Chi l'ha detto?/Parte prima/40

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Parte prima - § 40. Intelligenza, genio, spirito, immaginazione

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Parte prima - § 40. Intelligenza, genio, spirito, immaginazione
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                                             § 40.

Intelligenza, genio, spirito, immaginazione



733.              Per correr migliori acque alza le vele
               Omai la navicella del mio ingegno,
               che lascia dietro a sè mar sì crudele.

( Dante, Purgatorio, c. I, v. 1-3).

e veramente solleva l’animo, dopo aver parlato tanto di guerre e di stragi, parlare delle pacifiche e nobili conquiste dell’ingegno umano. [p. 238 modifica]

Si fa colpa a Platone di aver tenuto poco conto del bel dono dell’intelligenza quando dette quella sua famosa definizione dell’uomo:

734.   L’uomo è un bipede implume.

Questa definizione, e la storiella che vi si collega, non hanno altra fonte che in Diogene Laerzio (De clarorum philosophorum vitis, dogmatibus et apophthegmatibus, lib. VI, cap. 2, § 40), il quale così la riferisce (cito la traduzione latina dell’edizione Didot, Parisiis, 1850, pag. 142): «Platone autem definiente, Homo est animal bipes sine pennis (Ἄνθρωπός ἐστι ζῶον δίπουν ἄπτερον), quum placeret ista ejus definictio, nudatum pennis ac pluma gallum gallinaceum [Diogenes] in ejus invexit scholam, dicens, Hic Platonis homo est. Unde adjectum est definitioni, Latis unguibus.» Ma è da notarsi che nelle opere di Platone nulla si trova di questo.

Invece la monca definizione, di Platone o d’altri che sia, fu completata da Boezio così:

735.   Homo est animal bipes rationale. 1

(Boezio, De consol. philosoph., lib. V, prosa IV ).

Miglior concetto dell’anima umana aveva l’Alighieri, quando disse:

736.   Non v’accorgete voi, che noi siam vermi
   Nati a formar l’angelica farfalla,
   Che vola alla giustizia senza schermi?

(Dante, Purgatorio, c. X, v. 124-126).

Degna di esser ricordata è pure l’altra frase dantesca che si applica felicemente a flagellare coloro ai quali simile dono divino è conteso. Essi trascorrono nel mondo come ombre, sono meno che nulla, e il poeta può passare sdegnosamente

737.   Sopra lor vanità che par persona.

(Dante, Inferno, c. VI, v. 36).
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All’incontro, al genio tutti s’inchinano:

738.   On ne chicane pas le génie. 2

vuolsi abbia detto Victor Hugo, forse parlando di sè medesimo di cui così altamente sentiva. Tuttavia anche il genio ha le sue debolezze, e spesso occorrerà di ripensare la sentenza di Seneca:

739.   Nullum magnum ingenium sine mixtura dementiæ fuit. 3

(De tranquill. animi, c. XV. § 61 ).
Seneca però si riferisce per questa sua opinione ad Aristotile (vedi infatti nei Problemata, cap. XXX, 1) - Il miglior commento a siffatta sentenza è la classica opera di Cesare Lombroso: «Genio e follia» di cui la prima ediz. è del 1864 e che fu poi rifusa nella 5a ediz. del 1888 e nelle successive col titolo: «L’uomo di genio in rapporto alla psichiatria, alla storia ed alla estetica»: in essa si vogliono dimostrare gli stretti rapporti fra il genio e la follia.

Il genio permette agli avventurati nei quali splende questa divina favilla, di giungere a prodigiosi resultati con lieve fatica, ed è appunto per questi predestinati che il Vangelo ha detto:

740.   Spiritus, ubi vult, spirat. 4

(Vang. di San Giovanni, cap. iii, v. 8 ).

cioè la mente divina si manifesta a chi vuole, anche a chi meno ne è degno; altri suppliscono all’acume col lavoro, e di costoro suolsi dire che

741.   Hanno il cervello nella schiena.

Questa frase, ormai entrata nel dominio della lingua parlata, fu usata da prima da Trajano Boccalini in un suo giudizio sull’erudito Giusto Lipsio «i cui scritti, egli nota, si vedevano laboriosi e mirabili per una varia e molteplice lettura; cosa così comune a tutti gli scrittori oltramontani, che sono stimati avere il cervello nella schiena, come agli Italiani, che l’hanno nel capo, è comune il sempre [p. 240 modifica] inventar cose nuove e lavorar con la materia cavata dalla miniera del proprio ingegno» (Ragguagli di Parnaso, Cent. I, ragg. XXIII).

Appartengono a codesta numerosa genìa anche gl’imitatori, flagellati da Orazio nel verso:

742.   O imitatores, servum pecus.5

(Epistole, lib. I, ep. 19, v. 19).

Dei lavori, particolarmente letterari, composti da autori senza genio inventivo, si suol dire che in essi:

743.   Il nuovo non è bello, e il bello non è nuovo.

la quale frase, secondo il Büchmann, trae origine da un epigramma di Johann Heinrich Voss, che, firmato X., comparve nel Vossischen Musenalmanach del 1792, pag. 71:

               Auf mehrere Bücher,
                    Nach Lessing.

Dein redseliges Buch lehrt mancherlei Neues und Wahres. Wäre das Wahr nur neu, wäre das Neue nur wahr!

Il luogo di Lessing richiamato nel titolo di questo epigramma si trova nelle Briefen die Neueste Literatur betreffend (111. Brief, 1760, 12. Juni).

A codesta razza di eunuchi scribacchianti, i francesi applicano argutamente il noto verso di Voltaire:

744.   Il compilait, compilait, compilait.6

che si trova nella satira Le pauvre diable, scritta nel 1758 per distogliere dalla pericolosa professione delle lettere un giovane senza beni di fortuna che scambiava per genio la sua smania di far versi. Fra le persone prese di mira in questa satira è l’abate Nicolas-Ch.-Jos. Trublet che veramente non meritava la cattiva reputazione creatagli dai versi di Voltaire, e di cui questi diceva:

          L’Abbé Trublet alors avait la rage
               D’être à Paris un petit personnage;
               Au peu d’esprit que le bon homme avait.
               L’esprit d’autrui par supplément servait:
               Il entassait adage sur adage,

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               II compilait, compilait, compilait;
               On le voyait sans cesse écrire, écrire
               Ce qu’il avait jadis entendu dire,
               Et nous lassait sans jamais se lasser.

Il talento inventivo di costui non era certamente pari a quello di Girardin, che prometteva:

745.   Une idée par jour.7

Emilio de Girardin, il principe dei giornalisti moderni, il 29 febbraio 1848, annunziava che apriva una colonna del suo giornale La Presse (fondato nel 1836) alla discussione di tutte le idee giuste ed utili e che in essa avrebbe trovato luogo un’idea al giorno; però il pubblico non accolse con troppo entusiasmo questa minaccia di inondazione d’idee, e la rubrica, intitolata appunto Une idée par jour, non comparve che un giorno solo, il numero del 2 marzo.

A conforto di chi non ha inventato niente, neppure la polvere, abbiamo un verso di Ovidio:

746.   Nec minor est virtus quam quærere, parta tueri.8

(De arte amatoria, lib. II, v. 13).

che nelle opere di un filosofo naturalista del sec. xvi trovasi ripetuto in questa forma:

Non minor virtus est tueri et perficere rem inventam.... quam
               reperire.           (Gesner, Pandect., lib. IX, Tiguri, 1548, pag. 107).

Ma il genio umano fa ogni giorno conquiste meravigliose, e oggi parrebbe meno audace l’apostrofe del Monti:

747.    Che più ti resta? Infrangere
     Anche alla Morte il tèlo,
     E della vita il nèttare
     Libar con Giove in cielo.

(V. Monti, ode al signor di Montgolfier).
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Qualità accessorie dell’ingegno, e che spesso ne tengono il luogo sono l’immaginazione e lo spirito, lo wit degli inglesi. Della prima avrebbe detto Malebranche che

748.   L'imagination est la folle du logis. 9

definizione che Voltaire rese popolare ripetendola in fine dell'articolo Apparition del suo Dictionnaire philosophique: «Défions-nous des écarts de l’imagination, que Mallebranche appelait la folle du logis.» Era da supporsi che Malebranche avesse detto ciò nel suo trattato: De la recherche de la vérité, liv. II: De l'imagination, ma confesso che non sono riuscito a trovare nè la citazione esatta nè nulla di simile.

Del secondo si suol dire che

749.   L’esprit qu’on veut avoir, gâte celui qu’on a.10

(Gresset, Le Méchant, a. IV, sc. 7).

ovvero che

750.   Chacun dit du bien de son cœur, et personne n’en ose dire de son esprit. 11

e anche:

751.   Un homme d'esprit serait souvent bien embarassé sans la compagnie des sots. 12

752.   Il n’y a point de sots si incommodes que ceux qui ont de l’esprit. 13

le quali ultime tre sentenze sono tolte dallo stesso libro, le troppo famose Maximes de La Rochefoucauld, § XCVIII, CXL, CCCLI. [p. 243 modifica]

Come pure le note parole di Armanda che sono l’impresa di tutte le società di mutuo incensamento:

753.   Nul n’aura de l’esprit, hors nous et nos amis.14

(Molière, Les Femmes savantes, a. III, sc. 2).

E citiamo ancora, sempre nella lingua dei francesi, popolo che di spirito s’intende indubbiamente, questo detto comune:

754.   Monsieur Tout-le-monde qui a plus d’esprit que M. Voltaire.15

la quale frase nasce probabilmente dalle parole dette da Talleyrand in un discorso pronunziato alla Camera dei Pari il 24 luglio 1821 in difesa della libertà di stampa: «De nos jours, il n’est pas facile de tromper longtemps. Il y a quelqu’un qui a plus d’esprit que Voltaire, plus d’esprit que Bonaparte, plus d’esprit que chacun des Directeurs, que chacun des ministres passés, présents, à venir, c’est Tout-le-monde.» Anche Jules Claretie nell’idilliaco romanzo Pierrille (ch. XIV): «....cette poésie qui vient on ne sait d’où, de ce Tout-le-monde qui a plus d’esprit que Voltaire et plus de poésie que Virgile.»

Dei vantaggi della meditazione e della solitudine per elevare lo spirito disse Cicerone, affermando di Publio Scipione Africano, sulla fede di Catone, suo contemporaneo, esser solito di dire:

755.   Nunquam se minus otiosum esse, quam quum otiosus; nec minus solum, quam quum solus esset.16

Così Cicerone scrive in princ. del lib. III, De Officiis; e lo stesso ripete nel lib. I, § 17 del De Republica. Isidoro Del Lungo applica felicemente questa frase a Dante giovine in: Beatrice nella vita e nella poesia del secolo XIII (Milano, 1891), a pag. 44: «Il paradosso del maggiore Affricano.... si adatta, con singolare [p. 244 modifica] vicenda, non più ai romani pensamenti del vincitore d’Annibale, ma alla medievale psicologia dei trasognati servi di Amore. E tale invero Dante descrive se stesso (nella Vita Nuova).»

Le arti vogliono un genio, un’attitudine speciale: ad esse più direttamente alludeva Orazio quando ammoniva che

756.   Tu nihil invita dices faciesve Minerva.17

( Orazio, Arte poetica, v. 385).

e lo stesso concetto esprimeva un poeta veronese del settecento nei noti versi:

757.   [Che] A chi natura non lo volle dire
      Nol dirian mille Ateni e mille Rome.

(Gio. Agost. Zeviani, La Critica poetica,
Verona, 1770-73, to. I, son. XXIV).

Dello Zeviani parlò Gius. Biadego in Pagine sparse di storia letteraria veronese del sec. XVIII (Nozze Bolognini-Sormani, Verona, 1900), nello studio intitolato: Un poeta critico. Lo Zeviani con questi versi intendeva mostrare quanto si sentisse impacciato volendo definire l’eleganza dello scrivere.

Questo genio è quello che spingeva il Correggio alla celebre esclamazione:

758.   Anch’io sono pittore.

innanzi alla S. Cecilia di Raffaello a Bologna. A proposito di che il P. Luigi Pungileoni nelle Memorie istoriche di Antonio Allegri detto il Correggio, vol. I (Parma, 1817), a pagina 60, scrive: «Avrebbe del pari a scrivere assai chi volesse andare vagando per le lettere del P. Resta, il primo forse ad affermare che la dotta Felsina a sè lo trasse per additargli la Santa Cecilia, alla cui vista, si dice, stupì ed esclamò: Son pittore ancor io. Ogni probabilità vuole che si creda questo detto di conio italiano, riportato di poi come certo da più d’un autor francese. Evvi stato chi bonariamente supponendo ciò vero gli ha data la taccia di superbo, taccia ingiusta, quand’anche gli fossero uscite dal labbro queste od altre parole d’ugual valore, abbandonato ad un impeto subitaneo; [p. 245 modifica] naturale in chi sente d’essere nato a far cose, per le quali la sorpresa dividesi tra il prodigio dell’arte e quello della natura. Se egli sia mai stato in Bologna è un punto su cui non ho dati, che bastino ad asserirlo od a negarlo, essendo facile che vi si portasse senza che siasene tenuta memoria fatto alcun caso. Nè fuori è della linea dei possibili che uno fosse pur egli della compagnia della Gambara, di cui era famigliare un suo zio materno, allorché questa illustre Poetessa vi si portò per ossequiare Leon decimo Pontefice sommo.... Ma se Antonio se ne andasse in Bologna in quell’epoca o dipoi, niuna memoria ci resta, e si ha solo per cosa niente dubbia che allora non avrebbe potuto pascere la vista nel quadro dell’Urbinate, perchè non v’era, e alquanti anni tardò.» Infatti la mirabile tavola della Santa Cecilia passò nell’oratorio della Santa nella chiesa di S. Giovanni in Monte di Bologna solo nel 1517.

Julius Meyer nella sua lodata opera Correggio (Leipzig, 1871) a pag. 23 ripete, traducendo o quasi dal Pungileoni, le stesse considerazioni; ma neppur egli dice dove il P. Sebastiano Resta abbia fatto questo racconto. Forse in una delle sue molte lettere artistiche sul Correggio, ma certamente in nessuna di quelle pubblicate nel III volume dell’opera del Pungileoni, né nella Raccolta di lettere pittoriche del Bottari. È inutile dire che il Vasari nella Vita dell’Allegri non fa parola di questo.

Anche gli artisti, anzi essi più di altri, hanno i loro momenti di sconforto, nei quali dubitano di tutto, anche di sè medesimi.

759.   Sono un poeta o sono un imbecille?

è la ingenua domanda di Lorenzo Stecchetti, cioè Olindo Guerrini, in un sonetto (VII) dei Postuma. Forse lo ispirava lo spirito del dubbio, quel Mefistofele che nella canzone detta del fischio nel dramma lirico che da lui trae nome, parole e musica di Arrigo Boito (a. II), canta:

760.              Son lo spirito che nega
               Sempre, tutto.

A questi versi corrisponde nell’originale tedesco del Goethe il v. 984 della Prima Parte, sc. 3:
          Ich bin der Geist stets verneint! [p. 246 modifica]

Le esitazioni, le incertezze del genio ricordano il verso del dottor Faust:

761.   Zwei Seelen wohnen, ach! in meiner Brust.18

( Wolfg. von Goethe, Faust, I. Th. Vor dem Thor, v. 759).

reminiscenze di Racine e di Wieland. Il primo nei Cantiques spirituels (3. Plainte d’un Chrétien etc.) aveva detto:

               Mon Dieu, quelle guerre cruelle!
               Je trouve deux hommes en moi.

il secondo nel dramma lirico Die Wahl des Herkules:

               Zwei Seelen, ach, ich fühl’ es zu gewiss!
               Bekämpfen sich in meiner Brust
               Mit gleicher Kraft....

Note

  1. 735.   L’uomo è un animale bipede ragionevole.
  2. 738.   Dinanzi al genio non si cavilla.
  3. 739.   Non vi fu alcun grande ingegno senza un poco di pazzia.
  4. 740.   Lo spirito spira dove vuole.
  5. 742.   O Imitatori, servo gregge.
  6. 744.   Egli compilava, compilava, compilava.
  7. 745.   Una idea al giorno.
  8. 746.   Nè minore abilità del trovare nuove come è nel saper conservare le già acquistate.
  9. 748.   L'imaginazione è la matta di casa.
  10. 749.   Lo spirito che si vuole avere, sciupa quello che si ha.
  11. 750.   Ognuno loda il cuore che ha e nessuno osa lodare il proprio spirito.
  12. 751.   Un uomo di spirito sarebbe sovente molto imbarazzato senza la compagnia degli sciocchi.
  13. 752.   Non ci sono sciocchi tanto importuni quanto quelli che hanno dello spirito.
  14. 753.   Nessuno avrà dello spirito, tranne noi e i nostri amici.
  15. 754.   Il Signor Tutti che ha più spirito di Voltaire.
  16. 755.   Mai essere stato meno ozioso di quando era in ozio; meno solo, di quando era solo.
  17. 756.   Nulla dirai farai a dispetto di Minerva.
  18. 761.   Due anime albergano, ohimè, nel petto mio.