Storia di Milano/Capitolo IX

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Capitolo IX

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[p. 267 modifica]Stato della repubblica di Milano, e sua costituzione incerta dalla morte di Federico I sino alla metà del secolo XIII

Dopo la morte di Federico I venne incoronato imperatore Enrico di lui figlio; il quale mostrò sempre mal animo ai Milanesi, e suscitò loro la rivalità di molte città lombarde. La gran lega si ruppe e si divise in associazioni minori. Ma non ebbe quell’augusto forza bastante per danneggiare Milano, nel breve suo impero di appena sette anni. Questo imperatore Enrico (comunemente chiamato sesto, e che realmente nella serie degl’imperatori è il quinto, come noi Italiani lo chiamiamo) lasciò un figlio, già conosciuto come re de’ Romani, per nome Federico. Egli poi giunse all’Impero e si chiamò Federico II. Ma alla morte dell’imperatore Enrico egli era ancora bambino, abbandonato alla tutela di suo zio paterno Filippo, duca di Svevia e di Toscana; il quale, approfittando della debolezza del fanciullo, fece proclamare se medesimo re di Germania, sebbene un altro partito nella Germania medesima innalzasse alla stessa dignità Ottone, duca di Sassonia, principe del sangue estense, che fra gl’imperatori si nomina Ottone IV. Così ne’ sette anni del regno di Enrico V, e ne’ dieci anni ne’ quali tre rivali pretendevano l’Impero, Federico, Filippo ed Ottone, quasi nessuna influenza ebbe la Germania sulla Lombardia.

I cronisti di questi tempi sono abbondantissimi nel racconto minuto delle piccole rivalità che portavano le città dell’Insubria alle zuffe, alle scorrerie, alle paci appena giurate infrante, e alle depredazioni. [p. 268 modifica]Io non mi sono prefisso di raccontare tutti gli avvenimenti, ma di trascegliere que’ pochi i quali o sono capaci di darci idea de’ costumi e della felicità di que’ tempi, ovvero sono un seme degli avvenimenti importanti accaduti dappoi. Le inquietudini co’ vicini furono incessanti. I nostri fedeli amici furono i Piacentini, i Cremaschi, i Novaresi, i Vercellesi, e le città più lontane, Verona, Bologna, Faenza e Treviso. I Pavesi e i Cremaschi furono quelli co’ quali maggiormente si stava in guerra. Co’ Bergamaschi, e co’ Lodigiani e Comaschi pure, poco sicura fu la concordia. Ma queste inquietudini, troppo uniformi e insignificanti, non meritano luogo nella memoria de’ posteri. La città di Milano aveva disgraziatamente una guerra civile, assopita per qualche intervallo, ma spenta non mai. Già si è veduto al capitolo quarto l’aperta disunione fra i nobili ed i plebei, scoppiata prima della metà del secolo undecimo. Sia che l’animosità fosse tramandata da padre in figlio per cinque generazioni sino al principio del secolo decimoterzo; sia, il che è assai più probabile, che la prepotenza de’ primi signori inconsideratamente continuando ad offendere i più deboli, ma non meno sensibili, spingesse questi all’associazione ed all’uso della forza; egli è certo che realmente la città era divisa in più fazioni. (1198) I nobili in prima erano collegati contro de’ popolari; ma nel secolo decimoterzo anche i nobili stessi erano divisi, facendo un partito distinto i nobili minori. La plebe formò da sè un corpo politico nell’anno 1198; e questo prese il nome di Credenza di sant’Ambrogio. Questo corpo aveva la sala per le sue radunanze; creava i giudici che decidessero le controversie del popolo; e percepiva una parte delle rendite della [p. 269 modifica]Repubblica. I nobili del primo ordine chiamavansi capitani, e formavano la Credenza dei consoli; e i nobili valvassori, i quali in origine erano come sottofeudatari dipendenti dai capitani, formavano La Motta; nome che presero dal sito d’una zuffa datasi fra Lodi e Milano, fra i capitani e i valvassori. Così v’erano tre consigli in Milano, uno di quattrocento, l’altro di trecento, il terzo finalmente di cento consiglieri. Siccome la sovranità risedeva realmente nella riunione di questi tre consigli, gelosi e rivali reciprocamente, è facil cosa l’immaginarsi in quale incertezza e sotto qual torbido cielo si trovasse allora la costituzione civile durante il fine del secolo duodecimo, e nel corso di quasi tutto il secolo decimoterzo. Queste intestine discordie furono poi la cagione per cui lo stato di repubblica finalmente, dopo dissensioni e turbolenze incessanti, cadesse in quello del governo d’un solo; rimedio unico per una inveterata anarchia procellosa. Da principio ogni anno si creavano i consoli, presso de’ quali stava il governo della città; ma tante dissensioni e tante difficoltà s’incontravano nel momento di sceglierli, che, per disperazione, conveniva crearsi un dittatore per un determinato intervallo, sotto il dispotismo del quale calmandosi le fazioni, si potesse poscia procedere all’elezione de’ magistrati. Questa verità non è stata sinora chiaramente annunziata: confusissime anzi ho ritrovate le memorie de’ nostri scrittori; ma tutti i fatti ce la provano ad evidenza. Nel 1186 dovettero i Milanesi creare un magistrato dispotico, col nome di podestà, perchè tutta l’autorità era in lui collocata; [p. 270 modifica]e questo fu il primo podestà di Milano. Per evitare l’invidia venne proclamato un Piacentino, e fu Uberto Visconti. L’autorità confidata a questo magistrato era per un anno; e il vizio costituzionale era tale, da ricorrere al disperato partito di abbandonare vita, roba e libertà senza limite a un temporario sovrano. L’anno vegnente fummo diretti dai consoli, e così per quattro anni ci riuscì di eleggerli. Poi l’anno 1191 fummo costretti a chiamare un Bresciano, che dominasse per sei mesi; sinchè fosse eseguibile l’elezione de’ consoli, e questo podestà fu Rodolfo da Concesa. (1201) Sul principio del secolo decimoterzo ancora maggiori variazioni accaddero; poichè nel 1201, temendo forse di collocare in un uomo solo l’autorità, ovvero ostinandosi i tre partiti ciascheduno a sostenere il podestà da lui proposto, venne confidato il governo a triumviri, e furonvi tre podestà. (1202) L’anno vegnente 1202 tante fazioni vi furono per eleggere chi governasse, che commissum fuit Anselmo de Terzago, quod provideret secundum suam discretionem de regimine civitatis; qui elegit duos consules, qui regerent per annum. (1203) L’anno immediatamente seguente, cinque podestà ressero Milano. (1204) Poi, nel 1204, due podestà. I partiti, sempre animati, scindevano la città in guisa che realmente l’unica libertà era quella di nominare il dispotico ogni anno; e finito quel breve tumulto popolare, ogni cittadino serviva al podestà. In mezzo a questa deformissima costituzione, i beni de’ privati erano in preda alle rapine de’ potenti, i quali, abusando di alcune formalità legali, e facendo pronunziare da alcuni giudici delle sentenze vendute, usurpavano gli altrui fondi. (1205) Quindi in una concordia [p. 271 modifica]momentanea che si fece fra i partiti nel 1205, si stabilì che: Nulli bonis suis interdicatur, nisi causa cognita et probata communi, potestati mediolani, vel rectoribus communitatis, ut leges desiderant; legge la quale supponeva un disordine universale ed essenzialissimo. Il potere del podestà era, siccome dissi, assoluto e dispotico. Egli faceva leggi, e le faceva eseguire: Dico, jubeo et statuo perpetuo firmiter observari, sono le frasi che adoperavano i podestà, e ne abbiamo la memoria in una legge di Oberto da Vialta, bolognese, podestà di Milano nel 1214.

Questo vizio interno (che, accendendo una guerra intestina, sbandiva realmente la forma repubblicana dalla città, e la costringeva a rifugiarsi nel dispotismo per l’impossibilità di reggersi) nasceva a mio credere per colpa de’ nobili. Il dominare, l’innalzarci sopra i nostri fratelli, il dimenticare persino che lo sono, è cosa naturalissima all’uomo; ma la plebe milanese non poteva sopportare l’orgoglio de’ nobili, nè i valvassori quello de’ capitani. Sappiamo quante inquietudini provò la repubblica di Roma per l’impazienza del popolo, e quante guerre dovette intraprendere per allontanare la plebe dalla città. I nobili di Roma avevano nelle loro mani gli auguri, gli auspici e tutte le forze del culto religioso; eppure il partito popolare finalmente scoppiò, rovesciò la repubblica, innalzò Cesare e creò i primi imperatori, i quali, colla rovina de’ nobili, pagavano le largizioni e gli spettacoli per favorire la plebe. Il povero ed il plebeo d’Italia sentono di avere men potere che non ha il ricco ed il nobile; ma persuasi che gli uomini sono d’una specie sola, si considerano [p. 272 modifica]come meno fortunati, ma non diversi, anzi eguali, al momento in cui riesca di radunare della ricchezza. Nella Lombardia (se ne eccettuiamo il marchese di Monferrato ed il conte di Biandrate) non so che allora vi fosse alcun signore che dominasse città o borghi, o nemmeno terre intiere. Questo sistema di tenere divise le terre è antichissimo nella Lombardia; dove i feudi non furono mai tanto considerabili, come in altri regni d’Europa. Quasi tutte le terre del Milanese anche oggidì sono divise in più possessori. A primo aspetto sembra che siavi qualche cosa di più grande nella Germania, dove un monarca ha sotto il suo impero de’ sudditi che posseggono delle signorie di intere città, e de’ distretti di più miglia di paese. Questo da noi non vi è. È bensì vero che l’estensione dello stato di Milano non è grande, e può paragonarsi ad un rettangolo lungo sessanta e largo cinquanta miglia; entro del quale spazio una porzione sensibile è montuosa, quale il contado di Como e i contorni di Lecco, che sono l’emanazione delle Alpi; e in questo piccolo spazio vivono un milione e centomila abitanti; i quali da questo spazio di terra ricavano, oltre il loro cibo, un eccedente d’un milione e trecentocinquantamila annui zecchini. Un milione di zecchini ce lo somministra la seta che si trasporta agli esteri. I caci ed il lino c’introducono più di duecento altri mila zecchini. Centocinquantamila zecchini ci fanno acquistare i grani che vendiamo pure agli esteri; onde, presa nel suo tutto, l’annua riproduzione è assai più grande di quello che si troverà in eguale spazio di terra, ove le fortune sieno radunate in pochi possessori. Il villano da noi non ha altro rapporto col proprietario, che un contratto non perpetuo. La divisione de’ frutti [p. 273 modifica]delle terre si fa per metà fra il terriere ed il colono; ovvero s’aggrava il colono di pagare una determinata somma o in denaro o in frutti, e tutto l’eccedente ricade a suo profitto. Questo antico sistema, da una parte, anima la coltivazione delle terre, cointeressando il villano; e dall’altra, pone minore intervallo fra il signore e il villano medesimo; poichè in luogo di comando e subordinazione, da noi non vi è che un contratto prodotto dai bisogni vicendevoli fra un ricco ed un povero. Perciò io credo che da noi sarebbe impossibile il conservare lungamente un governo aristocratico, a meno che gli ottimati non discendessero a quella popolarità che rende cara ai Veneziani la forma del loro governo; se pure anche Venezia non deve in parte la sua antichissima tranquillità alla natura del luogo su di cui è piantata: mentre ogni cittadino, sentendo di vivere dove perirebbe nel momento in cui nascesse confusione nel governo, forza è che freni l’inquietudine, e contribuisca a quell’ordine sociale, senza di cui ivi nè avrebbe alimento nè mezzi di procurarselo. I costumi de’ nobili da noi erano invece orgogliosi e dispotici, talvolta sino all’atrocità. Il Fiamma ci racconta che a’ suoi tempi certo popolare, per nome Guglielmo da Salvo, di porta Vercellina, andava creditore di rilevante somma verso di Guglielmo da Landriano, uomo nobile; e che il debitore invitò il popolare ad una sua villa in Marnate, posta nel contato del Seprio, ove, per liberarsi dal pagamento, trucidò miseramente il povero creditore. Il qual fatto sospettatosi nella città, la plebe, inferocita per l’enorme tradimento, si portò a Marnate, scoprì il cadavere, lo trasportò a Milano, e mostrando per le strade [p. 274 modifica]strade lo strazio crudele, la prepotenza, l’insidia, la violata fede d’ospitalità, vennero diroccate le case de' Landriani, e scacciati nuovamente i nobili tutti dalla città. Così racconta il Fiamma questo fatto; e a lui dobbiamo prestar più fede, che non al Corio ed al Calco, i quali erano scrittori più lontani; e forse non avevano stima bastante de’ nobili del tempo loro per credere che dovesse essere sempre loro piacevole la verità della storia, quand’anche annunziasse i delitti de’ loro maggiori. Il Corio per altro non ebbe difficoltà di assicurarci che, prima dell’anno 1065, siasi fatta da' nobili la legge orrenda: che ciascuno nobile potesse occidere un plebeo con la pena de’ libre septe, e soldo uno de terzoli, per la qual cosa molti erano morti. Io credo falsa questa asserzione. Essa però fa conoscere come si pensava; poichè il Corio l’avrà trovata in qualche antica tradizione. Per tai motivi può facilmente intendersi la costanza della dissensione, sempre mantenutasi nella città; giacchè la plebe naturalmente non ha mire ambiziose per dominare su i nobili, nè da essi si allontana, nè con essi guerreggia, se non per intolleranza dell’oppressione. Colla morte dell’imperatore Corrado cominciarono le inquietudini del popolo contro de’ nobili; poi si sfogarono i due partiti colla questione de’ preti ammogliati; indi i pericoli d' un esterno nemico contennero le interne fazioni; ma cessati che furono, sempre si videro rianimate sintanto che, come dissi e come in appresso vedremo, rovinò la Repubblica, e la città si rese suddita di un solo.

(1208) Colla morte di Filippo, duca di Svevia, seguìta l’anno 1208, non rimanevano che due pretendenti alla dignità imperiale, Ottone e Federico; ma Ottone venne proclamato in Germania re de’ [p. 275 modifica]Roma incoronato imperatore da Innocenzo III. L’imperatore Ottone IV era, siccome dissi, del sangue della casa d’Este; egli era figlio di Arrigo il Leone, il quale, dopo d’avere seguitato l’imperatore Federico I nelle lunghe spedizioni d’Italia, per un tratto del suo dispotismo era stato privato della Baviera e della Sassonia. Questa era una cagione bastante per rendere l’imperatore Ottone nemico di Federico, e per renderlo caro ai Milanesi, come lo fu sommamente. In una lettera che quell’augusto scrisse ai Milanesi, si legge: Oblivisci non etiam possumus, quod vos, jam pacato Imperio, quod diu turbatum fuerat, tam discretos et tam honestos nuncios cum muneribus vestris ad nos destinastis, quos nos, sicut decuit, et sub illa gratia et devotione qua vos semper fovimus, et semper amplectemur, recepimus, munera quoque vestra tanto nobis fuerunt gratiora, quanto magis scimus illa ex affectu purae dilectionis fuisse transmissa. (1210) Venne in Milano Ottone IV l’anno 1210; e fu generale il giubilo e il plauso in tutti gli ordini della città. Vi fu adorato; ed ei fece nascere questo caro sentimento coll’affabilità e colla bontà sua. Egli non volle immischiarsi nelle cose della città, ma, premuroso d’avere assistenza da noi, l’ottenne largamente: e partì, accompagnato da buona scorta de’ nostri militi, e d’ogni altro aiuto, per la conquista della Puglia, la quale sarebbe caduta in suo potere, se i maneggi del papa e del re di Francia non gli avessero suscitato nella Germania un forte partito, per collocare sul trono il giovine Federico. Il papa scomunicò l’imperatore Ottone, il quale fu da ciò obbligato a ritornarsene nella Germania ed abbandonare [p. 276 modifica]la Sicilia. Cremona, Pavia, Verona e alcune altre città della Lombardia credettero di non dover più riconoscere un imperatore scomunicato. Ma i Milanesi sempre gli furono affezionati, e nel ritorno per passare nella Germania fu in Milano accolto ed onorato. Partito che fu Ottone IV, passava da Genova per andarsene pure in Germania il di lui rivale Federico, e i Milanesi attaccarono i Pavesi, per contrastare ad esso il passaggio. (1212) Il papa, con sua lettera 21 ottobre 1212, c’intimò che se non fossero state da noi rivocate alcune leggi, e se non fossero stati restituiti a Pavia i prigionieri che avevamo fatti, nessuno potesse più parlare con un Milanese, nessuna città potesse scegliere un Milanese per suo podestà. Ordinò in oltre che tutte le mercanzie de’ Milanesi si sequestrassero; che alcuno non dovesse pagare i debiti che avesse verso di un Milanese; e in questa lettera perfino minacciò di volerci trattare come Saraceni, e mandare contro di noi una Crociata. Tanto era impegnato il papa Innocenzo III contro di Ottone! L’amore de’ Milanesi verso di Ottone IV non si cambiò punto, nemmeno per questo. Il papa andava stimolando sempre più i Milanesi ad abbandonare Ottone, il di cui partito s’indeboliva anche nella Germania; ma inutilmente. Spedì finalmente a Milano due cardinali legati l’anno 1216, i quali, dopo aver adoperati, senza effetto, i loro maneggi per rimoverci dall’imperatore cui eravamo affezionati, ricorsero all’ultimo spediente: scomunicarono ogni Milanese, posero la città a interdetto, ma non rimossero mai la fede dei Mlianesi dalla divozione verso dell’imperatore Ottone sino alla di lui morte, accaduta [p. 277 modifica]l’anno 1218. Per ottenere questa costante benevolenza, inalterabile in mezzo alle più terribili prove che in que’ tempi la potessero cimentare, bastò a quel principe la sua bontà e la cortesia delle sue maniere.

(1216) Nel tempo di questi torbidi, fra le censure e gl’interdetti, l’anno 1216, si compilarono in un codice gli statuti e le consuetudini di Milano; acciocchè la sorte dei giudizi non fosse più tanto arbitraria ed incerta, come lo doveva essere prima, appoggiata a mere tradizioni, e senza uno stabile monumento. Di questo codice se ne conserva un antico esemplare manoscritto nella biblioteca Ambrosiana. Un’altra bell’opera s’intraprese l’anno 1220, mentre era podestà di Milano Amizone Carentano, lodigiano, e fu lo scavo d’un canale che da Cassano sino a Castiglione Lodigiano deriva le acque dell’Adda. Questo canale forma la ricchezza del contado di Lodi. Allora si chiamava Adda nuova; ora, non saprei per qual cagione, si chiama la Muzza. Già quaranta anni prima era stato fatto l’altro cavo, che, guidando le acque del Tesino sulle terre sino ad Abbiategrasso, rendeva irrigabile una parte delle campagne milanesi; indi, nel 1257, questo cavo fu prolungato sino a Milano, siccome poi dirò. È cosa maravigliosa che fra i torbidi interni ed esterni, in mezzo all’ignoranza di quel secolo, si ardisse di pensare a così grandiose ed utili opere pubbliche, e si eseguissero, domando le acque, e guidando de’ fiumi artificiali per lunghi tratti di paese.

S’erano dilatati, al principio del secolo decimoterzo, i due ordini de’ frati predicatori e dei frati minori; e si erano intraprese moltissime ricerche contro l’ [p. 278 modifica]eresia. Sappiamo le guerre mosse per questo titolo nella Francia contro gli Albigesi. Nella Germania non mancarono simili inquisizioni; e presso di noi si trovarono quindici sètte di eretici, de’ quali i nomi sono i Patarini, i Cattari, i Carani, i Concorezi, i Fursici, i Vanni, gli Speronisti, i Carantani, i Romulari, i Poveri di Lione, i Passagini, i Giuseppini, gli Arnaldisti, i Credenti di Milano, i Credenti da Bagnuolo; e quello che vi era di più singolare, nessun uomo si nominava che fosse capo di setta, o nessun libro sul quale fosse appoggiata l’eresia. Nella Grecia sappiamo chi abbia insegnato gli errori degli Ariani, degli Eutichiani, de’ Nestoriani, ecc. Ne’ tempi più a noi vicini sappiamo pure da chi prendessero le loro dottrine gli Hussiti, i Wiclefiti, i Luterani, ecc. Ma nel secolo decimoterzo si scopersero quindici sêtte di Novatori nel Milanese, senza che la storia ci nomini l’autore maestro delle dannevoli novità! Due secoli prima gli abitatori del castello di Monforte, nella diocesi di Asti, furono presi; e per titolo d’eresia terminarono la vita nel fuoco, siccome dissi al capitolo quarto. Fu quello il primo esempio, ch’io sappia, in cui solennemente siasi adoperata la violenza del supplicio, per difendere la mansueta religione di Cristo. Ora, nel secolo decimoterzo, questa maniera di sostenere il dogma venne generalmente in uso. Venne deputato dal sommo pontefice ad agire contro gli eretici san Pietro Martire, che allora si chiamava frà Pietro da Verona. Egli era domenicano, e per la distruzione dell’eresia aveva formato in Milano una compagnia, la quale era stata presa dal sommo pontefice sotto la sua protezione; e il breve di Gregorio XI si conserva [p. 279 modifica]nell’archivio di Sant’Eustorgio tuttavia. L’anno 1233 era podestà di Milano Oldrado da Tresseno, lodigiano, il quale, secondando le mire dell’Inquisizione, consegnò alle fiamme non pochi cittadini. La figura equestre di questo podestà mirasi anche al presente, a basso rilievo in marmo, nella facciata verso mezzo giorno della sala del consiglio della Repubblica, ora l’archivio pubblico; e nell’iscrizione leggesi l’encomio d’aver bruciato i Cattari: Catharos ut debuit uxit, barbarismo postovi per far la rima col verso leonino: Qui solium struxit, Catharos ut debuit, uxit. Il Fiamma, riferendo le gesta di questo podestà, dice: In marmore super equum residens sculptus fuit: quod magnum vituperium fuit. Hic primo haereticos capere fecit. Il conte Giulini non crede che questa sia stata cosa nuova di così procedere cogli eretici; ma non allega fatto alcuno antecedente, nè alcuna prova. Il supplizio dato agl’infelici abitatori del castello di Monforte fu una violenza militare che non aveva appoggio di legge, non tribunali o metodi costanti che ne formassero la sanzione. Ora si tratta di sistema. (1228) Noi abbiamo Tristano Calchi, il quale ci insegna che nell’anno 1228 furono pubblicate queste nuove leggi penali contro gli eretici: Novae leges latae adversus haereticos, quorum multiplices, et inauditis nominibus distinctae sectae erant; nam praeter Patarenos, quorum supra in Arnulpho memini, Cathari, Carani, Concoretii, Fursici, Vanii, Speronistae, Carantani, Romulares nuncupabantur; haecque labes non minus ad foeminas, quam viros pertinebat. Ita utrique sexui irterdicta superstitio est: proposita poena capitis, et domorum destructionis iis qui in ea perseverarent, aut tecto reciperent, alioque juvarent. Et subsequente anno, mense [p. 280 modifica]januario, Gufredus cardinalis sub titulo Sancti Marci, legatus pontificius, Mediolanum ingressus, lege sanxit (de comuni tamen archiepiscopi, ordinariorum, et populi consensu) ut praetor damnatos judicio ecclesiastico, intra decem dies capitali poena afficiat; e il Corio, nella sua storia, ci ha conservato lo statuto che allora si fece, e lo riferisce colle seguenti parole: In nome di Dio mille ducento vintiocto, ad uno giorno de zobia, al tredecimo de genaro, inditione seconda, in publica concione convocata a sono di campana secondo il solito: Che ne lo advenire niuno heretico dovesse stare nè dimorare ne la città de Milano... Che qualunque persona a sua libera voluntate potesse prendere ciascuno heretico. Item, che le case dove erano ritrovati, si dovessino ruinare, e li beni in epse si ritrovavano, fusseno pubblicati. Dal che pare evidente che il rigore delle legge penali contro gli eretici veramente nascesse nel 1228. L’arcivescovo di Milano in que’ tempi era Enrico da Settala, ed era un attivo cooperatore coll’inquisitore per eliminare gli eretici. Dal gran numero delle sètte improvvisamente scoperte, è facile l’argomentare che un gran numero di cittadini doveva essere poco contento di queste nuove leggi. In fatti l’arcivescovo fu bandito. Perciò vennero scomunicati da un legato pontificio il podestà e il consiglio di Milano. Nell’iscrizione sepolcrale di questo arcivescovo si scolpì: Instituto inquisitore, jugulavit haereses, come riferisce il Puricelli; e chiaramente si conosce anche dalla storia milanese quanto poco si pregiassero allora la dolcezza, la mansuetudine e la pietà; le quali ora, [p. 281 modifica]in tempi più illuminati e felici, formano il principale fregio delle virtù ecclesiastiche. L’inquisitore, nel corso di dicianove anni, aveva fatte incessanti ricerche contro tanti eretici, per modo che l’esempio di molti bruciati, altri banditi, le molte case demolite, molti patrimoni pubblicati, dovevano avere reso ammirabile il di lui zelo al di lui partito; ma del pari resa odiosissima la sua persona a chiunque temeva d’essere accusato di opinioni eterodosse. Ciò non doveva essere difficile in Milano, dove ad un tratto quindici diverse eresie si erano inaspettatamente scoperte, e si volevano esterminare. Era stato bandito, come eretico, Stefano Confalonieri d’Alliate. Il Corio ci dice ch’esso Confalonieri venne avvisato, come per Frà Pietro era misso nel bando. Questo Confalonieri, di cui si doveva diroccare la casa, i di cui beni dovevano essergli tolti, si collegò con alcuni altri malcontenti. Il concerto si fece nelle terre di Giussano con Manfredo Cliroro, Guidotto Sacchella, Jacopo della Chiusa, Tommaso Giuliano, Carlo da Balsamo e Alberto Porro. Colsero essi l’inquisitore, mentre in compagnia di frà Domenico ritornava da Como a Milano, e nelle vicinanze di Barlassina, il giorno 6 aprile 1252, con una falce lo uccisero; e frà Domenico lasciarono sì malamente concio, che in pochi giorni cessò di vivere. Il partito maggiore allora cominciò a risguardarli come due martiri della fede. Uno degli uccisori fu preso e posto prigione. Egli se ne fuggì. Il popolo inquieto, che avidamente aspettava di vederne il supplicio, tumultuariamente strascinò il podestà e i suoi tre giudici, come complici della fuga, al tribunale dell’arcivescovo; saccheggiò [p. 282 modifica]il pretorio; e fu deposto il podestà, dopo avere corso grave pericolo della vita. Dei due uccisi, un solo ottenne la venerazione di santo, cioè san Pietro Martire, canonizzato tredici mesi dopo la sua morte dal sommo pontefice Innocenzo IV. Alcuni anni dopo accadde un fatto simile nella Valellina, quando, l’anno 1277, frate Pagano da Lecco, domenicano, vi si portò con frà Cristoforo e due notai, a fine di processarvi l’eresia; e Corrado da Venosta, signore consideratissimo in quel distretto, lo fece uccidere il giorno 26 dicembre 1277. I Domenicani ne conservano le reliquie in Como, e lo chiamano beato.

Dello spirito di questi tempi ce ne somministra idea il famoso affare della Guglielmina. Questa donna, nata in Boemia, viveva in Milano, dove morì nel 1281. Guglielmina fu tumulata pomposamente a Chiaravalle, le fu recitato il panegirico come beata. Lampade e cerei furonle accesi intorno al sepolcro, che diventava ogni dì più celebre per la guarigione degl’infermi; contribuendo a tale celebrità certa Mainfreda, e certo Andrea, sacerdote, ch’erano stati discepoli ed ammiratori della Guglielmina. L’Inquisizione volle istituire processo intorno a ciò, e la conseguenza di tale processo fu che Guglielmina fu cavata dal sepolcro, e le di lei ossa bruciate; e la Mainfreda fu gettata viva nelle fiamme, e vivo parimenti fu bruciato il prete Andrea. Il popolo credette tutto nascere da prostituzione esercitata sotto velo di religione nelle adunanze della Guglielmina, e tuttora tal tradizione volgarmente vien ripetuta. Il Muratori, da un manoscritto antico che si trova nella biblioteca Ambrosiana, ha scoperto le accuse che si fecero a quegl’infelici. Guglielmina pretendeva d’essere lo [p. 283 modifica]Spirito Santo incarnato, e di essere figlia di Costanza, regina di Boemia, a cui l’arcangelo Rafaele l’aveva annunziata nel giorno di Pentecoste. Essa diceva d’essere venuta al mondo per salvare i Saraceni, i Giudei e i cattivi cristiani. Insegnava che sarebbe morta come donna, ma poi risorta per salire al cielo alla presenza de’ suoi discepoli; e che Mainfreda sarebbe rimasta sua vicaria in terra, ed avrebbe celebrata la messa al sepolcro di lei, poi nella metropolitana in Milano, indi in Roma, ove, abolendo il papato mascolino, avrebb’ella seduto papessa. Tali almeno furono i deliri che vennero imputati a que’ miseri, i quali, sotto il pietoso e illuminato regno dell’augusto Giuseppe II, riceverebbero una caritatevole assistenza de’ medici per ricuperare il senno perduto; e allora furono consegnati al carnefice per una morte orrenda.

Comunemente le opinioni nuove intorno agli articoli della religione nacquero o presso nazioni occupate di oziose o sofistiche ricerche metafisiche, le quali si pregiavano di chimeriche e realmente vacue disputazioni, ovvero nacquero esse per un abuso degli studii sacri e dell’erudizione. Da noi, in mezzo all’ignoranza del secolo decimoterzo, nessuno di questi poteva aver loro dato nascimento. Il padre della erudizione italiana, Lodovico Antonio Muratori, ci ha fatto l’enumerazione degli errori che venivano attribuiti a questi eretici. La maggior parte di quelle opinioni chiaramente non è cattolica. Egli è vero però che alcune opinioni ivi censurate potrebbero avere un significato innocente, quali sarebbero le seguenti: Obest subdito et sacrato mala vita praelati. - In Ecclesia Dei non debent esse sacerdotes et diaconi mali. - Mali presbyteri non possunt ministrare. [p. 284 modifica]Ecclesia non debet possidere aliquid nisi in communi. - Nullus malus potest esse episcopus. - Non licet occidere; ed è pur vero che non ci rimane alcun libro di quei tempi, nel quale si contengano le altre eresie che s’imputavano a tanti nostri Milanesi; ed il Muratori le ha tutte prese da un solo manoscritto di Armanno Pungilupo. Certo è che, essendo gl’inquisitori dipendenti affatto dal papa, e le loro sentenze dovendosi eseguire dalla podestà civile col bando e colla morte, la vita e i beni di ciascun cittadino erano dipendenti dalla podestà ecclesiastica di Roma, e conseguentemente Roma vi aveva indirettamente acquistata la sovranità.

(1220) Ritorniamo al filo della storia civile. Dopo la morte di Ottone IV, tanto benevolo verso di noi, Federico II venne in Italia, e fu coronato imperatore l’anno 1220. Venne dichiarato re de’ Romani il di lui figlio Enrico. Federico odiava i Milanesi, ed era ben corrisposto. Noi lo consideravamo come erede del nome e dei sentimenti dell’avo distruggitore della nostra città; e come l’inimico del nostro Ottone IV. Egli intimò una generale dieta in Cremona; e questa voce precorsa bastò a sedare le dissensioni civili. L’oggetto della propria conservazione soffocò le simultà private, e fece rivolgere gli animi a concordi pensieri per la comune salvezza. Le città di Lombardia, istrutte dai passati esempi, rinnovarono la loro confederazione. Venne l’imperatore in Cremona, e non vi trovò i rettori di molte città, i quali pure dovevano esservi tutti. Mancavano Milano, Verona, Piacenza, Vercelli, Lodi, Alessandria, Treviso, Padova, Vicenza, Torino, Novara, Mantova, Brescia, Bologna, [p. 285 modifica]Faenza e Bergamo. Se ne partì sdegnato da Cremona, e immediatamente andossene a Borgo San Donnino, ed ivi dal vescovo d’Ildeseim fece scomunicare le città che non erano comparse alla indicata dieta generale. Federico II andò poi nella Sicilia, indi in Terra Santa; nè gli avvenimenti e le relazioni che passarono fra il papa e lui appartengono al mio proposito. Enrico, re de’ Romani, si ribellò al padre. Spedì a Milano lettere ed ambasciatori. I Milanesi si collegarono con lui. Venne Enrico superato dal padre, e finì i giorni suoi in carcere. Quest’ultima azione de’ Milanesi determinò più che mai lo sdegno dell’imperatore Federico II a nostro danno. Egli entrò dalla Germania nella Lombardia con un’armata, alla quale si unirono le forze d’Ezelino da Romano. (1237) L’anno 1237 l’armata imperiale, che aveva già devastate le terre dei Mantovani, de’ Veronesi e Vicentini, si accostò a Brescia per soggiogarla. I Milanesi, che avevano più volte ottenuta la fedele assistenza dei Bresciani, non tardarono a marciare al loro soccorso. I militi di Vercelli, di Alessandria e di Novara si unirono con noi; e il comandante era Enrico da Monza. Il nostro comandante fu uomo di talento nello scegliere il campo, poichè si collocò in un luogo del Bresciano detto Minervio, avendo avanti la fronte un fiumicello profondo e un terreno paludoso, per cui il nemico non poteva venire a noi; e così con un’armata inferiore di forze, pose l’imperatore nel caso di non poter tentare cosa alcuna sopra la città di Brescia, senza temerci ai fianchi. L’imperatore, in fatti, abbandonò l’impresa di Brescia, e si rivolse ad altro progetto. La stagione era già inoltrata: eravamo già in novembre. L’imperatore, congedati alcuni militi poco sicuri, fece credere di volersene andare a Cremona [p. 286 modifica]a svernare, e passò l’Oglio. I nostri, incautamente, sloggiarono dal loro campo; e si posero a tener dietro la marcia degl’imperiali, il perchè non lo sappiamo. Passammo l’Oglio, e, nelle vicinanze di Cortenova, ci trovammo un fiume alle spalle, e da ogni altra parte gl’Imperiali, che di molto superavano le nostre forze. L’imperatore ci attaccò in quella disgraziata situazione. La battaglia fu sanguinosissima. Noi eravamo stretti da ogni parte. Si combattè ostinatamente, finchè la notte obbligò i due eserciti a dar pausa all’azione. Noi eravamo, come dissi, alla fine di novembre, sotto una pioggia incessante, fra strade rese impraticabili in terreno cretoso. Gli avanzi ancor vivi del nostro esercito erano ammucchiati vicini al carroccio, che avevano sempre difeso. Al comparire del nuovo giorno più non rimaneva che o la morte o la prigionia ai pochi Milanesi. Essi profittarono dell’errore che gli Imperiali commisero, col lasciare un lato scoperto, e per quello unitamente si salvarono. Prima però spogliarono il carroccio del gran vessillo, e lo fecero in pezzi; giacchè non era possibile il trasportarlo. Se furono biasimevoli i Milanesi per essersi tanto incautamente avventurati a fronte di un nemico superiore di molto, essi però meritano stima per aver combattuto senza limite in una situazione nella quale non sarebbe stata viltà il deporre le armi, come fece, a Maxen nella Sassonia un grosso corpo di Prussiani che appunto aveva l’Elba alle spalle, e dalle armi imperiali austriache si trovò attorniato in novembre dell’anno 1759. I nemici, al comparire del giorno, viddero con sorpresa che la preda era sfuggita. La disfatta de’ Milanesi però a Cortenova fu un oggetto grande. L’imperatore Federico II certamente se ne gloriò con molto [p. 287 modifica]fasto. Il Martene ci ha conservata la lettera che quell’Augusto ne scrisse a Federico, duca di Lorena, in cui lo informa che fra morti e prigionieri si contavano diecimila de’ nostri; e lo stesso autore ci ha conservata la lettera che l’imperatore scrisse al senato e popolo romano, al quale trasmise i rottami del nostro carroccio: Antiquos namque in hoc recolimus Caesares, dice l’imperatore, quibus ob res praeclaras victricibus signis gestas, senatus populusque romanus triumphos et laureas decernebant, ad quod, per praesens nostrae Serenitatis exemplum, vias votis vestris a longe praeparamus, dum, devicto Mediolano, currum civitatis, utique factionis Italiae principis, ad vos victorum hostium praedam et spolia destinamus, arrham vobis magnalium nostrorum et gloriae vestrae praemittimus. Da questo fatto si raccoglie di quanta considerazione fosse Milano in que’ tempi, factionis Italiae civitas princeps.

Gl’infelici avanzi del macello di Cortenova dovevano perire attraversando le terre di Bergamo; poichè la totale sconfitta da noi sofferta aveva fatto nascere un timore sommo nelle altre città: nessuno osava dichiararsi più per noi, trattone Brescia, Piacenza e Bologna, città le quali mantennero [p. 288 modifica]una ferma e sincera fede in favor nostro. Mancavamo di tutto, e di nulla eravamo sicuri; quando Pagano della Torre, che era signore della Valsasina, si slanciò a proteggere gli avanzi dei nostri; gli scortò nelle sue terre; somministrò loro generosamente ogni soccorso; e li ricondusse nella patria. Quest’atto di beneficenza non rimase isolato. La gratitudine de’ Milanesi non se ne dimenticò, a segno che l’amore costante e la fiducia che i popolari milanesi conservarono dappoi verso la casa de’ signori della Torre, tanto innalzò l’illustre loro prosapia, che per qualche tempo ottenne la sovranità di Milano, come vedremo. Le azioni benefiche e le valorose sicuramente fanno nascere il rispetto presso di ogni popolo e in ogni tempo; e pare che in questo caso dovessero reciprocamente rispettarsi, e chi faceva e chi riceveva il beneficio. L’imperatore, dopo la vittoria, vedendosi padrone di quasi tutta la Lombardia intimorita, volle possedere Milano; e pretese che ci rendessimo a discrezione. Ma i Milanesi non si trovarono allora in quelle angustie che avevano oppressi i loro avi settantasei anni prima; e unanimemente deliberarono di morire tutti colle armi alla mano, anzi che soggiacere a tale misera condizione. L’imperatore fece venire nuove forze dalla Germania. Cominciò a cimentarsi con Brescia, la quale si difese. (1239) Passò poi con una poderosa armata nel Milanese l’anno 1239. Due avvenimenti accaddero in favor nostro. Il papa Gregorio IX scomunicò l’imperatore, ed accordò indulgenze a chi avesse portate le armi contro di lui. A questo avvenimento convien pure aggiungerne un altro; e fu un ecclisse solare, accaduto il terzo giorno di giugno, il quale fu (secondo l’opinione di que’ tempi) un manifesto segno della collera celeste [p. 289 modifica]contro di quel monarca. Egli era adunque alla testa d’una numerosa armata sulle nostre terre. Si propose in Milano la questione se dovevamo tenerci alla sola difesa, muniti entro della città; ovvero se saremmo usciti ad affrontare il nemico. E quest’ultimo partito, proposto da Ottone da Mandello, prevalse. La condizione dell’imperatore, se di molto era migliore della nostra, per il numero de’ suoi armati, essa però era assai attraversata dalle opinioni religiose. Preti, frati combattevano contro di lui, e confortavano ognuno ad offenderlo; e come l’imperatore stesso, scrivendone al re d’Inghilterra, dice: Ordinis fratrum minorum, qui non solum accincti gladiis, et galeis muniti, falsas militum imagines ostendebant, verum etiam praedicatione insistentes, Mediolanenses, et alios, quicumque nostram, et nostrorum personam offendebant, a peccatis omnis absolvebant. Uscimmo incontro a lui, e ci accampammo a Camporgnano. Le truppe avanzate imperiali si accostarono, e furono fatte in pezzi da’ nostri, e il rimanente condotto a Milano. Si riconobbe che costoro erano Saraceni. Allora l’imperatore si inoltrò, e pose il campo col grosso del suo esercito a Cassino Scanasio, d’onde l’obbligammo a sloggiare ben presto, coll’aver rotti alcuni sostegni ed inondato il di lui campo. Portossi l’imperatore a nuovo campo fra Besate e Casorate; ed ivi pensarono i Milanesi a restituire a Federico II il trattamento sofferto due anni prima a Cortenova. Mancava un fiume da porgli alle spalle. Scavammo un profondo canale fra il nostro campo ed il nemico, e vi facemmo sboccare l’acqua del Naviglio grande [p. 290 modifica]che allora chiamavasi il Tesinello. Tutto ciò sembrava un’opera destinata alla difesa del nostro campo; ma il disegno era di chiamare l’imperatore di qua del canale, poi, per sorpresa, attaccarlo. Per riuscirvi si finse che i Comaschi avessero abbandonato il nostro partito, e più non volendo combattere contro dell’imperatore, ci avessero lasciati. Dopo ciò levammo le tende, e quasi ci ritirassimo per essere di troppo inferiori di forza, scomparvimo. Gl’Imperiali credettero a quest’apparenza, e passarono il canale per accostarsi a Milano; ma impetuosamente assaliti dai nostri, usciti all’improvviso dall’imboscata, vennero disfatti gl’Imperiali. Molti furono i prigionieri, e molti gli estinti sul campo, o precipitati nel fiume artificialmente scavato per tale effetto. Questo rovescio fece cambiare idea a Federico, che abbandonò il Milanese, e si rivolse verso della Toscana.

(1245) Un altro tentativo fece l’imperatore Federico II contro di noi, sei anni dopo. Comparve egli l’anno 1245 con un’armata, e si pose dalla parte del Tesino, mentre al re Enzo, suo figlio, affidò un altro corpo di truppe, che dalla parte opposta minacciasse la città. I Milanesi da un canto seppero sempre opporsi a Federico, ed impedirgli di passare il Tesinello; e rimase loro un numero bastante di armati, per affrontare il re Enzo verso Gorgonzola, e farlo prigioniere. I prigionieri che Federico II aveva fatti a Cortenova erano stati barbaramente trattati. Il podestà di Milano (che era Pietro Tiepolo, conte di Zara e di Tripoli, figlio di Jacopo Tiepolo, doge di Venezia) era caduto fra i prigionieri; e l’imperatore lo aveva fatto ignominiosamente legare sopra il fusto del riattato carroccio; e con vilipendio, condottolo prima in tal foggia a Cremona, lo trasportò poi in seguito, unitamente agli altri [p. 291 modifica]prigionieri, nella Puglia, dove lo fece impiccare; e gli altri infelici con varii supplizi del pari ivi terminarono la vita loro. Ora i Milanesi avevano in poter loro i prigionieri fatti a Camporgnano, a Casorate, ed il figlio medesimo del nemico, il quale da noi fu restituito illeso al padre, colla condizione soltanto che nè l’uno nè l’altro avrebbero mai più portate le armi contro Milano. Le armate partirono, nè più Federico ebbe che fare con noi.

Se la nostra città fosse stata nel suo reggimento civile tanto saggia, generosa e cauta, quanto si mostrava valorosa, nobile e prudente nelle imperese militari, sarebbe assai più grata la occupazione che ho scelta di tesserne compendiosamente la storia. Mio malgrado l’augusta verità mi obbliga ad alternare imparzialmente il racconto delle glorie esterne, e degli interni mali della patria; in cui l’incorreggibile prepotenza de’ gradi teneva sempre irritato e nemico il partito del popolo; il quale (sensibile, com’egli è) colla virtù e coll’amorevolezza avrebbe potuto affezionarsi ai nobili, e di concerto operar sempre per la felicità comune. I popolari, affezionatissimi a Pagano della Torre, per il beneficio ottenuto dagli avanzi di Cortenova, lo scelsero per loro protettore. Egli soggiornava in Milano, e del pubblico amore ne fa anche oggidì testimonianza l’iscrizione posta al suo sepolcro in Chiaravalle:

Magnificus populi dux, tutor et Ambroxiani

Robur justitie, procerum jubar, arca Sophie,

Matris et Ecclesie defensor maximus alme

Et flos totius regionis amabilis hujus,

Cujus in occasu pallet decor ytalus omnis,

Heu de la Turre nostrum solamen abivit

Paganus, latebris et in umbram utitur istis.

MCCXLI. VI. jan. obiit dictus dominus Paganus de la Turre, potestas populi Mediolani. [p. 292 modifica]

Il popolo, dopo la morte di Pagano, scelse il di lui nipote, Martino della Torre, per essere da lui protetto contro de’ nobili, ed a questo fu dato il titolo di Anziano della credenza. L’ufficio di questo tribuno del popolo era difendere ciascun popolare contro la usurpazione o prepotenza d’un nobile; sopraintendere all’uso ed amministrazione del pubblico erario; acciocchè le entrate della Repubblica non venissero convertite in comodo privato. Oltre ciò la Repubblica era sempre in que’ tempi a cassa vuota, sebbene i privati fossero benestanti; quindi si voleva dal popolo assicurare un fondo stabile, che potesse servire alle pubbliche spese, e prevenisse le angustie all’occasione della difesa; angustie provate singolarmente nell’ultima guerra che ci portò Federico II, siccome or ora dirò. Allora non vi è memoria che si ricevesse per anco tributo sul sale. Il pedaggio che pagavano le mercanzie era tutto a profitto della comunità de’ negozianti; i quali avevano l’obbligo di conservare le strade, ripararle e custodirle, in modo che delle mercanzie rubate sulle pubbliche strade la comunità medesima era tenuta a rifarne il danno. La tariffa si vede annessa all’antico codice de’ primi statuti, compilati nel 1216, siccome ho detto, e il conto si vede fatto a quattro denari di pedaggio per ogni lira di valore della merce; il che rimonta al tenue tributo di uno e due terzi per cento sul valore. Nemmeno la mercanzia adunque contribuiva alla cassa pubblica. Alcuni che pretendevano alla signoria delle terre, obbligavano gli abitatori di quelle a ricevere da essi i pesi, le stadere e le misure. Alcuni privati possedevano un consimile diritto in Milano medesima, e chiamavasi [p. 293 modifica]jus sextarii. Ma nemmeno di questi tributi sopra i pesi e le misure colava alcuna somma nell’erario della Repubblica. V’erano anche allora i diritti esclusivi di poter tenere osteria nelle terre e di vendere vino minutatim ad modum tabernae, come da una carta dell’archivio di Monza pubblicata dal conte Giulini. Ma di essi non pare che fosse al possesso la comunità di Milano. Erano dritti posseduti da privati. Da ciò facilmente si comprende che pochissima rendita doveva avere la Repubblica, e quella sola che proveniva dai delitti i quali, per l’antica tradizione longobardica, erano condannati con pene pecuniarie. Ma questa rendita era insufficiente, massimamente ne’ bisogni straordinari; tanto più che le terre dei banditi si abbandonavano senza cultura, con incauto consiglio, se puramente si consideri l’economia pubblica; ma non affatto senza ragione, qualora si rifletta a que’ tempi burrascosi, nei quali conveniva che nessuna utilità uomo alcuno potesse ritrarre dalla rovina d’un cittadino. Una legge è come una fabbrica d’architettura; conviene averla osservata da tutt’i lati, prima di poterne dare una opinione ragionevole; e le più strane talvolta, in alcune circostanze, sono le più sapienti. Per riparare la miseria della Repubblica già s’era, l’anno 1228, fatto un decreto per cui sei eletti aver dovessero l’ufficio di censura e conoscere ogni amministrazione pubblica; ed è una prova della difficoltà somma che s’incontrava nelle elezioni per il contrasto dei partiti, l’osservare come il decreto stabilì: che diciotto uomini si scegliessero a sorte, e di questi se ne eleggessero [p. 294 modifica]sei, i quali, dopo sei mesi, terminassero il loro ufficio ed eleggessero altretanti loro successori. Questo modo di eleggere a sorte, per necessità s’era anco esteso ad altri uffici. Ma queste circospezioni non rimediavano alla povertà del fondo pubblico. Perciò, all’occasione della guerra di Federico II, i nostri antenati ricorsero ad uno spediente che comunemente si crede una invenzione de’ tempi a noi più vicini: e lo spediente fu, di porre in corso della carta in vece del denaro. Abbiamo nel Corio, all’anno 1240, i decreti fatti dalla Repubblica per conservare il credito a questa carta. Decreti saggi veramente, coi quali si ordinava che tutte le condanne pecuniarie si potessero pagare al comune di Milano colla carta; che nessun creditore privato fosse obbligato a riceverla in pagamento; che nessun debitore potesse essere nemmeno soggetto a sequestro, sì tosto che possedesse tante carte corrispondenti al suo debito. Si doveva pensare dunque a ritirare le carte in giro, sostituendovi egual valore in denaro. Si doveva pensare a costituire alla Repubblica una rendita indefettibile e proporzionata ai bisogni dello Stato. Non v’era altro spediente, se non se quello di formare un catastro delle terre, e sopra del loro valore distribuire un carico. A ciò naturalmente si opponevano i ricchi ed i nobili; su questo insisteva il popolo; e di ciò singolarmente venne commessa la cura al nuovo anziano della Credenza, Martino della Torre.

Per dare un’idea delle somme angustie di denaro nelle quali la nostra repubblica si trovò in que’ tempi, e per comprendere sempre più lo spirito del [p. 295 modifica]sistema nostro civile e delle opinioni, non sarà discaro a’ miei lettori ch’io per intiero trascriva in questo luogo il contratto che si fece fra la città di Milano e il capitolo di Monza, per ottenere un calice d’oro in mero deposito, per servircene di pegno affine di ritrovare denaro. La carta sta nell’Archivio di Monza, segn. n. 91, e a me fu cortesemente somministrata dal signor canonico teologo Frisi, noto scrittore di quella basilica. In nomine Domini nostri Jesu Christi. Anno nativitatis ejusdem millesimo ducentesimo quadragesimo quinto, die veneris, tertio die novembris, indictione quarta. Cum dominus Ubertus de Vialata, potestas Mediolani, et Guido de Casate, Guido de Mandello, Philippus de la Turre, Johannes de la Turre, Guillelmus de Sorexina, Probinus Ingoardus, Rezardus de Villa, Justamons Cicata, Lampugnianus Marcellinus, Burrus de Burris, Artuxius Marinonus, Guillelmus de Lampuniano, Anselmus de Lampuniano, Anselmus de Tertiago, Roxate de la Cruce, Landulphus Crivellus, Niger Grassus, Guizardus Morigia, Mollo Bechanus, Caruzanus Moronus, Ameratus Mainerius, et Bonincontrus Incinus, consiliarii, et secretarii, et sapientes Communis Mediolani, plurimum cum precum instantia institissent apud dominum Ardicum de Sorexina, archipresbyterum de Modoetia, et Canonicos, et Capitulum illius Ecclesiæ, et cum domino G. de Montelongo, Apostolicæ Sedis Legato, ut concederent et accomodarent eidem Potestati et Consiliariis et Sapientibus, seu Comuni Mediolani, partem aliquam thesauri illius Ecclesiæ ad ponendum in pignore pro pecunia necessaria habenda Comuni Mediolani, quæ alio modo inveniri vel haberi non potest, ut asserebant expresse; et illam Ecclesiam indepnem servare volebant, et cito illum thesaurum restituerent: ad [p. 296 modifica]quorum preces et istius domini Legati suprascripti, domini Archipresbyter et Canonici humiliter, pro honore et utilitate Comunis Mediolani, condescendentes, præsente et volente isto domino Legato, obtulerunt, concesserunt istis Potestati, et Consiliariis, et Sapientibus, et Comuni calicem unum auri de thesauro Modoetiensis Ecclesiæ, ponderis unciarum centum septem auri, cum auriculis et cum ornamento multorum lapidum pretiosorum. Et ideo prædictus dominus Ubertus de Vialata, Potestas Mediolani, et isti Consiliarii, et Secretarii, et Sapientes, data eis licentia, et fortia, et auctoritate a Consilio quadringentorum, et trecentorum, et centum novo et veteri, sicut dicebant, reformato, inscriptum in libro Comunis Mediolani fatiendi infrascriptam obligationem et omnia infrascripta, promiserunt namque et gaudiam dederunt, et omnia eorum bona et bona Comunis Mediolani pignori obligaverunt, quilibet eorum in solidum, dicto domino Arderico de Sorexina archipresbytero de Modoetia, recipienti suo nomine, et nomine Ecclesiæ, et totius Capituli de Modoetia, et singulorum Canonicorum dictæ Ecclesiæ, quod exigent, reddent, et dabunt absque aliqua diminutione, libere et absolute, hinc ad natale proximum, isto domino Archipresbytero et Canonicis seu Capitulo suprascriptum calicem aureum cum gemmis et lapidibus preciosis ornatum, omnibus eorum et Comunis Mediolani dampnis et expensis, istorum Archipresbyteri, et Canonicorum et Ecclesiæ. Et renuntiaverunt exceptioni non accepti calicis, et omni alii exceptioni, qua se tueri aliquo modo possent, et defendere, et maxime quod non possent dicere se obligatos esse pro Comuni seu pro rebus Comunis, sed ita teneantur [p. 297 modifica]ut conveniri possint in solidum etiam finito et deposito eorum offitio et fortia et auctoritate, ac si prædicta omnia in propria cujuslibet eorum proprietate pervenissent. Et renuntiaverunt beneficio novæ constitutionis et epistolæ Divi Adriani et omni alio auxilio quo aliquo modo se tueri possent, usus et legis et statuti et ordinamenti facti vel quod a modo possit fieri vel fieret. Sed omni tempore possint cum effectu conveniri, non obstantibus aliquibus feriis vel earum dilationibus faciendis vel factis. Et promiserunt ut supra dictus Potestas et isti Consiliarii, et Sapientes quod nec aliquis prædictorum dabit aliquo modo vel aliquo ingenio, etiam consentientibus istis Archipresbytero et Canonicis aliquid aliud præter prædictum calicem loco illius calicis, sed ipsum specialem calicem integrum cum lapidibus et gemmis absque diminutione aliqua. Et ibi dictus dominus, G. de Montelongo Legatus Apostolicæ Sedis, auctoritate suæ legationis et voluntate ipsius Potestatis, et Secretariorum, et Consiliariorum, et Sapientum prædictorum, ab infrascripto termino in antea eos omnes et Consilium Comune excomunicationis vinculo subjecit et subposuit ex tunc si prædicta ut supra ad ipsum terminum non essent servata, excepto Potestate prædicto. Ad quorum observantiam et majorem firmitatem praedicti Secretarii, et Consiliarii, et Sapientes superius nominati juraverunt, corporaliter tactis Sacrosantis Evangeliis, omnia superius memorata, et quodlibet prædictorum observare el facere et facere observari per Comune Mediolani. Actum in campis de Albairate, in exercitu contra Fridericum condam imperatorem. Poi vi sono le sottoscrizioni. Da questa carta conosciamo primieramente a quale estremità fosse il credito della Repubblica, se di tante cautele [p. 298 modifica]vi fu bisogno per ottenere in deposito, dal giorno tre di novembre sino al 25 dicembre, un calice d’oro, e se fu bisogno di ricercarlo. Il peso dell’oro corrispondeva a millequattrocento zecchini, i quali nessuno gli affidava senza quel pegno. Poi riscontriamo le formalità dei contratti quasi simili alle nostre. Scorgesi come il legato pontificio vi fa la figura che ne’ secoli prima avrebbe fatta l’arcivescovo, ma per gradi l’autorità del metropolitano s’era omai annientata, e il sommo pontefice, colle bolle e coi brevi, disponeva di tutto. In questi brevi, dice il conte Giulini parlando di questi tempi, ben si scuopre la differenza che passa fra l’autorità ch’esercitava il papa (Gregorio IX) a Milano ne’ presenti tempi, e quella ch’esercitava ne’ secoli scorsi. L’introduzione de’ religiosi Minori e de’ Predicatori nelle città, come giovò maravigliosamente a ricondurvi i buoni costumi ed a bandire gli errori, così servì anche ad accrescere in esse il dominio del sommo pontefice, e diminuire quello de’ vescovi. I frati s’erano resi indipendenti dai vescovi. Anche le monache erano indipendenti. Un frate francescano era salito sulla sede metropolitana, e ne sosteneva la dignità così poco, quasi nemmeno fosse vicario del papa. Questo arcivescovo chiamavasi Leone da Perego; e allora il legato del papa, che quasi sempre risiedeva in Milano, faceva operare in Milano i vescovi di altre diocesi, senza nemmeno parteciparlo all’arcivescovo. Alessandro IV terminò l’opera di Gregorio VII. Due secoli si adoperarono per una tale rivoluzione. Nel 1056 cominciarono i primi tentativi: [p. 299 modifica]e nel 1255, al 5 di febbraio, Alessandro IV scrisse ai vescovi di Novara e di Tortona, ordinando loro che ponessero in Milano i Francescani in possesso della basilica e canonica di San Nabore; il che fu eseguito senza nemmeno vi fosse nominato l’arcivescovo. Il papa medesimo comandava ai frati di abbandonare il rito ambrosiano. Così, era affatto annientata l’autorità del metropolitano, di cui ho dato cenno sul fine del capitolo primo. La pontificia romana autorità ordinava che più non si riedificasse la fortezza di Cortenova nella diocesi di Bergamo. Ordinava che i Milanesi si portassero a conquistare il castello di Mozzanica. Questi ordini venivano scritti all’inquisitore, acciocchè egli comandasse alla Repubblica con apostolica autorità. Ordinava che si entrasse nel castello di Gattedo; che colla forza se ne dissotterrassero i cadaveri e si abbruciassero; che tutte quelle case si demolissero; e ciò perchè Egidio, conte di Cortenova, Uberto Pelavicino, Manfredo da Sesto, Roberto Patta di Giussano erano qualificati fautori di eretici. Non farà dunque maraviglia se nessun cenno si fa dell’arcivescovo nel pegno di questo calice, ma bensì del legato. In questa carta è pur meritevole di osservazione il vedere che già eravi l’uso delle ferie, e il privilegio di non essere chiamati in giudizio i debitori in que’ giorni feriati. Si osserva che il podestà era eccettuato dalla scomunica, perchè, col terminare dell’anno, cessava ogni potere in lui. Finalmente veggonsi chiaramente indicati i tre partiti dei Capitani, della Motta, e la Credenza di Sant’ [p. 300 modifica]Ambrogio: a consilio quadringentorum et trecentorum et centum, novo et veteri. Il consiglio de’ quattrocento era composto da’ nobili del primo ordine, e gli altri da quei della Motta e della Credenza di Sant’Ambrogio. Mi lusingo che questa uscita non sarà spiaciuta a’ miei lettori, ai quali dirò che liti e scomuniche e disturbi lunghi vi furono poi per ottenere che il calice d’oro venisse restituito; il che era bene da prevedersi: mentre, dopo cinquantadue giorni, nell’estrema angustia della guerra nella quale si trovava la città, non era possibile ch’essa rinvenisse il denaro per ricuperare quel pegno. I contratti, quando hanno bisogno di tante e sì moltiplicate cautele, per lo più non sono osservati. La buona fede è chiara e semplice, e l’artificio è pieno di previdenze.

La necessità di stabilire un carico indefettibile sulle terre, si è conosciuta abbastanza da quanto si è detto. Questo era il voto del popolo: a questo fine Martino della Torre era stato creato anziano della Credenza; e si eresse un ufficio censuario, che si chiamò Officium inventariorum, perchè ivi contenevasi il catastro, ossia l’inventario (siccome volgarmente si dice) di tutt’i fondi stabili, coi loro possessori, senza eccettuarne gli ecclesiastici. Il legato apostolico proibì con suo decreto l’imporre gravezza veruna alle persone o case religiose; ma, ridotto a termine il generale catastro, si pensò a porre un sistema. Si fece una ricapitolazione dei debiti pubblici; e, ripartita questa somma in otto eguali porzioni, si stabilì che per otto anni si distribuisse sopra del censo una di queste porzioni ogni anno, col nome di fodro [p. 301 modifica]ovvero taglia; e così dopo otto anni venisse saldato ogni debito e tolta alla circolazione la carta. (1248) Questo regolamento fu pubblicato l’anno 1248, come può vedersi nel Corio a quell’anno, e questa è la più antica memoria del carico prediale nel nostro paese: giacchè prima non si ha notizia se non di tributi sopra i frutti ovvero sulle persone. Col terminare dell’anno 1256 i debiti pubblici dovevano essere pagati. (1257) Fu eletto podestà di Milano, per l’anno 1257, Beno de’ Gozadini, bolognese. Egli aveva già, negli anni precedenti, servito utilmente la Repubblica, perfezionando il catastro de’ fondi censibili. Egli pensò di lasciare un monumento benefico e glorioso, prolungando sino alla città di Milano il cavo del Tesinello, il quale terminava ad Abbiategrasso. Ho già detto come dal Tesino sino ad Abbiategrasso fu derivata l’acqua del Tesinello, settantotto anni prima, cioè nel 1179. Si trattava ora di produrre il cavo per lo spazio di quattordici miglia, e così dare un nuovo e perpetuo valore alle campagne per tutta quell’estensione. V’era il fondo censibile ridotto a catastro. Da otto anni era già in pratica l’esazione di quel tributo. Beno de’ Gozadini vide che, prolungando questo carico, a fine di eseguire il suo progetto, realmente non pagavasi dai contribuenti un tributo, ma si bonificavano le terre, e s’impiegava il denaro in utilità sensibile di quei medesimi che venivano tassati. Su questo principio, credette egli non potersi con giustizia lasciar esenti i fondi ecclesiastici, nè obbligare i laici a pagare la porzione del beneficio fatto ai primi. Fu la grande opera intrapresa, e vigorosamente, in pochi mesi, condotta a fine. Meritava Beno de’ Gozadini le adorazioni de’ suoi contemporanei, e un pubblico monumento che ricordasse [p. 302 modifica]alle età future ch’egli, nel 1257, per quattordici miglia condusse le acque del Tesino sino ai sobborghi di Milano, creando un valore nuovo e perpetuo sulle campagne irrigabili, e preparando il comodo della navigazione, che venne da poi aperta dodici anni dopo. Vorrei poter tacere la ricompensa che ne ottenne. Il popolo, prima che fosse terminato l’anno, tumultuariamente lo massacrò, e, strascinandolo ignominiosamente sino al navilio da lui scavato, ivi lo affogò miseramente! La memoria di lui fu calunniata; e la calunnia eccheggiò sin ora ne’ libri de’ nostri storici, imputandogli avanìe e tributi imposti, o non facendo menzione di lui, ovvero diminuendo il merito dell’impresa. Il conte Giulini lo condanna pure, ma racconta i fatti. È tempo omai, dopo cinquecento ventidue anni (nel 1779), che la voce libera d’uno scrittore implori all’onorata cenere di Beno de’ Gozadini riposo e pace, e ricordi ai concittadini suoi questa atroce ingiustizia commessa dai loro antenati, troppo incautamente sedotti, a quanto pare, in que’ tempi infelici da un ceto venerabile che voleva difendere le immunità come parti essenziali della religione. Ripariamola ora noi, e la riparino i nostri posteri, ed ogni volta che rimireremo il canale che dà ricchezza alle terre e porta l’abbondanza nella città, ricordiamoci che ne abbiamo l’obbligazione a un onoratissimo Bolognese, Beno de’ Gozadini, e ne sia consacrato il fausto nome all’immortalità!