome nelle oscure rovine di Swilei) era intorno a cinquanta miglia lontana da Sirmio, capitale dell’Illirico; e circa cento da Taurunum o Belgrado, e dall’unione del Danubio col Savo. Le guarnigioni Romane, e le città poste su que’ fiumi sono eccellentemente illustrate dal Danville in una memoria inserita nell’Accademia delle Iscrizioni Tom. 28.
419 Zosimo (l. II, p. 90, 91) descrive minutamente questa battaglia, ma più da retore, che da soldato.
420 Zosimo (l. II. p. 92-93) l’Anonimo Valesiano (p. 713) e l’Epitome ci fan note alcune circostanze; ma confondono spesso le due guerre fra Licinio e Costantino.
421 Petr. Patricius in Excerpt. Legat. p. 27. Se volesse credersi, che ??????? più propriamente significasse un genero, che un congiunto, si potrebbe congetturare, che Costantino, assumendo il nome insieme co’ doveri di padre, avesse adottato i figli di Teodora suoi fratelli e sorelle minori.
422 Zosimo l. II p. 93. Anon. Valesiano p. 713. Eutrop. X. 5. Aurel. Vittore. Euseb. in Chron. Sozomen. l. I. c. 2. Quattro di questi scrittori affermano, che la promozione dei Cesari fu un articolo del Trattato. Egli è però certo che Costantino e Licinio i Giovani per anche non erano nati: ed è molto probabile, che tal promozione si facesse il primo di Marzo dell’anno 317. Si Era verisimilmente convenuto, che l’Imperator d’Occidente creasse due Cesari, ed uno quello di Oriente; ma ciascheduno di loro si riservò la scelta delle persone.
423 Cod. Theodos. lib. XI. Tit. 27. Tom. IV. p. 188 con le osservazioni del Gottofredo. Vedi anche lib. V. Tit. 7. 8.
424 Omnia foris placita, domi prospera, annonae ubertate, fructuum copia (Paneg. Vet. X. 58). Quest’orazione di Nazario fu pronunziata il giorno de’ Quinquennali de Cesari, cioè il primo di Marzo dell’anno 321.
425 Vedasi l’editto di Costantino indirizzato al popolo Romano nel Cod. Teodosiano lib. IX. Tit. 24. Tom. 3. p. 189.
426 Il figliuolo di Costantino assegna molto a proposito la vera causa di questa revocazione »ne sub specie atrocioris judicii aliqua in ulciscendo crimine dilatio nasceretur». Cod. Theodos. Tom. III. p. 193.
427 Eusebio (in vit. Const. l. III. c. 1.) osa affermare che durante il regno del suo Eroe la spada della giustizia restò oziosa nelle mani de’ Magistrati. Eusebio stesso però (lib. IV. c. 29-54) ed il Codice Teodosiano ci fan conoscere, che quest’eccessiva dolcezza non era dovuta alla mancanza nè di atroci delinquenti, nè di leggi penali.
428 Nazario Paneg. Vet. IX. Si trova espressa in alcune medaglie la vittoria di Crispo sugli Alemanni.
429 Vedi Zosimo l. II. p. 93, 94, quantunque non sia la narrazione di quell’Istorico nè coerente, nè chiara. Il panegirico di Optaziuno (c. 13.) rammenta l’alleanza de’ Sarmati co’ Carpi e coi Goti, e indica i diversi campi di battaglia. Si suppone che i giuochi Sarmatici, che si celebravano nel mese di Novembre, avessero avuto origine dal buon successo di questa guerra.
430 Ne’ Cesari di Giuliano (p. 329, Comment. di Spanemio p. 252.) Costantino si vanta d’aver ricuperato la provincia della Dacia, soggiogata già da Traiano; ma soggiunge Sileno, che le conquiste di Costantino erano come i giardini d’Adone, che languiscono e si seccano quasi nel momento stesso che nascono.
431 Giornand. de reb. Getic. c. 21. Io non so quanto possiam fidarci della sua autorità. Un’alleanza di questa sorta ha un’aria molto recente, e difficilmente si può applicare alle massime, elle si avevano al principio del quarto secolo.
432 Eusebio in vit. Constant. l. 1. c. 8. Questo passo però è preso da una generale declamazione sulla grandezza di Costantino, ma da alcun racconto speciale della guerra Gotica.
433 Constantinus tamen, vir ingens, et omnia efficera nitens, quae animo preparasset, simul Principatum totius orbis affectans, Licinio bellum intulit. Eutrop. X. 5, Zosimo l. II. p. 89. Le ragioni, ch’essi hanno addotto per la prima guerra civile, possono applicarsi piuttosto alla seconda.
434 Zosimo l. II. p. 94, 95.
435 Costantino avea gran cura di concedere privilegi e sollievi a’ suoi veterani compagni (conveterani) com’egli comincia in questo tempo a chiamarli (Vedi il Codi. Teodosian. lib. VII. Tit. 20. Tom. II. p. 419, 429.).
436 Quando gli Ateniesi avevan l’impero del mare, la loro flotta era composta di trecento, e dopo di quattrocento galere a tre ordini di remi, tutte ben allestite, e pronte all’immediato servizio. L’arsenale, fatto nel porto di Pireo, costò alla Repubblica mille talenti, che sono quattrocentoquarantamila zecchini. Vedi Tucidide de bell. Pelloponnes. lib. II. c. 13 e Meursio de fortificat. Attica, c. 19.
437 L. II. p. 95, 96. Nel frammento Valesiano descrivesi tal battaglia brevemente, ma con chiarezza: Licinius vero circa Hadrianopolim maximo exercitu latera ardui montis impleverat: illuc toto agmine Constantinus inflexit. Cum bellum terra marique traheretur, quamvis per arduum suis nitentibus, attamen disciplina militari et felicitate, Constantinus, Licinii confusum, et sine ordine agentem vicit exercitum, leviter femore sauciatus.
438 Zosimo l. II. p. 97-98. La corrente sempre viene dalla parte dell’Ellesponto, e quando è aiutata da un vento settentrionale, nessun vascello può arrischiarsi a passare, ma un vento meridionale rende la corrente quasi insensibile. Vedi il Viaggio di Tournefort in Levante. Let. XI.
439 Aurelio Vittore, Zosimo l. II p. 98. Secondo quest’ultimo, era Martiniano Magister officiorum, usando egli la frase latina in greco. Sembra che alcune medaglie indichino, che durante il suo breve regno ricevesse il titolo d’Augusto.
440 Eusebio (in vit. Constant. l. II. c. 16. 17.) attribuisce tal decisiva vittoria alle devote preci dell’Imperatore. Il frammento Valesiano (p. 714.) fa menzione d’un corpo di Goti ausiliari sotto il loro Capo Aliquaca, ch’erano del partito di Licinio.
441 Zosimo l. II. p. 102. Vittore il Giovane nell’Epitome. Anon. Valesiano p. 714.
442 Contra religionem sacramenti Thessalonicae privatus occisus est. Eutropio (X); e la sua testimonianza vien confermata da S. Gerolamo (in Chronic.) e da Zosimo (l. II p. 102.) Lo scrittore Valesiano è il solo, che faccia menzione de’ soldati, e Zonara solamente chiama in aiuto il Senato. Eusebio salta prudentemente questo passo delicato; ma Sozomeno, cento anni dopo, incomincia ad asserire che Licinio tentava tradimenti.
443 Vedi il Codice Teodosiano lib. XV. Tit. 15. Tom. V. p. 404-405. Questi editti di Costantino dimostrano una dose di passione, ed una precipitazione che molto poco si convengono al carattere di Legislatore.