Torino e suoi dintorni/Capitolo terzo/I

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GUIDA STORICO-ARTISTICA, AMMINISTRATIVA E COMMERCIALE

Capitolo terzo
Edifizii ragguardevoli

I. — Palazzi.

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GUIDA STORICO-ARTISTICA, AMMINISTRATIVA E COMMERCIALE

Capitolo terzo
Edifizii ragguardevoli

I. — Palazzi.
Capitolo terzo Capitolo terzo - II


Torino poco ha di notevole in fatto di architettura. Abbellita nella decadenza dell’arte non vanta fabbriche monumentali come Roma, Firenze, Genova e Venezia. I suoi palazzi vanno distinti in generale per ampii vestiboli ricchi di colonne, per vaghi cortili abbelliti da ridenti giardini, per magnifici scaloni e vaste sale, ornate di stucchi e di affreschi di qualche pregio. — Le sue case di recente costruzione sono abbastanza appariscenti e di buon disegno.

Oltre il Palazzo del Re, d’un eleganza e di una magnificenza interna senza pari, citeremo qui alcuni fra i palazzi principali che meritano maggiore attenzione, e quelli specialmente cui si riferisce qualche fatto storico o qualche aneddoto degno di ricordanza.


Palazzo del Re. I conti di Savoia tennero anticamente la loro dimora a S. Giovanni di Moriana, quindi a Ciamberì. Ei fu soltanto verso il 1235 che un ramo di essi fissò il proprio domicilio al di quà delle Alpi, a Pinerolo.

Una vecchia tradizione ci conservò la memoria di una casa che il conte di Piemonte Lodovico aveva nella via de’Pasticcieri, e di un palazzo che gli ultimi conti di Savoia, Amedeo VI e VII, probabilmente avevano sulla Piazza delle Erbe, vicino all’arco detto della Volta Rossa. Se venivano a Torino, gli era per breve tempo; e preferivano a loro stanza il palazzo vescovile, ch’era il più ampio ed onorevole. Talvolta dimoravano nel Castello od anche in qualche pubblico albergo. Il palazzo vescovile occupava lo spazio che tiene ora la galleria detta di Beaumont, ove trovasi la regia armeria e la biblioteca privata del Re e il nuovo palazzo reale. Questo edificio seguitava verso Porta Palatina, lungo il muro della città.

Caduta Torino in poter de’francesi nel 1536, i vicerè del Piemonte abitarono il palazzo vescovile, come quello che occupava un angolo della città e signoreggiava due porte della medesima; per lo che si tenne bene agguerrito e fornito di armati.

Emanuele Filiberto nell’anno 1562 lo elesse a sua dimora. Da quel tempo in poi si può dire che mai cessasse di lavorare attorno a quel vasto edificio. Cominciò esso Duca infatti a murare un nuovo palazzo allato a S. Giovanni, nel sito dapprima occupato dalla canonica; crebbe a maggiore altezza l’ala chiamata Paradiso, verso oriente; rifece e nobilitò il giardino, con fontane, grotte, ecc.

Nè meno operosa fu la cura di Carlo Emanuele I per la casa ducale. Fu tutto suo il pensiero di quelle gallerie che congiunsero il palazzo al Castello, ove stava riposta una collezione di belle e rare armature, di rarissimi quadri e di curiosità varie d’arte e di natura. In questa galleria si contenevano i ritratti de’principi di Savoia, suoi antecessori, i disegni de’paesi conquistati, delle fabbriche costrutte durante il suo regno, ecc. Le sembianze di quest’itala dinastia, riprodotte più tardi nelle opere del Guichenon e del Ferrero, non che nelle gallerie dei castelli reali, non sono immaginarie, fuorchè per pochi de’primi sovrani.

Ciò che rimane di questo palazzo denominato Palazzo vecchio (che aveva una bella facciata dalla parte del giardino ornata di busti e di statue), accenna ch’era di assai bella struttura. — Esso fu centro, in quei tempi, d’ogni eleganza e sociabilità torinese.

Carlo Emanuele II, verso il 1660, pensò d’innalzare un edifizio più vasto e degno dell’importanza che acquistava in Europa l’augusta Casa di Savoia. Egli, conservando il vecchio palazzo, ordinò che il nuovo si innalzasse sopra una linea tracciata al mezzodì, affidandone l’esecuzione al conte Amedeo di Castellamonte; ampliato dal re Vittorio Amedeo II sui disegni del Juvara.

Questo edificio, che ammiriamo oggidì, la cui facciata verso mezzogiorno è lunga quanto la piazza che gli sta davanti, è fiancheggiato da due ale o padiglioni. Veduto nel suo interno, esso è quadrato, avendo nel mezzo uno spazioso cortile circondato da portici. Oltre la facciata che guarda sulla piazza, e che nulla presenta di appariscente, havvene un’altra verso il giardino, adorna di un vago terrazzo.

Nel sito in cui ora si vedono le cancellate di ferro, un padiglione semplice serviva di antiporta, che fu distrutto nel 1801. La porta d’ingresso è affatto priva di decorazioni. Il vestibolo è semplice, ornato di qualche statua che si crede trasportata dal castello di Casale.

Di fronte allo scalone sta la statua equestre di Vittorio Amedeo I, popolarmente famosa sotto il nome di Cavallo di marmo. È collocata in una gran nicchia ornata di trofei militari a basso rilievo. I montanari, che dai gioghi e dalle valli alpine scendono in città, non avevano altre volte in Torino idea di maggior opera dell’arte della scultura! ma dappoichè, per munificenza di Carlo Alberto, cominciarono a sorgere monumenti degni di città italiana, il cavallo di marmo scadde dall’antica fama. Bella è la statua in bronzo del Duca, lavoro di Guglielmo Duprè francese. I due schiavi di marmo, incurvati sotto al cavallo, diconsi egregio lavoro del Bologna: il cavallo opera men che mediocre. La iscrizione è del cav. Tesauro, l’epigrafista di tutti i monumenti inalzati ai principi di Savoia verso il fine del secolo XVII: sui pianerottoli dello scalone, sono collocate altre statue.

La prima sala, detta comunemente Salone degli Svizzeri, ove ora stanno le Guardie del palazzo, è novetoleper la sua vastità ed altezza. Essa dà accesso a’diversi appartamenti, non che alla Cappella della SS. Sindone. Fu rifatta in istile moderno ed ha nel mezzo del vòlto un pregevole quadro del Bellosio, che rappresenta l’istituzione dell’ordine della SS. Annunziata. Dell’antico non conserva che la larga cornice dipinta a fresco, rappresentante vari fatti memorabili de’principi sabaudi. Gli ornati, che arricchiscono le quattro porte, sono di marmo verde di Susa, che imita il verde antico. In questa sala vedesi un grande camino, adorno di marmi, sormontato da una specie di quadro sostenuto da colonne, con putti di marmo e busti. Il fondo del quadro e un ottagono superiore al colonnato son formati da un mosaico in pietre dure. Di prospetto al camino è un ampio quadro, creduto lavoro di Palma il vecchio, che rappresenta la famosa battaglia di S. Quintino, vinta nelle Fiandre dal duca Emanuele Filiberto, di cui si vede il ritratto. In questa sala il popolo accorre in gran folla per vedere da vicino il Re, e tutta la real famiglia, allorchè si reca ad assistere alle grandi solennità religiose nella regia tribuna in S. Giovanni. Nelle feste di corte, questa sala e l’ampio scalone vengono splendidamente illuminati a gaz.

Dal Salone degli Svizzeri si entra nella sala detta delle Guardie reali del Corpo. Il soffitto di questa, come di tutte le altre stanze di questo reale appartamento, è ricco di ornati in oro, che ricordano, per la loro bellezza, i famosi soffitti dorati del palazzo ducale di Venezia. Nella cornice si ammirano vari dipinti a fresco del Gonin, rappresentanti fatti della casa di Savoia. Le pareti sono coperte di stupendi tappeti fabbricati anticamente in Torino ad uso dei Gobelins: e furono non è guari adorne di quadri, uno, colossale, rappresentante i Lombardi all’ultima crociata, pregiato lavoro dell’Hayez: altro di minor mole — il conte di Savoia Amedeo VI nell’atto di presentare il Patriarca greco al sommo pontefice Urbano V: ed un terzo — il B. Amedeo nell’atto di fare elemosina, del Pucci.

Nella seconda sala, che chiamasi degli Staffieri o Valletti a piedi, ricchi arazzi coprono le pareti.

Nella terza sala, detta dei Paggi, si ammirano tre grandi quadri, il primo raffigurante Federico Barbarossa scacciato da Alessandria, dell’Arienti, professore della reale Accademia Albertina; il secondo, il conte Amedeo III, che presta il giuramento nelle mani del vescovo di Susa, opera del Cavalleri; il terzo del Gonin, che rappresenta una levata in massa degli abitanti d’Isone in val di Stura.

Fa seguito a questa la Sala del trono, straordinariamente ricca e sfolgorante d’oro. La balaustra e il baldacchino sono veramente splendidi. Un magnifico palchetto, lavoro del rinomato stipettaio Capello detto Moncalvo di Torino (di recente nominato dal Re Vittorio Emanuele a cavaliere dei Ss. Maurizio e Lazzaro) ne compie la magnificenza.

Dopo la sala del trono del Re vi è quella ove Carlo Alberto soleva tenere le pubbliche udienze; è assai modesta al paragone delle altre. Nell’angolo a destra vedesi una cappella ove Carlo Alberto udiva ogni mattina la santa messa.

La sesta sala è quella del Consiglio dei Ministri, tappezzata in velluto verde con fregi d’oro. Vi si ammira una tavola stupenda, ornata di squisito lavoro d’intarsio in tartaruga, madreperla ed ottone. Alle pareti stanno appesi vari quadri rappresentanti personaggi della real Casa di Savoia che morirono in concetto di santità; sono lavoro di Gonin, di Cusa e di Serangeli. Essi raffigurano il B. Umberto, il B. Amedeo, la B. Ludovica, la B. Caterina, la B. Margherita, la V. Clotilde, tutti della Real Casa di Savoia. È notevole in questa sala un camino di marmo dorato di squisita fattura. Di qua si aveva accesso nel gabinetto di studio e nella stanza da letto di S. M. il Re Carlo Alberto.

Nella sala detta di Colazione s’ammirano diciotto degli incantevoli paesaggi all’acquarello del Bagetti, una raccolta di vasi etruschi, un piccolo busto in bronzo di Carlo Emanuele, principe di Piemonte, a dieci anni di età, un busto di Carlo Alberto in marmo, pregiato lavoro del Bertoni di Varallo, una Diana del barone Bosio, uno stupendo gruppo del Butti, due magnifici cofani (antiche casse nuziali), su cui sono scolpite in bassorilievo alcune figure, rari monumenti di antica scultura in legno acquistati in Genova da Carlo Alberto. Le pareti di questa sala sono coperte di un gran numero di quadri di pittori contemporanei, tra cui noteremo quello che rappresenta il Combattimento di trenta cavalieri italiani contro altrettanti francesi nelle Fiandre, presente il principe Tommaso di Savoia.

La galleria, detta di Daniel, dal nome dell’artista che ne dipinse il vôlto, fu decorata sul disegno del conte Alfieri, ed è veramente di una squisitezza, d’un buon gusto e d’una magnificenza ammirabili. È ornata di lampade di cristallo di monte. Essa contiene i ritratti de’più eminenti statisti del paese. Vi sono collocati pure i ritratti in piedi di Umberto I, di Emanuel Filiberto e di Amedeo VI, detto il Conte Verde.

La sala detta dell’Alcova, contiene un prezioso museo di vasi del Giappone, della Cina ed egiziani, raccolti in parte dal palazzo di Genova, in parte esistenti a Torino, e molti acquistati dal re Carlo Alberto. La copia, la rarità, la disposizione di simili vasi, sparsi a gruppi nella stanza (che servì già alla V. Clotilde di Francia, sorella di Luigi XVI e moglie di Carlo Emanuele IV) formano l’ammirazione dei forestieri. Il padiglione dell’alcova, sostenuta da due colonne, è magnificamente intagliato e formato di due soli pezzi. Il vôlto è pure ornato di sculture in legno dorate, e contiene nel mezzo vari dipinti. Questa stanza, nel suo insieme, è di tale una ricchezza e splendidezza, che è difficile trovare l’eguale nelle reggie più sfarzose del mondo.

Bella è la stanza che serve anche oggidì alla regina vedova, nella quale sono collocati tre busti di marmo — di Carlo Alberto, re, e dei reali principi di Savoia e di Genova.

Notevoli pure sono i Gabinetti che seguono, messi ad oro, a specchi, ad intagli, a lavori d’intarsio del Pifetti, artista piemontese del secolo scorso.

A compimento di questo reale palazzo mancava una Sala da ballo, che venne costrutta alcuni anni or sono al di sopra dell’atrio verso la corte, avendone Carlo Alberto affidato il disegno al cavaliere Palagi. Ricca di ornamenti dorati e di specchi di gran dimensione, è sostenuta da dodici colonne di marmo bianco, tutte con fatica internamente vuotate per diminuirne il peso; una di queste vien tenuta sospesa al vôlto della sala. Il pavimento è in legno intarsiato d’olmo, di noce, di ebano, e d’altri legni. Questa sala sarà ornata d’un quadro di gran dimensione, intorno al quale sta lavorando il prelodato Palagi.

La Sala da pranzo è osservabile per copie di ornati e di quadri recenti, dimostranti le principali battaglie combattute da’principi della real Casa, dipinte dal Cavalleri, da Gonin, da Bisi, e cinque da Massimo d'Azeglio.

La Sala del caffé contiene essa pure pregiati dipinti che hanno tratto alla storia della real Casa di Savoia.

Occupa un lato del reale palazzo, dapprima destinato ad uso in biblioteca privata del Re, l’appartamento così detto de’Forestieri, vaghissimamente disposto in una fuga di stanze, riccamente addobbate, e contenenti una preziosa raccolta di quadri de’più rinomati artisti contemporanei, segno dell’amore con cui i nostri principi intendono ad incoraggiare e favorire le arti e gli artisti. Sono particolarmente degni di nota un Giudizio di Salomone, del Podesti, un Diluvio universale, del Bellosio, un ritratto di Pio IX, fatto nel 1847 dal Cavalleri, un Pietro Micca, del Piatti; e due quadri di arazzo moderno, inviati in dono da Pio IX al Re Carlo Alberto all’epoca delle riforme.

Molti capolavori di pittura antica che possedeva questo palazzo, arricchiscono oggi la reale pinacoteca, come vedremo più innanzi.

Annessa a questo appartamento de’forestieri havvi la Cappella Regia, alla quale si accese anche per la galleria della SS. Sindone, ove la real Corte suole udire privatamente la santa messa. Sopra un altare laterale sorge la statua del B. Amedeo, opera di Giovanni Bernero; sotto questa statua vi sono le ossa della B. Ludovica, figlia del B. Amedeo. In questa cappella havvi anche il corpicino di una Filumena di anni due, come appare dalla lapide di marmo ivi trasportata dal cimitero di Ciriaca in Roma.

La maggior parte delle sale che abbiamo percorse furono ristaurate e ridotte alla foggia moderna, durante il regno di Carlo Alberto, ad opera del cavaliere Palagi, decoratore insigne ed architetto, di cui è nota la perizia e il buon gusto in tutte le arti del bello.

Si conservano nel reale palazzo i modesti arredi che erano nella camera ove morì Carlo Alberto in Oporto, nella villa d’Intra-Quintas, i quali furono trasportati in Torino. Preziosa e commovente memoria!

Dal primo salone si ha accesso agli appartamenti del piano superiore per mezzo di una magnifica scala di marmo bianco, eretta sopra disegno del Juvara. Questi appartamenti sono ora abitati da S. M. il Re Vittorio Emanuele II e dalla Regina Maria Adelaide.

Esistono pure al pian terreno le stanze ove alcuni Re di Sardegna solevano tenere i loro consigli. Sono assai semplici ed eleganti, e parte di esse serve al Principe di Piemonte e al Duca d’Aosta, i quali li abitano col loro precettore, quando la real Corte si trova a Torino: avendo S. M. il Re Vittorio Emanuele scelto a sua abituale dimora il real Castello di Moncalieri.

Adornano il cancello, che s’innalza di fronte al palazzo del re e divide la piazza Castello dalla piazza Reale, due statue equestri, scolpite da Abbondio Sangiorgio, e gettate in bronzo da G. B. Viscardi. Rappresentano Castore e Polluce, nati dall’uovo di Leda, guerrieri, pugilatori, vincitori di corse, assunti a risplendere tra le costellazioni dello zodiaco. Lasciando stare i miti, e contentandosi di ravvisare in Castore e Polluce due domatori di cavalli, loderemo l’armonica robustezza e sveltezza delle persone, la sceltissima forma de’cavalli, fusi in un sol pezzo, tranne la coda. Il fare di Sangiorgio, già noto all’Italia per la sestiga dell’Arco della pace di Milano, sa di antico e insiem di moderno, come quello che, alla semplice e giusta squisitezza del gusto greco, congiunge la forza e la novià dell’arte moderna1

I cancelli in bronzo fuso sono bellissimo lavoro della fonderia Colla, e furono posti nel 1842.

―Il Reale Giardino, nel quale si ha pubblico accesso dai portici del palazzo delle Segreterie in Piazza Castello, si stende dietro il palazzo del re, verso la strada di circonvallazione, sostenuto dai vecchi bastioni, unico avanzo delle formidabili fortificazioni di Torino. Vittorio Amedeo II e Carlo Emanuele III ne fecero di questo giardino una loro delizia. Racconciato successivamente alla moderna, abbellito d’una vasca d’acqua e di una fontana, adorno di vasi e statue, presenta sotto i suoi alti e larghi viali ombra grata e frescura nelle calde ore del giorno. Da’suoi parapetti, che guardano alla campagna, si gode di una veduta assai pittoresca della collina torinese, sulla quale s’innalza, dominatrice e scopo a tutti gli sguardi, la reale basilica di Soperga.

Durante la bella stagione questo giardino viene aperto al pubblico, e ne’giorni festivi principalmente v’è frequente e giocondo passeggio, rallegrato dalla musica militare.

Forma parte del real palazzo la Sala di equitazione, o real maneggio de’cavalli, che trovasi più oltre dell’Accademia militare, e precisamente in faccia all’università (in via della Zecca). Questo vastissimo locale, eretto da Carlo Emanuele III sui disegni dell’Alfieri, formato a guisa di teatro, di forma quadrilunga, con ordine di logge aperte a comodo de’riguardanti, servì molto opportunamente nelle occasioni dei banchetti dati agli scienziati italiani e all’epoca della Costituzione.

Attigue al maneggio s’inalzano le Regie stalle, ove trovansi circa 60 cavalli, metà da sella e metà da vettura; la maggior parte di quelli da sella (45 circa) trovandosi a Stupinigi. Alte, spaziose, ben ventilate sono queste stalle. I cavalli appartengono a varie razze: ve ne hanno di turchi, di egiziani, di ungheresi, di inglesi, di prussiani e molti di razza piemontese; oltre a sei cavalli arabi, che sono i preferiti di S. M. il Re Vittorio Emanuele. Vi è custodito il cavallo usato da Carlo Alberto nelle battaglie, e che lo seguì nell’esilio ad Oporto. Ha nome Favorito, è di razza inglese, d’anni 14, di colore isabella. Un altro cavallo, Byron, che serviva pure Carlo Alberto in guerra, conserva una palla in una gamba e mostra una coscia sfiorata da una palla di cannone.

Si custodisce in apposita galleria un numero stragrande di ricchi e svariati fornimenti, di selle, briglie, ecc. tra cui due magnifiche selle turche di velluto ricamato in oro, dono del Sultano a S. M. il Re nostro.

Quivi pure è la rimessa de’cocchi e carrozze ad uso della real Corte. Quattro sono le carrozze di gran gala che usavansi nelle maggiori solennità. Tra queste è osservabile quella che rappresenta le avventure di Telemaco, dipinte dal Vacca. Un’altra, detta Egiziana, serviì al trasporto dell’augusta salma di S. M. il Re Carlo Alberto da Genova a Torino, e da Torino a Superga.

Queste superbe carrozze solevansi adoperare, con ricco ed elegante corredo di cavalli sfarzosamente addobbati, nel corso che usava tenersi negli ultimi giorni di carnovale; la quale pompa, che attirava molto concorso di popolo della città e del contado, venne da alcuni anni messa in disuso.

Questo palazzo, unico fra le residenze sovrane di Europa per la sua vastità, per l’interno splendore e per l’ingegnosa distribuzione, racchiude senza interruzione nel suo recinto, e quasi sotto il medesimo tetto, chiese, uffici bastevoli a quasi tutti i ministeri, grandi e splendidi appartamenti, armeria, biblioteca, accademia militare, giardini, teatro, cavallerizza, scuderie, ecc.2

La reggia di Vittorio Emanuele II è tuttora la reggia di Carlo Emanuele III; ma ristaurata, ringiovanita e rilucente de’lavori dell’arte contemporanea, per opera di Carlo Alberto, spiccando in tutte le sue parti la pompa monarchica e l’amore per le arti belle.

I reali appartamenti che abbiamo descritti s’aprono nella stagione di carnovale a magnifici balli, famosi per brio e per fastosa eleganza. Non può descriversi il magico effetto dei mille e mille splendenti doppieri in quelle vaste sale, sotto a que’dorati soffitti, tra quegli arazzi, specchi e cristalli, in mezzo a quegli arredi ed arnesi cesellati, intarsiati, ricchi d’oro, di pietre, di madreperla, di avorio. In una di quelle sere la diresti una reggia incantata; e in mezzo, e sopra tutto quest’apparato di vaghezza, d’oro e di luce, vedi brillare la squisita cortesia e l’affabilità de’Principi nostri, ammirazione dell’Italia e del mondo.

Palazzo di S. A. R. il Duca di Genova, detto anche del Chiablese (Piazza S. Giovanni). ― Comunica col palazzo del Re per una galleria che corrisponde col grande salone. Gli appartamenti sono distribuiti sul gusto moderno, addobbati e guerniti di preziosi intagli, dorature, pitture, ecc.

Nell’occasione del fausto maritaggio di S. A. R. il Duca di Genova con la principessa Maria Elisabetta di Sassonia, quel palazzo fu ristorato e ridotto a splendidezza veramente regale. Vi si ammirano un busto di Carlo Alberto del Canigia, uno di Maria Teresa e i due ritratti del Duca e della Duchessa egregiamente dipinti dal Sala. La sala d’udienza e il gabinetto della Duchessa sono di una rara eleganza. Ci si conserva il vaso d’argento cesellato, offerto dall’esercito a S. A. R. Maria Elisabetta, nell’occasione del suo matrimonio.

Era quest’edificio anticamente di appartenenza del palazzo ducale ed aveva annesso un giardino. Vi abitò, ai tempi di Emanuele Filiberto, Beatrice Langosca, marchesa di Pianezza, madre di donna Matilde di Savoia; nel 1609 v’avea stanza il cardinale Aldobrandino, nipote di Clemente VII, incaricato di negoziazioni politiche, che condusse seco il napoletano poeta Marini, il quale col suo poemetto Il Ritratto seppe entrar tanto nelle grazie del Duca, che fu annoverato tra i cavalieri di S. Maurizio e Lazzaro.

Vari anni dopo fu dato al principe Maurizio di Savoia, la cui vedova Lodovica lo abitò finchè visse. Più tardi v’ebbero sede alcuni uffizi e magistrati.

Nel secolo scorso fu da Carlo Emanuele III concesso in appannaggio al Duca del Chiablese, suo figliuolo secondogenito.

Dopo il Duca del Chiablese lo abitò, dal 1817 al 1831, Carlo Felice; quindi la di lui vedova Maria Cristina, di piissima memoria.

Palazzo delle regie Segreterie di Stato (Piazza Castello). — Eretto per ordine del re Carlo Emanuele III sul disegno del conte Alfieri. Questo edifizio di considerevole lunghezza si distende dall’angolo della galleria di Beaumont sino al regio teatro, e costeggia il giardino reale dalla parte di tramontana, e la piazza Castello da quella di mezzodì. Due grandi scaloni, che partono dai portici, conducono ad una galleria per cui s’ha accesso nei molti e ben distribuiti ufficii.

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( Scalone nel Palazzo Madama )


Palazzo Madama (Piazza Castello). ― Il Castello (Castrum portae Phibellonae), che diede il nome alla piazza da cui è circondato e assunse dippoi il nome più prosaico di Palazzo Madama, esisteva fino da tempi antichi.

Questo castello aveva una facciata semplice ma gentile, che armonizzava colle sue torri sormontate da una tettoia di bella forma, che dava loro una certa sveltezza. Madama reale Maria Giovanna Battista, madre del re Vittorio Amedeo II, che lo abitava, lo decorò nel 1718 del doppio scalone, e dal lato occidentale della maestosa facciata marmorea a colonne e pilastri corintii, la più vistosa opera d’architettura che sia a Torino, dal severo Milizia chiamata superba. Filippo Juvara ne fu l’architetto.

Lo scalone è magnifico; due branche di esso partono dai due lati e vanno a riunirsi nel centro per dare accesso agli appartamenti. Il vestibolo è formato da un arco che lo taglia in tutta la sua lunghezza, in modo da presentare da un lato il prospettivo della via di Doragrossa, e dall’altro quello della via della Zecca.

È per tre lati circondato da vecchi e profondi fossi destinati a giardino. La facciata orientale conserva intatte le antiche sue torri; unico ricordo del medio evo che sia in Torino.

Nel lato vecchio a mezzodì dal lato di Porta Nuova si conserva nel muro un pezzo di cornice, con due mensule, sormontate da una testa, che viene attribuito al Vignola.

Il Cibrario sospetta che questa possa essere stata la casa forte che Guglielmo VII aveva edificata nel tempo in cui signoreggiò la città di Torino.

Verso la metà del secolo XIV, Iacopo di Savoia, principe d’Acaia, vi faceva murare una casa. Amedeo VI, il Conte Verde, vi negoziò, nel 1381, la famosa pace tra Venezia e Genova.

L’ultimo principe d’Acaia, Lodovico, ricostrusse le torri alte e robuste, quali ancor si vedono di presente (1416).

Abitarono il castello quando venivano a Torino i duchi di Savoia, fino a Carlo III inclusivamente. In esso nacque, il 26 giugno 1489, Carlo II che morì di pochi anni e non regnò che di nome.

La sala del castello, a’tempi di Carlo Emanuele I, serviva di teatro di corte: ivi fu rappresentata, per le nozze del duca colla infanta figliuola di Filippo II, la favola Il pastor fido.

Più meste memorie ricordano le sue torri, per avere servito lungo tempo di carcere.

Questo palazzo, che sul finire del secolo scorso era stanza dei duchi di Savoia e di Monferrato, che sotto al governo francese fu sede del tribunale d’appello, è ora nobilitato della reale pinacoteca, di cui parleremo più innanzi, e nella sua aula maggiore si accoglie il Senato del regno.

Era unito altra volta al nord col palazzo reale per mezzo di una galleria, che fu atterrata nel 1801. Si trattò allora di distruggere anche il castello, sotto pretesto di togliere ogni ingombro alla piazza. Ma per buona sorte il senno di Napoleone vi s’oppose; e il castello restò.

Al posto di una delle vecchie torri sorge il nuovo Osservatorio astronomico, sotto la direzione dell’illustre cavaliere Plana.

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( Palazzo Carignano ― Palazzo dell'Accademia delle Scienze ― Teatro Carignano )


Palazzo Carignano (Piazza Carignano). — I principi di Carignano abitavano anticamente il palazzo che vedesi allato all’albergo della Bonne Femme (Hôtel de Londres), nella via de’Guardinfanti, prima che si alzasse sulla piazza, a cui diede il nome, la nuova e regale loro dimora.

Questo palazzo è un’aberrazione architettonica, e si può dire il capo d’opera dello stile barocco. In esso il Guarini spinse il singolar suo odio contro la linea retta sino a far curvi, ora saglienti ora rientranti, i gradini delle grandi scale, in modo da far venire le vertigini a chi sale o a chi scende. Nel tutt’insieme ha una tal quale maestà; e stravagantemente bizzarri sono i lavori o fregi di cotto, che si veggono sulla sua rozza facciata esterna.

Sono notevoli l’atrio, gli appartamenti (in cui si conservano preziosi dipinti) e la gran sala ove si tengono le pubbliche adunanze dei rappresentanti della nazione.

Nella sua parte posteriore s’apre un giardino, il quale terminava in un edifizio destinato alle regie scuderie: ora, a comodo pubblico, ragliato a mezzo per formare quella strada che prese il nome di Carlo Alberto, e serve a congiungere la via della Madonna degli Angeli a quella di Po.

Lunga serie di principi nobilitò questo palazzo. Illustre memoria è quella della principessa Giuseppina Teresa di Lorena-Armagnac, avola del re Carlo Alberto, la quale, bellissima di sembianze e d’ingegno, delle arti e delle lettere singolarmente si dilettava, morta troppo presto nel febbraio 1797, di coli 44 anni d’età.

Nell’occasione delle nozze di Carlo Alberto, principe di Carignano, coll’arciduchessa Maria Teresa, questo edifizio fu internamente ristorato ed abbellito.

Dal poggiuolo di questo palazzo venne proclamata la costituzione del 1821.

Salito al trono Carlo Alberto, lo alienò al demanio, ed è ora sede della Camera dei Deputati, del Consiglio di Stato e dell’amministrazione delle Poste.

Palazzo dell’Accademia delle Scienze (Via dell’Accademia)3. ― Nel 1784 venne assegnato alla R. Accademia il grandioso palazzo del Real Collegio de’nobili, ove presentemente si trova. Adattato al nuovo uso, gia fin dall’anno 1787 sorgeva sul disegno del Galliari con capace sala, adorna di suoi dipinti, sito assai convenevole alle tornate accademiche. Questa sala è ornata del busto di Vittorio Amedeo III, di quelli dei tre fondatori, Saluzzo, Lagrange e Cigna, del Denina, del Vernazza e del Gerdil, e d’altri diciotto, rappresentanti illustri romani, copiati dall’antico dallo scultore Bogliani. Vi si vede pure la statua seduta del conte Prospero Balbo in gesso, dello scultore Spalla, regalata all’Accademia dagli eredi. Al di sopra di questo palazzo sorgeva il vecchio Osservatorio astronomico, che ricorda il nome del celebre P. Beccaria. In questo palazzo sono raccolti i Musei d’antichità, egizio, di storia naturale, ecc., di cui parleremo in altro Capitolo.

Palazzo Conelli (Via Alfieri, 6). ― Ora del cav. Gattino: esso contiene una piccola ma classica raccolta di quadri.

Palazzo Perrone di San Martino (Via Alfieri, 7). — È nobilitato da più memorie. Ivi morì Diodata Saluzzo Roero, dama degna di alto onore pe’generosi suoi carmi, per dottrina, schiettezza e bontà.

Palazzo Carrone di San Tommaso (Via Alfieri, 13). ― Ora di proprietà del marchese Benso di Cavour. Architettura del conte di Castellamonte, ristaurato dal conte di Beinasco. Il vestibolo, lo scalone e la gran sala sono degni di osservazione.

Palazzo San Giorgio) (Via degli Ambasciatori, 2). ― Fabbricato sui disegni del suo proprietario conte di Savigliano, contiene qualche affresco del Galliari; fu recentemente ornato di facciata. Vi ebbe dimora e vi morì il conte Bogino. Fu stanza a Giuseppe II venuto a Torino nel 1769.

Palazzo Benso di Cavour (Via dell’Arcivescovado, 13). — Fu costrutto nel 1729 sul disegno dell’architetto Planteri. È abitato dal Camillo Benso Di Cavour, illustre statista, già ministro di finanze di S. M. il Re Vittorio Emanuele.

Palazzo arcivescovile (Via dell’Arcivescovado, 30). ― Trovasi rimpetto all’Arsenale. Edificio modesto nell’esterno, ma di una vasta distribuzione interna, sia per gli appartamenti arcivescovili, sia per le persone addette alle segreterie, ecc. Fu già casa dei missionarii, con elegante chiesa, fatta sui disegni del Juvara.

Palazzo Valperga di Masino (Via dell’Arsenale, 9). ― Gli intagli preziosi che sono sugli stipiti della porta sono di Pietro Casella. Bernardino Galliari, Angelo Vacca, ed altri ne dipinsero le magnifiche stanze. In queste splendide sale la contessa Valperga di Masino accoglieva col fiore dell’aristocrazia il fiore dell’ingegno. Nel 1831 vi fondava un asilo o scuola infantile.

Palazzo Balbiano di Viale (Via dell’Arsenale, 11). ― La facciata modernamente rifatta mostra l’intenzione d’imitare lo stile severo del palazzo Pitti in Firenze. Vi morì nel 1745 il marchese Carlo Ferrero d’Ormea.

Palazzo del Tasso (Via della Basilica, 2). ― È quel palazzo a cui si ha accesso per un vicolo che s’apre allato allo spedale dei ss. Maurizio e Lazzaro. Apparteneva ai principi d’Este, marchesi di Lanzo, dei quali Filippo sposò nel 1570 Maria di Savoia, figlia legittimata di Emanuele Filiberto, e Francesco Filippo sposò Margherita, figliuola naturale di Carlo Emanuele I.

Questo palazzo fu abitato nel 1578 da Torquato Tasso. Il gran poeta scrisse in questa stanza il suo dialogo sulla nobiltà, intitolato il Forno, nel quale introdusse per interlocutore Agostino Bucci da Carmagnola, professore di filosofia nell’università di Torino.

Questo palazzo fu rifatto dopo quel tempo. Nel secolo scorso apparteneva ai marchesi di Caraglio, ora alla famiglia Mattirolo.

L’illustre professore di eloquenza e di storia nell’università di Torino, cavaliere P. A. Paravia, volle (gentile pensiero!) ricordare quale ospite nobilitasse il palagio della linea torinese dei principi estensi colla seguente iscrizione che si legge in apposito medaglione sulla casa suddetta.

L’iscrizione dice così:

Torquato Tasso
Nel cadere dell'anno MDLXXVIII
Abitò questa casa per pochi mesi
E la consacrò per tutti i secoli


Palazzo de’marchesi di Spigno (Via della Basilica, 22). ― Disegno dell’architetto Planteri. Ricorda questo palazzo la bella marchesa di S. Sebastiano, moglie di Vittorio Amedeo II.

Palazzo Graneri (Via Bogino, 9). ― Apparteneva già ai marchesi Graneri Della Roccia, ed ora ai conti Gerbaix di Sonnaz. Fu costrutto nel 1683 da Marcantonio Graneri, abate di Entremont, sul disegno dell’ingegnere Gian Francesco Baroncelli.

Il salone è il più vasto, tra i privati, che sia in Torino; abbellito nel 1781 ed ornato di sculture de’fratelli Collini. Ai 7 di settembre del 1706, dopo la sconfitta dei Francesi e la liberazione di Torino, v’ebbe nel palazzo Graneri una sontuosissima cena, a cui intervennero Vittorio Amedeo II, il principe Eugenio, i principi di Saxe-Gotha e di Anhalt, ed altri principali dell’esercito liberatore.

Palazzo del già Collegio delle provincie (Via Bogino, 10). ― Nel 1842 Carlo Alberto designava l’area di un terreno, già dipendenza del Palazzo Carignano, per inalzarvi il Collegio Carlo Alberto per gli Studenti delle provincie. La fabbrica venne eretta sopra lodato disegno del bravo architetto Antonelli, che volle sovrapporre l’uno all’altro i tre ordini architettonici ne’tre piani dell’edificio, il quale in forza degl’avvenimenti del 1848 fu per alcun tempo destinato a uso di quartieri. Ora è occupato dall’amministrazione e cassa del Debito pubblico, dalla direzione delle contribuzioni dirette, e dalle scuole tecniche.

Palazzo Balbo (Via Bogino, 12). ― Situato nella terza isola. Questa casa è illustrata dalle memorie de’conti Gian Lorenzo Bogino e Prospero Balbo, e dalla presenza del conte Cesare Balbo, già presidente del consiglio de’ministro di S. M. il Re Carlo Alberto nel 1848, splendore delle lettere italiane.

Palazzo Guarene (Piazza Carlina, 2). ― Ora appartiene al marchese D’Ormea. La facciata è disegno del Juvara. Nel vòlto della galleria veggonsi pitture a fresco del Galeotti.

Palazzo Avogadro di Collobiano (Piazza S. Carlo, 3). ― Già proprio dei conti Della Villa, situato sul canto verso la chiesa di San Carlo. Non ha particolari pregi in fatto di architettura: serba però una grande memoria. Esso fu abitato da Vittorio Alfieri; presso una di quelle finestre quell’uomo di forte volontà si fe’ legare dallo staffiere al seggiolone, affinchè se la continua vista della casa che si amava, ma non poteva stimare, gli facesse forza e lo traesse contro al fatto proposito a rivederla, il legame materiale potesse più che l’irrazionale appetito. Così il Cibrario.

Il nome dell’Alfieri dato dai francesi alla via di San Carlo, e cancellato dappoi, venne ora restituito ad onore dell’illustre tragico dei tempi in cui viviamo.

Palazzo dell’Accademia filarmonica (Piazza S. Carlo, 6). ― Il palazzo del marchese Solaro del Bogo, già proprio dei marchesi di Caraglio, ora appartiene all’Accademia filarmonica. L’interno venne rifabbricato sui disegni del conte Alfieri, e riluce di splendore principesco. Sono notevoli gli affreschi di Bernardino Galliari. La Società filarmonica aggiunse, ai vari appartamenti, una sala ottimamente adattata al proprio uso sui disegni dell’accademico cavaliere Talucchi.

In questo palazzo furono, nell’aprile del 1771, date dall’ambasciatore di Francia le feste pel matrimonio di madama Giuseppina di Savoia, sposa del conte di Provenza, infelice principessa, destinata a vedere le prime scene crudeli della rivoluzione francese ed a portar in esilio il vano titolo di regina di Francia e di Navarra.

Palazzo Costigliole (Via de’Conciatori, 10). ― Nella terz’isola di questa via a sinistra sorge la casa, ora appartenente ai conti di Costigliole, ove nacque e abitò l’immortale Lagrange.

Palazzo Martini di Cigala (Via della Consolata, 10). ― Quest’edifizio, di struttura piccola ma assai bella, il cui disegno viene attribuito al Juvara, trovasi a rincontro del palazzo Paesana, sulla piazza di questo nome, ed ha accesso nella via della Consolata.

Palazzo d’Azeglio (Via D’Angennes, 9). ― Era il palazzo dei marchesi di Breme, architettura del Castelli, ora proprio del marchese Roberto d’Azeglio, autore dell’Illustrazione della Pinacoteca torinese, fratello dell’illustre presidente del consiglio de’ministri di S. M. il Re Vittorio Emanuele, cavaliere Massimo d'Azeglio.

Palazzo Della Margherita (Via di S. Domenico, 11). ― Apparteneva ai conti Solaro Della Chiusa, ora al conte Solaro Della Margherita, ex-ministro e primo segretario di Stato per gli affari esteri sotto il regno assoluto di Carlo Alberto. È bello per l’interna eleganza. In questa casa servì giovanissimo Gian Jacopo Rousseau in condizione di lacchè. Si sa che il 12 di aprile del 1728 entrò nell’ospizio dei Catecumeni di Torino. L’abjura ebbe luogo il 21. Il battesimo condizionale gli fu amministrato due giorni dopo, essendo padrino Giuseppe Andrea Ferrero, e madrina Francesca Maria Rocci. Ricevuto Gian Jacopo in casa del vecchio conte di Govone e conosciutone l’ingegno, lo trattava con molti riguardi; anzi, l’abatino suo figlio che aveva studiato a Siena lo veniva ammaestrando, nella speranza di farne un diplomatico. Ma la bizzarra indole di Rousseau lo fece uscire da quella casa e tornare al di là dei monti.

Palazzo di Città (Piazza delle Erbe). ― Uno dei più notevoli edificii di Torino. È opera del Lanfranchi (1683), di soda architettura e di giuste proporzioni. La facciata è a due ordini sormontati d’un attico: il pian terreno coperto d’archi con pilastri. Il cortile è quadrilungo, ornato di atrii e gallerie sovrapposte. La scala corrisponde al rimanente dell’edificio, e mette ad una galleria, per la quale si ha ingresso in una vasta sala. La scala e la galleria fu dipinta dal Fea. Nella sala havvi il monumento in marmo, fatto dallo Spalla, che rappresenta in alto rilievo il ritorno di Vittorio Emanuele nel 1814. Nelle sale di questo palazzo si ammira la bella e copiosa raccolta de’paesaggi ad acquarello del cav. De Gubernatis.

Nel 1805 fuvvi una gran festa da ballo, alla quale intervenne Napoleone colla sua Corte, mentre passava per Torino avviato a Milano per cingersi la corona di ferro.

In occasione delle nozze di Vittorio Emanuele II, allora duca di Savoia, con Adelaide, arciduchessa d’Austria, vi fu pure un ballo sontuosissimo, al quale scopo si adattò il grande cortile a sala, coprendolo d’una vôlta di rame.

Palazzo Alfieri di Sostegno (Via di S. Filippo, 9). ― Racchiude una copiosa raccolta di libri rari e varii classici dipinti.

Palazzo dei principi della Cisterna (Via di S. Filippo, 15). ― È uno dei più notevoli edifici per merito architettonico, eretto sui disegni del conte Dellala di Beinasco. Bella n’è la facciata esterna; bellissimo e veramente principesco l’atrio, in fondo a cui si presenta un vago giardino.

Palazzo San Marzano (Via di S. Filippo, 23). ― Venne abbellito dal conte Alfieri e dall’architetto Martinez. In questo palazzo la sera del 18 aprile 1842 il principe di Schwarzenberg, morto nel 1852 presidente del consiglio de’ ministri di S.M. l’imperatore d’Austria a Vienna, allora inviato straordinario e ministro plenipotenziario di S. M. a Torino, festeggiò con splendido ballo le auguste nozze di S. A. R. Vittorio Emanuele, allora duca di Savoia, coll’arciduchessa d’Austria Maria Adelaide.

Palazzo Costa della Trinità (Via di S. Francesco di Paola, 23). ― Eretto sui disegni del conte di Borgaro, questo palazzo contiene una ricca biblioteca, e le sue sale sono adorne di non pochi preziosi dipinti.

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( Palazzo delle Torri )


Palazzo delle Torri (Bàstion verde). ― Questo edificio, che risale al secolo d’Augusto, servì originariamente di porta settentrionale della città, che intitolavasi Porta Palatina (Porta Palatii). È costrutto in mattoni, colla schietta eleganza delle opere militari dei tempi romani. I merli che incoronano le due torri vennero aggiunti nel 1404; e più tardi quella specie d’attico che sormonta l’edificio intermedio. La parte veramente romana è il solo muro di facciata tra le due torri, fatte posteriormente. Questa porta fu chiusa nel 1639, all’aprirsi d’un’altra più a ponente (nella Piazza della frutta), che si chiamò porta Vittoria; ma prevalse nel popolo l’uso di chiamare col nome dell’antica la porta nuova, ond’è che tuttora il sito, a un dipresso, ove sorgeva, chiamasi Porta Palazzo, e impropriamente Porta d’Italia. Si trattò ne’ consigli del duca Vittorio Amedeo II di demolire la porta Palatina colle sue torri, ma Antonio Bertola, ingegnere ed architetto valentissimo, mostrò al duca l’importanza di quella mirabile struttura; e il duca la rispettò.

Il popolo, s’ignora a quale tradizione appoggiato, chiama quelle torri il carcere d’Ovidio. Nel maggio del 1724 fu concesso quell’edificio ad uso di carceri del Vicariato.

Palazzo Birago di Borgaro ( Via della Madonna degli Angeli, 19). — Edificato sul disegno del Juvara. È presentemente occupato da una società di nobili (chiamata del Wist-club) ad uso di casino.

Palazzo Falletti di Barolo (Via delle Orfanelle, 4). ― Fabbricato nel 1692 sui disegni del Baroncelli, e ristorato dall’Alfieri; racchiude preziosi dipinti. L’illustre Silvio Pellico custodisce la ricca biblioteca che possiede questo palazzo, di proprietà della marchesa di Barolo, di cui si avrà campo a parlare delle opere di beneficenza.

(Via dell’Ospedale, 13). ― Fu già dei marchesi Morozzo; di semplice e soda architettura, fabbricato coi disegni del Garoè e terminato con quelli del conte Alfieri. Ha un bello ed elegante vestibolo, dietro cui s’apre un cortile molto spazioso, ornato di un ridente giardino.

Palazzo Turinetti di Cambiano (Via dell’Ospedale, 24). — Fu eretto su disegni del Bonna. Il marchese di Cambiano possiede un’insigne collezione di quadri, di cui esiste il catalogo stampato.

Palazzo Paesana (Piazza Paesana o Susina, 10). ― Occupa tutta l’isola di San Chiaffredo. Venne inalzato sui disegni del Planteri. Son da vedersi il vestibolo, i due scaloni e il vasto cortile. Vi risiede ora il magistrato supremo di cassazione. Appartiene ai conti Saluzzo di Paesana.

Palazzo dell’Università (Via di Po, 44). — L’attuale palazzo dell’Università, che occupa tutta intera la seconda isola a sinistra di via di Po, fu inalzato per ordine di Vittorio Amedeo II; se ne pose la pietra fondamentale il 29 maggio 1713. Il disegno fu dato dall’architetto Ricca, genovese. Quest’edificio di forma quadrata ha un vestibolo magnificamente decorato: nel mezzo evvi un cortile circondato da un doppio ordine di portici sorretti da colonne, che gli danno un aspetto nobile e maestoso; due grandi scaloni, adorni di vasi di marmo istoriati, danno adito al portico superiore cinto di vaga balaustra. Le sale d’insegnamento sono distribuite ne’ due piani. Nel superiore stanno la biblioteca, la cappella, il gabinetto e il teatro di fisica. Il portico inferiore sembra un museo lapidario; vi si veggono murate lapidi romane trovate in Piemonte, e fatte ivi collocare da Scipione Maffei. Il Vernazza ne fece dipingere in rosso le lettere. Furono pure quivi allogati i marmi rinvenuti ne’ ruderi d’Industria, antica città presso Verrua, non lungi dal Po, nel Monferrato. Oltre le iscrizioni contiene bassorilievi antichi e statue, tra cui due torsi loricati, scoperti a Susa nel 1802, e restaurati. Il gruppo della Fama che incatena il Tempo, nel portico superiore, è opera dei fratelli Collini, scultori piemontesi del secolo scorso. La porta dell’Università ch’è in via della Zecca fu ornata di colonne marmoree da Carlo Felice, quando fu chiuso l’ingresso in contrada di Po, ora riaperto. Nelle due nicchie che fiancheggiano la porta d’ingresso veggonsi due statue, l’una rappresentante Vittorio Amedeo II, l’altra Carlo Emanuele III, lavoro pure dei fratelli Collini.

Ultimamente nel portico superiore vennero collocati i busti dei benemeriti professori Michele Schina, Lorenzo Martini, G. Giacomo Bricco e Felice Merlo.

(Via della Provvidenza, 22). ― Antico palazzo conosciuto popolarmente col nome di Casa del Diavolo, e fabbricato coi disegni del conte di Castellamonte. La prima pietra di questo palazzo fu posta il 13 giugno 1673. Distinguesi per la singolarità dell’entrata la quale s’apre sull’angolo reciso del nord-ovest che serve di facciata. Sono stupendi gl’intagli in legno della porta, che appartengono allo scorcio del secolo XVII. Sullo scalone vi sono due puttini di marmo sello scultore Bernardo Falconi. Questo palazzo appartenne alla maestà di Marianna Carolina di Savoia, già imperatrice d’Austria. Venne recentemente abbellito all’esterno e venduto testè pel prezzo di 600,000 franchi. Vi sono collocati nell’interno gli uffici dell’Intendenza generale della divisione di Torino.

Palazzo del Seminario (Via del Seminario, 9). — Questo sontuoso edificio fu incominciato nel 1725 e condotto a termine sul disegno del Juvara nel 1729. Il suo interno è di forma quadrata, avendo la cappella di prospetto alla posta di entrata: girano attorno al cortile due spaziose gallerie una sovrapposta all’altra, sostenute da colonne in pietra. Contiene una copiosa libreria.

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( Palazzo de' Magistrati Supremi )


Palazzo de’ Magistrati Supremi,' comunemente detto del Senato (Via del Senato). ― Sul frontone ha scritto impropriamente Curia maxima. È d’aspetto maestoso. La facciata fu disegnata dal Juvara, riordinata dall’Alfieri, terminata di fresco dal Michela. La vasta e bella mole ebbe compimento nel 1824, regnante Carlo Felice. Ma solo nel 1838 si apersero le aule ai magistrati.

Nella nuova sala a ponente, adorna di pilastri d’ordine ionico, vi ha dieci medaglioni in cui con ottimo pensiero sono raffigurati dieci de’ più famosi giureconsulti del paese. Nell’aula in cui si raccoglie la prima classe civile si vede una tavola di straordinaria dimensione, che rappresenta il re Carlo Felice nell’atto di consegnare il codice civile ai magistrati del Senato e della Camera, pregiato lavoro del cavaliere Biscarra.

Scema di molto la bellezza dell’edificio di cui parliamo l’abbracciarsi che fa colle carceri, di cui, attraverso le colonne del vestibolo, veggonsi le inferriate, la torre infame della tortura, le camere degli sgherri, e l’andito della cappella de’ condannati all’estremo supplizio. In questo palazzo ha sede la R. Camera de’ conti e il Magistrato d’Appello.

Palazzo Romagnano (Via Santa Teresa, 11). ― Il corpo principale di questo edifizio s’alza in fondo al cortile. Apparteneva nel 1649 al marchese Del Carretto da cui fu alienato nel 1680 a Sigismondo Francesco d’Este, principe di Lanzo. Ora rabbellito dal proprietario marchese Pallavicino Mossi.

Palazzo Provana di Collegno (Via Santa Teresa, 18). ― Quasi di fronte al precedente. Notabile il vestibolo. Fu costrutto nel 1698 sul disegno del Guarini.

Note

  1. G. B. Viscardi lavorò anche la statua di Re Carlo Alberto, modellata del pari dal Sangiorgio, eretta in Casale.
  2. Dell’armeria, biblioteca e d’altre attinenze del reale palazzo parleremo più innanzi.
  3. Nell’indicazione de’palazzi seguesi, movendo da questo, l’ordine alfabetico delle vie e piazze