L'ombra del passato/Parte I/Capitolo III

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Capitolo III

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III.

Tristi giorni cominciarono allora per Adone. Tutti credevano che Giovanni lo avesse nominato suo erede. Ma due settimane circa dopo la morte del gigante, Tognina disse di aver trovato, in mezzo ad altre carte, un testamento olografo, che risaliva a quindici anni prima, e nel quale il morto la nominava sua erede universale.

La gente commentò a lungo il fatto. E una voce maligna si sparse: che Pirloccia, d’accordo con Tognina, avesse fatto sparire l’ultimo, il vero testamento col quale Giovanni instituiva erede il nipotino.

Intanto Adone rimaneva presso la zia. Ella non s’era mai occupata di lui, come del resto non s’era mai occupata di alcuno.

Col marito s’erano poco amati, ma erano vissuti sempre in pace, forse appunto perchè la piccola donna non aveva mai pensato ad altro che alla sua casa, alla cucina, alla biancheria. Inoltre ella era sempre malaticcia; soffriva di reumatismi che la costringevano a stare lunghi mesi a letto; e anche quando stava bene faceva poco chiasso. [p. 49 modifica]Era timida e taciturna. Non usciva quasi mai, e neppure amava tener aperte le finestre e la porta. Nessuno riusciva a sapere che cosa ella facesse tutto il giorno, chiusa in tal modo come una monaca.

— Che fa la zia? - domandavano ad Adone le vicine curiose.

— Sta in camera sua a pulire le sedie. — egli rispondeva invariabilmente.

Dalla mattina alla sera ella infatti non faceva altro che riordinare e pulire i suoi mobili. Pareva che il senso dell’affettività si fosse sviluppato in lei in modo anormale: ella non amava le persone, ma amava le cose. Si curava dei suoi mobili più che dei suoi parenti. Dopo la morte del marito diventò ancora più triste e misantropa. Fece assiepare e dividere la sua aja da quelle dei vicini; mise un saliscendi nuovo al portone, e ordinò al nipotino di chiuderlo ognivolta che entrava od usciva.

Egli obbediva, ma entrava ed usciva poche volte al giorno. Dopo la morte dello zio egli si annoiava a stare in casa e ci stava il meno possibile. Quando non vagava pei campi, dopo la scuola, andava dalla sua mamma a giocare e litigare coi fratellini; tornava a casa solo per frugare in tutti gli angoli, cercando da mangiare; e quando era sazio scappava ancora. Passava molte ore della giornata dal cordaio o dal zolfanellajo, il cui cortile era rimasto così stretto da sembrare un viottolo fra due siepi. [p. 50 modifica]

Il cordaio era terribilmente adirato contro la Tognina, per l’affare della siepe, e si sfogava parlandone male con Adone. Del resto egli gridava sempre, e tirava e stendeva le sue corde con violenza, bestemmiando contro la canapa, che quell’anno era cattiva, e contro il suo mestiere, e contro sua moglie, e contro Andromaca. La fanciulla, bionda e rosea, con due grandi occhi castanei socchiusi e languidi, coi piedini nudi, a metà dentro le pianelle ricamate, girava la ruota e taceva. Pareva non udisse neppure la voce irata del padre. Adone le si aggirava sempre attorno, ammirandola e sorridendole.

Il zolfanellajo, al contrario di Sison, parlava poco e quasi sottovoce. Spesso pregava. Il suo mestiere facile e tranquillo gli permetteva di lavorare seduto comodamente all’ombra del portone: però egli era spesso malato; tossiva; grossi foruncoli al collo e alla bocca lo tormentavano.

La moglie, più vecchia di lui, sembrava anche lei una statua di legno: era alta, secca, senza vita, con un vestito color noce, un cappello d’uomo in testa e un fazzolettino frangiato al collo. Era brutta, sdentata, con un gran naso aquilino e gli occhi azzurri un po’ divergenti: eppure il zolfanellajo, che l’aveva sposata in seconde nozze, aveva per lei una specie di adorazione filiale. Anche lei parlava poco e forse per questo aveva uno scudmai1 strano: la chiamavano la Müton. [p. 51 modifica]

Ella preparava i ruscellini di legno, li contava, nè faceva dei mazzetti che porgeva al marito. Egli pestava lo zolfo, lo scioglieva entro un pentolino collocato su tre pietre, fra le quali ardeva il fuoco; e immergeva rapidamente le punte dei ruscellini nella materia gialla bollente che pareva oro liquefatto. La vecchia poi riuniva ancora i mazzettini, a venti a venti, formando come delle piccole ruote che collocava una sull’altra. Così i zolfanelli s’elevavano in tante piccole colonne, intorno ai due silenziosi e melanconici operai, che parevano intenti ad un’opera magica.

Adone contava, senza mai riuscire a trovare il numero giusto, le ruote, i mazzetti, i fuscellini. Guardava entro il pentolino, starnutava, offriva il suo aiuto alla donna di legno scuro e all’ometto di legno giallo. L’una e l’altro rifiutavano. Allora egli chiacchierava e rideva. Rideva anche quando parlava di cose serie, discutendo, per esempio, se lo zio era andato in paradiso o nel purgatorio. L’inferno non lo ammetteva neppure per i più malvagi: al solo pensarci gli veniva voglia di cavar la lingua e fare tante smorfie.

Il zolfanellajo era propenso a credere che lo zio Giovanni si trovasse in purgatorio.

— Egli era un uomo onesto, — diceva seriamente, —- ma anche lui aveva i suoi peccati. Qual’è l’uomo senza peccalo, specialmente se è ricco!

I ricchi vanno tutti all’inferno, — diceva la donna, con gli occhietti conversi sul mazzetto di stecchini. [p. 52 modifica]

Adone spalancava gli occhi e la bocca, meravigliato: poi rideva, certo chela zolfanellaja scherzava.

Ella però non scherzava, e tanto meno rideva; anche il zolfanellajo non rideva. Quell’ometto melanconico e tranquillo, mite come un agnellino, era un socialista convinto. In quel tempo il socialismo, in Italia, era quasi ancora una società segreta. Erano i tempi eroici della nuova dottrina: i suoi seguaci erano perseguitati, o almeno tenuti d’occhio come individui pericolosi. Nelle poste venivano aperte le loro lettere: se osavano far propaganda venivano cacciati dai loro impieghi.

Nel collegio di Gonzaga, però, era già deputato Enrico Ferri: e fra i suoi pochi ma fervidi seguaci di Casalino v’era uno studente, figlio del zolfanellajo.

Quando parlavano di lui il padre e la matrigna abbassavano la voce e si commovevano: pareva che parlassero del gran re Davide, del quale lo studente aveva il nome.

Durante le vacanze Davide, che studiava a Milano e viveva coi pochi denari guadagnati da suo padre, faceva un’attiva e coraggiosa propaganda. I primi ad essere convinti da lui furono il padre e la matrigna. Anche la matrigna. Tutto è buono per alimentare il fuoco, anche il fuscellino, anche la foglia morta.

Il socialismo del zolfanellajo era però un socialismo cristiano e primitivo.

— I ricchi devono aiutare i poveri, — egli diceva al piccolo Adone. — Se no non vanno certo in [p. 53 modifica]paradiso. I ricchi devono anzi dividere i loro beni coi poveri. Ora tuo zio era un uomo onesto, ma non aiutava i poveri. Sarà andato in purgatorio.

Adone voleva discutere, anche perchè sperava di andare in paradiso e voleva raggiungervi lo zio.

— Ma la sua roba era sua. ecco! Perchè doveva darla agli altri?

Il zolfanellajo, intento alla sua pentolina gialla e nera, scuoteva la testa. Non voleva, non poteva discutere con un bambino: c’era tempo!

Ma la donna, che aveva colto a volo certe parole del figliastro, diventava misteriosa, e sbattendo sulla pietra i mazzetti di stecchini per fame star bene assieme le estremità, mormorava!

— Verrà un giorno!... Verrà un giorno!...

— Che cosa?

— Verrà !...

Ella non osava dire altro, ma sapeva lei! Verrà un giorno in cui tutti saremo ricchi, o per lo meno eguali. Allora la Tognina non si permetterà più di chiudere la sua aja: e tutti potremo permetterci la comodità di starcene dentro, in casa, a pulire le sedie invece che a fare zolfanelli.

Adone non capiva; ma amava la compagnia di quei due esseri in apparenza miti e silenziosi, che parlavano poco, ma quando parlavano dicevano cose serie e si rivolgevano a lui come ad un uomo fatto.

Qualche volta però s’indugiava a lungo anche nell’aja del cordaio. Se questi era assente, Andromaca chiacchierava volentieri ed anche giuocava [p. 54 modifica]col suo piccolo ammiratore. Ultimamente il cordaio aveva comprato un campo dietro la sua casa, e aveva impiantato la sua ruota e i piuoli sotto un lungo pergolato che sembrava un andito verde.

Quando erano soli, Andromaca e Adone si rincorrevano pazzamente sotto il pergolato. Ella perdeva le ciabatte, egli urlava quando lei lo raggiungeva. Un giorno, lottando e ridendo, caddero assieme. Gli occhi dorati e voluttuosi di Andromaca scintillavano. Ella premè col suo il petto di Adone, lo guardò negli occhi, gli morsicò le labbra. Egli gridò, ma quando si rialzarono la supplicò di ricominciare il giuoco.

— Ancora! Ancora! Per piacere! — le disse, reclinando la testa e guardandola con occhi supplichevoli. Ma ella non volle farlo più.

Cominciava l’estate calda e afosa della pianura. Il sole ardentissimo batteva sulla grande aja chiusa, che pareva un piccolo deserto.

La casa di Tognina taceva: attraverso le vaste camere silenziose e l’andito illuminato da una lancia d’oro che il sole disegnava dalla porta socchiusa alla parete, passava solo, come un fantasma, la figura piccola e nera della vedova.

Dietro la casa c’era un cortiletto, popolato di galline sonnolenti. Di là s’andava nei campi verdi [p. 55 modifica]di melica e di granoturco, biondi di frumento, circondati d’alberi e di viti. Dopo la morte di Giovanni, i due figli del Pirloccia lavoravano il vasto possedimento della zia. Adone non amava la compagnia di questi due giovanotti che lo vedevano di mal occhio e lo deridevano: specialmente Marco, il moro, quello che rassomigliava al Pirloccia, gli riusciva antipatico. L’altro, Agostino, era alto e svelto, ma d’una bruttezza straordinaria: il suo scialbo viso di albino, dagli occhi lattei, miopi, dalla bocca grande e i denti sergenti esprimeva tuttavia una certa bontà. Entrambi, non ancora ventenni, erano fidanzati con due belle ragazze. Fra loro, non andavano troppo d’accordo, anzi questionavano spesso: erano però due forti lavoratori, e non amavano Adone perchè lo ritenevano un ragazzo poltrone. Egli a sua volta li temeva e li scansava, e la sua antipatia si riversava anche su gli altri due figli del Pirloccia, che frequentavano assieme con lui la prima classe elementare.

La vita, così, in casa della piccola vedova, trascorreva più triste che allegra.

Il Pirloccia veniva spesso, occupandosi degli affari di Tognina: non raccontava più le sue storie di viaggio, e pareva non s’accorgesse affatto di Adone. Dopo la morte dello zio non si apparecchiava più la tavola: la vedova mangiava seduta davanti al camino. Adone la imitava volentieri, dividendo il suo pranzo col gatto.

Un giorno egli andò a lamentarsi con la mamma. [p. 56 modifica]

— Stamattina sono uscito nel campo: sono andato a cogliere i pomidoro. Mi aveva mandato la Tognina; mica sono andato per idea mia. E Agostino mi ha rincorso colla falce in mano, minacciando di falciarmi le gambe! Eh!

— E la tua zia che ha detto?

— Niente! Non dice mai niente, lei!

— Ma glielo hai detto bene?

— Sicuro, ch! Stava nella sua camera e puliva le sedie. Ha detto solo: e lasciami in pace!

— Pazienza! — sospirò la mamma. - Forse avrai fatto qualche dispetto ad Agostino.

— No, no, davvero, niente!

— Pensaci bene, caro il mio omin. Gli avrai mostrato la lingua.

— No, no, davvero, niente!

— Pensaci bene: almeno la punta.

Egli pensò: arrossì, e finì col confessare.

— Sì, appena la punta.

— Vedi? Vedi?

La mamma lo sgridò: gli disse:

— Non devi far così! Devi esser buono, affinchè la zia ti voglia bene, come ti voleva bene il tuo povero zio. Se sei cattivo ti manda via; si prende in casa i figli di Pirloccia.

— Ed io vengo da te!

— Da me? povero il mio omin! Siamo abbastanza, noi! Come si fa, con tante bocche che mangiano, con poche braccia che lavorano? Sta buono, sta buono, e ama la tua zia. Se ella ha una coscienza riparerà al mal fatto. [p. 57 modifica]

Qualche volta madre e figlio ricordavano le promesse dello zio.

— Ricordati quanto li ho detto quella sera! Sì, Pirloccia deve aver portato via le carte, quella notte, capisci, le carte nelle quali il tuo povero zio aveva scritto che tu eri il padrone di tutto. Come h fatto male, quella notte, a non restar là ! Come ho fatto male! Ma chi poteva credere che Giovanni morisse così presto! Pazienza: meno male che la zia ti tiene con sè. Ella, certo, vorrà rimediare al mal fatto. Bisogna però che tu sii bravo, obbediente, docile.

E lo avvertiva di non ripetere a nessuno le loro conversazioni: ma ella stessa chiacchierava con tutti, e un giorno il Pirloccia la minacciò d’una querela.

Ella si spaventò, negò tutto. Allora l’ometto si rabbonì, le disse:

— Vedete, Martina, se io avessi fatto una simile cosa, sarei in migliori condizioni. Invece che cosa sono io? E i miei ragazzi? Tutti servi della Tognina, servi mal pagati e mal trattati. Ho conosciuto un uomo, in Croazia, un furbacchione d’uomo che aveva aiutato una sua parente a rubare i soldi d’un moribondo. Ebbene, cosa fece l’uomo? Si tenne tutto per sè. Ma era un furbacchione. Pirloccia, al contrario, è un uomo onesto: egli se ne infischia della roba altrui. Dite se ho ragione o no, Martina.

Egli sparlò della sorella: ella amava più le sue galline che i suoi parenti. La donna, allora, gli [p. 58 modifica]diede pienamente ragione: e ogni volta che Adone andava a lagnarsi con lei lo sgridava.

Egli, che nelle sue ore disperate andava ad accusare a sua madre, come ad un giudice incorruttibile, coloro che lo maltrattavano senza ragione, provava una grande tristezza per le ingiuste sentenze di lei.

Egli comprendeva bene che ella non lo voleva presso di sè, perchè nella povera casa non c’era posto per lui: ed egli non lo pretendeva neppure, ma gli dispiaceva tanto che la sua mamma lo respingesse, e non gli rendesse giustizia e non gli volesse bene. Quando la mamma gli parlava troppo aspramente, egli, spinto dalla sua sete di giustizia, se ne tornava presso la zia.

— Ma sentimi bene, zia, ti dico! Ecco, Marco mi ha dato uno schiaffone: io non facevo il cattivo. Io l’ho detto alla mamma, e lei ha detto che Marco ha fatto bene!

— La tua mamma ha ragione!

Egli protestava, gridava, piangeva.

— Nessuno mi vuol bene. Nessuno! Nessuno!

— Perchè sei cattivo!

— Lo zio solo mi voleva bene.

— Perchè eri buono, allora!

No, egli lo sentiva: perchè soltanto lo zio era stato un uomo giusto. [p. 59 modifica]

I tempi erano mutati, e peggioravano di giorno in giorno. Di giorno in giorno il Pirloccia con tutta la sua progenie s’avvicinava alla casa della vedova, e la circondava e la invadeva come un nemico astuto e forte circonda e invade un dominio mal difeso.

Una sera d’autunno la zia Elena che conviveva col Pirloccia e dava attenzione ai suoi bambini, venne a raccontare che i due gemelli s’erano bisticciati col padre. Più tardi giunse il Pirloccia stesso, arrabbiato e fremente.

— Mi farai dormire nel tuo fienile, Tognina! — supplicò. — O vanno via loro, di casa mia, o vado via io. No, bisogna che abbiano una buona lezione, quei due cani! Corpo! Corpo! Sono sì o no il padre, io?

Tremava di rabbia. Se fingeva, fingeva molto bene. Tognina lo guardò, coi suoi occhi tristi e diffidenti, e non gli negò l’ospitalità domandata.

La notte era fredda e piovosa: invece di dormire nel fienile l’ometto dormì in cucina, e invece di una furono più notti.

Di giorno egli andava a lavorare le sue scope; di sera ritornava e raccontava di aver ancora litigato coi gemelli, i quali gli avevano persino rinfacciato di essere un cattivo padre. Ah, sì, un [p. 60 modifica]cattivo padre! A lui, che girava il mondo, sotto la pioggia e sotto il sole, per sostentare la famiglia! Ora però voleva abbandonare a sè stessi i due giovinastri. E cercava casa, per sè e per i due tigli piccoli. Domandò a Tonnina se gli affittava la camera bassa, dove egli avrebbe potuto riporre anche le sue scope. La donnina rispose subito negativamente. Egli gridò!

— Mica gratis! Pago, io, e bene, e subito. Ecco qui.

Trasse il suo voluminoso portafogli, zeppo di carte ingiallite e di immagini sacre, e prese un biglietto da cinque lire.

— Anticipazione, corpo! — gridò, porgendolo a Tognina. — Guardalo, almeno.

La donna non volse neppure la testa. Pirloccia rimise il biglietto nel portafogli e il portafogli in tasca.

Adone stava seduto accanto al fuoco, col gatto sulle ginocchia, e osservava la scena senza parlare. I suoi begli occhi splendevano, al riflesso della fiamma.

Per alcuni momenti nessuno più fiatò: s’udiva solo il ronfare del gatto e il soffio della fiamma. Ma ad un tratto l’ometto guardò il ragazzo, quasi lo vedesse appena allora, e domandò:

— Perchè non va a letto questo scimmiotto?

— Scimmiotto sei tu, — rispose vivacemente Adone. E guardò l’uomo, sfidandolo. Ma per la prima volta dacchè lo conosceva lo vide arrabbiarsi in modo terribile. [p. 61 modifica]

— È tempo di finirla! - gridava-l’ometto, abitando il braccio. - Tu non rispetti neppure i vecchi. Ma se tua zia non è buona a correggerti, d’ora in avanti ci penserò io. Marcia a letto! Subito!

Adone stringeva a sè il gatto spaventato, e guardava la zia.

Obbedisci, — ella disse con insolita dolcezza. — Va a letto: è tardi.

Egli allora ricordò i consigli della mamma, e obbedì.

Egli ora dormiva su un canapè, nella camera della zia: una camera piuttosto piccola, con un grande camino sul quale stavano parecchi vasi di vetro pieni di conserve di frutta e di ciliege nell’alcool. Un letto di noce, coperto di cuscini di piume, occupava tutta la parete di fondo. Formava il lusso e la caratteristica di questa camera una dozzina di sedie di noce, con le spalliere ricurve e i fondi mobili, di stoffa verde e gialla. Queste sedie antiche, sulle quali la zia pretendeva che Adone non si sedesse neppure, esercitavano su lui un vero fascino. Egli le aveva sempre vedute lì, in quella camera austera e melanconica: e le conosceva una per una, perchè, sebbene apparentemente eguali, avevano qualche segno, qualche particolare che le distingueva l’una dall’altra; e gli piacevano tanto che egli amava figurarsi le sedie del palazzo Dargenti simili a quelle.

Appena acceso il lumino, invece di coricarsi, egli sollevò a metà il fondo d’una di queste sedie: poi fece altrettanto con un’altra: poi sedette e guardò [p. 62 modifica]i vasi di vetro sul camino. Poco per volta il suo dispiacere svaniva: la contemplazione di quei vasi, dei quali invano parecchie volte aveva tentato l'assalto, gli dava un delizioso senso di voluttà. A quell’altezza, coi loro colori, il loro scintillio, il loro profumo, rappresentavano per lui un sogno di dolcezza.

A un tratto però egli si scosse, balzò in piedi: i suoi occhi diventarono scuri, inquieti. Udiva Pirloccia e Tognina litigare: l’ometto urlava come un ubbriaco. Egli ebbe di nuovo paura: si spogliò in fretta, andò a letto, ma non potè dormire: fin sotto le coperte gli giungeva all’orecchio, come da una cupa lontananza, la voce rauca del maligno ometto. Che cosa voleva? Forse urlava perchè voleva in affitto la camera bassa: e l’idea che l’ometto potesse venire ad abitare in casa sua lo spaventava.

— Speriamo di no, speriamo! - sospirava.

Giù in cucina l’uomo e la donna continuarono a litigare: poi tutto fu silenzio. Adone cominciava ad assopirsi quando la zia salì. Gli parve che ella singhiozzasse, e provò una grande pietà di lei, un bisogno di volerle bene, di proteggerla, di confortarla.

— Zia, zia, — le disse, con la stessa vocina affettuosa con cui un tempo chiamava lo zio buono e caro, — che hai? Dimmi che hai, zia mia! Perchè gridava, quello là? Dovevi chiamarmi, zia: sarei venuto giù con un bastone...

Egli aveva messo fuori la testina arruffata, e il suo visetto roseo, sul candore delle lenzuola, era [p. 63 modifica]più bello ed espressivo ilei solito. Ma la zla neppure lo guardò.

— Tu hai sognato, — gli disse, con voce aspra e tremante. — Fai il cattivo anche quando sei a letto. Dormi, dormi.

Spense il lumino, si coricò e cominciò a pregare. E siccome Adone sospirava, inquieto, gli domandò:

— E tu hai detto la preghiera, almeno?

— Mi son dimenticato!

— Tutte le sere così! Di’ subito la preghiera, cattivaccio!

Allora egli, un po’ per dispetto, un po’ per divertirsi, cominciò a recitare una preghiera scherzosa, che lo zio gli aveva insegnato!

        Signor, la veta, l’unur,
        Di sold da spender,
        ’Na bela dona a st’mond.
        In paradis a cl’atar
        Signor, an v’arcmandi star.

— Zia, è bella questa preghiera?

Siccome la zia non rispondeva, egli agitò le gambe, e gridò:

— È bella questa preghiera? Zia, oh, zia!

La zia allora si adirò, alzò la voce, gli disse che era stanca di lui e delle sue cattiverie, che lo avrebbe cacciato via poichè egli era il suo tormento, e non la lasciava in pace neppure la notte!

e gli impose di tacere, di star fermo, di non fiatare oltre. [p. 64 modifica]

Egli non fiatò oltre. Non aveva mai sentito la zia a gridare così arrabbiata: la voce di lei, in quel momento, rassomigliava alla voce del Pirloccia.

Egli ebbe voglia di piangere, ma si frenò, per dispetto, per orgoglio.

— Me ne andrò, - disse fra sè: - sì, me ne andrò! La mia mamma è povera e non mi vuole con sè, ma io me ne andrò coi saltimbanchi, e sarò il loro servetto, e poi diventerò anch’io saltimbanco. Sono svelto, io! So saltare, io! Meglio, meglio! Sì, meglio che me ne vada. Aspetta un po’!

Veramente c’era da aspettare un bel po’, perchè i saltimbanchi dovevano arrivare l’anno appresso, in maggio, per la fiera di Santa Giulia. Ma nell’attesa e nella speranza di por fine ai suoi guai, egli si rassegnò e si addormentò.

Pirloccia riuscì a farsi affittare la camera ed anche un ripostiglio dietro il portone.

— Mica gratis! Mica gratis! Pago, io, ecco, ed anche anticipato! Ecco qui un mezzo marenghino, — gridava, mostrando sulla palma della mano una piccola moneta d’oro.

Tognina guardava la monetina e non rispondeva. Anche Adone, che mangiava la sua polenta dividendola col gatto, guardava e taceva. Non si disperava più, pensando ai possibili maltrattamenti [p. 65 modifica]del Pirloccia. Il suo piano era bell’e fatto. Fuggire. Fuggire, se lo bastonavano; fuggire coi saltimbanchi, e non ritornare più. La carriera non era brillante, ma gli sembrava molto più facile della sognata carriera di maestro, per la quale occorreva studiare, aspettare, subire tutte le ingiustizie dei suoi parenti.

La Tognina dunque cedette; l’uomo riempì di mobili la stanzona, che in tal modo diventò camera da letto, da pranzo, cucina e laboratorio nello stesso tempo. Fiorello e Fiorina seguirono il padre nella nuova abitazione. Con loro venne anche la zia Elena.

Fisicamente la zia Elena rassomigliava a Tognina, ma era d’un carattere ben diverso. Era una di quelle figurine che passano inosservate nella vita, perchè non vivono per sè stesse ma per gli altri; come le lanterne cieche danno luce ma non si vedono. Di loro si accorgono solo, quando ne han bisogno, le persone che le sfruttano. Eppure la zia Elena era felice: amava tutti. Amava anche Adone, ma non era abbastanza forte per proteggerlo. I due ragazzetti del Pirloccia, poi, erano buoni: Fiorello, alquanto albino, ma non come il fratello maggiore, con la bocca grande e gli occhi biancastri, era anzi troppo buono, malinconico, pensieroso. Quando non andava a scuola aiutava il padre a cucire le scope: anche Fiorina, scarmigliata e brutta, lavorava sempre. Il padre li amava molto, ma a modo suo: quando non lavoravano li bastonava.

— Per il loro bene, - diceva.

  1. Soprannome.