Dora

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Alfred Tennyson 1835 D 1868 Giacomo Zanella Indice:Versi di Giacomo Zanella.djvu Idilli letteratura Dora Intestazione 28 dicembre 2011 100% Idilli

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DORA.

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Idillio tradotto dall’inglese di Alfredo Tennyson.

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     Nella magion del fittaiuolo Allano
Dora e Guglielmo i dì traean: l’un figlio,
L’altra nepote. A’ giovanetti il guardo
Rivolgea spesso Allano, ed in suo core
5Spesso dicea: «li vo’ veder congiunti.»
Del zio Dorina il desiderio intese
E Guglielmo guatava; ma Guglielmo,
Perchè sempre a’ suoi fianchi in quella casa
L’avea veduta, non badava a Dora.

     10Or venne il dì, che in una stanza Allano
Trasse Guglielmo e disse: «Io troppo tardi,
O figlio, m’ammogliai: pur non intendo
Chiudere gli occhi al sol, se pria non veggo
Sui ginocchi scherzarmi un nipotino;
15E già nel core designai gli sposi.

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Or puoi, Guglielmo, quind’innanzi a Dora
Guardar come a tua sposa; è casalinga
Ed oltre gli anni suoi buona massaia.
D’un mio fratello è nata. Aspre parole
20Ebbi un giorno con lui, nè più veduti
Da quel giorno ci siam. Dorme sepolto
In paese stranier: ma per l’amore
Che in altro tempo a lui m’unia, raccolsi
La sua bambina e l’allevai. Di sposo
25Dálle, o figlio, la man: son anni ed anni
Che il giocondo pensier di queste nozze
Notte e dì non mi lascia.» In secchi accenti
Guglielmo rispondea: «Non fia, non fia
Che Dora abbia il mio cor: per questo sole
30No, Dora, non avrammi.» E l’uomo antico
Di rossa bile s’accendea: le mani
Si storse e disse: «non la vuoi? fanciullo
Replicarmi così? Ma ne’ miei tempi
La parola del padre era comando,
35E tal oggi sarà. Pensa, Guglielmo,
Pensa al tuo fatto: t’abbandono un mese
A maturo consiglio, e la risposta
Sia quale io la dimando; o per quel Dio
Che ne guarda ambedue, prendi il fardello
40Nè mostrarti più mai sulla mia porta.»

     Obliqui detti mormorò: si morse
Il garzone le labbra e ritirossi.

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Più Dora ei rimirava, e men sentiva
Di mai poterla amar: aspri i suoi modi
45Con lei; ma Dora mansüetamente
Lo sopportava. Allor prima che volto
Si fosse il mese, le paterne soglie
Abbandonò Guglielmo e per mercede
L’altrui podere a coltivar si pose;
50E fosse per amore o per dispetto
Dopo breve stagion sposò Maria,
D’un campagnuol la poveretta figlia.

     Sonava la campana annunziatrice
Delle nozze novelle. A sè chiamava
55Allano la nipote e le dicea:
«T’amo, fanciulla mia, di core io t’amo;
Ma se un accento cangerai con lui
Che si disse mio figlio; o se parola
Colla donna farai che sua consorte
60Dirassi questo dì, chiusa per sempre
T’è questa casa. Il mio volere è legge.»
Dora era dolce e d’obbedir promise;
Ma pensava in suo cor: «Come ciò fia?
Lunga stagione non andrà che il zio
65Rabbonirassi e muterà pensiero.»

     E passavano i giorni. Intanto un figlio
A Guglielmo nascea. Più dura allora

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Povertade l’assalse. Addolorato
Ei dì per dì passava e ripassava
70Muto dinanzi la paterna porta,
E l’iracondo Allan non lo vedea.
Ma Dora di nascosto accumulava
Il poco che poteva e di nascosto
L’inviava al meschin che non sapea
75Di qual mano venisse; infin che fiera
Una febbre lo colse ed in poca ora
Lo condusse a morir, quando ne’ campi
I lavori fervean della raccolta.

     Dora allor venne a visitar Maria.
80Maria sedea col pargoletto in grembo
E lo guardava e lagrimava: in piedi
Insospettita si levò, mirando
Dora venir che avvicinossi e disse:
“Finor la voglia rispettai del zio,
85Ed io peccai, perchè della sventura,
Che Guglielmo cogliea, fui cagion prima.
Ma per l’amor di lui che più non vive,
E di te che a sua donna egli prescelse,
Per l’amor di quest’orfano innocente,
90A te vengo, o Maria. Sono cinque anni,
Come tu sai, che più superba mèsse
Non si vide ne’ campi. Or mi permetti
Ch’io prenda il tuo bambin: gli occhi del zio
Vo’ si scontrino in lui, quando discende

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95A veder la campagna. Allor che esulta
Gioioso in core della larga mèsse,
Lo sguardo gli cadrà sul fanciulletto,
E per l’amor di lui che più non vive,
Vorrà prenderlo in braccio e benedirlo.”

     100E Dora prese il fanciulletto e venne
Per ascoso sentier presso i frumenti,
E sovra un monticel non seminato,
Ove crescean papaveri, si assise.
Per altra parte il fittaiuol discese
105Alla campagna, nè di Dora seppe;
Poichè servo non fu che dirgli osasse
Ch’era là col bambin che l’attendea.
Dora volle levarsi e girne a lui,
Ma le ginocchia le tremaro. Intanto
110I falciator falciavano: cadea
Il sole in occidente e tenebrosa
La notte discendea sulla campagna.

     Venne il domani. Alzossi un’altra volta
E preso in braccio il pargolo, si assise
115Sul monticel. De’ camperecci fiori,
Che lì presso sorgean, compose un serto,
Onde del bimbo il cappellin recinse,
Perchè agli occhi del zio più bel sembrasse.
Allor calava il fittaiuol ne’ campi

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120E vedea la nipote: abbandonava
I mietitori e s’accostava ad essa
E le diceva: “Dove fosti ieri?
E che fanciullo è quello? E qui che fai?”
Abbassò Dora gli occhi e gli rispose
125A mezza voce: “È di Guglielmo il figlio.”
“E non lo dissi, prorompeva Allano,
E non lo dissi ch’io ’l vietava?” E Dora
Seguiva: “Fa’ di me quel che ti piace,
Ma piglia il fanciulletto: e per l’amore
130Di lui che non è più, lo benedici.”
Riprese Allan: “Ben hai la trama ordita
Con quella donna là! De’ miei doveri
Ammaestrarmi tu? La mia parola,
Ben ricordi, era legge, e tu l’osavi
135Disobbedir. Ebben: resti il bambino,
Perchè lo vo’: ma tu da questa parte
Prendi la via, nè più venirmi innanzi.”

     Così dicendo, il fanciulletto prese
Che strillava atterrito e si schermia
140Come sapeva. Gl’intrecciati fiori
Cadder di Dora a’ pie, che le man giunse
E si partì: del pargoletto il grido
Lontan pe’ campi dileguarsi intese.
Chinò la testa al seno; e la memoria
145Del dì che fanciulletta in quella casa
Venne e di quanto vi passò, la strinse.

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Si assise sul terren: la faccia ascose,
E lagrimò segretamente. Intanto
I falciator falciavano: cadea
150II sole in occidente, e tenebrosa
La notte discendea sulla campagna.

     Al casolare di Maria si volse
Allor Dora e sull’uscio appresentossi.
Vide Maria che il suo bambin non era
155Con Dora, onde a lodar si mosse Iddio,
Che consolava i vedovi suoi giorni.
E Dora disse: “Il zio tolse il bambino;
Ma concedi, Maria, che teco io viva
E lavori con te: dice che mai,
160Mai più non osi presentarmi a lui.”
E Maria rispondeva: “Ah, non sia vero
Ch’io ti debba aggravar della mia croce:
E penso ancora non sia ben ch’egli abbia
Il bambin, che crescendo alla sua scola
165Un cattivello si farà, nè cuore
Avrà per la sua madre. Andianne a lui.
Io pregherollo che il bambin mi renda
E te ripigli; e se ti scaccia, allora
Povere amiche noi vivremo insieme,
170E per quel poveretto orfanel cara
Avremo ogni fatica, in fin che cresca
E la mercè ne renda.” Allor le donne
Si baciarono in fronte, e fuori uscendo

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S’avviaro alla casa. Era levato
175Il saliscendi della porta: il guardo
Entro mandâr furtivo, e sui ginocchi
Vider dell’avo il pargoletto assiso.
Il vecchio lo cingea delle sue braccia
E lo blandia premendogli le guance
180Come uno che l’amasse: il vezzosetto
Si contorceva e di ghermir tentava
Il bel ciondolo d’oro che pendea
Dall’oriol d’Allano, e contro al foco
Riscintillava. Entrâr le donne; e quando
185Il fanciullin vide la madre, un grido
Mise e le braccia le distese. A terra
Lo pose Allano, e Maria prese a dire:

     “Padre, se usar di tal nome mi lece,
Limosina per me mai non ti chiesi,
190Nè per Guglielmo o pel bambin che vedi:
Per Dora io vengo: in casa la riprendi,
Ch’ella ben t’ama. O mio signore! Il giorno
Che Guglielmo moria, pacificato
Moria con tutti. Io nel chiedeva; ed ei
195Mi ripetea che benediva al giorno
Che la mano mi diè: tale gli fui
Moglie amorosa. Ma dicea che un fallo
Commesso avea, d’attraversarsi a’ cenni
Del suo padre e signor. Che Dio, dicea,

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200Lo benedica, nè provar gli lasci
Il millesmo de’ guai, per cui passaro
Gl’infelici miei giorni. Alla parete
Poi si rivolse e giacque. O sventurata
Derelitta ch’io son! Ma tu, signore,
205Non negar ch’io riprenda il mio fanciullo,
Perchè duro di cor teco non cresca
E odiar del padre la memoria impari.
Dora ripiglia, e vada il rimanente,
Come sinora alla fortuna piacque.”

     210Così Maria diceva, e Dora il volto
Dietro le spalle di Maria celava.
Alto silenzio possedea la stanza,
Allorchè dal suo seggio all’improvviso
Prorompea singhiozzando il vecchio Allano:
215“Io son l’iniquo; è mia la colpa: il reo
Son io, che merto ogni castigo: io sono
Che uccisi il poveretto, e pur l’amava
Guglielmo, il figliuol mio! Che Dio perdoni
Al mio grande peccato; e voi, mie figlie
220Datemi un bacio.” Allor le donne al collo
S’avvinghiaron del vecchio e lo baciaro
Intenerite e ribaciaro. Il core
Dilanïato da’ rimorsi avea,
E l’assalia con rinascente fiamma
225L’antico amore. Singhiozzò gran tempo

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Sul picciolo nipote, e nel pensiero
Non vedea che Guglielmo. Or questi quattro
Vissero insieme da quel giorno; e quando
L’anno fu volto, di novelle nozze
230Lieto fu ’l core di Maria; ma Dora
Nubile si serbò sino alla tomba.

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