Gl'ingannati/Atto IV

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Atto III Atto V

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ATTO IV

SCENA I

Pedante e Stragualcia.

Pedante. Egli ti starebbe molto bene ch’egli ti desse cinquanta bastonate per insegnarti, quando e’ va fuore, a fargli compagnia e non t’imbriacasse e poi dormire, come hai fatto, e lasciarlo andar solo.

Stragualcia. E voi doveria far caricar di scope, di solfo, di pece, di polvere e darvi fuoco per insegnarvi a non esser quel che voi séte.

Pedante. Imbriaco! imbriaco!

Stragualcia. Pedante! pedante!

Pedante. Lassa ch’io trovi il padrone!...

Stragualcia. Lasciate ch’io truovi suo padre!...

Pedante. Oh! A suo padre che puoi dir di me?

Stragualcia. E voi che potete dir di me?

Pedante. Che tu sei un gaglioffo, un manigoldo, un infingardo, un poltrone, un pazzo, uno imbriaco, posso dire.

Stragualcia. E io che voi séte un ladro, un giocatore, una mala lingua, un barro, un mariuolo, un frappato re, un vantatore, un capo grosso, uno sfacciato, uno ignorante, un traditore, un sodomito, un tristo, posso dire.

Pedante. Noi siamo conosciuti.

Stragualcia. Voi dite ’l vero.

Pedante. Basta: non piú parole. Non mi vo’ metter con un par tuo, che non m’è onore.

Stragualcia. Si, per Dio! Tutta la nobilita della Maremma è in voi! Sareste mai altro che figliuol d’un mulattiere? Non son io nato meglio di voi? Pare onesto a questo furfante, poi che sa dir «cuius masculini», di tener ognun sotto i piei. [p. 370 modifica]

Pedante. «Povera e nuda vai, filosofia». In bocca di chi -son venute le povere lettere? D’uno asino.

Stragualcia. L’asino sarete voi, se non parlate altrimenti; che vi caricarò di legname.

Pedante. Sai che ti ricordo? Furor fit laesa saepius sapientia. Tu mi farai, un tratto, uscir del manico, Stragualcia. Lasciami stare, famegliaccio di stalla, poltrone, arcipoltrone!

Stragualcia. Doh pedante, arcipedante, pedante, pedantissimo! Puossi dir peggio che pedante? trovasi la peggior genia? ècci la maggior canaglia? trovasi esercizio peggiore? Forse che non vanno gonfiati perché altri gli chiama «messer tale» e «maestro quale»? e che non rispondono con riputazione a una sbirettata discosto un miglio? Comanda, messer caca, messer stronzo, maestro squaquara, messer merda?

Pedante. Tractant fabrilia fabri. Tu parli propio da quel che sei.

Stragualcia. Parlo di quel che vi piace.

Pedante. Vòimiti levar dinanzi?

Stragualcia. Io non vi ci fui mai dinanzi: benché non è restato da voi.

Pedante. Al corpo di...

Stragualcia. Al corpo ci... Guarda chi mi vuol dir villania! Sa che non fece mai tristizia ch’io non sappia e che, s’io volesse, il potrei fare ardere, e pur mi sta a rompere il culo.

Pedante. Ti menti per la gola, ch’io non son uomo da ciò.

Stragualcia. Sarebbe forse il primo.

Pedante. Ho deliberato, Stragualcia, o che tu non starai in casa o ch’io non ci starò io.

Stragualcia. È forse la prima volta che l’avete detto? Voi non ve ne partiresti, se altri ve ne cacciasse con le granate. Ditemi un poco: chi trovareste voi che vi tenesse a tavola seco, nello studio seco, a dormire seco, se non questo giovinetto che è meglio del pane?

Pedante. Per Dio, si, mi mancarebbeno i partiti, quando io gli volesse! Ho tal che mi prega.

Stragualcia. Oh la buona robba! Passate, passate. [p. 371 modifica]

Pedante. Vogliam far poche parole; e farai bene. Tornatene a l’ostaria ed abbi cura alle robbe del padrone. Poi faremo conto insieme.

Stragualcia. AlPostaria tornarò io volentieri e conto farò io a vostra posta; ma pensate d’avere a pagar voi. S’io non facesse qualche volta il viso dell’arme a questo sciagurato, non potrei viver con lui. Egli è piú vii ch’un coniglio. Com’io lo bravo, non fa parola; ma, s’io me gli mettesse sotto, mi squartarebbe, si gross’ha la discrezione! Buon per me che lo conosco!

Pedante. Il Frulla m’ha detto che Fabrizio sará in verso piazza. E però sará buono ch’io pigli di qua.

SCENA II

Gherardo, Virginio e Pedante.


Gherardo. De la dote quel che è detto è detto. La dotarò come tu vorrai; e tu aggiugni mille fiorini, quando tuo figliuol non si truovi.

Virginio. Cosí sia.

Pedante. S’io non m’inganno, io ho veduto questo gentiluomo altre volte; né mi ricordo dove.

Virginio. Che mirate, uomo da bene?

Pedante. Certo, questo è il padrone.

Gherardo. Lascia mirar quel che gli piace. Debb’esser poco pratico in questa terra: che, negli altri luochi, non si pon mente a chi mira come qui; ma si lascia mirar ognuno.

Pedante. S’io miro, io non miro sine causa. Ditemi: conoscete voi in questa terra messer Virginio Bellenzini?

Virginio. Si, conosco; e non potrebb’esser piú mio amico di quel che gli è. Ma che volete voi da lui? Se pensate d’alloggiar seco, vi dico che gli ha altre facende e che non vi pò attendere: si che cercate pur altro oste.

Pedante. Voi séte per certo esso. Salvete, patronorum optime. [p. 372 modifica]

Virginio. Sareste mai messer Pietro de’ Pagliaricci maestro di mio figliuolo?

Pedante. Si, sono.

Virginio. Oh figliuol mio! Trist’ame! Che nuove mi portate i di lui? ove il lasciaste? ove mori? perché séte stato tanto ad avvisarmi? ammazzoronlo quei traditori, quei iudei, quei cani? Figliuol mio! Era quanto bene io avevo al mondo! O caro maestro mio, presto! Ditemelo: ve ne prego.

Pedante. Non piangete, messer, di grazia.

Virginio. Oh Gherardo, genero mio! Ecco chi m’allevò quel povero figliuolo mentre che visse. Oh maestro! O figliuol mio, dove se’ tu sotterato? Sapetene nulla? che non mei dite? ch’io muoio di voglia di saperlo e di paura di non intender quello ch’io intenderò.

Pedante. O padron mio, non piangete. Perché piangete?

Virginio. Non piangerò io un cosí dolce figliuolo? cosí savio? cosi dotto? cosí bene allevato? che quei traditori me l’ammazzorono.

Pedante. Iddio ve ne guardi, voi e lui. Vostro figliuolo è vivo e sano.

Gherardo. Mal per me, se questo è. Perdut’ho io mille fiorini.

Virginio. Vivo e sano? Che? Se cosí fusse, saria ora con voi.

Gherardo. Virginio, conosci ben costui, che non sia qualche barro?

Pedante. Parcius ista viris, tamen obiicienda memento.

Virginio. Ditemi qualche cosa, maestro.

Pedante. Vostro figliuolo, nel sacco di Roma, fu prigione d’un capitano Orteca.

juC^ Gherardo. State a udire, che ora comincia la favola.

Pedante. E perché gli era a compagnia con due altri, pensando d’ingannarsi, secretamente ci mandò a Siena. Di li a pochi giorni venn’egli dubitando che quei gentiluomini sanesi, che sono molto amici del dritto e del ragionevole e molto affezionati a questa nazione e sopra tutto uomini da bene, non glie lo tollesseno e liberasseno. Lo cavò di Siena e mandò a un [p. 373 modifica]Castel del signor di Piombino; e per usque millies ci fece scrivere per mille ducati di taglia che gli avea posto.

Virginio. Figliuol mio! Straziavano, almanco?

Pedante. Non certo; ma il trattavan da gentiluomo.

Gherardo. Io sto con la morte alla bocca.

Pedante. Non avemmo mai risposta di lettere che noi mandassemo.

Gherardo. Tu intendi. Che si che ti cavará di man qualche scudo?

Virginio. Segue.

Pedante. Or, essendoci condotti col campo spagnuolo in Corregia, fu questo capitano ammazzato; e la corte prese la sua robba e noi ha liberati.

Virginio. E dov’è il mio figliuolo?

Pedante. Piú presso che non credete.

Virginio. È forse in Modana?

Pedante. Se mi promettete il beveraggio, quia omnis labor optat praemium, io vel dirò.

Gherardo. Or questa è la cosa, truffatore!

Pedante. Voi avete il torto. Truffatore io? Absit.

Virginio. Prometto ciò che voi volete. Dove è?

Pedante. Nell’ostaria del «Matto».

Gherardo. La cosa è fatta: i mille fiorini son giocati. Ma che mi fa a me? Pur ch’i’ abbi lei, mi basta. Io son ricco (d’avanzo.

Virginio. Andiamo, maestro, ch’io non credo veder quell’ora ch’io ’l vegghi, ch’io l’abbracci, ch’io ’l baci e lo pigli in collo.

Pedante. Padrone, oh quanto mutatur ab ilio! E’ non è piú fanciullo da pigliare in collo. Voi non lo conoscereste. Gli è fatto grande. E so certo che non riconoscerá voi, cosí séte mutato! Praeterea avete questa barba, che prima non la portavate; e, s’io non vi sentivo parlare, non vi arei mai conosciuto. Che è di Lelia?

Virginio. Bene. Gli è fatta grande e grossa.

Gherardo. Come «grossa»? Se gli è cotesto, tientela; ch’io, per me, non la voglio. [p. 374 modifica]

Virginio. Oh! oh! Io dico che gli è fatta giá una donna. O maestro, io non v’ho ancor baciato.

Pedante. Padrone, io non dico per vantarmi; ma io ho fatto per il vostro figliuolo... so ben io. E n’ho avuta cagione, ch’io non lo richiesi mai di cosa che subito egli non s’inchinasse a farla.

Virginio. Come ha imparato?

Pedante. Non ha perduto il tempo a fatto, ut licuit per varios casus, per tot discrimina rerum.

Virginio. Chiamatelo un poco fuore; e non gli dite niente. Vo’ veder se mi conosce.

Pedante. Egli era uscito dell’ostarla poco fa. Veggiamo se gli è tornato.

SCENA III

Pedante, Stragualcia, Virginio e Gherardo.


Pedante. Stragualcia! o Stragualcia! È tornato Fabrizio?

Stragualcia. Non anco.

Pedante. Vien qua. Fa’ motto al padron vecchio. Questo è messer Virginio.

Stragualcia. Èvvi passata la còllora?

Pedante. Non sai ch’io non tengo mai còllora con te?

Stragualcia. Fate bene.

Pedante. Or da’ qua la mano al padre di Fabrizio.

Stragualcia. Porgetemela voi.

Pedante. Non dico a me; dico a questo gentiluomo.

Stragualcia. È questo il padre del nostro padrone?

Pedante. Si, è.

Stragualcia. O padron magnifico, a tempo veniste per pagar l’oste. Ben gionto.

Pedante. Costui è stato un buon servitore a vostro figliuolo.

Stragualcia. Volete forse dir ch’io non gli son piú?

Pedante. No.

Virginio. Che tu sia benedetto, figliuol mio! Pensa ch’io ho da ristorar tutti quelli che gli han fatto buona compagnia. [p. 375 modifica]

Stragualcia. Voi mi potete ristorar con poca cosa.

Virginio. Dimanda.

Stragualcia. Acconciatemi per garzon con questo oste che è il miglior compagno del mondo e ’l meglio fornito e ’l piú savio e quel che meglio intende il bisogno del forestiero che oste che mai io vedesse. Io, per me, non credo che sia altro paradiso al mondo.

Gherardo. Gli ha nome di tener molto bene.

Virginio. Hai tu fatto colazione?

Stragualcia. Un poco.

Virginio. Che hai mangiato?

Stragualcia. Un par di starne, sei tordi, un cappone, un poca di vitella; e bevuto due boccali solamente.

Virginio. Frulla, dagli ciò che vuole; e lascia pagare a me.

Pedante. Or che vuoi?

Stragualcia. Vi bacios las manos. A questo modo son fatti i padroni, maestro! Messer Pietro, voi séte troppo misero e volete ogni cosa per voi. Sapete da quanti v’è stato detto.

Frulla, porta un poco da bere a questi gentiluomini.

Pedante. Non bisogna, no.

Stragualcia. So che voi berete. Pagarò io. Che credete che sia? Due animelle, una fetta di salsiccione... Volete? Maestro, bevete voi ancora.

Pedante. Per far teco la pace, son contento.

Stragualcia. Oh! gli è buono! Padrone, voi avete da voler bene al maestro che vuol meglio al vostro figliuolo che agli occhi suoi.

Virginio. Dio gli facci di bene.

Stragualcia. Tocca prima a voi e poi a Dio. Bevete, gentiluomo.

Gherardo. Non accade.

Stragualcia. Per gentilezza, entrate drento, tanto che Fabrizio torni; e, poi che la cena è in ordine, cenaremo qui, questa sera.

Pedante. Questo non è forse male.

Gherardo. Io vi lasciarò, che ho un poco di facenda a casa. [p. 376 modifica]

Virginio. Abbi cura che colei non si parta.

Gherardo. Non ci vo per altro.

Virginio. Gli è tua; fanne a tuo modo; per me, te ne do licenzia.

Gherardo. In fine, e’ non si possono aver tutti i contenti. Pazienzia! Ma, s’i’ veggo bene, questa è Lelia che sará uscita fuora. Quella da poco della fantesca l’ara lasciata fuggire.

SCENA IV

Lelia da ragazzo, Clemenzia balia e Gherardo.


Lelia. Parti, Clemenzia, che la Fortuna si tolga giuoco del fatto mio?

Clemenzia. Datene pace e lascia fare a me, che trovarò qualche modo da contentarti. Va’ cavati questi panni, che tu non sia veduta cosi.

Gherardo. Io la vo’ pur salutare e intender com’egli è fuggita. Dio ti contenti e te, Lelia, sposa mia dolce. Chi t’ha aperto l’uscio? La fantesca, ch? A me piace ben che tu sia venuta a casa della tua balia; ma l’esser veduta in questo abito è poco onore e a te e a me.

Lelia. Oh sventurata! Costui m’ha conosciuta. Con chi parlate voi? Che Lelia! Io non son Lelia.

Gherardo. Oh! Poco fa, che noi t’inserrammo con Isabella mia figliuola, tuo padre ed io, non confessasti tu d’esser Lelia? e, poi, credi ch’io non ti conoschi, moglie mia? Va’ cavati questi panni.

Lelia. Tanto v’aiti Dio, io arei voglia di marito!

Clemenzia. Vanne in casa, Gherardo mio. Tutte le donne fan delle citolezze, chi in un modo e chi in un altro. E sappi che poche e forse niuna ve n’è che non scapuzzi, qualche volta. Pure, sòn cose da tenerle segrete.

Gherardo. Per me, non se ne saprá mai nulla. Ma come è fuggita di casa mia, che l’avevo serrata con Isabella?

Clemenzia. Chi? costei? [p. 377 modifica]

Gherardo. Costei.

Clemenzia. Tu t’inganni, che non s’è mai oggi partita da me: e, per giambo, s’era testé messi questi panni, come fan le fanciulle; e dicevami ch’io mirasse se stava bene.

Gherardo. Tu mi vuoi far travedere. Dico che noi la inserrammo in casa con Isabella.

Clemenzia. Donde venite voi adesso?

Gherardo. Dall’ostaria del «Matto», che v’andai con Virginio.

Clemenzia. Beveste?

Gherardo. Un trattarello.

Clemenzia. Or andate a dormire, che voi n’avete bisogno.

Gherardo. Fammi veder un poco Lelia prima ch’io mi parti; ch’io gli vo’ dare una buona nuova.

Clemenzia. Che nuova?

Gherardo. Gli è tornato suo fratello sano e salvo e che ’l padre l’aspetta all’ostaria.

Clemenzia. Chi? Fabrizio?

Gherardo. Fabrizio.

Clemenzia. S’io ’l credessi, ti darei un bacio.

Gherardo. Si che la gioia è bella! Famel piú presto dare a Lelia.

Clemenzia. Io vo’ correre a dirglielo.

Gherardo. Ed io a darne un follo a quella sciagurata che l’ha lasciata partire.

SCENA V

Pasquella fante, sola.


Uh trista a me! Io ho avuta si fatta la paura ch’io son uscita fuor di casa. E so che, s’io non vi dicessi di che, donne mie, voi noi sapreste. A voi lo vo’ dire; e non a questi uominacci che se ne farebben le belle risa. Que’ due vecchi pecoroni dicevan pur che quel giovinetto era donna; e rinserroronlo in camera con Isabella mia padrona; e a me dieder la chiave. Io volsi entrar dentro e veder quel che facevano: e [p. 378 modifica]trovai che s’abbraciavano e si baciavano insieme. Io ebbi voglia di chiarirmi se era o maschio o femina. Avendolo la padrona disteso in sul letto, e chiamandomi ch’io l’aiutasse mentre ch’ella gli teneva le mani, egli si lasciava vincere. Lo sciolsi dinanzi: e, a un tratto, mi sentii percuotere non so che cosa in su le mani; né cognobbi se gli era un pestaglio o una carota o pur quell’altra cosa. Ma, sia quel che si vuole, e’ non è cosa che abbia sentita la grandine. Come io la viddi cosí fatta, fugge, sorelle, e serra l’uscio! E so che, per me, non ve tornarei sola; e, se qualcuna di voi non mei crede e voglia chiarirsene, io gli prestarò la chiave. Ma ecco Giglio. Io vo’ vedere s’io posso far tanto ch’io gli cavi di man quella corona e uccellarlo; perché si tengon tanto accorti, questi spagnuoli, che non si credon ch’altri si truovi al mondo che loro che tanto ne sappi.

SCENA VI

Giglio spagnuolo e Pasquella fante.


Giglio. Agliá sta Pasquella. Ya penso que le paresca que muccio tardasse, per arta gana que tiene de ser con migo. Ya sape, la mal ditta, quanto valen los spagnuolos en las cosas dellas mugeres.Oh come se holgan de nos otros estas puttas italianas!

Pasquella. Io ho giá pensato in che modo ho a fare a farlo star forte. Lascia pur fare a me.

Giglio. Está male aventurada lavandera si se piensa ch’io gli desse el rosario. Renniego dell’imperador se io non quiero qu’ella hurti tanto a suo amo que me compri calzas y giuppon y camisas, de dos in dos. Holgaromme yo con ella a mio plazer y despues tommaré a mio rosario sin dezir nada; que ya me pienso que ya non s’accorda d’elio.

Pasquella. Se mi lascia una volta in mano quella corona, / se la vede mai piú, cavami gli occhi. E, se mi dirá niente, gli farò fare un si fatto spauracchio dal mio Spela che mai non n’ebbe un si fatto. [p. 379 modifica]

Giglio. Oh que benditta sia quella bien aventurada madre que vi fezio e criò tan hermosa, tan bien criada, tan verdadera! Ya penso que me speravate.

Pasquella. Mira che dolci paroline che gli hanno! T’ho aspettato in su questo uscio piú d’una mezza ora, per veder se tu ci passavi; che ’l mio padrone non era in casa e aremmo avuto tempo di stare insieme un pezzo.

Giglio. Rencrescime, per Dios, che ho tenuto que fazer. Mas entriamo.

Pasquella. Ho paura che ’l padron non torni, che ha un pezzo che andò fuora. Ma tu ti debbi esser scordata la corona, ch?

Giglio. Non, madonna; que á qui sta.

Pasquella. Mostra. Oh! Tu volevi fare acconciare il fiocco. Perché non l’hai fatto?

Giglio. Io le farò acconciar otra volta; y, per dezir la verdade, io non me ne so accordado.

Pasquella. Oh! È segno che tu facevi un gran conto di me, feminaccio che tu sei! Mi vien voglia...

Giglio. Non vi corruzate, madonna, con vostro figliuolo; que ben sapite que non tengo otra amiga que vos.

Pasquella. Son stata molto a cògliarti in bugia! Poco fa tu dicesti che n’avevi due, delle gentildonne, per amiche.

Giglio. Io las ho lasciatas per a voi, que non voglio io otra que voi. Non m’intendite?

Pasquella. Or bene sta. Mostrami un poco se questa corona è rosario. La mi par molto lunga.

Giglio. Non so, io, quanti siano.

Pasquella. È segno che la dici spesso: noi debbi tu forse sapere il paternostro. Eh! Dagli un po’ qua, ch’io gli conti.

Giglio. Tommala; mas vamo dentro en casa.

Pasquella. Sai? Guarda che tu non sia veduto entrare.

Giglio. À qui non sta ninguno.

Pasquella. Entriamo. Uh trista a me! Le mie galline son tutte qui. Fermati, Giglio, un poto costi; che, se fuggissero, non le giugnerei oggi.

Giglio. Facite presto. [p. 380 modifica]

Pasquella. Chino, chino, belline, belline, belline, iscio, iscio! Che ve rompiate il collo! Che si che se ne fuggirá qualcuna? Para, para ben, Giglio.

Giglio. Donde stan estos pollos? Aqui non veo ni gallos ni gallinas.

Pasquella. Non gli vedi? Eccoli qui. Levati; lasciami un poco serrare l’uscio, tanto ch’io ce gli rimetta.

Giglio. Oh! Voi inserrate col fierro. Oh! Este porqué?

Pasquella. Perch’io non vorrei che questi polli l’aprisseno.

Giglio. Fazite presto, che algun non vienga y desturbe nostra fazienda.

Pasquella. Venga pur chi vuole, che qua dentro non è per intrare.

Giglio. Oh que malditta seas, vieia putta! Dizetemi: por que non aprite?

Pasquella. Giglio, sai, ben mio? Io vo’ prima dir tutta questa corona. Tu pòi andartene, per istasera. E’ non mi ricordavo ch’io ho anco a dire una orazione che non la soglio mai lasciare.

Giglio. Que trepparie son este? que corona? que orazion es está?

Pasquella. Che orazione? vuoi ch’io te la insegni? Sai? È buona a dire. «Fantasima, fantasima, che di e notte vai, se a coda ritta ci venisti, a coda ritta te n’andrai. Tristi cortristi, in mal ’ora ci venisti e me coglier ci credesti e ’ngannato ci remanesti. Amen».

Giglio. Io no intendo a está vostra orazione. Se non volite aprire, renditemi mio rosario, que io me irò con Dios. Voto allos santos martilogios que está vieia alcahueta, disdicciada, vellacca ingagnommi. Madonna Pasquella, aprite; presto, per vostra vida.

Pasquella. «Che fa lo mio amor ch’egli non viene? L’amor d’un’altra donna me lo tiene». Meschina a me!

Giglio. E que! Non faze, donna Pasquella, que á qui sta sperando que gli apriate.

Pasquella. «Non ti posso servir, signor mio caro». Oimè! [p. 381 modifica]

Giglio. Aze musiga está male avventuraci. Ya non se ac- C cuerda que a qui sto. Dare colpo in está puerta, voto a Dios. Tic, tac, tic, toc.

Pasquella. Chi è lá?

Giglio. Vostro figliuolo.

Pasquella. Che volete? Il padron non è in casa. Bisogna che si gli dica niente?

Giglio. Una parabla.

Pasquella. Aspetate, che non può stare a venire.

Giglio. Aprite, que aspettare drente Partióse. Do renniego de todo el mondo, se non bruso toda está posada, se non mi rende mio rosario. Tic, tic, toc.

Pasquella. Olá! Ch’è da esser? Voi avete una poca discrezione, perdonatemi. Chi voi séte? Oh! Par che voi vogliate spezzar questa porta.

Giglio. Voto á Dios e a santa Letania che anco la brusciarò, se non mi rendide mio rosario.

Pasquella. Cercate vene pure altrove; che in su l’orto non ce ne abbiam, de’ rosai.

Giglio. Non dico se non mis paternostros.

Pasquella. Che n’ho io a fare, se voi non dite se non i vostri paternostri? Vorreste forse ch’io diventasse una marrana come voi e imparasse a dirgli ancor io?

Giglio. Oh reniego de la putta, vellacca! Aun me dizeis marrano?

Pasquella. Sai? Se tu non ti levi d’intorno a l’uscio, ti bagnarò.

Giglio. Ecciade l’agua; el fuogo porrò io a está puerta.

Malditta sea! Todo me ha mollado, está putta, vellacca, viegia. alcahueta, male aventurada! Oh reniego de todos los frailes! Pasquella. Bagna’vi? Non me ne avviddi. Ma ecco il padrone. Se volete niente, domandatelo a lui e non mi rompete piú il capo.

Giglio. Se á qui me truova esto vieio, mil palos non mi mancan. Meior es de fuir. [p. 382 modifica]

SCENA VII

Gherardo e Pasquella.

Gherardo. Che facevi tu, intorno a l’uscio, di quello spagnuolo? Che hai tu da far con lui?

Pasquella. Domandava non so che rosaio. Io, per me, non l’ho mai inteso.

Gherardo. Oh! Tu hai fatto ben quel ch’io ti dissi! Ho cosí voglia di romperti l’ossa.

Pasquella. Perché?

Gherardo. Perché hai lasciato partir Lelia? Non ti diss’io che tu non gli aprisse?

Pasquella. Quando parti? non è ella in camera?

Gherardo. È il malan che Dio ti dia.

Pasquella. So che la v’è, io.

Gherardo. So che la non v’è; che l’ho lasciata in casa di Clemenzia sua balia.

Pasquella. Non l’ho io testé lasciata in camara, in ginocchioni, che infilzavano i paternostri?

Gherardo. Forse è tornata prima di me.

Pasquella. Dico che non s’è partita, ch’io sappi. La camara)è pur stata serrata.

Gherardo. Dov’è la chiave?

Pasquella. Eccola.

Gherardo. Dammela: che, se non v’è, ti vo’ rompere l’ossa.

Pasquella. E, se la v’è, daretemene una camiscia?

Gherardo. Son contento.

Pasquella. Lasciate aprire a me.

Gherardo. No; voglio aprir io: tu trovaresti qualche scusa.

Pasquella. Oh! Io ho la gran paura che non gli truovi a’ ferri. Pure, ha un pezzo ch’io gli lasciai. [p. 383 modifica]

SCENA VIII

Flamminio, Pasquella e Gherardo.

Flamminio. Pasquella, quant’è che ’l mio Fabio non fu da voi?

Pasquella. Perché?

Flamminio. Perché gli è un traditore; e io lo gastigarò. I E, poi ch’Isabella ha lasciato me per lui, se l’ara come merita. Oh che bella lode d’una gentildonna par sua, innamorarsi d’un ragazzo!

Pasquella. Uh! Non dite cotesto, che le carezze ch’ella gli fa gli le fa per amor vostro.

Flamminio. Digli che ancora, un di, se ne pentirá. A lui, com’io lo truovo (i’ porto questo coltello in mano a posta), gli vo’ tagliar le labbra, l’orecchie e cavargli un occhio; e metter ogni cosa in un piatto; e poi mandarglielo a donar. Vo’ che la si sfami di baciarlo.

Pasquella. Eh si! Mentre che ’l cane abbaia, il lupo si pasce.

Flamminio. Tu il vedrai.

Gherardo. Oimè! A questo modo son giontato io? a questo modo, ch? Misero a me! Quel traditor di Virginio, traditorac- ~~ ciò! m’ha pure scorto per un montone. Oh Dio! Che farò io?

Pasquella. Che avete, padrone?

Gherardo. Che ho, ah? Chi è colui che è con mia figliuola?

Pasquella. Oh! Noi sapete voi? non è la citola di Virginio?

Gherardo. Citola, ch? Citola, che fará fare a mia figliuola de’ citoli, dolente a me!

Pasquella. Eh! non dite coteste parolacce! Che cos’è? non è Lelia?

Gherardo. Dico che gli è un maschio.

Pasquella. Eh, non è vero! Che ne sapete voi?

Gherardo. L’ho veduto con questi occhi.

Pasquella. Come?

Gherardo. Adosso alla mia figliuola, trist’a me! [p. 384 modifica]

Pasquella. Eh! che dovevano scherzare!

Gherardo. È ben che scherzavano.

Pasquella. Avete veduto che sia maschio?

Gherardo. Si, dico: che, aprendo l’uscio a un tratto, egli s’era spogliato in giubbone e non ebbe tempo a coprirsi.

Pasquella. Vedeste voi ogni cosa? Eh! Mirate che gli è femina.

Gherardo. Io dico che gli è maschio e bastarebbe a far due maschi.

Pasquella. Che dice Isabella?

Gherardo. Che vuo’ tu ch’ella dica? Svergognato a me!

Pasquella. Che non lasciate andar or quel giovine? Che ne volete fare?

Gherardo. Che ne vo’ fare? Accusarlo al governatore; e farollo gastigare.

Pasquella. O forse fuggirá.

Gherardo. E io l’ho rinserrato drento. Ma ecco Virginio. Apponto non volevo altro.

SCENA IX

Pedante, Virginio e Gherardo.


Pedante. Io mi maraviglio, per certo, che giá non sia tornato a l’ostaria; e non so che me ne dire.

Virginio. Aveva arme?

Pedante. Credo de si.

Virginio. Costui sará stato preso: che abbiamo un podestá ! che scorticarebbe li cimici.

Pedante. Io non credo però che a’ forestieri si faccia queste scortesie.

Gherardo. Addio, Virginio. Questo è atto da uomo da bene? questa è cosa convenevole a uno amico? questo è il parentado che volevi far con esso me? chi t’hai pensato di gabbare? credi ch’io sia per comportarla? Mi vien voglia... [p. 385 modifica]

Virginio. Di che cosa ti lamenti di me, Gherardo? che t’ho io fatto? Io non cercai mai di far parentado teco. Tu me n’hai rotto il capo uno anno. Ora, se non ti piace, non vada i avanti.

Gherardo. Anco hai ardimento di rispondere, come s’io fusse un beccone? Traditoraccio, giontatore, barro, mariuolo! Ma il governatore saprá ogni cosa.

Virginio. Gherardo, coteste parole non pertengono a un par tuo e massimamente con me.

Gherardo. Anco non vuol ch’io mi lamenti, questo tristo! Sei diventato superbo perché hai ritrovato tuo figliuolo, ch?

Virginio. Tristo se’ tu.

Gherardo. Oh Dio! Perché non son giovine com’io era? ch’io ne farei pezzi, del fatto tuo.

Virginio. Puossi intender quel che tu vuoi dire o no?

Gherardo. Sfacciato!

Virginio. Io ho troppo pazienzia.

Gherardo. Ladro!

Virginio. Falsario!

Gherardo. Menti per la gola. Aspetta!

Virginio. Aspetto.

Pedante. Ah gentiluomo! Che pazzia è questa?

Gherardo. Non mi tenete.

Pedante. E voi, messer, mettetevi la veste.

Virginio. Con chi si pensa avere a fare? Rendemi la mia j figliuola.

Gherardo. Scannarò te e lei.

Pedante. Che cosa ha da far questo gentiluomo con esso voi Virginio. Non so, io; se non che, poco fa, gli messi Lelia mia figliuola in casa, che la voleva per moglie. Ora voi vedete. E temo non gli facci dispiacere.

Pedante. Ah, ah, gentiluomo! Non si vuole con l’arme! Con l’arme?

Gherardo. Lasciatemi!

Pedante. Che differenzia è la vostra? [p. 386 modifica]

Gherardo. Questo traditore m’ha disfatto.

Pedante. Come?

Gherardo. S’io non lo taglio a pezzi, s’io non lo squarto con questa ronca...

Pedante. Ditemi, di grazia, come la cosa sta.

Gherardo. Entriamo in casa, poi che il traditore s’è fuggito, ch’io vi contarò ogni cosa. Non séte voi il maestro di suo figliuolo, che veniste a l’ostaria con noi?

Pedante. Si, sono.

Gherardo. Entrate.

Pedante. Sopra la fede vostra?

Gherardo. Oh si!