Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo I/Parte III/Libro III/Capo III

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Capo III – Storia

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Capo III.

Storia.

I. Tardi assai, come abbiamo già osservato, cominciò tra’ Romani ae’essere coltivata la storia. Aveano alcuni scrittori preso a descrivere le guerre e le vicende di Roma, ma in uno stile sì arido e digiuno, che troppo male a’ loro scritti si conveniva il nome di Storia. Alcuni altri aveano scritte le loro proprie azioni. Così M. Emilio Scauro in tre libri avea narrate le sue, libri che da Cicerone si dicono utili assai (De Cl. Orat. n. 29). Così avea fatto parimenti Q. Lutazio Catulo, la cui eleganza e grazia di scrivere viene assai commendata dal medesimo Cicerone (ib. n. 35). Così L. Cornelio Silla, la cui storia fu poi finita da Cornelio Epicado suo liberto (Svet de Ill Gramm. c. 12). Così alcuni altri ancora che qualche parte della storia romana aveano descritta, che si rammentan dal Vossio (De Hist. lat.l. 1.). Ma una [p. 426 modifica]II. Ortensio Attico AtticOjLucceio e Cicerone sono i primi a scriver la storia ìomana. PAH TF TERZA storia distesa con eleganza non erasi ancor veduta fino a’ tempi di Cicerone. Questo grand’uomo, nato per innalzare la gloria della romana letteratura in ogni sua parte , vide con dispiacere che per riguardo alla storia troppo erano i suoi Romani inferiori a’ Greci; e desideroso che in questa parte ancora si togliesse loro la gloria di cui fin allora avean goduto, usò d’ogni arte per invitarne al coltivamento e allo studio i suoi concittadini. Quindi il dolersi che più volte egli fa, che ancora non v’abbia una storia di Roma; quindi l’esaltare il vantaggio che dalla storia si ricava grandissimo; quindi il rammentare l’onore a cui i greci scrittori eran per essa saliti; quindi il prescriver le leggi che scrivendola si debbono osservare; quindi in somma il parlare sì spesso e con sì grandi encomii di questo studio (De Orat. l. 2, n. 9), 12, 13, ec.; De legib. l. 1, n. 2, 3, ec.; De finib. l. 5, n. 19-, De Cl. Orat. n. 75). Questo impegno di Cicerone pel coltivamento della storia dovette, a mio parere, concorrer non poco ad eccitare que’ tanti che a’ suoi giorni in essa si esercitarono. Accennerò brevemente quelli le cui opere a nostro gran danno sono perite, e poscia più distintamente parlerò di quelli di cui ancora abbiamo almeno in parte le storie. II. Ortensio, di cui già abbiamo parlato, e Attico, di cui ci riserbiamo a parlare più lungamente ove tratteremo delle biblioteche de’ Romani, aveano amendue scritta la storia della lor patria. Degli Annali scritti da Ortensio trovasi mentione in Velleio Patercolo (Hislor. I. 2) [p. 427 modifica]LIBRO TERZO 427 che ne parla con lode. Ma l’opera di Attico singolarmente era tale , che troppo dobbiam dolerci che non sia fino a noi pervenuta. Da ciò che ne dicono Cornelio Nipote (in Vit. Attici) e Cicerone (De Cl. Orat. n. 3, 4? e Orat. n. 34), noi veggiamo che avea egli con somma diligenza raccolto quanto di memorabile era accaduto dalla fondazion di Roma fino a’ suoi tempi; le guerre, le paci, le leggi tutte, e la genealogia ancora che più illustri famiglie, segnando in qual tempo precisamente fosse seguita ogni cosa. In oltre un libro aveva scritto in greco della storia del consolato di Cicerone. Varrone ancora, di cui parleremo più sotto, molte cose avea scritte ad illustrare la storia romana. Ma quegli le cui storie sopra le altre piacer dovettero a Cicerone, fu L. Lucceio. Egli, quando ebbele in mano, tanto ne fu rapito, che invaghissi di avere un tale scrittore delle cose da se operate. È nota la lettera da lui scritta per esortarlo a intraprendere un tal lavoro (l. 5, ad Famil. ep. XII.). Checchè ne dica il Middleton, non si può a meno di non ravvisare in essa quella debolezza che anche ne’ più grandi uomini produce talvolta la vanità. Ma ognuno sa che da questa passione non seppe troppo difendersi Cicerone. Questi però non avrebbe certo bramato di aver a suo storico Lucceio, se non avesse avute in gran pregio le storie da lui scritte. Lucceio erasi piegato alle preghiere di Tullio, e aveagli promesso di scriver la storia del suo consolato (l. 4 ad Attic. ep. 6). Ma non sappiamo se conducesse ad effetto questo suo pensiero. Certo [p. 428 modifica]4^8 PARTE TERZA niuna cosa da lui scritta ci è pervenuta. Cicerone però non volle in tutto affidarsi alla penna altrui; ma egli stesso si prese il pensiero di narrarci le sue imprese. E una greca storia in primo luogo egli scrisse del suo consolato (l. 1 ad Attic. ep. 19, e ¿2, cp. 1): inoltre un poema latino in tre libri diviso sullo stesso argomento (ib. l. 2, ep. 19, e l. 11, ep. 3); e per ultimo una storia latina del medesimo suo consolato aveva intrapresa, poichè così scrive ad Attico, dopo aver parlato delle altre sue opere (l. 1, ep. 19): Latinum, si perfecero, ad te mittam. Ma non sappiamo s’egli la conducesse a fine. Pare ancora che una generale storia romana egli avesse in animo di comporre. Certo egli introduce Attico, che seco lui ragionando gli dice che già da lungo tempo una tale opera da lui si aspetta (De Leg. l. 1, n. 2). Una però ci è rimasta delle opere storiche di Cicerone, e in un tal genere in cui egli è stato il primo a darcene esempio tra’ Latini, cioè di storia letteraria, che tale è appunto il suo libro più volte da noi mentovato de’ celebri Oratori, nel quale tutta svolge partitamente l’origine. il progresso e le vicende della romana eloquenza; opera degna di esser proposta a modello a chiunque prende a trattare somigliante argomento. Alcuni altri storici che fiorirono a questo tempo medesimo, annovera il Vossio, le cui opere si sono perdute. Noi, senza più oltre trattenerci intorno ad essi, passeremo a parlare di tre scrittori, de’ quali, se non tutti, alcuni almeno de’ loro libri ci son [p. 429 modifica]LIBRO TERZO ^29 pervenuti, cioè di Cesare, di Sallustio e di Cornelio Nipote (*). IH. Io parlo a questo luogo di C. Giulio Cesare, perchè le sue opere storiche sono le sole che ci siano rimaste; ma egli potrebbe a ragione essere annoverato tra’ coltivatori di qualunque siasi scienza, poichè in fatti niuna quasi ve n’ebbe, a cui egli felicemente non si applicasse. Egli fu certamente uno de’ più grandi, e direi quasi prodigiosi uomini che mai vivessero. E forse in tutta la storia non sarebbe alcuno che con lui si potesse paragonare, se la sua ambizione col renderlo fatale a Roma non ne avesse in gran parte oscurati i meriti, In lui si videro con rarissimo esempio raccolti tutti que’ pregi che formano un gran guerriero, un gran principe, un gran letterato. Ma noi nol dobbiamo considerare che sotto quest’ultimo aspetto. Non vi fu mai uomo che dovesse naturalmente esser più rozzo nelle scienze, e a cui minor tempo sopravanzasse per coltivarle. (’) Il sig. ab. Lampillas mi sgrida qui aspramente (t. 1 , p. 29) perchè io non ho parlato di Cornelio Balbo spagnuolo, vissuto in ltoma, uoin dotto, protettore de dotti e autore di alcune opere storiche ora perdute; e valendosi del suo diritto di penetrare le alimi intenzioni, afferma francamente ch’io non l’ho nominato , perchè non poteva annoverarlo tra i corruttori dell’eloquenza, lo proiesto innanzi agli uomini onorati e saggi che il solo motivo per cui non l’ho nominato, è stato perchè me ne sono dimenticato: cosa che mi è accaduta anche riguardo ad alcuni dotti italiani, come il seguito di queste g.unte farà palese. Se il sig. ab Larapillas non mi vuol dar fede, 10 noi costrmgeiò a farlo. [p. 430 modifica]43o PARTE TERZA Nell’età giovanile fu costretto a pensare alla sua sicurezza, e a nascondersi or in uno or in altro luogo per sottrarsi al furore di Silla, il quale nella sua proscrizione lo avea compreso. Quindi entrato nella milizia, vi fece alcune campagne. Mischiatosi poscia ne’ maneggi della Repubblica con un genio attivo, instancabile , intraprendente, vi salì presto a tale autorità, che ogni cosa regolavasi poco meno che a suo volere. In tutte le civili discordie, in tutti i più importanti affari egli ebbe parte, sempre intento o ad abbattere l’altrui potere, o a formare partiti a suo innalzamento. Le guerre poscia e per ultimo il governo di Roma, di cui per poco non si fece arbitro e sovrano, l’occuparono per tal maniera, che non si vede qual tempo egli avesse a coltivare l’ingegno. Del solo Apollonio di Rodi sappiamo ch’ei fu per qualche tempo discepolo. Ma un ingegno così vivace e una sì pronta e sì fervida fantasia avea egli ricevuto dalla natura , che que’ pochi avanzi di tempo che da tante occupazioni gli rimanevano liberi, poteron formarlo uno de’ più colti uomini che fiorissero in Roma. Basta leggere ciò che di lui narra Plinio il vecchio (l. 7, c. 2 5) per conoscere qual prodigioso talento avesse egli sortito. Al medesimo tempo soleva egli e scrivere e leggere ed ascoltare e dettare, e a quattro scrittori allo stesso tempo dettar lettere di gravissimi affari, anzi fino a sette ancora, se allora in altra cosa non si occupava. IV. Non è perciò a stupire che in mezzo a 1 sì grandi affari fosse egli in tutte quasi le [p. 431 modifica]I.IBRO TERZO 431 scienze egregiamente istruito. Già abbiam veduto che nell’eloquenza egli solo forse avrebbe potuto gareggiare con Cicerone, se la sua ambizione non gli avesse fatto abbandonare il foro; e che colla stessa forza diceva egli da’ rostri, con cui combatteva nel campo. Coltissimo nello stile, volle ancora svolgerne i precetti ne’ due libi da lui composti, e intitolati de Analogia, libri, ciò ch’è più da ammirarsi, da lui scritti, come narra Svetonio (in Jul. c. 56), mentre viaggiava per l’Alpi passando dalla Gallia Cisalpina nella Transalpina. Egli li dedicò a Cicerone; ed ecco con qual elogio questi introduce Attico a ragionarne, e come destramente vi inserisce ciò che Cesare aveva scritto in sua lode (De Cl Orat. n. 72): Quin etiam in maximis occupationibus cum ad te ipsum (inquit in me intuens) de ratione latine loquendi accuratissime scripserit, primoque in libro dixerit, verborum delectum originem esse eloquentiae, tribueritque, mi Brute, huic nostro (cioè a Cicerone), qui me de illo maluit, quam se dicere, laudem singularem , (nam scripsit his verbis, cum hunc nomine esset affatus: Ac, si cogitata praeclare eloqui possent, nonnulli studio et usu elaboraverunt, cujus te pene principem copiae atque inventorem bene de nomine ac dignitate populi Romani meritum esse existimare debemus) hunc facilem et quotidianum novisse sermonem, nunc pro relicto est habendum. Anzi nel tempo medesimo in cui egli vie maggiormente pensava a stabilire in Roma il suo indipendente dominio, e a riformare gli abusi della Repubblica, [p. 432 modifica]V. A 1»l-rar ria ogni sorta di erudizione. 43a PARTE TERZA avendo Cicerone pubblicato un libro in lode di Catone che da se medesimo si era ucciso anzichè arrendersi a Cesare, questi, non altrimenti che se fosse uomo ozioso in tutto e tranquillo, prese a rispondergli, e due libri compose intitolati Anti-Catone, ne’ quali rispondendo a ciò che Tullio diceva in commendazion di Catone, parlava nondimeno con termini di stima e di rispetto grande pel medesimo Tullio (Plut. Vit. Cicer. Cic. l. 13 ad Att ep. i, e i). « Suida attribuisce a Giulio Cesare anche una metafrasi de’ Fenomeni di Alato ». Inoltre alcuni libri di Apoftegmi o sia Detti notabili avea egli raccolti (Cic. l. 9 ad Famil, ep. 16). Svetonio afferma che questi furon lavoro de’ giovanili suoi anni (in JuL c. 6). Ma dalla sopraccitata lettera di Cicerone è chiaro che questi ancora furono da lui scritti mentre già era arbitro della Repubblica. Augusto però non so per qual cagione li volle soppressi insieme con alcune poesie da lui scritte ne’ primi anni di sua gioventù (Sveton. ib.), nel qual genere di componimento non pare ch’ei fosse molto felice (Dial. de Caussis corr. Eloquent.). V. Ma questi non furono, per così dire, che studi scherzevoli e leggieri in confronto di altri più serii e più difficili, in cui Cesare in mezzo alle sue imprese occupossi. Il gran ponte da lui fatto innalzare sul Reno, e la bellissima descrizione ch’egli ce ne ha lasciata, mostra quanto versato egli fosse nella studio della matematica. La riforma del calendario romano da lui intrapresa e felicemente condotta a fine, è un sicuro monumento del suo sapere in [p. 433 modifica]LIBRO TERZO 4^3 astronomia. Ma di ciò avrem di nuovo a parlare più sotto. Un’altra cosa ancora ci scuopre il genio grande e il sapere di Cesare} cioè l’esatta descrizione di tutto il Romano Impero, che per mezzo d’uomini periti ei volle che si facesse (V. Bergier Des Grands Chemins de l’Empire, l. 3, c. 4)- Anche allo studio della giurisprudenza era egli inclinato. Certo di lui narra Svetonio (c. 44) che avea in pensiero di dare una nuova forma al diritto civile, e dall’immensa e disperata moltitudine di leggi che allor vi erano, scegliere le migliori e le più necessarie , e ridurle a pochissimi libri. Da questo suo amor per le scienze nasceva il favore da lui prestato agli uomini dotti} e io penso che Cicerone al suo sapere dovesse singolarmente la bontà e l’onore con cui fu trattato da Cesare, il quale per altro sapeva di avere in lui, anche dopo il fine della guerra civile, un occulto e pericoloso nimico. Ma un Ì)iù splendido contrassegno del suo amore per le scienze egli diede, quando a tutti i medici e a tutti i professori delle arti liberali egli accordò il diritto e i privilegi della romana cittadinanza (Svet. c. 43). Che più? Anche a fare magnifiche collezioni di monumenti antichi e di libri d’ogni maniera ei rivolse il pensiero. Quanto alle antichità, narra di lui Svetonio (c. 47) Gemmas, toreumata, signa , tabulas operis antiqui semper animosissime comparasse. E per riguardo a’ libri, vedremo a suo tempo che il bel pensiero avea egli già formato di aprire a comune vantaggio una pubblica biblioteca. Ma questo e tanti altri magnifici suoi Tiraboschi, Voi /. 28 [p. 434 modifica]434 VARIE TERZA disegni interrotti furono dall’immatura morte; che per mano de’ congiurati incontrò l’anno di Roma 709. VI. De’ molti suoi libri i Commentarii soli ci son pervenuti; ma questi bastano a dimostrarci qual fosse la grazia, la nettezza, la forza dello stile di Cesare. Facile, chiaro, eloquente, usa di un’eleganza di scrivere tanto più ammirabile, quanto meno vedesi ricercata. Nelle varie edizioni che ne abbiamo, intorno alle quali si può vedere il Fabricio (Bibl. lat. l. 1, c. 10), si trovano comunemente otto libri della guerra Gallica, tre della Civile, e tre altri delle tre guerre d’Alessandria, d’Africa e di Spagna. Ma quali di questi libri scritti fosser da Cesare, quali da altri, e da chi, udiamolo da Svetonio (c. 56): Lasciò ancora i Commentarii delle cose da se operate, cioè della guerra Gallica e della Civile contro di Pompeo, perciocchè delle guerre d’Alessandria, d’Africa e di Spagna non si sa certo l’autore; alcuni pensano che fosse Oppio, altri Irzio, il quale compiè ancora l ottavo libro della guerra Gallica, che Cesa e lasciò imperfetto. Di questi libri di Cesare niuno ha parlato con maggior elogio di quello che fece Cicerone, il cui giudizio io penso che ognuno seguirà volentieri. Eccone le precise parole (De Cl. Orat. n. 75): Commentarios quosdam scripsit re rum suarum valde quidem, inquam, probandos: nudi enim sunt, recti et venusti, omni ornatu orationis, tanquam veste, detracto; sed dum voluit alios habere parata, unde sumerent, qui vellent scribere historiam, ineptis gratum fortasse fecit. qui volunt illa [p. 435 modifica]LIBRO TERZO 435 calamistris inurere; sanos quidem homines a scribendo detemiit: ni!til enim est in historia pura et illustri brevitate dulcius. Dopo il qual elogio, qualunque cosa dicasi Pollione, il quale, come già si è detto , tacciava di negligenza i Commentarii di Cesare, egli soffrirà in pace che a Cicerone più che a lui prestiam fede. Forse più giustamente egli accusò Cesare di avere in alcune cose alterata la verità: poichè non è inverisimile che l’amor della gloria gli reggesse talvolta la penna, e lo inducesse o a dissimulare, o a rivestire di più favorevol colore alcune cose. E il Vossio alcuni passi in particolare ha osservati De Hist. lat. 1.1, c. 13) ne’ quali Cesare di qualche dissimulazione ha usato. Ma in ciò eh’è eleganza e proprietà di stile, egli è certo che non vi ha forse autore che a lui si possa paragonare, detto per ciò a ragione da Tacito Summus auctorum (De Morib. German, c. 28). Ciò ch’è più a stupire, si è ch’essi, per detto di Irzio che ne fu testimonio, furono da lui scritti con somma fretta. Del che, dic’egli (praef. ad l. 8 Bell. Gall.), noi più che ogni altro abbiamo a maravigliarci. Perciochè gli altri veggono solo quanto bene ed esattamente egli abbia scritto; noi abbiamo ancora veduto con qual facilità e con qual prestezza egli scrivesse. Dopo ciò, io non posso rammentar senza stomaco la prodigiosa sciocchezza di qualche moderno scrittore rammentato dal Fabricio e dal Vossio, che de’ Commentarii di Cesare volle fare autore Svetonio. Di un’altra opera intorno alla sua propria vita scritta dallo stesso Cesare, di qualche dubbioso [p. 436 modifica]VII. Vita, carattere t. opere di Saliu&lio. 436 PARTE TERZA frammento de suoi Commentarli, e di ciò che intorno ad essi abbia addoperato un cotal Giulio Celso, si posson vedere i due mentovati scrittori; che l’entrare in sì spinose e sì minute quistioni, e ci ritarderebbe di troppo, e di troppo annoierebbe i lettori. Aggiugnerem qui solamente che il primo libro della guerra Gallica ebbe l’onore di essere recato in lingua francese dal re Luigi XIV, e fu stampato in Parigi l’an 1661. Anzi Arrigo IV ancora avealo già tradotto, come affermano Isacco Casaubono (praef. ad Polyb.) e il P. Rapin (Refléx, sur l’hist § 28). VII. Più brevemente favellerem di Sallustio e di Cornelio Nipote. C. Sallustio Crispo nacque in Amiterno ne’ Sabini l’anno di Roma 668, e morì f anno 719 (V. Voss. de hist. lat. l. 1, c. 15). Chi ne legge le storie, facilmente si persuade ch’ei fosse un altro Catone; così severamente egli inveisce contro de’ vizii, e così spesso in lui s’incontrano sentimenti pieni di gravità e di senno. Ma egli era pago di aver la costumatezza nella sua penna, e nella sua vita fu uomo guasto affatto e licenzioso. Gellio recando l’autorità di Varrone (l. 17, c. 18) racconta che colto una volta in delitto, fu malconcio di battiture per man di Milone. Ammesso nel ruolo de’ senatori, ne fu poscia disonorevolmente cassato (Dio. l. 40); ma poi rimessovi da Cesare , fu da lui onorato di varii impieghi. Mandato al governo della Numidia, vi diè a conoscere la sua rapace ingordigia, e tornossene a Roma carico di rapine (id. l. 43). L’ab. le Masson nella prefazione premessa alla [p. 437 modifica]LIBRO TKRZO 4^7 traduzion francese di Sallustio, da lui pubblicata in Parigi l’anno 1716, ha voluto difendere il suo autore da tali accuse, e ha preteso di mostrare ch’egli ne’ suoi scritti faccia il vero carattere di se stesso. Ma non vi ha alcuno degli antichi scrittori che lodi Sallustio pe’ suoi costumi; e niuna fama sarebbeci di lui rimasta, se celebre ei non si fosse renduto colle sue opere. Tra queste la più pregevole era una storia della romana repubblica dalla morte di Silla fino alla congiura di Catilina. Ma questa è perita; e due altre brevi storie soltanto ci son rimaste, una della guerra de’ Romani contro Giugurta, l’altra della congiura di Catilina. E queste ci fan conoscere quanto abbiamo a dolerci della perdita che fatta abbiamo dell’altra. Lo stil di Sallustio è breve, conciso e vibrato al sommo; ciò ch’egli dice, non si può dire nè con maggior brevità nè con forza ed evidenza maggiore. In pochi tratti descrive i caratteri delle persone così, che con lunga narrazione non si potrebbe andare più oltre. Le sue orazioni hanno un nerbo e un’energia singolare. Vero è nondimeno che la brevità il rende talvolta oscuro, e tanto più che alcune parole egli usa e alcune espressioni tratte dagli antichi autori che ora difficilmente s’intendono, e anche a’ suoi tempi erano già disusate. E questo è ciò di che riprendevalo Asinio Pollione, come di sopra si è detto, e un distico ci è stato conservato da Quintiliano, in cui questo difetto medesimo gli si rimprovera. Et verba antiqui multum furate Catonis, Crispe Jughurtinae conditor historiae. L. 8, c. 3. [p. 438 modifica]456 I’ARTE TERZA Ma ciò non ostante egli è a ragion riputato uno de’ migliori scrittori di tutta l’antichità. Marziale di lui dice: Crispus romana primus in (historia. L. 14, epigr. 191. Ma forse il primato di tempo, e non quello di merito, vuol qui accennare Marziale, affermando che fu egli il primo che in colto e ornato stile scrivesse le cose romane. Quintiliano ne parla con grandi elogi, e non teme di paragonarlo a Tucidide, e immortale chiama la velocità (l. 10, c. 1) da lui usata, cioè l’ammirabile brevità con cui in poche linee grandi cose racconta e descrive. Abbiamo ancora due orazioni ossia lettere a Cesare intorno al bene ordinar la repubblica, e due declamazioni, l’una contro di Catilina, l’altra contro di Cicerone, che da alcuni gli vengono attribuite. Ma delle prime, benchè il Fabricio le creda opere di Sallustio, il Vossio però ed altri ne pensano diversamente; le seconde da tutti i buoni critici si giudican lavoro di qualche declamatore, come pure l’orazione di Cicerone contro di Sallustio. Questi ancora ebbe un onor somigliante a quello di Cesare; cioè di avere una regal destra impiegata a farne la traduzione, perciocchè la celebre Lisabetta regina d’Inghilterra lo volse in inglese (V. Fabric. Bibl. lat. l. 1, c. 9). VHI. Di Cornelio Nipote sono incerti gli anni e della nascita e della morte. Solo sappiamo che a’ tempi di Catullo egli era già noto pelle sue Storie, e che essendo vissuto per lungo tempo in istretta famigliarità con Attico, gli [p. 439 modifica]MERO TERZO fòg sopravvisse, come egli stesso afferma nella Vita che ne compose, e che amicissimo fu ancora di Cicerone, di cui pure avea scritta in più libri la Vita (Gellius l. 15, c. 28). I Veronesi il vogliono loro concittadino, e ne adducono in prova l’amicizia ch’egli avea con Catullo, e la frequente menzione che ne fa Plinio il Vecchio. Niuno però degli antichi scrittori lo asserisce; e Plinio lo dice solamente Padi accola (l. 3, c. 18), dal che si è da alcuni argomentato ch’ei fosse nativo di Ostilia, terra allora del Veronese, ora del Mantovano, alle rive del Po (V. Maffei Ver. Illustr. pari. 2, l. 1. (a). Di lui abbiamo le (a) Una nuova opinione intorno alla patria di Cornelio Nipote ci ha di fresco proposta il ch. co. Giambatista Giovio, cioè ch’ei sia comasco (Gli Uomini Illustri Comaschi, p. 297, 360). Egli ne pone per fondamento una lettera di Plinio a Severo, in cui gli scrive che Erennio.Severo desidera di porre nella sua biblioteca imagines municìpum tuorum Cornelii Nepotis et Titi Cassii; e aggiugne ch’egli spera che Severo volentieri si prenderà la cura di proccurargliele, qued patri a ni titani, omnesque, qui nomen ejus auxerunt, ut patriam ipsam vcncrari.s ac diligis (l. IV. ep. XXVIII). Dunque, ne riferisce egli, e la conseguenza è giustissima, Severo, Cassio e Cornelio Nipote aveano una medesima patria. Ma qual fa la patria di Severo? Fu Como, dice l’ingegnoso illustratore delle glorie della sua patria, e ne abbiamo la prova in un’altra lettera di Plinio allo stesso Severo, in cui gli scrive che avendo acquistata una statua di bronzo corintio, egli vuol farla collocare in patria nostra, celebri loco..... ac potissimum in Jovis templo; e soggiugne che manderalla, o porteralla egli stesso a Severo, da cui ben si lusinga che avrà in ciò tutta l’assistenza e l’ajuto opportuno (l. III, ep. VII). Era dunque comasco Severo, ne [p. 440 modifica]44» PARTE TERZA Vite degli eccellenti Capitani attribuite già per errore ad Emilio Probo, e quelle fli Catone 1’Uticense e di Attico; le quali come nella purezza ed eleganza dello stile non cedono alle opere inferisce egli, chiamandosi Como da Plinio loro patria comune: in patria nostra, ed ivi abitando di fatto Severo, come la lettera stessa ci manifesta. Ma io confesso sinceramente che questa seconda conseguenza non mi sembra giusta al par della prima. Che Severo abitasse allora in Como, non può negarsi; ma ei poteva abitarvi o per magistrato, o altro impiego affidatogli, o per qualunque altra ragione, senza che quella fosse la sua patria. Tutta dunque la forza riducesi a quelle parole: patria nostra, come se Plinio volesse con ciò indicarci che Como fosse patria di lui non meno che di Severo. Ma ognun sa che i Latini usavano talvolta il plurale pel singolare parlando della lor sola persona. Così lo stesso Plinio: Sabinam quae nos reliquit haeredes (l. IV, ep. x.); e altrove: accipies hendecasyllabos nostros (ib. ep. XIV). Troppo dunque è debole la congettura fatta da quelle parole; e a me sembra che più assai che questa espressione a provar Severo comasco, abbia forza a negarlo quell’altra usata nella prima lettera, ove Plinio, di cui non v’ebbe forse l’uomo più amante della sua patria, parlando della patria di Severo, dice solamente patriam tuam, ove, se la patria di Severo era veramente Como, come lo era di Plinio, era ben verisimile ch’ei si lasciasse sfuggire qualche sentimento del suo amor patriottico. Ad accrescere qualche forza al suo argomento aggiugne il co. Giovio che tutte C edizioni hanno nel titolo della seconda lettera: Severum municipem suum rogat. Ma oltre che cotai titoli son troppo recenti per poter fare autorità alcuna, nella bella edizione ch’io ho alle mani delle lettere di Plinio fatta in Amsterdam nel 1734 quelle parole municipem suum non si leggono; e sembra che gli editori saggiamente ne le togliessero, perchè non appoggiate ad alcun fondamento. [p. 441 modifica]LIBRO TERZO 44* di altro scrittore, così in ciò elfi è forza e vivacità, sono inferiori alle storie di Sallustio e di Cesare. Più altri libri storici avea egli composti, e quel compendio singolarmente di Storia universale, che tanto da Catullo vien commendato con que’ versi: Cum ausus es unus Italorum Omne aevum tribus explicare chartis Doctis, Jupiter! et laboriosis. Carm. I. Di questa e di altre opere da lui scritte, ma che non ci son pervenute, veggansi il Vossio (De Ih st. lai. I. i, c. i4)> il Fabricio (Bibl. lat. l. 1, c. 6) e il march. Maffei (loc. cit.). IX. Questi furono i principali storici che fiorirono a’ tempi di Cesare e di Cicerone. Il regno d’Augusto non ne fu meno fecondo; ma di tutti, trattone solo una parte di quelle di Livio, sono infelicemente perite le storie. Rammenteremo brevemente alcuni de’ principali scrittori, come di sopra si è fatto; poscia più lungamente ci tratterremo intorno a Livio. E in primo luogo quell’Asinio Pollione, di cui già più volte abbiam favellato, uomo dotto, ma di altri dotti del suo tempo biasimator fastidioso, più libri di storie aveva scritti che da vari antichi autori vengon citati, le testimonianze de’ quali sono state dal Vossio diligentemente raccolte (De Hist. lat. l. 1, c. 17). Seneca il Retore ci ha conservato un passo di questo storico, in cui fa l’elogio di Cicerone, benchè gli fosse implacabil nemico; ed egli ci assicura che passo più eloquente di questo non v’era nelle storie di Pollione. in tal maniera che [p. 442 modifica]443 PARTE TERZA sembra, soggiugne egli, che abbia voluto non già lodar Cicerone, ma con lui gareggiare. Veggiamo dunque qual sia questo, a parer di Seneca, sì eloquente passo, che ci gioverà ad avere un saggio dello stile di questo scrittore < Suasor. 6): Hujus ergo viri tot tantisque operibus mansuris in omne aevum praedicare de ingenio atque industria supervacuum. Natura autem pariter atque fortuna obsecuta est. Ei quidem facies decora ad senectutem, prosperaque permansil vale ludo: turn pax diutina, cujus instructus erat artibus, contigit, namque a prisca severi tuie judicis exacti maximorum noxiorum multitudo provenit, quos obstrictos patrocinio ine oliane s plcrosque habebat Jam felicissima consulatus ei sors petendi, et gerendi magna munera, Deum consilio, iudustriaque. Utinam moderatius secundas res, et fortius adversas ferre potuisset, namque utraeque cum venerant ei, mutari eas non posse rebatur. Inde sunt invidiae tempestates coortae graves in eum, certiorque inimicis aggrediendi fiducia: majore enim simultate appetebat animo, quam gerebat. Sed quando mortalium nulli virtus perfecta contigit, qua major pars vitae atque ingenii stetit, ea judicandum de homine est. Atque ego ne miserandi quidem exitus eum fuisse judicarem, nisi ipse tam miseram mortem putasset. Ella è cosa troppo pericolosa il giudicare dello stile, e più ove si tratti - come diciamo , di lingua morta, di cui non possiamo appieno conoscere l’indole e la proprietà. Nondimeno, se mi è lecito di dire sinceramente ciò ch’io ne sento, a me pare che Pollione. che trovava assai che [p. 443 modifica]. LIBRO TERZO 44^ riprendere in Cicerone, che credeva negligentemente scritti i Commentarii di Cesare, e che scopriva in Livio un certo stil padovano di cui altri non si avvedeva, non possa in questo passo, il più eloquente di tutte le sue storie, venire al confronto nè con Livio, nè con Cesare , nè con Cicerone. Ma ritorniamo agli storici. X. Ottavio Augusto vuole egli ancor tra gli storici essere annoverato. Svetonio racconta (in • ytugust. c. 85) che parte della sua vita aveva’ egli scritto divisa in tredici libri. Pare che fosse questo il costume di tutti gli uomini grandi del tempo di cui parliamo, di scrivere essi stessi le loro imprese. Emilio Scauro, Lutazio Catulo, Cornelio Silla, Cesare e Cicerone ne avean dato l’esempio. Augusto, ed anche M. Vipsanio Agrippa di lui genero, come prova il Vossio (De Hist. lat. l. 1, c. 18), gl’imitarono. Volevan essi tramandare il lor nome e la memoria delle cose da essi operate alla posterità; ma consapevoli a se stessi che non tutte le loro azioni eran degne di encomii, volevano essi stessi farne il racconto e formare il proprio loro ritratto con tal destrezza, che coprendo le macchie il rendesse vago a vedersi. Ma troppi erano gli scrittori a quel tempo, perchè la loro arte ottenesse il bramato effetto. Plinio ci ha conservato un frammento di Augusto, che sembra tratto dalla vita che di se medesimo egli scrisse. Ed io qui recherollo, perchè ognun veda che colto ed elegante era lo stile di cui egli usava. Così dunque ha Plinio (l.2,c. 25): Cometes in uno totius orbis [p. 444 modifica]444 PARTE TERZA loco colitur in templo Romae. admodum faustus divo Augusto judicatus ab ipso, qui, incipiente eo, apparuit ludis, quos faciebat Veneri Genitrici, non multo post obitum patris Caesaris, in collegio ab eo instituto; namque his verbis id gaudium prodidit: Iis ipsis ludorum meoram diebus sidus crinitum per septem dies in regione coeli, quae sub septemtrionibus est, conspectum. Id oriebatur circa undecimam horam diei, clarumque et omnibus terris conspicuum fuit. Eo sidere significari valgus credidit, Caesaris animam inter Deorum immortalium numina receptam; quo nomine id insigne simulacro capitis ejus, quod mox in foro consecravimus, adjectum est. Anche M. Valerio Messala Corvino, l’amico e il protettor di Tibullo, una voluminosa opera intorno alle famiglie romane avea composta, che è rammentata da Plinio il Vecchio (l. 34, c. 13; l. 35, c. 2). Aggiungasi Trogo Pompeo che scritte avea in quarantaquattro libri le Storie Filippiche, di cui abbiamo il solo compendio fattone da Giustino. Dice egli stesso (l. 43) che i suoi maggiori erano oriundi dalla Gallia Narbonese; ma che suo padre sotto Giulio Cesare avea militato, e che suo avolo in tempo della guerra Sertoriana avea da Pompeo ricevuta la romana cittadinanza. E io spero perciò che gli autori della Storia Letteraria di Francia, che tra’ loro scrittori non senza ragione 1 bau registrato, ci permetteran volentieri che il ponghiam noi pure tra’ nostri. Innoltre L. Fenestella che visse a’ tempi d’Augusto, e morì nel sesto anno di Tiberio, come abbiamo da Plinio, e più [p. 445 modifica]LIBRO TERZO 44 ^ chiaramente dalla Cronaca eusebiana (V. Voss. 1 i. c. 19), alcuni annali avea scritto, e un libro de’ magistrati romani. Vuolsi però avvertire che il libro di tale argomento, che col nome di Fenestella si vede in alcune edizioni, a lui punto non appartiene; ma è di Andrea Domenico Fiocco fiorentino (V. Voss. loc. cit. e Fabric. Bibl. lat. /. 4, c. 4, § 7)• Altri ancora si aggiungono di minor nome, che son rammentati dal Vossio , presso il quale si potrà vedere ciò che di essi, e di que’ che abbiam nominati, eruditamente raccoglie. A questo secolo finalmente lo stesso Vossio attribuisce il celebre storico Cremuzio Cordo; e sembra certo che al tempo d’Augusto egli scrivesse , almeno in parte, le sue storie. Ma perchè egli visse parecchi anni ancora sotto Tiberio, e allora singolarmente più note si renderono a suo gran danno le sue opere, ci riserberemo a parlarne nel seguente volume. Rimane dunque che prendiamo a dire di Tito Livio. XI. A me non appartiene l’entrare nella quistione tra alcuni scrittori dibattuta, se Livio fosse veramente nativo di Padova, o anzi di Abano villaggio del Padovano; quistione del cui scioglimento non debb’essere sollecito chi tratta generalmente la Storia della Letteratura Italiana. Poco, o nulla sappiamo della vita da lui condotta. Pare che qualche parte egli avesse nell’istruzione di Claudio che fu poi imperadore; perciocchè Svetonio narra (in Claud c. 41) che a persuasione di Livio egli ancor giovane prese a scrivere la Storia Romana , incominciandola dalla morte di Cesare. Ma la scarsezza di [p. 446 modifica]446 FAUTE TERZA notizie intorno alla vita di Livio sarebbe agevole a sofferirsi, se tutta se ne fosse conservata la Storia Niuno avea ancora intrapresa, o condotta a fine opera di sì gran mole. In cento quarantadue libri avea egli compresa tutta la storia romana dalla fondazione di Roma fino alla morte di Druso. Qual danno che di sì grand’opera solo trenta cinque libri siano a noi pervenuti! Tutti gli antichi autori ne parlano con somme lodi. Seneca il Filosofo lo chiama eloquentissimo uomo (l. 1 de Ira, c. 16) * Plinio il Vecchio lo dice autore celebratissimo (praef. ad hist. nat.). Ma Quintiliano singolarmente ne fa grandissimi eneo unii 3 e olire il dirlo uomo di maravigliosa facondia (L 8, c. 1); oltre il chiamare lattea facondia quella di che egli usa (l. 10, C. 1), così ne forma il carattere: Nè sdegnisi Erodoto che Livio gli venga paragonato, scrittori mi/ abilmente grazioso e terso nelle sue narrazion i, e nelle parlate sopra ogni crc,!ere eloquente; così ogni cosa egli sa adattare e alle persone e alle cose di cui ragiona. Quanto agli affetti, e a quelli singolarmente che son più dolci, niuno degli storici, a parlare modestamente, ha saputo esprimergli meglio. In tal modo la immortale brevità di Sallustio ha egli potuto con diverse virtù uguagliare. Perciocchè parmi che ottimamente dicesse Servilio Nomiano, che questi due scrittori sono uguali, anzichè somiglianti. Dopo questi elogii, poco ci dee muovere il detto già rammentato di Asinio Pollione, che diceva di troé vare in Livio una non so qual aria di padovano. Si è cercato da molti che cosa intendesse cosi [p. 447 modifica]LIBRO TERZO 447 parlando Pollione; e il Morhofio una dissertazione; o anzi un ampio trattato ha pubblicato su questo argomento, in cui lungamente esamina qual fosse il vizio che a Livio opponevasi. Ma a me non pare nè che di sì lunga dissertazione vi avesse bisogno, nè che possa rimaner dubbio sul senso della parola da Pollione usata. Leggansi i due luoghi in cui Quintiliano fa menzione di un tal detto (l. 1,c. 5; e l. 8, c. 1), e vedrassi che egli ivi ragiona dello studio che usar dee un colto scrittore a sfuggire ogni parola ed ogni espressione che sappia dello straniero. Dal che è manifesto che Pollione riprender voleva in Livio certe espressioni padovane più che romane 5 come farebbe al presente un Toscano, il quale leggendo un libro di scrittore lombardo, e trovandovi parole e frasi che in Toscana non sono usate, dicesse che quello stile sa di lombardo. Noi non possiamo ora conoscere quali siano queste parole che da Pollione dicevansi padovane j e non si posson leggere senza risa le gravissime decisioni che alcuni moderni Aristarchi autorevolmente han pronunciato, diffinendo questa e quell’altra voce di Livio esser quella.che da Pollione fu ripresa; quasi che nella perdita che abbiamo fatta della più parte degli scrittori latini, possiamo determinare qual voci siano latine, quali nol siano. Io concederò bensì che non dobbiamo usare se non di quelle che troviamo ne’ buoni autori che ci sono rimasti; perciocchè altrimenti non vi sarebbe regola e legge alcuna di scrivere. Ma il non trovarsi in essi una cotal voce, o una coiai locuzione3 [p. 448 modifica]44$ PARTE TERZA come ci dee bastare perchè non ci facciamo ad usarla, così non può bastare a decidere ch’essa al buon secolo non fosse usata. Or tornando all’accusa di Pollione, se egli sol contro Livio si fosse rivolto, si potrebbe credere a ragione che giusta fosse l’accusa. Ma come per l’una parte sappiamo ch’egli non la perdonava ad alcuno, e per l’altra non sappiamo che altri scorgessero in Livio un tal difetto, par verosimile che in questo ancora si lasciasse Pollione travolgere e trasportare dal suo mal talento, e dal desiderio di acquistar fama a se stesso coll’oscurare l’altrui. XII. Altri di altri difetti hanno accusato questo insigne scrittore. E prima di troppa credulità nel raccontare gli strani prodigi che dicevansi accaduti. Giovanni Toland, per liberarlo da questa taccia, un’altra troppo peggiore glie n’ha apposta, spacciandolo per ateo in una dissertazione da lui pubblicata all’Aia l’anno 1708. Ma e l’accusa e la discolpa peggior dcl1 accusa non son ragionevoli. Livio riferisce ciò che gli antichi scrittori aveano riferito, e ciò di che correv a costante voce tra il popolo; ma nel riferirlo egli mostra più volte di essere persuaso della falsità di cotali prodigii. Così in un luogo egli dice (l. 5, c. 21): Haec ad ostentationem scenae gaudentis miraculis aptiora quam ad fidem neque affirmare, neque refellere operae pretium est. E altrove , raccontati alcuni prodigi, soggiugne (l. 8, c. 6): Nam et vera esse, et apte ad repraesentandam iram Deum ficta possunt. Le parlate che a’ generali d armata e ad altri ragguardevoli personaggi [p. 449 modifica]1IDR0 TERZO 4^9 attribuisce Livio, sono pur condannate da alcuni, come da lui immaginate e composte sul verisimile solamente, e non sul vero. Ma se Livio è degno per esse di riprensione, egli può consolarsi che questo difetto gli sia comune con tutti gli altri più accreditati scrittori antichi; e noi pure di questo difetto medesimo possiam compiacerci; perciocchè per esso abbiamo tante orazioni piene di forza e d’eloquenza maravigliosa, e che posson essere perfetto modello a tali componimenti. Nè punto miglior fondamento ha un’altra accusa che veggo farsi a Livio da alcuni, cioè ch’ei non accenni gli autori da’ quali ha tratti i racconti ch’egli inserisce nella sua Storia. A ciò si risponde comunemente e con ragione, che questo era lo stile degli antichi scrittori, e solo in questi ultimi secoli si è introdotto da’ più esatti storici il costume di allegare di mano in mano le autorità e i monumenti a cui le lor narrazioni sono appoggiate. Ma a me sembra che Livio possa ancor meglio esser difeso. Perciocchè egli veramente assai di spesso cita gli autori, o i documenti onde egli trae le cose che ne racconta. Il Fabricio (t. 1, p. i c>3, edit. Ven.) annovera i luoghi in cui Livio cita le testimonianze di Fabio Pittore, di Valerio d’Anzio, di Licinio Macro, di Quinto Tuberone, di Polibio; e più altri ancora se ne potrebbono addurre. Spesse volte egli nota la discordanza degli storici, spesso si duole della mancanza de’ monumenti necessarii a provare la verità di alcun fatto; e si mostra in somma storico esatto, che scrive, quanto più gli è possibile, TjRAiioscni, Voi I 29 [p. 450 modifica]45o PARTE TERZA appoggiato a monumenti sicuri e a probabili fondamenti. XIII. Nè io voglio perciò sostenere che esente ! d’ogni macchia sia Livio. In alcuni errori egli è certamente caduto. E quale storico vi è stato mai che si possa vantare di non avere mai inciampato? Pare ancora che talvolta esalti di troppo le grandezze e le imprese de’ suoi, e deprima e abbassi le altrui; difetto che suol esser proprio di coloro che le cose della lor patria scrivono, o del loro impero. Viene inoltre tacciato, e non senza ragione, di qualche ingratitudine verso Polibio, da cui avendo egli preso moltissimo, pure non ne fa che poche volte menzione, ed è alquanto parco in lodarlo. Ma di questi ed altri difetti attribuiti a Livio veggasi il Vossio (De Hist lat. l. 1, c. 19), e più ancora il Crevier nella bella erudita sua prefazione premessa all’edizione ch’egli ha fatta di questo storico. E certo si è che Livio, comunque non sia senza difetti, viene meritevolmente considerato come uno de’ migliori autori, e de’ più perfetti modelli che a scrittore di storia si possan proporre. Ancor quando viveva, egli fu in tale stima che, come narra Plinio il Giovane (l. 1, epist. 3), uno Spagnuolo venne fin da (Cadice a Roma unicamente per veder Livio, e vedutolo, senza curarsi d’altro, fe’ ritorno alla patria. In grande stima lo ebbe anche Augusto; e benchè Livio liberamente scrivesse ciò che sentiva intorno alle ultime guerre civili, e favorevole si mostrasse al partito di Pompeo, egli chiamavalo bensì scherzando col nome di Pompeiano, ma non perciò [p. 451 modifica]LIBRO TERZO d5l scemò punto il favore di cui l’onorava (Tacit. l 4. Annal.). Morì egli in Padova l’anno di Roma 770, come si ha dalla Cronaca eusebiana. Oltre la storia, alcuni dialoghi ancora aveva egli scritto e alcuni libri filosofici (Senec. epist. 100). XIV. Potrebbe parer questo il luogo opportuno a cercare se sia vero ciò, di che alcuni moderni scrittori hanno accusato il pontefice S. Gregorio, soprannomato il Grande, cioè ch’egli facesse gittare al fuoco quanti potè trovare esemplari della Storia di Livio. Ma come non di Livio soltanto / ma di altri antichi scrittori si dice aver ciò fatto questo pontefice, ed anzi egli viene accusato di aver distrutti i più bei’ monumenti che ancor restassero in Roma, ci riserveremo a parlarne quando sarem giunti a trattare della Letteratura Italiana de’ tempi a cui egli visse. Ciò che con verità si può dire, si è che non vi è mai stato scrittore, de’ cui libri tanto si sia compianta la perdita, e tante volte si sia avuta speranza di riaverli, quanto di que’ di Livio. Non dispiacerà, io credo, a’ lettori il fare una breve digressione sulle follie che intorno alle Opere di Livio si sono sparse più volte; e l’interrompere con un piacevol racconto le serie e forse anche noiose ricerche in cui spesso ci conviene entrare. Sembra che alcuni abbian voluto prendersi giuoco degli eruditi; e in tali luoghi hanno affermato trovarsi intera la Storia di Livio, ove forse il nome di questo autore non è mai giunto, e ove fors1 anche il nome di Libro è barbaro e sconosciuto (*). XIV. Favole sparto intorno 4 «liversi rodici interi della sua stoiia. (*) La prima menzione che a me è avvenuto »li [p. 452 modifica]452 PARTE TERZA Tali sono coloro che ci assicurano essere sì gran tesoro nell’Arabia (V. Conring. Antiq. Acad. Suppl. 19); a’ quali si può aggiungere ancora Paolo Giovio che dice (In Descript. Hebridum) trovarsi esso in una delle isole Ebridi all’occidente della Scozia, portatovi per avventura da Fregusio regolo degli Scozzesi, quando insieme con Alarico re de’ Goti, dato il sacco a Roma, seco ne riportò le migliori spoglie5 e che gli Scozzesi avendol di fresco scoperto, l’aveano offerto a Francesco I, re di Francia. Può egli un uom saggio pensar vegliando, e scrivere seriamente tal cose? Più verisimile potrebbe parere il racconto che da una Cronaca manoscritta di Brema ha fatto il Morhofio (De Livii Patavini taf e, c. 1), nella quale si legge questo racconto: IS anno i52i morì Martino Gronning di Brema, cantore di quel Capitolo e uomo dottissimo, il quale era stato pubblico prof- del Collegio della Sapienza in Roma. Aveva egli le Decadi e i libri smarriti di T. Livio scritti a mano, i quali aveva ei ritrovare di un preteso codice di tutta intera la Storia di Livio, è quella che ne fa Poggio fiorentino, il quale scrìvendo al march. Leonello d: liste, gli narra che un certo iNiccolò, venuto da quelle parli, gli avea con giuramento affermato che in un monastero dell’Ordine Cisterciense nella Dacia avea egli stesso veduti tre gran tomi, ne’ quali in caratteri longobardi misti di alcuni gotici leggevansi tutte le dieci Decadi di questo storico. L Poggio sembra prestar fede a un tal racconto, e mollo più che ciò da un altro ancora era stato affermato (Posi. lib. de Variet. Fortun. ep. 3o). Ma anche questo sì raro codice ha avuta la stessa sorte degli altri. [p. 453 modifica]LIBRO TERZO ^53 ricevuti dalla Biblioteca di Druntgeim nella Norvegia, ove fin allora erano stati nascosi. Di che avendo egli ragguagliato Filippo Beroaldo primo bibliotecario del Papa, questi gli rispose che portasse seco que’ libri a Roma, e che egli avrebbe procurato che oltre le spese del viaggio, se gli contassero subito mille scudi d’oro. Ma essendo frattanto morto Martino, que’ libri dispersi furono e lacerati da’ fanciulli e da altri non intendenti di tali cose. Ma a mostrare la falsità (di questo racconto, basta il riflettere che qui si afferma che il Gronning morisse l’anno 1521, mentre di ciò trattava col Beroaldo. Or egli è certo che Filippo Beroaldo il Giovane, di cui qui si parla, morì tre anni innanzi, cioè l’anno 1518. (V. Mazzucchel. Scritt. ltal. “ in ejus Elogio »). XV. Ma a dare nuovo fomento alla curiosità de’ semplici, non bastava il collocare l’opere intere di Livio nell’Arabia, nell’Ebridi, nella Dacia, nella Norvegia e in Brema. Conveniva cercarle ancora qualche cospicua biblioteca. E qual più cospicua di quella del Gran Signore? cui per altro non so se sia mai toccato in sorte ad alcuno di vedere, benchè molti viaggiatori pur ne ragionino (V. Struvii Introd. ad Notit. rei liter. c. 3, §. 1). Eppure udiamo il celebre viaggiatore Pietro della \ alle, il quale così scrive da Costantinopoli a’ 21 di giugno del 1615 (Viaggi t. 1, lett. 7): Nella libreria ottomana del serraglio, che e di qualche considerazione, perchè è quella che era già degli ultimi imperadori greci, con aggiunta anche di altri trovati per l’impero in diverse parti, xv. Uno di etti rreciesi da taluno nascosto nella l’i* !.liniera dei Gran Turco. [p. 454 modifica]454 PARTE TERZA si sa ili certo che c e un Tito Livio intero con tutte le Deche. Il Gran Duca alcuni anni sono trattò, secondo che ho inteso, di averlo, e ne offrì cinque mila piastre: non glielo volsero dare, o perchè non avesse chi qui negoziasse, o sapesse negoziare a verso, o perchè i Turchi dell’offerta entrassero in sospetto che valesse assai più, e che non si dovesse dare. Noi ora, cioè il nostro signor ambasciadore (di Francia), ne abbiamo fatti offerir sotto mano dieci mila scudi al custode de’ libri, se lo piglia, e ce lo dà Ce lo ha promesso, e l’avremmo scnz1 altro; ma la mala sorte di Tito Livio vuole che questo barbagianni del custode non lo ritrova, ed è molti mesi che lo cerca , e non possiamo immaginarci che domine se ne possa aver fatto. Ma era pur facile l’immaginarselo e il della Valle, invece di parlare con sì grande disprezzo del bibliotecario di Sua Maestà ottomanna, meglio avrebbe fatto a conchiudere che in quella sì ragguardevole biblioteca non vi era l’opera tanto sospirata e cercata tanto. E nondimeno questo gran tesoro si trovò pur finalmente. L’anno 1682 eccoti comparire a Parigi innanzi al duca d’Aumont un Greco di Scio detto Gustiniano (Baudelot de V utilità des Noy ages, t. 2, p. 4o4 » Fabric. e Morhof. l. c.), il quale lo assicura aver egli nella sua patria l’opera intera di Livio) nell’incendio seguito in Costantinopoli questo libro essere stato gittato dalle finestre, raccolto da uno schiavo, venduto a’ Greci, passato in man d’un calocero, e da questo prima per pegno, poscia nell’impotenza di riscattarlo [p. 455 modifica]LIBRO TERZO ^55 per debito ceduto a lui. Il duca d’Aumont volle presentarlo a Luigi XIV, e questo gran protettor delle lettere, che ben conosceva il pregio di tale scoperta, diede a conoscere la reale sua munificenza insieme e il suo accorgimento, poichè promisegli cinquantamila scudi da sborsarsegli di mano in mano elfi egli col recar l’opera compiesse le sue promesse. Ma convien dire che il Greco di Scio non fosse più felice del bibliotecario turco nel ritrovarla, poichè nè egli nè il promesso libro non si videro più. Il citato Baudelot dice di aver egli stesso parlato col detto Greco, o di aver udito da lui la maniera con cui narrava di essere venuto al possedimento di codice così prezioso. XVI. Al bibliotecario turco e al Greco di Scio succeda ora una badessa e uno speziale, amendue francesi. Il Colomiés (Biblioth. choisie, p. 407 edit. an. 1709) ha pubblicata una lettera a lui scritta dal Chapelain l’anno 1668, in cui gli racconta di aver egli stesso udito narrar seriamente a un onestissimo uomo (ma non ne dice il nome) aio del march, di Rouville, elfi essendo egli col suo allievo in una delle sue terre presso Saumur, e volendolo esercitare al giuoco della palla, mandò a Saumur a provvedervi racchette, e che avutene alcune, considerando la pergamena di cui eran coperte, gli parve di vedere nella maggior parte di esse de’ titoli in lingua latina della ottava, decima e undecima Decade di Tito Livio. Volò tosto al mercante da cui aveale comperate, e chiesegli onde, e come quelle pergamene; a cui quegli venne narrando che lo speziale della [p. 456 modifica]456 l’ARTE TERZA badessa di Fontevraldo avendo a caso trovata nell’angolo di una camera di detta badia un ammasso di volumi scritti in pergamena, e avendo conosciuto ch’era l’opera di Livio, egli chiesegli alla badessa, adducendo per ragione essere quell’opera già stampata, e inutili perciò essere quelle pergamene 5 da questo speziale averle egli comperate e fattene molte racchette; e in fatti gliene mostrò oltre a dodici dozzine che ancor gli restavano, nelle quali pure vedevansi titoli e parole somiglianti in lingua latina. A questo codice dunque non giova pensare; poichè la prosontuosa ignoranza dello speziale, e la semplice dabbenaggine della badessa lo han lacerato. Ma ci potremmo almen consolare colla speranza di vederne finalmente venire a luce un altro che Abramo Echellense nella dedica premessa al suo libro de Summa Sapientia vorrebbe farci credere ch’esista nella celebre Biblioteca di S. Lorenzo dell’Escurial; cui converrebbe dire che tanti per altro dottissimi uomini, i quali finora l’hanno avuta in cura, avessero o sconosciuto, o dimenticato. Io non ho veduto il libro in cui egli afferma tal cosa, e solo lo asserisco sull’autorità della Raccolta intitolata Menagiana (t. 4)• Sembra quasi impossibile che tanti scrittori siansi quasi per congiura uniti insieme, chi a sognare, chi a credere tante follie, (a) (rt) Più felice è stata la scoperta di un bel frammento del libro XCI di Livio, fatto nella Biblioteca Vaticana l’anno 1773. La storia di questa scoperta, fatta a caso dal sig. Paolo Giacomo Bruns di Lubecca, e le [p. 457 modifica]LIBRO TERZO 4^7 XVII. Nè solo gli scrittori, ma le ceneri ancora di Livio dovean risvegliare negli uomini una specie di fanatismo. Verso l’anno 1340, come narra l’erudito cav. Sertorio Orsato (Marmi eruditi, lett. 8), fu scoperta nel monastero di S. Giustina di Padova una lapide sepolcrale in cui vedevasi nominato un T. Livio. A que’ tempi in cui le iscrizioni leggevansi assai velocemente, e quel senso se ne coglieva che veniva prima al pensiero, singolarmente se era qual sarebbesi desiderato, si credette senza punto esitare che fosse quello il sepolcro del celebre storico. Ma per allora non si cercò più oltre. Quando l’anno 1413 scavandosi ivi il terreno, eccoti una cassa di piombo con entrovi ossa umane. Più non vi volle, perchè tosto si credesse indubitatamente esser quelle le ossa di Livio. Non è a dire quali fossero a questa scoperta i trasporti de’ Padovani. Il Pignoria ci ha conservata una lettera (Origini di Padova, p. 124) scritta in Padova l’anno 1414 da Secco Polentone a un cotal Niccolò fiorentino, in cui gli descrive il tripudio dei cittadini, l’accorrere in folla che da ogni parte si fece a vedere sì gran tesoro, e la magnifica pompa con cui diligenze e le fatiche da lui e dal sig. ab. Vito Maria Giovenazzi usate in copiarlo, si posson leggere nella elegante prefazione premessa dal sig. ab. Francesco Cancellieri al frammento stesso pubblicato in Roma nel detto anno, colle note del medesimo ab. Giovenazzi. 11 frammento appartiene alla storia della guerra Sertoriana; e lo stil di esso è così chiaramente lo sòl di Livio, che ogni critico ancora più scrupoloso non può dubitarne. [p. 458 modifica]458 PARTE TERZA furono quelle ossa portate per le pubbliche vie. Niuno aveva ancora ardito di risvegliar sospetto d’errore nei Padovani. Quando dopo la metà dello scorso secolo essendo venuto a Padova Marquardo Gudio, fu egli condotto dal mentovato cav. Orsato a vederne le cose più ragguardevoli, e fra le altre, come a valoroso antiquario, gli fu mostrata l’accennata iscrizione che qui soggiugno. V. F. T. LIVIVS LIVIAE T. F. QVARTAE L. HALYS CONCORDIALIS PATAVI SIBI ET SVIS OMNIBVS Il Gudio fece intendere all’Orsato che questa iscrizione non poteva in alcun modo intendersi dello storico Livio , e che la lettera L. dovea necessariamente significare un Liberto, e che perciò di Livio Ali liberto di Livia era il sepolcro. Fuvvi su ciò tra essi uno erudito contrasto; ma finalmente f Orsato confessa di essere stato costretto ad arrendersi alle ragioni del Gudio. Nè egli perciò lascia di credere che le ossa scoperte siano veramente di Livio lo storico. Quali ragioni ne adduca, si può vedere nella sopraccitata sua lettera. Esse certo non soddisfecero al le Clerc, che facendo un diligente estratto della lettera stessa (Biblioth. univ. t. 9, p. 49, ec.) impugnò questa opinion dell’Orsato; la quale, quando non avesse fondamento bastevole a sostenersi, non verrà a sminuirsi [p. 459 modifica]LIBRO TERZO 4:)Q punto la gloria di Padova; che a maggior onore deesi ascrivere, s’io non m’inganno, l’aver dato alla luce un sì valoroso scrittore, che non l’averne le ceneri e l’ossa. Di altre prove che diedersi dagli uomini eruditi della loro stima per Livio nello stesso xv secolo , parleremo ove sarem giunti a que’ tempi. XVffl. Da questi ameni e dilettevoli studi ci converrebbe ora far passaggio a’ più serii e gravi, e mostrare quanto felicemente fossero questi ancora coltivati dai Romani. Ma in questo confine, per così dire, tra gli uni e gli altri, mi sia lecito di riporre uno de’ più dotti uomini che a questo tempo medesimo fiorissero in Roma, e che negli uni ugualmente che negli altri si rendette illustre, benchè la più parte della sue opere siano infelicemente perite. Fu questi Marco Terenzio Varrone , il quale dopo aver sostenute lodevolmente le più ragguardevoli cariche della Repubblica , in tempo delle guerre civili seguì dapprima Pompeo; ma poscia abbandonatosi prontamente a Cesare, visse a lui caro e accetto per modo ch’era egli stato destinato a raccogliere la pubblica biblioteca che voleva Cesare aprire in Roma (Svet in Jul. c. 34 e 44 j Fior. I. 4, ec.). Dopo la morte di Cesare, involto egli pure nelle comuni turbolenze, fu compreso nella proscrizion de’ Triumviri , e riuscito pure a stento a camparne la vita, non potè camparne i suoi libri che furono dissipati e dispersi (Gell. l 3, c. 10). Cessati pur finalmente i tumulti, ritirossi a passar fra gli studi, dei quali sempre erasi dilettato, il rimanente de’ giorni. Visse [p. 460 modifica]4Co PARTE TERZA fino all’estrema vecchiezza; e Plinio il Vecchio narra (l. 29, c. 4) che in età di ottantotto anni continuava Varrone a scriver libri. Finalmente in età di presso a novanti anni morì l’anno di Roma 727 (Chron. Euseb.). Vuolsi qui avvertire un errore in cui per inavvertenza è caduto il Fabricio (Bibl, lat. I. c. 7), e ch’è stato trascritto dal Bruckero (Hist. Crit. Phil. t. 2, p. 31), poichè fissando la morte di Varrone all’anno 727 di Roma, aggiungono che esso corrisponde all’anno 27 dopo la nascita di Cristo; dovendosi forse dire innanzi, secondo l’opinione di quelli che fissan la nascita di Cristo all’anno 754; la qual opinione però se sia la più probabile fra tutte le altre, io non voglio qui dsputare. XIX. Gli elogi amplissimi con cui dagli antichi è stato onorato Varrone, ci fanno abbastanza conoscere in quale stima egli fosse. E noto il verso di Terenziano Mauro in lode di lui: Vir dottissimus undecunque Varro. Il qual verso adducendo S. Agostino, di Varrone (De Civ.Dei, l.6, c. 2) dice, che tanto rilesse, lesse ch’è a stupire che pur gli rimanesse tempo a scrivere alcuna cosa; e che tanto scrisse, quanto appena crederebbe’ si che si potesse legger da alcuno. Lattanzio il chiama (l.1. Instit. c. 6)! l’uomo il più dotto tra’ Latini e tra’ Greci. Seneca parimenti lo dice dottissimo tra’ Romani (Consol. ad Helv. c. 8); e Quintiliano dopo averlo detto eruditissimo tra’ Romani , così soggiugne (l. 10, c. 1): Questi [p. 461 modifica]LIBRO TERZO 461 compose moltissimi e dottissimi libri, uom peritissimo della latina favella e di tutta l’antichità, e delle cose greche e delle romane. I suoi scritti nondimeno più alle scienze che all’eloquenza son vantaggiosi. Ma niuno vi ha tra gli antichi scrittori che nelle lodi di Varrone siasi più ampiamente diffuso che M. Tullio. Perciocchè dopo averne in più luoghi parlato con sommi encomii così a lui stesso ragiona (Acad Quaest. l. 1, n. 3): Nos in nostra urbe peregrinantes errantesque , tamquam hospites, tui libri quasi domum deduxerunt, ut passemus aliquando, qui, et ubi essemus, agnoscere. Tu aetatem patriae, tu descriptione temporum, tu sacrorum jura, tu sacerdotum, tu domesticam, tu bellicam disciplinam, tu sedem regionum, locorum, tu omnium humanarum divinarumque rerum nomina, genera, officia, caussas aperuisti; plurimumque poetis nostris omninoque latinis et literis lumins ottulisti et verbis; atque ipse varium et elegans omni fere numero poema fecisti; philosophiamque multis locis inchoasti ad impellendum satis, ad edocendum parum. Delle (quali ultime parole avremo di nuovo a favellar tra non molto. XX. E che queste sì ampie lodi non siano punto esagerate, chiaramente si scorge dal gran numero di libri d’ogni maniera che sappiamo da lui essere stati scritti. Un passo tratto da una sua opera abbiam presso Gellio (l. 3, c. 10), in cui narra di se medesimo, che giunto alf anno settantottesimo di sua vita , aveva già scritti 490 libri, ed egli continuò poscia a vivere e a scrivere, come si è detto, fin presso [p. 462 modifica]462 PARTE TERZA a novantanni. In questi libri non v’era scienza di cui ei non avesse trattato. La grammatica, l’eloquenza, la poesia, il teatro, la storia, l’antichità, la filosofia, la politica, l’agricoltura, la nautica, l’architettura, la religione ancora, e tutte in somma le scienze e le arti liberali furono ne’ suoi scritti illustrate da questo grand’uomo, come si può vedere dal catalogo delle sue opere smarrite, che dal Fabricio è stato diligentemente tessuto (loc.cit). Fu egli ancora il primo autore tra’ Latini di quelle sorte di satire che da un certo Menippo greco primo inventore di esse dette furono Menippee. Erano esse scritte in prosa, ma vi si frammischiavano ancora versi di varii metri. Il quale genere di componimento da alcuni moderni ancora è stato imitato, e singolarmente nella famosa Satira menippea pubblicata in Francia nei tempi torbidi della Lega. I titoli di queste satire di Varrone, altre scritte in greco, altre in latino, sono stati raccolti dal mentovato Fabricio. Tutti questi libri da Varrone composti e scritti in maniera che ben vedevasi in essi il dottissimo uomo ch’egli era, gli conciliarono sì grande stima, che avendo Asinio Pollione aperta in Roma a’ tempi d’Augusto la prima pubblica biblioteca , e avendo in essa locate le immagini de’ più dotti uomini d’ogni età, di que’ che ancora vivevano, Varrone solo ebbe da lui quest’onore. Udiamone il testimonio di Plinio il Vecchio, che non può essere più onorevole per Varrone (l. 7, c. 30): M. Varronis in biblioteca quae prima in orbe ab Asinio PoU lione de manubiis publicata. Romae est, unius [p. 463 modifica]viventis posita imago est, haud minore, ut equidem reor, gloria, principe oratore, et cive, ex illa ingeniorum, quae tunc fuit, multitudine, uni hanc coronam dante, quam cum eidem magnus Pompejus piratico ex bello novalem dedit Ma di tante dottissime opere da Varrone lasciateci, solo sei libri de’ ventiquattro che egli ne aveva scritti intorno alla lingua latina, e questi ancora imperfetti, i tre libri intorno all’agricoltura, e alcuni pochi frammenti degli altri ci son rimasti.