Visioni sacre e morali/Visione V

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Visione V

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Visione IV Visione VI


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VISIONE V.




PER LA PESTE MESSINESE

COLL’APPARIZIONE

DELLA

BEATA BATTISTA VARANO




Sovra igneo cocchio agli Eridanei lidi
     Scese Donna dal ciel, che grave in volto
     3Mi disse: Ascendi il carro, e qui t’assidi.
L'alto stupor, da cui rimasi colto,
     L’Alma mia ne’ sorpresi occhi ritenne
     6Fisa all’obbietto dalle fiamme involto;
Chè ragionando invan come sen venne
     Librato su la tenue aria il rovente
     9Cocchio, e chi a tanto vol gli diè le penne,
Or ammirava con pupille intente
     Le scintillanti d’infocato lume
     12Girevol rote intorno all’asse ardente,
Or la conca del carro, onde uscìa fiume
     Di vampe, ora i destrier d’argenteo pelo,
     15Dal morso d’or foco spiranti e spume,

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Ed or la Donna, che di nero velo
     Fasciata il viso in maestà sereno
     18In se parea parte serbar di Cielo,
E in cui grazia e beltà non venìa meno
     Pel bruno ammanto vii, che le coprìa
     21Stretti con rozza fune i fianchi e il seno.
Fra lo stupore agitò l’Alma mia
     Strano impeto così, ch’io stesi il piede
     24Sul cocchio per tentar 1’aerea via:
E già il pian ne premea; ma dubbia fede,
     Tema ed orror l'assalse, e lo sospese
     27Mentre salia su l’infiammata sede,
E in quel momento a me la destra prese
     La Donna, e a sè con tal vigor la trasse,
     30Che mio malgrado il pie sul carro ascese.
Credei, che in cener muto il corpo andasse
     Fra le fiamme, che a me parver mortali;
     33Pur d’ingiuria, o di duol nulla ei ritrasse;
Ch’eran fiamme innocenti, e a quella eguali,
     Per cui splende, e non arde il luminoso
     36Fosforo estratto dagli umani sali.
M’assisi appena, che dal suolo erboso
     I fervidi cavalli il cocchio alzàro
     39Sovra la sfera del vapore acquoso,
E fra il vulturno e l’austro il vol spiegàro
     Rapido sì, che nel girar le rote
     42Diviso ne stridea l’etere chiaro.
La Donna, mentre le sublimi ignote
     Strade io scorrea coll’incarcate ciglia,
     45Aperse il varco alle soavi note,
E in tai detti proruppe: I tuoi ripiglia
     Spirti pel cammin nuovo oppressi, e spoglia
     48Mista al vano timor la maraviglia;

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Per cui nè venenato aer, nè pianeta
     Di mortiferi semi agitatore
     84Te render salvo in mia virtù mi vieta.
Or di te stesso lo sfrenato amore
     Fa che contrasti a immago util, ma trista
     87Da voglie ingombro allettatrici il core,
Che rara avesti al gioir falso mista
     Parte aspra, e l’Alma a inorridir non usa
     90Fu mai de’ mali alla terribil vista.
Ma grazie rendi al Ciel, che la delusa
     Ragion conosca i suoi sì dolci inganni,
     93E lume acquisti infra il terror confusa.
Oh quai teneri, forti, acerbi affanni
     Mentr’io vissi al mio sen fér lunga guerra!
     96Quanto industre il dolor fu ne’ miei danni!
Lo scettro io vidi della patria terra
     A noi tolto, e il buon popol ingannato
     99Da infida tregua e rea, che alfin lo atterra:
Vidi il diletto mio padre svenato
     Steso giacer nella funerea buca
     102Di tre suoi figli trucidati a lato;
E perchè crudeltate empia riluca
     Più in empia mano, udii del sangue sparso
     105Vantarsi altier lo scellerato Duca.
Ben era il mio valor languido e scarso
     A così fieri assalti, onde si scosse
     108Da mille affetti il cor tristissim’arso;
E allora apparve a me, come se fosse
     A riparar l’umana colpa accinto
     111Quei, che a morir per noi pronto mostrosse
Pallido, lasso, esangue, e quasi estinto
     Fra i pensier tetri, e per l’estremo affanno
     114Di sanguigno sudor le membra tinto,

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Che volto a me: Mira, gridò, qual hanno
     Vena di duol feconda i miei martiri;
     117Mira in me quanto incrudelir mai sanno.
Tu in me non scorgi, ovunque il guardo giri,
     Fuorché lutto e squallor. Pari mai férse
     120I tuoi, di cui ti lagni, ai miei sospiri?
E ad una ad una a me l’aspre diverse
     Pene dell’Alma afflitta, e i moti amari
     123Dell’agitato immaginar scoverse.
Tacqui, e gelai; ma fin d’allor più cari
     I dolor tenni, e impresso in me cotanto
     126Fra i desir giacque alla ragion contrari
Quest’obbietto d’amor degno e di pianto,
     Che in carte il pinsi, e di quel poi ch’io scrissi
     129Altri, chè a Dio sì piacque, ebbene il vanto.
E tu a spettacol benché atroce fissi
     Rivolger sdegnerai gli sguardi tui,
     132Qual se te stesso a certa morte offrissi?
Ah! troppo dolce è quel sentier, per cui
     Te guida il Ciel, che a ben oprar t’invita
     135Co’ tuoi non già, ma cogli affanni altrui.
L’Alma mia fra’ pensier misti smarrita
     D’amor, di gaudio, di rossor, di tema
     138La via negommi al favellar spedita,
E della prima invece a me l’estrema
     Parte de’ sensi miei sul labbro pose,
     141E questa, o in sè discorde, o scura, o scema;
Ma alfìn tornando in me ragion, rispose:
     Ben giusto è ch’io paventi, e fuggir brami
     144Piaghe serbate ai rei tanto penose;
Che il mio fallir vuol, che me reo pur chiami,
     E mia viltà, ch’io pel rossor m’asconda,
     147E il gaudio pel comun sangue, ch’io t’ami,

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E tutto questo insiem, chi’io mi confonda.
     Or poiché avvien, che al mio turbato ingegno
     150Per te grazia dal Ciel nuova s’infonda,
Chieggo perdon, se poca fede indegno
     Di sì rara pietà mi rese, e teco
     153Pago di te pel liquid’aere io vegno;
Ma ovunque io vada, la caligin meco
     Porto, che al nascer mio lo spirto avvolse
     156Tardo a indagar le ragion alte, e cieco.
Tu, che sai quante il malor atro accolse
     Fiamme nel pronto incrudelir sì acute,
     159Svela i principj ascosi, ond’ei si sciolse;
Che onor tuo fia destar in me virtute
     Coll’immago de’ mali, e all’uman seme
     162Coll'aperta cagion recar salute.
Forse il fier morbo il sol fervido spreme
     Da stuolo immenso di locuste estinte,
     165Che l'Etiopi arene ingombra e preme?
O dalle fogne dentro al Nilo spinte,
     Là ’ve l'Egizia Menfi in duo divide
     168Coll'acque in limo di cadaver tinte,
Sorge esso allor che l’erbe e i fiori uccide
     La vampa estiva, e allo scemar dell’onde
     171Le chiuse agita in sè forze omicide?
Chè ognor le merci, ove il velen s’asconde,
     Tratte all’occaso dall’australi terre
     174Furo, e di strage a noi giunser feconde.
O forse avvien, ch’esso in perpetue guerre
     L’Uom tenga, ed or a quelle parti, o a queste
     177Gonfio dell’ire sue ritorni, ed erre?
Deh! dimmi quai sieno ai mortali infeste
     L’acide, o l’acri, o l’alcaline parti,
     180Di cui lo struggitor tosco si veste;

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E a me il sereno tuo lume comparti,
     Tal ch’io per te rischiari in sì grand’uopo
     183La buja notte delle medich’arti.
Scosse la Donna il capo illustre dopo
     Sciolto un sorriso aver dal labbro appena,
     186E disse: Ah tu de’ tuoi desir fai scopo
Una cagion d’ombre invincibil piena,
     Che Dio lascia, che l’Uom la tenti invano,
     189E la nebbia non mai gli rasserena.
Or mentre il penetrar più addentro è vano,
     T’accheta, e al sommo il tuo voler inchina.
     192Ben fu, poiché previde il fallo umano,
Conveniente alla Ragion divina
     Con tal di sapienza ordin sublime
     195Formar l’aria e la terra al mar vicina,
Donde nascesse fra le pene prime
     Tremoto, o peste, che feral serpeggi
     198Carca di spoglie in crudeltate opime;
Ch’util conobbe all’Uom, ch’ei spesso ondeggi
     Fra le atroci di morte immagin vive,
     201Perchè fido ubbidisca all’alte Leggi.
Poi narrando seguì quai porti e rive,
     Quai regni già l’orribil morbo oppresse;
     204Come le genti d’ogni aita prive
Volser a Dio quelle pupille stesse
     Use a nutrir nell’Alma amor non puro,
     207E pianto apparve, e pentimento in esse.
Così parlando ad or ad or del duro
     Obbietto del cammin dal carro acceso
     210Lunghi aerei sentier varcati furo.
Che oltrepassò l’Emilia, e lo scosceso
     Appennin Tosco, e il memorabil Lago,
     213Dove a terra il Roman Consol fu steso

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Come fuggon di lor delizia ignude
     Ratto l'immagin dolci! E come breve
     249Gaudio lunga tristezza e morte chiude!
In così dir a poco a poco il lieve
     Fulgido cocchio scorso era là dove
     252Le prime onde marine il lido beve,
E già i destrier fean lor mirabil prove
     Tentando il Faro; e allor: Frena, gridai,
     255Ch’io scopro cose oltre natura nove,
Frena i corsieri, e ai miei visivi rai
     Lascia, o Donna celeste, aperto il varco
     258Di scorger quel, ch’io non vedrò più mai.
Ella il morso di schiume ardenti carco
     Stringendo, sì affrenolli in un momento,
     261Che ne incurvò più i colli arditi in areo.
Null’aria commovea l’acque, nè vento;
     Pur gonfio il mar Sicano insorse e nero,
     264E il Càlabro spianossi, e qual argento
Lustro fosse, di sè fe’ specchio vero
     Colla cima erta sul Trinacrio lido,
     267E il basso piè nell’Italo sentiero.
In questo pel chiaror cristallo fido
     Tante immagin vid’io, che all’Alma parve,
     270Che l'occhio fosse in presentarle infido.
D’infinite colonne un lungo apparve
     Ordin egual, ma in un baleno monche
     273Sembràr, che la metà somma disparve;
E in quella parte, ove rimaser tronche,
     Si piegàr tutte, e di sè fér molt’archi
     276Rozzi, e simili a quei delle spelonche,
Che si mostrèro all’improvviso carchi
     Di vaghissime torri e di castella;
     279E anch’esse qual fumo, che l’aria varchi,

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Spariro, e in vece lor nacque novella
     Di piramidi sculte aspra foresta,
     282Indi ampia valle a fiori pinta e bella;
E in mille colli, e in mille armenti questa
     Cangiossi ancor; tal ch’io sclamai: Traveggo?
     285O sogno forse con pupilla desta?
Ah! dove sono? E che è mai quel ch’i’ veggo?
     Spiega le larve tu di questo loco,
     288Che alla mia mente oscura invan lo chieggo.
Essa allor allentò di roseo foco
     Le risplendenti briglie, ed ai cavalli
     291Parve l’usato volo un lieve gioco;
Poi disse: Il monte su i Trinacrj calli
     Namari ombroso, che al Pelóro scende,
     294Fecondo ha il sen di lucidi metalli,
E dentro al mar miste all’arena stende
     Parti di stibio e vetro e selenite,
     297E la sals’acqua ancor fertil ne rende;
Queste dal sol cocente alto rapite
     Fra i vapor densi forman specchj erranti
     300Di tersissime facce ed infinite.
Quindi da una colonna a lor davanti
     Mille crearne eguali ad essi accade;
     303E cangian poi gli obbietti varj e tanti,
Perchè il lor moto per l’aeree strade
     Cangia l’immago, e in angol è simile
     306Il raggio che riflette a quel che cade.
Tu non aver quanto scorgesti a vile,
     Che per cagion raro ad unirsi pronte
     309Rara anche avvien la vision gentile;
Ma ognora fra le cause o ignote, o conte,
     Per cui natura è di nov’opre vaga,
     312Adora Lui, che d’ogni cauga è il fonte.

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Tacque; e lo spettro, che parve arte maga,
     Sì mia mente allettò, che non rimase
     315Sazia di meditarlo unqua, nè paga,
Finche l’estrema il carro onda non rase
     Del Faro procelloso, e dell’ingrata
     318Città non giunse all’infelici case.
Qui scendemmo ambi; e l’Alma mia turbata
     Nel punto fu che dileguossi il cocchio;
     321Tal che gridò la Guida: Il tuo che guata
Sbigottito all'intorno e torbid’occhio,
     Scopre il timor, e fede a quel ne accresce
     324Co’ passi incerti il tremolo ginocchio.
Pur mi segue il tuo piè, mentre gl’incresce
     Seguirmi; e ben scuso il terror natìo,
     327Che con tua fiacca umanità si mesce.
Non paventar: tornerai salvo: ed io
     Riconfortato allor dalla sua voce
     330Le pavid’ombre mie posi in obblio.
Or qual Uom fia d’animo sì feroce,
     Che almen di poche lagrime non bagni
     333Gli occhi obbietto in mirar cotanto atroce?
Dal porto, dove il mar sembra che stagni,
     Io colla Guida qual amante figlio,
     336Che la tenera sua madre accompagni,
Presi via d’orror carca e di periglio,
     In cui morte di mille umane spoglie
     339Lordo rendea l’insanguinato artiglio.
Fuor dell’abbandonate immonde soglie
     Giacean gli avanzi della plebe abbietta
     342Su vili paglie, e infracidite foglie:
Altri con gola orrendamente infetta
     Di gangrenose bolle; altri avvampati
     345Il petto da fatal febbre negletta;

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Altri da lunga fame ornai spossati,
     Non pel velen, ma pel languore infermi,
     348Fra l’altrui membra putride sdrajati;
Ed altri in lor natio vigor più fermi,
     Benché lasciati sotto i corpi estinti,
     351Sórti fra l’ossa accatastate e i vermi;
Ma di squallor mortifero dipinti,
     E per orecchie róse, e labbra mozze
     354Dai volti umani in modo fier distinti.
Le illustri Donne a par delle più rozze
     Al comun fonte per attinger l’acque
     357Gìan nude il piede, e il crin incolte, e sozze;
E chi di lor nel sonno eterno tacque
     A un lieve sorso, e chi raminga e sola
     360Pria di giunger al fonte esangue giacque.
Gli amici, cui parte d’affanno invola
     L’alterna vista, si guatavan fiso
     363Nel mesto incontro senza far parola:
Poi fra il duol ristagnato all’improvviso
     Sì dirotte spargean lagrime acerbe,
     366Che avrìan un sasso per pietà diviso.
Talor silenzio, qual avvien, che serbe
     L’aria muta fra inospiti deserti
     369Colmi di sabbia, e d’acque privi e d’erbe,
E singhiozzi talor fiochi ed incerti;
     Poi strida alte e ululati, e in flebil metro
     372Querele erranti per gli spazj aperti,
Sì che il lor suon acutamente tetro
     Crescea più raddoppiato, e in sé confuso,
     375Dal mar, dai monti ripercosso indietro.
Ogni tempio era infaustamente chiuso:
     Immoti i sacri bronzi, e alle notturne
     378Lampade tolto di risplender l’uso:

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Le armoniose canne taciturne;
     E senza l’immortal Vittima l'are,
     381E senza nenie pie le squallid’urne.
Con Lei, che a me non altrui vista appare,
     Io giunsi al fin della funèbre strada
     384Fra immagin pel doglioso ordin sì amare.
Ivi cangiando via non si dirada,
     Anzi cresce l'orror, cui non contrasta
     387Alma ancor forte, e in rimembrarlo agghiada.
In mezzo a valle solitaria e vasta
     Stridea scoppiando fra le vampe ingorde
     390Di cento adusti ceppi ampia catasta.
Con picche armate in ferro adunco, e lorde
     Di melma tratti eran que’ corpi al rogo,
     393Cui più vita sì dura il cor non morde:
Sacerdoti e fanciulle, e quei, che il giogo
     Marital strinse, ignudi, e insiem confusi,
     396Da vicin tolti, e da rimoto luogo:
E fra questi (ah! chi fia che adombri, o scusi
     D’alta necessitate il gran delitto?)
     399Vivi, che ancor movean gli occhi non chiusi,
Ma palpitanti col ronciglio fitto
     Nella gola i sospir versando, e il sangue
     402Dal collo in sì crudel foggia trafitto.
Strascinata ogni Donna ed Uom esangue
     Ad arder con pietà tanto inumana.
     405Come striscia per terra ignobil angue,
La faccia avea deformemente strana,
     E questa sì, che non serbava alcuna
     408Orma in sé lieve di sembianza umana.
Sorta era già quella, che il mondo imbruna:
     Pur le tenebre sue folte allumava
     411L’ardor dei roghi, e la splendente luna.

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Un Vecchio allor mirai, che immobil stava
     Presso alla pira, e le rugose e smunte
     414Gote di lagrimoso umor bagnava.
Egli torvo negli occhi, e al petto aggiunte
     Le incrocicchiate man sciolse tremando
     417Tai voci a spesso sospirar congiunte:
Ahi mìsero! perchè non perii quando
     Da me l'amata Figlia il crudo mise
     420Colpo di morte eternamente in bando?
O perchè almeno allor me non uccise
     Duolo, ira e orror, ch’io l’insepolte e grame
     423Sue membra vidi in brani esser divise?
Mentre scagliate su putrido strame,
     Oh memoria feral! fùr de’ voraci
     426Cani serbate a saziar la fame.
Che far potei privo di spirti audaci
     In curva età, povero d’agi e d’oro
     429Tolto a me dalle ree destre rapaci?
Chè il mio guerra mi fé’ ricco tesoro
     Più che il tosco mortal fra le sconvolte
     432Leggi, e un empio poter maggior di loro.
Oh fortunate appien l’Anime sciolte,
     Cui l’ultimo destin l’ultimo porse
     435Scampo fra tante pene insiem raccolte!
Oimè! l'aria, in cui sparto il velen corse
     Fra l'infocata estate, e i roghi accesi,
     438Rende la vita del respiro in forse.
L’acqua dei fonti in miglior stella illesi,
     Or calda, e di maligni atomi carca
     441Ributta i labbri nel gustarla offesi.
La terra stessa non appar mai scarca
     Di sordidezza marcida e di lezzo,
     444E il piede ognor vermi e putredin varca.

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S’io miro, il guardo ai dolci obbietti avvezzo
     S’infosca al fumo, e sol forme atre scorge,
     447Che gelido nel cor destan ribrezzo:
S’i’ascolto, aspra all’orecchio origin porge
     D’inconsolabil lutto il fremer tronco
     450D’urli e di lai, che disperato sorge.
La mano il tatto abborre, e fin un bronco
     Arido sfugge d’afferrar, e al braccio
     453Sta giunta come ad un marmoreo tronco.
Ah! pronta ecco la via d’uscir d’impaccio;
     Né v’ha d’uopo a dar fine agli anni oscuri
     456D’acuto ferro, o d’annodato laccio.
Già m’invita la pira ardente: i duri
     Affanni questa accolga, e le invan sparse
     459Lagrime, e all'Ombra mia pace assecuri.
Disse; e debil, ma fier, venne a gittarse
     Fra l’altissime fiamme, ove in un punto
     462S’abbronzò, frisse abbrustolato, ed arse.
Da questa del furore ostia disgiunto
     Fui per la Guida, e dietro alle sacr’orme
     465Presi un sentier, che all’onde era congiunto;
E in una torre un ragionar informe
     Udii, e qual suol ne’ delirj incerto;
     468Poi col crine irto vidi un Uom deforme,
Che piombò su le selci aspre dall’erto
     Col capo volto, e ne schizzàr le miste
     471Cervella al sangue fuor del cranio aperto.
Io torsi gli occhi dall’immagin triste;
     Ma in quel momento altra crudel m’assalse.
     474Vergata il volto di livide liste
Furente Donna il vicin tetto salse,
     E in pianti vaneggiando e in folli risa
     477Si gittò dentro alle voragin salse.

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Scorsa la via poco dal mar divisa,
     Io teneri mirai bambin leggiadri
     480Con bocca di marcioso umore intrisa
Succhiar il tosco dalle spente madri;
     E altri miseri meno in fra le troppe
     483Sventure lor presso gli afflitti padri
Di capre miti le villose coppe
     Stringer scherzando; e queste ad essi il latte
     486Docili porger con benigne poppe.
Mentre all’occaso eran le stelle tratte
     Col pianeta minor dai raggi smorti,
     489Con cui l'ombra la prima alba combatte,
Scoprii fra il frombo di percosse forti
     Un giovane Guerrier sparuto e fiacco
     492Ferri agitando a doppia fune intorti.
Non armato venìa d’elmo e di giàcco,
     Ma coperto le ingorde ulceri solo,
     495Che tutto lo rodean, d'ispido sacco.
Un cadaver parea ritto sul suolo;
     Pur su la fronte un non so qual soave
     498Cipiglio avea d’invidìabil duolo.
Talor, poiché più lena il piè non ave,
     Languìa de’ servi in braccio, e poi movea
     501Raddoppiandosi i colpi il passo grave.
Mentr’ei di sé lo strazio orribil fea
     Rinforzando alla voce il debil suono,
     504Gridò: Figlio di Dio, che a questa rea
Anima il divo Sangue offristi in dono,
     Perch’ella de’ pensier empj e dell’opre
     507Chiegga, e in quel Sangue trovi ancor perdono,
Eccola ai piedi tuoi. Più non la copra
     La sua ribelle a te misera carne,
     510Che ulcerata e corrosa i nervi scopre.

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Oh immenso, oh invitto Amor! che per sottrarne
     All'eterno penar sì breve prova
     513Di duol valesti a nostro scampo darne,
Quanto la tua pietade in me rinnova
     Il rimembrar de’ falli miei più crudo!
     516Ah! lagrime non già, ma sangue piova
Il moribondo cor, che in petto io chiudo.
     Guardami: a te le man gelate io stendo;
     519Quelle apri tu del sacro Corpo ignudo,
E le mie teco stringi al tronco orrendo.
     Tu le tue piaghe désti a me, che amasti;
     522Ed io quai piaghe vili, oimè, ti rendo!
In così dir gli omeri enfiati e guasti
     Sì duro flagellò, ch’io gridai quasi:
     525Deh! cessa, e tanto scempio ornai ti basti.
Ei dall’ossa poiché svelti ebbe e rasi
     Gli egri carnosi brani, in seno a quelli,
     528Che gli fean scorta negli estremi casi,
Appoggiò il capo, e fra i languor novelli
     Dolcissima spiegò sul volto pace,
     531E gli occhi fisi al ciel sembràr più belli;
Poi, come suole semiviva face,
     Che nel ratto sparir più s’avvalora,
     534Lieto sclamò: Ti seguo; ove a te piace
Guidami tu, Dio di bontade. Allora
     Muto, e ombrato dagli ultimi pallori
     537Spirò l’Anima pia verso l’aurora;
E canti ed arpe e cembali di Cori
     D’Angeli, e teste intramischiate ad ale,
     540Iridi e raggi e inghirlandati Amori
La sciolta accompagnàro Alma immortale.
     Che dall’aurata nube, in cui si chiuse.
     543Diè un guardo, e dir addio parve al suo frale.

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Né la Fé sola ad accertarti è scorta,
     Che non fia fuor che in Dio che appien tu goda,
     579Là ’ve in lui tutta é la nud’Alma assorta;
Ma tua ragion chiaro tel mostra, e annoda
     Te in vincol forti; e perchè tu il conosca,
     582Fa che tua mente a me si volga, e m’oda.
Il corto ingegno uman cinto da fosca
     Nube raro dal falso il ver distingue,
     585E nel suo dubbio argomentar s’infosca;
Quindi o in beltà fallace, o in copia pingue
     D’agi e d’onor, ch’ ei credeo beni, o in finta
     588Tema d’affanni il cor sua pace estingue:
Poi la tua brama insaziabil spinta
     A voler quel che l’intelletto abbraccia,
     591Dal tuo poter sì scarso è risospinta;
Onde avvien, se a te grato obbietto piaccia,
     Che invan lo cerchi, e un altro invan tu fugga,
     594Che pel duol t’auge, e pel terror t’agghiaccia.
Alfin, perché tu non ti snerbi e strugga.
     D’esterne cose hai d’uopo, e la tua spegni
     597Vita, se a noja tu l’abbia, e le sfugga.
Dunque pur quanto pago esser t’ingegni.
     Pur, perchè a te bastevol tu non sei,
     600Giunger non puoi di stabil gaudio ai segni.
Tai fonti di continua angoscia rei
     Per natural necessitade vedi
     603In ogni uom sparsi, e tu negar nol dei;
Chè mentre divenir beato credi
     Coll’altrui forza e aìta, allor t’accorgi,
     606Ch’altri a te chiede il ben, che a lui tu chiedi.
Ne questi, che in te provi, e in altrui scorgi
     Principj amari fia che il cor mai svelga,
     609E indarno a lui lena e valor tu porgi.

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Pur benché i semi infausti non divelga
     Natura all’Uom, sempre co’ moti suoi
     612Lo punge, e al pien gioir par che lo scelga.
E ben sì lieto stato i pensier tuoi
     Cercando vanno pel tuo spirto oppresso
     615Ad onta ancor di quel, che tu non puoi.
Or perchè non ti è dato entro te stesso,
     Nè per altri oprar sì, che tu provegga
     618Al perpetuo desìo nell’Alma impresso,
Medita alfin, se fuor di te si vegga,
     E fuori dell’uman germe infelice
     621Chi il poter di bearti in sè possegga.
Pensa quanto pensar profondo lice;
     Troverai sol Dio di scienza eterna
     624Ottimo, onnipotente, e in sè felice:
Che del saper colla virtù superna
     L’Alma t’illustri sì, che ne sia scossa
     627La feconda d’error tua nebbia interna;
E colla somma interminabil possa
     La forza tua pari al desìo ti renda,
     630Tal che appien quel che brami ognor tu possa;
E sua felicitade entro te stenda
     In guisa, che tu nulla in pago farte
     633Aìta più d’esterne cose attenda.
Questi, che tua ragion comprende a parte,
     Argomenti del ver serba, e al tuo fine
     636Beato volgi in acquistarlo ogni arte;
Né prove altre ineffabili divine
     Ricercar dei, che in lor cupa chiarezza
     639S’ergon di frale ingegno oltre al confine,
Ma tua Fede avvisando esclama: Oh altezza
     Incomprensibil di letizia immensa!
     642Oh fonte inestinguibil di dolcezza!

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Felice l’Alma in desiarti accensa:
     Felicissima poi quella, che giunse
     645A satollare in te la voglia intensa,
E all’unico suo ben si ricongiunse.
     Tacque; e l’ingorda, e sazia in Dio sua brama
     648Tal negli occhi fulgor nuovo le aggiunse,
Che parea dir: Il mio t’invita, e chiama
     Premio eterno a seguir quel ch’io seguii
     651Sentier aperto al vol di chi ben ama.
Allora alto levossi; ed io sentii
     Mille affetti di speme e di duol misti:
     654Poi sparir vidi sotto ai piè restii
E il mare e il porto e le contrade tristi;
     E a Lei mentr’io dicea: Deh! impetra ai lenti
     657Miei vanni ch’io salga ove tu salisti,
Dolce m’arrise, e si mischiò fra i venti.

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ANNOTAZIONI


ALLA QUINTA VISIONE.



P. 84. Questo obbietto d’amor degno e di pianto,
Che in carte il pinsi, e di quel poi ch’io scrissi
Altri, che a Dio sì piacque, èbbene il vanto.

I dolori mentali di Cristo furono per assai tempo attribditi al P. Lorenzo Scapoli Teatino, e aggiunti all'altre opere ascetiche di quell’Autore. Ma il dotto D. Gaetano Volpi nell’ultima edizione del Combattimento Spirituale, e d’altre operette pur spirituali del PadreScupoli pubblicate colle stumpedel Cornino nell’anno 1750, fa evidentemente conoscere, che I dolori mentali di Cristo sono opera della Beata suor Battista Varano Principessa di Camerino e Fondatrice di quel Monistero di Santa Chiara; e non già del Padre Scupoli, che nacque quaranta e piìi anni dopo la prima divulgazione di quella. Allude pertanto l’Autore nei citati versi a questo o malizioso o disavveduto anacronismo, per cui frodar voleasi la Beata della stessa sua chiarissima famiglia, di un’opera che è tutta e sola di Lei.

P. 86 ..... e il memorabil Lago,
Dove a terra il Roman Consol fu steso ec.

Al lago Trasimeno vennero a giornata Annibale e Flaminio Console Romano; e questi vi perdette la battaglia e la vita. [p. 102 modifica]

P. 88. D’infinite colonne un lungo apparve
Ordin egual, ec.

Descrive leggiadramente l’Autore quella, che volgarmente vien detta la Fata Morgana al Faro di Messina, la quale altro non è in sostanza che una moltiplicazione d’oggetti, formata dai vapori del mare, attratti in alto dal sole, e scontratisi in quelle materie lucide, di cui è seminato il vicin monte e il lido, le quali al riverbero dei raggi solari formano, come ben dice l’Autore, altrettanti specchi erranti di varie faccie ed infinite, rappresentanti in bella mostra e molti plice i diversi oggetti di colonne e d’archi ec., in cui s’avvengono, essendo uguale l'angolo del raggio di riflessione, a quello dell’incidenza e pel moto continuo, in cui sono i predetti vapori, variansi altresì quasi in ogni istante le immagini rappresentate.

Pag. 90. Presi via d’orror carca e di periglio,
In cui morte di mille umane spoglie
Lordo rendea V insanguinato artìglio.

Ben può dirsi della peste di Messina ciò che dicesi nel libro lì Reg. cap. XXIX: Immisit Dominus pestilentiam in Israel a mane usque ad tempus constitutum, dovendosi l'uno e l’altro riguardar come un castigo del Cielo per i peccati che si commettono.

P. 95. Scoprii fra il frombo di percosse forti
Un giovane Guerrier sparuto e fiacco ec.

Questi, della cui morte l’Autore fa la descrizione, fu D. Luigi Grasso, Tenente del primo Battaglione Reale Napoli, come si può leggere in un libro intitolato Memoria Istorìca del Contagio della città di Messina, stampato in Napoli l'anno 1745 presso Domenico Terres. La notizia di questo Uffiziale è riferita in una lettera posta in fine, del Sacerdote Francesco Campoli, scritta ad un suo amico il 20 agosto 1745, a carte 210 del libro suddetto.