Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo I/Parte III/Libro III

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Libro III – Letteratura de’ Romani dalla distruzione di Cartagine fino alla morte di Augusto

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Libro III – Letteratura de’ Romani dalla distruzione di Cartagine fino alla morte di Augusto
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LIBRO TERZO

Letteratura de’ Romani dalla distruzion
di Cartagine fino alla morte di Augusto.

Chiunque prende a esaminare attentamente le vicende di Roma, non può non riflettere che la romana letteratura andò quasi a ugual passo avanzandosi coll’armi romane. Finchè queste si stettero angustamente rinchiuse tra’ popoli confinanti, appena conobbesi in Roma letteratura di sorte alcuna. Non sì tosto cominciarono esse nel sesto secolo a rompere ogni [p. 270 modifica]riparo, ed insultare a’ popoli ancor più lontani, si vider sorgere a un tempo stesso le scienze; e la poesia, l’eloquenza, la storia cominciarono ad avere qualche ornamento, come se esse ancora si rivestissero delle spoglie nemiche. Ciò sì è veduto nelle due epoche precedenti. Cadde finalmente l'anno 607 l’ambiziosa Cartagine, e col cader di Cartagine parve che il mondo tutto cadesse a piè di Roma. Niuna potenza si tenne più contro la vittoriosa repubblica; le nazioni pressochè tutte furon costrette a riconoscerla a lor signora; e quelle si riputaron felici che la lor servitù poterono apparentemente nascondere coll’onorevole titolo di alleanza. Al tempo medesimo un nuovo ardor per gli studi si accese in cuore a’ Romani, e a maggior perfezione furon da essi condotte le arti e le scienze. Ciò si dovette in gran parte alla conquista della Grecia, che seguì d’appreso la terza guerra Cartaginese, e ingegnosamente disse perciò Orazio:

Graecia capta ferum victorem cepit, et artes
Intulit agresti Latio1. L. 1, Ep. 1.

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Ma in gran parte ancor si dovette a quel più tranquillo riposo, di cui godendo i Romani dopo la rovina dell’impero cartaginese e delle altre più temute nazioni, poterono più agiatamente rivolgersi alle scienze. Dappoichè, dice Tullio (De Invent. l. 2, n. 14), l’impero di Roma fu steso intorno per ogni parte, e una durevol pace permise il vivere tranquillamente, non vi ebbe quasi alcuno tra’ giovani bramosi di lode, che con tutto l’impegno non si volgesse all’eloquenza. Questa semplice sposizione del fatto basta, per mio avviso, a confutare il paradosso del celebre moderno filosofo Gian Jacopo Rousseau, il quale ha preteso di persuaderci che il coltivamento delle scienze cagionata abbia la rovina così di altri regni, come singolarmente del romano impero2. Gli studi de’ Romani furono in gran [p. 272 modifica]parte frutto delle loro conquiste; quanto più queste si accrebbero, tanto più ancora accrebbesi il lor sapere; il secol d'Augusto fu quello che l’armi insieme e le lettere de Romani portò al sommo della lor gloria; nè questa sarebbe poscia venuta meno se tutt’altre cagioni, che a me qui non appartiene l’esaminare e che si posson vedere nel bel trattato Dell’origine delle grandezze e del decadimento de’ Romani di M. Montesquieu, non avessero a lenti passi condotta la repubblica alla sua rovina.

Ella è dunque questa, di cui prendiamo ora a trattare, l’epoca la più gloriosa alla romana letteratura. Abbraccia lo spazio di poco oltre ad un secolo e mezzo, cioè dall’anno di Roma 607 in cui cadde Cartagine, fino all’anno 766 in cui morì Augusto. Saravvi forse taluno a cui sembri inutile questa mia fatica, poichè abbiam avuta di fresco la Storia del secolo d’Augusto dal co. Benvenuto di S. Rafaele, stampata in Milano l’anno 1769, che anche la letteratura romana di questi tempi ha abbracciato. Ma sembra che questo autore abbia anzi voluto porci sotto degli occhi un filosofico quadro che una esatta storia. E saravvi forse chi brami in lui un più giusto ordin di cose, e non approvi, a cagion d’esempio, che la serie degli storici che nel secolo d’Augusto fiorirono, [p. 273 modifica]cominci da Svetonio che visse a’ tempi di Traiano e di Adriano, e comprenda ancora Giustino scrittore di età incerta, ma posteriore anche a Svetonio. Comunque sia, non sarà forse spiacevole il vedere uno stesso argomento trattato per diversa maniera; e se questa mia Storia non sarà degna di venire al confronto con quella del dotto nominato autore, io compiacerommi che giovi almeno a rilevarne maggiormente le bellezze e i pregi3. Molti altri autori hanno, qual più qual meno, illustrata la storia letteraria di questi tempi de’ quali entriamo a parlare; e forse più di tutti Gian Niccolò Funcio nel suo trattato De virili aetate linguae latinae, stampato a Marpurgh l’anno 1736. Io non ho lasciato di consultarli, ma ho giudicato insieme che gli antichi scrittori dovessero esser la principal mia scorta in queste ricerche; e che non mi fosse lecito di affermar cosa alcuna che alla loro autorità non si appoggiasse. Il che [p. 274 modifica]da alcuni, e dal Funcio singolarmente, no„ sempre si è fatto.

Indice

  • Il passo di Orazo da me qui recato: Graecia.
    capta ferum vietorem cepit, ec. ha fatto credere ad
    alcuni che solo dopo la conquista della Grecia cominciassero i Romani a conoscere e a coltivare le scienze
    e le arti. Ciò che abbiam detto nel precedente libro,
    ei fa abbastanza conoscere che assai prima di questo
    tempo avean essi preso ad amarle. Le parole dunque
    di Orazio debbon intendersi di quel fervore tanto maggiore con cui si volsero ae’esse i Romani, quando la
    conquista della Grecia rendette loro tanto più agevole
    il commercio con quelle colte nazioni.
  • Il sig. Landi osserva (tom. 1, p. 336) che questo mio ragionamento prova bensì che il potere è favorevole alle lettere, ma non prova che le lettere sian favorevoli al potere; e che a confutare l’opinione di M. Rousseau, ch’egli stesso però chiama paradosso, converrebbe provare che la nascita, il progresso e la decadenza delle lettere avessero preceduto il progresso e la decadenza del potere. A me par nondimeno che la mia riflessione sia opportuna a combattere l’opinione del Filosofo ginevrino.Se la distruzion dello Stato, come all’erma egli, è effetto degli studi, convien dire che questi abbiano una cotal intrinseca loro proprietà che alla pubblica felicità si opponga. Or se veggiamo crescere, per così dire, a ugual passo il fervor negli studi e la rapidità delle conquiste, egli è evidente che quelli non portan seco il fatal germe distruttore delle repubbliche. E se veggiam poscia gli studi insieme e il potere venire scemando ugualmente, egli è manifesto che non agli studi soli, ma a qualche comune origine deesi allnbune d decadimento di amendue.
  • Io debbo qui rendere una pubblica testimonianza di riconoscenza e di stima al ch. sig. co. Benvenuto di S. Rafaele, il quale al vedere e in questo e in qualche altro passo della mia Storia rilevato qualche picciolo neo nel suo Secolo d’Augusto, invece di risentirsene, come avrebbe fatto per avventura qualche altro a lui di molto inferiore in sapere, si compiacque di scrivermi una lettera in cui con rara modestia mi rendeva delle censure fattegli que’ ringraziamenti medesimi che si farebbono per singolar benebzio da alcun ricevuto. Se tutti gli uomini di lettere avessero tai sentimenti e somigliante maniera di pensare, quanto miglior sarebbe lo stato della letteraria repubblica!