Storia di Milano/Capitolo VIII

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Capitolo VIII

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[p. 235 modifica]Umiliazione dell’Imperatore Federico, e stabilimento d’un sistema politico

Alessandro III godeva il favore della Francia e dell’Inghilterra; presso di lui erasi ricoverato il nostro arcivescovo Oberto da Pirovano, prima dell’eccidio della patria; e l’imperatore Federico, all’incontro, sosteneva il partito dell’antipapa. Se la prepotenza de’ Milanesi aveva destata l’invidia e l’odio universale, l’estrema loro oppressione aveva cominciato a farvi sostituire la pietà. Le città tutte del regno d’Italia s’accorgevano omai quanto incautamente si fossero abbandonate allo spirito della discordia, e gemevano sotto il giogo de’ ministri imperiali, spogliate delle regalie, e ridotte a sopportare la dispotica dura alterigia di un conquistatore. In questo stato era la Lombardia, quando Alessandro III dalla Francia, ove aveva ritrovato un asilo, passò in Italia l’anno 1165. L’imperator d’Oriente Manuello Comneno era passionatamente animato contro i Tedeschi, i quali, sotto Corrado, erano comparsi ne’ suoi Stati per la Crociata. Guglielmo, re di Sicilia, si collegò col papa e coll’imperatore d’Oriente, e così il papa si avventurò al ritorno nell’Italia. Gl’interessi del papa e quelli delle città lombarde erano i medesimi, cioè di sottrarsi dalla dominazione dispotica dell’imperator Federico. Ma la difficoltà era grandissima, perchè nè Alessandro aveva forze bastanti per iscacciare Federico, nè pareva possibile il formare una lega fra molte città oppresse, dominate e sospettosamente custodite da un terribile vincitore. Secondo tutte le apparenze, queste difficoltà vennero superate coll’opera de’ frati, ai [p. 236 modifica]quali, come ad uomini affatto alieni dalle cose mondane, non si prestò attenzione. Essi conoscevano in ciascheduna città gli uomini più accreditati; insinuarono il progetto d’una confederazione, e ne prepararono e fomentarono la corrispondenza. Il primo congresso che si tenne secretissimamente per formare la lega, fu nel monastero di Pontida, nel territorio di Bergamo, il giorno 7 aprile 1167; ed ivi si trovarono alcuni de’ principali cittadini delle città lombarde. Il primo articolo che vi si trattò e concluse, fu di ristabilire i Milanesi nella loro patria, riparare le loro fortificazioni, aiutarli a ripristinare le case loro; e così dare nuova vita alla città, che doveva essere la prima della confederazione. Per quanto però fosse stato condotto con mistero questo primo congresso, non potè a meno che il conte di Disce, ministro imperiale, non ne concepisse qualche sospetto. Pretendeva egli quindi dai Milanesi nuovi ostaggi, e per ogni modo più che mai gli opprimeva. Privi di tutto, disarmati, avviliti, divisi nelle quattro terre da cinque anni, mirando i rottami della patria, senza potervi nemmeno riporre più il piede, i Milanesi, ignari probabilmente di quanto si andava da alcuni pochi cittadini trattando per la comune salvezza, tremavano ad ogni minaccia. I Pavesi, antichi nostri nemici, erano i più affezionati all’Impero; Pavia era la sede della corte del regno italico, e diventava, nello stato libero, una città secondaria. In questi ultimi periodi l’inquietudine sospettosa de’ ministri imperiali faceva tutto paventare agl’infelici: O quantus clamor, dice Sire Raul, et quantus timor, quantus fletus per quatuor hebdomadas in burgis fuit, maxime in burgo Noxede [p. 237 modifica]et Vegentini! nemo erat, qui auderet lectum intrare. Quotidie enim dicebatur: Ecce Papienses burgos comburere. L’imperatore trovavasi verso Roma: i Cremonesi, i Bresciani, i Bergamaschi, i Mantovani e i Veronesi vennero a Milano; e il giorno 27 aprile dell’anno 1167 scortarono i Milanesi nella loro città, come leggiamo anche nella iscrizione posta allora sulla porta Romana, la quale attualmente si conserva, unitamente ai rozzi e preziosi bassi rilievi che indicano questo ritorno; la spiegazione de’ quali io non intraprenderò, sì per essere questo un oggetto più d’antiquario che da storico, come anche per non ripetere quanto si può vedere nella diligente e laboriosa opera del nostro conte Giulini, al quale non saprei che aggiungere. Queste sculture ci mostrano che l’antesignano di questa impresa fu appunto un frate, che precede i militi e porta il vessillo: nè si può dubitarne, poichè vi è scolpito sotto: Frater Jacobo; il che avvalora sempre più l’opinione che de’ frati siasi servito il papa Alessandro per questa impresa, condotta così felicemente a fine, che venti giorni appena trascorsero dal congresso all’esecuzione.

Per ricondurre i Milanesi nella loro patria, rialzare le loro fortificazioni, rendere abitabili le loro case e sicura la loro città, vi voleva l’aiuto dei collegati; e si colse il tempo in cui l’imperatore stavasene colla sua armata nella Romagna per discacciarne il papa Alessandro III. La novella inaspettata del risorgimento di Milano fece che l’imperatore abbandonasse il papa e si rivolgesse alla Lombardia. Ognuno vede che il beneficio che il sommo pontefice [p. 238 modifica]sommo Pontefice ci aveva fatto, non era per lui senza ricompensa. Appena ricondotti alla nostra patria, muniti di armi e assicurati dalla sorpresa, il valore dei nostri si rianimò. Ci portammo ad assediare il castello di Trezzo, presidiato dagl’imperiali, e prendemo la guernigione, e la conducemmo prigioniera in Milano. I Lodigiani ricusavano di entrare nella nuova lega; e ci portammo colle armi a Lodi, e vennero obbligati que’ cittadini ad unirsi con noi. Tutto ciò si fece prima che l’imperatore fosse giunto in Lombardia. Vi giunse. Pose al bando dell’Impero quasi tutte le città della Lombardia, le quali, o palesemente o cautamente, avevano acceduto alla lega. Cominciò a fare delle scorrerie sul Milanese; ma si presentarono gli alleati con forza tale, che obbligarono l’imperatore a contenersi e a ritirarsi nella Germania per la strada della Savoia, l’unica che gli rimaneva. Allora le città di Lombardia: Insimul unum corpus effectae sunt, come dice il continuatore del Morena. Si trattava di ben ventitrè città collegate: Milano, Cremona, Lodi, Bergamo, Ferrara, Brescia, Mantova, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Venezia, Bologna, Ravenna, Rimini, Modena, Reggio, Parma, Piacenza, Bobbio, Tortona, Vercelli e Novara. Tal macchina aveva saputo preparare contemporaneamente l’accorto Alessandro III, con mezzi in apparenza inettissimi; e le città confederate, appena formata la loro unione, pensarono, in un modo grandioso e trascendente la maniera di ragionare di que’ tempi, di rendere immortale la fama del sommo pastore, creando una nuova città, che portasse ai secoli venturi il di lui nome e la memoria del beneficio. I Pavesi ancora erano imperiali; essi preferivano la condizione d’una reggia suddita a quella d’una città libera del second’ [p. 239 modifica]ordine. Imperiale si dichiarava ancora pure il marchese di Monferrato, che vessava i popoli tortonesi con frequenti scorrerie sulle loro terre. Gli alleati trascelsero il sito ove il fiume Bórmida sbocca nel Tánaro, e vi piantarono una nuova città, che difendeva Tortona dagli attacchi del marchese; e, radunati in questa nuova città gli abitatori delle vicine terre, diederle il nome di Alessandria. Le nazioni barbare e le incivilite hanno fatte delle guerre e delle conquiste; le prime, distruggendo ogni cosa; le seconde, riparando i mali della guerra con monumenti che ricordano alle nazioni venture la loro grandezza. La Francia, l’Inghilterra, la Germania, l’Ungheria conservano ancora gli avanzi delle grandiose opere che a pubblica utilità vi lasciarono i Romani, un tempo loro padroni e loro benèfici legislatori e maestri. L’Egitto conserva ancora i monumenti della conquista di Alessandro. Gli uomini anche agresti, anche viziosi e corrotti, col disprezzo e coll’insulto non si migliorano nè si uniscono a noi. L’uomo grande, posto a comandare un popolo, sa che è in sua mano l’imprimervi il carattere che vuole; e che il sublime dell’arte consiste nella scelta dei mezzi; ma l’ambizione dell’imperatore Federico non fu illuminata a questo segno.

Il conte di Savoia, il marchese di Monferrato, i Pavesi stimolavano l’imperatore Federico perchè venisse con un potente esercito nella Lombardia a distruggere la nuova lega. L’imperatore della Germania venne nella Savoia; il conte vi unì le sue armi; entrò l’esercito nell’Italia; e, nel 1174, si postò sotto la nuova città, e la cinse d’assedio. L’imperatore non la chiamava Alessandria, nome del papa suo nemico, ma la chiamava Rovereto, nome proprio d’uno de’ vicini villaggi, gli abitatori [p. 240 modifica]del quale concorsero a formare la città; e vi è una carta di quell’augusto che ha la data: In episcopatu papiensi, in obsidione Roboreti. L’assedio fu ostinato, e durò tutto l’inverno, che fu anche più del solito rigido. Questi avvenimenti vengono raccontati sotto aspetti assai diversi dagli scrittori tedeschi, di quello che li riferiscano gli scrittori italiani. Federico è un eroe per quelli; è un barbaro tiranno per questi; io però mi attengo principalmente agli autori tedeschi, acciocchè non sia il mio racconto sospetto di parzialità. Il monaco Gottofredo, tedesco, dice che la nuova città di Alessandria era popolata da ladroncelli, da rapitori e da servi che erano scappati dai loro padroni: Multitudo latrunculorum, raptorum, servorum dominos fugientium, incolebat. Pare veramente difficile che degli alleati volessero impegnarsi tanto per la salvezza di uomini che avessero loro rubato e disertato dal loro servigio. Comunque sia, l’autore istesso ci riferisce che ivi: Magna costantia ex utraque parte militaris res fervebat: interdum ex his et illis quidam capti, nonnulli occisi et suspensi sunt. Imperator vero quiddam laude dignum gessit. Tres enim ex captis ante faciem ejus cum essent ducti, mox oculos eorum erui praecepit. Duobus primum coecatis, tertium, juniorem aliis, cur contra Imperium ribellis existeret inquisivit; ast ille: non (inquit) contra te Caesar, vel imperium tuum gessi: sed habens dominum in civitate, ejus jussis paravi, et ei fideliter servivi: qui si tecum contra cives suos pugnare voluerit, aequa vice ei fideliter serviam. Quibus [p. 241 modifica]verbis illectus imperator, luminibus ei permissis, alios coecatos in urbem ab eo reduci praecepit. Nel capitolo antecedente ho riferito quello che il milanese Sire Raul ci lasciò scritto; cioè che l’imperatore Federico, nel blocco di Milano, facesse cavare gli occhi ai prigionieri, e tagliar le mani a chi portava provvisioni nella città. Poteva credersi esagerata quell’accusa; ma questo autore tedesco, che negli altri suoi racconti è sempre parziale a Federico ed animato contro gl’ltaliani, pare che provi tale essere stato pur troppo il modo di guerreggiare dell’imperatore, facendo mutilare i prigionieri di guerra. Io lascerò che i Tedeschi medesimi, che in questo secolo hanno tanti uomini illuminati e sensibili, giudichino se sia quiddam laude dignum quello che fece Federico, perchè fece accecare due soli di que’ disgraziati; e se possa pretendere un posto fra gli uomini grandi quel Cesare, che pronunziava tai sentenze e le faceva eseguire dal carnefice in sua presenza. Il discorso di quel servo non era certamente da ladroncello nè da disertore. Egli parlò come fa un uomo fermo e colto. Assai più verisimile è il racconto che ce ne lasciò il cronografo Siloense: Alexandriam obsidione cinxerunt, civitatem, sicut dicunt, munitissimam, non murorum ambitu, sed positione loci, et vallo incredibiliter magno, un quo vicinum derivaverunt fluvium, viri quoque virtutis in ea plurimi, fortiter ex adverso resistentes, quos imperator non tam cito quam voluit expugnavit, sed multo labore, magnaque suorum caede, interjectis etiam aliquot annis; anzi a dir vero nè tosto nè tardi la potè [p. 242 modifica]Federico espugnare. Giunta la primavera del 1175 gli alleati formarono un esercito combinato, il quale si radunò presso Piacenza; d’onde marciò verso Alessandria per obbligare Federico a togliervi l’assedio. L’imperatore non si credette forte abbastanza per resister coll’armi: sciolse Alessandria, e cominciò a parlare di pace. L’esito poi fece conoscere ch’ei con ciò non cercava che d’acquistar tempo sin che gli giugnessero nuovi rinforzi, ch’egli aspettava dalla Germania. L’imperatore propose di abbandonare all’arbitramento di alcune persone saggie le di lui ragioni, salvi i diritti dell’Imperio; e le città confederate accettarono la proposizione, salvo la loro libertà e quella della Chiesa romana. Si passò all’elezione degli àrbitri, e l’imperatore nominò Filippo arcivescovo di Colonia, Guglielmo da Piozasca, torinese, e Rainerio da San Nazaro, pavese. Le città collegate nominarono Girardo Pisto, milanese, Alberto Gambara, bresciano, e Gezone da Verona.

Si cominciò a trattare per questa pace fra gli àrbitri. Ma prima di esporre il soggetto del loro parlamento, conviene che io accenni l’opinione di alcuni cronisti tedeschi, i quali pretendono che l’imperatore siasi indotto a trattar di pace per le suppliche fattegli dalle città di Lombardia: anzi il citato monaco Gottofredo ci vuol far credere che, quando l’armata degli alleati si portò verso Alessandria, sebbene fosse un esercito forte, alla vista delle truppe imperiali si ponesse ad implorare perdono, e che, sguainando le spade, ciascuno se le collocasse sul capo per dar segno che s’impetrava clemenza. La storia tutta smentisce un tal racconto; nè è mai stato l’uso che per mostrar sommissione, molte città collegate radunino un’armata cospicua, e con tal cerimoniale vadano a cercare [p. 243 modifica]misericordia. Siamo tutti d’accordo nell’asserire che l’imperatore si pose ad assediare Alessandria; che gli alleati col loro esercito marciarono a quella vôlta; che l’assedio di Alessandria fu sciolto; che s’aprì un congresso di pace; e di più che le proposizioni delle città alleate furono: che l’imperatore riconoscesse per legittimo il papa Alessandro III; che nulla più pretendesse dalle città confederate di quanto avevano fatto duranti i regni dei due ultimi cesari Lottario II e Corrado III: Volumus facere domino imperatori Friderico, accepta ab eo pace, omnia quae antecessores nostri a tempore mortis posterioris Henrici imperatoris antecessoribus suis sine violentia, vel metu fecerunt; così impariamo da una carta pubblicata dall’esimio nostro Muratori. Esigevano pure le città collegate che l’imperatore restituisse tutto ciò che aveva tolto alle città, ai vescovi, ai signori; e lasciasse loro godere in pace le consuetudini e comodità che erano in uso di godere ne’ pascoli, nelle pescagioni, ne’ mulini, ne’ forni, ne’ banchi, ne’ macelli, nelle case fabbricate sulle strade pubbliche: regalie tutte che l’imperator Federico pretendeva fossero di sua ragione. Queste pretensioni, che allora promossero le città alleate, e che seppero ottenere dappoi, non lasciano luogo a credere che l’armata marciasse verso Alessandria per umiliazione. Il monaco suddetto fa un ritratto odioso e meschino degl’Italiani, quasi che allora fossero un composto di inquietudine, di viltà e di mala fede. Romualdo, arcivescovo di Salerno, scrivendo dei Lombardi in que’ tempi, dice: Lombardi in utraque militia diligenter instructi; sunt enim in bello strenui, et ad concionandum populo mirabiliter [p. 244 modifica]eruditi1; e Ottone da Frisinga, tedesco, anzi zio dello stesso imperator Federico, di noi scrisse: Latini sermonis elegantiam, morumque retinent urbanitatem. In civitatum quoque dispositione, ac reipublicae conservatione antiquorum adhuc Romanorum imitantur solertiam2. I fatti successivi abbastanza ci provano che in quei tempi i Milanesi non mancarono nè di valor militare nè di condotta; e che furono tanto urbani e colti, quanto lo permetteva l’indole del secolo.

Dalle condizioni proposte in questo trattato di pace, che l’imperatore aveva offerto con poco buona fede, per aspettare le nuove forze della Germania e acquistare tempo frattanto; da tali condizioni, dico, si ha idea quai fossero le regalie, ossia i tributi che si usavano in que’ tempi. Non sarà discaro, cred’io, il darne un breve cenno. I tributi si sono dovuti accrescere nell’Europa in questi ultimi secoli il doppio, il triplo e più ancora, che non pagavasi al sovrano in que’ secoli de’ quali finora ho trattato. Questo accrescimento di tributo non è meramente apparente, o per la diminuzione delle lire, o per l’avvilimento dei metalli nobili, resi assai più comuni e abbondanti dopo la scoperta delle miniere d’America; ma è fisico e reale, indipendentemente ancora da queste cagioni. Ciò doveva accadere; poichè gli Stati erano organizzati allora in guisa, che ogni uomo capace di portare le armi, veniva costretto a marciare alla guerra avvisatone dal proprio padrone, e questi, al cenno del sovrano, compariva all’armata reggendo i suoi; terminato il bisogno, [p. 245 modifica]si scioglieva l’esercito. I signori ritornavano a’ loro piccoli Stati o castelli, e i vassalli a lavorare i loro campi. Così, invece di tributo, i sudditi prestavano servigi. Si cambiò poco a poco il sistema ne’ secoli seguenti. Si stipendiarono i militari, poi gradatamente si andò formando di essi una classe distinta dagli altri sudditi, classe costantemente addetta alla sola milizia, e conseguentemente da mantenersi col tributo ripartito sul rimanente della società: e questo ceto cli uomini, che non contribuisce all’annua riproduzione e consuma, si andò sempre aumentando nei tempi a noi più vicini; ed accresciutosi da un sovrano, fu d’uopo che gli altri a proporzione pure lo accrescessero. Questa è stata la cagion principale per cui nell’Europa sono stati di tanto multiplicati i tributi sopra de’ popoli, i quali però hanno acquistata la libertà di passare tranquillamente la vita nelle loro case; e furono liberati dall’obblico di espatriare e di soffrire le inquietudini della milizia. Il lusso poi delle corti ingrandito, la schiera dei ministri che abitualmente si trasmettono gli Stati gli uni agli altri, hanno ancora di più aumentata la necessità dei tributi, i quali, e nella quantità e nel peso, generalmente si troveranno più che raddoppiati in quasi tutti gli stati di Europa. Sarebbe un quesito politico l’antivedere qual limite avranno le armate; e se troverà maggiore utilità qualche Stato a rendere la condizione del soldato più ampia oltre i bisogni fisici, a costo di averne in minor numero e più contenti; ma ciò mi farebbe traviare in una folla d’idee disparate dalla storia. Unicamente ricorderò una verità assai facile e comune; cioè che i tributi, giunti a un dato limite, non si accresceranno senza una diminuzione di rendita; stabile, se [p. 246 modifica]vogliasi perseverare; e irremediabile talvolta, se alla diminuzione si creda di supplirvi con nuovi accrescimenti. Ne’ tempi dei quali ragiono non erano la geometria e la cognizione del cielo giunte a segno da potersi formare una carta esatta d’un paese; conseguentemente non si poteva ripartire sulle terre il fondo principale del tributo. Egli è vero che nel Milanese il fondo principale della riproduzione è la terra ferace sulla quale siamo nati, ma senza un’esatta misura de’ campi non si poteva collocare su di quella il tributo. A questa difficoltà si aggiugneva un’altra di opinione, chè credevasi ingiusta cosa lo stabilire un carico uniforme e permanente sopra una ricchezza che è variabile colla diversità delle annate. Perciò anticamente, piuttosto si volle ogni anno esporsi alla spesa e all’arbitrio d’un generale catastro dei frutti raccolti, anzi che mancare all’apparente giustizia distributiva. L’erudito circospettissimo nostro conte Giulini asserisce di non avere osservato mai alcun carico anticamente imposto su i fondi; ma bensì ai frutti, ovvero alle persone. Forse l’antichissimo carico dell’Imbottato, abolito dalla beneficentissima Sovrana l’anno 1780, era una tradizione discesa sino da que’ secoli rimoti. Pagavansi antichissimamente da alcune terre delle tasse al sovrano. La terra di Limonta, prima del secolo decimo, pagava lire tre e mezza in denaro, dodici staia di grano, trenta libbre di cacio, trenta paia di polli, trecento uova e cento libbre di ferro, e con ciò aveva pagato il suo annuo tributo. Alcune tasse personali s’imponevano all’occasione de’ bisogni dello Stato: e questa, ne’ tempi [p. 247 modifica]rozzi, doveva essere la ripartizione più facile e breve del tributo. Così, per liberarci dall’invasione degli Ungheri nell’anno 947, s’impose la tassa straordinaria di un denaro a testa, a cui vennero assoggettati anche le donne ed i fanciulli. I telonei sono antichissimi, ed era il tributo che pagava la merce nell’entrare nella città e nel distretto. In origine pagavasi tanto per ogni carro e tanto per ogni bestia da soma; ed è assai probabile che venisse questo assegnato alla conservazione e al rifacimento delle strade che, dal passaggio a cui erano destinate, ricevevano i mezzi per mantenersi. Col progresso del tempo si fece poi riflessione alla sproporzione intriseca di questo carico, per cui aggravavasi un carro di paglia ugualmente come un carro di panni lani; e si passò a formare una tariffa che, avendo per norma il valore della merce, vi regolava proporzionatamente il tributo. Nel 1216 questa tariffa vi era. Vedemmo già al capitolo quarto come da prima l’arcivescovo ne ricevesse i prodotti. Ora colle condizioni medesime era passata alla comunità de’ mercanti, i quali avevano il peso della custodia e manutenzione delle strade; essendo essi obbligati a risarcire con quel fondo i danni che venissero a soffrire le merci, anche pei furti commessi sulle pubbliche strade. Abbiamo stampata, colla edizione del 1480 dei nostri statuti, anche la tariffa pubblicata nel 1396, in cui vennero tassate le merci in ragione di dodici denari per ciascuna lira di valore, sia il cinque per cento, senza distinzione alcuna di merci. Ne’ tempi più colti si vede che la tariffa in origine, oggetto di mera [p. 248 modifica]polizia, diventata poi oggetto di finanza, poteva innalzarsi al grado di oggetto di legislazione; per rendere più o meno difficile l’ingresso e l’uscita delle merci, a norma de’ bisogni, e dell’industria nazionale. Nei tempi però dell’imperatore Federico, il teloneo nè la curtadia, che era un nome quasi sinonimo, non si vedono nominati; e perciò è assai probabile che fossero un tenue tributo, tuttora destinato alla riparazione delle strade pubbliche, di cui non si curava l’imperatore; e questo teloneo, nei tempi de’ quali tratto, nemmeno è certo se si ricevesse tutto in denaro, e non per decimazione, come dice il Fiamma che anticamente si percepiva dall’arcivescovo: De quolibet curru lignorum recipiebat unum, de qualibet sporta piscium, unum, de qualibet fornata panis, unum. V’erano altri tributi. Ogni barca per poter girare ne’ laghi e fiumi pagava un annuo tributo, che si chiamava Nabullum. In oltre per poter legare la barca alle sponde si pagava altro tributo, che si chiamava Abdicius. Un’altra tassa si conosceva col nome di Fodro, e il conte Giulini opina assai probabilmente che consistesse nel somministrare il foraggio per il vitto e l’equipaggio del sovrano. V’erano inoltre delle tasse sopra i porti, ossia ponti de’ fiumi; sopra i mulini, le pescagioni, sopra i forni, sopra le macellerie e sulle case contigue alle strade pubbliche: e queste ultime tasse sono quelle che volevano rivendicare dall’imperatore le città della lega, come vedesi da una carta pubblicata dal nostro Muratori di veneranda memoria. Da questa [p. 249 modifica]generale idea può conoscersi che al tempo dell’imperatore Federico assai scarsa doveva essere, a proporzione d’oggi, la percezione del tributo; poichè mancava il censo sulle terre, mancava la gabella della mercanzia, e nemmeno si nominava il tributo del sale; i quali tre oggetti formano oggidì il nerbo principale della finanza del Milanese. Il sale allora parmi che fosse una mercanzia di libera contrattazione; e le terre erano certamente meno coltivate, che ora non lo sono, per le paludi e boschi che tuttavia ci rimanevano. E forse il guasto che i nostri nemici fecero al circondario di Milano durante il secondo blocco, fu la cagione che, trovandoci poi svelte le piante e inceneriti i boschi, si stese la cultura sopra un parte di terra, di cui prima se ne godevano i pochi spontanei prodotti della legna.

Ripigliamo il filo della storia. Circa dodici mesi destramente ci tenne a bada l’imperatore Federico, lasciando che gli àrbitri discutessero gli articoli d’una pace chimerica; e frattanto nella Germania andava radunando le forze quanto più poteva per sorprendere le città collegate ed opprimerle. (1176) In fatti, nella primavera del 1176, seppe Federico che il nuovo rinforzo di principi e di militi stava per entrare nell’Italia dalla strada di Bellinzona; e l’imperatore andògli incontro. La città di Como gli era fedele, come lo era Pavia. Unitosi al nuovo esercito, al quale aggiunse i militi di Como, s’inviò per marciare a Pavia, dove stava il rimanente delle sue forze e il marchese di Monferrato co’ suoi. I Milanesi saggiamente vollero tentare una giornata, prima che le forze riunite piombassero sopra della loro città. Già ogni discorso di pace era stato rotto dall’imperatore, dal momento in cui ebbe le nuove forze. Avevamo il soccorso di molti [p. 250 modifica]militi alleati, bresciani, veronesi e piacentini. Uscimmo all’incontro dell’imperatore, e lo raggiunsimo verso Busto Arsizio. L’azione fu tanto felice per i Milanesi, che tutta l’armata imperiale fu annientata. Molti rimasero sul campo. I fuggitivi, inseguiti sino alle sponde del Tesino, vi furono gettati e si affogarono. Il rimanente si rese, e vennero i prigionieri condotti in Milano. Fra i prigionieri si contarono il duca Bertoldo, un principe nipote dell’imperatore, e il fratello dell’arcivescovo di Colonia. La cassa militare venne acquistata dai Milanesi, e lo scudo e la lancia dell’imperatore, il quale ebbe fortunatamente occasione di salvarsi sconosciuto, e ricoverarsi a Pavia. Questo fatto rese celebre il giorno 29 di maggio 1176. I trattamenti usati da Federico co’ suoi prigionieri non ci furono di norma, quando prospera avemmo la sorte delle armi; nè alcuno degli scrittori tedeschi (tanto favorevoli a quell’augusto, e così poco inclinati a trovarci buoni) si lagna di abuso commesso da noi nella vittoria. Questa giornata terminò per sempre tutte le operazioni militari dell’imperatore Federico in Italia: il che prova che il fatto sia appunto accaduto quale minutamente ce lo descrivono Sire Raul e il calendario Sitoniano, non già come da alcuni scrittori tedeschi è stato rappresentato. Poichè se unicamente fosse stato l’imperatore, scortato da pochi, involto in una insidiosa sorpresa de’ Milanesi, da cui colla fuga si sottraesse, questo avvenimento non avrebbegli fatto mutar parere, nè pensare a dare la pace e la libertà alla Lombardia, che ostinatamente per lo spazio di dodici anni aveva cercato di assoggettare. Il Pagi, trattando dell’anno 1176, ha pubblicata la lettera conservataci da Rodolfo di Diceto, con cui i Milanesi resero informati allora [p. 251 modifica]i cittadini di Bologna di questa loro vittoria. Tutte queste testimonianze, e molto più il partito mansueto ed umano che prese e conservò in seguito Federico, dimostrarono la verità del racconto e l’importanza di quella grande giornata. Aprì subito l’imperatore la strada per accomodarsi col papa Alessandro, pronto a riconoscerlo per legittimo pontefice. Accordò separatamente le condizioni che potevano accontentare alcune città; e così fece a Cremona ed ai Tortonesi. Pareva che cercasse di rendere tutti contenti, purchè si abbandonasse Milano; e la sua politica si rivolse a distaccare da noi gli alleati. Se ne avvidero i Milanesi, non senza inquietudine; ma le pratiche loro, e molto più i veri interessi che ciascuna delle città aveva dovuto imparare a meglio conoscere, non permisero che si rinunziasse a quella unione che rendeva solida la costituzione dello Stato, e dalla quale unicamente ogni città poteva aspettare la sicurezza propria. Nè si lasciò di conoscere che se una città preponderante di forze è necessaria per essere come il centro della riunione, molto più lo era il non lasciare nella Lombardia uno spazio sul quale collocare si potesse una forza già troppo irritata, e animata contro il nome e la libertà dell’Italia. Quest’interesse però non era tanto immediato al papa, il quale accomodò ben presto le cose sue coll’imperatore, esigendo da lui soltanto una tregua per sei anni colle città confederate; di che molto, e non senza ragione se ne lagnarono le città della lega. Così il papa potè entrarsene alla residenza di Roma, d’onde sino allora era stato escluso dal partito imperiale, che vi prevaleva in favore dell’antipapa.

La pace che separatamente aveva fatta Alessandro III coll’imperator Federico, abbandonando le città [p. 252 modifica]confederate al loro destino, non cagionò danno veruno alla lega lombarda. L’imperatore andossene in Germania; e le città, sgombrato ogni timore, formarono in Parma un congresso, nel quale si presero a trattare gl’interessi comuni, per rassodare sempre più la loro concordia. Parma era la città più comoda per collocarvi un centro di comunicazione da Padova ad Alessandria, da Milano a Bologna, e da tant’altre città che disopra ho nominate. (1183) La tregua si cambiò in una pace segnata in Costanza l’anno 1183, il 25 giugno; pace resa famosa sopra ogni altra, perchè stata collocata nel corpo delle leggi, acciocchè servisse ne’ secoli successivi di norma dei diritti e del governo delle città lombarde. Chi brama di conoscere esattamente gli affari della lega lombarda e di quella pace, ne troverà la istruzione nella dissertazione quarantottesima dell’immortale nostro Lodovico Antonio Muratori. Dopo i lavori erculei di questo illustre erudito, a noi non rimane che di scavare piccoli fili della grande miniera da lui esausta; a meno che non ci rivolgiamo a far uso dell’oro già estratto per ridurlo a più finito lavoro. Ecco però lo spirito della celebre pace di Costanza: le città lombarde potranno fortificare le loro mura; potranno avere la loro armata; potranno mantenere e rinnovare la confederazione a loro piacere; goderanno di tutte le regalie, e conserveranno le loro consuetudini; le città giureranno fedeltà all’imperatore; gli pagheranno ogni anno in segno d’omaggio duemila marche d’argento; l’imperatore avrà i suoi legati nella Lombardia, [p. 253 modifica]i quali daranno l’investitura ai consoli delle città, e giudicheranno le cause di maggiore somma, qualora la parte succombente lo cerchi; ma saranno obbligati a profferire la loro sentenza fra due mesi, e dovranno giudicare secondo le leggi della città; ogni cinque anni le città della lega manderanno i loro oratori alla corte imperiale, per ricevere l’investitura, ed ogni dieci anni si rinnoverà il giuramento di fedeltà; le controversie per cagione dei feudi fra l’imperatore e alcuno della lega, verranno decise dai Pari della città, secondo le di lei consuetudini, fuori che nel caso in cui l’imperatore si trovasse in Lombardia; allora potrà, se lo vuole, ei stesso giudicarle; e quando verrà l’imperatore nella Lombardia, se gli somministreranno i foraggi consueti, e si accomoderanno i ponti e le strade. In questa forma si venne nell’Italia a constituire un’associazione di città libere, sotto la protezione dell’Impero, come lo erano poco prima diventate nella Germania le città anseatiche, Lubecca ed Amburgo; e come nell’anno medesimo 1183, nella Germania pure, lo era diventata Ratisbona; e da quella data ricominciarono a comparire nelle carte le sottoscrizioni dei consoli Reipublicae Mediolanensis.

Colla pace di Costanza avevano i Milanesi acquistata la libertà municipale, sotto una limitata protezione dell’Impero; ma nessuna dominazione rimaneva ad essi, o ben poca: essendo le province della Martesana, del Seprio ecc., cioè la maggior parte de’ borghi e delle terre che ora formano il ducato, indipendenti, anzi nemiche. (1185) L’imperatore Federico medesimo, con una carta [p. 254 modifica]segnata in Reggio agli 11 febbraio 1185, e pubblicata dal Puricelli, a noi rinunziò omnia regalia quae Imperium habet in Archiepiscopatu Mediolanensi, sive in comitatibus Seprii, Martesanae, Bulgariae, Leucensi etc.. Nella carta medesima si vede che Federico, ad istanza dei Milanesi, si obbligò a procurare che si riedificasse Crema, e si sarebbe opposto a chiunque tentasse di frastornarne il risorgimento; e promise in oltre che non avrebbe fatto altra lega con altra città di Lombardia senza il consenso de’ consoli di Milano. Così giurò, e promise di far giurare anche il suo figlio Enrico, già eletto re de’ Romani, entro quel termine, che sarebbe piaciuto ai consoli ed al consiglio di Milano di assegnare: ad terminum quem consules Mediolani com Consilio credentiae nobis dixerint. I Milanesi, in ricompensa, si obbligarono a garantire all’imperatore gli Stati suoi d’Italia, e singolarmente le terre della contessa Matilde. In questa carta vi si legge espresso il patto che se mai l’imperatore, ovvero il re Enrico, avessero contravvenuto a quanto fu stipulato nella pace di Costanza, la repubblica di Milano sarebbe stata disobbligata dalla garanzia; e se mai alcuna città della lega avesse mancato di tributare all’imperatore quanto nella pace di Costanza erasi promesso, la repubblica di Milano avrebbe assistito colle sue forze l’imperatore per ottenergli una condegna soddisfazione. Finalmente i Milanesi promisero che non avrebbero contratta veruna speciale alleanza con altre città di Lombardia, eccetto la confederazione, ossia lega lombarda, a meno di ottenere l’assenso dell’imperatore e [p. 255 modifica]del re Enrico, di lui figlio. Questo trattato di Reggio ci dà a conoscere quanto fosse mutato l’aspetto delle cose dopo la giornata 29 maggio 1176. L’imperatore non ci risguardava più come schiavi, nè conservava più l’opinione d’essere signore del globo terraqueo, orbis terrae dominum; ma era un principe che, quasi da pari a pari, faceva un trattato con un popolo libero. Noi in quel trattato acquistammo la signoria delle terre; e ce lo ricorda il manoscritto compilato trent’anni dopo, in cui si contengono le nostre consuetudini; leggendosi in quello che appunto l’imperatore Federico plenam jurisdictionem concessit alla città di Milano sulle terre del suo distretto, su di che veggasi il diligente nostro ed erudito conte Giulini Nel ducato si distinguono Monza, Varese, Vimercato, Triviglio, Busto, Gallarate, Lecco, da noi chiamati borghi, e che in altri regni verrebbero chiamati città. È bensì vero che non sappiamo se allora essi fossero nello stato in cui si trovano oggidì.

(1186) Dopo questi particolari legami di amicizia (se pure non è profanazione d’un nome consacrato al sentimento l’adoperarlo in questo luogo) l’imperatore Federico venne a Milano, ed alloggiò nel monastero di Sant’Ambrogio, e in quello poi si celebrarono con pompa imperiale le nozze del re Enrico con Costanza, figlia di Ruggieri re di Sicilia. La chiesa non si trovò bastantemente capace, e perciò si fabbricò una magnifica sala di legno nel giardino del monastero medesimo. Il corredo della sposa ce lo indica la Cronaca Piacentina. Aveva seco la sposa ben centocinquanta cavalli carichi d’oro, argento, drappi di seta, panni, pellicce: Plusquam CL [p. 256 modifica]equos oneratos auro, et argento et samitorum et palliorum et grixiorum, et variorum, et aliarum bonarum rerum. Queste nozze ebbero il fine di rendere il re Enrico sovrano degli Stati del re Ruggieri, il quale non aveva che l’unica figlia Costanza. Tale nobilissima funzione ricevette ancora nuovo splendore dalla solenne incoronazione che vi si fece del re Enrico, imponendogli la corona del regno d’Italia; la quale consacrazione diè motivo di querela al papa. Allora era sommo pontefice Urbano III, cioè Uberto Crivello, milanese ed arcivescovo di Milano. Egli era stato innalzato al sommo ponteficato pochi giorni dopo la morte di Lucio III, accaduta in Verona ai 24 novembre 1185. Urbano, sebbene papa, volle conservare per se stesso la sede arcivescovile; onde nell’incoronazione del re Enrico, accaduta in gennaio 1186, non essendovi in Milano l’arcivescovo, l’imperatore, senza chiederne licenza al papa arcivescovo, fece che il patriarca d’Aquilea ne facesse il ministero. Poco o nulla però influì lo sdegno, sebbene giusto, del papa, che non giunse a regnare due anni. In seguito l’imperatore, diventato umano, moderato, e quasi debole, prese a trattare i Milanesi con tutti i riguardi possibili, e mostrò loro deferenza e considerazione costantemente dappoi; a segno che, in vigore della pace di Costanza, avendo l’imperatore il diritto di avere un Giudice imperiale anche in Milano, il quale in grado di appellazione pronunziasse la sentenza, si vede che Federico a questa carica aveva in quello stesso anno 1186 destinato un milanese Ottone Zendadario. Con tutto [p. 257 modifica]ciò la memoria di Federico I rimase in esecrazione ai Milanesi, e da padre in figlio la tradizione ha tramandato sino alla generazione vivente il nome di lui come quello d’un barbaro feroce. Nè egli, nè suo figlio, nè il figlio di suo figlio, entrambo imperatori, co’ nomi di Enrico V e di Federico II, ebbero mai la benevolenza de’ Milanesi, nè essi ebbero mai per noi buona volontà. Quando le ingiurie sono state commesse sino a un dato limite è possibile il dimenticarle; ma quando ai danni della collera si aggiunsero l’insulto e la derisione, ancora più amara dello stesso esterminio, non è più possibile che un popolo sensibile sinceramente si affezioni. Gli oltramontani ci accusano di essere vendicativi. Io non dirò già, che la vendetta sia lodevole; anzi dirò, che un animo grande sa perdonare: ma nè vi è stata mai, nè vi può essere, una nazione di magnanimi, o di eroi. Prendendo una moltitudine di uomini quali sono, dirò, che le meno vendicative nazioni saranno le meno sensibili, e per conseguente le meno grate altresì ai beneficii; e dirò che l’entusiasmo istesso, che tiene stampata nel cuore a colori di sangue la memoria degl’insulti sofferti, e spinge alla viziosa vendetta, tiene altresì vivace l’immagine de’ beni e de’ piaceri ricevuti, e ci porta con giubilo alla riconoscenza virtuosa verso del benefattore. Le anime energiche perdonano per virtù: quelle che non lo sono, dimenticano l’offesa, perchè non reggono alla fatica di sovvenirsene. Tutte le nazioni più animate sono capaci di maggiori virtù e di vizi maggiori; e il rimproverarci la vendetta è lo stesso che l’accusarci d’avere un maggior grado di vita e di sensibilità. Parlo delle nazioni prese in massa, e il cielo [p. 258 modifica]mi guardi dal contaminare mai la mia penna coll’apologia del vizio o coll’oltraggiare la virtù!

Ritorniamo all’imperator Federico. Nessuno lo accusa di pusillanimità; anzi tutti i monumenti che la storia ci ha tramandati, ci fanno testimonio ch’egli fu un principe d’animo fermo, ardito, intraprendente, e in più d’una battaglia espose la sua persona al pericolo al pari di ogni altro milite. Si cerca poi s’egli avesse il talento militare, o se possa meritare un luogo fra i capitani illustri. Considerando le forze immense che seco strascinava; la piccolezza delle città, disunite e rivali, che attaccò; il modo con cui vinse, ora per maneggio, ora per l’inedia, non mai con un assalto impetuosamente guidato, o con un assedio giudiziosamente condotto; e sopra tutto il cambiamento assoluto ch’ei fece alla prima rotta che ebbe da’ Milanesi al 29 maggio 1176 nella giornata di Busto Arsizio o di Legnano, come altri la chiamarono; forza è pure il confessare ch’egli nessuna azione militare intraprese, la quale provi la superiorità della sua mente. Egli con aiuti grandissimi intraprese piccole cose, e al primo rovescio di fortuna abbandonò il progetto. Si cerca s’egli fosse uomo di gran talento per il governo. Gli effetti gli furono poco favorevoli. Il suo progetto era di sottomettere il regno Italico alla dipendenza assoluta; e lo lasciò più indipendente di prima. Egli pensava di far rivivere, anzi di ampliare tutte le ragioni della suprema dignità imperiale; e lasciò la Germania immersa ne’ torbidi; e la dignità decaduta, contrastata e divisa più che mai forse non lo era stata per lo passato. Come mai adunque la maggior parte degli scrittori della Germania innalza tanto l’imperatore Federico I! e come è mai possibile, dopo quasi sei secoli, che gli scrittori [p. 259 modifica]di due nazioni, cioè gli uomini per loro mestiere consacrati a trovare la verità, non sieno per anco d’accordo! Credo che non sia tanto difficile il rinvenirne la cagione. Primieramente, allorchè viveva Federico I, tutta la Germania lo temeva sommamente; e sino dal primo viaggio ch’ei fece nell’Italia, corse la voce delle devastazioni che aveva commesse, e ciascuno de’ Tedeschi, al di lui ritorno, gli andò incontro con sommissione, e a gara cercava di procurarselo placato. Ottone Frisingense, suo zio, ce ne assicura: Tantus enim in eos qui remanserant, ob ipsius gestorum magnificentiam, invaserat metus, ut omnes ultro venirent, et quilibet familiaritatis ejus gratiam obsequio contenderet invenire. Quantum enim Italis timorem incusserat factorum ejus memoria, ex legatis Veronensium perpendi potest. Questo timore che sempre più si andò accrescendo, e pe’ fatti che si intesero dall’Italia, e per gli esempi che più da vicino osservò la Germania, quando postosi in animo l’imperatore di comandare nella Polonia, vi entrò, e, territorium Episcopii quod vocatur Uratislavia, transcurrens, in Episcopatum Posnaniensem, totamque terram etiam ipse igne et gladio depopulatus est, come ci dice il Radevico, che scriveva que’ fatti, siccome giova il ricordare, per comando dell’imperatore medesimo. Questo timore, dico io, doveva in buona parte reggere lo stile de’ cronisti che allora registravano i fasti di quell’augusto. Parmi che il vescovo di Frisinga medesimo, cronista dell’imperatore e suo nipote, me ne dia un cenno dove scrive: Durum siquidem est scriptoris animum, tanquam [p. 260 modifica]proprii extorrem examinis, ad alienum pendere arbitrium. Passata che fu la vita di lui, a mirare il complesso delle azioni di Federico, da un certo lato ci si presenta un quadro maestoso e seducente. Due competitori si disputano la corona della Danimarca: l’imperatore Federico vi si intromette come arbitro, e gli si fa omaggio del regno. Il re di Inghilterra gl’invia i suoi deputati alla dieta dell’impero. L’Italia sommessa; un re dato all’Ungheria; un altro re dato alla Boemia; un terzo re dato alla Sardegna; il marchese d’Austria creato duca; il regno della Polonia fatto tributario; il conte Palatino e l’arcivescovo di Magonza castigati; la Baviera assegnata a un nuovo padrone; la Sassonia donata ad un altro; il Tirolo staccato dalla Baviera; la Stiria eretta in ducato; la fermezza delle azioni e del discorso tenuto ai Romani; tutta questa folla di grandiosi avvenimenti certamente presenta un non so che di augusto e d’imponente. Le pretensioni poi di Federico, che sosteneva l’onore dell’Impero, al segno di sdegnarsi contro chi gli concedeva soltanto l’usufrutto del globo terrestre e non l’assoluta proprietà, dovevan disporre a favor suo l’animo degli scrittori della Germania; sulla quale tanto influisce la gloria dell’Impero. Ma esaminando imparzialmente questi fasti, e colla indifferenza storica, vediamo che niente eravi di più facile che l’esigere un omaggio dalla Danimarca nel momento della sua divisione; ma poi la Danimarca finì collo staccare dall’Impero qualche provincia. L’Italia ricuperò la libertà, anzi l’ottenne confermata dall’imperatore medesimo. L’avere spedite varie pergamene, accordando il titolo di re [p. 261 modifica]a sovrani che in prima erano diversamente nominati, e così dando altri titoli, nemmeno è, per se medesima, grande cosa. L’avere poscia dispoticamente detronizzati alcuni principi della Germania, ed altri ad essi sostituiti, nel momento in cui tutta l’Alemagna era divisa in fazioni ed immersa ne’ torbidi, nemmeno è tanto grande impresa da compensare i mali che alla Germania istessa ei cagionò. Certo è che il peso del di lui dispotismo fu tale, che molte città della Germania si determinarono allora a stabilire un governo municipale, e con una apparente dipendenza diventarono libere in fatti; ed è pur certo che debole e vacillante ei lasciò la dignità imperiale, e in cattivo stato la Germania; da cui al fine della sua vita estrasse centomila Tedeschi, e miseramente li condusse a perire nelle terre dell’impero di Costantinopoli, col fine di conquistare la Terra Santa, alla qual impresa non ebbe luogo di cimentarsi, poichè, bagnandosi in un fiume della Cilicia, vi rimase sommerso l’anno 1190, il giorno 10 di giugno. La parlata che Ottone Frisingense pone in bocca ai deputati di Roma, e la riposta che pone in bocca a Federico, sono una scena nella quale gl’Italiani compaiono pieni d’una presunzione ridicola, e l’imperatore vi rappresenta il gran principe. Egli è però lecito, senza temere la taccia d’irragionevole, di crederla un pezzo di rettorica dello scrittore. Nella storia ognuno ha il diritto di sospettare false le lunghe parlate; poichè lo scrittore non era presente comunemente, e in questo caso il vescovo Ottone sicuramente non vi era. I Romani sono stati sempre, anche in mezzo a’ secoli barbari, più colti del restante dell’Europa; e fra gli altri, i brevi e le bolle pontificie conservarono qualche eleganza della lingua latina, mentre ella [p. 262 modifica]era abolita e sconosciuta in ogni altra parte. Non è punto verisimile che i Romani spedissero incontro a Federico (che veniva alla testa d’un’armata, e che aveva già fatto tremare la Lombardia) i loro legati per esigere da lui quasi un giuramento di fedeltà, e osassero dirgli: Tu eri forestiere e ti abbiamo fatto nostro; eri un viaggiatore oltramontano, e ti abbiamo fatto principe: giura che spargerai sino all’ultima stilla il tuo sangue per mantenere la nostra repubblica. Nemmeno è verisimile il lungo discorso che fa ripetere a Federico; il quale, per quanto si travede da altri luoghi, nemmeno intendeva il latino, ed è assai probabile che conseguentemente ignorasse la storia degli Ottoni, di Carlo Magno e degli antichi Romani, della quale nel discorso si vuole mostrarlo assai istrutto. Merita pure qualche osservazione il vedere che il vescovo di Frisinga, colpito dalla morte l’anno 1158, non potè stendere i fasti sino alla distruzione di Milano; e il continuatore di esso, canonico Radevico, terminò di scrivere all’anno 1160; e il canonico di Praga Vincenzo all’anno 1167 terminò la sua cronaca, cioè sino al punto da cui cominciò il rovescio della fortuna di Federico; e così alla posterità restarono le felici sue imprese, e da pochi altri e meno chiari cronisti appena è passata la notizia dell’umiliazione alla quale venne poscia ridotto.

Prima di abbandonare l’argomento dell’imperatore Federico, io ricorderò alcuni tratti della di lui maniera di operare; acciò si formi un giudizio, e della umanità sua e de’ principii della sua virtù; e questi li prenderò tutti da autori tedeschi e parziali suoi. Il primo documento sarà la lettera con cui l’imperatore istesso rende informato il vescovo di Frisinga [p. 263 modifica]Ottone, suo zio, de’ suoi gesti nella prima spedizione in Lombardia, acciocchè con essa avesse lo scrittore una traccia per tramandare ai posteri i fasti del suo regno; eccone alcuni pezzi: Dum ab eis, cioè dai Milanesi, dice l’imperatore, mercatum quaereremus, et ipsi nobis eum negarent, nobilissimum castrum eorum, Rosatum videlicet quod quingentos milites habebat, capi et incendio destrui fecimus... inde tria castra eorum fortissima, Minimam videlicet, Gailardam, et Trecam destruximus, et natale Domini cum maxima jucunditate celebrato... inde Chairam, maximam, et munitissimam villam, destruximus, et civitatem Astam incendio vastavimus... inde venimus Spoletum, et quia rebellis erat... vi cepimus, ignet videlicet et gladio, et infinitis spoliis acceptis, pluribus igne consumptis, funditus eam destruximus. Questo è il modo col quale guerreggiavano i popoli barbari, convien pur dirlo. Perchè Spoleti (che, sotto i Longobardi, ebbe i suoi duchi a parte, e che non era città della Lombardia) Federico la chiamasse ribelle, non lo so; il modo però col quale fu trattata ce lo dice Ottone Frinsingense: Civitas direptioni datur, et antequam asportari usui hominum profutura possent, a quodam apposito igne, concrematur. Cives qui ferrum, flammamque effugere poterant, in vicinum montem seminudi, vitam tantum servantes, se recipiunt... postera die, eo quod ex adustione cadaverum totus in vicino corruptus aer intoterabilem generaret nidorem, ad proxima exercitum transtulit loca... donec igni residua in usus exercitus, non miserorum Spoletanorum, cederent spolia. Nell’assedio di Tortona l’imperator [p. 264 modifica]Federico teneva le forche piantate a vista della città, e i prigionieri li faceva impiccare: ce lo racconta lo stesso Frisingense: Quicumque ex eis deprehensi fuissent, patibuli, quod in praesentiarum erectum cernebant, expectabant supplicium; e quando prese Tortona, Civitas, primo direptioni exposita, excidio et flammae mox traditur: così il Frisingense. Il medesimo Ottone Frisingense ci riferisce per esteso freddamente un fatto atroce; e fa maraviglia come non si accorgesse, scrivendolo, che l’azione era obbrobriosa. Dice egli adunque che l’imperatore Federico, volendo passare un distretto alla Chiusa, dove un monte del Veronese è imminente all’Adige, ritornandosene in Germania, trovò il luogo occupato da molti armati, i quali gl’impedivano il passaggio. Dovette più volte in vano tentare di superarli; finalmente arrampicatisi a stento molti imperiali sulla parte opposta del monte, giunsero a dominare quegli armati ed a superarli. L’imperatore li prese; erano cinquecento, e tutti li condannò subito alle forche, trattone un d’essi, che palesò d’essere Francese, d’essere stato in quella compagnia, senza sapere di opporsi all’imperatore, e d’essere cavaliere e libero; e a questi donò la vita, obbligandolo a fare il carnefice dei suoi compagni. Erant pene omnes qui in vinculis tenebantur, equestris ordinis. Praesentatis igitur praedictis viris principi, ad patibulique supplicia adjudicatis, unus ex eis inquit: Audi, impeator nobilissime, miserrimi hominis sortem. Gallus ego natione sum, non Lombardus, ordine, quamvis pauper, eques, conditione liber, etc.. Hunc solum imperator gloriosus de caeteris sententia mortis, eripiendum decrevit: hoc ei tantum pro [p. 265 modifica]poena imposito, ut funibus cervicibus singulorum appositis, ligni supplicio commilitones plecteret. Sicque factum est; e i cadaveri poi di questi, ut cunctis transeuntibus temeritatis suae praeberent documenta, in ipsa via, in cumulos acti: fuerint autem, ut dicitur, quingenti. Un altro fatto accaduto nel Veronese, alla prima comparsa che fece nell’Italia l’imperator Federico, ce lo racconta il canonico Vincenzo di Praga, e ce lo racconta con mirabile indifferenza. I Veronesi pretesero che Federico dovesse pagar loro il passaggio nel castello di Garda, perchè non era per anco consacrato imperatore. Il castello era inespugnabile. L’imperatore promise con buone parole che avrebbe pagato. I Veronesi gli aprirono il passo, affidati alla promessa. Passato ch’ei fu, avvisò i Veronesi acciocchè mandassero a ricevere il denaro. Egli era accampato col suo esercito. Dodici fra i più nobili signori veronesi, perciò, si presentarono, avendo un seguito di molti altri nobili. L’imperatore li accolse con volto ridente. Li fece arrestare. Molti li fece trucidare. I dodici deputati li fece impiccare; ed uno di essi, avendogli provato d’essere consanguineo dell’istesso imperatore, lo fece impiccare sopra di un più alto patibolo. Eccone le parole: Rex Fridericus collecta plurima multitudine principum, et aliorum militum, Henrico duce Saxoniae, et Friderico filio regis Corradi, aliisque principibus sibi adjunctis, Romam ad Papam Adrianum, ut eum in Caesarem jure debito consecret, iter cum forti manu militum arripuit; cum autem in exitu Alpium ante ipsam Veronam civitatem ad Guordum castellum inexpugnabile pervenerunt, Veronenses, tamquam [p. 266 modifica]ex suo jure, transitum sibi et suis prohibent, dicentes eum esse nondun Caesarem, sed regem, propter hoc eam, ex eorum jure, eis debere pecuniam persolvere si inde Romam transire velit: postquam vero eum in Caesarem consecratum receperint, ei tunc honorem Caesari debitum persolvent, non ante. Haec Fridericus audiens, iram reprimit, et eam dissimulans, verba dat bona, pecuniam quam exquirunt eis promittit, et tanquam super hoc securitate data Veronam, illaesis exercitibus suis, transit. Regalibus itaque ultra positis excercitibus, mandat Veronensibus ut pro debita pecunia veniant; qui verbis ejus credentes, XII meliores et nobiliores, et aliis pluribus nobilibus adjunctis, pro pecunia promissa ad regem dirigunt, quos ipse rex hilari vultu suspiciens, de promissa pecunia verbis datis optimis, eos capi praecipit, et plurimis ex eis trucidatis, XII nobiliores suspendi praecipit. Et cum quidam de propinquiori linea cognatum ejus esse se diceret, et hoc testimonio comprobaret, propter hoc altius, tamquam nobiliorem, suspendi praecipit. Giudichi ognuno come sente, del merito di questo principe. Io non saprei paragonarlo a veruno de’ grandi uomini che sedettero sul trono; sia che lo consideri per il talento militare, sia che lo esamini come politico, sia finalmente che lo risguardi come uomo, dal canto dell’umanità, della fede e della grandezza de’ sentimenti. Pongansi al confronto i due imperatori tedeschi Ottone e Federico, e vedremo al paragone l’uomo grande e l’uomo barbaro.

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