Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo II/Libro IV/Capo IV

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capo IV - Poesia

../Capo III ../Capo V IncludiIntestazione 8 marzo 2019 25% Da definire

Tomo II - Capo III Tomo II - Capo V
[p. 640 modifica]

Capo IV.

Poesia.

I. Lo stato infelice in cui abbiam veduto giacersi la latina eloquenza, ci fa credere facilmente che ugual dovesse essere la sorte della latina poesia. E nondimeno avvenne altrimenti. I poeti di questa età non posson certo in alcun modo paragonarsi cogli antichi; ma essi meritano maggior lode che non gli oratori. Avieno e Claudiano sono assai migliori scrittori in verso, che la più parte di quelli che a questo tempo scrissero in prosa. Anzi que’ medesimi i quali quando scrivono in prosa, hanno un’insoffribil rozzezza, come Sidonio, Marziano Capella e lo stesso barbaro Fulgenzio Planciade, se si volgono alla poesia, si veggono assai meno incolti, e appena sembran gli stessi. Onde crederem noi che ciò potesse avvenire? Io penso che altra ragione non se ne possa recare, fuorchè la necessità del metro. Svolgiamo brevemente questo pensiero. Gli scrittori di questa età vivevano in mezzo a barbari ed a stranieri, de’ quali era piena l’Italia. Quindi la lingua latina nel favellare ordinario venivasi ognor più corrompendo; sì perchè i Barbari volendo in essa parlare, le aggiungevano molte delle loro parole e delle loro espressioni, paghi di dare ae’esse una terminazione latina; sì [p. 641 modifica]QUARTO 64I perchè i nazionali pel continuo conversare con essi, e anche pel desiderio di essere da essi più facilmente intesi, contraevano molto della rozzezza degli stranieri. Or questa barbarie del parlar famigliare assai agevolmente si comunica anche allo scrivere, quando uno scrive in prosa, in cui può senza intoppo spiegare i suoi sentimenti 5 e quasi senza avvedersene usa scrivendo di quelle espressioni medesime di cui suol usar conversando; di che abbiam lungamente parlato nella Dissertazione preliminare premessa a questo volume. Ma al contrario quando si scrivon versi, le leggi della quantità e del metro rattengon la penna e la mano dello scrittore, e necessariamente il costringono a riflettere su ciò che scrive, a esaminare, a correggere, a cambiar l’espressioni, e a cancellar sovente ciò che avea già scritto. Quindi scrivendosi in versi con maggior riflessione, non è maraviglia che scrivasi ancora più ’coltamente 5 e che minor rozzezza s’incontri ne’ poeti che ne’ prosatori. E questa parimenti io penso che sia la ragione per cui i giovinetti che attendono agli studj della eloquenza e della poesia, sono comunemente più colti in questa che in quella, come molti per lunga esperienza hanno osservato 3 perchè quando scrivono in prosa, scrivono comunemente ciò che lor vien prima alla penna-, ma il verso li obbliga a pensar meglio alla scelta delle espressioni, e li rende, quasi lor malgrado, più esatti (19). Così (*) Olire la maggior riflessione che dee fare necessariamente chi scrive in versi, giova ancora non poco a TlRABOSCHl, Voi. II. 4l [p. 642 modifica]64 2 LIBRO spiegata 1 origine delle meno infelici vicende cu1 ebbe di questi tempi la poesia, passiamo a vedere chi fosser que’ pochi che in Italia la coltivarono. II. Rufo Festo Avieno viveva circa il tempo di Teodosio. Ma se tutte ad un solo autore si debbano attribuire le opere che vanno sotto un tal nome, non è facile a diffinire. S. Girolamo fa menzione della traduzione in versi latini da Avieno fatta, dic’egli, di fresco (Comm. in ep. ad Tit. c. 1), de’ Fenomeni di Arato. Questa versione dunque, che ancor abbiamo, fu certamente fatta intorno a questo tempo. Inoltre la traduzione ossia metafrasi in versi eroici della descrizion della terra di Dionigi Alessandrino, insieme con un frammento di descrizione del mare da Cadice fino a Marsiglia in versi jambi, che ancora abbiamo sotto il nome di Avieno, sembra opera di questo tempo, perciocchè ella è da lui indirizzata a un cotal Probo suo cognato che sembra quel Probo uom consolare a cui Claudiano ancora dedicò alcune sue poesie. Le xlii Favole finalmente che vanno pur sotto nome di Avieno, benchè in alcuni codici con leggera mutazione ei sia detto Aviano, o Anni ano, sono da lui dedicate a un Teodosio che credesi probabilmente essere Aurelio Teodosio Macrobio, il quale di fare che lo slil de: poeti sia mrno incolto di quello degli oratori, la vivacità e l’estro proprio della poesia, per cui il poeta sollevandosi in certo modo sopra il volgo, sdegna di usare l1 espressioni clic ad esso son famigliali, e si sforza di parlare più nobilmente e più altamente. [p. 643 modifica]QUARTO 643 fatto fa onorevol menzione di Avieno, e lo introduce tra gl’interlocutori de’ suoi Dialogi. Quindi par certo che tutte queste opere siano del medesimo tempo; e quindi si può ancora asserire con fondamento che siano del medesimo autore. Un’altra quanto laboriosa, altrettanto inutile opera avea Avieno composta, come narra Servio (in l. 10 Aeneid. ad v. 388), cioè la traduzione in versi jambi di tutta la Storia di Livio. Di qualche altro breve componimento che da alcuni si attribuisce ad Avieno, veggasi il Fabricio (Bibl. lat l. 3, c. 11). Ei non è certamente molto elegante poeta, e le sue favole son troppo lontane dall’aurea semplicità di quelle di Fedro. Ma nondimeno, come abbiam di sopra accennato in confronto cogli scrittori di prosa di questo tempo medesimo, ei può aver lode di colto e non dispregevol poeta. III. Gli Spagnuoli pensano di aver diritto ad annoverare Avieno tra’ loro scrittori. Niccolò Antonio, più modesto di alcuni altri che l’hanno francamente affermato, dice solo che questa opinione è assai probabile (Bibl. hisp. vet. l.2, c. 9). Tutte però le ragioni eli’ egli ne arreca, si riducono al lodar eli’ egli fa gli Spagnuoli, chiamandoli magnanimi, e alla minuta descrizione che fa de’ luoghi intorno a Cadice, cui egli dice di aver veduti (in descr. Orae marit.), e al citare ch’egli fa talvolta i libri Cartaginesi. Le quali ragioni se bastino a crederlo spagnuolo, lascio che ognuno il decida per se medesimo. Io penso che assai più forte ragione possiam noi arrecare a crederlo italiano. Lo Spon (Misceli. [p. 644 modifica]IV. Notisi«? del poeta Clauiliano. G44 LIBRO cruci Antiq. p. 99) e il Fabbretti (Inscr. ant. p. 742)e dopo essi il Fabricio (l. cit.) hanno pubblicata un’iscrizione che sembra appartenere al nostro Avieno; e che chiaramente il dice italiano. R. Festus V. C. de se ad Deam Nortiam. Festus Musoni soboles prolesque A vieni, Unde tui latices traxerunt Caesia nomen Noeti a, le Tenerci’ lare cretus Vulsiniensi, Romam habitans gemino Proconsulis auctus honore, Carmina multa serens, vitaminsons, integer aevum , Conjugio laetus Placidae, numeroque frequenti Natorum exultans, vivax et spiritus illis j Celerà composita fatorum lege trahuntur, ec. Io non veggo qual cosa ci vieti di applicare questa iscrizione al nostro poeta, di cui veggiamo che in fatto qui si rammentano le poesie; e quindi converrà dire ancora ch’ei fosse idolatra. Un’iscrizione di Rufo Festo proconsole della Grecia è stata pubblicata ancor dal Grutero (Thes. Inscr. p. 4^4)• Ed egli pure non è forse diverso dal nostro. Ma ancorchè non fosse certo ch’egli avesse l’Italia per patria, il lungo soggiorno ch’egli vi fece, ci dà sufficiente ragione ad annoverarlo tra’ nostri. IV. Maggior diversità di opinioni havvi tra gli scrittori intorno alla patria di Claudio Claudiano. Pare impossibile che fra tante pruove che chiaramente ci mostrano che fu egiziano, siansi potuti far tanti sogni sulla patria di questo poeta. Leggasi Niccolò Antonio che espone i diversi pareri degli eruditi (Bibl. Hisp. vet. l. 3, c. 5) su questo punto. Alcuni l’han fatto spagnuolo, altri francese, altri fiorentino, mossi [p. 645 modifica]quarto 645 probabilmente dal dedicare che fa Claudiano alcune sue poesie a un Fiorentino. Questa ultima opinione ha in suo favore l’autorità di molti recenti scrittori, singolarmente fiorentini, citati dall’eruditissimo conte. Giammaria Mazzucchelli nelle sue Note alle Vite degli Uomini illustri fiorentini di Filippo Villani (p. 11), e dal sig. Domenico Maria Manni (Dell’Antich. delle lettere gr. in Firenze p. 12). Ma non ve n’ha alcuno che sia più antico del xiv secolo; e niun di questi ci accenna pruova, o monumento alcuno a confermazione del suo parere. E per altra parte, che Claudiano fosse egiziano, è così evidente, che non vi ha luogo a un menomo dubbio. Oltre l’autorità di Suida (in Lex.), abbiamo quella assai più pregevole di Sidonio Apollinare scrittore contemporaneo, il quale così di lui dice: Non Pelusiaco satus Canopo, Qui ferruginei thoros mariti Et musa canit inferos superna. Carm. 9. Ove vuolsi riflettere che il Volterrano parlando di questa testimonianza medesima dice (Comm. Rer. urb. l. 14) > Possidonius, qui fuit Claudiani familiaris; forse per errore di stampa, dovendosi ivi leggere per avventura Poeta Sidonius, errore però che troppo facilmente è stato adottato dal Quadrio (Stor. della Poes. t. 6, p. 662). Ma oltre ciò, lo stesso Claudiano troppo apertamente si fa natìo di Egitto, e dove scrivendo ad Adriano, egiziano esso pure, così ragiona: Audiat haec commune solum , longequc carinis Nota Pharos , flentemque attollens gurgite vultum Nostra gemat Nilus numerosis funera ripis, Ep. 1. [p. 646 modifica]G/|6 IIDRO c dove scrivendo al proconsole Gennadio così a lui si rivolge: Grajorum populis, et nostro cognite Nilo. ep. 5. L’opinione da alcuni immaginata a spiegare come ei fosse italiano, benchè nato in Egitto, cioè ch’egli era figlio di un Fiorentino colà recatosi, potrebbe ammettersi, se avesse qualche anche legger fondamento. Egli però visse comunemente in Italia e in Roma, come dalle sue poesie si raccoglie; e questo ci dee bastare perchè gli diamo qui luogo. Stilicone fu il gran mecenate di Claudiano; e questi perciò non solo ne celebrò le lodi in tre libri di versi e in più altri componimenti; ma per secondarne i sentimenti e le passioni, scrisse ancora le amarissime invettive contro i due ministri rivali di Stilicone, e da lui perciò rovinati ed oppressi, Eutropio e Ruffino. Serena moglie di Stilicone procurò a Claudiano un vantaggioso e onorevole matrimonio, come egli stesso dichiara , scrivendole in rendimento di grazie (ep. 2); ed è probabile che la protezione di Stilicone molti altri vantaggi arrecasse a questo poeta, de’ quali però non abbiamo particolare contezza. V. Oltre i libri contro di Ruffino e di Eutropio, e quelli in lode di Stilicone, abbiamo di Claudiano un poema in tre libri sul rapimento di Proserpina; due poemetti, uno sulla guerra fatta contro Gildone, l’altro su quella di Stilicone contro Alarico; varj panegirici in lode di Onorio, di Olibrio e di Probino, di Mai.lio Teodoro e di altri; alcune epistole ed [p. 647 modifica]QUARTO 647 epigrammi ed altri diversi componimenti, de’ quali si può vedere il Fabricio (Bibl. lat. l. 3, c. 13) (20). Alcuni danno a Claudiano il primo luogo tra’ poeti latini dopo quelli del secol di Augusto (V. Baillet. Jug. des Sav. t. 3). Io penso che al più egli si possa dire uguale a’ migliori che vissero dopo quel tempo. In lui si vede ingegno vivace e fervida fantasia; ma raro è eli’ ei si tenga ne’ limiti che all’ingegno e alla fantasia prescrive la ragione. Ei s’abbandona, in maniera somigliante a Lucano ed a Stazio, al suo fuoco, e se ne lascia trasportare più oltre che non conviene. Leva ordinariamente al principio sì alti voli, che le nuvole sembrano troppo angusto confine al suo corso; ma poscia gli si stancan le ali, ed egli caduto a terra vi serpeggia umilmente. Ma intorno allo stile di Claudiano degnissima singolarmente d’esser letta è una dissertazione di M. Merian negli Atti dell’Accademia di Berlino (t. 20,p. 437, ec.), in cui egli con bellissime filosofiche riflessioni esamina tutto ciò che a questo poeta appartiene, ne scuopre i pregi tutti e tutti i difetti, (a) Tra i minori componimenti di Claudiano è il poemetto intitolato Cì^amornnrhui, ¡1 qual però 1: imperfetto. Sapevasi oli’egli non solo avea su questo argomento latto un poemetto latino. ma che aveane anche scritto un altro in greco , e alcuni pochi versi ne avea pubblicati al principio del secolo xvi Arsenio arcivescovo di Monembasia. Al dottissimo sig. Giovanni Iriarte siam debitori di un altro pi il copioso frammento di scttantasette versi eh’ei ne ha felicemente trovato c dato in luce, c illustrato con erudite annotazioni (H. ìf ’tril. Hibl. Codice* gr. t. 1, p h ’j , ec.). [p. 648 modifica]648 Liiìno mostra in che sia egli superiore a Stazio, a Lucano, a Silio, in che sia inferiore; e insieme sulla poesia in generale fa utilissime riflessioni. Avea egli ancora composte alcune poesie in greca favella, come egli stesso attesta (ep. 4) e qualche frammento ancora ce ne rimane allegato da più autori presso il Fabricio (l. cit.). VI. Alcuni credono che Claudiano fosse cristiano, e fondano F opinion loro singolarmente su alcuni componimenti, ne’ quali egli e invoca Cristo, e parla, come ad uom cristiano conviene, de’ sacri misteri. Ma egli è certo che in tutte le altre sue poesie ei si mostra troppo chiaramente pagano, come da più passi di esse provano ad evidenza Guglielmo Pirrone (in Vita Claudiani ante ejus Op. ad usum Delph.) e il sopraccitato M. Merian; oltrechè chiaramente lo attestano S. Agostino (De Civ. Dei l. 5, c. 26) e Paolo Orosio (Hist. l. 7, c. 35) il quale lo chiama poeta eccellente bensì, ma ostinatissimo idolatra; onde è da credere che o egli in que’ componimenti per adulare i cristiani imperadori siasi finto cristiano, o, ciò che è più probabile, eli1 essi non siano di lui, ma dell’altro Claudiano soprannomato Mamerte prete della chiesa Viennese nelle Gallie. Una iscrizione sommamente onorevole a Claudiano ha pubblicato Jacopo Mazzocchi (Epigramm. antiq. urb. Rom. p. 8), e dopo lui molti altri, come ritrovata da Pomponio Leto che ha così: Cl. Claudi ani. Cl. Claudiano V. C. Tribuno et Notario, inter ceteras vigentes artes praegloriosissimo Poetarum, licet ad memoriam sempiternam carmina ab codem script a sufficiant, [p. 649 modifica]QUARTO G.fi] (ultamcn testimonii gratia, ob judicii sui /idem. l)D. NN. Arcadius et Honorius felicissimi ac doctissimi Imperatores, Senatu petente, statuam in Foro Divi Trajani erigi collocarique jusserunt. Quindi seguono due versi greci, ne’ quali con una insoffribile adulazione si dice che per testimonio di Roma e de’ Cesari l7 anima di Virgilio e la Musa di Omero erano in Claudiano unite. Di quanti scrittori han riportata questa iscrizione non vi è, ch’io sappia, che il solo Apostolo Zeno il qual la creda supposta e finta a capriccio dallo stesso Pomponio Leto (Diss. Voss. t 2, p. 250). E a dir vero, inchino io pure a tale opinione; che non mi sembra questo lo stile usato nelle iscrizioni anche di questi tempi. Nondimeno, che Claudiano avesse in Roma l’onor di una statua, egli stesso l’afferma: Sed prior effigiem tribuit successus ahenam , Oraque Patricius nostra dicavit honos. Annuit hic titulam Princeps, poscente Senatu, ec. Praef. ad Bell. Get. E furono questi versi medesimi per avventura che risvegliarono in Pomponio Leto il pensiero di fingere la riferita iscrizione. Un epitafio di Claudiano si accenna dal mentovato Filippo Villani, e pare ch’ei l’avesse aggiunto alla Vita di questo poeta. Ma, come osserva lo stesso conte. Mazzucchelli, esso non vedesi in alcuno dei codici a penna di questo libro. VII. Io non contrasterò a’ Francesi l’onore d’aver avuto tra’ loro scrittori Claudio Rutilio Numaziano. Egli chiaramente si dice natìo delle Gallie: [p. 650 modifica]65o LIBRO At mea dilectis fortuna repellitur oris , Indigenamque suum gallica rura vocant. Itin. l. 1 , V. 19) , 20. Non so però ove abbia trovato l’ab. Longcliamps, eh’ei fosse di Poitiers (Tabl. hist. t. 2, p. 35). La maniera con cui Rutili.o parla della città di Tolosa (ib. v. 493), ha fatto credere al Tillemont (Hist. des Emper. in Honor. art. 67), che questa fosse per avventura la sua patria. Nondimeno le onorevoli cariche che il padre di questo poeta ed egli stesso sostennero in Italia, e il lungo soggiorno che vi fecero , ci dà diritto a dirne qui alcuna cosa. Narra Rutilio che passando per Pisa (v. 5j3)7 vide la statua che i Pisani aveano innalzata a suo padre, e rammenta ch’egli era stato governator dell’Etruria, e che colle singolari sue virtù erasi meritato l’amore e la stima di tutti que’ popoli. Sembra da’ versi che Rutilio soggiunge, che il nome di suo padre fosse Lacanio (v. 595); e questa è l’opinione fra gli altri del dottissimo P. Corsini, il quale ribatte le difficoltà mosse da alcuni, e crede ancora probabile che il padre di Rutilio fosse prefetto di Roma verso l’anno 392 (De Praefect.. urb. p. 292). Rutilio ancora ebbe in Roma la stessa onorevole carica, come egli accenna: Si non displicui, regerem quum jura Quirini, Si colui sanctos , consiluique Patres. Nam quod nulla meum strinxerunt crimina ferrum , Non sit Praefecti gloria, sed populi. v. 157. E inoltre indica di essere stato soprastante agli ufficj di corte, e prefetto del pretorio: Officiis regerem cum regia tecta magister, Armigerasque pii Principis exuvias. v. 563. [p. 651 modifica]QUARTO 63 1 Vengasi il citato P. Corsini che di Rulilio ragiona con molta esattezza (l. cit. p. 327). Di lui abbiamo un poema elegiaco in cui descrive il suo viaggio da Roma nelle Gallie, di cui però si è smarrita una parte notabile, seppure egli nol lasciò imperfetto. Egli lo scrisse verso l’anno 420j di che assai lungamente parla il Tillemont (note 43 sur Honor.). Lo stile non è molto elegante; ma si può dire di lui ancora ciò che in generale abbiam detto de’ poeti di questa età, cioè che in confronto dei prosatori essi posson sembrare eleganti e colti. Egli era idolatra, come è manifesto singolarmente dall’aspra invettiva che fa contro de’ monaci che nell’isola di Capraia menavano solitaria ed austera vita (v. 439, ec.) VIII. A questi poeti gentili aggiungiamone ora alcuni tra’ cristiani. E il primo di essi è quel Publio Optaziano Porfirio di cui abbiam fatta menzione nel primo capo di questo libro; del quale però non possiamo congetturare, non che accertare, la patria. Di lui abbiamo un capriccioso poema tutto composto di acrostichi e di lettere incrocicchiate e di somiglianti bisticci che il mostran poeta laborioso anzichè elegante; e che è, s’io non erro, il primo esempio di tali componimenti. Esso è in lode di Costantino, da cui, non si sa per quali motivi, era stato esiliato; e il prega a volere usare con lui di sua clemenza col richiamarlo. A questo poema precedono due lettere, una del medesimo Porfirio a Costantino, in cui gli rende grazie per la cortese lettera ch’esso aveagli scritta in riscontro di un altro poema a lui Vili. Poeti cri’ stiani. Oplaziano Porfirio. [p. 652 modifica]65a libro indirizzato, e un altro pure gliene indirizza* amendue i quali poemi però sono periti; l’altra di Costantino a Porfirio, in cui lo ringrazia di un di questi due poemi, e gli dà il nome di suo caro fratello. Porfirio, per mezzo del poema che ci è rimasto, ottenne il perdono come afferma S. Girolamo (in Chron.); e il Tillemont pensa (in Constantino art. 61) ch’ei sia quel Publio Optaziano che due volte fu prefetto di Roma gli anni 329 e 333. Alcuni hanno credulo eli’ ei fosse idolatra, benchè egli nel suo poema si finga cristiano , usando della croce, e parlando de’ cristiani misteri, e di quello singolarmente della Trinità; ma par difficile che un idolatra portasse la finzione a tal segno. Lo stesso Tillemont pruova diffusamente (note 52 sur Constantin.) che questo poema fu composto l’anno 326. Esso prima d’ogni altro è stato pubblicato da Marco Velsero, e poscia inserito nella Raccolta de’ Poeti fatta dal Maittaire, e in quella più recente pubblicata in Pesaro. IX. *< Benché di patria spagnuolo, e nato in Saragozza l’anno 348 secondo la più comune opinione, non deesi però omettere il celebre poeta Aurelio Clemente Prudenzio; perciocchè, fatti i primi studj in patria, sen venne a Roma ove esercitossi nel trattare le cause, e salì poscia a cospicue dignità. Non si può dire ch’ei fosse il primo poeta cristiano; ma fu certamente il primo che de’ misteri cristiani trattasse in versi ampiamente, e, possiamo anche dire, elegantemente riguardo a que’ tempi. Le poesie di Prudenzio si risenton del secolo a cui [p. 653 modifica]QUARTO 653 visse, ma vi s’incontran sovente pensieri e immagini assai leggiadre e graziose; e il solo Inno, di cui tuttora usa la Chiesa, in lode degl’Innocenti ci può mostrare quanto felice disposizione alla poesia avesse egli sortito. Molte son le opere poetiche di Prudenzio, che si posson vedere raccolte nelle due belle edizioni che ne abbiamo avuto, una per "opera di Niccolò Einsio in Amsterdam nel 1667, l’altra per opera del P. Chamillard gesuita in Parigi nel 1687. E una assai più magnifica ne uscirà tra poco dagl’insigni torchi Bodoniani (a)». Non così io debbo favellar di Giovenco, esso pure spagnuolo, nè di S. Ilario di Poitiers, nè di Ausonio (di cui per altro dubitano alcuni se fosse cristiano), nè di S. Prospero, nè di Sidonio Apollinare, che tutti furono delle Gallie, nè fecero stabil dimora in Italia. Sedulio che da alcuni si crede vissuto a’ tempi del giovane Teodosio, benchè altri pensino diversamente, non si sa di qual patria fosse. Alcuni l’han detto scozzese, perchè l’hanno confuso con un altro Sedulio più giovane di alcuni secoli. Secondo due antichi codici citati dal P. Labbe che assai diligentemente ha trattato di ciò che a questo poeta appartiene (Diss. de Script, eccl.), egli studiò la filosofia in Roma, e poscia recatosi in Acaia, (a) Spero che l’ab. Lampillas non yavrà più a dolersi , come ha fatto (Saggi» , ec. par. i, l. a. p. io4) , perchè io abbia ominesso Prudenzio, di cui nella prima edizione io non avea ragionato per invidia , die egli, alle glorie spagnuole, per incolpevole inavvertenza, dico io, cui ben volentieri ho voluto qui emendare. [p. 654 modifica]ivi scrisse i suoi libri, cioè un poema intitolato Pasquale, in cui parla de’ miracoli del Redentore 5 la qual opera fu poscia da lui medesimo recata in prosa; e un’elegia intitolata Veteris et novi testamenti Collatio, opere scritte in uno stil somigliante a quello degli altri poeti di questo tempo. Ci basti perciò l’averlo accennato per qualunque diritto che noi possiamo avere di dargli luogo tra’ nostri scrittori. Così parimente dobbiam qui far menzione di due poeti natii della Liguria, di cui fa grandi elogi Sidonio Apollinare. Il primo di essi è Procolo humo atque terra, com’egli dice, ere bis in Ligustide (l. 9, ep. 15). Se qui debba intendersi la vera Liguria, o anzi la Lombardia, non si può accertare; ma poichè da S. Ennodio raccogliesi che i nipoti di Procolo erano in Milano (l. 1, carm. 3), sembra probabile che in Milano fosse egli pure. Dall’Italia però pare eli’ ci passasse ad abitar nelle Gallie. Amen due i suddetti scrittori innalzano alle stelle il valore di Procolo in poetare, e Sidonio non teme di pareggiarlo con Omero e con Virgilio. Grandi encomj fa parimenti Sidonio di Quinziano, di cui pur dice (carm. 9, v. 287, ec.) ch’era natìo della Liguria, ma passato ad abitar nelle Gallie. Ciò non ostante noi potrem credere, senza tema di errore, che essi non fosser poeti punto migliori de’ lor lodatori. Di amendue parlano più stesamente i Maurini nella Storia letteraria di Francia (t. 2, p. 537, 574)- D’ S. Paolino e degli altri autori sacri che scrisser versi, si è parlato nel secondo capo. [p. 655 modifica]quarto 655 X. Di niun altro poeta dunque di cui ci sian rimaste le poesie, ci rimane ora a parlare, fuorchè di Faltonia Proba di cui abbiamo i Centoni virgiliani sulla Vita di Cristo. Il primo ad usare di (questa sorte di capricciosi componimenti col raccogliere quinci e quindi i versi di alcun poeta, ed adattarli a un determinato argomento, sembra che fosse, per testimonio di Tertulliano (lib. De praescr. c. 39), Osidio Geta. Questi probabilmente fu quel Gneo Osidio Geta che l’anno di Roma 800, e dell’era cristiana 47? fu console surrogato insieme con L. Vagelleio a’ tempi di Claudio, come da una bellissima antica tavola di bronzo pubblicata dal Reinesio si raccoglie (Inscr. antiq. p. 47^)? e quindi così veramente io penso che debba leggersi, e non Ovidio, come vuole il Pamelio. Or Osidio, dice Tertulliano, formò una tragedia intitolata Medea tessuta di versi di Virgilio. Di questa tragedia ha pubblicato lo Scriverio qualche frammento (Collect. vet. tragic.). Aggiugne Tertulliano che un suo amico, di cui non esprime il nome, avea co’ versi pur di Virgilio recata in latino la Tavola di Cebete. Ausonio ancora ne fece uno che ancor abbiamo tra le sue opere (Edill. 13), ed ei rammenta, come abbiam detto, che Valentiniano I aveane fatto uno egli pure. In questo genere adunque esercitossi ancora Faltonia. Io non tratterrommi a disputare intorno ad essa diffusamente, anche perchè mi sembra che in una tal opera debbasi lodare la pietà anzi che ammirare l’ingegno. Il ch. monsignore Fontanini ne ha parlato assai lungamente (De Antiq. Hortae l. 2, c. 1 ec.), ed x. Faltonia Pruba,ed altri &critlori di Centoni* [p. 656 modifica]6¡*<> libro ha recate le ragioni per le quali si en de che ella fosse natìa di Orta città della Campagna romana; le quali però non sembreran forse ad alcuno molto convincenti. Ma egli ha mostrato ad evidenza ch’ella dee distinguersi da quella celebre Ani ci a Faltonia Proba moglie del console Anicio Probo accusata da alcuni di aver per tradimento introdotti i Goti in Roma; e che la poetessa non ebbe altri nomi che di Proba Faltonia, e che fu moglie del proconsole Adelfio (22). Convien dire che il Fabricio (Bibl. lat. t. 1, p. 267), e dopo lui il P. Ceillier (Hist des Ant. eccl. t 8, c. 10) non abbiano attentamente letta la dissertazione di questo dotto scrittore, perchè essi dicono negarsi da lui che la poetessa fosse moglie del suddetto proconsole , il che anzi da lui espressamente si afferma. A qual tempo ella vivesse, raccogliesi dal dedicar ch’ella fa il suo Centone all’imperadore Onorio. Ella accenna di avere (*) Prima «li monsig. Fontanini avea provata la «li- • stiii7.ionc «ielle «lue Faltonie romane un erudito Agostiniano con una assai rara dissertazione intitolala: Histórica Dissertano Romano-Ecclesiastica ite tollenda ¡tenes gravissimo* scriptores inolita ambigui tate et confusione inter rtuas antiquas Romanas Matronas professione cliristiaiui celebres, videlicel Aniciam Faltoniam Probatn Sex. Petronìi Probi V. C. uxorem, Olybrii , Probi ni , et Probi Consolarti Mairem , el Vtùeriatn Faltoniam Proba/n Adelphii Proc. Conjugan Poelriani ingenio sissimatti, quae Centonem virgilianum de Christo con fedi. Auctore Thoma de Simeonibus Vibo-Vnienti ni Aiigustìniano, vulgo a Moiueleone nunrupato Sac. Theol. Mag. ac in.Emilia sui Ordinis Pr. Provinciali. Bononiae apud line redes Antoni1 Pisarii mdcxcii, in 4[p. 657 modifica]QUARTO G5^ ancora scritto un poema sulle guerre civili di Roma il quale se ci fosse rimasto, ci mostrerebbe quanto valorosa ella fosse nel poetare, poichè il suo Centone ce la mostra soltanto laboriosa accozzatrice degli altrui versi. XI. Oltre questi poeti, le cui poesie ci sono almeno in parte rimaste, altri ve debbe a questi tempi medesimi, de’ quali nulla ci è pervenuto. La maggior parte però di essi furono stranieri, e io non so che di alcun poeta italiano di qualche nome si faccia menzione dagli scrittori di questi tempi, di cui abbiamo a dolerci di avere smarrite le poesie. Convien confessarlo. Nell’epoca di cui scriviamo, maggior numero di retori, di poeti, e di altri in altre scienze eruditi ebber le Gallie, che non l’Italia. La residenza che in esse tennero per lungo tempo Costante, Giuliano e Graziano, giovò non poco ad avvivarvi l’ardore nel coltivare gli studj. E innoltre meno frequenti e assai meno funeste vi furono così le domestiche turbolenze, come le invasioni dei Barbari 5 e non è perciò a stupire che più felicemente fiorisser le lettere ove era meno sconvolta la pubblica tranquillità. Io spero nondimeno che i Francesi non si sdegneranno di confessare che di questo felice stato della loro letteratura essi alla nostra Italia furono debitori. Egli è certo che innanzi a Cesare conquistato!’ delle Gallie, benchè grandi cose essi ci dicano de’ loro Druidi, pure non ci posson mostrare alcun monumento di eloquenza, di poesia, di storia, che tra loro fiorisse. Il commercio co’ Romani fu quello singolarmente che risvegliò in essi un nobile desiderio di pareggiarli in T IUAROSCHI, Voi. II- 4’i XI. Altre pocic smarrite. [p. 658 modifica]658 LIBRO sapere, non altrimenti che il commercio de1 Romani co Greci destò in quelli un ardente spirito di emulazione, E come fu qualche tempo in cui gli studj più lietamente fiorirono in Roma che non nella Grecia, così pure avvenne talvolta per le circostanze de’ tempi, che maggior numero d’uomini dotti fosse nelle Gallie che non nell’Italia. XII. Di poesia teatrale nulla abbiamo a que’ st’epoca, trattane una commedia in prosa scritta a imitazione di quella che Plauto intitolò Aulularia, e che perciò fu intitolata essa pure L’A ulula ria, ovvero il Querulo di Plauto. Crede il Vossio (De Poetis lat. c.4) che a’ tempi di Teodosio e di Onorio ne vivesse l’autore, il quale non merita per essa gran lode. Anzi alcuni pensano, ma senza bastevole fondamento, ch’ella sia opera di Gilda brittone, nel qual caso ella non dovrebbe aver luogo in questa Storia. Essa vedesi inserita nelle Raccolte degli antichi Poeti, come in quella del Maittaire, e nella più recente di Pesaro. Io penso che le teatrali rappresentazioni di questa età altro non fossero comunemente che le mimiche buffonerie. Perciocchè io trovo bensì nominati negli scrittori di questi tempi gli artefici di scena, che talvolta si fecer venire a Roma dalla Sicilia (Symm. l. (6, ep. 33); ma non trovo menzione di tragedia alcuna, o di giusta e regolare commedia che si rappresentasse. Anzi le forti invettive che fanno i Santi Padri di questa età contro gli spettacoli teatrali , cui ci rappresentano come scuola di disonestà e di scelleraggini, sembra che più convengano alle [p. 659 modifica]mimiche azioni, nelle quali facilmente introducesi un parlar libero e sfrontato, che alle tragedie, le quali per la lor serietà sogliono essere meno pericolose. E veramente in ciò che appartiene a’ licenziosi spettacoli, doveva essere a questi tempi eccessivo il lusso non meno che il libertinaggio in Roma, come raccogliesi da ciò che di sopra abbiamo veduto narrarsi da Ammian Marcellino, che vi erano a suo tempo in Roma fino a tremila saltatrici con altrettanti maestri; e che in occasione di carestia, furono bensì cacciati crudelmente da Roma tutti gli stranieri, ma ae’esse non si recò molestia di sorte alcuna.