Trento, sue vicinanze, industria, commercio e costumi de' Trentini/Notizie utili allo straniero in ordine alfabetico disposte

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Notizie utili allo straniero in ordine alfabetico disposte

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Industria, Commercio e Costumi de' Trentini Nota
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Notizie utili allo straniero in ordine alfabetico disposte.


Abitanti. Il numero delle persone che hanno domicilio in Trento, secondo lo scematismo stampato nel 1833 per cura del vescovile ordinariato, ascende a 12,166. Al quale numero se aggiungiamo quello degli abitatori dei dintorni, che somma a 9100, abbiamo appartenente a questa città una popolazione di 21,266 anime.

Alberghi. I principali sono in città: 1.o La Europa. 2.o La Rosa d’Oro. 3.o Le Due Rose. 4.o Il Sole. 5.o La Croce d’Oro. 6.o Il Leoncino. Fuori di città, ossia fuor delle mura, due nel Borgo di Santa Croce presso Porta Veronese, due vicino a Porta d’Aquileja, e due a Porta di San Martino. In tutti questi alberghi ognuno [p. 120 modifica]è trattato bene, secondo la sua condizione, ognuno è sicuro, egli e le cose sue. E diciam questo, appellandoci all’onestà di tutti i viaggiatori che qui pernottarono, a fine di tranquillare coloro che letto avessero il libro di Levvald, il quale, sospettoso, in grado sommo, prestò credenza a calunniosi racconti di qualche straniero che, vedendosi negletto perchè non seppe farsi amare, volle in qualche modo vendicarsi; racconti, i quali, se fossero anche veri, sarebbero a riferirsi ai passati anni di guerra e di fanatismo, e ad ogni modo riguarderebbero persone morte già da lungo tempo.

Altezza di Trento dal livello del mare. Da osservazioni fatte per più anni di seguito dall’accuratissimo nostro ab. Lunelli, professore di fisica, risulta che l’altezza di Trento sopra il livello del mare non oltrepassa 160 metri, ovvero piedi parigini 524, e che per conseguenza errarono coloro che la fecero ascendere a piedi 716 e f ad 831. Errore che si conserverà sempre finchè sarà conservato il costume di copiare senza verifcare. Sono parole di Lunelli. Vedi Osservazioni.

Artisti. Quattro Vescovi Principi di Trento e Cardinali, un Bernardo Clesio e tre [p. 121 modifica]Madruzzi, favorirono di seguito in questa città, con sovrana munificenza, le belle arti. E segnatamente il Clesio e il primo de’ Madruzzi, Cristoforo (il Clesio precedette il Concilio, e il Madruzzo reggeva durante quella sacra assemblea), si acquistarono in ciò eterna gloria. Chiamati da questi mecenati, o da altri signori che su la via da quelli tracciata camminavano, operarono qui il Sansovino, il Falconetto, il Serlio, il Sammicheli, il Palladio, ed ebbero accoglienza e lavoro il Brusasorci, il Romanino, il Moretto, i Palma, i Dossi, il Morone, Paolo Veronese, i Bassani, Giulio Romano, Tiziano, ed altri valentissimi, de’ quali si veggono qui e lì mirabili opere, chè fortunatamente non tutte perirono o furono guaste. Tanta affluenza di maestri eccellenti fu incitamento e scuola a parecchi del Trentino, che si acquistarono fama di periti. Meritano menzione tra questi (dopo Gieronimo da Trento pittore, e Antonio Fantucci incisore, che forse uscirono da anteriore scuola trentina) il miniatore Annunzio Galuzzi e la figlia di lui Fedele, esimia donna, miniatrice e pittrice; poi Fra Giovanni da Trento, il Dall’Aquila, i Vicentini, i Cavalli, i Caprioli, i Cavalieri. Sommo [p. 122 modifica] fu canonizzato da Canova il nostro Alessandro Vittoria, scultore ed architetto, di cui molte opere stupende si veggono in Venezia. Il C. Giovanelli dettò di questo valente, gloria di Trento, una erudita biografia, la quale desideriamo di vedere stampata, anche perchè in essa è fatta menzione di molti altri artisti trentini, quali sono, per esempio, i Dal Pozzo, gli Oradini, lo Strudel, i Rensi, gli Unberbergher, i Piazza, i Pamaroli, i Lampi. L’anno scorso piangemmo la perdita del Marchesi dalla valle di Rumo. Viventi artisti nostri sono l’Insombe, il Grafonara, l’Udine, e forse altri che non conosciamo. Speranze buone ci danno i giovani Bassi e Guarinoni da Trento. E lo Avancini da Levico è già riconosciuto pittor valente.

Benefattori. Udimmo più volte da parecchi esternare il desiderio, che ai molti benefattori di questa città sia data pubblica dimostrazione di gratitudine, a fine anche di animare sempre più questo buono spirito caratteristico de’ Trentini. Saria la gran bella e lodevole cosa vedere eretto a que’ buoni un bello monumento! Noi parlammo di pie fondazioni, ma non potemmo tutti nominare i benefattori de’ tempi antichi; vorremmo fare [p. 123 modifica]menzione di alcuni che si mostrarono benefici in questi nostri appellati corrotti; ma sappiamo che un uomo intemerato, per più titoli assai benemerito di Trento, dettò sopra questa materia uno scritto, che a quel che se ne dice dee fra poco essere stampato; e per ciò, senza più, ci congratuliamo coi buoni, che saranno lieti di vedere in tal modo soddisfatte le brame loro da un ottimo.

Bersaglio. Fuori di Porta Bresciana tirasi più volte tra l’anno di palla a bersaglio, che dicono Tavolazzo, con schioppi detti Stutzen. S’invitano i bersaglieri, ossia tiratori, portando per le vie una bandiera e il tavolazzo, e battendo il tamburo. Questo divertimento ha per fine l’addestrare la gioventù al maneggio dell’armi per difesa della patria.

Birra. In più luoghi, tanto in città che fuori delle porte; se ne beve di buona, fabbricata qui presso piazza di Fiera, o condotta qua da paese tedesco. Vendesi per ordinario a carantani quattordici fino ai diciotto per ogni mossa viennese, e la mossa equivale a due bottiglie di Sciampagna. Vedete Moneta.

Caffè. In quasi tutte le vie della città sono aperte, a pian terreno, come nelle altre italiche provincie, dall’apparire dell’alba fino [p. 124 modifica]a notte inoltrata, botteghe da caffè. Le principali sono, 1.o presso l’albergo di Europa, 2.o vicino al Duomo, 3.o in piazza delle Erbe, 4.o in contrada Tedesca.

Caserma. Un convento, che fu in antichi tempi abitazione de’ frati Alemanni, dai quali i luoghi vicini presero il nome di Fralemano, poi di Frati dell’ordine de’Teatini, e finalmente di Monache Orsoline, è la sola caserma che sia per ora in Trento. Chi avesse vaghezza di vederla, o bisogno di parlare con qualche soldato, s’inoltri da piazza del Duomo per il vicolo che è a sinistra presso i portici su la strada che guida a Santa Maria.

Case di Cambio. Baroni Salvadori, signori de Ciani, Rung, Sembenotti, Bendelli, ec. Dette di Spedizione, signori Rung, Rossi, Martini.

Cibi. Si mangia in Trento carne di manzo e di vitello sempre ottima. Il manzo viene in gran parte dalle valli tedesche, specialmente da quella di Pusteria, il vitello dalle trentine. Il castrato è nell’estate, poichè nutrito delle balsamiche erbe sull’alto delle montagne, molto saporito. ll salvatico volatile, zebraone o cedrone, gallina, francolino, beccaccia, pernice, tordo, e il quadrupede, [p. 125 modifica]camoscio, lepre, si trova d’una squisitezza, che esser potrebbe tentazione d’intemperanza all’uomo il più moderato. Il pesce dell’Adige piace a molti, ad altri aggrada più quello de’ fiumetti suoi tributarj e de’ laghi: il salmerino che pescasi in quelli della Naunia è dilicatissimo. A tutte le stagioni si mettono in tavola erbaggi e frutta d’ogni maniera e di gradito sapore. Le frutta nostre ebbero l’onore di piacere perfino al dilicatissimo palato di Lewald! Vedi Vino.

Circolo. Quello che in altri luoghi è detto provincia, prefettura, commissariato, ec., qui è detto Circolo. Ad un Circolo è preposto un capitano politico, e per ciò dicesi capitanato l’uffizio o magistrato intero. Il Circolo di Trento abbraccia solo una parte del fu Principato trentino, al quale appartenevano anche paesi che ora appartengono ai due Circoli di Rovereto a mezzodì e di Bolgiano a settentrione di Trento. La popolazione di questo circolo ascende al numero di 182,187 anime. Vedi Diocesi.

Clima. Chi ha letta la terza parte di questo scritto può essersi fatto persuaso che dolcissimo è il clima di Trento e de’ suoi dintorni. Aggiungiamo, a confutazione di tutte le [p. 126 modifica]tantafere scritte finora da chi fu mosso da passione od era male informato, e parliamo per esperienza, che qui non sono a temersi gli orrori dell’inverno, ma da fuggirsi i calori dell’estate. Vedi Altezza ed Osservazioni.

Curia vescovile. Poichè il vescovo di Trento cessò di essere Principe regnante, che fu nel 1803, il palazzo di castello non fu più sua residenza. L’ultimo principe, Emmanuele conte di Thunn, ristaurò con suoi denari la casa dei decani capitolari colla mira di farne episcopio, ma nè egli nè i suoi successori poterono abitarvi, perchè la fabbrica fu destinata da chi ebbe il comando ad altri usi. Il vescovo è per ciò ancor al presente costretto ad abitare casa presa a pigione. Dimora adesso in contrada di San Vigilio vicino al Duomo, ed ivi è anche la Curia.

Dialetto. Quello de’ Trentini (intendo parlare della gente incolta, chè i colti parlano il dialetto frammettendo a’ loro discorsi vocaboli di lingua scritta) è nella sua purità, per giudizio di molti, uno di quelli che più si approssimano alla lingua nobile d’Italia. Ne diamo saggio nel seguente dialogo tra un artigiano e sua moglie:

St’am, Marietta, se Dio no manda [p. 127 modifica]disgrazie, la passerem bem. Zaldo, vim, e legna ghe n’avem, Coi lavoreri che g’o’ zà ordinadi per tut l’inverno, ne torem la carne, el stofis, el pam, e el companadeg. Adès coi bezi che m’è vanzà a mi, e con quei che ciaperat ti da to misser pare per interes de la to dota, bisognerà che comprente da vestir, e da far en poc de tela, e prima de tut farem far na pelegrina col so colarim e con na bella lazza per el mattel che no ’l patissa fred a nar a scola. —

Oh sì, brau. Che gusto che ’l g’averà el Bortolim! Toghe subit sta pelegrina, che mi ’ntant no g’ò bisogn. Pensa alle vanità le matte, a mi me preme el mè Bortolim. El sior Direttor el m’à dit che ’l g’à talento, e che ’n scola l’è quiet e dabem. Me par che no ’l deva creder! perchè for de scola l’è tut so papà, el g’à del birichim! —

Sicchè mi som en birichim! La diga su, siora teologhessa. Cossa fazzo mi da dirme birichim? —

Uh, vedel lì, subit smanie! Set en colera?

Mi no. Con ti, el sat bem, no posso andar eu colera. Set la me Marietta! Ma dime, cossa gh’at de lagnanze contro de mi? —

Veut che te le diga? Ti set n’arzent vif, [p. 128 modifica]g’at del fogo, te lasset qualche volta trasportar da la rabia. E allora... —

Ghe n’en posso mi, se questo l’è ’l me natural? Finalment no ò mazzà nè gnanca mai bastonà nessum. —

Anca de queste ghe voria per far morir de passiom to mojer, e rovinar to fiol! El natural, caro ti, bisogna vardar de corezerlo. E ti che set pare g’at obbligo maggior. To fiol, che l’è to fiol, vif e rabioset anca el, g’at osservà no? l’à tolt su el to vizio. E chi bisogna rimediarghe; e tocca a ti col moderar le to impazienze. Se nò la ne passerà mal... Mo vardè che sugo! Adès el pianze? Cossa g’at po? T’ò fat dispiazer? —

Dame la mam, Marietta; te prego dame la mam. —

E po? Ma no pianzi no. —

G’at resom, resom da vender. Quando la me salta som na bestia. Anca l’altro di ò fat pianzer el garzom col cridarghe, e per nient. E l’è ’n bon zoven, e brau che ’l faria i pei alle mosche. Ghe domanderò perdom. E a ti te prometto su sta cara mam che me emenderò, perchè vedo che dago scandol a me fiol e che ti g’at passiom. Domam vado a confessarme. E ti, che set n’Anzol, prega per [p. 129 modifica]mi, prega che ’l Sioredio me perdona e che’l me ajuta.

Diocesi. La diocesi di Trento contava, dice Lewald il veridico, 150,000 anime. Quando ciò fosse noi nol sappiamo. Ma egli e il Mercey, che furono qui di passaggio, sanno tutto quello che ci risguarda su per le dita! Al presente, dopo che vi fu aggregata una parte di quella di Coira, cioè il Meranese e la Valvenosta, il numero de’ Fedeli ascende a 399,193. Il che vuol dire che dal tempo ignoto di cui parla il Lewald, la popolazione di questa diocesi è aumentata di 200,000 individui, cioè, più del doppio, perchè i paesi nuovamente aggregativi non contano 50,000 anime.

Distanza di Trento dalle seguenti città calcolata a miglia italiane. Da Bassano miglia 48. Da Venezia 83. Da Verona 52. Da Brescia 75. Da Milano 126. Da Bolgiano 32. Da Bressanone 54. Da Innsbruck 97. Da Coira 190. Da Monaco 172. Da Salisburgo 184. Da Vienna 360.

Da Trento alla sommità del Brenner, donde scende lo Eisack, l’Isarco, il quale mette in Adige sotto Bolgiano, la distanza è di miglia 78.

Da Trento fin presso alle sorgenti dell’Adige la distanza è di miglia 90.

[p. 130 modifica]Dominatori. Quando Trento col suo ampio territorio formava parte dell’antica Rezia, reggevasi, come le altre retiche tribù, a forma di repubblica. Gli Euganei, gli Etrusci, i Galli, che vennero in varj e lontani tempi gli uni dopo gli altri nel Trentino, dominaronvi forse per pochi anni, ma poi, frammischiatisi agli indigeni antichi Tridentini, adottarono la maniera di governo di questi, e furono liberi. I Romani avevano sparso già molto del loro e dell’altrui sangue per avere il vanto e l’utile di poter dominare sopra i popoli, quando venne loro fatto di occupare o colla forza o per volontaria sforzata dedizione questo libero paese. Dopo la guerra retica, postivi presidj, vi dominò alla sua foggia Augusto. Se non che sotto gli altri romani Imperatori, essendo Trento divenuto colonia, il reggimento fu misto, cioè monarchico e popolare. Dopo le incursioni di Odoacre signoreggiovvi Teodorico re d’Italia a suo talento, e così fecero pure gli altri principi Goti. Scacciati questi dai generali di Giustiniano, restò il Trentino per breve tempo soggetto al greco Imperatore. Vennero poscia i Longobardi, e governarono questa provincia per Duchi, i quali avevano ampia autorità in ogni ramo di [p. 131 modifica]amministrazione. I Re d’Italia francesi, posto fine al regnare de’ Longobardi, comandarono qui come nel resto del regno, dividendo il potere col clero e coi nobili, e mandandovi Duchi ancor essi. Al modo stesso imperarono i Re italiani dopo l’estinzione della francese dinastia, e non altramente fecero gl’Imperatori tedeschi che furono Re d’Italia. Entro questo periodo però i governatori ebbero titolo ora di Duchi, ora di Conti, ed ora di Marchesi. E convien notare che, già dal tempo in cui reggevano i Franchi, i nostri Vescovi ebbero, ora più, ora meno, parte ancor essi al temporale governo. Il vescovo Odescalco usò, nel secolo nono, de’ beni della Chiesa per animar e premiar chi la difendeva, non facendolo il Re, dagli Ungari oppressori. Il vescovo Manasse fu, nel decimo secolo, Marchese, ed ebbe soldati, cui comandava per un suo cherico. Ottone Magno e i suoi successori accordarono, come ognuno sa, potere e giurisdizione al Clero per opporlo ai feudatarj insubordinati. Quando Corrado, appellato il Salico, cedette e donò, l’anno 1027 e 1028, al vescovo Udalrico II il dominio temporale su tutto il Trentino, come aveanlo avuto i Duchi, i Conti e i Marchesi, [p. 132 modifica]Imperatore, per determinare i confini, chiese il consenso e la collaudazione del Vescovo. Dopo quel tempo imperarono i Vescovi col titolo e coll’autorità di Duchi, di Conti, e di Marchesi, avendo più tardi assunto il titolo e la dignità di Principi. Alcuni Conti del vicino Tirolo, fattisi avvocati e protettori della Chiesa di San Vigilio, contrastarono ai Vescovi la temporale signoria; e sebbene i Vescovi e i Papi e gl’Imperatori vi si opponessero, smembrarono tuttavia notabilmente il principato, pigliando per sè alcuni tratti di paese che appellaronsi Giurisdizioni. Del resto, salvi ne’ Conti del Tirolo i privilegj d’Avvocazia stabiliti da replicate convenzioni che si dissero Compattate, e salvi i diritti di supremazia negl’Imperatori, i Vescovi Principi di Trento furono Sovrani indipendenti, il che provarono coll’essere nel nostro paese Legislatori, e col conchiudere trattati di alleanza e fare cambj di territorj cogli stessi Conti del Tirolo, i quali per più titoli riconoscevansi vassalli della Chiesa trentina, ricevendone investiture. Conservarono i Vescovi Principi il sistema feudale già stabilito abantico, e alcuni feudatarj ebbero ne’ loro distretti l’amministrazione della giustizia civile [p. 133 modifica]e criminale. Ma essi accordarono o confermarono anche ai Comuni, nelle loro così dette Carte di Regola, grandi privilegj che equilibravano il potere di quelli. La città sostenne sempre una specie di municipale indipendenza. Di che luminosa prova è che essa faceva da sè i proprj statuti, sottoponendoli soltanto all’approvazione de’ Vescovi Principi. Del quale privilegio godevano, com’è detto, anche i comuni del contado, facendo le proprie Carte di Regola. Colla pace di Luneville, 1802, fu questo principato trasferito in potere dell’Austria, che lo unì alla provincia del Tirolo. Presto dopo fummo parte del regno di Baviera, poi di quello d’Italia, fondato e retto da Napoleone, e finalmente riuniti al Tirolo formiamo con esso una sola provincia, colla distinzione di Tirolo italiano, e siamo governati dagl’Imperatori dell’Austria.

Episcopio. Vedi Curia.

Epoca. Le principali epoche della trentina istoria sono le seguenti: 1.o Fondazione di Trento, anteriore, secondo ogni probabilità, a quella di Roma. 2.o Il Trentino soggetto per intero ai Romani, a’ tempi d’Ottaviano Augusto. 3.o Venuta de’ Longobardi e stabilimento del longobardico regno, di cui il [p. 134 modifica]Trentino fu provincia, sul finire del secolo sesto. 4.o Conquista fatta del Trentino da Carlo Magno, e fondazione del nuovo regno d’Italia, alla fine del secolo ottavo. 5.o Il Trentino divenuto principato ecclesiastico sul principio del secolo undecimo. 6.o Il reggimento del vescovo Egnone, uomo d’ardimento imperterrito e d’irremovibile fermezza, verso la metà del secolo decimoterzo. 7.o Il governo di Bernardo Clesio, e il Concilio ecumenico, nella prima metà del decimosesto secolo. 8.o Il Trentino unito, sul principio del secolo decimonono, alla provincia del Tirolo, sotto il dominio della Casa d’Austria. Vedi Dominatori.

Festa o Fiera di San Vigilio. A’ ventisei del mese di giugno si fa ogni anno in Trento solennità in onore del principale protettore della diocesi S. Vigilio nostro vescovo e martire. Lewald ne fece stampare e ristampare una descrizione, la quale ha molto divertito quelli che ridono volontieri a spalle di noi poveri Italiani senza coltura e senza forza. È vero quello che ei dice della grande affluenza di gente, e de’ molti divertimenti che vi si danno. Ma è un motteggio offensivo delle molte nobili e ricche famiglie della città e [p. 135 modifica]della provincia, il dire che a questa festa si veggono tre carrozze. Ei dice di avere vedute due dame vestite pomposamente, ed osservato che le altre portavano abiti da ballo. È probabile che tutte queste sue dame fossero cameriere, perchè in quel dì le dame vanno alla messa, e poi restano in casa per non mettersi nella folla. È poi falso che i Trentini credano essere questa solennità una gran maraviglia; e falsissimo che i cittadini si abbassino a fare i giocolieri per carpire denari onde torsi in quel dì una pasciuta. Nota egli esservi gran movimento e trambusto a questa festa; gl’Italiani sono vivaci, manca loro una certa gravità, ci vuole pazienza; ma ei guardossi bene dall’osservare che tutto passa con ordine e fratellanza. Egli si è divertito a vedere i buffoni e ad udire il ciarlatano, gente di cui è feconda sola la incolta Italia! Piaciono ancora a noi i sali e le lepidezze di costoro. E doniam loro qualche moneta, perchè non ci dicono ingiurie, e non insultano ai nostri sacerdoti, come quelli che ci vendono care le loro maldicenze.

Insegna. L’aquila semplice colle ali distese, che vedesi in varj luoghi della città scolpita o dipinta, è l’insegna di Trento. Una volta [p. 136 modifica]il Magistrato se mostravasi al pubblico in corpo, si faceva precedere dalle aquile fuse in argento. Le lettere S. P. Q. T., che pur si veggono scolpite, sono le iniziali di Senatus Populus Que Tridentinus. E questo è anche prova di quanto dicemmo sopra all’articolo Dominatori.

Lapidi romane scritte. Se ne veggono: 1.o nel palazzo del civico Magistrato; 2.o in piazza del Duomo, sul muro della casa de’ signori Bertolini, e nel cortile del dottore Garzetti, professore d’istoria e filologia in questo Liceo; 3.o presso il C. Simone Consolati; 4.o nel suburbano del C. Giovanelli; 5.o nell’esterno della chiesa di Piè di Castello; 6.o sul colle o dosso di Trento. Altre non poche si conservano nelle valli trentine. Cresseri, Tartarotti, Stoffella, Giovanelli, letterati nostri, scrissero interpretandole e dilucidandole libri eruditi. Ne scrisse anche il signor Labus; ed udimmo testè con somma soddisfazione, che questo dotto sia per dare alla luce tra poco un Museo tridentino, dalla sua eruditissima penna illustrato.

Lavori pubblici. Da qualche lustro in qua, segnatamente dacchè al Magistrato presiede qual podestà il C. Giovanelli, molti furono [p. 137 modifica]i lavori pubblici condotti a fine in questa città. Opere nuove sono la piazza delle Erbe, che pria dicevasi delle Oche, la fontana presso la chiesa di San Pietro, il macello, il lastricato e i comodi selciati delle vie, opere lodate anche da Lewald, i canali scavati nella pietra, il luogo di passeggio e le arginazioni su la destra del Fersina, il sontuoso cimitero, il ponte San Lorenzo, ec., ec. Più altri si disegnò di eseguirne utili o decorosi, quando il governo, che risiede in Innsbruck (dove pur si fecero da quel valente signor podestà, sull’esempio di Trento, laudabili innovazioni), voglia favorirle e promuoverle.

Letterati. Non scarso è il numero de’ Trentini che pubblicarono scritti o poco o molto voluminosi. Sperando che il lettore abbia ad essere lieto d’averne contezza, nominiamo qui i principali, senza assicurare di aver fatta menzione di tutti i meritevoli. Ci è chi crede essere stato trentino Sesto Rufo, scrittore di cose romane. Certo è che trentino fu quel Secondo, caro ad Agilolfo re de’ Longobardi, ed a Teodelinda sposa di lui e vedova di Autari, dal quale trasse Varnefrido, noto sotto il nome di Paolo Diacono, parte delle istorie de’ [p. 138 modifica]Longobardi. E venendo a’ tempi a noi più vicini, la città di Trento conta un Martini Gesuita, di cui si hanno relazioni su l’Impero della Cina; un Sardagna, che ridusse a facil metodo la teologia; un Giacopo Cresseri e un Gentilotti, versatissimi nelle antichità, specialmente trentine; un Bernardino Pompeati, giovane poeta; un medico, Giuseppe de Lupis; e, per tacere di altri, il Rovereti e il Borsieri, medici in tutta Europa famosi. Rovereto va gloriosa di un Girolamo Tartarotti, d’un Clementino Vannetti, d’un Rosmini, istorico, ec., ec. L’opera del primo: Del Congresso delle Lamie, basta sola ad immortalare l’autore e la sua patria. Clemente Baroni da Sacco fu istorico. Nicolò conte d’Arco da Arco era sommo poeta. Il De Gasperi da Levico dettò scritti istorici e polemici. Scrisse di cose istoriche Bortolamedi da Pergine. Cinque grossi volumi di trentine memorie mandò fuori il P. Bonelli da Cavalese. Dettò scritti di giurisprudenza Luigi Prati da Tenno. La Naunia, ch’è tra le valli trentine la più popolosa, vanta un Conci, o Aconcio, di Ossana, filosofo; un Antonio Quetta da Quetta, giurisprudente; un Busetti da Rallo, che imitò felicemente, poetando, il Petrarca; i Gesuiti [p. 139 modifica]Bonanni, che lasciò opere sopra la storia naturale, la numismatica, ec. Chini, autore della miglior carta corografica che si abbia della California; un Menghini da Brez, che diede fuori dissertazioni mediche; un canonico Cristani da Rallo, del quale abbiamo un trattato sull’agricoltura, ed uno sull’educazione de’ giovani contadini; un Giacopo Maffei da Revò, che fece stampare i periodi istorici e la descrizione della Naunia. Tre sommi furono il Martini Carlo da Revò, il Pilati da Tassullo, il Barbacovi da Tajo, i quali ottennero nella repubblica dei dotti molta celebrità. — Lasciarono manoscritti preziosi Ambrogio Franco, Ignazio da Prato, un D.r Ippoliti, il P. Giangrisostomo da Avolano, il C. Carlo Martini da Calliano, il Vescovo Principe Felice degli Alberti, e questi trattano tutti d’istorie trentine. — Scrittori viventi sono Tecini Francesco, Maffei Giuseppe, Maffei Andrea, Giovanelli Benedetto, Zajotti Paride, Rosmini D. Antonio, Mazzetti D. Antonio, Eccellenza, Scari Girolamo, Perini, Clok, Sartorelli, Marsili, Telani, Filos, De Vigili, Garbari, Negrelli, Dalla Bona, ed altri ancora, intorno ai quali seguiremo il precetto, non curato dagli adulatori: Lauda post mortem.

[p. 140 modifica]Libraj. Lo stampatore e librajo signor Monauni, che dà fuori il giornale: Ristretto de’ foglietti universali; abita in contrada Lunga vicino al cantone; Rasini in contrada Oriola; Marietti in piazzola presso alla torre di piazza del Duomo. Questi libraj sono forniti di opere moderne, specialmente italiane, e ricevono commissioni per l’estero. I due ultimi vendono anche incisioni e stampe d’ogni genere. Marietti è anche calcografo.

Medici. Trento, patria dell’Alessandrini, del Rovereti, del Borsieri, del Dalle Armi, ebbe ed ha valenti dottori in medicina; e sarà di conforto per chi fosse sventurato a segno di cadere qui malato, il potere sperare, mediante il loro soccorso, la perduta sanità.

Mendicanti. Non vedi in Trento mendico che ti assalga e importuni su per le vie. Il vecchio, l’infermo, l’indigente, il poltrone e il dabbene cui manca lavoro, sono assistiti nelle case loro, o ricoverati nell’Istituto a ciò fondato in questi ultimi anni.

Mercati. Dicemmo de’ mercati che si tengono in Trento a San Martino e alla Casolara. Aggiungiamo che tutti i lunedì d’ogni terza domenica del mese sono pure destinati [p. 141 modifica]a mercato di animali. Il dì 10 d’agosto, festa di San Lorenzo, e il 24 dello stesso mese festa di San Bartolomeo, adunansi in Trento mercanti di seta, e vi si fanno compere e vendite considerabili.

Messa. Ne’ dì festivi si legge messa in tutte le chiese la mattina per tempo. Alle undici la si può ascoltare in Duomo e in Santa Maria. L’ultima si celebra in Duomo alle undici e mezzo.

Modiste. Se qualche signora viaggiatrice abbisognasse di qualcuna delle molte coserelle che servono al donnesco ornamento, sappia che qui le modiste sono fornite dell’occorrevole, e che goderanno di fare onesto guadagno servendole prontamente.

Moneta. Il Tron e il Fiorino sono le due ideali monete di questi dì nel Trentino. Il Tron è la lira trentina di venti soldi. Cinque troni fanno un Fiorino, che vale cento soldi trentini, o sessanta carantani. Abbiamo il Fiorino viennese, il tirolese, l’imperiale e l’abusivo di piazza. Il fiorino viennese è mezzo tallero, ossia lire austriache tre, e la lira austriaca è il pezzo d’argento da venti soldi, o carantani viennesi. Il fiorino tirolese importa in calcolo un cinque, l’imperiale un venti, [p. 142 modifica]e l’abusivo odierno un venticinque per cento più del viennese. Sicchè fiorini 100 di Vienna fanno fiorini 105 del Tirolo, fiorini 120 dell’Impero, e fiorini 125 abusivi, o a corso di piazza. Cosi una lira austriaca vale al corso viennese carantani 20, al tirolese 21, all’imperiale 24, e all’abusivo 25. La lira austriaca vale circa 20 centesimi austriaci meno del franco.

Monte di Pietà, Montesanto. Aveva Trento un fondo per fare pubblico prestito, ossia un Montesanto, ma le ultime guerre furono causa che venisse distratto. È dovuto il merito di avere legato un forte capitale, acciocchè abbia a rinovarsi e sussistere questo benefico istituto, al sig. Andrea De Bassetti da Trento.

Musica. Amasi generalmente in Trento di udire canti e suoni; i giovani, e specialmente le donzelle nobili, imparano musica: ma, poichè mancano fondi onde offrire soldo stabile a chi non potrebbe dedicarvisi per solo divertimento, il desiderio comune è rare volte soddisfatto. Le società sono divise, e per ciò ristrette a piccol numero, il che fa che vi è poca emulazione e poco diletto. Una sala pubblica, dove senza riguardo potrà comparire ogni dilettante, sveglierà e manterrà il gusto [p. 143 modifica]per il nobile, onesto, ed utile passatempo del suonare e cantare.

Navigazione. L’Adige, che d’inverno comparisce piccolo fiume, è nelle altre stagioni sì ricco d’acqua, che porta grandi zattere e barche. Esso è navigabile in su fino a Bronzolo, poco discosto da Bolzano. Trasporti di merci, legnami, ec., si fanno in giù sulle zattere; su le quali si veggono talvolta comparire numerose turbe di gente che non vogliono o non possono battere la via regia polverosa.

Neve. Non tutti gl’inverni, come notammo altrove, cade in Trento neve. Ma se avviene che ne caggia, sia poca o molta, è trasportata subito ne’ canali e condotta fuori delle mura; e per le vie e le piazze si va e si viene a piedi asciutti anche nella rigida stagione.

Orti. Non pochi sono i signori e mercatanti che si dilettano di coltivare piante esotiche e nostrane; ma, per difetto di spazio in città, fassi la coltura nelle vicine ville; dove si veggono orti e giardini disposti senza lusso, ma pure con gusto. Evvene uno in città ad occidente del Duomo giù presso le mura, proprietà dell’abate Cappelletti. Il suo ortolano [p. 144 modifica]regala alle gentili signore, ricevendo mancia da chi le accompagna, belli odorosi mazzetti.

Osservazioni metereologiche. L’egregio nostro abate Lunelli, professore di fisica, stampò le sue osservazioni di quindici anni fatte in Trento, alto sopra il livello del mare 160 metri. Da queste risulta: 1.o Che in tutti questi 15 anni il termometro si abbassò, nel dicembre, dai 4 lino ai 6 gradi sotto il gelo cinque volte sole; 2.o che la massima di tutte le temperature del dicembre in Trento è di 11 gradi sopra il gelo, la minima di 6 al di sotto, e la media di 2 gradi al di sopra; 3.o che in 15 anni furono per Trento 4 dicembri con neve e pioggia, 7 con sola pioggia, e 4 senza neve e senza pioggia, e che per ciò Trento in 15 anni ebbe 11 dicembri senza neve. Vedete Altezza e Clima.

Passeggio. Trento, per la ristrettezza della valle, il cui piano è in parte occupato dal fiume, e forse più perchè in passato si pensava poco alla ricreazione e sanità della gente, non ha peranco luogo spazioso abbastanza destinato al pubblico passeggio. Arioso è quello preparato di recente a tal uso, il quale estendesi dal convento de’ Cappuccini sino agli argini del Fersina, dove si offrono allo sguardo [p. 145 modifica]bellissime prospettive; ma esso è troppo ristretto, ed anche talvolta infestato dalla polvere che sollevasi dalla via. Per ciò la gente nelle ore opportune al passeggiare si va dispergendo in altri siti. Chi sale da piazza di Fiera verso San Bernardino, chi scende al Cimitero e al palazzo delle Albere, altri uscendo per porta di San Martino s’inoltrano su per la ripa dell’Adige, ed altri si portano in giù al ponte di San Lorenzo, avanzandosi fino a Piè di Castello. Il forestiere che ama di veder gente si porti ne’ detti luoghi, e gli verrà fatto d’incontrarne molta, specialmente ne’ giorni di festa e in tutte le sere dell’estate.

Spezierie. Sono in Trento cinque spezierie, o a meglio dire farmacie. Tre in piazza del Duomo, una in contrada di San Pietro, ed una in contrada del Teatro. Di primavera e d’estate sono gli speziali forniti di bottiglie d’acqua acidola di Pejo, di Rabbi e di Recoaro. Il forestiero che vuol gustare queste acque rivolgasi a loro.

Tolleranza. Il popolo trentino non chiede ad alcuno di qual nazione egli sia, e qual religione professi, quando ciò non avvenga per mera curiosità. Esso ama tutti, e in questo senso è tollerante. Ma egli non soffre poi che alcuno sprezzi [p. 146 modifica]le sue innocenti costumanze, o sia ardito di fare oggetto di motteggi o di scherni la Cattolica Religione, il suo culto o i suoi ministri. Avvertiamo perciò con amorevolezza fraterna giovani viaggiatori di non essere facili a trascorrere nel sentenziare. Il mondo è bello perchè ogni paese varia nelle sue costumanze e nelle esterne pratiche libere di religiosa devozione. Notate che parlo di esteriorità; non sono, grazie a Dio, sì debole di mente da poter essere indifferentista; intendiamoci bene. Il carattere di un popolo, i suoi costumi, la sua religione non si conoscono in due giorni. Tutto ha o può avere la sua buona ragione, fuorchè l’operare immoralmente; e nemmeno immorale può dirsi ciò che tal sembra a chi nel giudicare è mosso da falsi principi o da prevenzioni. Se noi sprezziamo le pratiche e costumanze degli altri, gli altri possono per la stessa ragione deridere le nostre. Queste ridicolaggini fecero e fanno gli uomini tra loro nemici. Quando ci ameremo come fratelli? Non vi è mezzo più sicuro di farsi avere in odio che fare il saccente spregiatore. I nomi di Mercey e di Lewald saranno tra noi disprezzati, perchè essi buffoneggiando violarono le leggi della comune [p. 147 modifica]civiltà, e si mostrarono stolidamente intolleranti.

Uffizio. Indichiamo i luoghi dove al presente risiedono gli uffizj coi quali può lo straniero aver a che fare. 1.o Uffizio di Polizia, in contrada di Santa Maria Maddalena. 2.o Uffizio di Posta delle lettere, su la Piazza delle Erbe. 3.o Uffizio di Posta de’ cavalli, all’albergo di Europa. 4.o Uffizio del Capitanato circolare, sulla piazza dell’Erbe. 5.o Uffizio di Finanza, in contrada di San Marco. 6.o Uffizio di Dogana, sulla piazza di Castello, detta la Mostra. 7.o Uffizio Civile e Criminale, o Tribunale di Giustizia, sulla piazza del Duomo, coll’entrata ad oriente presso la gran torre. 8.o Uffizio di città, o Magistrato civico, in contrada Larga; 9.o Uffizio Ecclesiastico; vedi Curia. Accesso a questi uffizj si ha dalle otto della mattina fino alle dodici, e dalle tre sino alle sei della sera. Le guardie di Polizia, che sono alle porte, adempiono il dover loro a tutte le ore.

Uomini illustri. Dicemmo di nostri scrittori ed artisti in altro luogo. Il paese conta altri celebri personaggi. Per tacere di quel Festino, che dall’imperatore Valentiniano fu mandato proconsole in Asia a governare quelle vaste regioni, ci è motivo di credere che trentini [p. 148 modifica]fossero anche i due celebri duchi di Trento Evino ed Alachiso, che a’ tempi de’ Longobardi fecero a questa provincia l’uno molto bene e l’altro assai male. Anche Agnello, vescovo, che resse in que’ tempi la Chiesa, fu uomo di gran merito, e pare doversi ritenere parente di Evino. Capitani valorosi e di grido furono un Giorgio Pietrapiana, vincitore del duce veneto Sanseverino, un Galasso, che militò per Ferdinando II in Germania e nella nostra Italia, e che nelle istorie si fa pari ai Tillì e ai Wallenstein, un Antonio dalla Valle di Non (probabilmente Antonio III di Tono), che fu compagno del gran Bajardo alla guerra contro i Veneziani al tempo della Lega. Ugone Candido da Caldesio, tre Madruzzi, due Thunn, un Firmiano, un Clesio, un Migazzi, furono cardinali di Santa Chiesa. Uomini di Stato e protettori delle belle arti avemmo ne’ vescovi Egnone da Piano, Federico Vanga da Bolzano, Bernardo Clesio, Cristoforo e Ludovico Madruzzi. Carlo Firmiano governò con lode la Lombardia, e vi fu rigeneratore de’ buoni studj. Quasi tutte le nostre nobili antiche famiglie vantano a ragione buon numero di loro antenati che si acquistarono gloria con opere virtuose. [p. 149 modifica]

Valli trentine. Molte sono le valli componenti la provincia che si disse e dicesi il Trentino. Diamo delle principali una brevissima notizia, acciocchè il viaggiatore che volesse visitarle sappia almeno in grosso quello che vi si può vedere di notabile.

1.o La valle Atesina, che dalla Chiusa sopra Verona stendesi fino a Trento, e di qui fino a Bolgiano ed a Merano, è lunga e stretta, non però tanto che non si dilati in più luoghi notabilmente. Ascendendo si passa battendo la via regia, che è su la sinistra del fiume, per Dolcè, Peri, Ala, Rovereto, Avolano, Calliano, Mattarello, Trento, Gardolo, Avisio, San Michele, Salorno, Egna, Ora, Bronzolo, Bolgiano, senza fare conto di altre piccole terre. Ed è da notarsi che, sebbene da Salorno in su parlisi al presente dalla più parte degli abitanti la lingua tedesca, pure i nomi delle terre sono, come chiaro apparisce, al tutto italiani. La qual cosa si avvera similmente su la destra dell’Adige nei nomi delle terre Cortina, Magredo, Cortaccia, Termeno, Caldaro, Vadena, Ghirla, Piano, Planizie, Lana; come pure in Terla, Maja, Senna, Merano, che sono sopra Bolzano su la sinistra. Le quali denominazioni [p. 150 modifica]d’origine latina mostrano che questo bel tratto di paese, com’è per clima, prodotti, e geografica posizione, così fu lungamente anche per lingua italiano. Certo è che fin nel secolo decimoquarto parlavasi in Bolgiano comunemente la lingua d’ltalia. Lo afferma il cronista Pincio, che scriveva verso la metà del decimosesto. La valle è feconda in fieno e grano; e tanto nel piano quanto su le pendici e su i colli danno abbondantissimo prodotto i gelsi e le viti. I fiumi e torrenti che mettono in Adige, e questo stesso, obbligato a fare lunghe curve, cagionanvi talvolta danni gravi, e rendon necessarie grandi spese per le arginazioni. Furono da poco in qua sradicate boscaglie e rese asciutte paludi a fine di farne belle campagne e renderne l’aria più salubre. Sua Maestà l’Imperatore offerse notabili somme da impiegarsi all’opera da tanto tempo desiderata di regolare il corso dell’Adige; e quando ciò si effettui, sarà questa una florida e felice vallata.

2.o Sulla sinistra dell’Adige è notabile tra le altre Valsugana, per la quale scorre il Brenta, da alcuni creduto il Medoacus, e da Messala Corvino detto Brentesia. Trae questo la sua origine non presso ai laghi di Levico [p. 151 modifica]e Caldonazzo, come scrive Lewald (che passò per la Valsugana pieno di cattivo umore e frettoloso, perchè sua Frau era spaventata dai ragni, ed esso non trovò cibi convenienti al suo rango e alle sue abitudini), ma proprio dai due detti laghi. Da Trento si va per questa vallea a Bassano, sempre lungo il Brenta, passando di là da Civezzano e Pergine per Levico, Borgo, Castelnuovo, Grigno, Primolano, Solagna, ed altre piccole terre. Essa è molto bene coltivata, specialmente da poco in qua. Il maiz, la vite, il gelso fanno la prosperità del paese, che alleva anche molto bestiame, e vende, in lontane regioni ottime castagne. Quivi furono e sono, come sul Perginese, miniere di ferro, di vitriolo, di allume, di antimonio. E nel monte presso Levico trovansi fonti di acqua vitriolica, alluminosa, ferruginosa. Abbonda anche la valle di Petrificati.

3.o A settentrione di Valsugana è, pur su la sponda sinistra dell’Adige, la valle di Fieme, e più verso Trento quella di Cembra, per le quali ha corso lo Avisio. Fieme abbonda molto di legname da fuoco e da fabbrica, e alleva con diligenza bestie bovine. Ivi sono le cave di marmo di varie sorti, [p. 152 modifica]delle quali parlarono già parecchi celebri naturalisti. In Carano è un bagno frequentato. Que’ di Cembra fanno smercio di animali e di castagne.

4.o Su la destra dell’Adige è Valle di Sarca, denominata così dal fiume che la divide, mette foce nel lago Benaco, ed uscendone prende il nome di Mincio. Vi si va da Trento per Buco di Vella. Le terre più considerabili di là del lago di Magnano, ora di Santa Massenza, sono Calavino, Lasino, Cavedine, Drò, e poi le città di Arco e di Riva. Riva è città mercantile e posta sul Benaco. Fu qui, fu in Riva che l’osservatore Lewald vide, chi il crederà? vide, cosa nuova e portentosa, una ostessa, che, per essere monda, si lavava la faccia ed il collo! In questo genere di scoperte il Lewald può fare da maestro a tutti gli scrittori di viaggi! In Lasino è una cava di marmo bigio-nero; ed una di marmo a più colori ve n’è pur in Cavedine. I gelsi, le viti, le ficaje, gli ulivi, abbellano questa valle deliziosissima.

5.o Di là di valle di Sarca è ad occidente la Valle di Giudicarie Citeriore. Qui pure si coltivano viti e gelsi, e veggonsi filande. In Cumano è un bagno termale che meriterebbe [p. 153 modifica]più attenzione di quella che vi si mette. Presso Stenico si precipita dal monte di burrone in burrone una sorgente copiosa di acqua, che forma una bianca striscia in mezzo alle verdi praterie che sono a destra e a sinistra, la cui veduta, abbellita dal vecchio castello, è assai dilettevole, specialmente trovandosi presso al ponte sul Sarca.

6.o Da Stenico lungo il Sarca, o da Villa di Blegio valicando il monte Durone, si entra nella Valle di Giudicarie ulteriore, la quale dà le sorgenti al Chiesio che porta le acque al lago d’Iseo ed indi gettasi nel territorio bresciano. Tione è il luogo principale, e di sotto giace Condino e Storo, anticamente Setauro. Da questa valle si passa, volgendo a tramontana, in quella di Rendena, ricca di bestie bovine e di selve, che frutteranno denari quando gli abitanti praticheranno vie non solo in giù ma ben anche in su per entrare nella prossima Naunia. Qua entro ha cominciamento il fiume Sarca.

7.o La più ampia e più popolosa delle valli tridentine, dopo l’atesina, è quella che io ho fatto conoscere col libro: La Naunia descritta al Viaggiatore. Vi si va da Trento per Avisio e Nave; qui si passa l’Adige per [p. 154 modifica]mettersi su la sua destra (da Lewald detta sinistra), e giugnesi in mezz’ora a Mezzo lombardo, d’onde si va al passo della Rocchetta che introduce nella valle. Non diciam nulla della Naunia, perchè ne scrivemmo abbastanza nel citato libretto. Solo aggiungiamo che le strade e i ponti furono perfezionati di molto; che mentre dettiamo questo notizie vi si lavora con fervore; e che in breve la sontuosa opera di ponti e strade, malgrado degli ostacoli che furono frapposti da chi vantavasi di amare la patria, sarà tratta a fine felicemente. Viviamo nel secolo del progresso!

Lewald, fatto estatico dalle molte e varie bellezze che vi osservò, non potè fare a meno di scrivere assai cose vere in favore della Naunia. I Nauni però si credono dispensati dal professarglisi riconoscenti per lo sfregio che ba fatto alla loro valle aggiungendo tante e tali falsità da non poterla ravvisare qual è. Questo non è il luogo di noverarle. Ne basta di far osservare che, sebbene confessi di non avere avuto là su il minimo titolo di lagnarsi, pure sfogò, anche parlando dei Nauni, l’odio che lo investe contro tutto quello che è italiano. Sedotto dall’aggiunto nel nome della terra Mezzo tedesco, credette di adulare [p. 155 modifica]quegli gli abitanti, Italiani tutti, dicendo che quivi s’incomincia a parlare tedesco, e in premio fece alle loro case coperti belli rossi! Ma poi di Mezzo lombardo, che è un bello e pulito borgo, fece una sporca villettaccia, probabilmente ingannato dall’aggettivo lombardo! Sono sviste o sbagli che si commettono per troppo amore verso la propria nazione! Sbaglio però non è, ma bugia, che i Nauni credano alle streghe, ai loro congressi, e ad altre favolaccie che egli narra sfigurando gli avvenimenti; e menzogna e calunnia degna di severa riprensione, è, che per viaggiare nella Naunia sia uopo avere seco un pajo di pistole. Dobbiamo però perdonargli in grazia de’ benefizj ch’ei ne ha fatto di trasmutare le nostre quercie in castagni, di creare là dov’è il santuario famoso di San Romedio un convento magnifico di San Romelio, e di farci più ricchi assai di quello che siamo!

Vetturini. Chi brama di uscire di città per visitare, i dintorni, o passare in alcuna delle valli, troverà in Trento onesti vetturini, e nelle valli sarà fornito similmente dappertutto o di vettura, o di cavallo, o mulo con sella, e viaggerà con piena sicurezza. Cosi accadde anche al sospettoso Lewald. E sono baje e [p. 156 modifica]stoltezze quello che dice, annojando con insulse lungaggini il lettore, delle bricconerie de’ vetturini, e dei pericoli di essere spogliato viaggiando pel Trentino. Le generali avvertenze ch’egli dà le sanno tutti, e son necessarie anche nella terra de’Santi, che è la sua patria!

Vino. Piacevole al gusto, e spiritoso, e sano è il vino che bevesi in Trento e nella valle Atesina quanto essa è lunga. Il nostro amico Lewald raccomanda che in Trento si beva acquerello, ossia vinello, e non vino, chè è troppo forte! Guardate mo s’egli non è buon moralista. Il bianco ha un color aureo, e il rosso s’approssima al nero, non per artifiziale composizione, ma per la qualità delle uve. In alcune taverne di Trento potrete berne di quello che, per valermi della frase de’ bevoni, consola l’anima. L’ordinario prezzo dell’ottimo è di una lira austriaca per mossa, e la mossa equivale, com’è detto, a due bottiglie di Sciampagna. Del commercio attivo che se ne fa dicemmo in altro luogo. Sul quale commercio non possiamo astenerci dal dire che potria farsi e più comodo agli esteri, e più proficuo ai producenti, se una società di azionisti si formasse, la quale avesse su la [p. 157 modifica]via regia in varj luoghi depositi di tutte le qualità del miglior vino che si ha dalle più rinomate colline di tutto il paese.


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