Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo II/Libro IV/Capo VI

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Capo VI - Filosofia e Matematica

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Capo VI.

Filosofia e Matematica.

I. Non vi ebbe scienza alcuna a quest’epoca che avesse sì pochi coltivatori e seguaci, come la filosofia. O fosse che il lusso e il libertinaggio di Roma distogliesse l’animo da cotai gravi e seriosi studi,• o fosse che le funeste vicende della repubblica consigliassero que’ che pure erano amanti de’ buoni studi, a cercar anzi qualche sollievo nell’amena letteratura, che a rattristarsi vie maggiormente su’ libri de’ severi filosofi; egli è certo che mentre i filosofici studj fiorivano in Alessandria e in Atene, illanguidivano ogni giorno più in Roma. Nè è già che mancassero stimoli c premi i onde eccitare gli uomini allo studio di questa scienza. I filosofi [p. 671 modifica]QUARTO 67I 11011 meu che i retori ed i gramatici avean dal pubblico erario i loro stipendj, e godevano essi pure de’ privilegi agli altri professori conceduti. Oltre le pruove che ne abbiamo recate nel primo capo di questo libro, un’altra ne abbiamo in Simmaco, il quale fa menzione di un Prisciano filosofo, degno, dic’egli (l.1, ep. 89), di esser posto tra’ primi per sapere e per onestà , e a cui per ordine del senato è stato assegnato un giusto stipendio. Ma poco giovano cotali stimoli, quando le ree circostanze de’ tempi congiurano, per così dire, allo sterminio della letteratura. E molto più dovette la filosofia decadere allorquando, come abbiamo già detto nel mentovato capo, furon tolti a’ professori gli usati loro stipendj; perciocchè uno studio il quale avea sì pochi seguaci anche quando se ne sperava alcun premio, molto più dovette essere abbandonato quando non recava seco allettamento di sorte alcuna. II. Dello scarso numero de’ filosofi de’ suoi giorni si duole lo stesso Simmaco. Pochi filosofi, scriv’egli ad Ausonio (l.1, ep. 29), questa nostra età ha prodotti, la cui sapienza si rassomigliasse a quella degli antichi. Tra questi pochi ei vuole che si annoveri un cotal Baraco, cui perciò ei raccomanda ad Ausonio. Abbiam poc’anzi vedute le lodi ch’egli dice del filosofo Prisciano. Alcuni altri ne veggiam da lui nominati con ampj elogi, come Massimo, cui chiama (l. 2, ep. 30) insigne ugualmente per bontà di vita e per erudizione in tutte le scienze,, e filosofo non inferiore ad alcuno de’ più illustri; ed Ero pure filosofo, di cui parla con somiglianti [p. 672 modifica]672 LIBRO espressioni (ib. ep. 39); e Nicia, ch’egli dice ll’ degno di essere annoverato tra’" primi filosofi c. (I. 9, ep. 38). Ma di niuno di questi noi non sappiamo che alcun monumento lasciasser a’ posteri del loro ingegno, anzi non possiam pure accertare se essi fossero romani , o almeno italiani. Ciò ch’è certo, si è che così difficilmente trovavasi a questi tempi un dotto filosofo in Roma, che spesso conveniva chiamar dalla Grecia que’ che doveano tenerne scuola come raccogliam da una lettera dello stesso Simmaco all’imperador Teodosio (l. 10, ep. 18) in cui dopo aver detto appunto che spesso faceansi venir dalla Grecia i precettori filosofi. aggiugne che un cotal Celso, di cui fa grandissimi elogi, offrivasi spontaneamente a venirsene a tal fine a Roma, e a tenervi gratuitamente scuola di filosofia. III. Tutte queste cose ci mostrano che assai pochi amatori avea allora la buona filosofia. E io penso che i più profondi indagatori delle quistioni filosofiche fossero i Santi Padri, e gli altri scrittori sacri che scrivevano in difesa della• religion cristiana. La necessità in cui erano di ribattere gli argomenti che da’ gentili filosofi lor si opponevano, li conduceva allo studio di que’ sistemi che nelle più celebri scuole allor s insegnavano, e ad investigare ancora le opinioni de’ più antichi filosofi, affine di scoprirne gli errori, le contradizioni, i sofismi, e di combattere le false massime da essi insegnate. Noi veggiamo in fatti che ne’ loro libri essi si mostrano nelle dottrine degli antichi filosofi assai versati; e molti dogmi delle varie [p. 673 modifica]quarto 670 filosofiche sette non altronde noi li sappiamo, che dalle Opere degli scrittori ecclesiastici. Cosi ¡1 propagamento della religion cristiana non che esser dannoso, come alcuni ingiustamente affermano , a’ progressi nelle scienze, giovò anzi molto al loro coltivamento e alla lor perfezione , facendo palesi le tenebre e l’ignoranza in cui sulle più importanti quistioni erano stati fino a quel tempo i più illustri filosofi. Noi abbiam già annoverati quelli tra gli scrittori ecclesiastici che con tali Opere si renderon più illustri. Ma un altro filosofo cristiano vuolsi qui nominare, di cui, benchè non abbiam alcun libro, sappiam nondimeno che negli studj filosofici era forse più di qualunque altro a questi tempi versato. Questi è il celebre Mallio Teodoro. L’Argelati conghiettura , e non senza probabile fondamento, ch’ei fosse milanese di patria (Bibl. Script, mediol art. Flagrius, et in append. art. « Manlius). Egli afferma che in Milano vedesi ancora nella basilica di S. Ambrogio l’iscrizione posta al sepolcro di Mallia Dedalia da Teodoro suo fratello, che non pare diverso dal nostro: Martyris ad frontem, recubent quae membra sepulcro, Ut, Lector, noscas, est operae pretium. Clara genus , censu pollens, et mater egentum , Virgo sacrata Deo , Manlia Daedalia , Quae mortale mini mortali in corpore volvens , Quo peteret coelum semper amavit iter. Sexaginta annos vicino limite tangens Rettulit ad Christum celsa per astra gradum. Haec Germana tibi Theodorus frater , et haeres Quae relegant olim saecla futura, dedi. Tiraroschi, Voi. II. 43 [p. 674 modifica]674 LILRO Aggiungasi clic S. Agostino, come or ora vedremo, conobbe Mallio in Milano; e che Claudiano per ispiegare il soggiorno di Mallio dice Ligurum moenibus. Or Milano era di questi tempi, come altrove dovrem mostrare, la capitale della Liguria. Checchè sia di ciò, egli visse ai tempi di Teodosio e di Onorio, e dopo aver sostenute con lode altre onorevoli cariche, giunse a quelle ancora che fra tutte erano le più ragguardevoli, di prefetto delle Gallie, poi dell’Italia, e finalmente di console l’anno 399) (Tillem. in Ilonor. art. 9). Tra le lettere di Simmaco ne troviam molte a lui scritte (l. 5, ep. 4, 15), dalle quali veggiamo in quanta stima ei l’avesse, e quanto singolarmente ne pregiasse l’eloquenza (ib. ep. 9). Ma Claudiano un intero panegirico in versi scrisse a lodarlo, quando ei salì all’onore del consolato (Paneg. de Consulatu Mallii Theod.). Ei rammenta dapprima gli studj giovanili di Mallio, e l’eloquenza con cui più volte avea perorato nel Foro: Jam tunc canities animi, jam dulce loquendi Pondus, et attonitas sermo qui duceret aures. Mox undare foro victrix opulentia linguae , Tutarique reos: ipsa haec amplissima sedes Orantem stupuit, bis laudatura regentem. Quindi dopo aver fatta menzione delle onorevoli cariche a cui Mallio fu sollevato, così prosiegue: Postquam parta quies et summum nacta cacumen , Jam secura petit privatum gloria portum; Ingenii redeunt fructus , allique labores , Et vitae pars nulla perit. Quodcumque recedit. [p. 675 modifica]QUARTO 675 L’iibus, incucnbit studiis , animusqtie vìcissiin A ut curam impouit populis, ani otin Musis; Omnia Cecropiae relegis secreta senectae: Discutiens, quid quisque novam mandaverit aevo, Quantaque diversae producant agmina sectae. In tal maniera continua Claudiano lodando i filosofici studj di Mallio, e annoverando le molte e diverse sette i cui dogmi egli attentamente esaminava. Anzi egli accenna un’opera di filosofia morale che Mallio aveva o intrapresa, o composta: Ornantur veteres, et nobiliore magistro In Latium spretis Academia migrat Athenis, Ut tandem propius discat , quo fine beatum Dirigitur , quae norma boni , quis limes honesti , Quaenam membra sui virtus divisa domandis Objectet vitiis , quae pars injusta recid.it, Quae vincat ratione metus, quae fraenet amores. Questa probabilmente è quell’opera stessa di cui vedremo or ora che fa parimenti menzione S. Agostino. Nè solo quella parte di filosofia che appartiene al costume, sì coltivava da Mallio, ma quella ancora che rivolgesi alla contemplazione della natura. Quindi Claudiano prosiegue e dice che Mallio insegnava la natura e la proprietà degli elementi, per qual maniera fosse stato creato il mondo, e con quai leggi venisse il medesimo regolato; il corso delle stelle, e la natura della luce e dei colori; le cagioni del flusso e riflusso del mare, delle pioggie, della grandine, della neve, de’ tuoni, de’ fulmini e delle comete. Finge egli poscia con poetica immagine che la Giustizia, volendo a comune vantaggio ricondurlo alla luce [p. 676 modifica]IV. Elogi ad esso fatti; sue opere. O76 LIBRO de’ pubblici onori, discesa dal cielo, il ritrova intento a disegnar sulla polvere i movimenti delle stelle e de’ pianeti. Finalmente accenna di nuovo o la stessa opera di sopra indicata , o un’.dira di non dissimile argomento , la qual sembra che da Mallio si fosse già renduta pubblica: Qualem te legimus teneri primordia mundi .Scribentem, aut partes animae , per singula talem Cernimus , et simile’ ) agliosci t pagina mores. IV. Sì magnifici elogi che veggiam darsi a i Mallio da questo poeta, ci fan conoscere quanto grand’uomo egli fosse, e quanto valoroso coltivatore de’ filosofici studj. Sembra difficile il conciliare questo panegirico di Claudiano con un epigramma dello stesso poeta, in cui ci rappresenta Mallio Teodoro come un indolente e sonnacchioso magistrato. Esso è intitolato: De Theodoro et Hadriano (ep. 29), e così dice: Mallius indulget somno noctesque , diesque: Insomnis Pharius sacra profana rapit. Omnibus hoc Italiae gentes exposcite votis, Mallius ut vigilet, dormiat ut Pharius. Ma come sembra che Claudiano si lasciasse qui trasportare da qualche sua passione contro di Adriano egiziano, uomo per altro che fu sollevato alle più onorevoli cariche, e di cui non sappiamo che fosse quell’uom malvagio ch’ei ci descrive (V. Tillem. not. \ surHonor.); così è probabile che Claudiano si lasciasse qui ancora condurre da qualche passione tropp’oltre nel parlare di Mallio. Il che rendesi ancor più [p. 677 modifica]QUARTO 677 fidente al lugger le lodi con cui f esalta lo stesso S. Agostino. Questi avealo conosciuto in Milano, e ne’ libri ch’egli ivi scrisse, mentre ritirato in villa aparecchiavasi al battesimo, ne fece menzione, e il disse, uomo che per ingegno, per eloquenza e pe’ doni stessi della fortuna, e, ciò che più importa, per la grandezza dell animo era ammirabile, e che per lui non aerobi)ono potuto i posteri dolersi a ragione della letteratura di quella età (l. 1 de Ord. c. 11). Anzi a lui dedicò il suo libro de Vita Beata scritto in quel tempo medesimo, e a lui parlando accenna, come sopra si è detto, un’opera intorno alla morale filosofia e alla Provvidenza che Mallio stava scrivendo (praef. de Vita Beata). Aggiunge ancora che Mallio de’ libri di Platone prendeva singolarmente diletto; e dice di avere in lui riposta sì grande fiducia, che quando ottenga di essere da lui amato, si lusinga di arrivar felicemente a quella vita beata a cui pensa ch’esso sia già pervenuto. Queste espressioni parvero poscia a S. Agostino esagerate di troppo, e quindi parlando di questo libro nelle sue Ritrattazioni, dice (l. 1 Reti’ qct. c. 2): Displicet tamem illic, quod Manlio Theodoro, ad quem librum ipsum scripsi, quamvis docto et c tiri stiano viro, plus tribui quam deberem. Le quali parole son nondimeno un grande elogio per Mallio Teodoro, poichè sempre più ci assicurano e ch’egli era uom dotto, e insieme ch’egli era cristiano, di che alcuni non riflettendo a questo passo han dubitato. La menzione che fa Claudiano di un’opera filosofica da Mallio composta, ha fallo [p. 678 modifica]678 LIBRO credere ad alcuui eh’egli fosse autore del poema di Astronomia che va sotto nome di Manilio. Ma già abbiamo altrove mostrato che esso appartien certamente al secolo d’Augusto. QSalmasio afferma (in praef ad Ampellium) che esiste ancor manoscritto in alcune biblioteche un libro del nostro Mallio intitolato: De rerum natura, causisque naturali bus, de astris, ec., e il Fabricio aggiugne (Bibl. lat. t 1, p. 30 nota a) che Filippo Jacopo Maussaco pensava a renderlo pubblico. Ma nè il Salmasio dice in qual biblioteca si trovi, nè io in alcuna biblioteca, di cui sia stampato il catalogo, ho trovata menzione di questo libro, ma solo di un’operetta su’ metri poetici a lui attribuita (V. Cat. MSS. lat. Bibl. reg Paris, cod. 4841, "7350). Forse potrei recarne più distinta contezza, se potessi aver tra le mani la dissertazione che intorno a questo celebre uomo ha pubblicata Alberto Rubenio; ma non mi è stato possibile di rinvenirla. V. Col parlare di Mallio Teodoro noi abbiam detto quanto ci è giunto a notizia degli studj astronomici e matematici di questi tempi. Macrobio e Marziano Capella, de’ quali già si è favellato, mostran di averne qualche tintura, ma assai superficiale e leggera, e avvolta tra molti errori, e tra quelli ancora dell’astrologia giudiciaria. Questa era già stata dannata da Diocleziano e da Massimiano con loro legge (Cod.Justin. l.9, tit. 18, lex 2); e perciò con maggior cautela si esercitava, e solo occultamente. Quindi Firmico Materno, che ne scrisse un trattato, come già abbiamo osservato, a’ tempi de’ figliuoli »li [p. 679 modifica]QUARTO 679 Costantino, prega istantemente Lolliano, a cui dedica i suoi libri, che non gli comunichi se non a poche e a ben fidate persone (praef. l. 7). Costanzo due altre leggi pubblicò contro gli astrologi, la prima l’anno 357, la seconda l’anno seguente, colle quali sotto pena di morte vieta l’usare di arte così malvagia, e il consultarne i maestri (ib. l. 5, 7). Nondimeno questa genìa d’impostori non potè così sradicarsi, che ancora non vi rimanessero alcuni che o per semplicità o per malizia ne usassero, come è manifesto dall’Opere de’ Santi Padri di questi e de’ seguenti secoli. Ma noi lasceremo in avvenire di favellarne, poichè la religion cristiana condannandone espressamente le leggi non meno che l’uso, fece che per lo più di essa non si occupassero che uomini scellerati e vili, indegni perciò di aver luogo nella Storia della Letteratura. VI. A questo luogo per ultimo, come altre volte abbiam fatto, rammenteremo uno scrittore d’agricoltura, cioè Palladio, di cui 14 li- ’ bri abbiamo su tale argomento, e l’ultimo di essi in versi elegiaci. Alcuni, e tra essi i Mauri ni autori della Storia letteraria di Francia, credono (t 2, p. 297) eli’ ei sia quel Palladio medesimo figliuolo di Esuperanzio , prefetto delle Gallie e nativo di Poitiers, di cui parla Rutilio, che gli era parente, nel suo Itinerario. Egli dice (Itin. v. 211, ec.) che Palladio era venuto a Roma per attendere agli studj legali, e ne parla come di giovane a lui carissimo, e che dava non ordinarie speranza di se medesimo. La ragione che rende probabile a questi [p. 680 modifica]autori, lui e non altri essere lo scrittore d’agricoltura, si è l’osservare che in qualche codice di quest’opera egli è chiamato Palladio Rutilio Tauro Emiliano; e perciò alla identità del nome di Palladio, che non sarebbe sufficiente argomento a provare, lui essere appunto il Palladio rammentato da Rutilio, aggiugnesi ancora il nome di Rutilio, ch’è un contrassegno della parentela eli’ egli avea col detto poeta, e forse ancora, come alcuni sospettano, dell’adozione ch’esso ne avea fatta. A me non pare che sia questo argomento di molta forza, ma non vi ha neppure ragione alcuna che gli si possa opporre. Certo è che lo stil di Palladio, comunque non sia del tutto barbaro e rozzo, sembra nondimeno di questi tempi; e almeno deesi necessariamente affermare ch’ei visse dopo Apuleio, di cui veggiamo eli’ ci fa talvolta menzione.