Il flauto nel bosco/Dio e il diavolo

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Dio e il diavolo

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Vertice L’agnello pasquale
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Dio e il diavolo.

Il paese è povero perchè i suoi abitanti sono tutti sognatori e solitari, o gli abiIanti sono solitari e sognatori perchè il paese è povero?

Bisogna dire che questo paese giace — è la parola adatta — in fondo a una valle arida c nuda, come un bambino rachitico nella sua culla.

Diinverno l’ombra, d’estate un sole terribile a picco; e d’eslale e d’inverno un’aria ferma, afosa, un cielo basso attaccato come un velo ai culmini rocciosi della valle, lo coprono d’incubi.

11 vento lo si ode solamente di lontano, in allo, come sopra una fitta foresta, ed è questo mormorio quasi misterioso, questa voce che pare quella del mondo sconosciuto, clic fa sopratulto sognare, come l’organo in chiesa.

E in chiesa vanno volentieri questi poveri valligiani clic credono in Dio; e specialmente ci vanno le donne, che al solito sono l’esagerazione dei maschi e se questi [p. 86 modifica]sognano e amano star soli, esse sono fantastiche e ipocondriache, pure conservando nella vita di ogni ora uno spirito pratico e minuzioso che le porta ad industriarsi in tanti modi e ad accumulare denari più che gli uomini.

A differenza degli altri paesetti solitari dove il canto in chiesa è una specie di sfogo, un lamento, una richiesta e uno slancio della comunità verso Dio, qui la preghiera è silenziosa: ciascuno domanda per conto suo; e tutti ascoltano l’organo come la voce lontana del vento, come la promessa di un mondo migliore.

Le donne piangono in silenzio, gli uomini si sentono come ubriachi quando tutto loro pare chiaro e facile e la verità galleggia sopra la menzogna.

Appunto nell’ascoltare l’organo che accompagnava il Te Deum, l’ultima sera dell’anno, il figlio della fattucchiera si sentì d’un tratto diverso di quello ch’era stato finora. Finora era stato un ragazzo incosciente e disgraziato; bastardo, figlio di quella madre, incapace di un lavoro serio e continuo.

Aveva tentato tutti i mestieri o meglio era stato apprendista presso tutti i maestri, dal maestro di carri al maestro di muri, da [p. 87 modifica]quello di ferro a quello di legno, senza fermarsi da nessuno e senza concludere niente.

Adesso si sentiva d’un tratto capace di fare tutte quelle cose assieme, fuori del paese però, in un luogo aperto dove si potesse respirare e dove nessuno conoscesse il suo vero nome e il mestiere di sua madre.

In fondo egli non disprezzava sua madre: dopo tutto ella sfruttava in buona fede la credulità del prossimo per campare, lei e il figlio, ed era sempre malaticcia, spesso assalita da convulsioni durante le quali diceva parole strane; cosa che appunto le aveva procurato i primi consulti e i primi successi di veggente: e anche lei non si vergognava del suo mestiere.

Il guaio è che era la gente a vergognarsi di consultarla: tutti la consultavano e avevano bisogno di lei come dell’acqua, ma nessuno la riceveva in casa propria, e se l’avessero veduta in chiesa l’avrebbero cacciata via a colpi di pietra.

Anche il figlio era guardato in cagnesco, e anche lui a volte sentiva la voglia di mordere i clienti di sua madre.

Quella sera no: quella sera il popolo cantava insolitamente in coro, ringraziando Dio per aver passato bene o male l’anno. [p. 88 modifica]

Bene o male, finché si è vivi tutto ancora è bello.

E anche lui cantava, e d’improvviso, si sentiva alto, sano, con una misteriosa gioia in cuore: sentiva i piedi forti entro le scarpe nuove che la madre gli aveva comprato il giorno avanti, e le gambe agili, e le ginocchia come ruote unte: e una smania di andare, di salire la valle, di trovare il vento.

I suoi capelli folti e lunghi avevano bisogno del vento, la sua bocca grande e i denti forti volevano masticare qualche cosa che non fosse il pane della fattucchiera, e finalmente le sue pupille nere circondate d’oro e d’azzurro avevano bisogno di vedere l’orizzonte che vede l’aquila dal vertice dei monti.

E anche lui ringraziava Dio che gli slacciava il cuore da troppo tempo stretto dal dolore.

— Mamma, — disse appena rientrato a casa, — io parto.

— Parti? E dove vai?

— Vado in cerca di fortuna.

Ella preparava la cena, nella piccola cucina ordinata e pulita che non ricordava per nulla la casa della strega o l’antro della Sibilla. E anche lei era una donnina pulita che di dietro, per il gran nodo di [p. 89 modifica]capelli neri e l’esile nuca pareva una fanciulla, e davanti per i capelli grigi e il viso emaciato una vecchia sofferente.

Non rispose subito alle parole del figlio: ed egli non si preoccupò per l’indifferenza di lei. Di solito erano di poche parole tutti e due, e non si confidavano mai l’uno con l’altro: se egli però in quel momento avesse potuto intendere il pensiero di lei si sarebbe forse turbato.

Ella sapeva che cosa vuol dire andare in cerca di fortuna, per uno che come suo figlio non era mai uscito dal paese e non aveva un mestiere fisso e denari in saccoccia e, quel che più vale, nessuna esperienza del mondo: voleva dire perdersi, abbandonarsi al vento come la foglia che si stacca dal ramo.

E lei non voleva, no. Lei s’era data alle pratiche del diavolo per far vivere bene il figlio; e il diavolo adesso, quasi non gli bastasse l’anima di lei, glielo voleva prendere vivo. Ma si poteva venire a patti, col diavolo; ella farebbe quello che aveva giurato a sé stessa di non far mai, né in bene né in male, per il figlio: una fattura che gl’impedisse di partire.

Ecco perché taceva: era una donna che non sapeva fingere, ma aveva la terribile forza del silenzio; e dall’accento del giovine [p. 90 modifica]e specialmente dall’espressione mutata del suo viso capiva che era inutile combattere con le parole.

— Vai in cerca di fortuna, — disse infine, apparecchiando la piccola tavola di cucina; — e dove vai?

Egli cominciò a parlare; e non si accorgeva che intanto la madre lo ingozzava più del solito, e dava tutto a lui, che ne era ghiotto, il fegato di maiale, regalo di una sua cliente; e tutto a lui il formaggio cotto, e il vino che piaceva anche a lei.

Ma a sua volta, con tutta la sua esperienza umana e sovrumana, ella non si accorgeva che più il ragazzo era soddisfatto, più i suoi progetti avventurosi prendevano forza.

Fra le altre cose, per convincerla a lasciarlo partire, egli portava ad esempio il solo uomo del paese che s’era arricchito perché aveva il coraggio di muoversi: era un negoziante di bestiame, uno che dal nulla s’era fatto signore e sposava le figlie a nobili e impiegati.

E i lobi delle orecchie gli si facevano rossi come ciliegie, parlando di quest’uomo, perché pensava alla sua figlia più giovane, con un sentimento che non osava neppure esaminare. [p. 91 modifica]

La madre lo ascoltava con pazienza, ma sogghignava fra di sé: perché lei sola sapeva chi era e da che cosa proveniva la fortuna di quell’uomo.

Quando si convinse che il figlio era deciso a partire, a derubarla e andarsene di nascosto se lei si opponeva, anche lei provvide a far la fattura.

Bisognava anzi tutto ottenere un po’ di lievito da una sposa che facesse la prima volta il pane nella casa maritale; e poi qualche goccia di vino di quello che serviva per la santa messa. Queste goccie di vino le fu facile ottenerle la sera stessa della fattura dal sagrista che spesso la serviva di cose di chiesa: per il lievito aveva faticato un po’ di più, perché, come si è detto, tutti la sfuggivano e la sposa capiva che si trattava di faccende equivoche.

— Ti giuro che è per le frittelle di pasta che voglio fare al mio ragazzo — ella aveva detto con accento grave: e finalmente ecco ottenuto il lievito.

Infatti fece fermentare la pasta per le frittelle con l’anice che piacevano tanto al ragazzo: e il vino della santa messa fu mescolato al vino che egli usava bere. [p. 92 modifica]

Poi ella fece lo scongiuro. Questo era più complicato. Bisognava recitare il Credo alla rovescia, cioè sostituire ai santi nomi di Dio e di Gesù, quelli di Lucifero e di Lusbé che è il diavolo maggiore; indi fare una specie di seduta spiritica.

Ella sedette, al buio, davanti alla piccola tavola di cucina e vi mise su le mani con le dita aperte, i pollici che si toccavano: recitò il credo nefando, poi domandò con voce turbata:

— Ci sei?

Il piede della tavola si sollevò subito e batté un colpo che parve una zampata di bestia.

— Ah, lo sapevo che saresti venuto subito questa volta — ella pensò con rancore: e si sentì tutta fredda in viso e alle spalle, sebbene sudasse.

Era veramente il diavolo quello che le rispondeva? In fondo ella non ci credeva; ma il fatto è che la tavola si moveva, e i colpi avevano qualche cosa di vivo, di bestiale, e impressionavano più che se avesse risposto una voce.

Dopo un momento di esitazione ansiosa ella riprese: [p. 93 modifica]

— Tu sai perché ti chiamo? No? Non vuoi rispondere, adesso? Eppure devi saperlo. Rispondi. Lo sai o no?

Fu risposto di no.

— Ebbene, mio figlio vuole partire. Sei tu che lo hai sobillato? Se sei tu smettila. Lasciamelo in casa. Non ti basta l’anima mia? Lo lasci?

La tavola si alzò come un cavallo infuriato sulle sue zampe posteriori, si riabbassò, cominciò a picchiare colpi nervosi e forti: pareva cercasse i piedi della donna per schiacciarli. Ed ella la teneva appunto come un cavallo a freno, ma tremava tutta e sentiva venire le convulsioni; perché protestava così lo spirito maligno? Ella cercò di placarlo.

— Ebbene, se non sei tu che lo sobilli, tanto meglio. Ma sii buono, aiutami a tenerlo in casa. Mi aiuti? Ti aiuterò anch’io.

Com’ella avrebbe potuto aiutare il diavolo non sapeva, o meglio lo sapeva confusamente: aiutando qualcuno a fare il male.

Ad ogni modo la tavola si calmò: il diavolo promise di aiutarla. Ed ella ritirò le mani e col corpo tutto umido di sudore gelato si piegò di qua e di là della sedia finché cadde a terra svenuta. [p. 94 modifica]

Nella notte il giovine che aveva mangiato un mucchio di frittelle e bevuto tutto il vino della bottiglia, si sentì male: gli vennero forti dolori di corpo, e vomiti violenti seguiti da singulti e singhiozzi incessanti.

Un sudore freddo, simile a quello della madre quando evocava il diavolo, lo bagnava tutto; il viso era violaceo, le estremità gelate.

— Mi avete dato il veleno — singhiozzò alfine, e pareva piangesse. — Perché, mamma, perché, perché?

Piena di terrore e di angoscia ella fu per confessargli ogni cosa; non lo fece per non aggravarlo di più: a buon conto gli diede un beveraggio contro i veleni. E mentre gli asciugava il sudore e lo aiutava a sollevarsi e rimettersi giù, pregava.

Era una preghiera terribile, la sua, un atto di accusa della sua coscienza in tumulto, un grido che sebbene senza voce doveva risonare fino alle stelle, fino al trono di Dio.

— Tu hai ragione di togliermelo, Signore; io ho chiesto a Satana di farmelo restare [p. 95 modifica]in casa, e forse Satana non può nulla contro di te, e me lo fa morire per mantenere in qualche modo la sua parola. Così, così me lo fate restare e partire, tutti e due assieme, tutti e due sempre in lotta e sempre d’intesa per il nostro dolore. Sia però fatta la tua volontà, o Signore, solo la tua volontà.

— Chiamatemi il prete, — disse il figlio; — mi sento morire.

Ella corse, nell’alba fredda e chiara, e batté alla porta del Dottore, poi a quella del prete.

Il Dottore, sebbene avvertito che si trattava di un caso urgentissimo, si fece aspettare; il prete venne subito. Era un uomo anziano ma forte ancora, violento; un fanatico che se occorreva frustava gli infedeli; e nel paese quindi era temuto più che amato; qualcuno anzi lo odiava, con quella passione silenziosa e inesorabile ch’era la caratteristica degli abitanti.

Dopo che il giovine si fu confessato e alquanto calmato egli disse alla donna:

— Dovresti confessarti anche tu, strega. Caccia via di casa tua il diavolo e ritorna a Dio che è il solo padrone del mondo.

Ella approvava con la testa, ma era a cagione di un tremito nervoso che le rimase poi lungo tempo. [p. 96 modifica]

— Sì, — confessò, — gli ho fatto la fattura perché non partisse.

Non disse però del vino santo mescolato a quello di lui, per non far danno al povero sagrista.

— E perché volevo che non partisse? — proseguì fredda, quasi crudele. — Dicevo a me stessa che era a scopo di bene per salvarlo dai pericoli, ma invece era perché dispiaceva a me vederlo andarsene, e restare sola come una fiera, senza sostegno, senza nessuno che mi volesse bene in questo covo di serpi fredde. E così forse andavo contro la volontà del Signore che voleva che il mio ragazzo se ne andasse lontano da questa madre che non ha saputo allevarlo bene, che non lo ha amato se non per mezzo di bocconi e di bicchieri di vino; che gl’ingrassava il corpo e non gli coltivava l’anima.

— Basta, basta, — gridò il prete, tuttavia commosso, — questo non dovete saperlo voi. Non bisogna giudicare Dio: basta servirlo e adorarlo; allora tutto va bene.

Ed egli morì un’ora dopo, avvelenato col vino della santa messa. Il giovine invece si salvò.