Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo I/Parte III/Libro III/Capo V

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Capo V – Medicina

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Capo V.

Medicina.

I. Dello studio di quest’arte nulla abbiam detto finora, perchè nell’epoche precedenti assai poca materia ci avrebbe esso somministrato a ragionarne. A questo luogo dunque uniremo tutto ciò che ae’esso appartiene; e noi merita partieolar menzione quello assai ingegnoso nlie descrivesi da Vitruvio (/. 9, c. 9). A me basta il qui accennarlo, perchè non sappiamo se 1 invenztou di esso si debba a Vitruvio o aa’altro Romano, o se sia esso pure invenzione di qualche Greco. [p. 516 modifica]310 PARTE terza potremmo spedircene facilmente col sol recare ciò che Plinio il Vecchio ne narra. Ma varie contese^ che su diversi passi di questo autore si son risvegliate, ci obbligheranno a trattenerci su questo argomento più a lungo, che forse a prima vista non parrebbe doversi. Veggiam pertanto ciò che Plinio ne dice , ove espressamente prende a trattar di quest’arte. Egli in primo luogo afferma che niun tra’ Romani avea ancor sulla medicina latinamente scritto: Natura remediorum , atque multitudo instantiam ac praeceptorum plura de ipsa me deridi arte cogunt dicere, quamquam non ignarus sim, nullius ante haec latino sermone condita (l. 29,c.1). Se queste parole in tal senso si vogliano intendere, che niun tra’ Romani avesse ancora scritto trattato alcuno delle malattie e de’ loro rimedii, converrà dire che Plinio, quando scrisse così, avesse in tutto dimenticato ciò che non molto innanzi avea scritto, tessendo la serie di que’ Romani - che avean trattato di questo argomento. Dic’egli altrove (l. 25, c. 1) che il primo a trattare de’ mali, e de’ loro rimedii presi singolarmente dall’erbe, fu Marco Catone il Vecchio, e che questi per lungo tempo fu il solo scrittore in tal materia; che poscia Caio Valgio uomo erudito un libro, benchè imperfetto, presentò ad Augusto di somigliante argomento; e che Pompeo Leneo liberto di Pompeo il Grande, prima di Valgio, avea per comando dello stesso Pompeo in latina lingua recati i libri che intorno alla medicina avea scritti il famoso Mitridate re del Ponto. Aggiungasi che prima di Plinio avea scritti i suoi [p. 517 modifica]LIBRO TERZO 5lJ libri di medicina Cornelio Celso, di cui avremo a parlare nel seguente volume. Non si può dunque intendere per alcun modo che Plinio stesso, dopo avere indicati tutti questi scrittori di medicina, e dopo aver egli stesso più volte allegato il testimonio di Celso, voglia qui affermare che niun tra’ Romani avea ancor trattato di tale argomento. Plinio, nel luogo di cui ora parliamo, prende a narrare l’origine e le vicende di varie sette di medici che vi ebbero in Roma, e in breve ci offre la storia della medicina. E di questa par ch’egli intenda, quando asserisce che niuno tra’ Romani ne avea scritto fino a’ suoi tempi. Veggiamo dunque con Plinio qual origine avesse in Roma la medicina. U. Plinio dopo aver biasimati altamente i disordini che in quest’arte si erano introdotti, F incostanza de’ medici che ad ogni secolo cambiavan sistema, e la follia di coloro che gli chiamavano a sì gran prezzo, Ceu vero, soggiugne, non millia gentium sine medicis degant, nec tamen sine medicina, sicut populus romanus ultra sexcentesimum annum. Afferma dunque Plinio, e altrove ancor il ripete (l. 20, c. 9), che per lo spazio di oltre a secento anni non vi ebbe medici in Roma. Ma contro quest,o stesso passo di Plinio hanno alcuni moderni, e singolarmente lo Spon (Recherch. d’Antiquité, Diss. 27), e gli autori dell’Encilopedia (ari. « Medicine »), mossa grave difficoltà. Si appoggiano essi a un passo di Dionigi Alicarnasseo, il quale narra (l. 10, c. 53) che l’anno 301 la pestilenza infierì in Roma per modo, che a) [p. 518 modifica]PARTE TERZA gran numero degli infermi non bastavano i medici Eranvi dunque, conchiudono essi, medici in Roma fin da quel tempo. Ma, a parlare sinceramente, io temo che questo loro argomento non sia abbastanza valevole contro l’autorità di Plinio. Non v’ ha chi non sappia che gli storici non rare volte anche i più esatti, quando singolarmente entrano al racconto di qualche memorabile avvenimento, a ciò che vi ha di certo nella sostanza del fatto, aggiungono ancora ciò clic è semplicemente probabile. E se noi volessimo, per così dire, porre alle strette, gli storici più rinnomati, e chieder loro su qual autorità abbian essi affermato, a cagione di esempio, che alla tal occasione tutta una città fu in dolore e in pianto, che alla tal altra fu tutta in giubilo ed in allegrezza, essi sarebbon costretti a rispondere che a narrare cotali cose che al racconto aggiungono ornamento, può bastare ch’esse siano verisimili, e quali in somiglianti occasioni si soglion vedere. Or non altrimenti io penso che dir si possa di questo luogo di Dionigi. Voleva egli descrivere la grande strage che faceva in Roma la peste, e troppo bene cadevagli al suo intento questa espressione che i medici non bastavano al numero degl infermi. Egli usolla dunque, e pensò di dir cosa in tutto verisimile, non riflettendo (e uomo greco, qual egli era, non è maraviglia che non vi riflettesse) che medici a quel tempo non erano in Roma. Ma credasi pur vero ciò che narra Dionigi. Io penso che ciò non ostante da questo detto non si combatta l’allegato passo di Plinio. Questi dice che i Romani vissero [p. 519 modifica]LIBRO TERZO 5lCj oltre a secent’anni senza medici, ma non senza medicina; Sine medicis, nec tamen sine medicina. Il che vuol dire che benchè non vi fossero uomini i quali a prezzo curassero le malattie, e che facessero, o fingesser di fare studio (di medicina, eran nondimeno allor noti certi più facili e forse ancora perciò più sicuri rimedii di cui usare alle diverse occasioni, e quindi medici potevano in certo modo chiamarsi quegli che tal rimedii porgevano agl’infermi. Così Catone non era medico certamente, e pure abbiam di sopra veduto che scritto avea intorno alle malattie e a’ loro rimedii. Essendo dunque il passo di Dionigi quel solo che a Plinio si possa opporre, non par ch’esso basti a distruggerne l1 opinione che per secento e più anni non vi avesse medico in Roma. III. Prosiegue Plinio a narrare chi fosse il primo ad esercitare quest’arte in Roma. Cassio Emina, autor antichissimo, egli dice, racconta che Arcagato figliuol di Lisania venne prima di ogni altro medico a Roma l’anno 535, ossia l’anno 534, secondo le più corrette edizioni de’ Fasti Capitolini, essendo consoli Lucio Emilio e Lucio Giunio. Così legge i nomi di questi consoli il P. Arduino, citando due codici manoscritti, e aggiugnendo che nelle altre edizioni leggesi veramente M. Livio; ma che la famiglia Livia era plebea, nè perciò poteva da essa scegliersi un console. È egli possibile che il P. Arduino non abbia posto mente al celebre M. Livio Salinatore di cui tutti parlano i romani scrittori , e che in quest’anno appunto fu console insieme con L. Emilio Paolo? Ma torniamo r » [p. 520 modifica]J2° PARTE TERZA Plinio. Era, dic’egli Arcagato celebre singolarmente nel curar le ferite, e detto perciò vulnerario A grande onore lo accolse dapprima il popol romano; gli fu dato il diritto della cittadinanza, e a spese del pubblico gli f„ COIn. pelato I alloggio. Ma poscia sembrando che troppo crudele ei fosse nel tagliare e nel toccare col fuoco le membra offese, ne ebbe il nome di carnefice; e di quest’arte e di tutti coloro che la esercitavano, cominciarono ad annojarsi i Romani. Così Plinio; e da queste parole par che si possa raccogliere, e più chiaro ancora vedrassi da ciò che ora soggiugneremo che altri medici greci o insiem con Arcagato, o non molto dopo venuti erano a Roma. Ma in mal punto vi eran essi venuti. Il severo Catone, implacabil nemico della perniciosa eloquenza de’ filosofi greci, contro dei greci medici ancora si accese a sdegno. Plinio a questo luogo medesimo ci ha conservato un frammento di non so quale sua opera, in cui parlando di essi ben dà a vedere in qual orrore gli avesse. Io temerei di fargli perdere molto della sua forza, se qui nol recassi colle parole medesime di Catone: Dicam de istis Graecis suo loco, Marce fili, quid Athenis exquisitum habeam, et quod bonum sit illorum literas inspicere, non perdiscere, vincam. Nequissimum et indocile genus illorum. Et hoc puta vatem dixisse. Quandocumque ista gens suas literas dabit, omnia corrumpet. Tam etiam magis si medicos suos tuie mi Ite t. Jurarant inter se barbaros necare omnes medicina. Et hoc ipsum mercede faciunt, ut fides iis sit, et facile disperdant Nos quoque [p. 521 modifica]LIBRO TERZO 5al ¿¡ctitant barbaros, et spurcius nos quam alios opicos appellatione faedant. Interdixi tibi de I jnedicisIV. In queste parole tutta si ravvisa l’aspra severità e l’acerbo odio di cui ardeva contro, la greca impostura l’austero Catone, a cui l’an,or della patria faceva, io credo, veder nemici ove ancora non erano. Soggiugne però Plinio che non era già la medicina cui Catone così severamente dannasse, ma l’arte di essa, quale da’ Greci si esercitava. In fatti Catone stesso diceva poscia con qual medicina avesse egli e se stesso e la sua moglie felicemente condotto fino all’estrema vecchiezza; e di un trattato da lui scritto su tale argomento si protesta Plinio di usare in questo suo libro medesimo. Da un altro passo di Plinio (l. 20, c. 9) si raccoglie ancora che i cavoli erano uno de’ rimedii da Catone sommamente pregiati, de’ quali egli diceva le più gran lodi del mondo. E questo ci fa intendere che la medicina sola, la qual da Catone aveasi in pregio, era quella che consiste nell’uso de’ più schietti rimedii, di cui la natura medesima ci provvede; e che i medicamenti raffinati e composti, che da’ medici greci si prescrivevano, erano quelli cui egli altamente odiava, e che soprattutto non sapeva soffrire in pace che a sì gran prezzo si conducessero i medici, e che gli uomini, invece di imparare per loro medesimi i più vantaggiosi rimedii, ciecamente si fidassero all’altrui espe, rienza. Questi erano ancora i sentimenti di Plinio, il quale a questo luogo gli spiega con uno dei più eloquenti passi che in tutta la sua [p. 522 modifica]. PARTE TERZA Stona s incontrino, ma oscuro talvolta per troppo studio di precisione e di forza, lo ner-, ciò recherollo tradotto, come meglio sin p0s. sihile, nella volgar nostra lingua; protestandomi però dapprima, per non incorrer lo sdegno de’ valorosi medici de’ nostri giorni, di’io non in tendo già con questo di approvare lai senti menti. Per tanto, e.gli dice, in quest’arte sola addiviene che a chiunque si vanti d’essere medico , si creda tosto, mentre pur non vi cosa in cui più sia pericoloso il mentire E nondimeno non vi poniam mente; sì dolce è a ciascheduno la lusinga di sperar ben di se stesso. Inolile non vi ha legge alcuna a punir la loro ignoranza, non vi ha esempio in essi di rigoroso gastigo. A nostro rischio s’istruiscono, e colla morte di molti fanno le loro sperienze. A’ medici soli è lecito impunemente l’uccidere. Che anzi essi rimproverano i morti, e incolpano l’intemperanza loro, come se per loro proprio fallo fosser periti. Le decurie de’ giudici si sottomettono alla censura e all’esame de’ principi; l’integrità loro si esamina fino collo spiare nelle pareti delle loro stanze: fin da Cadice e dalle Colonne di Ercole si fa venire chi dee giudicar di un denaro; e nulla meno di quarantacinque uomini scelti posson dare sentenza di esilio. E intorno poi alla vita stessi de’ giudici, chi son costoro che radunansi a consultare per uccidere prontamente? Ma ben ci sta, poichè non vogliamo apprendere noi stessi ciò che alla nostra sanità sia opportuno. Camminiamo cogli altrui piedi; leggiamo cogli altrui occhi; salutiamo affidati alla [p. 523 modifica]LIBRO TERZO 5a3 Lfgntoria alimi; e coll’alimi soccorso viviamo, e niuna cosa crediamo che sia propriamente „osti a, fuorché il piacei’e. V. Qual effetto avesse il mal animo di Catone contro de’ medici greci, e che avvenisse di Arcagato, noi nol sappiamo, nè Plinio il dice, nè io so ove abbia trovato l’autore del Diogene Moderne que’ molti scrittori che, secondo lui, asseriscono che Arcagato fu lapidato (t. 1, letter 25). Plinio solo racconta che i Romani, ■ curii Graecos Italia pellerent diu post Catonem, excepisse medicos. La qual parola excepisse ha data occasione a parecchie contese. Jacopo Spon, dotto medico insieme e valoroso antiquario. ha voluto di una scienza valersi a difesa dell’altra, e tra le molte sue dissertazioni d’antichità una (Recherches curieuses d’Antiquité, Diss. 27) ne ha indirizzata a provare che nè i soli schiavi eran medici, come pensano alcuni , nè questi furon mai cacciati da Roma. Della prima proposizione parlerem fra non molto. Quanto all’altra, egli, recato il testo di Plinio, che noi spieghiamo, traduce la parola excepisse per eccettuare; e di questo testo medesimo si vale a provare il suo parere. Anche Federigo Cristiano Cregut nella bella prefazione da lui premessa alle Opere Mediche di Cesare e di Giambatista Magati da Scandiano, nella quale de’ meriti degl’Italiani verso le lettere parla con somma lode, in questo senso medesimo vuol che s’intenda il passo di Plinio. Ma ilP.Harduino ne’ suoi commenti a questo luogo, e più lungamente ancora gli autori del Giornale degli Eruditi di Parigi (An. 1735, p. 13, ec.) v. Sr i medici girci fosse r carristi da Koou. [p. 524 modifica]1 parte tf.hza mostrano che excipere significa anzi comprendere nominatamente, nel qual senso la stessa parola più altre volte è usata. E veramente tutto il passo di Plinio sembra che conduca a questo senso medesimo, e più chiaramente ancora si vede da ciò ch’egli soggmgne; perciocché dopo aver dette più cose in disapprovazion ili mie st’arte, «lice: Haec fuerint dicenda pro senatu, illo sexcentisque pop,di Romani annis adversus artem. Le quali parole sarebbono al tutto fuor di proposito, quando il senato romano non sol non avesse cacciati i medici greci da Roma ma avessegli anzi onorati eccettuandogli dal general bando portato contro de’ Greci (’). hi (*’■ Questo celebre passo di Plinio, e quelle parole excepisse medicos, sono stato da me spiegate nel senso del P. Arduino, e di alcuni altri, cioè, che quando i Greci furon cacciati di Roma, i medici vi.furon nominatamente compresi. Contro questa spiegazione alcune ingegnose difficoltà mi ha proposte il ch. sig ab. Giuseppantonio Cantova , noto per I eleganti S"e traduzioni de’" libri dell’Oratore e di alcune Orazioni di Cicerone; ed io riporterò qui le parole medesime con cui egli me le ha proposte. Ecco le mie riflessoni sul passo di Plinio (l z.q, c. i). Non rem antiqui damnabant,, sed artem; maxime vero quaestum esse immani pretio vitae recusabant. Ideo templum /teu ulapii, etiam cum reciperetur is Deus , extra urbem fecisse , iterumque ,in Insula traduntur. Et cum Graecos Italia pellerent, excepisse medico s. Aiigehn provi denti ani iIlo rum , ec. « Il membro dove dicesi excepisse medicos è una continuazione del membro antecedente, col qual si unisce colla semplice congiunzione et. Adunque per conoscere se P crei pere ha senso favorevole a’ medici, o, come voi l’intendete, contrario, è da vedere se ciò [p. 525 modifica]LIBRO TERZO 5u5 ,al tempo seguisse questa esclusione de’ Greci, non è agevole a dif&nire. Plinio dice che ciò f,i lungo tempo dopo la morte di Catone, che jeguì principio del settimo secolo di Roma, die precede, faccia senso contrario, o favorevole. Ora potrebbe dirsi che il fa favorevole. I. « Perciocché ivi si dice che furon due templi eretti ad Esculapio: il che certamente non può aver notato Plinio quasi cosa significante avversione a’ medici. Che se vi venisse in mente di dire che per l’avversione a’ medici fossero quelli eretti non dentro la città, ma fuori: primieramente dico che se ciò indicasse avversione, sarebbe questa, anzi verso Esculapio (il che fa a’ calci coll’erezione de’ templi) che verso i medici. Ma poi tal riflessione è sventata da ciò che nota P. Vittore (Regione 4)! In insula aedis Jovis et Aesculapii, et aedes Fauni. Direm noi che fossero i Romani contrarii a Giove ed a Fauno? Plutarco alla quist. 94 delle romane tre ragioni accenna perchè si fabbricasse il tempio d’Esculapio fuor di città. i.° Perchè i Greci il solevano fabbricare fuori in aria aperta e salubre. a.0 Perchè gli Epidaurii, da’ quali erasi avuto quel nume, ne aveano il tempio lungi di città. 3.° Perchè essendo dall i nave che il portava, uscita una serpe, credettesi ch’Esculapio stesso avesse con ciò segnato il sito del tempio. II. « Confermasi la stessa cosa da quel che immediatamente precede al testo sopraccitato dove Plinio dice Quid ergo! damnatam ab conni rem utilissimam credimus? minime Hercules; poi seguita a dire che ivi Catone riferisce con qual medicina egli e la moglie si conducessero ad una lunga vecchiezza: e dichi uà d’aver un libro di rimedii per curare i figli e i famigliar). Questo racconto dinota che non la scienza e P oso della medicina ma sibbene la guadagneria si condannava, e la viziosa maniera d’esercitai la; come ora parlerebbe chi ragionasse de’ cavillosi artifizii de’ causidici: non rem damna, sed artem. Col nome d’arte non intendesi la [p. 526 modifica]526 PARTE TERZA Dopo questo tempo io non trovo editto alenilo fallo contro de1 Greci, e convien dire che Plinio ragioni di cosa che dagli storici clic ci sono rimasti, sia slata oratnessu. Pare che ciò scienza ile’ mali e de’ rimedii, alla quale Catone stesso erasi applicato , ma si prende in mala parte e cattivo e sordido artifizio. Comprovasi colle parole che seguono dopo Y cxcepissc medicài, cioè augebo providentiam illorum, quasi dicesse: tanto son lungi dal togliere a’ Romani il vantaggio che può venire da’ medici, ma l’accrescerò eziandio: non vo’ togliere l’arte medica , ma migliorarla anzi ed ampliarla; il che avea già Plinio accennato poco sopra col dire: quae nunc nos tractamus quem nos per genera usus sui digerimus; e tanto eseguisse spiegando ordinatamente i varii generi di medicine: la onde dice alla sezione nona: Ordìemur anit ra a confessi!, ec. In somma tutto sembra camminar bene, quando in poco riducansi il discorso di Plinio così: Catone avvisa il figlio di guardarsi da’ Greci, massimamente da’ medici. Che dunque 1 Crederei« noi eli’ egli una cosa tanto utile riprovasse? (coerentemente a ciò che precede, adopera Plinio il vocabolo rem per dinotarla scienza e l’uso della medicina). Mai no. Conciossiachè Catone stesso ha scritto di questa scienza, e se n’è valuto per se e pe’ suoi; e quello ch’ei notò brevemente , verrà da noi più ampiamente trattato. Non la scienza e l’uso di medicina dannavasi da’ maggiori, ma la furberia de’ medici greci. Però è, ch’eressero un tempio ad Esculapio , e quando cacciarono i Greci, ne eccettuarono i medici. Ed io stesso intendo di promuovere questa facoltà ed accrescerla. « Putrebbooo a taluno far forza in contrario al fin qui detto quelle parole: Etiam cum reciperetur is Deus, quasi che i Romani anche allora che ammisero Esculapio , dimostrassero la lor avversione co’ medici, col volerlo fuor di città. Ma tralasciando che l’etiam può anche congiungersi colle parole precedenti, non sembra contro gli addotti testi di P. Vittore e di Plutarco [p. 527 modifica]a LIBRO TERZO 527 Lenisse prima della metà del settimo secolo, perchè verso questo tempo era in Roma il celebre Asclepiade, di cui or parleremo, il quale a tale stima innalzò l’arte della medicina, che .poscia essa non ebbe più in Roma molestia alcuna. E a questo probabilmente allude Plinio, quando, come sopra si è riferito, dice che per oltre a secent’anni non vi ebbe medici in Roma, non facendo egli conto di Arcagato e degli altri medici che per alcun tempo vi erano stati, ma poi per ordine del senato ne eran partiti; e considerando lo stabilimento della medicina come seguito solo a’ tempi del mentovato Asclepiade, di cui egli altrove parla assai lungamente (l. 26, c. 3). VI. Era questi nativo di Prusa nella Bitinia, e venuto a Roma vi tenne dapprima scuola pubblica di eloquenza. Ma non parendogli di bastevole fondamento una forinola non beo chiara in uno scrittore il cui stile è sovente oscuro ed equivoco, oltre gli errori che tanto sono frequenti ne’ copiatori antichi.

  • < Filialmente non si adduce altro testo di Plinio,

dove usi l’excipere nel senso iuleso dall’Ilanlumo: anzi i passi de’ giuristi non sono chiari abbastanza per assicurarci che tal significato, quale prelendesi, avesse quel verbo presso i Latini. Lascio a voi il decidere qual delle due opinioni sia meglio provata, lo non veggo provata bastantemente quella dell’ Harduino. Bastami che veggiate l’impegno mio perle cose vostre ». io lascio agli eruditi tesarne di queste riflessioni, le quali certo sembrano aver molla lorza; c benché 10 non ci vegga ancora si chiaro die 1111 senta costretto a cambiar sentimento, confesso peri» che la spiegazione del P. Harduino nou ini sembra più cosi certa come una volta pareami. [p. 528 modifica]J20 PARTE TERRA arricchirsi in essa quanto avrebbe voluto, abbandonata la scuola, si diè all’esercizio della medicina. Convien dire che ciò accadesse poco dopo la metà del settimo secolo, perciocché 1 orator Crasso, il quale morì l’anno 662 dice presso Cicerone (De Orat. l. 1, ^ avuto Asclepiade e a medico e ad amico e ch’egli superava in eloquenza gli altri medici di quel tempo (a). E nondimeno non aveva egli fatto studio alcuno di medicina; ma giovandosi della sua naturale facondia, e di una cotal aria di sicurezza, o a meglio dir d’impostura, prese a contradire a tutte le leggi da Ippocrate e da’ migliori medici finallora prescritte, e un nuovo metodo introdusse, pretendendo di ridurre la medicina a’ suoi veri principii, i quali, secondo lui, consistevano in risanare gli infermi sicuramente e prontamente e piacevolmente. I suoi più usati rimedii erano l’astinenza dal (a) M. Goulin non ha avvertito che il passo di Cicerone, in cui ragiona d’Asclepiade, è posto in bocca di Crasso il quale, essendo morto ueU’anno di Roma 662, parlando di Asclepiade come d’uom già defunto: A sciepiades, quo nos medico tirnicoque usi surnus, lune cum eloquenza vincehat ceteros mcdicos, ec. , ci mostra con ciò eh" ei gli era premorto. Quindi credendo il suddetto scrittore che di Cicerone fossero quelle parole , e osservando che 1’opera de Oratore lii da lui scritta l’anno di Roma tìqb, ne ha inferito che solo alcuni anni prima fosse morto Asclepiade (Méta, pour servir à l’Tnst. de la Medie, an. 1770, p- 224); dal qual primo calcolo non giustamente stabilito e poi venuto che anche nel fissare 1’età di Temisoue e degli altri medici venuti appresso ei non sia stato molto esatto. [p. 529 modifica]LIBRO TERZO 53Q cjbo, e talvolta ancora dal vino, i fregamenti del corpo, il passeggio e la gestazione. I quali rimedii facili essendo e nulla penosi, e perciò essendo creduti di sicuro effetto, per poco non venne egli riputato qual Dio dal ciel disceso. E molto più che non solo egli cercava di risanare gli infermi, ma di secondarne ancora i desiderii e le voglie, ordinando lor cose che recasser piacere. Concedeva loro a’ tempi opportuni l’uso del vino e dell’acqua fresca, li faceva porre su letti pensili, i quali dimenandosi o sminuissero i dolori, o almen conciliassero il sonno) raccomandava l’uso dei bagni; e rigettando certi penosi e molesti rimedii che da alcuni si usavano, come l’aggravare gli infermi di panni, il riscaldarli presso le ardenti fiamme, o l’esporli a’ cocenti raggi del sole per trarne a forza il sudore, altri rimedii sostituiva piacevoli e dolci. Ad accrescergli fama molto gli giovò ancora l’impostura e la sorte. Narrava effetti maravigliosi di alcune erbe. Trasse dal feretro un uomo creduto morto, che portavasi al rogo, e gli rendette la salute, talchè si credette quasi che renduta gli avesse la vita. Disse più volte che egli era pronto a perder la stima di illustre medico che erasi acquistata, se mai fosse caduto infermo, e in fatti, aggiugne Plinio (l. 7, c. 37), che nol fu mai, e sallo il cielo quando sarebbe egli morto, se la caduta da una scala non gli avesse in estrema vecchiezza tolta la vita. Quindi non vi ebbe mai forse medico alcuno che in tanto onore salisse , quanto Asclepiade. Mitridate re di Ponto , avendone avuta contezza, mandò chi facessegli grandi offerte, perchè a Tirabosciu , Voi. I. 34 [p. 530 modifica]53o PARTE 1ERZ\ lui ne andasse; ma egli non volle partir da Roma (Plin. ib.). Di, lui parla ancora con lode Cornelio Celso in pm lungi,, (pracfl. ,, ec c 3 • /. 2, c. praef l 5). Ma Galeno, che allor quando \ ernie a Roma al tempo di Marco Aurelio, trovò ancor viva la memoria d1 Asclepiade, e vide ch’egli avea non pochi seguaci, parlonne assai diversamente, e in più luoghi delle sue opere ne combattè le opinioni, e talvolta ancora con assai pungenti parole (Aletho.l Mtdcnd. I. i e a; De Natural. Facult L 1 e 2 • De Crisibus, l. 3, c. 8). Anzi ei rammenta (l. de libris propriis) otto libri da sè scritti ad esaminare le opinioni tutte di Asclepiade. Essi sono periti; ma egli è verisimile che in essi ei ne avesse scoperti gli errori, e più ancor l’impostura di cui Asclepiade avea usato. VII. Molti discepoli ebbe Asclepiade in Roma; ma due singolarmente si renderono sopra gli altri famosi, Temisone e Antonio Musa (a). (1) Osserva M. Goulin che Plinio dice veramente Temisone scolaro di Asclepiade, ma che Celso lo dice sol successore, e vuole che credasi a Celso anzi che a Plinio (Mém pour servir à ■ l’Hist. de la Médec. an. 1775, p. ec.). E io gli crederei, se Celso negasse che Temisone fosse stato scolaro del dotto medico. Ma ei col dirlo seguace non esclude che gli fosse ancora scolaro: e Plinio era troppo vicino a quei tempi, perchè a lui ancora non debbasi fede. Se però fosse vero ciò che afferma come ceri.* lo stesso M. Goulin, cioè che Temisone vivesse ancora I* anno decimo delF era cristiana, che combina coll’anno 763 di Roma, e anche più tardi, converrebbe necessariamente seguire l’opinione di M. Goulin, perciocchè Asclepiade era morto almeno ceni’ anni prima. Ma io non veggo qual [p. 531 modifica]LIBRO TERZO 53 I fcpiisone, nativo di Laodicea nella Siria, si dice da Plinio sommo Autore (l. 14, c. 17), e varii jj,ri sciilti da lui si rammentano presso gli antichi autori (V. Indic. Auct. ad calcem l.i, pii zi, edit. Harduin.). Ma egli non fu troppo al suo precettore; perciocchè, morto Asclepiade, abbandonando gli insegnamenti da lui appresi, di un’altra setta si fece autore e maestro (Pii ri. I. 29, c. 1), cioè di quella che si chiamava Metodica, come raccogliesi da Galeno (Method. Medend. l. 1, prop fin.), e come più chiaramente ancora si afferma da Celso (praef. l. 1). Perciò da Seneca il Filosofo egli è nominato tra’ fondatori di una nuova setta di medicina, diversa’ da quelle d’ippocrate e di Asclepiade (ep. 95). VILI. Più celebre tra’ Romani è il nome di Antonio Musa. Era questi per testimonianza di Dione (l.53) stato già schiavo, e poscia, prò- \ Labilmente pel suo sapere in medicina, posto 1 in libAtà, ed egli ancora era stato discepolo di Asclepiade. Ma ad imitazione di Temisone stabilì egli pure una nuova setta di medici. Così in Roma cambiavasi pressochè ogni giorno metodo e legge di medicare; e nondimeno non era comunemente nè più breve nè più lunga la vita degli uomini. Il principal vanto di Antonio Musa si fu l’aver salvata la vita ad Augusto. In due occasioni ne parla Plinio, forse perchè ciò accadde due volte e con diversi pruova egli arrechi di quest1 epoca della vita di Temisene, la quale anzi sembra distrutta da ciò che nel tomo secondo diremo parlando di Celso. [p. 532 modifica]^2 IV PART* terza rimedn. Dice in un luogo (l. ip. r. tìi ch’e«ll fu da Musa sanato coll’uso delle lattuche, mentre un altro medico durava eh’ ci sarebbe morto E altrove narra (l 29 c. ,, che esseildo Augusto condotto a tal segno che ornai sene disperava, punto non giovando i bagni e i fomenti caldi finallora usati, Musa vi sustituì i freddi, e sanollo. Di queste guarigioni d1 Augusto per opera di Antonio Musa fa menzione ancora Svetonio (in Aug. c. 5p e e a,r_ giugne che tale fu il trasporto e l’allegrezza de’ Romani per ciò, che a comuni spese fu innalzata una statua a Musa, e posta a fianco a quella di Esculapio. Dione ancora ne parla (loc. cit.). Egli però non fa motto di statua, ma solo di gran quantità di denaro datagli dal senato, e dell’anello d’oro che gli fu permesso di usare. La gratitudine di Augusto e del senato romano non si estese solo ad Antonio Musa, ma per riguardo di lui a tutti gli altri medici ancora. Avea già Giulio Cesare conceduto a’ medici il diritto della cittadinanza (Svet in Jul. c. 43), e il privilegio medesimo fu loro in questa occasion confermato (Dio. l. c.). Di Antonio Musa fa menzione anche Orazio, e rammenta che vietatigli i caldi bagni di Baia, costringevalo ad usare de’ freddi anche di mezzo verno (l. 1, ep. 15), col qual rimedio credeva Musa di prevenire, o di cacciare qualunque sorta d’infermità; ma non sempre gli venne fatto; che usandone col giovane Marcello nipote d’Augusto, ei ne morì (Dio. l.c.). Francesco Atterbury vescovo di Rochester in un libro stampato in Londra dopo sua morte [p. 533 modifica]LIBRO TERZO 533 fan’10 J?4°J pretende che Virgilio ancora abbia voluto parlare di Antonio Musa, e che abbial descritto sotto il nome Japi (Aen. 12) medico di Enea. Ma le prove da lui addotte non son sembrate abbastanza probabili agli autori della Biblioteca Britannica (t. 15. p e io penso che si possa dire a questo luogo lo stesso che detto abbiamo altrove della menzione che vuolsi da alcuni che lo stesso Virgilio abbia fatta di Orazio (a). (a) Alcune delle cose qui dette intorno al medico Antonio Musa vioglionsi qui correggere dopo le belle riflessioni che intorno ad esso ha fatte il consiglier Giov. Luigi Bianconi da troppo acerba morte rapitoci il primo di gennaio dell’anno 1781 , due anni soli dappoichè egli ebbe pubblicate le sue eleganti non meno che erudite Lettere Celsiane. A primo luogo Antonio Musa non può essere stato scolaro di Asclepiade, perciocchè questi era già morto, come egli ha ben provato, prima dell’anno 663 di Roma, e Antonio Musa viveva ancora circa settant’anni dopo, cioè nel 731 in cui cadde la malattia di Augusto, dalla quale egli il sanò, e la quale crede il medesimo autore che fosse la cosa a cui amendue i rimedii oppose Antonio, le lattuche e i bagni freddi. Egli ha osservato ancora, che Antonio scrisse diversi trattati dell’Arte Medica, de’ quali parla con molta lode Galeno , e che egli ebbe un fratello per nome Euforbo. il quale era medico di Juba re della Mauritania. Egli finalmente ha prima di ogni altro scoperto e confutato 1‘ errore non mio soltanto , ma di tutti i moderni scrittori. cioè che Marcello morisse pe’ bagni freddi da Antonio Musa ordinatigli, ed ha mostrato ch’egli finì di vivere ai caldi bagni di Baia, e che è anche poco probabile che questi gli fosser prescritti da Antonio. Ma ciò che a questo luogo è più degno d’osservaz ime, si è, che il cons. Bianconi nelle suddetta lettere [p. 534 modifica]IX. Altri medici in Roma , e loro diverse clus•i. •)34 parte terza L\. Questi furono i più illustri medici che al tempo di cui parliamo, fiorirono in Roma Altri ne trovi am nominati da varj autori Un Marco Antonio Asclepiade medico di Augusto si nomina da molti antichi scrittori t Aug. c 91.; Vell. Paterc, l 2, c. 60) e un’onorevole iscrizione da (que’ di Smirne sua patria innalzatagli leggesi nella Raccolta del Muratori (t. 2 p. 888). Un Cratoro veggiam nominato da Cicerone (l 1 a ad Att ep. 13). Un G&coiie medico del console Pansa trovasi presso Svetonio (in Aug c. 11); e abbiamo una lettera di Bruto a Cicerone (ep. Cic. ad Brut 6), in cui glielo raccomanda, poichè era caduto in sospetto di avere avvelenata la ferita da quel console ricevuta nella battaglia di Modena. Antistio medico di Cesare si nomina dallo stesso Svetonio (in Jul. c. 82). Molti ancora ne annovera Plinio alla rinfusa (l. 29, c. 1): Multos praetereo medicos, celeberrimosque: ex iis Cassios, Calpetanos, Arruntios, Albutios, Rubrios. Ma ei non distingue a qual tempo vivessero. Molti certo doveano essere in Roma al tempo stesso; perchè pare che vi fosse ancora divisione di cure e d’impieghi. Così noi troviamo ha con molti argomenti assai ben dimostralo che il medil o Cornelio Celso deesi annoverare tra gli scrittori del secolo d’Augusto, contro a ciò che io, seguendo la comune opinione degli scrittori, aveva asserito. Di ciò nondimeno mi riserbo a parlare nel tomo il , in cui anche in questa seconda edizione si ritroverà ciò che a C ebo appartiene per le ragioni nella Prelazione accennale. [p. 535 modifica]LIBRO TERZO 535 noniiiiiito in un’antica iscrizione di questi tempi Silicus Medicus ab oculis (Murat. Thes. Inscr. t 2, p 927), e in un’altra Ti. Claudio Medico Oculario (ib. p. cj/(5). Anzi alcune medichesse ancora noi troviamo nominate nelle antiche iscrizioni presso il Grutero (Vet Inscr, p. 635, 636)3 ma forse questo nome si dava alle levatrici. Ben soggiugne Plinio una cosa la qual ci mostra a quanto prezzo ponessero allora i medici la loro assistenza. Perciocchè dice che gli imperadori pagavan loro ogni anno ducento cinquanta mila sesterzii, che corrispondono a un dipresso a sei mila ducento cinquanta scudi romani. Anzi continua Plinio a dire che un cotale Quinto Steli inio pretese di mostrarsi benemerito della Corte servendola al prezzo di cinquecento mila sesterzii, ossia dodici mila cinquecento scudi romani, mentre poteva, servendo il pubblico, averne fino a seicento mila; e finalmente aggiugne che lo stesso annuale stipendio fu dall’imperador Claudio assegnato a un fratello del mentovato Stertinio, ed altri somiglianti esempii produce di medici coll’arte loro stranamente arricchiti. Tutte queste notizie ho io qui voluto raccogliere, benchè alcune appartengano a età posteriore, per mostrare a qual prezzo si conducessero allora i medici; e perchè si vegga quanto noi siam tenuti a’ valorosi medici d’oggidì, che non essendo certamente inferiori in merito agli antichi, pur nondimeno non ci fanno costar sì caro la cortese opera loro. Per ultimo è da avvertire che in una iscrizione riferita nella gran raccolta del Muratori trovasi nominata Schola Medicorum [p. 536 modifica]o36 parte terza (Thcs. Inscr. t. 2, p 92/,); dal che c|U r:icc lie che ha da temp, di Augusto vi avesse in Roma pubblica scuola di medicina; perciocché seni bra clic ivi si parli di un liberto di Livia moglie di Augusto (a). X. Rimane ora a vedere, come di sopra si è accennato, se tutti i medici in Roma fossero schiavi: quistione assai agitata da alcuni moderni scrittori , singolarmente in Inghilterra • poiché avendo il Middleton l’anno 1726 pubblicata in Londra una dissertazione Óe Medicontiti a pud vcteivs Romanos conditione, in cui sosteneva che tutti erano schiavi, Carlo della Motte gli rispose con un libro, stampato pure in Londra l’anno 1728, intitolato: Essai sur l’état et sur la condition des Médecins chez les Anciens. E avendo il Middleton replicato in sua difesa, un’altra opera in latino, attribuita a M. Ward, uscì alla luce in Londra nello (a) Nel Museo Valicano riprendesi la spiegazion da me dala a quella voce Schola, e si afferma che non significa scuola, come io 1’ ho interpretata , ma portico o sala, ove le persone di una determinata professione o di un qualche collegio si radunavano (f. 3, p 72); e citasi la spiegazione che ne ha data il eh. sig. ab. Ainaduzzi, e potevansi anche citare il valoroso ab. Gaetano Marini (Gioia, di ¡‘¡sa, /. 3, p. ■ 43), il Pi* tisco (Lexic. ad voc. Schola), ec. lo non mi ostinerò a sostenere la mia opinione; perchè a provare che la medicina fiorisse in Roma, giova ugualmente una pubblica scuola e una pubblica adunanza. Ma si può anche vedere ciò che in difesa di questa opinione ha scritto l’erudito Biagio Garofalo, il quale vuole egli pure che di Scuola si parli nell accennala iscrizione (Caryoph. Disseri. Misceli, p. 343.) [p. 537 modifica]LIBRO TERZO 537 stesso anno col titolo: Dissertationis V. R. Middletoni de Medicorum Romae degentium conditione ignobili et servili defensio exami nata. Anche Daniello Winck pubblicò l’anno 1730 in Utrecht una latina dissertazione contro l1 opinione del Middleton con questo titolo: Amaenitates Philologico-Medicae, in quibus Meda ina a scredute liberàtur; per tacere di altri libri su questo argomento medesimo pubblicati, intorno a’ quali si può vedere il libro di Giulio Carlo Schlegero , stampato l’anno 1740 in Helmstad: Historia litis de Medicorum apud veteres Romanos degentium conditione. Prima di tutti i sopraccitati autori avea scritto su questo argomento Jacopo Spon, come sopra si è detto, con una dissertazione (Recherches curieuses d’Antiquité, Diss. 27) in cui entra a provare che i medici tra’ Romani non erano schiavi, ma cittadini romani (*). Troppo ampio trattato richiederebbesi ad esaminare tutte le ragioni che dall’una e dall’altra parte sono state recate. A dire in breve ciò ch’io ne sento, è certo primieramente che molti medici erano schiavi, benché poi da’ lor padroni medesimi posti in libertà. Tale abbiam veduto che fu Antonio Musa; e tali pure eran que1 molti medici i quali, nelle iscrizioni dallo Spon pubblicate a mostrare che i medici non erano schiavi, (*) Agli autori che hanno scritto in difesa della condizione de’ medici presso i Romani, deesi aggiugnere il ch. sig. dott. Giuseppe Benvenuti nella sua erudita dissertazione su questo argomento stampata in Perugia nel 1779. [p. 538 modifica]538 l’ÀRTE TERZA son detti liberti. Anzi attualmente schiavo sembra che fosse il medico di Domizio a’ tempi di Cesare rammentato da Seneca (De Benef. l. 3, c.:i4) • Imperavi! (Domitius) medit o eìdetnqne servo suo, ut sibi venenum daret. È certo inoltre che medici vi erano in Roma i quali non avevano il diritto dalla romana cittadinanza. Cesare ed Augusto, come si è detto, concederon loro un tale privilegio: dunque non l’avean essi dapprima; e quindi è falso ciò che lo Spon ed altri affermano, che tutti i medici fossero cittadini romani, (quando parlar si voglia de’ tempi anteriori a Cesare. Anzi io credo che si possa con certezza affermare che fino a’ tempi di Plinio niun de’" Romani esercitò quest’arte. Egli il dice apertamente: Solam hanc artium graecarum nondum exercet romana gravi tas in tanto frac tu (/. 29, c. 1). Quindi soggiugne che pochi assai ancora erano que’ Romani che di essa avessero scritto; e questi ancora si erano in certo modo gittati tra’ Greci grecamente scrivendo: Patitissimi Quiriti um tlitigare, et ipsi statim ad Graecos transfugae. Pare che dopo un tal detto di Plinio non vi abbia più luogo a dubitarne. Egli è vero che alcuni medici trovansi nominati nelle iscrizioni pubblicate dallo Spon, che hanno nomi romani. Ma in primo luogo alcune di quelle iscrizioni non hanno indicio alcuno da cui si possa conoscere se sian di tempo anteriore a quello di cui parla Plinio, ovver posteriore; anzi alcune son certamente di più tarda età, e appartenenti all’impero di Domiziano, di Traiano, e de’ lor successori. Inoltre il nome [p. 539 modifica]LIBRO TERZO 53i) romano non basta a provare 1’origine e la cittadinanza romana. Abbiam veduto di sopra nominarsi da Plinio parecchi medici che al nome sembran Romani, i Cassii, gli Albuzzi, ec., e nondimeno essi non eran certo romani; poichè Plinio stesso soggiugne che niun dei Romani avea finallora esercitata quest’arte.,. Gli schiavi, quando erano manomessi, prendevano comunemente il nome del loro liberatore, e talvolta dimenticavano in tutto il loro nome natio. Chi sa qual fosse l’antico nome africano del poeta Publio Terenzio? Ei non vien mai chiamato altrimenti che dal nome dell’antico suo padrone. La stretta e intrinseca amicizia che co’ più ragguardevoli cittadini ebbero alcuni medici in Roma, è aneli’ essa troppo debole prova a mostrare che questi ancora fossero cittadini. Chi più accetto a’ grandi di Roma di Panezio, di Polibio e di altri Greci? Anzi, anche per riguardo agli schiavi , basta leggere le lettere di Cicerone al suo liberto Tirone,per conoscere che questi ancora, quando se ne rendevano degni, godevano della più amichevole confidenza de’ lor signori. Egli è vero finalmente che l’arte della medicina da Cicerone si dice onesta, ma in confronto di quelle che sono vergognose e vili, e onesta per riguardo a quella classe d’uomini, che la esercitano: Minimeque dice egli De Offic. l. 1, n. 4 2)5 artes hae probandae, quae mini strae sunt voluptatum, cetarii, lanii, coqui, sartores, piscatores, ut ait Terentius.... Quibus autem artibus aut prudentia major inest, aut non mediar ris utilitas quaeritur, ut. medicina, ut architectura, ut doctrina rcru/n Jionestarum, [p. 540 modifica]Ime siuit iis quorum ordini conveuiunt, hom stae. Si può dunque, a mio parere, concedere allo Spon e a’ suoi seguaci’, che non tutti i medici fossero schiavi; ma che tutti fossero cittadini innanzi al privilegio di Cesare e di Augusto, e che tra essi ve ne avesse ancora de’ veri Romani, questo non sembra che essi il provino, né che si possa sì agevolmente provare.