Anime oneste/VII

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Le passioni

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VI VIII
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LE PASSIONI





Negli ultimi due anni di studio Cesario si raffinò più che mai. Posava addirittura da decadente, facendo dei debiti e assumendo un’aria da Mefistofele che lo rendeva brutto.

Quali erano i suoi progetti, dov’erano finiti i suoi luminosi ideali? Nessuno riusciva a saperlo per la buona ragione ch’egli non ne diceva mai nulla.

Paolo soffriva, ma pagava in silenzio, ed anzi difendeva i sacrifizi che faceva per Cesario, quando sorgeva un sentimento di ribellione nel resto della famiglia. [p. 134 modifica]

— Sarà un uomo, almeno, — disse un giorno ruvidamente a Sebastiano, mentre tu sei rimasto un asino.

Sebastiano si fece livido, non rispose, e forse per la prima volta in vita sua ebbe vergogna del suo stato, pur ripetendo fra sè: ma certi asini valgono più di certi uomini.

Per un po’ pensò di darsi ad una vita sfaccendata, per far capire al padre quanto utile gli era quell’asino, — ma fu un momento. Dopo tutto non era egli, Paolo Velèna, il padrone dei suoi averi? E se riconosceva giusto sprecare il suo denaro più per un figlio che per un altro, che diritto aveva quest’altro di lamentarsi?

Tuttavia Sebastiano si lamentò con la madre che cercò di calmarlo.

— Quest’anno sarà tutto finito, figlio mio, sta buono. Tornato qui, Cesario farà giudizio, vedrai. E ci sarà tanto utile; lo sai bene che occorre un avvocato in casa....

— Sta bene, tutto ciò, mamma; ma almeno per noi ci dovrebbero essere buone parole.

— Sì, ma tu pure, sai.... [p. 135 modifica]E gli recitò quei versi popolari e savi:

In maiu cantat s’arana
e frorit sa prunischedda.
A chie male faeddat.
peius risposta li dana1.

Sebastiano riconobbe infatti il suo torto, e chinò la testa.

In realtà Paolo Velèna non dava ragione a Cesario, anzi si faceva un mondo di scrupoli, dubitando fortemente sullo splendore dell’avvenire di lui.

Ma ogni cosa fu messa in oblio allorchè Cesario consegui la laurea. Negli ultimi anni egli era diventato un incubo per Paolo Velèna.

Non gli davano tanto da pensare neppure i pesanti tributi che pagava all’esattore il quattordici di ogni due mesi. — Nessuno sapeva precisamente la cifra delle somme spese dallo studente, ma un giorno Paolo disse che se l’avrebbero pesato, Cesario non avrebbe [p. 136 modifica]raggiunto il peso del denaro, convertito in oro, che costava la sua laurea.

Ciò del resto ormai non importava. Ecco l’avvocato Velèna che ritornava. Gli occhi di Maria brillavano di gioia tenera e fiera; la famiglia acquistava un grado, un titolo, una specie di nobiltà.

Cesario ritornò definitivamente quindici o sedici mesi dopo le nozze di Angela. Era sempre stecchito, con un pallore cadaverico che la tinta grigia della sua veste e del suo cappello rendevano più spiccato; ma a Maria Fara sembrò il più rispettabile avvocato del mondo.

Per la laurea di Cesario si rinnovarono quasi le feste fatte per le nozze di Angela. Furono portati molti regali, specialmente di grano; i contadini e i pastori dei Velèna recarono il loro affettuoso tributo, e le serve, — alle quali, del resto, furono poi regalate delle monete di oro — fecero preparare due magnifiche torte di mandorle e di miele.

Ma Cesario passò, come uno stanco Dio scettico, attraverso gli omaggi della povera e della ricca gente. Parve non accorgersi dell’affetto [p. 137 modifica]di nessuno, o di credere che tutto fosse una finzione, sotto cui si celavano profonde invidie.

Coi genitori però si mostrò insolitamente affettuoso ed espansivo, ed a sua madre, in particolare, raccontò molte cose, mostrandosi pentito dei suoi falli.

Nel carnevale passato era stato a Firenze e per due settimane aveva assolutamente fatto una vita da gran signore. Nell'hôtel dove era sceso aveva lasciato capire, firmandosi così nei libri, di essere un marchese. Per ironia però assunse il marchesato di uno dei più miserabili villaggi sardi.

Prima di partire aveva lasciato le sue camicie di seta appena indossate, i suoi guanti e le sue cravatte sparse sul pavimento, come un gran signore che non sa cosa farsi della roba usata per una o due settimane. Ora si pentiva di tutto questo. E narrò tante altre storielle di questo genere, per farsi scusare degli stravizi commessi. Si guardava bene però dal raccontarle davanti al padre o alla presenza di Sebastiano, il quale, probabilmente, non aveva mai veduto camicie di seta colorata. [p. 138 modifica]

Poi Cesario parlò di Angela e del marito. Era stato a trovarli prima di ritornarsene in Sardegna. Stavano benissimo lassù, sempre nella stessa città.

E ripetè tutto ciò che Maria sapeva già per mezzo delle continue lettere di Angela. Sulle prime un’acuta, struggente nostalgia aveva fatto persino deperire fisicamente la giovane sposa; ma a poco a poco ella s’era abituata all’aria, alla vita, all’ambiente della città.

Ora Angela faceva una vita signorile. Aveva salotto, giorno di ricevimento; andava al teatro, ai concerti, alle conferenze. Col marito si portavano bene, almeno in apparenza, solo li turbava il dispiacere di non aver figli; ma non era tempo da disperarsi. Angela contava di venir presto in Sardegna, cioè quando il marito, che doveva venire per le elezioni dei nuovi deputati, avrebbe potuto accompagnarla.

Tutto dunque andava benissimo e la famiglia ne provava una grande contentezza. Ma quando Cesario si arrischiò di spiegare il suo desiderio, per cui aveva fatto tanta manovra di moine e di insolita espansione, — desiderio [p. 139 modifica]di tornarsene in continente per prender la pratica presso un celebre avvocato, — una nuvola oscurò il cielo rasserenato di casa Velèna.

Tutti si opposero apertamente. Forse Maria, abbagliata, avebbe desiderato di contentare Cesario, ma non osò neppure parlarne. Paolo si espresse duramente. No, la famiglia non poteva far altri sacrifizi. La pratica Cesario poteva bravamente farla ad Orolà. O non erano cristiani gli avvocati sardi? E quando mai si era sentita questa storia?

No, era una scusa questa, con la quale Cesario copriva il desiderio di continuare una vita strana, da gaudente, che lo consumava e che in pari tempo rovinava la famiglia.

— Spiegatevi bene! — esclamò Paolo dandogli seriamente del voi. — Cosa pensate di fare? Volete far l’avvocato o volete seguire la carriera amministrativa o concorrere ad un posto di sotto-segretario in qualche ministero?

— Voglio far l’avvocato! — rispose fieramente Cesario.

— Benissimo. Puoi restar qui allora; o se vuoi partire fa pure il tuo piacere, ma noi [p. 140 modifica]non possiamo andar oltre. — A poco a poco Paolo si raddolcì, s’intenerì e quasi quasi si metteva a piangere.

Perchè da qualche tempo gli affari gli andavano male; le cattive annate assottigliavano le rendite, non ostante l’operosità di Sebastiano, e pareva infine che con la decadenza fisica del padrone venissero giù le antiche fortune.

Cesario capì e non insistè. E siccome non era matto non sognò neppure di partire alla ventura, tanto più che ora nessuno gli dava credito.

Restò e cominciò la sua pratica presso un avvocato d’Orolà. Ma sparve la sua effimera gajezza, la sua espansione famigliare. Tornò in lui, più intensa, la noja, la stanchezza, l’intolleranza. Non potendo di più, procurava di esser gran signore in casa sua; nulla lo contentava, neppure il modo con cui Lucia ed Anna gli rifacevano il letto. Avrebbe voluto addormentarsi su uno strato di foglie di rosa, forse! Per lui si prepararono cibi squisiti, vivande prelibate, vini forti e vini leggeri, secondo l’umore della giornata. Del resto [p. 141 modifica]mangiava e beveva pochissimo, e diceva che il suo stomaco era guasto.

La sua biancheria veniva lavata e stirata in un modo tutto speciale. Infine tutti lo trattavano da gran signore, abituandosi alle sue stranezze. Perchè in fondo tutti gli volevano bene; e si accorgevano che, dopo cinque o sei anni di vita sfarzosa e divertente, egli ora si trovava certamente spostato. E poi egli era anche pieno di malanni fisici, e tutti, specialmente Maria, cercavano di circondarlo di cure, anche un po’ per pietà.



Allora Anna contava diciotto anni e mezzo, e a Caterina mancava qualche mese per averne sedici.

Caterina giocava ancora, ballava, cantava, faceva la ruota e l’altalena e sopratutto rideva, — eppure quanto più alta e bella di Anna ella era! Aveva già una coorte di adoratori. Tutti gli studenti del ginnasio, specialmente i compagni di Antonino, dai dodici ai quattordici [p. 142 modifica]anni, erano innamorati di Caterina. Del resto c’era anche qualche professore, qualche collega di Cesario e qualche amico principale di Sebastiano a cui Caterina piaceva un po’ troppo. Tutti conoscevano Caterina Velèna, e quando specialmente si parlava della sorella di Sebastiano Velèna si sottintendeva lei. Perchè Lucia era un po’ messa da parte. Anche lei aveva avuto molti adoratori, ne aveva tuttora, — eppure a ventidue anni non nutriva ancora una precisa speranza di matrimonio.

Ella si sapeva bella ed era ambiziosa. Il matrimonio di Angela le era sembrato quasi mediocre, e per sè guardava più in alto. Voleva dei titoli, — il titolo di dama per lo meno. In mancanza di titoli si sarebbe contentata di un laureato ricco. Però siccome Lucia, nel suo positivismo, conservava anche molta poesia e pretendeva nel suo ideale un po’ di bellezza, di gioventù e di spirito, — restava ancora in casa a sognare.

È impossibile trovar tutto ciò riunito. Non tutti, specialmente in una piccola città, possono esser gentiluomini, ricchi, giovani e belli. [p. 143 modifica]Non tutti i bei giovani, poi, possono essere laureati e non tutti i laureati sono benestanti. Lucia aveva avuto dei seri pretendenti, ma troppo modesti per appagarla. Forse qualcuno era stato amato da lei, — perchè infine è impossibile trascorrere i più poetici anni della fanciullezza senza amare, — ma non così appassionatamente da farsi scegliere per marito.

Molti, anzi troppi, conoscevano l’ambizione di Lucia Velèna, ed ammirandone la fine bellezza, si guardavano però bene dall’innamorarsene o dal farle seriamente la corte.

Lucia, a volte, sentendosi avviata verso i ventitrè anni, provava un terribile sgomento. Le sembrava di invecchiare e di aver avuto troppe pretensioni. No, l’ideale non giungeva, — forse non sarebbe giunto più! — Lucia però si confortava facilmente rievocando il ricordo di altre ragazze maritatesi dopo i trent’anni, — e passando in rassegna le signorine di Orolà, tutte più vecchie di lei. — Che importava? Non viveva bene in casa sua? Non poteva aspettare ancora? Neppure la più piccola macchia offuscava il suo nome di signorina educata [p. 144 modifica]e benestante; quindi il pretendente ideale poteva presentarsi da un giorno all’altro. Intanto era così dolce sognare in quel suo tiepido nido domestico, dove poteva vivere senza pensieri, dove tutti l’amavano e la rispettavano di più appunto perchè perdeva senza amore i suoi più begli anni in attesa d’un partitone che avrebbe tanto onorato la famiglia Velèna!

Questo, sì, poteva ben dirlo ad alta voce Maria Fara; le sue figlie non erano capricciose e i romanzi così frequenti nelle ricche famiglie, ove le fanciulle s’innamorano di giovani poveri, non succedevano in casa sua. Ella sperava di collocarle in alto, tutte le sue figliuole; anche per i figli nutriva progetti grandiosi; per Sebastiano pensava sovente ad una bellissima e ricca fanciulla in costume. Si chiamava Maria Marrai, figlia unica, adocchiata da molti giovanotti per i latifondi ed il bestiame opulento che possedeva suo padre. Maria ne parlò a Sebastiano, ma egli non volle sentirne.

— No, — disse, — non ci penso ancora.

E cadde, per qualche giorno, in una profonda tristezza. Giusto allora egli aveva intenzione [p. 145 modifica]di parlare con sua madre di Anna. Ora la rivelazione del suo amore non giungeva inopportuna? Vedeva chiaramente quanto sua madre ambiva. Anna era povera, poverissima in confronto di Maria Marrai.

Era come se a lui parlassero di un cattivo matrimonio per Lucia o per la diletta Caterina, non è vero? — Forse, visto che esse riponevano la loro felicità in tale unione, non si sarebbe opposto, ma qual profondo dispiacere, quale umiliazione non ne avrebbe egli risentito? — Tacque dunque e per passare meno dolorosamente il tempo si diede a lavorare più di prima. Passava persino le notti in campagna, e di giorno sul suo intelligente cavallo andava di vigna in vigna, di podere in podere, vigilando, spronando all’opera i lavoratori, i guardiani, i fattori.

Paolo Velèna voleva associarlo ai suoi affari; ma Sebastiano rifiutò.

— No, — disse, — io sono agricoltore e morrò agricoltore.

Invece di spianare i boschi sardi, egli avrebbe voluto moltiplicarli, o almeno farli risorgere. [p. 146 modifica]E i carbonai, gli scorzini, i carradori, avrebbe desiderato vederli lavorar le terre, dissodare e coltivare i latifondi incolti, seminando le vallate invase dai prugni e dalla pervinca, e guidando greggie nei pascoli abbandonati alla maledizione della solitudine.

Già! Quando Sebastiano parlava di queste cose lo guardavano con un sorriso d’ironia. Cesario lo sbeffeggiava apertamente. Questo però c’era di positivo; che Sebastiano era forte, sano e robusto, mentre Cesario tossiva tutta la notte. Il resto si sarebbe veduto poi. Se Sebastiano fosse stato certo di poter un giorno sposare la cugina, nessuno più felice di lui.

Ma, oramai pur troppo, ne dubitava. Gonario Rosa, laureatosi, frequentava lo stesso ufficio d’avvocato dove praticava Cesario.

L’amicizia dei due giovanotti restava inalterabile. Anche per Gonario l’avvenire non si presentava molto brillante, ma poco importava: egli era ricco, forse uno dei più ricchi di Orolà.

Tutto il patrimonio posseduto dai Velèna, Gonario lo aveva per sè solo. Ma siccome viveva il padre, uomo severo e duro, Gonario [p. 147 modifica]approffittava poco delle sue ricchezze e filava dritto, sotto il rigido comando paterno. Tuttavia trovava il modo di scialare e far lusso. Faceva la pratica d’avvocato con indolenza, sicuro di far un giorno a meno della sua laurea; — non ostante era uno dei migliori partiti di Orolà; uno di quei partiti sognati da Lucia. Eppure Lucia non badava a lui, non ci pensava neppure, benchè Gonario frequentasse sempre la casa, trattando le signorine famigliarmente. A Lucia ed a Sebastiano l’avvocato Rosa riusciva antipaticissimo, e ne sparlavano spesso. Perchè? non avrebbero saputo dirlo.

Sebastiano specialmente provava un astio segreto verso il rivale. Quando si accorse che ad Anna ed a Caterina spiaceva sentirne sparlare, Gonario gli divenne ancora più antipatico. Egli, così indulgente con tutti, non perdonava un difetto, una imperfezione, una parola mal detta dal giovine avvocato.

Invece Gonario, da qualche tempo, cercava di avvicinarsi a Sebastiano, usandogli mille gentilezze. Ma l’altro lo scansava; pareva che l’aristocratico fosse lui, ed evidentemente [p. 148 modifica]qualche volta Gonario ne provava umiliazione. Con gli occhi pensosi e scrutatori, Anna seguiva ogni moto, ogni muto armeggio dei due giovanotti.

Sebastiano conduceva spesso gli amici a bere nella cantina, ove prolungavano le loro intime conversazioni. Attraversando il cortile Anna sentiva qualche brano dei loro discorsi.

Così venne a conoscere l’amarezza evidente di Sebastiano verso Gonario, e si turbò, pensando che il cugino dubitasse della simpatia che ella nutriva per il giovine avvocato, e appunto per questo conservasse dell’astio verso il Rosa. Una sera, a cena, Cesario pronunziò qualche scherzo sarcastico sul conto dell’amico, recatosi alla caccia del muffone sulle montagne, con un inglese venuto apposta in Sardegna per cacciare.

Sebastiano afferrò subito l’occasione per tirar freccie contro il rivale. Invano Cesario, ch’era insolitamente di buon umore, deviò l’argomento mettendo in caricatura i cacciatori inglesi, e raccontando amene storielle.

— Molte volte, — disse, — comprano a [p. 149 modifica]prezzi favolosi pelli di muffone, di cervi e di cinghiali, e li riportano come trofeo di caccia, mentre non hanno cacciato che lepri e pernici.

Caterina prese la difesa degli inglesi; aveva veduto il cacciatore partito con Gonario e le era piaciuto, non ostante la sua giacca corta e il cappello di sughero. Ma Sebastiano non si curò di tutto questo. Gonario Rosa per lui era più ridicolo degli inglesi. Quella sera egli sparlò anche di Giovanni Rosa, il padre di Gonario. Anna soffriva. Le pareva che Sebastiano parlasse così per tormentarla.

Ad un tratto si alzò di scatto, salì nella sua camera e si gettò attraverso il letto, piangendo.

Oh, come ella soffriva! Certo, Sebastiano aveva scoperto il suo segreto, e si compiaceva di tormentarla in quel modo. Ma perchè? Forse che, se Gonario l’avrebbe davvero amata e chiesta in isposa, non sarebbe stata quella una grande fortuna per tutta la famiglia?

Ma Gonario pur troppo, non l’amava. Per un pezzo egli aveva continuato a corteggiarla, delicatamente, se poteva dirsi delicatezza quel [p. 150 modifica]suo modo di procedere. Anna si era illusa e la passione era venuta nel suo giovine cuore, coi sogni più diafani e rosei del primo amore. Ma ora tutto svaniva miseramente. L’avvocato pareva non ricordarsi più dello studente, ed Anna apriva gli occhi, spauriti, smarrita nell’immenso vuoto della sua delusione.

Gonario ora non le rivolgeva quasi più la parola: non la guardava neppure, non si accorgeva di lei.

Una dolorosa umiliazione gravava ora sulla sua povera anima. Eppure nulla era cambiato in lei. I suoi capelli restavano meravigliosi, e le sue esili mani bianche ricamavano sempre come in sogno, tremando leggermente talvolta, sulle trine Richelieu, nella tristezza di un ricordo lontano. Anna contava appena diciannove anni, conservava sempre la treccia cadente, — eppure già nei suoi occhi vagava l’ombra di sogni morti, di dolori misteriosi, e d’una grande amara delusione.

Gonario non l’amava. Perchè ella dunque l’amava sempre, senza speranza, senza tregua, senza fine? [p. 151 modifica]

Non gli rimproverava nulla perchè non ricordava d’aver ricevuto da lui, mai, una vera parola d’amore, e non gli serbava alcun rancore. Ma in fondo ella sentiva che c’era nel giovine qualcosa di spregevole e di vile, e ne restava umiliata, e allorchè Sebastiano faceva risaltare, con le sue parole roventi, i lati cattivi di Rosa, ella ne soffriva amaramente.

Soffriva egualmente, però, quando Caterina prendeva arditamente e calorosamente le difese di Gonario.

Caterina si spingeva tropp’oltre; diventava rossa e, se non poteva di più, si sfogava con parole acri contro il fratello. Maria Fara finiva con lo sgridarla, Lucia rideva a più non posso, ed Anna provava un atroce dubbio.

Pensandoci, poi, impallidiva dal dolore. No, non era possibile. Dio non doveva permettere ciò. Che aveva ella mai fatto per meritarsi tanto castigo? — Si accusava di peccati gravi e diceva in fine, bianca in volto per l’angoscia: Sì, io merito questo perchè ho peccato, ma Dio non mi userà misericordia?

Le pareva che fosse peccato il suo stesso [p. 152 modifica]amore, così puro e triste. — Io porto con me il castigo, — pensava, — sì, è così sempre. L’anima umana pecca, ma nel peccato stesso è il castigo.

Credeva di aver già molto vissuto e sofferto. In chiesa nessuno pregava più intensamente di lei. All’Elevazione, quando l’organo gemeva due sole rote, un sospiro, un singulto, Anna nascondeva la faccia tra le mani, così immersa nel pensiero dell’eternità che le sembrava di esser già morta e sepolta. Credeva tuttavia che quella fosse l’ora più opportuna per chieder grazia. Sì, Dio era lì, nel vapore orientale dell’incenso, nella nota singhiozzante e solenne dell’organo che si trasfondeva nella luminosità raggiante dei ceri. Anna lo sentiva e il grido dell’anima sua addolorata saliva con la voce dell’organo, a Dio misericordioso. “Dio mio, datemi la pace del cuore, Dio mio ajutatemi!”

Qualche volta osava chiedere qualcosa che le pareva impossibile; “Dio mio, fate ch’egli mi ami, Dio mio, abbiate pietà di me!” Ma, nella disperazione in cui viveva, l’idea [p. 153 modifica]di essere amata da lui la spaventava. E disperava della potenza di Dio; poi le sembrava che ciò fosse peccato.

— Dio mio, sia fatta la vostra volontà! — diceva, e le lagrime le velavano gli occhi.

Ma quasi sempre sentiva in sè una gran forza, un intenso desiderio di sacrifizio; e provava un sincero amore per tutti e per tutto, e in un vero slancio di entusiastica fede diceva:

— Fatemi soffrire, Dio mio, ma che gli altri sieno felici, tutti, tutti; anche lui, molto anzi, lui. Dio, Dio, fate che io abbia a perdonare molte cose, fatemi soffrire, date a me i dolori degli altri.

E carezzava Caterina, andava dall’uno all’altro dicendo buone parole. Se accadevano liti ella sapeva rappacificare gli animi, tanto più che queste liti erano di poco momento. Ma ad ogni modo ella dimostrava la sua buona volontà.

Entrava da Paolo Velèna e gli domandava:

— Vi occorre qualche cosa, zio?

— Nulla, mia piccola Anna. [p. 154 modifica]

— Datemi da copiare qualche cosa, se vi pare.

Molte volte Paolo le faceva copiare le sue aride lettere di commercio, sicuro di potersi affidare all’ortografia e alla segretezza della graziosa segretaria.

Due o tre volte Sebastiano si era trovato solo nell’ufficio con Anna.

Anch’egli scriveva per conto di suo padre. Nel silenzio un po’ pesante della stanza, le due penne sfrusciavano rapidamente. Solo quella di Anna si fermava ogni tanto. Gli occhi della fanciulla correvano al copia lettere, poi la sua penna riprendeva la corsa attraverso le righe della carta filogranata.

Pareva che nessuna passione, quasi nessun pensiero occupasse in quei momenti i due cugini. Eppure molte tristi cose passavano nel loro pensiero.

Anna fremeva sotto lo sguardo di Sebastiano. Era certa ormai che egli conosceva il suo amore e lo ritenesse colpevole. Quindi non osava neppure guardare il giovine: sentiva una sottile paura e arrossiva ogni volta che [p. 155 modifica]Sebastiano le rivolgeva la parola. A sua volta Sebastiano si smarriva trovandosi solo con lei: cercava di parlare, ma non poteva, non poteva....

Sbagliava i conti, le bollette, tutto ciò che doveva scrivere. Poi si dava dello stupido e si decideva.... per altra volta.




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Note


  1. In maggio canta la rana
    e fiorisce il prugno.
    A chi male parla
    peggior risposta gli danno. -