Storia della rivoluzione di Roma (vol. III)/Capitolo XX

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Capitolo XX

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CAPITOLO XX.


[Anno 1849]


Enunciazione delle cause ch’esercitarono una influenza sulle condizioni morali dei Romani dal tempo della restaurazione pontificia nel 1815 sino all’assunzione di Pio IX al pontificato, affine di spiegare l’appoggio che dattero, quantunque in piccola parte, alla romana rivoluzione. — Conclusione dell’opera.


Coll’ingresso dei Francesi in Roma il 3 luglio 1849 fu spenta la romana rivoluzione la quale ebbe il suo incominciamento non già nell’anno 1848, siccome molti credono, ma nel giorno stesso in cui si conobbe l’atto di amnistia, ossia il 17 luglio 1846: e la Francia che ne fu l’istigatrice e l’educatrice primitiva stante la diffusione delle sue dottrine, la Francia fu quella che spegnendola fece bene, ma distrusse l’opera sua.

Intanto, quantunque abbiamo provato nel contesto delle nostre storie che questa rivoluzione fu in gran parte cosmopolitica, che genti d’ogni nazione e di svariate dottrine la capitanarono e la sostennero, che i Romani vi figurarono in una impercettibile minorità, e che la maggioranza appartenne agli estranei, non è per questo men vero che un certo appoggio vel dette anche Roma: perocché alcuni principi sia di desiderato progresso, sia di mal celato scontento, sia infine di odio manifesto del dominio clericale (sebbene in piccola quantità comparativamente alla popolazione) vi germinavan da vari anni, e solo nel tempo di sopra accennato presentarono il loro sviluppo in un modo lato e palese.

Ora il ricercare le origini d’onde emanarono siffatti germi di ostilità non fia disutile investigazione. Se facemmo il racconto della malattia, è giusto lo indagare le cause che la produssero.

[p. 716 modifica]Egli è innegabile che i tempi, le letture, lo svolgimento e la diffusione dei lumi, le comunicazioni moltiplicate e accelerate fra gli uomini, tendenti a formare della Europa quasi un’intiera famiglia, il giornalismo politico, le effemeridi scientifiche, lo studio delle lingue moderne sostituito in gran parte a quello delle antiche, lo spirito di associazione, una certa tendenza in presso che tutti, se non alla indipendenza, ad un rispetto maggiore per la propria dignità, una passione più grande per gli agi della vita e pel materiale benessere, e direm pure un bisogno maggiore, se non di libertà di coscienza, di libertà civile, ora provato dalla classe colta ed illuminata della umana società; egli è innegabile, ripetiamo, che tutto ciò, agendo sia in una maniera sia in un’altra, costituisca nei tempi presenti un nuovo mondo con tendenze, passioni, aspirazioni diverse da quelle del mondo passato. Vogliamo o no, questo è un fatto, ed alla logica inesorabile dei fatti di tal natura egli è forza chinare il capo.

Entriamo pertanto a raccontare que’ cambiamenti che andavansi svolgendo nel morale degli abitanti, a dilucidazione di quanto più sopra abbiamo esposto.

Fin dall’anno 1817 allorquando infermossi Pio VII, si manifestò un movimento nel Maceratese con lo scopo di far sorgere un governo libero per tutta Italia, tranne il regno delle due Sicilie, ed alla testa di questo movimento ponevasi un conte Cesare Gallo di Osimo. Abortita e discoperta la congiura, se ne compilò regolare processo, e nel 1818, con tre separate sentenze, vennero condannati tredici a morte, dodici alla galera perpetua, sette alla galera p8r dieci anni, uno per anni sette ed uno per anni cinque.

Ma il clemente Pio VII commutò la pena di morte in relegazione perpetua in una fortezza, e diminuì agli altri le pene1.

[p. 717 modifica]Questo avvenimento però non produsse la minima commozione in Roma la quale già trovavasi in istato fiorente, ed era in sugli amori col reintegrato Pio VII. Rammemoriamo questo fatto come un appunto storico e nulla più.

Nel 1820 poi si ebbe l’esempio di Spagna, Napoli, e Grecia, che si levarono a rumore. Richiedevan le due prime regioni il beneficio di una costituzione; sforzavasi l’ultima di affrancarsi dal servaggio della Mezzaluna.

Tali movimenti, e tutti nello stesso tempo, in quelle regioni, ne persuasero che la stessa corrente elettrica fosse stata la motrice di cosiffatte turbolenze. Gli stati della Chiesa non si mossero è vero, ma pure una certa tendenza per le discussioni politiche vi si veniva introducendo; e nella stessa Roma s’incominciavano a leggere con gusto i diari napoletani ispirati dall’aura seducente di libertà. In Francia intanto si uccideva proditoriamente il duca di Berry, designato successore a quel trono. Pochi mesi dopo, nel 1821, il principe di Carignano, che fu poi re sabaudo sotto il nome di Carlo Alberto, si fe’ campione, ma per un istante soltanto, del movimento italiano. Uno dunque il principio, uno il movente, simultanee le mosse. Chiamaronle alcuni aspirazioni di libertà, altri movimenti o rivolture di setta.2

Fra queste sette avvene una la quale tende per migliorare il mondo a capovolgerlo, e tiene per influenza ed estensione il primato sopra tutte le altre. I suoi adepti nomansi framassoni o liberi muratori. Si ritengono di antichissima origine facendola rimontare nientemeno che al tempo di Salomone. Contro la medesima setta fulminarono alcuni papi la condanna: di che fan prova la costituzione di Clemente XII In eminenti del 1738, quella di Benedetto XIV Providas del 1751, quella di Pio VII Ecclesiam del 1821, quella di Leone XII Quo graviora mala del 1825, e [p. 718 modifica]finalmente la enciclica di Pio IX che incomincia Qui pluribus, e che è dell"anno 1846. Vuolsi poi che Leone XII in una conversazione intima, parlando delle società segrete, dicesse: E noi abbiamo avvertito i principi, e i principi han dormito; e noi abbiamo avvertito i ministri, ed i ministri non han vegliato!3

Roma per verità incominciò a cambiare fisonomia e ad entrare in una fase del tutto nuova dopo il ritorno del Santo Padre nel 1815. Prima dell’impero qualche raro signorotto inglese la visitava. Durante l’impero tre soli vi rimaser per anni e furono un Motteux negoziante, un Money che vi si accasò, e il dotto archeologo Dodwell che tolse in isposa la contessa Giraud, poi contessa Spaur. Questi furono tutti i visitatori inglesi che accolse per anni e anni la città eterna.

Accaduta la restaurazione del 1815, restaurazione nella quale la Inghilterra ebbe una parte precipua, gl’inglesi che per tanti anni, stretti dal blocco continentale di Napoleone, eran rimasti chiusi nelle loro isole, gl’inglesi che avevano contribuito notevolmente a far restituire a Roma gli oggetti d’arte ed i manoscritti del Vaticano, gl’inglesi infine che come protettori (in allora) del diritto, e sapendosi fra i liberatori di Roma, capivan bene che vi sarebbero stati magnificamente accolti, furono presi da tale una smania di visitare la nostra città, che equivaleva ad una Romamania. A Roma dunque, nella capitale del mondo cattolico, nell’emporio incontestabile delle arti recavansi, e Roma per ritrovo annuale d’istruzione e di divertimento, nella stagione invernile, sceglievan di preferenza.

Accoltivi ospitalissimamente dal Cardinal Consalvi ministro e segretario di stato del reintegrato Pio VII, ben ricevuti dall’aristocrazia romana con la quale subito si unirono in amichevoli legami, acclamati e benedetti siccome amici e protettori dalla popolazione di Roma, e [p. 719 modifica]massimamente dal ceto artistico, vi ritrovarono tutto ciò che render potesse lieto e piacevole il loro soggiorno. Altri e di altre nazioni pure vi concorrevano; e da quell’anno in appresso Roma divenne il ritrovo, sopratutto nella stagione del verno, degli uomini più ragguardevoli di tutte le parti del mondo. Roma poi in que’ primi anni della restaurazione (siccome il sole il quale risplende più vivido dopo una violenta tempesta) risplendeva per una eletta di uomini illustri in tutti i rami delle arti, delle scienze e delle lettere; e noi, per quanto la memoria ce ne sopperisce i nomi, ci compiacciamo di trascriverli. Primeggiavan pertanto in Roma

Un professor Nibby
Un professore Re
Un Edoardo Dodwell
Un sir W.m Gell
Un abate Uggeri
Un avvocato Fea
Un abate Amati
Un monsignor Marini
Un abate Guattani
Un Aurelio Visconti ed

Un Alessandro Visconti, fratelli entrambi del celebre Ennio Quirino
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nell'archeologia e nella lapidaria.

Un marchese Biondi
Un cavalier Perticari
Un cavalier Tambroni
Un marchese Marini
Un Battistini
Un Marsuzi
Un Cecilia
Un cavalier Giovanni Gherardo
De Rossi
Un conte Giovanni Giraud
Un abate Mariottini

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nella poesia e nelle belle lettere.
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Un cavalier Camuccini
Un cavalier Landi
Un cavaliere Wicar

Accolade fermante.png nella pittura.

Un cavalier Canova
Un commendatore Thorwaldsen
Un Tenerani
Un Finelli

Accolade fermante.png nella scultura.

Un cavalier Valadier
Un cavalier Stern

Accolade fermante.png nell’architettura.

Un abate Scarpellini
Un abate Conti
Un abate Calandrelli
Un canonico Settele

Accolade fermante.png nell’astronomia.

Un cavalier Girometti
Un Cerbara.

Accolade fermante.png nella incisione di camei.

Un dottor Lupi
Un dottor Bomba
Un dottor Morichini
Un dottor Sisco
Un cavalier Trasmondo

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nella medicina e nella chirurgia.

Un monsignor Bartolucci
Un monsignor Tassoni
Un avvocato Cavi
Un avvocato Bontadosi
Un avvocato Tavecchi
Un avvocato Amici
Un avvocato Cristaldi

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nelle scienze legali.

Un Brandolini
Un Cavalieri san Bertolo
Un Venturoli
Uno Scaccia

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nelle matematiche, nella scienza idraulica ec.
[p. 721 modifica]Non diciamo già che questi fosser tutti gli uomini ragguardevoli per merito che Roma accoglieva. Altri certamente ve ne saranno stati di cui forse non serbiamo memoria.

Egli è chiaro che dal concorso di forestieri che le migliorate condizioni di Roma attraevano, risultava un incremento sommo ed un lodevole incoraggiamento per le arti; sicché quegli anni furono decisamente felici per Roma. E siccome non si parlava affatto di politica in quegli anni di beatitudine, e se parlavasene, egli era di politica ristoratrice e non sovvertitrice, tutto in Roma si atteggiava a gioia, a festa, a culto di studi, a movimento commerciale, a sviluppo di civiltà. E quindi nobili e borghesi contraevano per la prima volta amicizie e legami co’ figli della nebbiosa Albione.

La progrediente civiltà intanto andava suggerendo l’abolizione di certi vecchiumi ripudiati dal secolo. Spariron perciò gradatamente l’uso della corda, della fustigazione pubblica e del cavalletto ai delinquenti. Venne pure abolita la giostra coi bufoli e coi tori, avanzo dei gusti barbari degli antichi Romani. Lo stesso tribunale della Santa Inquisizione, quantunque mitissimo in Roma, venne raddolcendo ancor più i suoi procedimenti: e così mentre alcuni rancidumi romani venivano sfumando e rientrando nelle ombre, porgevasi amica accoglienza a più ingentilite e ricercate consuetudini, e si favoreggiava l’accesso a più civili e giovevoli istituzioni.

Meritano fra queste una special menzione le casse di assicurazione dagl’incendi: e si pensò alla instituzione ed all’organamento dell’utile e benemerito corpo dei Vigili. Si provvide pure ad assicurare la vita, e dai disastri marittimi e fluviali il commercio: e più tardi si eresse una banca, come n’esistono in tutte le grandi città, la quale si chiamò Banca romana. Fondaronsi inoltre una Camera ed un tribunale di commercio, e si ebbe pur anco la benefica istituzione di una cassa di risparmio.

[p. 722 modifica]Sotto la dominazione francese la parte clericale declamava contro gli aggravi del bollo e registro, e contro i gravami del regime ipotecario. Reintegrati però i clericali al potere, si avvider del tornaconto, e convertirono in legge, adottandole, quelle stesse istituzioni che in altre mani e sotto altri padroni avevano biasimato e vituperato. Però troviamo che in fondo fecero bene e per la regolarità delle transazioni, e per gl’interessi dello stato.

Accaduta la restaurazioue anche le Muse vollero rivendicare i diritti al loro culto per vari anni abbandonato; e quindi ad ampliazione del medesimo, presentassi sorella nascente alla vecchia sorella Arcadia l’accademia Tiberina.4 Euterpe pure non si ristette, e nel 1823 venne fondata in Roma l’accademia che chiamarono Filarmonica.

Avvenne poi che fra il 1820 e il 1821 recaronsi in Roma alcune persone che vi si stabilirono. Elleno detter maggiore impulso alla recitazione, e quasi diremmo riunirono le membra sparte dei dilettanti di quell’arte che già vi erano, e si venne così formando una specie di scuola di declamazione. Da ciò la passione che in seguito si svolse più grande per recitar le tragedie, e lo stabilimento più tardi di un’accademia che dicevasi degl’Imperiti, e quindi dell’altra più regolare che nomossi accademia Filodrammatica. Questo contribuì a far meglio conoscere le produzioni dell’inimitabile Astigiano, e a suscitare in alcuni giovani caldi sensi di libertà, abborrimento dalle frivolerie, indirizzo e propensione a studi maschi e severi. Si ravvivò pure in quegli anni lo studio di Dante, e invalse il gusto di declamare i canti della divina Commedia.

Ma fra i miglioramenti sociali che in Roma si vennero introducendo dopo la restaurazione del 1815, altri ve ne sono e d’indole importante, perchè alcuni si riferiscono alla pubblica morale, altri alla nettezza e decenza pubblica. [p. 723 modifica]Cessato il dominio di Napoleone in Roma, la quale veniva considerata siccome la seconda città dell’impero, non possiamo tacerlo, rimase uno spaventevole rilassamento nei costumi, il quale francescamente appellossi galanteria. L’autorità ecclesiastica ne veniva a poco a poco distruggendo le tracce pubbliche che partorivano uno scandalo pubblico, ma sopravvissero le private per qualche tempo. Il cicisbeismo che si portava ancora in trionfo in una parte delle classi alta e media, era per consuetudine tollerato, non eccitava fierezza, nè ripulse, nè mortificazioni, nè dava luogo a triviali pettegolezzi.

Ma intanto siccome la società si veniva a mano a mano facendo morale e accomodando sopra un tono del tutto diverso, cosi il cicisbeismo incominciò a ripudiarsi: esso non era più del buon genere. Invalse per gradi, e venne sommamente in onore il culto per la decenza e la costumatezza. Ritiratisi dal consorzio umano, o trasferitisi altrove, o spariti per morte i vecchi elementi, non si ebbero i nuovi in luogo di quelli; e se furonvi, ciò avvenne riservatamente. Il famoso si non caste saltem caute di sant’Agostino fu posto in pratica: però vi vollero alcuni anni prima che le cose giungessero a tal punto.

Oltracciò incominciarono a introdursi istituzioni molteplici di pietà o di beneficenza, e prime le signore romane furono ad associarvisi. Fra queste si segnalò la principessa Guendalina Borghese, onore e modello delle dame romane, specchio delle madri e delle spose, esempio di virtù, madre dei poveri. Fra gli uomini poi tenne il primato per eguali virtù il non mai abbastanza lacrimato commendatore don Carlo Torlonia. A lui si debbe in epoca più recente la istituzione di un conservatorio, in via di sant’Onofrio, per le povere orfanelle.

E la contessa piemontese marchesa Ignazia de Lützow, nata Teulada, fondò scuole gratuite in vicinanza del Foro romano.

Sursero in que’ tempi e conservansi tuttora:

[p. 724 modifica]La Congregazione delle dame ascritte alle Conferenze di san Vincenzo de’ Paoli pei lavori femminili.

La Commissione de’ sussidi alla quale prendon parte anche le signore.

L’istituto della Propagazione della fede, e più tardi quello della sant’infanzia per riscattare i bambini abbandonati ne’ paesi degl’infedeli. 5

Narreremo inoltre siccome recatesi a Roma le Dame del Sacro Cuore, vi ebbero stabilimenti alla Trinità de’ Monti, a villa Lante, a santa Ruffina. E quindi le Suore di san Vincenzo de’ Paoli vennero ad esercitarvi il ministero della carità e dell’istruzione. E dipoi s’introdussero scuole per le giovinette civili, sul modello di quelle che sono in Francia, sotto la direzione delle Suore della Divina Provvidenza.

Avemmo pure le Scuole regionarie, le Scuole notturne, gli Asili infantili, le Conferenze di san Vincenzo de’ Paoli, ed un Istituto agrario.

Le arti ancora ebbero nella Congregazione de’ virtuosi al Pantheon, e nella Società degli amici di belle arti, onore ed incoraggiamento. E la scienza delle antichità venne in maggiore onoranza per l’apertura dell’Accademia romana di archeologia, e per la fondazione di un Istituto archeologico.

La città in somma s’ingentilì moralmente e si migliorò materialmente per guisa, che in 30 anni circa, se non fu fabbricata di nuovo, si vide in grandissima parte migliorata ed abbellita, e ne avemmo un esempio in primo grado nella via Borgognona nobilitata per cura e spese del duca don Marino Torlonia. Si eseguì pure la livellazione del Corso, e si fecer successivamente sparire quelle immani bocche di fetide cloache che facevan di loro pubblica mostra. S’incominciarono con alacrità gli scavi nel [p. 725 modifica]Foro romano, si eseguirono quelli del Foro Traiano, e si dette principio all’abbellimento del Pincio ed alla formazione di un orto botanico e di un giardino botanico. S’introdusse dai nobili (il primo dei quali fu il principe don Alessandro Torlonia) il costume di chiuder le scale con bussole per garantirsi dal freddo. A lui pure dobbiamo gli ornamenti al teatro di Apollo fatti a sua cura e spese. Incominciossi a far uso de’ caloriferi; sostituironsi da per tutto le lastre di cristallo ai vetri delle finestre; e la illuminazione della città ebbe un regolare organamento. I tappeti poi per gli appartamenti furono adottati anche dall’ultimo della borghesia. Non basta. Uno stabilimento pubblico per la mattazione degli animali destinati a nutrire la popolazione, fu per ordine governativo costruito; e questo si dovè a Leone XII di cui parleremo in appresso. La proprietà degli alberghi, la decenza ed il lusso di alcuni fondachi e di molte botteghe non faceva invidiare quelle di Parigi o di Londra. Per ciò poi che si attiene all’agricoltura, le piantagioni dei gelsi e degli olivi ottennero un premio: e premiati ed incoraggiati venner pure i fabbricanti di pannine.

Man mano poi che i costumi s’ingentilivano, si vennero introducendo stabilimenti litografici, e invalse pure l’uso de’ biglietti di visita, delle sopraccarte, degli album, delle bomboniere, e de’ fiori veri e artificiali. Si ebbero in appresso anche esposizioni di orticoltura: ed un commercio di fiori e di piante venne ad abbellire il paese ed a somministrare i mezzi per vivere a’ loro cultori.

Queste son cose vere, e che datano dalla restaurazione in poi: e dovrà convenire ognuno che tutte riunite (e non pretendiamo di averle tutte memorate), fecer cambiare fisonomia al nostro paese, imprimendogli tale aspetto da non renderlo riconoscibile agli uomini del secolo passato.

Vanno pertanto errati grandemente coloro che parlando di Roma, e fra questi poniamo in prima linea alcuni [p. 726 modifica]scrittori inglesi e non pochi romanzieri francesi, si compiacquero di rappresentarla siccome una città rimasta incommensurabilmente indietro in fatto di miglioramenti e di civiltà.

Risulterà quindi per le cose da noi narrate in modo sommario, che Roma fra l’abolizione del vecchio e la introduzione del nuovo, venivasi rimodernando, inforestierando e direm pure liberalizzando gradatamente.

La folla continua degli esteri visitatori fece nascer l’industria dello affittare gli appartamenti mobiliati, e fece pur salire il prezzo delle pigioni, e perciò dei fondi urbani. La ricchezza pubblica conseguentemente venne aumentando, e Roma quasi si divise in due città. L’antica, tutta aderente alle antiche consuetudini, clero, confraternite, congregazioni ecclesiastiche, dataria, benefici, canonicati, prebende, scapulari, novene, processioni, indulgenze: la moderna lusso negli equipaggi, grooms alla Dumont, caccia della volpe, corrieri, artisti, busti, ritratti, danze, concerti, uso del thè, corse sui cavalli dette a campanile, con pericolo di rompersi la noce del collo; tutto in somma che sentiva di moderno, di moda (che qualificossi coll’epiteto di fashionable), e di oltramontanismo.

Questo stato di cose mantenendosi ed accrescendosi tutto giorno in Roma, apportar dovea una qualche alterazione nelle idee di una parte de’ suoi abitanti. Il florido stato poi in cui vedevansi gli esteri protettori incominciò ad invogliare i bisognosi protetti di tutto ciò che di francese o d’inglese portava l’impronta: da qui surse quello spirito che si qualificava coll’appellativo di francomania e anglomania. E siccome eran forniti entrambi, Inglesi e Francesi, di quel genere di governo che nomasi rappresentativo, verso i governi rappresentativi si portavano alcune delle romane aspirazioni.

Perchè il vedere che gl’Inglesi e i Francesi eran ricchi, prosperi, civili e potenti, rendeva per taluni se [p. 727 modifica]non chiaro, per lo meno probabile e presumibile che i governi rappresentativi fossero i governi da preporsi come modello; quindi alle lodi che a questi si prodigavano contrapponevansi parole di biasimo pei governi assoluti, cui si largivano tali epiteti, che sonavano barocchismo, anticaglie, edifici tarlati e per vecchiume fatiscenti. Egli è manifesto pertanto che quanto più questi desideri venivansi rinfocolando, e questi parlari ripetendo, il governo de’ preti per cotestoro scapitava in dignità, in rispetto, ed in vigore; mentre gli ammodernati in vece si portavano alle stelle e guadagnavano ammiratori.

Altra circostanza venne a portare alterazione di umori, introducendo a poco a poco idee nuove tanto nella media quanto nella bassa classe del popolo romano. Eranvi fra’ reduci dalla grande armata restituitisi in Roma, molti ufficiali; eranvi pure non pochi soldati semplici. Gli ufficiali per condizione convenuta coi governi restauratori, vennero addossati al governo pontificio coll’onere di dover largire loro ciò che militarmente chiamasi mezza paga.

Era comune opinione pertanto che se non tutti, molti degli officiali reduci che non furono riabilitati al servizio militare, avessero appartenuto a congreghe segrete, e che quindi le loro idee, quantunque i preti li pagassero e mantenessero, fossero a’ medesimi poco favorevoli, per non dire decisamente contrarie. Fra gli officiali reduci vi fu anche qualcuno ch’entrò nella gerarchia ecclesiastica, e si mise in prelatura: tra questi rammentiamo monsignor Carlo Emmanuele Muzzarelli il quale, dopo esser divenuto decano della sacra Rota romana, finì la sua carriera coll’essere prima presidente dell’Alto Consiglio sotto il papato costituzionale, quindi ministro del governo provvisorio, membro dell’assemblea costituente, presidente del Consiglio de’ ministri e ministro dell’istruzione pubblica sotto il governo della repubblica romana del 1849. Dicemmo sul suo conto alcune parole nel capitolo V di questo terzo volume.


[p. 728 modifica]Quauto poi ai soldati semplici, rientrati che furono nei focolari domestici, deliziavan co’ loro racconti gli ascoltatori, riepilogando le glorie della repubblica o dell’impero; e mentre si conciliavano interessamento e simpatia, ingeneravasi a lungo andare freddezza o disistima pel delicato, antipatia o nimistà pei restaurati regnanti. Di cotal fatta entrava a mano a mano in taluni del basso popolo una specie di culto pel gran capitano, e questo culto equivaleva poco meno che a indifferentismo pel papato. Laonde ognuno dei reduci di tal tempra costituiva un centro diffonditore d’idee nemiche al governo; e gli avvenimenti del 1820 vennero in buon punto per loro, poiehè come più capaci consultavansi, ed essi cattedraticamente venivan spiegando le notizie ed i bollettini, o commentando gli atti pubblici dei governi caduti sotto l’impero della rivoluzione.

Dicemmo più sopra che, accaduta la rivoluzione di Napoli e di Spagna del 1820, molti giovani leggevano con diletto i diari napolitani perchè pieni a ribocco d’idee d’indipendenza e di libertà. Il Borbone intanto vi scapitava, e gli encomiati nomi dei Dragonetti, dei Poerio, dei Pepe sonavano gradevolmente alle orecchie dei leggitori. Leggevansi pure con interesse le cose di Spagna; e gli eroi in predicamento eran sempre i Riego, i Quiroga, i Mina ed i Ballesteros.

Accaduta più tardi la rivoluzione parigina del 1830, i campioni che andavan per le bocche di tutti erano i Laffitte, i Lafayette, i Foy, i Lamarque, i Mauguin. Lo stesso per quei del Belgio o della Polonia.

Avvenne dopo nel febbraio del 1831 la rivoluzione dei Bolognesi: ma la solerte polizia gregoriana non avrebbe permesso che si facessero impunemente ovazioni agli Orioli, ai Vicini ed ai Silvani, o che fossero apertamente lodati, come si era fatto pe’ corifei della napolitana, della spagnola e della francese rivoluzione.

E qui cade in acconcio di raccontare come riuscita a mal fine la rivoluzione romagnola del 1831, incominciaron [p. 729 modifica]le pratiche del Mazzini e la diffusione delle massime della Giovine Italia, alla quale non è a dubitarsi che taluni dei Romani si ascrivessero. E siccome la distruzione del papato era l’ultimo fine di quella politica associazione, e in genere di tutti i rivoluzionari italiani, e d’altra parte a conseguire tale scopo precipuo si ritenevan di ostacolo gli abitatori del Trastevere, venne adottato (affine di pervertirli e guadagnarli alla causa della rivoluzione) il temperamento di contrarre seco loro amicizie e rapporti: a tale effetto, come racconta il professor Montanelli nel 1° volume delle sue Memorie, alla pagina 53, alcuni borghesi travestiti da popolani recavansi nelle bettole di quel rione, facevano amicizia coi popolani veri, intavolavano discorsi di genere politico, e venivano astutamente ed insidiosamente tirandoli alla loro causa.

Ripiegandoci ora alcun poco indietro diremo che ad onta dei tentativi in genere che possano esservi stati per alterare e corromper (a fede dei Romani, si visse in Roma tranquillissimamente e vi si menò una piacevolissima e beata vita durante tutto il pontificato di Pio VII, cioè per tutta la massima parte dell’anno 1823.

Venuto però al potere il 28 settembre dell’anno 1823 il Cardinal della Genga, che assunse il nome di Leone XII, incominciarono, e più apertamente si manifestarono in seguito durante il suo pontificato, talune tracce di malcontento.

Era Leone animato da eccellenti intenzioni. Conoscendo troppo da un lato, e troppo poco dall’altro, il suo tempo, cercò di riparare al mal costume che, in grazia di una innegabile libertà di fatto goduta sotto Pio VII in Roma, vi si era alquanto mantenuto come retaggio della francese dominazione. Egli volle prender tutto di fronte, con modi aspri e severi, e più adattati pel medio evo o pel secolo di Sisto V, che pel secolo XIX. Introdusse i famosi cancelletti o ripari di legno alle bettole per correggere in parte gl’incitamenti alla ubriachezza. Operò [p. 730 modifica]saviamente è vero, ma si venne con questo alienando una parte del popolo minuto, amante dichiarato della libertà della bettola. Stato essendo cacciatore espertissimo, provvide leggi emanò sulla caccia de’ volatili. Introdusse alcune economie, alleggerì il popolo di qualche tassa, e fece altri miglioramenti, di che ci son garanti le parole del Farini quando ne parla nelle sue storie.6 Eccole: «La verità vuole che si narri, che regnante Leone duodecimo, e governante Bernetti, alcune buone ed utili cose furono operate. Vennero tolti abusi, e puniti abusatori; si cercò di dare acconcio agli ospitali ed istituti pii di Roma: strade, ponti ed altri pubblici lavori furono incominciati, o condotti a fine; la pubblica sicurezza fu ristabilita in quelle contrade che prima erano saccheggiate dagli scherani: venne posto modo alle spese, e scemata la tassa fondiaria d’un terzo: fu creata con sufficiente dote una cassa di ammortizzazione del debito pubblico.»

Noi aggiungeremo pure che emise un motu-proprio sulle riforme deiramministrazione pubblica. Creò una commissione e pubblicò una enciclica per la riedificazione della basilica di san Paolo. Istituì la Congregazione degli studi. Stabilì un locale per la mattazione degli animali di cui si nutre la popolazione. Fece costruire il così detto porto Leonino. Stabilì un collegio veterinario sotto la direzione del professore Metaxà. Fondò un osservatorio astronomico sul Campidoglio, confidandone la direzione al benemerito abate Scarpellini. Arricchì la biblioteca vaticana coll’acquisto di quella famosa del veneziano conte Cicognara. Così facendo, si mostrò amante delle arti e del progresso. Non crediamo però che fosse felice nella scelta degl’individui. Quella a mo 1 d’esempio del Cardinal Pallotta in qualità di suo legato a latere per la estirpazione del brigantaggio, venne disapprovata e derisa, massimamente dopo il famoso editto che il cardinale stesso emanò il 15 maggio 1824.

[p. 731 modifica]Ripetiamo che le intenzioni di Leone XII erano ottime, ma non proporzionate alle sue forze. Tutto avrebbe voluto rimescolare ed a tutto apportare rimedio, mediante un sistema di riforme che assumeva l’aspetto di preconcetta vessazione. Così facendo veniva aumentando di molto il numero de’ malcontenti, ed in tutte le classi; perchè indipendentemente da quelle misure che alla politica, alla istruzione, alla legislazione ed alla finanza appartenevano, volle internarsi perfino nel sacrario delle mura domestiche: e siccome prima di essere papa aveva esercitato l’ufficio di vicario di Pio VII, e conosceva per minuto le galanterie del paese, credette di farlo morale attraversando e sciogliendo violentemente amichevoli relazioni; e così a riparazione di qualche scandalo privato, introdusse lo scandalo pubblico.

Aggiungi che, a ristoro di devozione, pose le guardie svizzere in chiesa affinché ne discacciassero i cani e sopravvegliassero agl’indevoti, occasionando il più delle volte scenate scandalose e ridicole.

Leone XII in somma, non amico delle libertà pubbliche, non potevasi affezionare quella parte della classe colta e intelligente che ha vaghezza di ordinamenti moderni; distruggitore della intemperanza delle bettole, si disaffezionò il popolo basso; persecutore troppo dichiarato ed acerbo di consuetudini galanti, o diciam meglio degli amori supposti illegittimi, si disgustò e alienò tutte le classi, anche i cultori della legittimità degli amori, perchè videro nelle misure da lui adottate il pericolo di un male maggiore, rendendo pubblico e notorio a tutti ciò clf era noto soltanto a qualcuno.

Ordinò la celebrazione dell’anno santo pel 1825. Se ne riprometteva grande concorso di esteri, rinfervoramento di pietà, edificazione e compunzione generale. Non crediamo però che producesse quei frutti che se ne speravano. Questo bensì sappiamo che chiusi i teatri, e rimasti privi di questo innocente divertimento i giovani, [p. 732 modifica]si dettero alcuni di loro a cospirare tenebrosamente, e, cou dulore di tutte le anime oneste, si scoperse la introduzione in Roma di combriccole carbonaresche. Ciò dette luogo al famoso processo di Targhini e Montanari.7 Grave fu il dispiacere e lo scandalo, perchè per la prima volta da secoli si vide un processo per politica cospirazione in Roma, e vidersi sudditi pontifici condannati al patibolo per delitto di lesa sovranità.

Morto nel 1829 Leone XII, il pubblico non ne fu dispiacente, perchè il suo puntificato lasciò voce se non di odioso, per lo meno di vessatorio e quasi antisociale. In prova di che alla sua morte si diffuse una satira che compendiava il pensare del popolo a suo riguardo, e che diceva cosi:

«V’ha chi al chirurgo appone
» La morte di Leone;
» Roma però sostiene
» Ch’egli ha operato bene.»

Dopo la morte non compianta di Leone XII successero 18 mesi di sonnolenza sotto il successore Pio VII. Le cospirazioni si tacquero, ma la rivoluzione francese del 1830 venne subito a riaccendere le speranze. Le ingannevoli assicurazioni del ministro francese Sebastiani sul non intervento, promettendo impunità ai sommovitori, incoraggiarono la insurrezione di Bologna e di Modena nel febbraio del 1831.8 Ripudiate però le promesse del Sebastiani e pur quelle dei Laffitte, dei Dupin, dei Soult e dei Lafayette dal nuovo ministro Casimiro Périer, l’ingresso agli Austriaci nelle Romagne non venne contrastato, e la rivoluzione quasi in sul pascere fu spenta.9

[p. 733 modifica]Così gli eroi delle barricate, dopo aver sedotto ed eccitato i Romagnoli, li abbandonarono agli artigli dell’aquila bicipite. Le province insorte vennero rioccupate, e la reazione alzò il capo in tutto il suo vigore.

Mentre veniva assunto Gregorio XVI allo impero delle somme chiavi nel febbraio del 1831, auspicavano i primordi la rivoluzione e assorbiva le prime sollecitudini del nuovo papa per incatenarla. Non poteva pertanto l’incolpabile monarca e pontefice non vederla con occhio torvo e sdegnoso, e cercare di schiantarla e combatterla validamente. A tal uopo rafforzato lo spionaggio, create le commissioni inquisitorie, introdotti i centurioni nelle provincie, raddoppiati i rigori, dovette iniziare con questi il suo regno. Da qui la contrarietà sua pei congressi scientifici, per le strade ferrate, e in genere pei moderni ordinamenti. Ebbe fama di papa dotto e retrivo: e nato sotto la dominazione austriaca, austriaco si disse fino alle midolle, e quindi nemico dichiarato ed aperto della rivoluzione italiana.

Quanto però alla contrarietà sua pe’ congressi scientifici, dette saggio papa Gregorio di politico accorgimento avversandoli, poiché a rivoluzione scoppiata i rivoluzionari stessi ci confessarono che la scienza non ne fu che il pretesto, e che servirono invece per preparare la rivoluzione e coordinarne lo svolgimento.

Dobbiamo a Gregorio XVI la introduzione del bollettino delle leggi, raccolta utilissima che prima non si stampava, e la riforma del codice di procedura civile la cui compilazione affidò ad una commissione composta dei giureconsulti Giuseppe Maria Bartoli, Vincenzo Cini, Pietro Brenda, Bartolomeo Belli, e Camillo Ciabatta. Dobbiamo ugualmente a quel pontefice che un pubblico cimitero fosse formato al campo Verano. E pure lui imperante, e per opera del suo ministro delle finanze Cardinal Tosti, vennero introdotti i battelli a vapore pel servizio del Tevere, fu costruita l’aula capitolare in san Giovanni in Laterano, e selciata la piazza tragrande di quell’arcibasilica. Venne anche [p. 734 modifica]da lui migliorato di molto lo stabilimento di san Michele a Ripa, e riattivato il pomerio. Restaurò chiese e monasteri. Arricchì di antichità una parte del museo che nominossi museo Gregoriano. Edificò il bosco Parrasio sul Gianicolo, e decorò di un portico, colle colonne tratte dall’antica Veio, l’officio della posta in piazza Colonna. Migliorò più di una strada, e fece quella magnifica da porta Portese a porta Cavalleggeri.

Intanto però, per ovviare alle spese impreviste della rivoluzione del 1831 e delle sue conseguenze, convenne contrarre un primo prestito di tre milioni di scudi romani a Parigi nel 1831, altro nel 1832, altro nel 1833, altro nel 1837, ed altri successivamente; e tutti furon figli (e pessimi figli) di più che pessima madre. Di ciò parlammo diffusamente e ragionatamente nel capitolo X del primo volume di queste storie. Ma se cattiva fu la madre e cattivi i figli, cattive esser doveano le conseguenze, perchè i frutti agglomerati dei prestiti e le pattuite ammortizzazioni non permisero di alleviare in modo alcuno i pubblici balzelli. Pur tuttavia Roma fu prospera e felice, e molti richiamarono, e richiamano ancora, quei tempi ricordatissimi per prosperità materiale: imperocché abbondantissimamente l’oro e l’argento circolavano, e lietamente le romane popolazioni traevan la vita. Il governo difatti negli ultimi anni del pontificato di Gregorio era vigile sì, ma non vessatorio, e lasciava parlare, tenendoli d’occhio, gl’irrequieti: e siccome gli esteri recaronsi incessantemente in Roma sotto il governo di Gregorio XVI, le arti di pace vi fiorirono in sommo grado. Per tal modo i guadagni straordinari vennero a ripianare i guasti che la rivoluzione del 1831 aveva cagionati.

Questi pochi cenni che abbiamo dato sarebbero per se stessi sufficienti ad ispiegar le cause per le quali si venne gradatamente a spianare la via al compimento della rivoluzione; poiché seppure Roma non accoglieva un numero imponente di novatori, egli è innegabile che un certo [p. 735 modifica]desiderio di miglioramenti, o di riforme, o di larghezze nel viver civile, o di qualche cosa insomma che non fosse lo statu quo erasi traforato alcun poco in tutte le classi, in guisa che volevasi da molti una qualche cosa, la quale facesse uscire Roma da quello stato che discordava col movimento progressivo del secolo. Ammettiamo pure che certe idee fossero state inoculate da altri di non retto sentire; ma queste idee, questi desideri, queste aspirazioni esistevano. A tali cause poi sono da aggiungerne anche altre, e noi le vogliamo mentovare affinchè di tutto si tenga conto per rinvenire la ragione di quella alterazione di umori che si andò palesando in Roma.

E prima d’ogni altra cosa daremo un cenno de’viaggi. Ei parve che taluni Romani facesser la grande scoperta che non si poteva più vivere in Roma, durante la state, per il caldo e la malsania dell’aria. Ma i padri loro non se n’erano avveduti: dal che conveniva inferirne o che i padri nou capisser nulla, o che le condizioni atmosferiche ovvero la condizione fisica dei Romani fosser cambiate. Comunque sia, egli è certo che molti incominciarono a viaggiare per respirare aure più fresche. Altri viaggiavano pel pensiero lodevole d’istruirsi. Altri infine che difettavan di spirito recavansi a Parigi e a Londra per acquistarlo. Da queste cause dunque surse gradatamente la smania dei viaggia, la quale divenne poi di moda, come l’uso dei kraus e delle crinoline. Ritornati nella città natale i Romani toristi, alcuni la ritrovavan barocca, altri non vi rinvenivano il comfortable degl’inglesi e le galanterie della seducente Parigi: e non mancaron di quelli che col sorrisa dispregiatore e col sarcasmo beffardo sulle labbra, volendo far mostra di spirito indipendente, ti sciorinavano mirabilia degli esteri, deprimevan le cose patrie, e finivano col vergognarsi di essere governati dai preti. Ora passiamo pure a parlare di qualche episodio scandaloso.

Eran pochi anni dacché era accaduta la restaurazione, allorquando taluni impiegati camerali per abusi in officio [p. 736 modifica]arricchitisi, erano stati allontanati dall’impiego, ma non puniti; sicché vedevansi fruire impunemente delle male acquistate ricchezze, e godersela in villeggiature, pranzi, teatri, e sfarzo di equipaggi: e un certo Pila, prevaricando in officio, toglieva di molte e molte migliaia di scudi all’erario pubblico, e svelava ad un tempo o qualche difetto nell’organamento, o la trascurata sorveglianza nei capi, quantunque dal governo largamente retribuiti.

Furon pure soggetto di scandalo la condotta irregolare di alcuni prelati, e fra questi rammenteremo la misteriosa fuga di monsignor Pacca, gli scialacquamenti e i debiti di monsignor Foscolo, le galanterie di monsignor Calcagnini, le iniquità dell’abate Abbo e di monsignor Monticelli, rallontanamento del padre Vernaud, e la sparizione più recente di monsignor Durio.

Ove però si consideri ciò con occhio filosofico ed imparziale, questi pochi fatti di cui conserviamola memoria, lungi dal discreditare il ceto ieratico composto di 3 o 4,000 ecclesiastici, parte regolari e parte secolari, ne tornano in lode: poiché se nel periodo di oltre trentanni fra varie migliaia di ecclesiastici che stabilmente vivono in Roma, non ci è dato di memorare che sei o sette casi, e sian pure un quindici o venti o trenta, sarà sempre vero che la immensa maggiorità, direm meglio la quasi universalità, die’ saggio di condotta proba ed irreprensibile. Pur tuttavia abbiamo voluto narrare que’ casi per la trista impressione che produsser nel volgo, a pervertire il quale è più efficace la irregolarità di un solo, che non sia di edificazione la condotta incontaminata di mille.

Altra causa di dicerie e di lamenti è stata sempre più o meno quella lungaggine che s’incontra nel disbrigo degli affari governativi per fiacchezza di esecuzione, quella mancanza di attività ed energia in molti impiegati (quantunque questi difetti sian più applicabili ai laifci che agli ecclesiastici), quella trascuranza in somma del servizio pubblico. Sinistra impressione producevano certamente nell’universale [p. 737 modifica]questa rilassatezza, effetto in taluni d’infingardaggine, l’abuso delle vacanze, e la facilità dei permessi di assenza sotto mentito pretesto di salute, o per altri non plausibili motivi. In un secolo in cui tutto è vita ed il cui difetto è forse la troppa vitalità e celerità di movimenti, l’inerzia e la poltroneria presentavano un contrasto troppo forte con ciò che volevasi dalle moltitudini, e ne eccitava quindi i clamori. Da alcuni anni a questa parte però, dobbiam convenirne, una più rigorosa disciplina è venuta a porre un argine a questi riprovevoli inconvenienti.

Che direm poi delle grida ch’eccitava la banca romana per certe sue esclusività e predilezioni (fosser pure false o presunte) nel favorire piuttosto ricchi negozianti di cereali o incettatori di generi, che il piccolo commercio e la non abbastanza protetta industria patria? Noi non vogliamo unirci alle grida il più delle volte sconnesse delle moltitudini. Soltanto le citiamo perchè avendole udite ancor noi, sono argomento di storia, e perchè dobbiamo stimarle siccome una delle cause di clamori e di malcontento.

Nella enumerazione però delle cause che contribuirono ad alterare gli umori delle romane popolazioni non possiamo pretermettere la lettura di romanzi di scuola francese, la qualità degli spettacoli sia in ballo sia in musica, i drammi e le tragedie immorali che dieronsi e si danno tuttora sulle pubbliche scene.

Sappiamo pur troppo che lo scopo precipuo di chi prese a dirigere la educazione della presente e delle future generazioni fu quello di cambiare passioni, gusti, tendenze, allucinando la mente e corrompendo il cuore per venire così spianando la via e preparando gl’italiani alla trasformazione morale che meditavasi.

Ma fu sicuramente una imperdonabile trascuranza ed una strana cecità quella che invase tutti i governi, di permettere cioè e favoreggiare la recita sulle pubbliche scene [p. 738 modifica]di drammi, tragedie e commedie immoralissime, e certi libretti per musica tendenti a rendere da per tutto odiosa la sovranità, odiosi i sacerdoti, odioso il matrimonio, e qualche volta odiosi pur anco i padri di famiglia. In vedendo ciò non avresti tu detto che i governi stessi si fosser fatti solidari smerciatori di corruzioni e d’infamie? Come non accorgersi che un piano generale di setta, tendente a corrompere le nascenti generazioni, venivasi riducendo in atto una volta che davansi lezioni al pubblico sul modo di adoperare il pugnale e di eseguir le congiure? E come non riconoscere la ferita mortale che cagionavasi al sentimento religioso, facendo udire sulle scene i canti di chiesa, ponendo sulle medesime e organi, e monache, e frati, e rappresentandovi le caverne dei demoni alternate con le sacre celle o coi templi dedicati al culto della Divinità?

Come non accorgersi in fine che tutto tendeva a porre in abbominio e in esecrazione la sovranità in genere, quando non altri episodi, non altri fatti sceglievansi nelle storie patrie o delle altre nazioni, se non quelli che rivelavano le corruzioni o vere o finte o esagerate delle corti reali e ducali? Perchè sceglier sempre il male e farne pubblica mostra, piuttosto che il bene e le azioni virtuose ed oneste di cui le storie più sovrabbondano?

Si rispose talvolta che si esponevano sulle pubbliche scene i vizi e i delitti dell’alta società per farli prendere in disprezzo e in esecrazione. Ma quando avrete abbeverato di fiele la bocca, e attossicato il cuore colla rappresentazione costante de’ vizi e dei delitti de’ grandi, dei potenti, de’ sacerdoti e de’ magistrati, a chi mai più obbediranno le popolazioni? Si uccide prima il principio di autorità, e poi si vorrebbe che vivesse? E non è piuttosto a presumere che si metta in cattiva vista per volerlo distrutto radicalmente?

La influenza dunque esercitata dagl’italiani scrittori di libretti teatrali fu immensa. Ci menerebbe tropp’oltre il [p. 739 modifica]parlarne in particolare: solo diremo che la loro potenza fu di gran lunga maggiore di quella degli scrittori di opere scientifiche e letterarie, perchè queste comparativamente son lette da pochi, mentre le produzioni teatrali son lette e gustate da tutti, da ambo i sessi, a qualunque condizione appartengano; perchè le parole associate alla musica esercitano una preponderante influenza sugli animi degli ascoltatori e lasciano in loro tracce indelebilmente profonde. Guai se la scelta è cattiva! Le conseguenze riuscir possono luttuose, incalcolabili. E disgraziatamente quasi tutte le produzioni teatrali ch’ebber luogo dall’anno 1820 all’anno 1846, e pressoché per tutta Italia, non riuscirono edificanti sotto verun riguardo; che anzi qual più qual meno, quale per un verso quale per l’altro, furon quasi tutte riprovevoli.

Non saranno dunque mai abbastanza biasimati e governi e municipi e polizie e autorità locali, da cui non intendiamo di escludere del tutto anche le nostre, quantunque più assai delle altre cautelate e guardinghe, perchè permisero alcuni libretti di musica interi o malamente rattoppati, o non seppero antivedere ciò che si preparava e di cui dovevano esser conscie perfettamente.

Di fatto fin dall’anno in che il Maroncelli appose le sue note alle Mie prigioni di Silvio Pellico ci disse chiarissimamente che dopo l’abortita impresa murattiana del 1815 erasi deliberata dai caporioni del movimento italiano la rigenerazione morale d’Italia. Ecco le sue parole: «Ma l’impresa di Murat andò fallita. — Il conte Porro era frattanto tornato a Milano, ove il governo provvisorio era divenuto governo permanente. Perciò agli onesti cittadini non restava altro che attendere, ed intanto, in mezzo ai fremiti di quella falsa pace, proteggere nobilmente ogni industria, ogni commercio, ogni coltura, ogni arte. Ed ecco ancora uniti Confalonieri e Porro, i quali dissero: «Rieduchiamo il nostro paese, rieduchiamo tutto da capo.» E lettere ed arti, e scuole e manifatture, tutto fu chiamato [p. 740 modifica]a contribuire a questo nuovo piano d’educazione italiana.»10

E più sotto:

«Ma per formarsi un giusto criterio del Giornale il Conciliatore, il meno che occorra è leggere il Giornale stesso: bisogna penetrare lo scopo di quella società e conoscere gli uomini che la componevano. Quella società intendeva educare, o al meno preparare una nuova generazione di autori, intendeva fondare una scuola logica di libertà. Il governo austriaco la chiamò congiura; ed è verissimo, che in un certo senso, ogni onesto sforzo di miglioramento sociale è congiura dei buoni contro i cattivi, congiura che il Vangelo ordì contro tutti gli errori, tutti i pregiudizi e tutte le iniquità.»11

Se dunque conoscevasi così chiaramente da chi è alla cima degli affari che questo piano esisteva; che per formare la rivoluzione erasi da lunga mano statuito d’impossessarsi della educazione della gioventù; che perciò opere, opuscoli, giornali e produzioni teatrali, tutto dovea rivolgersi a questo scopo, e perchè non mettersi in guardia e ripararvi a tempo?

Questa nostra dissertazione sui danni che cagionarono precipuamente le produzioni teatrali dal 1819 in qua (e l’epoca ci viene indicata dal Maroncelli stesso) tende a provare, giusta il nostro scopo, che anche il teatro contribuì possentemente a trasformare il morale di una parte della nostra gioventù che il movimento del 1846, 1847, e 1848 trovò matura.

E che non dovrem dire per battere e balestrare acerbamente la tolleranza imbecille e la diffusione di quella peste di romanzi venutici dall’estero, atti solo a staccare la gioventù dalle dolcezze della famiglia per trascinarla in braccio o di un agghiacciante sentimentalismo o di una [p. 741 modifica]tante disperazione? No, non siete voi, o Alessandro Dumas, o Eugenio Sue, o Vittorio Ugo, o Giorgio Sand, da tanto per moralizzare la società; sibbene lo siete per infradiciare e disperdere i germi della moralità e del pudore, e per far sparire completamente dal mondo la umana felicità!

Ma altra causa precipua, più diffusa e più costante di grida, di allarmi, di dicerie e di motteggi, la quale andò sempre aumentando, e massimamente nel basso popolo, contro l’autorità governativa, si rinviene nel caro dei viveri necessari al sostentamento individuale ed in quello delle pigioni delle case, dei foraggi pel bestiame e del combustibile per gli usi domestici.

Egli è un principio stabilito dalla economia politica e constatato dalla esperienza che lo sviluppo di vitalità delle nazioni, la facilità delle comunicazioni tra gli uomini, e fra queste in primissimo grado le strade ferrate, l’oro e l’argento che dall’America e dall’Australia viene ogni giorno ad accrescere la circolazione nei mercati di Europa, son tali cause, da aumentare la spesa per la vita pubblica e privata, e non soltanto qui da noi, ma nel resto d’Italia, in Ispagna, in Francia, in Germania, da per tutto.

Noi aggiungeremo cause di questo aumento, quel genere di ricchezza costituito dai capitali e dalle rendite in azioni industriali, il quale ha moltiplicato a dismisura i capitalisti o rentiers che agiatamente sen vivono, senza possedere un palmo di terreno, co’ soli frutti e dividendi delle loro azioni.

È questa nella società una classe immensa ed estesa la quale 40 anni indietro non esisteva. Ella fa maggiore la concorrenza in tutte le cose, e ne fa quindi salire il prezzo. Prima che sorgesse questo nuovo genere di capitalisti, non si conoscevan per tali se non i proprietari di fondi rustici e urbani, molini, fabbriche industriali, danaro contante, e pietre preziose; e fra i rentiers semplici non ponevansi se non i possessori di rendite pubbliche sui governi, tanto nominative o inscritte, quanto al portatore.

[p. 742 modifica]Ma dacché industrie molteplici venner nascendo, progredendo , e prendendo ogni giorno uno sviluppo più grande (frutto della pace di cui si godette dalla restaurazione in poi), e l’uso del vapore fu applicato ad ogni specie d’intraprese, sursero le compagnie delle strade ferrate, le società anonime de’ canali, dei trasporti sulle acque, degli scavi di zolfi, carbon fossile ed altri minerali, dei prosciugamenti di laghi e paludi, delle fabbricazioni di zuccheri, ed altre moltissime di genere diverso delle quali ci menerebbe tropp’oltre il parlare per minuto. Egli è questo un fatto importante che abbiam creduto di dover notare. Esaminiamone le conseguenze.

È incontestabile che i capitali rappresentati da cosiffatti nuovi valori costituiscono un accrescimento di ricchezza della umana società nei tempi moderni. Or bene questa maggior ricchezza ha moltiplicato i concorrenti all’acquisto di beni stabili, e questi per conseguenza han quasi duplicato di valore in 40 anni. La popolazione intanto vien sempre e dappertutto aumentando, poniamo di un sol centesimo all’anno, e le statistiche son là per attestarcelo; l’amore pei comodi e per l’agiatezza si accresce; il numero dei concorrenti ricchi si viene pure moltiplicando, e ciò a profitto esclusivamente degli antichi proprietari.

Crescono quindi le pigioni delle case e crescon pure gli affitti delle terre; e questi accrescimenti di rendite mentre recan vantaggio a’ proprietari, danneggiano i poveri proletari e, indistintamente poveri e ricchi, tutti i consumatori. Fra i consumatori però (chè tali son tutti) i consumatori possidenti trovano un ampio compenso nell’accrescimento della rendita de’ loro fondi, mentre il semplice consumatore, il domestico, l’artiere, il bottegaio, l’impiegato, ove trovano un compenso proporzionato? Se oltre le case, delle quali è raddoppiato il valore, le carni, l’olio, il viuo, il combustibile, son cresciuti smisuratamente di prezzo, aumentarono in correspettività le mercedi o gli onorari mensuali che soglionsi a quelli retribuire pel necessario sostentamento?


[p. 743 modifica]È questo il dilemma che noi ci limitiamo a proporre, e che lasciamo agli altri di risolvere. Ma intanto questo dilemma insoluto, questo sbilancio che colpisce milioni di persone, finchè non si trovi il modo di risolverlo adeguatamente coll’equiparare per quanto è possibile le spese con i proventi delle moltitudini, non lascia di essere una delle più terribili piaghe sociali, una minaccia costante, una causa permanente di malcontento, e quindi un fomite a quelle tendenze de’ popoli a secondare in ogni dove i moti rivoluzionari. D’altra parte chi soffre è ben naturale che gridi, e queste grida tocca ai governanti di studiare il modo non già di soffocarle colla forza, sibbene di farle tacere con qualche efficace rimedio.

Ma se a lungo svolgemmo e paratamente parlammo di alcuni aggravi siccome eccitatori di schiamazzi e di malcontento, giustizia e verità esigono che al quadro non del tutto lusinghiero che presentammo delle cose di Roma, facciam succedere la narrazione di un fatto di gravissimo momento, il quale venne a migliorarne le condizioni e a porgere un considerabile compenso. E questo fatto è l’affluenza costante di forastieri che dal 1815 al 1847 ebbe luogo. Calcolasi che il loro concorso vi abbia fatto entrare un cento milioni di scudi romani, valutando un tre milioni all’anno circa. Questo concorso però, non c’illudiamo, mentre costituì un nuovo provento, alterò le condizioni di Roma contribuendo all’accrescimento del vivere. Imperciocchè è manifesto che se da un lato aumentò l’agiatezza, dall’altro quest’agiatezza maggiore deprezzò il danaro, accrebbe il valore di tutte le cose necessarie alla vita, e fu causa precipua dell’aumento delle pigioni contro di che tanto si grida.

Egli è chiaro come la luce del giorno che se alle rendite territoriali già esistenti aggiungevansi ogni anno circa un 3 milioni di scudi (e chi scrive le presenti carte come uno dei principali impiegati ed uno dei rappresentanti il primo banco d’Italia può parlare di ciò [p. 744 modifica]fondatamente), coloro che li guadagnavano aumentavan le spese ed accrescevano la concorrenza. Una maggiore ricerca di vetture, maggior numero di cavalli esigeva, e maggior consumo di foraggi. Il consumo delle carni, del latte e del burro venne progredendo smisuratamente, e così quello delle legna pe’ caminetti divenuti quasi una sequela della progredente civiltà. Ma se di tutte queste cose aumento la ricerca, ne venne pur crescendo il costo: crebbe cioè il prezzo delle carni, del latte e delle legna, e conseguentemente anche l’affitto o il prezzo delle boscaglie.

Il lusso poi e la ricercatezza nelle mobilia e nei comodi degli appartamenti, sia che servisser per uso proprio, sia per motivo di speculazione, portarono un rinnovamento completo nelle decorazioni e nelle suppellettili, e quindi un accrescimento notabile della mano d’opera a profitto di alcuni artieri e lavoratori. E che i guadagni spingesser più gente a spendere e a divertirsi, ce ne somministra una prova non dubbia il maggior numero di caffè, di birrerie, di pasticcerie e di liquorerie che si apersero in città, ed il maggior concorso ne’ teatri.

Anche il governo è vero trovavasi necessitato a spendere di più. Gli antichi consuntivi camerali non portano che un 3 o 4 o 6 od 8 milioni di scudi all’anno, mentre i recenti ne presentano 10 o 12, e più ne presenteranno quelli che verranno in seguito. Ma se più spende il governo, più viene introitando; cosicché tutto sommato, riviene allo stesso. E ciò che diciamo del governo pontificio, deve dirsi di tutti gli altri governi; ed ancor questi più andremo in là, e più dovranno spendere, e conseguentemente introitare dalle popolazioni mediante più o maggiori tasse, per le quali però i sudditi degli stati pontifici pagan di meno degli altri.

La sola cosa che a noi sembra non aver camminato di pari passo, ci è forza ripeterlo, è quella degli onorari agl’impiegati e de’ salari ai domestici, i quali sono pressoché rimasti al punto in cui eran prima, mentre il vivere [p. 745 modifica]in genere è cresciuto tanto di costo. Sotto il reggimento francese v’era eccessivo rigore e severissima disciplina per gl’impiegati, ma il governo francese professava il principio che fosser pagati e bene. A parte la giustizia, vi guadagnava la moralità. Noi non dimandiamo una legge. I governi debbono astenersi da leggi suntuarie o attentatorie alla libertà individuale. Noi facciamo un appello alla equità, al buon senso e direm pure all’interesse che tutti hanno di riordinare la società sconvolta, pregandoli ed esortandoli a rivolgere su ciò la loro più seria attenzione. Quanto agli esercenti professioni libere, noi invochiamo pace e tranquillità. Il lavoro e la retribuzione delle fatiche andran da se. In tempi regolari il prezzo deve livellarsi alla mercanzia e all’opera.

Ad illuminare poi i nostri lettori, ed a rettificare un’idea erronea che è in molti, dobbiam prendere le difese del governo pontificio contro chi lo accusa di sperperamento o di mala amministrazione della fortuna pubblica. Declamasi contro i debiti contratti e l’accrescimento della partita che va sotto la rubrica di debito pubblico.

Le apparenze sono contro il governo; contro il governo son molti scritti e le dicerie in corso; ma la verità 6i trova in opposizione con le accuse: imperocchè risulta da documenti incontestabili che in tutta l’amministrazione dalla restaurazione del governo all’anno 1828, vi fu un sopravanzo di circa cinque milioni di scudi romani. In seguito di che, come abbiamo narrato, negli anni 1828 e 29 si potè diminuire di un quarto la dativa reale, e altrettanto e più si sarebbe potuto fare in appresso, se non fosse venuta la rivoluzione delle Romagne del 1831 (figlia di quella francese del 1830) a impedirne il progetto.12 La rivoluzione del 1831 occasionò il primo prestito a Parigi. Le [p. 746 modifica]condizioni furono onerose è vero (il 62 per cento netto circa), ma i tempi eran tristissimi, ed il governo pontificio, non godendo credito veruno in Francia, dovè assoggettarsi a quelle che gl’impose il Rothschild, unico sovventore che in quelle strettezze presentossi. Questo primo prestito, stante i frutti e l’ammortizzamento annuo, contribuì ad accrescere l’annuale dispendio, e quindi a doverne contrarre altri in seguito, l’ultimo de’quali fu quello dell’anno 1848 col de la Hante per un milione di scudi, che poi per gli avvenimenti che tutto scomposero, e per la sospensione della detta casa, andò a vuoto.

Lo sbilancio adunque incominciò e provenne dalla rivoluzione: e la rivoluzione che grida, che accusa il governo, e che compiange i popoli, fu quella appunto che lo produsse. Senza di ciò non abbiam difficoltà di asserire che deficit annuali non sarebbervi stati; che anzi si sarebbero avuti sopravanzi i quali esperimentandosi a mano a mano, avrebber dato agio al governo d’introdurre successivi alleggerimenti nelle tasse o ne’ balzelli.

Fu d’uopo in vece puntellare la casa, e si gridò per la spesa della puntellatura; ed i primi a gridare furon precisamente quelli che colle lor mene tenebrose tentarono di farla cadere.

Esiste però qualche tarlo nell’amministrazione pubblica e sono le pensioni che fan parte e riportansi nei bilanci annuali, sotto la rubrica di debito pubblico . Noi rispettiamo quelle che spettano de iure ai figli ed alle vedove d’impiegati governativi o di militari fedeli. Ci sanguinali cuore bensì nel vedere come il governo troppo proclive alla mitezza e al perdono, venga retribuendo con pensioni ed onori le benemerenze antiche dei padri, per esserne retribuito colle ingratitudini moderne dei figli, e sentire talvolta pur troppo gridare contro il governo i tristi beneficati, mentre i pretermessi onesti ne prendono le difese. Questo tarlo peraltro più forte in passato, è andato di molto diminuendo. Per il di più e per ciò che concerne le finanze [p. 747 modifica]dello stato pontificio, i prestiti contratti, e tutt’altro relativo, tenemmo più ampiamente proposito nel capitolo X del primo volume di queste storie.

Noi abbiamo con quanto precede procurato d’investigare, nel miglior modo che per noi si potesse, quelle cause che vennero a modificare le opinioni, e rattiepidire l’affezione di una parte del popolo romano al papato, dalla restaurazione in poi. Egli è impossibile in cose simili di calcolare numericamente, come se fosser schierati in due campi di battaglia, quelli di un colore e quelli di un altro. A noi è bastato di analizzare le cagioni che storicamente eccitarono o presumibilmente possono aver eccitato malcontento e guadagnato talune persone alla causa del movimento italiano nel senso anti-papale, perchè per movimento in senso di miglioramenti di ogni specie, salvi però e rispettati i diritti altrui, ci siamo ancor noi, e ci dovrebbero esser tutti. In cosiffatto lavoro abbiam procurato di essere imparziali e severi, non occultando neppure talune cose che avremmo potuto tacere.

Ma quantunque abbiamo mentovato varie cause di dicerie e di reclami, chi conosce il popolo romano (che più o meno ha fatto sempre lo stesso) non ne deve inferire che il numero delle persone entrate nello spirito della rivoluzione giungesse ad una cifra assai estesa. A parlare e criticare non furon pochi, ma a cospirare pochissimi.

Se nel 1848 o 49 si fosse fatto un recensimento delle opinioni, si sarebbe trovato, potendolo fare, il che per altro non è mai possibile, che in Roma i nemici della dominazione austriaca in Italia e gli amici della indipendenza italiana furon molti, i nemici del papato pochissimi. La cosa ripetiamo fu così fino agli anni 1848 e 1849. Ciò che sarà in seguito, Dio solo lo sa.

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CONCLUSIONE DELL’OPERA.






Leggendo da cima a fondo le nostre Memorie storiche, le quali potremmo pur chiamare Cronaca o Annali storico-politici, n’emergerà che in Roma non solo vi fu rivoluzione, ma che incominciò subito coll’amnistia; e che questa rivoluzione fu prima colla maschera, dipoi senza, consistendo in principio nelle dimostrazioni pacifiche abilissimamente e perfidamente immaginate e condotte, in fine nelle violenze, nelle spogliazioni e nell’uso del ferro e del fuoco.

La prima dimostrazione fu fatta dagli amici degli amnistiati; le altre da loro stessi e dai loro aderenti che non furono pochi, e che a Roma, come a quartier generale, istantaneamente concorsero. La rivoluzione fu antipapale fin dal principio, cosmopolitica e socialistica in fine. E quando in principio assumeva l’aspetto di voler sostenere il papato, intendeva risolutamente e segretamente di abbatterlo e rovesciarlo. I Romani non se ne avvider punto e secondarono docilissimamente gl’iniziatori del movimento. Le riforme, pei capi, un pretesto, i ringraziamenti popolari e spettacolosi un inganno preconcertato. Il viva Pio IX solo, che con tanta semplicità alcuni Romani ripetevano senza conoscerne il significato, equivaleva nientemeno che ad un abbasso il papato. Tutto quello che accadde non solo non fu spontaneo, ma organizzato precedentemente in estere officine, ne’ comitati che in Parigi, in Londra, in [p. 749 modifica]Malta, in Corfù risiedevano, ed a capo de’ quali eran tutti i condannati politici esuli dalla patria loro per le passate rivoluzioni. Il viva Pio IX un motto d’ordine; l’intendimento quello di farne intanto il campione dell’italico risorgimento costringendolo a romper guerra all’Austria. Ottenuto ciò, disfarsi del campione come si farebbe di un arancio dopo averne estratto il liquore. Questa l’orditura della tela. Il papa non ebbe la salutare ispirazione di parlar chiaro fin dal principio, ripudiando ciò che non voleva e che si faceva credere volesse, e disingannando così gl’illusi ed i creduli. Votarono il sacco dei superlativi per amicarselo e ingannare il mondo: e quando giunti tropp’oltre, esso alzò finalmente la voce, svelò gl’inganni e respinse le fallaci dottrine che gli si volevano attribuire, allora rivolti gli elogi in biasimi, gl’inni festevoli in lugubri elegie, e gli osanna in crucifigatur, gli contestarono perfino i diritti della sovranità e l’arbitrato supremo della divina parola.

Il Santo Padre, uomo di rettissime intenzioni, di animo nobile, elevato e generoso, di coscienza pura ed intemerata, prestò fede in principio alle assicurazioni ed ai pentimenti, e se ne allietò; credette alle richieste di riforme e le concesse; veniva festeggiato e se ne compiacque perchè credeva ricondotte all’ovile tante pecorelle smarrite, che non gli sarebbe sembrato giammai possibile che si convertissero un giorno in tanti lupi.

Date da Pio IX le riforme, chi le chiedeva non era mai contento e gridava a tutta gola perchè si migliorassero. Avrebber voluto che Roma in fatto di libere istituzioni venisse subito appaiata o con Londra o con Parigi, dimenticando ch’ella era la sede del papato, il centro del cattolicismo, il faro illuminatore delle sane dottrine, il simulacro della pace fra gli uomini e fra le nazioni, il baluardo della giustizia e del diritto.

Si ammisero, e fu sbaglio madornale, circoli e banchetti pubblici, e s’introdusse la guardia cittadina: ma coi [p. 750 modifica]circoli, coi banchetti pubblici, colla guardia cittadina mentre si voleva fortificare il governo, si venne a distruggerlo del tutto, sostituendo al governo del Quirinale quello della piazza. Non si creda però che l’ottimo papa facesse questecose di proprio moto, ma sì bene perchè falsi amici del papato lo supplicavano, lo circuivano, lo scongiuravano a far ciò per pubblico bene.

L’ultimo fine, come dicemmo, della rivoluzione e dei rivoluzionari italiani era la distruzione del papato, idea fissa e costante, nel realizzar la quale consentirono ab antiquo tutte le sètte.

A ciò miravano fin dallo scorso secolo gl’illuminati di Germania, i filosofi di Francia ed i liberi muratori di tutto il mondo. A ciò pure i carbonari d’Italia surti nel secolo presente. A ciò i protestanti inglesi massimamente che credono di veder nel papa l’Anticristo in persona. A ciò infine i deisti, i razionalisti, gli atei, sparsi su tutta la superficie del globo. Tutti miravano allo stesso scopo, e applaudivano a quello che nel 1846 e 47 facevasi, perchè vedevan bene ove si andava a parare.

A questi intendimenti settari si dovette la prima rivoluzione di Roma del 1798 e la fuga del papa Pio VI. Furon dessi che partorirono la guerra acerba fatta al mitissimo Pio VII, e l’iniqua scalata al Quirinale, e la violenta e selvaggia sua deportazione, e la barbara prigionia che sostenne. Perfino nel 1814, allorquando Napoleone era nell’isola dell’Elba, alcuni cospiratori italiani volendo cingere il capo di lui colla corona d’imperatore d’Italia, compilarono e sommisero una costituzione, ma col patto precipuo che il papato fosse abolito, e il papa allontanato per sempre da Roma. Noi dimandiamo: eran questi voti di popoli o artificî di setta?13

[p. 751 modifica]Noi enumerammo questi casi in ristretto, unicamente per provare ai nostri lettori che i movimenti antipapali furon sempre sistematici, e che l’impulso venne sempre dalle grandi aggregazioni settarie; cosicché fosse pure asceso sul trono pontificale un papa che governasse come Licurgo, o Minosse, o Solone, o Augusto, o Cesare, o Tito, o Antonino Pio, o Traiano, o Ildebrando, o Sisto V, o Benedetto XIV, sarebbe stato sempre lo stesso. Il buono o il cattivo governo, il benessere o il malessere dei sudditi, la prosperità o la miseria, per nulla entravano come causa impellente a colorire gli empi disegni.

I Romani intanto cui in su’ primordi di Pio IX avevano riscaldato la testa, e che di queste faccende ne sapevan meno di quello che forse pretendessero di saperne, dettersi a cantare, a inneggiare, a sparger fiori: e così facendo, venivansi suicidando allegramente.

Dal caldo e dagli amori si passò poi alle freddezze, e dalle freddezze all’odio. Ciò che accadde lo dice la storia. L’anarchia alzò la cresta; il primo ministro del pontefice fu ucciso proditoriamente; il papa fuggì; venne il governo provvisorio e finalmente la repubblica, ch’era la meta voluta e il punto di fermata: seppure un punto di fermata esiste per gli uomini che alle idee stemperate lascian libero il freno.

Per tal modo quegli uomini stessi che il papa avea perdonato, quegli uomini cui volle pietoso terger le lacrime, tergendole così anche alle loro famiglie, venuti in Roma, vi attossicarono le sorgenti tutte della felicità, e, conseguenza dei lor desideri, chiamarono sulla città del perdono le perfidie e gl’inganni, la miseria e la guerra. Trovaron l’oro e l’argento abbondanti, e vi lasciarono la sudicia carta scapitante il 40 per cento; vi trovaron la letizia e la pace, e vi seminarono l’odio e il livore fra’ cittadini; scissero i padri dai figli, da’ mariti le spose; sbandeggiarono il clero benefico e inoffensivo; costrinsero ad esulare il sovrano; e finalmente a tanto spinsero la loro empietà, [p. 752 modifica]che stanche le potenze cattoliche di tanto strazio che al diritto, alla morale, alla religione facevasi, ricorsero alle armi, e i conati antisociali affogaron nel sangue e nelle rovine.

I Romani, è vero pur troppo, dieder mano in qualche parte alla rivoluzione. Ma se si considera poi che Roma fu la città sopra le altre presa di mira siccome quella che più di tutte interessava alla rivoluzione di far cadere; se si rammenta ch’ebbe per tre anni un giornalismo sbrigliato, la stampa libera, ed anche la clandestina; che inoltre subiva la pressione dei comitati residenti all’estero e T azione dei circoli e delle sètte all’interno; e che infine i rivoluzionari più sperti, in numero di alcune centinaia, fecer diuturna permanenza fra le sua mura per alterare e corrompere la morale de’ cittadini; chi stupirà di quello che i Romani fecero, o non piuttosto di quel che non fecero e che impunemente avrebbèr potuto fare? Fu tale, rammentiamolo ancora una volta, la prevalenza e l’impero che negli anni 1846 e 1847 lasciossi all’elemento rivoluzionario (sotto l’aspetto di dar lezione ai Romani di papalinismo), ch’è forza concluderne, Roma aver contenuto in sè rigogliosi germi di salutare resistenza ed un attaccamento ben radicato e profondo al papa ed al papato.

Difatti Roma si assoggettò alle impostele forme repubblicane, ma tu non vedesti giammai le sciocchezze che vi si videro sotto la repubblica del 1798: quel tagliarsi i capelli per imitare i Bruti, gli alberi della libertà intorno a’ quali gavazzavan torme impudiche di arrabbiata bordaglia, quelle concioni pubbliche o nel ghetto o al Foro romano, la parodia al culto della dea Ragione, la suddivisione del mese in decadi, la nuova nomenclatura de’ mesi in piovoso, ventoso, pratile, termifero e simili, ed infine le altre servili imitazioni delle ridicolaggini francesi.

Non si ebbe l’esempio del pubblico deporre il proprio nome per assumer quello di Tesifonte, nè l’altro di preti o frati dimentichi del loro sacro carattere. Il clero in vece fu [p. 753 modifica]esemplare durante la repubblica del 1849; si travestì, è vero, quasi tutto per timore, ma compieva il suo officio e non mancò ai propri doveri. L’aristocrazia romana, che rimase al suo posto, in nulla si mischiò. Qual nome potè vantarsi la repubblica di averle fatto corona? Nè vedemmo romani giurisperiti di vaglia, meno uno o due, accostarsele e primeggiare in officio.

Ciò volemmo rilevare in comprova maggiore della nostra proposizione che in Roma cioè, non ostante gli eccitamenti immoderati e la scuola diuturna di corruzione, gli elementi di resistenza prevalsero e dieron di se amplissima testimonianza.

Noi ci siamo arrestati al 15 luglio giorno nel quale venne ripristinato il governo pontificio in Roma. Ciò si chiamò e fu restaurazione. Ma ella fu cosiffatta, che parve più officiale che verace: poichè, è pur forza confessarlo, accadde che la resistenza romana ai Francesi aveva riscaldato la testa in tal maniera, che allorquando col loro ingresso venne posto un termine alle distruzioni ed alla effusione del sangue, molti dei riscaldati lungi dal sentirsi infiacchiti e depressi, conservarono il calore nel cerebro ed il veleno nel cuore, si assoggettarono più in apparenza che in realtà al giogo che di nuovo imponevasi, e rimasero aderenti ai capi che, partendo, trasportaron seco, se non la sede del governo, il fuoco sacro, com’essi dicevano, che vive mantener doveva le loro aspirazioni.

Fu dunque restaurazione, ma di carattere timido, parziale, non universale. La espansione non ebbe uno slancio libero e generale. Parve di vedervi più una compressione momentanea, che un radicale ripristinamento. Scorgevasi in somma chiaramente che se alla parte maggiore piaceva, all’altra non soddisfaceva nè punto nè poco. È vero bensì che molti dei buoni spaventati dalle minacce di un prossimo ritorno dei repubblicani, si contennero prudentemente o paurosamente, quasi che non volessero compromettersi per ogni futura contingenza.

[p. 754 modifica]I repubblicani di fatto partiron dicendo: «Ci rivedremo fra poco. È prova di breve durata; è pietra di sepolcro la quale gitteremo via dopo tre giorni, sorgendone vittoriosi e rifatti nazione immortale

Ciò a noi sembra di grave momento e da dover ricordare: imperocché parve a molti che, fiduciati troppo i restaurati sul patrocinio de’ restauratori, credessero per converso tutto stabilmente assicurato, e che quindi non si desser tutto quel carico, nè ponessero quello studio solerte, ch’ei pur faceva d’uopo, per mitigare certe cause di malcontento e antivenire così possibilmente nuove sciagure. Talune cose è vero si fu impediti dal poterle fare, ma per quelle che potevasi non ci si mise forse abbastanza energia. Il tanto famigerato piede di piombo mal si attaglia col vapore e la elettricità che a tutto dan vita ne’ giorni nostri.

Parve pur anco che mentre i fuggiti tutt’altro che disanimati apparecchiavansi ad una nuova riscossa e pubblicavan subito diari, memorie, libelli, storie bugiarde e ingannevoli, promesse e minacce di eccitamenti, i reintegrati per converso se ne stessero colle mani alla cintola passeggiando tranquillamente o riposando sonnacchiosi in una placida beatitudine.

Questo stato di cose noi lo designamo perchè potrebbe porgere un esplicamento intorno a ciò che fosse per accadere in seguito, vogliam dire gli avvenimenti posteriori alla restaurazione del 1849: nel qual caso questi potrebber parificarsi al corpo di armata, i rivolgimenti dal 1846 al 49 all’antiguardo soltanto. La storia dell’antiguardo della rivoluzione è quella che abbiamo compiuto. Ad altri e più di noi abili la storia degli avvenimenti successivi.

Tempi difficili e tristi esperimentammo, e ne narrammo l’inizio e lo svolgimento. Gravidi di avvenimenti gli attuali. Difficilissimi e tristissimi prevediamo i futuri.

Esigenti, irrequieti, travagliati i popoli cercano il meglio nelle perturbazioni, e trovano il peggio. Travagliati e peritosi alla lor volta i governi, sono impossibilitati a [p. 755 modifica]fare quel bene che vorrebbero. Le diuturne perturbazioni in ogni dove sofferte, e quelle che sono a temersi esigendo eserciti stanziali poderosissimi, sui popoli se ne riversa l’aggravio. Gridano i cattivi perchè debbon sistematicamente gridare; gridano i buoni perchè ingiustamente bersagliati. In somma gridan tutti, e col gridare incomposto le proprie e le altrui condizioni possentemente danneggiano.

Qual sarà il fine di questo conflitto, quale lo scioglimento di questo nodo gordiano? La sola Provvidenza ordinatrice degli eventi e distributrice de’ farmachi atti a guarire i mali, ne possiede fra i suoi imperscrutabili segreti l’arcana soluzione.

Il 28 febbraio 1859.







Note

  1. Vedi Gigliucci Memorie della rivoluzione romana. Roma, 1851, vol. I, pag. 24. — Vedi Coppi Annali d’Italia dal 1750. Roma, 1850, tomo VI, dal 1814 al 1319, pag. 257. — Vedi il ristretto del processo che porta per titolo Macerata, ed altri luoghi di fellonia, nella nostra raccolta.
  2. Vedi l’opera intitolata Le Piémont en 1821 par un Piémontais. Paris, 1822, in 8.
  3. Vedi Artaud, Histoire du Pape Léon XII. Paris, 1343, vol. II, pig. 21. — Vedi Cantù, Storia di cento anni (1750-1850), edizione di Firenze del 1852, pag. 325.
  4. Quest’accademia si estese dopo la restaurazione, ma per verità fu instituita fin dal 1813 sotto il governo francese.
  5. Vedi su queste materie l’opera di monsignore (ora cardinale) Morichini intitolata Degli istituti di pubblica carità e d’istruzione primaria in Roma, Saggio storico e statistico, pag. 76, 128, 171 183 e 180.
  6. Vedi Farini, Lo Stato romano ec. Firenze. 1350, vol. I, pag. 28.
  7. Vedilo manoscritto in-4. nella nostra raccolta sotto la rubrica Processi politici ec. Vedi Farini, vol. I, pag. 23.
  8. Vedi Farini, vol. I, pag. 27.
  9. Vedi Louis Blanc, Histoire de dix ans, 1830-1840. Bruxelles, 1847, pag. 293, e seguenti.
  10. Vedi Silvio Pellico Le mie prigioni, memorie, colle addizioni di Piero Maroncelli. Firenze, 1859, pag. 213.
  11. Vedi detto, pag. 220.
  12. Vedi in Sommario, n. 11, lo specchio di monsignor Morichini. — Vedilo pure in Gualterio, Gli ultimi rivolgimenti italiani ec ., volume 1. Documenti, pagina 90.
  13. Vedasi a tal effetto l’opuscolo pubblicato colla data di Bruxelles, anno 1829, e che porta per titolo Delle cause italiane nella evasione dell’imperatore Napoleone dall’Elba, nel vol. 67, n. 5, delle Miscellanee storico-politiche della nostra raccolta.