Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo II/Libro IV/Capo V

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capo V - Storia

../Capo IV ../Capo VI IncludiIntestazione 8 marzo 2019 25% Da definire

Tomo II - Capo IV Tomo II - Capo VI
[p. 659 modifica]

Capo V.

Storia.

I. Gli imperadori che saliron sul trono nell’epoca da noi in questo libro compresa, e le vicende che l’impero romano ebbe in essa a soffrire, meritavano di avere diligenti ee’esatti storici che non sol ci narrassero le cose avvenute, ma ne ricercassero ancor le cagioni, e ne sponessero i mezzi, e ne spiegasser gli effetti. Qual vantaggio e qual piacere insieme sarebbe il nostro, se avessimo uno storico di questi tempi, il quale esattamente ci descrivesse quali fossero i popoli che da ogni parte inondarono or l’uno, or l’altro impero, e che or vincitori, or vinti si fecero finalmente padroni di quel d’Occidente; che ci additasse precisamente da qual paese movessero essi, e 1. Origine della sr.irsezra e della negligenza degli seri l tori di storia. [p. 660 modifica]66° LIBRO quali fossero le loro leggi, i lor costumi; che senza adulazione al pari e senza livore ci tracciasse il carattere degl’imperadori e de’ personaggi più illustri di questi tempii Un Polibio, un Cesare, un Sallustio, un Livio, qual ampio campo avrebbon qui avuto a spiegare i loro talenti! Ma il disordine e la confusion dell’impero sembra che si comunicasse ancora a que’ che ne scrisser la storia; e noi non ne abbiamo una di cui si possa dire con verità che sia chiara, diligente ed esatta. Noi verrem nondimeno, com’è nostro costume, parlando di quelli che nati o vissuti in Italia scrissero alcuna cosa appartenente alla storia di questi, o di altri più antichi tempi. Non parleremo però che di quelli che si dicono scrittori di storia profana, poichè de’ sacri già abbiamo parlato nel primo capo di questo libro medesimo. II. Sesto Aurelio Vittore ci ha lasciato un breve Compendio delle Vite degl’Imperadori romani da Augusto fino all’anno 23 dell’impero di Costanzo, cui l’autore esalta adulando con somme lodi. Egli stesso mostra chiaramente di esser vissuto a questa età; perciocchè rammenta e il’compimento dell’xi secolo di Roma, ch’egli avea veduto (c. 28), e che s’incontrò coll’anno 347, e la rovina di Nicomedia avvenuta per tremuoto a’ suoi giorni (c. 16), cioè l’anno 358. Il Vossio congettura (De Histor. lat. l. 1, c. 8 > eh’ei fosse africano, per le lodi eli’ ei dà all’Africa. Ma un altro assai più evidente argomento ce ne somministra lo stesso Vittore; perciocchè parlando di se, egli confessa (c. 20) di esser nato in una picciola villa, [p. 661 modifica]QUARTO 66I e Ji padre povero e rozzo; poscia soggiugne esser questo un cotal felice destino della sua nazione, che quelli tra loro che son uomini saggi e pii, vengano sollevati a ragguardevoli cariche, come, dic’egli, avvenne a Settimio Severo. Or come Severo fu certamente africano, così africano dee credersi lo stesso Vittore. Quali fossero gli onori a cui egli fu sollevato, lo abbiamo in Ammian Marcellino, il quale racconta (l. 21, c. 10) che Giuliano (e non già Costanzo, come scrive il Vossio) essendosi presso Sirmio avvenuto nello storico Vittore, chiamatolo a sè, il pose al governo della seconda Pannonia, e onorollo di una statua di bronzo; uomo, soggiugne Ammiano, di una sobrietà degna di essere imitata, e che molto tempo dopo fu prefetto di Roma. Queste ultime parole ci fan conoscere chiaramente che al nostro storico appartiene un’antica iscrizione pubblicata dopo altri dal Lindenbrogio (in not. ad Amm. Marc. l. c.), benchè mancante del suo principio, che ha così... terum Principum Clementiam ectitudinem... Munificenti, Munificentiam supergresso D. N. Fl. Theodosio Pio Victori semper Augusto Sex. Aurelius Victor V. C. Urbi Praef. .Judex Sacrarum Cognitionum D. N. M. Q. E. Il Vossio pretende (l. 2, c. 15) ch’essa debba intendersi del giovane Aurelio Vittore, di cui or or parleremo; ma dicendo espressamente Ammiano che il nostro Vittore fu prefetto di Roma molto tempo dopo Giuliano , e veggendosi qui nominato un Vittore prefetto di Roma, a me par certo che debba di lui intendersi e non di altri. Non abbiam però fondamento a [p. 662 modifica]in. Sut opero. O62 unno credere clic sia egli pur quel Vittore che fu console 1 anno 36«), ed è più verisimile che il console fosse quel Vittore general di Giuliano, di cui spesso ragiona lo stesso Ammian Marcellino , e di cui dice ch’era natìo della Sarnia/.ia (/. 3-4, c. 1, 4) ec. l, 31 , c. 12). Il nostro storico era certamente idolatra, come dalle sue espressioni medesime si raccoglie. III. Oltre le Vite de’ Cesari abbiam sotto il nome di Sesto Aurelio Vittore un breve libro intitolato: Origo Gentis Romanae. Ma il titolo stesso del libro ci fa vedere eli’ è d’altro autore; poichè nominando gli scrittori, di cui: l’autore in esso si vale, nomina tra gli altri V illor l’Africano. Nè abbiamo altri lumi a conoscere a chi debbasi attribuir questo libro, e un altro eli’ ei dice di avere scritto sull’Origini de’ Padovani, che è smarrito. Minori difficoltà s’incontrano nell’attribuire a Sesto Aurelio Vittore le Vite degli Uomini illustri romani, che abbiam pure sotto il nome di questo autore, e che sono state più volte, ma senza alcun fondamento, attribuite a Cornelio Nipote, a Plinio il Giovane, a Svetonio e ad Asconio Pediano. Finalmente l’Epitome.delle Vite dei Cesari, che suole aggiugnersi alle Vite degl’Imperadori scritte (da Sesto Aurelio Vittore, si crede opera di un altro Vittore più giovane v issuto a’ tempi di Arcadio e di Onorio. Questi però da Paolo Diacono, secondo alcune antiche edizioni, è chiamato col nome di Vittorino (De gestis Langob. l. 2, c. 18). Alcuni autori seguiti dal Sabbatici’ (DicL polir l ititeli, des Aut. t. 5, p. 4"})) pretendono che sia un [p. 663 modifica]QUARTO 663 solo Vittore l’autore di amendue le Storie de’ Cesari. Ma se ciò fosse, converrebbe affermare che egli assai spesso contradica a se stesso. Nella prima Storia si dice che Tiberio visse 80 anni, nella seconda 78 e 4(mesi; il primo dice che Tito regnò 2 anni e quasi 9 mesi, il secondi 2 anni, 2 mesi e 20 giorni; secondo il primo, Traiano fu natìo d’italica città di Spagna , secondo l’altro, di Todi; il primo dice che Lucio Vero morì in Altino, il secondo, che morì tra Altino e Concordia. Così dicasi di altri passi che si potrebbono arrecare, e che ci mostrano ad evidenza che queste due Storie sono di due diversi scrittori, benchè il secondo abbia spesso usate le parole stesse del primo. Nè vedesi per qual motivo uno stesso autore volesse scriver due Storie de’ medesimi Cesari; molto più che benchè la seconda si chiami Epitome, essa è nondimeno uguale a un dipresso alla prima, e nella Vita di qualche imperadore ancor più diffusa. IV. Contemporaneo a Vittore fu Eutropio , di cui abbiamo un Compendio della Storia romana dalla fondazione di Roma fino a’ tempi di Valente, a cui egli lo dedica. Il che basta a confutare l’errore di molti tra’ moderni scrittori, che lo han fatto discepolo di S. Agostino. Suida lo chiama Sofista italiano (in Lex). E forse egli è quell’Eutropio medesimo a cui Simmaco scrisse più lettere (l. 3, ep. 46, 53), e di cui parla come d’uomo dato agli studi, e eli’ era degno di tramandare a’ posteri le cose memorabili di que’ tempi (ih. c/>. /J7)• Egli è vero però che l’Eutropio da Simmaco IV. Notizie di Entropio c di altri scrii lori. [p. 664 modifica]6G4 LIBRO mentovalo non par clie fosse italiano, perchè dalle stesse lettere raccogliamo ch’egli avea de’ beni in Asia (ib. ep. 53). Quindi egli è ancor verisimile che dal nostro storico non sia diverso quell’Eutropio di cui parla Libanio nelle sue Lettere secondo la bella edizione fattane da Giovanni Cristoforo Volfio, e stampata in Amsterdam l’anno 1738. Perciocchè come lo storico Eutropio da Suida si dice sofista, così l’Eutropio di Libanio da lui chiamasi retore , benchè aggiunga ch’ei non voleva tenere scuolaIo godo, scrive egli ad Afronio (ep. 1202), che tu sii amato da Eutropio, e che tu pure lo ami. Egli merita lode non solo per la sua eloquenza, ma ancora per f amor che porta ad Atene, e a coloro che lo hanno istruito ridi’ eloquenza. In una cosa sola ei non è degno di scusa; poichè potendo cantare a un tempo medesimo con somma eleganza. e ammaestrare il coro, ei nondimeno non ha mai voluto farlo. E altrove più chiaramente (ep. 985): Eutropio è nipote insieme e scolaro di Acacio, e non poco gli si assomiglia nel volto, e molto più nell’eloquenza; ma non ne fa il medesimo uso. Perciocchè ei non vuole assoggettarsi ad insegnare, come uno schiavo, ma come uom libero tratta le cause. Se le nozze non l’avessero richiamato a casa, e allontanato dal foro, ci sarebbe già ora tra’ magistrati. In un’altra lettera dice (cp. 6G6) eli’ egli è buono naturalmei. te e né costumi e nell’arte rettoriea. 1 ulte le quali espressioni sembrano indicarci eli ei sia appunto, il nostro Eutropio; e che perciò o alibi a errato Suida chiamandolo italiano, o [p. 665 modifica]QUARTO GG5 abbia solo inteso di dire eh’ei visse lungo tempo in Italia, e che scrisse in latino. Nondimeno il vedere che molti Eutropii vi furono a questo tempo medesimo (V. Fabr. Bibl. lat. I. 3, c. 9), non ci permette l’accertar cosa alcuna, e quindi è anche incerto s’ei fosse quell1 Eutropio medesimo, come crede il Valesio (in not ad Amm. Marc. l. 29, c. 1), che fu proconsole in Asia, e poscia prefetto del pretorio l1 anno 38o. Egli di sè nuli’ altro ci dice, se non che combattè nell’esercito di Giuliano contro dei Persiani. Lo stile di cui egli usa, è poco colto, come negli altri scrittori di questa età. Esso nondimeno fu avuto in tal pregio per la fedeltà della Storia, che due traduzioni se ne fecero in lingua greca , come mostra il Vossio (l. 3 De Histor. lat. c. 8). Il Tillemont inclina a pensare (in Valente, art. 24) che ei fosse idolatra; e certo ei non ci dà alcun indicio bastante a crederlo cristiano. Al Compendio di Eutropio aggiungiamo quello di Sesto Rufo, o come altri dicono, Rufo Festo, eli1 è intitolato delle Vittorie e delle Provincie del Popolo romano, e dedicato a Valentiniano II. Alcuni hanno pensato eh1 ei non sia diverso da Sesto Rufo Avieno; ma il Fabricio dimostra che ciò ripugna all1 or din de1 tempi (Bibl. lat. l. 3, c. 2). A Sesto Rufo ancora si attribuisce una Descrizione delle xiv Regioni in cui era divisa Roma, pubblicata dal Panvinio e da altri; a cui un’altra se ne aggiugne di Publio Vittore fatta a’ medesimi tempi. Una terza per ultimo, che credesi dell’età di Onorio, o di Valentiniano III, è stala pubblicala [p. 666 modifica]G6G MURO dal Panciroli. Tutte sono state poscia di bel nuovo date alla luce dal Grevio (Thes. Antiq. Rom. t. 3), e della terza innoltre abbiamo avuta una più corretta edizione dal ch. Muratori (Nov. Thes. Inscr, t. 4, />• ’> i -’-5). Un cenno vuolsi ancor dare della Tavola Peutingeriana, e dell’Itinerario detto di Antonino, che credonsi opere del tempo di Teodosio. Esse ci son vantaggiose a conoscere gli antichi nomi delle città e delle provincie; ma non sono opere d’ingegno, poichè non altro contengono che i puri nomi, nè io perciò ini ci debbo trattener lungamente La prima dicesi peutigeriana dal nome di Corrado Peutingero, presso cui ella era in Augusta. Marco Velsero fu il primo a pubblicarla l’anno i5t)8. Essa poi dopo altre edizioni è stata pubblicata di nuovo perfettamente conforme all’originale che or conservasi nell’imperial biblioteca di Vienna, da Francesco Cristoforo de Scheyb l’anno 1753 con una eruditissima Dissertazione intorno ad essa. L’Itinerario di Antonino insieme con alcuni altri Itinerarj! antichi dopo le altre edizioni è stato pubblicato da Pietro Wesselingio in Amsterdam l’anno 1735, presso cui potrassi vedere ciò che ad essi appartiene. V. Il migliore e il più celebre tra gli storici latini di questo tempo è Ammian Marcellino. Noi non possiamo chiamarlo nostro se non pel soggiorno che per qualche tempo fece fra noi. Egli era greco di nascita , e della città di Antiochia , come raccogliesi dalla lettera che fra poco recherem di Libanio, il quale era pur di Antiochia. Egli ci parla più volte di se medesimo [p. 667 modifica]QUARTO G67 nella sua Storia, e rammenta come da Costanzo fu dato per aiutante ad Ursicino generale della cavalleria l’anno 313 (l. 14, c. 9), e narra le imprese e le vicende diverse che nell’Oriente e nell’Occidente in varie guerre sostenne (ib. c. 11;l. 15; c. 5, l. 16, c. 11; l. 18, c. 6; l. 19, c. 8). Quindi o a’ tempi di Valente, come vuole Adriano Valesio (in praef. ad Amm. Marc.), o a que’ di Teodosio, come afferma Enrico di lui fratello (inpraef.adeiutul.), sen venne a Roma, ed ivi scrisse la sua Storia. Aveala egli cominciata da Nerva, e condotta fino alla morte di Valente, ed aveala divisa in trentun libri. Ma i primi tredici libri sono interamente periti, e non ci è rimasta che la Storia dall’anno 353 fino all’anno 378 in cui fu ucciso Valente. Alcuni, e fra gli altri Claudio Chiffiet (De Amm. Marc. Vita et Libris), hanno creduto eh’ei fosse cristiano, e ne recano in pruova alcuni tratti della sua Storia, ne’ quali egli usa di tali espressioni che solo sembrano proprie d’uom cristiano. Ma a me par più probabile l’opinione di Adriano Valesio (l. cit.), ch’ei fosse idolatra, come questo scrittore dimostra da varj passi che certo non potevansi scrivere se non da un idolatra; degno nondimeno di lode, perchè parlando de’ Cristiani usa comunemente di una saggia e imparziale moderazione. VI. In quale stima ei fosse e in Roma e in Antiochia, cel fa vedere la soprammentovata lettera di Libanio, di cui recherò qui qualche parte: Io mi congratulo, gli scrive egli (ep.983), e teco, perchè sei in Roma, e con Roma [p. 668 modifica]i>68 LIBRO perche ti possiede. Perciocchè e tu vivi in una città a cui il mondo non ha l uguale; ed ella non fa di te minor conto, che de’ suoi cittadini, i quali hanno avuti eroi per lor fondatori. Sarebbe cosa per te onorevole se anche costì te ne stessi in silenzio udendo recitare gli altrii: perciocchè, molti oratori ha Roma non dissimili da’ loro antenati. Ma tu, come udiamo da quelli che vengono di costà, in parte hai già recitato, e in parte sei per recitare la tua Storia ch’è divisa in più parti; e gli elogi, che si fanno a quella che già hai pubblicata. fan desiderare la pubblicazione del rimanente. Ho saputo inoltre che Roma fa applauso al tuo lavoro , e eh’ è comun sentimento della città che tu sei superiore di molto a questi nostri scrittori, e che a niuno degli scrittori loro sei inferiore. Il che non solo torna in onor di te stesso, ma di noi ancora, da’ quali sei dipartito. Prosiegui adunque a comporre di tal maniera, e a recitare pubblicamente, e a riscuotere ammirazione e plauso; nè cessa di accrescere nuovo ornamento a te e a noi: perciocchè la gloria di un tal cittadino ridonda ancora in onor della patria. Questa lettera è sommamente onorevole, come ad Ammian Marcellino, così a Roma non meno, ove veggiamo che non erano ancor decaduti gli studj per modo tale, che gli uomini dotti non fossero in pregio, e che volontieri e con applauso non si udissero i loro componimenti. Più altre lettere abbiamo di Libanio ad Ammiano ep. 230, 1090, 1151, 1543), che sono pruove della stima di questo dotto sofista pel nostro storico. E certo la [p. 669 modifica]QUARTO 669 Storia di Ammian Marcellino, per ciò che è verità, esattezza e giusto discernimento, è una delle migliori che abbiamo. Ma lo stile n’ è rozzo ed aspro, di che non è a stupire singolarmente in uom greco e soldato; e inoltre ci annoja spesso con inutili digressioni e con declamazioni importune. VII. « Flavio Destro spagnuolo e di patria barcellonese, ma vissuto quasi sempre in Italia: e in Roma, ove fu anche prefetto del pretorio, e grande amico di S. Girolamo, avea scritta, come questi afferma di aver udito nella sua opera sugli Scrittori ecclesiastici, un’opera ch’egli intitola Omnimodam Historiam. Ma essa è perita; giacchè sanno troppo bene gli eruditi che la Cronaca sotto il nome di Flavio Destro pubblicata è un’impostura » (a). Vili. Questi soli sono gli storici de’ quali ci sian pervenute le opere, e appena sappiamo , d’altri che in questo genere si esercitassero. Di 1 uno storico dice gran lodi Simmaco in due lettere che a lui scrive (l. 9, ep. 70, 105); ma chi egli fosse, nol possiamo conoscere, non sapendosi a chi quelle lettere siano indirizzate. Forse fu alcun dagli storici de’ quali abbiam finora parlato; e forse ancora fu quel iN icomaco (a) Ecco riparato il grave disordine rimproveratomi aspramente dal sig. ab. Lampillas (Saggio, ec. par. 1 , t. 1, p. 113) di avere nella prima edizione di questa Storia otmnesso questo scrittore. Egli avrebbe voluto (ivi, p. 98) ch’io parlassi ancora di Osio vescovo di Cordova. Ma non panni eh’ei soggiornasse sì stabilmente in Italia, che ne ottenesse, per così dire, il diritto della nazionalità. [p. 670 modifica]l’inviano di cui abbiam favellalo trattando di Macrobio; perciocchè in un’antica iscrizione pubblicata dopo altri da Isacco Pontano (in not. ad Macrob. Saturn. l. 1, v. 17) fra gli onorevoli titoli di cui vedesi ornato, evvi ancor questo: historico dissertissimo. Ma di che cosa scrivesse, non ci è restata memoria. Veggasi il Vossio, ove parla degli storici di questi tempi; presso cui si troverà menzione di alcuni altri che noi passiamo sotto silenzio, sì perchè furono per la più parte stranieri, sì perchè, se di essi ci è rimasta qualche picciola operetta, non è essa tale che possa accrescere onore all’italiana letteratura.