Il flauto nel bosco/Un dramma

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Un dramma

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Il flauto nel bosco I beni della terra
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Un dramma.

Il triste avvenimento, del quale il giovine studente aveva avuto tante volte paura, sebbene sfidandone e deridendone la minaccia, e anzi cinicamente augurandoselo, era pur troppo finalmente accaduto.

La mamma se n’era andata via di casa.

— Ecco, leggi, — disse il padre, entrando in camera e svegliandolo. E anche il padre se n’era andato all’ufficio, come se nulla fosse, poiché c’era il foglio di presenza, e per nessun avvenimento ove non c’entrasse la morte o qualche cosa di simile egli avrebbe tradito i suoi doveri e la sua dignità di impiegato.

Il figlio era rimasto col foglietto in mano, nel suo letto caldo e pulito, nella sua camera luminosa in disordine, con un’angoscia di brutto sogno che lo irrigidiva tutto.

La mamma avvertiva, con poche parole secche, su quel foglietto, che come per la millesima volta aveva minacciato la sera prima, se ne andava. [p. 36 modifica]

Era stanca. Stanca di lavorare inutilmente, di combattere contro tutte le piccole divoranti avversità dei giorni attuali, senza riuscir mai a rendere, se non contenti e ammirati, almeno tranquilli, il marito e il figlio. Specialmente col figlio, — perché il marito brontolava, sì, continuamente ma senza alzar la voce, — era un perpetuo dissidio; per le camicie stirate male, per il mangiare, per le calze rammendate, per la persecuzione di esser fatto alzare la mattina prima delle dieci, per la scarsezza dello spillatico, per le mancanze della serva scontate sempre dalla padrona.

Egli le diceva e non c’era cosa che a lei dispiacesse di più:

— Tutte le cose vanno male, qui, perché tu non sai comandare la serva.

E va bene: adesso la avrebbe comandata lui, la serva. L’angoscia, intanto, cresceva. Dove era andata la mamma? Certo, al suo podere, dove minacciava appunto di ritirarsi, [p. 37 modifica]quando non ne poteva più: e meno male che la giornata era bella: e meno male che la sera prima ella aveva già dato l’ordine per la spesa del domani, e la serva era già uscita presto senza accorgersi della fuga della padrona.

Perché lo scandalo, anche, spaventava lo studente; lui che era fiero, in fondo, di aver una mamma così, giovane ancora e intelligente e che pure viveva solo per la casa e la famiglia.

L’angoscia cresceva: tuttavia il diavolo vi soffiava sotto un alito di gioia.

Quando la mamma minacciava di andarsene era questo stesso diavolo che suggeriva al giovine di gridare:

— Magari! Così saremo liberi della tua tirannia.

Libero! Libero, lui, di che? Di alzarsi tardi la mattina, di sgridare la serva e farle rilucidare le scarpe già lucidate; libero di tornare all’ora che gli piaceva per la colazione (sì, ma adesso il padre si rassegnerà a mangiare solo, e avrà la pazienza di serbargli calde, e sicure dall’avidità della serva, le sue porzioni?), libero...

Intanto una scampanellata alla porta lo [p. 38 modifica]fece alzare, e con un battito d’ansia al cuore. Fossero notizie della mamma? Era presto, per queste notizie; eppure egli s’accorse di aspettarle già.

E si sentì rabbiosamente disilluso nel vedere nel vano della porta la figura storta e tuttavia con pretese d’eleganza della piccola serva. La serva aveva perduto la chiave ed egli dovette sopportare anche i lamenti e le storie di lei.

— Ma la signora dov’è?

— È arrivato un telegramma che il nonno muore, e lei è dovuta partire immediatamente.

— Il padre del padrone?

— Bestia! Allora sarebbe partito il babbo. Be’, sbrigati, perché oggi e forse anche domani l’hai da fare con me. Lucida di nuovo, subito, le scarpe; e sia l’ultima volta che te lo dico, e impara a farmele trovare come le voglio io.

— Ih, signorino! Non è molto in pena per l’agonia del nonno.

Egli non trovò subito da rispondere anche perché una nuova scampanellata gli agitò di nuovo il cuore. [p. 39 modifica]

Miseria delle miserie, era la lavandaia. Di solito la signora le faceva trovare i panni pronti, e pronta la nota di essi. La serva non sapeva neppure dove andare a prenderli.

— E dille che torni — disse il signorino, preoccupato solo per le sue scarpe.

Subito, signorino! Come si vede che lei è lontano dal concepire la grandezza e la dignità di una lavandaia: alla proposta di ritornare, di ripassare, la nobile lavoratrice si irritò e si offese, e minacciò di non prendere più i panni.

E la serva assicurò il signorino che se quella non tornava non era possibile trovarne un’altra.

Ed egli si vide con la camicia sporca per tutta la vita.

Andata finalmente via la lavandaia col fagotto dei panni, un po’ di pace parve regnare nella casa in disordine. In mezzo a questo disordine, che almeno non gli dava fastidio, egli mangiò, si vestì, fu per uscire, [p. 40 modifica]come gli altri giorni: ma la serva lo trattenne per il conto della spesa, e fu un lungo contare e ricontare, per parte di lei: per consolarsi egli si fece dare il resto.

Ma Gesù mio, che cosa avviene in cucina? Un rumore violento d’acqua, e in pari tempo una puzza d’incendio. La serva strilla, il signorino scappa: ella lo richiama dalla scala per qualche cosa di misterioso e terribile che succede in cucina; ma egli non risponde, egli fugge. Aria, aria, libertà, vita d’uomo e non di donnicciuola stritolata dall’ingranaggio della casa.

La meravigliosa giornata di ottobre inebriava la città. Eppure egli non respirava bene: e gli sembrava che anche alla città fosse scappata di casa la mamma.

Prima di mezzogiorno era a casa; e mentre per il passato si sentiva infelice perché non si mangiava alle tredici o magari più tardi, adesso s’arrabbiò perché non c’era neppure la lontana speranza di veder la tavola apparecchiata. [p. 41 modifica]

— Ma, capirà, signorino, devo fare tutto io, adesso; eppoi c’è guasto nei fornelli a gas e Lei non è voluto tornar su a guardare: e ho dovuto accendere il carbone.

Egli non s’intendeva di fornelli; eppure dovette guardare, e trovò che uno non funzionava bene perché la rotella centrale era spostata, e dall’altro fuggiva allegramente il gas: solo un miracolo aveva impedito una disgrazia tale da non fargli ritrovare la casa in piedi.

Ma basta con queste miserie: se ne potrebbero contare cento, in tutta quella triste giornata.

Il pasto non fu cattivo perché i due disgraziati non se ne accorsero. Il babbo credeva, in fondo, che la moglie fosse andata a farsi una passeggiata, e pentita della sua leggerezza si facesse già ritrovare in casa al ritorno di lui dall’ufficio.

Quindi taceva, disilluso.

La tavola, senza di lei, era come il mondo senza sole; e, quando il ragazzo tentò di parlare di quella cosa, piano perché non sentisse la serva, il padre gl’impose di tacere.

— Oramai è fatta.

Il figlio volle protestare; dire che infine [p. 42 modifica]il peso della casa era adesso tutto sopra di lui; e che era un peso insopportabile; ma gli parve di sentire, nella sua voce, la voce della mamma, e anzi di esser diventato la mamma stessa; ed ebbe paura dei brontoli del babbo, e pensò anche lui di fuggire.

Nel pomeriggio vi furono ore apparentemente quiete. La serva s’era ritirata nella sua camera a lavorare per conto suo, e anche lui nella sua, a studiare, a scrivere.

Scriveva un dramma.

Quel giorno però non gli riusciva di scrivere una sola parola, sebbene la scena e il dramma stesso fossero al loro punto culminante. Egli non poteva condurli più su, la scena e il dramma, e neppure più giù.

Non poteva: anzi gli pareva di svegliarsi dall’ubriachezza che fino al giorno avanti il suo lavoro gli aveva dato, e di questo vedeva tutta la falsità. I veri drammi della vita sono quelli che rassomigliano al suo di oggi, senza parole, quasi senza personaggi.

Ma chi può scriverli? E anche a scriverli e rappresentarli bene, desterebbero gli sbadigli e il disprezzo della gente che pure ne conosce tutta l’oscura e sotterranea potenza. [p. 43 modifica]

Quell’impotenza della fantasia parve a poco a poco vincere anche i suoi sensi. Fu preso da un languore, da una impossibilità a muoversi, anche a pensare. In fondo era un’ansia di attesa che lo teneva immobile davanti al suo scrittoio, con la testa fra le mani.

Che cosa aspettava?

Aspettava una lettera, un telegramma, una scampanellata; notizie di lei, insomma. Sapeva però che l’attesa era vana.

E le ombre cadevano, e gli pareva che anche la sua anima si spegnesse.

Ricordi e ricordi passavano, moltiplicati, ingranditi dalle ombre: a quell’ora la mamma tornava a casa, quando usciva, e quasi sempre con pacchetti di cose buone per lui. Tornava, e la luce non cessava, nella casa, neppure nelle sere più buie.

Egli mise la mano sugli occhi, ed ebbe un desiderio intenso.

— Mamma, ritorna.

E d’improvviso la vide, pallida e piccola, triste anche lei nella solitudine del podere. Pensò che forse bastava andare a prenderla, per farla tornare; e d’un tratto [p. 44 modifica]riaprì gli occhi, e gli parve che la luce della sua speranza riaccendesse l’orizzonte. Era la luna che sorgeva.

Allora poté muoversi; andò a vedere cosa faceva la serva. La serva faceva il comodo suo; era uscita e non tornava.

Quando tornò, egli cominciò a sgridarla: ella non s’inquietò; aveva capito il mistero della padrona, e ricordava che il babbo di questa era già morto; e pensava alla fortuna di stare ormai al servizio di due uomini soli. E la sua voce aveva la morbidezza della corda del boia quando disse al signorino:

— Signorino, poiché non la contento più, bisogna che lei si provveda di un’altra donna.

Egli ricordò che la madre era andata in dieci agenzie e presso venti portinaie, per riuscire ad avere quella donna di servizio, e si sentì tutto in un bagno di sudore.

— Babbo, — disse al padre mentre si aspettava che la serva finisse di friggere, — bisognerebbe andare al podere e farle smettere la sua idea. [p. 45 modifica]

Il padre era stanco e serio, come del resto sempre dopo le sue interminabili ore d’ufficio.

— Ma sei sicuro che sia al podere? — disse.

— E dove vuoi che sia? A Parigi?

— Tutto può darsi.

Era ironico o tragico, il padre?

Neppure il figlio riusciva a saperlo; ad ogni modo sorrise, ma con un vago terrore dell’ignoto in cuore.

— Ad ogni modo, babbo, tu domani dovresti andare al podere.

— Io? Ho l’ufficio. Sai che c’è il foglio di presenza, adesso.

— Allora ci andrò io, ma vedrai che non mi ascolterà, vedrai. È necessario che ci vai tu.

— Ti dico che non posso.

— Ma questo accidente di ufficio...

La discussione si animava quando fu suonato il campanello della porta: e il cuore dei due uomini vi fece eco.

Finalmente! Era certo un telegramma, un segno di vita. Corsero tutti alla porta, anche il padre, anche la serva con la forchetta in mano.

E dietro la porta c’era lei; e per maggior conforto portava un cestino d’uva. [p. 46 modifica]