Alessandro Manzoni (De Sanctis)/Saggi/I. Il mondo epico-lirico di Alessandro Manzoni

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
SAGGI
I. Il mondo epico-lirico di Alessandro Manzoni

../ ../II. La poetica di Manzoni IncludiIntestazione 17 agosto 2020 75% Da definire

SAGGI
I. Il mondo epico-lirico di Alessandro Manzoni
Saggi Saggi - II. La poetica di Manzoni
[p. 3 modifica]

I

IL MONDO EPICO-LIRICO DI ALESSANDRO MANZONI

Il 1815 è una data memorabile come quella del Concilio di Trento. Segna la manifestazione di una reazione non solo politica, ma filosofica e letteraria, iniziata già negli spiriti, come se ne vedono le orme ne’ Sepolcri di Foscolo e di Pindemonte. La reazione fu così violenta e rapida come la rivoluzione. Invano Bonaparte tentò di arrestarla, facendo delle concessioni e cercando nelle idee medie una conciliazione. Il movimento impresso giunse a tale, che tutti gli attori della rivoluzione furono mescolati in una comune condanna, Giacobini e Girondini, Robespierre e Danton, Marat e Napoleone. Il terrore bianco successe al rosso.

Venne su un nuovo vocabolario, filosofico, letterario e politico. I due nemici erano lo scetticismo e il materialismo, e vi sorse contro lo spiritualismo, portato sino al misticismo e all’idealismo. Al dritto di natura si oppose il dritto divino, alla sovranità popolare la legittimità, a’ dritti individuali lo Stato, alla libertà l’autorità o l’ordine. Il Medio Evo ritornò a galla glorificato come la culla dello spirito moderno, fu corso e ricorso dal pensiero in tutti i suoi indirizzi. Il Cristianesimo, bersaglio dianzi di tutti gli strali, divenne il centro di ogni investigazione filosofica e la bandiera di ogni progresso sociale e civile; i classici furono per istrazio chiamati pagani, e le dottrine liberali furono qualificate pretto paganesimo. Gli ordini monastici furono dichiarati benefattori della civiltà, e il papato potente fattore [p. 4 modifica]di libertà e di progresso. Mutarono i criterii dell’arte. Ci fu un’arte pagana e un’arte cristiana, di cui fu cercata la più alta espressione nel gotico, nelle ombre, ne’ misteri, nel vago e nell’indefinito, in un di là che fu chiamato l’ideale, in un’aspirazione all’infinito, non capace di soddisfazione, perciò malinconica; la malinconia fu battezzata e detta qualità cristiana; il sensualismo, il materialismo, il plastico divenne il carattere dell’arte pagana; sorse il genere cristiano e romantico in opposizione al genere classico. Religione, fede, cristianesimo, l’ideale, l’infinito, lo spirito, il trono e l’altare, la pace e l’ordine, furono le prime parole del nuovo secolo. La contraddizione era spiccata. A Voltaire, a Rousseau, a Diderot, succedevano Chateaubriand, Stael, Lamartine, Victor Ugo, Lamennais. E proprio nel 1815 uscivano in luce gl’Inni sacri del giovane Manzoni. Storia, letteratura, filosofia, critica, arte, dritto, tutto prese quel colore. Avevamo un neo-guelfismo; il Medio Evo si drizzava minaccioso e vendicativo contro tutto il Rinascimento.

E non era già un movimento fattizio e artificiale sostenuto da penne salariate, promosso dalle polizie, suscitato da interessi temporanei. Era un serio movimento dello spirito, secondo le eterne leggi della storia, al quale partecipavano gl’ingegni più eminenti e liberi del nuovo secolo. Movimento esagerato senza dubbio ne’ suoi inizii, perché mirava non solo a spiegare, ma a glorificare il passato, a cancellare dalla storia i secoli, a proporre come modello il Medio Evo. Ma l’una esagerazione chiamava l’altra. La dea Ragione e la comunione de’ beni avea per risposta l’apoteosi del carnefice e la legittimità dell’Inquisizione.

Ma l’esagerazione fu di corta durata, e la reazione fallì ne’ suoi tentativi di ricomposizione radicale. Avea contro di sé nuovi interessi venuti su con la rivoluzione, interessi economici, morali e intellettuali. D’altra parte il nuovo ordine di cose favoriva pure la monarchia, che avea contribuito a promuoverlo. Non era interesse dei principi ristaurare le maestranze, le libertá municipali, le classi privilegiate, tutte quelle forze collettive sparite nel vortice rivoluzionario, nelle quali essi vedevano un freno al [p. 5 modifica]loro potere assoluto. Rimase dunque in piedi quasi dappertutto e quasi intero l’assetto economico e sociale consacrato da’ nuovi codici, e si radicarono più i nuovi principii, sui quali era fondato. La reazione, ch’era in manifesta contraddizione con tutte le idee moderne, non poté durare. Sopravvennero a poca distanza i moti di Spagna, di Napoli, di Torino, di Parigi. Grecia e Belgio conquistavano la loro autonomia. Il sentimento nazionale si svegliava insieme col sentimento liberale. E il secolo XVIII ripigliava il suo cammino co’ suoi dritti individuali, co’ suoi principii di eguaglianza, con la sua carta dell’Ottantanove. La reazione per vivere in questo ambiente fu costretta di venire a patti, di trasformarsi, pigliare idee e linguaggio moderno; non fu più reazione o semplice restaurazione, ma transazione o conciliazione.

O piuttosto, quel movimento, che avea aria di reazione, sedati i primi bollori, era in fondo la stessa rivoluzione, che ammaestrata dall’esperienza moderava e disciplinava se stessa. I disinganni, le rovine, tanti eccessi, un ideale così puro, così confidente, profanato al primo contatto col reale, tutto questo dovea fare una grande impressione sugli spiriti e renderli meditativi. La reazione era il passato ancora vivo nelle moltitudini, assalito con una violenza che tirava in suo favore anche gl’indifferenti, e che ora rialzava il capo con superbia di vincitore. L’esperienza ammaestrò che il passato non si distrugge con un decreto, e che si richiedono secoli per distruggere l’opera di secoli. E ammaestrò pure che la forza allora edifica solidamente, quando sia preceduta dalla persuasione, secondo quel motto di Campanella che «le lingue precedono le spade». Evidentemente la rivoluzione aveva errato, esagerando le sue idee e le sue forze, ed ora si rimetteva in via con minor passione, ma con un senso più corretto del reale, confidando più nella scienza che nell’entusiasmo. Che cosa era dunque quel movimento del secolo XIX? Era lo stesso movimento del secolo XVIII, che dallo stato spontaneo e istintivo passava nello stato di riflessione, e rettificava le posizioni, riduceva le esagerazioni, acquistava il senso della misura e del limite, una coscienza politica. Era lo spirito nuovo che giungeva a più chiara coscienza di sé, e prendeva il suo [p. 6 modifica]posto nella storia. Chateaubriand, Lamartine, Victor Ugo, Lamennais, Manzoni, Grossi, Pellico, erano liberali non meno di Voltaire e Rousseau, di Alfieri e Foscolo. Sono anch’essi eredi del secolo XVIII, il loro programma è sempre l’Ottantanove, il credo è sempre libertà, patria, uguaglianza, dritti dell’uomo.

La forma più accentuata della reazione era il ritorno delle idee cattoliche. Il sentimento religioso troppo offeso, offende a sua volta, si vendica, pure non può sottrarsi alle strette della rivoluzione. Risorge, ma impressionato dello spirito nuovo, col programma del secolo XVIII. Ciò a cui mirano i neo-cattolici, non è di negare quel programma, come fanno i puri reazionarii, co’ Gesuiti in testa, ma è di conciliarlo col sentimento religioso, di dimostrare anzi che quello è appunto il programma del Cristianesimo contemplato nella purezza delle sue origini. È la vecchia tesi di Paolo Sarpi ripigliata e sostenuta con maggior vigore di parola e di scienza. Notabile è soprattutto quello che ne scrisse il Manzoni nella Morale cattolica in confutazione del Sismondi. La rivoluzione è costretta a rispettare il sentimento religioso, a discutere il Cristianesimo, a riconoscere la sua importanza e la sua missione nella storia; ma d’altra parte il Cristianesimo ha bisogno per suo passaporto del secolo XVIII, e usa quel linguaggio e quelle idee, e odi parlare di una democrazia cristiana e di un Cristo democratico, a quel modo che i liberali trasferiscono a significato politico parole scritturali, come l’apostolato delle idee, il martirio patriottico, la religione del dovere, la missione sociale. La rivoluzione scettica e materialista prende per sua bandiera Dio e Popolo, e la religione dommatica e ascetica lascia le altezze del soprannaturale, e s’impregna di umanismo e di naturalismo, si avvicina alla scienza, prende forma filosofica, si fa valere come morale e come poesia. È lo spirito nuovo, che accoglie in sé gli elementi vecchi, ma trasformandoli, assimilandoli a sé, e in quel lavoro trasforma anche se stesso, si realizza ancora più. Questo è il senso del gran movimento uscito dalla reazione del secolo XIX, di una reazione mutata subito in conciliazione. E la sua forma politica è la Monarchia per la grazia di Dio e per la volontà del popolo. [p. 7 modifica]        La base teorica di questa conciliazione è un nuovo concetto della verità, rappresentata come un divenire ideale, cioè a dire secondo le leggi dell’intelligenza o dello spirito. Il corso ideale non fu più soprapposto alla storia, ma fu uno con quella, ciò che Vico avea detto conversione del vero col certo. Il qual concetto da una parte ridonava a’ fatti una importanza che era loro contrastata da Cartesio in qua, li allogava, li legittimava, dava a quelli un significato e uno scopo, creava la filosofia della storia; d’altra parte realizzava il divino, togliendolo alle astrattezze mistiche del soprannaturale e umanizzandolo. Il concetto adunque era in fondo radicalmente rivoluzionario, in opposizione ricisa col Medio Evo e lo scolasticismo, quantunque apparisse una reazione a ciò che troppo esclusivo e assoluto era nel secolo XVIII. Sicché quel movimento in apparenza reazionario doveva condurre a un nuovo sviluppo della rivoluzione su di una base più solida e razionale.

Il primo periodo del movimento fu detto romantico in opposizione al classicismo. Ebbe per contenuto il Cristianesimo e il Medio Evo, come le vere fonti della vita moderna, il suo tempo eroico, mitico e poetico. Il Rinascimento fu chiamato paganesimo, e quell’età he il Rinascimento chiamava barbarie, risorse cinta di novella aureola. Parve agli uomini di rivedere dopo lunga assenza Dio e i santi e la Vergine e que’ cavalieri vestiti di ferro e i tempii e le torri e i crociati. Le forme bibliche oscurarono i colori classici; il gotico, il vaporoso, l’indefinito, il sentimentale liquefecero le immagini, riempirono di ombre e di visioni le fantasie. Cronisti e trovatori furono disseppelliti: l’Europa ricostruiva pietosamente le sue memorie, e vi s’internava, vi s’immedesimava, ricreava quelle immagini e quei sentimenti. Ciascun popolo si riannodava alle sue tradizioni, vi cercava i titoli della sua esistenza e del suo posto nel mondo, la legittimità delle sue aspirazioni. Alle antichità greche e romane successero le antichità nazionali, penetrate e collegate da uno spirito superiore e vivificatore, dallo spirito cattolico. Si svegliava l’immaginazione, animata dall’orgoglio nazionale e da un entusiasmo religioso spinto sino al misticismo, e usciva dal lungo torpore [p. 8 modifica]più vivace il genio della metafisica e dell’arte. Risorgevano l’alta filosofia e l’alta poesia. Lirica e musica, poemi filosofici e storici erano le voci di questo ricorso. Ivi cerchi invano il candore e la semplicità dello spirito religioso; è un passato rifatto e trasformato da immaginazione moderna, nella quale ha lasciato i suoi vestigi il secolo XVIII. Non ci sono più le passioni ardenti e astiose di quel secolo, ma ci sono le sue idee, la libertà, la democrazia, il progresso, ricoverate sotto il manto della Vergine, alitate dallo Spirito Santo. La rivoluzione vinta non minaccia più, lascia il sarcasmo, l’ironia, l’ingiuria, e trasformatasi in apostolato evangelico prende abito umile e supplichevole, e fa suo il pergamo, tira dalla sua Cristo e la Bibbia, diviene l’Ultima parola di un Credente. La Divina Commedia è capovolta. Non è l’umano che s’india, è il divino che si umanizza. Il divino rinasce, ma senti che già innanzi è nato Bruno, Campanella e Vico.

Nel 1815, quando la reazione era già molto avanzata negl’intelletti, sì che la lega de’ principi si chiamava Santa Alleanza, e si uccideva in nome della Santa Fede, fra il rumore de’ grandi avvenimenti, usciva in luce un libriccino, a cui nessuno badò, intitolato Inni. Foscolo chiudeva il suo secolo co’ Carmi; Manzoni apriva il suo con gl’Inni. Parevano due mondi opposti. Lì era l’Umanità senza l’anima e senza Dio. Qui dopo lungo obblio di secoli ricompariva il Cielo. Il Natale, La Passione, La Pentecoste erano le prime voci del nuovo secolo. Natali, Marie e Gesù ce n’erano infiniti nella vecchia letteratura, materia insipida di canzoni e sonetti, tutti dimenticati. Mancata era l’ispirazione, da cui uscirono gl’inni della Chiesa, i canti religiosi di Dante e del Petrarca, e i quadri e i templi e le statue de’ nostri antichi artisti. Su quella sacra materia avea soffiato il Seicento e l’Arcadia, insino a che disparve sotto l’ironia e il sarcasmo del secolo XVIII. Ora la poesia faceva anche lei il suo Concordato. Ricompariva quella vecchia materia, ringiovanita da nuova ispirazione.

Onde veniva all’Italia quella nuova ispirazione? Dissero d’oltremonte. Narrarono che il giovine Manzoni, partito d’Italia [p. 9 modifica]tutto pieno di Alfieri, fosse venuto di Parigi romantico e cattolico, capitato in quei circoli intedescati, che facevano opposizione all’impero, o piuttosto alla rivoluzione, e proclamavano la legittimità e il dritto divino. Parve al giovine vedere mondo nuovo, e gl’Inni uscirono da quel primo entusiasmo religioso, che accompagnava a Roma il Papa reduce, ispirava ad Alessandro la federazione cristiana, prometteva agli uomini stanchi un’èra nuova di pace. La giovine generazione sorgeva tra queste illusioni; e mentre il vecchio Foscolo fantasticava un paradiso delle Grazie, allegorizzando con colori antichi cose moderne, Manzoni ricostruiva l’ideale di un paradiso cristiano, e lo riconciliava con lo spirito moderno.

Il medesimo fu di Cesare Beccaria. Anche lui era stato a Parigi, e n’era venuto volteriano ed enciclopedista. Da Parigi veniva la rivoluzione, da Parigi veniva la reazione. L’Italia era uscita dalla sua solitudine intellettuale ed era al séguito, riceveva l’impulso. Il centro più vivace di quel moto europeo in Italia era sempre Milano, dov’erano più vicini e più potenti gl’influssi francesi e germanici. Là s’inaugurava nel Caffè il secolo XVIII. E là s’inaugurava nel Conciliatore il secolo XIX. Manzoni succedeva a Beccaria, e i Verri e i Baretti del nuovo secolo erano i Pellico, i Berchet, i Grossi, i D’Azeglio.

Il fenomeno non era solo italiano, era europeo. Fin dal secolo scorso cominciata era una più stretta comunanza intellettuale nella colta Europa, ajutando a ciò anche le guerre napoleoniche. L’Imperatore portava in Germania le idee francesi e riportava le idee tedesche a Parigi. Il nemico galoppava dietro al suo cavallo. Parigi diveniva un centro attivo di scambii intellettuali, di esportazione e d’importazione. Le idee locali, manifatturate a Parigi, prendevano faccia europea. In quel centro vivace di formazione e di diffusione l’ammiratore di Alfieri, l’amico di Goethe, di Cousin e di Fauriel, s’iniziava alla vita europea, prendea l’aria del nuovo secolo.

Ma l’uomo nuovo, che si andava in lui formando, non cancellava l’antico; anzi vi s’inquadrava. Rimaneva l’erede di Beccaria, il figlio del secolo XVIII, l’ammiratore d’Alfieri. Il [p. 10 modifica]sentimento religioso non operò in lui come reazione, o negazione, cacciando violentemente dal suo seno le convinzioni e i sentimenti antichi; anzi consacrò quelle convinzioni e quei sentimenti, ponendoli sotto la protezione del cielo. Il nuovo cattolicismo aveva i suoi furori, le sue vendette, le sue esagerazioni. Il romanticismo era una vera reazione, perciò esclusivo ed esagerato. Quanta passione in quei romantici! Respingevano il paganesimo, e riabilitavano il Medio Evo. Rifiutavano la mitologia classica, e preconizzavano una mitologia nordica. Volevano la libertà dell’arte, e negavano la libertá di coscienza. Rigettavano il plastico e il semplice delle forme classiche, e vi sostituivano il gotico, il fantastico, l’indefinito e il lugubre. Surrogavano il fattizio e il convenzionale dell’imitazione classica con imitazioni fattizie e convenzionali di peggior gusto. E per fastidio del bello classico idolatravano il brutto. A una superstizione tenea dietro l’altra. Ciò ch’era legittimo e naturale in Shakespeare e in Calderon, diveniva strano, grossolano, artificiale in tanta distanza di tempi, in tanta differenza di concepire e di sentire.

Manzoni in tutte queste violenze d’idee e di stile non vede altro se non un contenuto religioso redivivo sulla terra. Cristo smarrito e ritrovato al di dentro di noi. La sua anima giovanile, già piena di un mondo morale, i cui nobili accenti odi suonare ne’ versi per la morte di Carlo Imbonati, accoglie que’ sentimenti religiosi come compimento e corona di quello. Ritorna la Provvidenza sulla terra, ricomparisce il miracolo nella storia, rifioriscono la speranza e la preghiera, il cuore si raddolcisce, si apre a sentimenti miti: su’ disinganni e sulle discordie mondane spira un alito di perdono e di pace. Questo è il paradiso cristiano, vagheggiato negl’Inni. Senti che lo spirito nuovo in quel ritorno delle idee religiose non abdica, e penetra in quelle idee e se le assimila, e vi cerca e vi trova se stesso. Perché la base ideale di quegl’Inni è sostanzialmente democratica, è l’idea del secolo battezzata sotto il nome d’idea cristiana, l’eguaglianza degli uomini tutti fratelli di Cristo, la riprovazione degli oppressori e la glorificazione degli oppressi, è la famosa triade, libertà, uguaglianza, fratellanza, vangelizzata, è il Cristianesimo [p. 11 modifica]ricondotto alla sua idealità e armonizzato con lo spirito moderno. Onde nasce un mondo ideale, riconciliato e concorde, ove si acquietano le dissonanze del reale e i dolori della terra. Ivi è il Signore, che nel suo dolore pensò a tutti i figli di Eva; ivi è Maria, nel cui seno regale la femminetta depone la sua spregiata lagrima; ivi è lo Spirito, che scende aura consolatrice ne’ languidi pensieri dell’infelice; ivi è il regno della pace, che il mondo irride, ma che non può rapire. Il nunzio di Dio non si volge alle vegliate porte de’ potenti, ma ai pastori ignoti al duro mondo. La madre compose il figliuolo in poveri panni, nell’umil presepio. Il povero, sollevando le ciglia al cielo che è suo, volge in giubilo i lamenti, pensando a cui somiglia. La schiava non sospira più, baciando i pargoli, non mira invidiando il seno che nutre i liberi. Lo Spirito scende placabile, propizio ai suoi cultori, propizio a chi l’ignora. Il fanciulletto nella veglia bruna chiama Maria, il navigante nella tempesta ricorre a Maria. Gli uomini sono nati all’amore, nati alla scuola del cielo.

Questo mondo ideale contiene in sé il mondo morale, come l’aveva concepito il pensiero moderno. È il mondo della libertà e dell’eguaglianza tolto a’ filosofi e rivendicato alla Bibbia, alla rivelazione cristiana. Certo, la realtà non era d’accordo con questo ideale, chi pensi cosa era allora la Santa Fede e la Santa Alleanza. Ma il poeta era la nuova generazione, pura di passioni giacobine e sanfediste, avida di pace dopo sì lunga lotta, aperta alle illusioni, facile a’ rosei ideali. Dopo così violente espansioni nel mondo esterno lo spirito si raccoglieva in sé, diveniva contemplativo e religioso, si creava nella sua solitudine un mondo ideale. Ivi realizzava quella società che vagheggiavano Beccaria e Filangieri con una fede robusta, fiaccata dall’esperienza; ivi trovava Dio accanto al fanciulletto, alla femminetta, alla schiava, al povero, all’oppresso; ivi costruiva quel regno della libertà e dell’eguaglianza, di cui ogni vestigio dopo tante illusioni e speranze era scomparso sulla terra. Il mondo religioso, ridotto vacua esteriorità, riacquistava un contenuto, riconduceva nelle sue forme l’antico ideale oscurato nella coscienza, e, spogliatasi la sua rigidità dommatica e dottrinale, [p. 12 modifica]brillava come arte e come morale. Questa era la nuova ispirazione alta sulle passioni contemporanee, che rifaceva una poesia a’ Natali, a’ Gesú e alle Marie.

Ciò che fa impressione sul poeta non è la santità e il misterioso del dogma. Non riceve il soprannaturale con raccoglimento, con semplicità di credente. Il miracolo non lo esalta, non l’ispira. Lo annunzia e passa. Una delle cose più mirabili della tradizione cristiana è l’adempimento delle profezie. Il poeta si contenta di dire:

Da cui promise è nato,
Donde era atteso, uscì.

L’ispirazione non esce dal suo cuore, non dalla sua fede, esce dalla sua immaginazione. Non è un credo, è un motivo artistico. La mira è a trasportare il soprannaturale nell’immaginazione, e se posso dir così, a naturalizzarlo. Diresti che innanzi al giovine poeta ci sia il ghigno di Alfieri e di Foscolo, e che non si attenti di presentare a’ contemporanei le disusate immagini se non pomposamente decorate. L’idea di un Redentore divino è una delle più commoventi per i cuori semplici. Il poeta si sforza di renderla concepibile e ragionevole, e ne cava il magnifico paragone del masso. Il sentimento rimane sperduto tra quelle onde di un’immaginazione concitata. Niente è più contrario al genere romantico. L’inno, poesia essenzialmente religiosa, è la materia propria dell’infinito e del soprannaturale, la congiunzione dell’anima con Dio, l’esaltazione spirituale in regioni accessibili più al sentimento che all’immaginazione. Il suo carattere è la schiettezza e l’ingenuità. Non essendo più possibile quella verginità della fede che rende incomparabili gl’inni ecclesiastici, i moderni hanno cercato supplirvi con gli effetti musicali, gittando nelle loro contemplazioni quel non so che vago e intimo, che fu detto sentimento romantico. Ma il nostro poeta rimane classico nelle sue forme: vi si sente ancora la scuola di Vincenzo Monti. Invano si arrampica tra le nubi del Sinai; non si regge, ha bisogno di toccar terra: il suo spirito non riceve se non ciò che è chiaro e plastico; le sue forme sono descrittive, oratorie e [p. 13 modifica]letterarie, pur rigorose e piene di effetto, perché animate da immaginazione fresca in materia nuova. Degli angioli e de’ pastori così parla la Bibbia: «Ecce Angelus Domini stetit juxta illos, et claritas Dei circumfulsit illos. Et subito facta est cum angelo multitudo militiae caelestis laudantium Deum et dicentium: Gloria in altissimis Deo». Questo dee parer troppo semplice a una immaginazione moderna. Il poeta vi profonde i suoi più bei colori, ne cava tre strofe pittoresche, l’ultima strofa annunzia una immaginazione piacevolmente eccitata, che fa intorno all’argomento gli ultimi ricami. Ti nasce l’impressione di una bella apparizione, che sorprende e solletica la vista, com’è a veder certe fiammelle ne’ fuochi artificiali, e non t’invita a raccoglimento, come quella frase nella sua santa semplicità così piena di energia: «claritas Dei circumfulsit illos». Questa emozione, che cerca il suo appagamento nelle combinazioni esteriori di quei fatti soprannaturali, e non ha radice nelle prime e dirette impressioni del sentimento religioso, rivela un calore tutto d’immaginazione, un sentimento puramente artistico, com’è negli scrittori neo-cattolici di quel tempo. Di qui nasce quell’apparato rettorico, che talora vi prende il sentimento, specialmente nell’Inno della Passione o nell’altro della Risurrezione. E sarebbe insopportabile se a volta a volta quella corrente di esclamazioni e interrogazioni non fosse rotta dalla rappresentazione di quel mondo morale, espresso in immagini e pensieri nuovi e semplici, che è la vera base poetica degl’Inni, il ponte che lega le antiche tradizioni co’ sentimenti contemporanei. Questo ci rende così attraente il Natale e l’Inno a Maria, e comunica alla Pentecoste eloquenza e grandezza morale.

In questa ricostruzione di un mondo celeste si sviluppa una lirica alta sulle collere e sulle cupidigie mondane, che ha la sua prospettiva nell’altra vita. Il momento drammatico di questa lirica è la morte, e la sua forma ordinaria è la preghiera, alzamento dell’anima a Dio. Questo vivo sentimento del soprannaturale che alita sul corso agitato degli avvenimenti, e ti somiglia il convento eminente sulle città e castella, dove cercava pace l’uomo travagliato e logoro da passioni terrestri, è appunto la [p. 14 modifica]lirica del Medio Evo, è Beatrice e Laura, visioni e fantasmi nella vita terrena, divenute vere persone poetiche nell’altro mondo. Figlia di questo mondo mistico è l’Ermengarda, creatura appena abbozzata, più simile a fantasma che a persona, intorno alla quale rugge la tempesta, mossa per lei, mentr’ella si leva su, con gli occhi al cielo. Niente potea meglio ritrarre quel mondo feroce e sconvolto della barbarie, con le sue chiese e i suoi conventi, co’ suoi angioli e i suoi santi. Nello sfondo del quadro vedi sempre su quelle agitazioni barbariche Ermengarda, la trasfigurazione della morte, quasi un risvegliarsi dell’anima alla vera vita. Questo sentimento della vanità delle cose terrestri, «omnia vanitasi», nel maggiore eccitamento degli odii umani, questo paradiso di pace e di obblio che ti fluttua sul capo tra’ ruggiti di età ferine, è la più bella concezione della poesia in questo misticismo redivivo. L’antagonismo è ancora più drammatico, perchè si agita nell’anima stessa della morente, dove le rimembranze del tempo felice nutrono l’ultimo avanzo degli ardori terrestri, e generano uno strazio raddolcito dalla preghiera e dalla speranza. Rinasce la malinconia, quella soavità nello strazio, quel cielo nella terra, quel paradiso nell’inferno, di cui si vede un preludio appena indicato e senza carattere ne’ versi amabili del Pindemonte. Qui la malinconia ha il suo carattere, è il naturale effluvio di tutto un mondo poetico. Ed è di una chiarezza italiana, avendo la sua base non in quel vago de’ sentimenti e dei desiderii, che fu detto romanticismo, e di cui vedi le fluttuazioni e le ombre nelle melodie del Lamartine, ma in un concetto ben determinato del nuovo mondo poetico, in quel lievito del terrestre anche tra le gioje celesti. Ermengarda morente, nella cui immaginazione si volve come un fantasma la regina cinta la chioma di gemme, amata e amante, è non meno interessante di Laura, che desidera in cielo l’amato e il suo bel velo. È un terrestre sparente, a quel modo che Ermengarda medesima è una creatura sparente che ti vive innanzi nel momento appunto che muore. È uno sparire come un bel tramonto di sole, nunzio al colono di più sereno dì. E quel dí più sereno visto in lontananza inviluppa la figura del suo manto di porpora senza [p. 15 modifica]poter cancellare dalla mesta faccia le memorie della terra. Anzi la poesia è lì, in quelle memorie, in quel terrestre che si pone e si afferma nel momento del suo sparire. E sarebbe uno strazio, accompagnato con la disperazione e la bestemmia, se intorno alla morente non aleggiassero le immagini di una seconda vita. Questo antagonismo così drammatico i nostri antichi rendevano sensibile con quella loro battaglia dell’angiolo buono e del cattivo intorno al letto della morte. È un grottesco che cercava allora di rivenir su, come elemento romantico. Ma il fantastico è stato sempre rejetto da un poeta così misurato, e sotto pretensioni romantiche plastico come un classico e preciso come un moderno. Qui è il coro, celesti voci di sacre suore, che prega per la morente e accenna alle sue ansie, a’ suoi terrestri ardori, con un riserbo e un pudore verginale; la frase contenuta liba appena gli oggetti, e pare un casto velo su quelle memorie. L’amore terrestre nelle labbra del coro riceve una prima trasfigurazione, la sua consacrazione; lo senti sparire a poco a poco secondo che la preghiera va innanzi, insino a che nell’immagine del tramonto hai la compiuta fusione di tutti gli elementi, e la morente, e le sacre Vergini, e il Cielo sono una sola anima, una sola armonia.

Questo mondo lirico è sostanzialmente epico, anzi è la vera epica, quel veder le cose umane dal di sopra, con l’occhio dell’altro mondo. Nelle poesie eroiche ci vuole l’Eroe; ma nell’epica il vero eroe è di là dalla storia, innanzi al quale ogni eroismo terreno è ombra e polvere. L’infinito ricopre della sua vasta ombra ogni grandezza. Questo concetto rende altamente originale il Cinque Maggio, composizione epica in forme liriche. Molti credono che l’ultima parte ci stia, come appiccata, quasi appendice, di cui si potrebbe far senza. Altri, facendone una quistione di quantità, la trovano troppo lunga. E non vedono che quella parte non è un prodotto arbitrario e sopravvenuto nell’immaginazione, ma l’apparenza ultima e quasi la corruscazione del concetto, di ciò che è vita intima di tutto il racconto. In effetti in questo mondo epico l’individuo o l’eroe, grande ch’ei sia, e sia pure Napoleone, non è che un’«orma del Creatore», un [p. 16 modifica]istrumento «fatale». La gloria terrena, posto pure che sia vera gloria, non è in cielo che «silenzio e tenebre». Sul mondano rumore sta la pace di Dio. È lui che atterra e suscita, che. affanna e consola. La sua mano avvia l’uomo pe’ floridi sentieri della speranza. Risorge il Deus ex machina, il concetto biblico dell’uomo e dell’umanità. La storia è la volontà imperscrutabile di Dio. Cosí vuole. A noi non resta che adorare il mistero o il miracolo, «chinar la fronte». Meno comprendiamo gli avvenimenti, e più siamo percossi di maraviglia, più sentiamo Dio, l’incomprensibile. La storia, anche di ieri, si muta in leggenda, acquista fisonomia epica. Napoleone è un gran miracolo, un’orma più vasta di Dio. A che fine? per quale missione? L’ignoriamo. È il secreto di Dio. Così volle. Rimane della storia la parte popolare o leggendaria, quella che più colpisce l’immaginazione, le battaglie, le vicende assidue, gli avvenimenti straordinarii, le grandi catastrofi, le miracolose conversioni. Il motivo epico nasce non dall’altezza e moralità de’ fini, ma dalla grandezza e potenza del genio, dallo sviluppo di una forza eroica e quasi soprannaturale, che pur non ti dà spiegazione adeguata di quei fatti mirabili e ti lascia intravedere una forza superiore, nelle cui mani è il destino dei regni e degli eroi, che tu senti come alito per entro a tutta la storia, insino a che da ultimo se ne sviluppa e pare nella sua verità:

Quel Dio che atterra e suscita,
Che affanna e che consola,
Sulla deserta coltrice
Accanto a lui posò.

Quello dunque che sembra appendice, o cosa appiccaticcia, è intimamente connesso con tutto l’insieme, anzi è lo stesso concetto o spirito della composizione. Un mio dotto amico mi dicea: — Quanto mi piace il Cinque Maggio! Non ci vorrei la coda — . E quella coda è dessa il Cinque Maggio, la sua vita interiore.

Pure, quando leggo Bossuet, ricevo una impressione solenne e religiosa. Invano cerco questa impressione qui. Sento che la [p. 17 modifica]poesia non è lì, e che lì è la cornice e non il quadro. La cornice è una illuminazione artistica di metafore, di apostrofi, di concetti biblici, una bell’opera d’immaginazione, da cui non esce un serio sentimento del divino. Il quadro è la storia di un genio rifatta dal genio. E l’interesse non è nella cornice, è nel quadro.

Dopo un magnifico preludio a grande orchestra che t’introduce di balzo nelle più elevate regioni dell’arte, ingrandendo le proporzioni di là dal vero, che pur pajono naturali in tanta e così subita concitazione di fantasia, viene la storia dell’Eroe in nove strofe, di cui ciascuna per la vastità della prospettiva è un piccolo mondo, e te ne giunge una impressione come da una piramide. A ciascuna strofa la statua muta di prospetto, ed è sempre colossale. L’occhio profondo e rapido dell’ispirazione divora gli spazii, aggruppa gli anni, fonde gli avvenimenti, ti dà l’illusione dell’infinito. Le proporzioni ti si allargano per un lavoro tutto di prospettiva nella maggior chiarezza e semplicità dell’espressione. Le immagini, le impressioni, i sentimenti, le forme, tra quella vastità di orizzonti, ingrandiscono anche loro, acquistano audacia di colori e di dimensioni. Trovi condensata in tratti epici, in antitesi gigantesche, in raffronti inaspettati, in sintesi originali, la vita del grande uomo. Ti è innanzi nelle sue azioni di guerra, nella sua intimità, nelle sue vicissitudini, nella sua potenza, nella sua caduta, nelle sue memorie, possente lavoro di concentrazione, dove precipitano gli avvenimenti e i secoli come incalzati e attratti da una forza superiore in quegli sdruccioli impazienti, accavallantisi, appena frenati dalle rime. Qui è la grandezza monumentale di questa poesia.

Tale è questo mondo epico-lirico, sbucciato tra le maggiori violenze della reazione, purificato e sublimato dal Manzoni, riconciliato col mondo moderno, penetrato delle impressioni e delle tendenze contemporanee, contenuto romantico in forma classica, ispirato più dalla Bibbia che dal Medio Evo, dove l’ideale più inaccessibile all’immaginazione par fuori con una precisione ed evidenza di contorni, con una misura di sentimenti, con un senso del terrestre così intimo e pregno di affetto, che rivelano nel giovine idealista la più viva e profonda coscienza del reale, uno [p. 18 modifica]spirito nel suo entusiasmo e nelle sue sintesi positivo, storico, finamente analitico. Da questa temperanza di elementi dovea uscir fuori il suo capolavoro, i Promessi Sposi, cioè a dire, questo suo mondo epico-lirico calato in tutta la varietà e ricchezza della vita.


[Nella Nuova Antologia del febbraio 1872, vol. XIX, pp. 253-66].