Lettere volgari/Lettera VIII

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A Zanobi da Strada

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Avvertimento Lettera IX
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GIOVANNI DA CERTALDO

A

ZANOBI DA STRADA



È lungo tempo che nè tu a me, ned io a te scrissi. Non so s’io debba darne colpa all’altezza tua, che già, per quanto vedo, le cose picciole in ispregio tiene, od alla demenza mia, che quelle da dovere essere curate non cura. Ma per opera di rea fortuna tal caso avvenne, per cui quasi contro mia voglia dovetti scrivere la presente; e voglio lasciar correre la penna piuttosto a lungo; e, quantunque ne’ regii consigli occupatissimo, com’io credo, tu sia, non t’incresca, te ne prego, di leggere cose con liberale animo scritte; imperciocchè quant’ho lungamente taciuto, è meglio ch’io manifesti; oh iniqua sorte! Che cosa dunque son io per dire?

Credo che tu avrai a memoria come il Magno tuo fosse solito chiamarmi spessissimo con certo forzato riso, il Giovanni delle tranquillità, e di più t’hai da ricordare anche della causa di tal cognome, che me ne rammento ben io; e ciò che questo nome significasse, non senza certa indignazione del cuore ho [p. 102 modifica]notato; nulladimeno se a taluno può esser lecito di pensare e di parlare, senza taccia di temerità, contro una tanta persona, non lascerò di dire questo solo a costo anche d’averne a perdere la vita: è falso; nessuno mi vide mai certamente, e neppure egli stesso, nè fare blandimenti, nè in mezzo alle sue gloriosissime felicità sollazzarmi, o con alcuna sorta d’affetti attaccarmici; chè i pungoli della invidia sempre ho temuto; sempre gli impreveduti movimenti della instabile fortuna paventai; sempre degli impensati casi ebbi orrore; nè mica per me, ma per lui; al contrario, mi videro spesso i moltissimi e compassionare e compiangere nelle avversità; ed anche tu, se bene me ne rammento, potesti qualche volta avermi veduto. In grazia: forse questa suole essere l’usanza di chi seguita la buona e soave fortuna? non lo dirai tu di sicuro. Non fu dunque retto il giudizio del battezziere quando mi pose il cognome delle tranquillità. Ma dove miri quest’aspro ragionare, eccolo già: la natural legge dei mortali (ed oh volesse Dio che repentinamente così non avesse operato) portando via quel giovane egregio, d’indole maravigliosa, Lorenzo primogenito di questo tuo Magno, la natural legge, io dissi, fece in modo che meco stesso giudicassi con più verità sì di me, che dell’avuto cognome. Che cosa potessero un dì contro me stesso lunga persecuzione, fuga inestricabile, esiziale ferita, piacemi di tacerlo: chè questo avvenimento solo al di là d’ogni pensare, tutti quegli altri sorpassa. Di lui adunque se non con degno, almeno con alquanto più lungo discorso voglioti [p. 103 modifica]ragionare; teco posso liberamente parlare, seppure mi sei, qual credoti, amico; teco la causa mia trattare, teco l’anima mia discoprire non vergognerommi; e affinchè tu non pensi che all’ombra dell’amicizia nostra io voglia mentire, metti da parte su di ciò, te ne prego, qualunque amicizia, fatti giudice mio; cosa ell’è questa di facile concedimento: che da un lato hai dinanzi ossequioso e potentissimo signore, contro cui è l’accusa; dall’altro, un povero ed inofficioso amico, o piuttosto sconosciuto concittadino, che in questo caso rinunziai liberamente a fare la parte di amico.

Di che dunque si tratta? Chiamo in testimone Iddio! stavamene affatto in pace, quando giunse l’esecrabile novità; l’amabile giovane, il placido, il vago Lorenzo suddetto da precipitosa morte il dì 12 di Gennaio (1353) essere stato rapito! scriverò cosa, forse da far maraviglia: la morte, dico, del fratello; la morte, anni sono, del padre (1348), la morte di Coppo de’ Domenichi a me grandemente diletto, non potè strapparmi le lacrime, bensì strappommele questa; e piangendone di dolore quasi femina parvi: cosa indegna d’uomo, non che d’uomo addetto alle Muse. In fine dopo alcune lacrime al celebratissimo nostro giovane offerte, mi si presentò alla mente, non senza certa amarissima pena dell’animo il genitore afflitto, il tuo Magno; ed io, che nè della prima sua promozione, nè del chiarissimo ritorno suo dopo la fuga, nè della coronazione del tuo re, nè del ritorno dei principi e baroni esuli, o prigioni, nè della riconciliazione di loro, m’era dato per me [p. 104 modifica]verun pensiero prima; ora, quasi non egli, ma io di sì gran figlio privo, me ne condolsi, e tanta compassione n’ebbi da non aver mai restato di piangere, solo e tra i gemiti sino quasi alla mezza notte. E che dunque? Le felicità, come nulla curandole, non seguitai neppure con mostra della minima allegrezza; ma bensì tanto grave caso con abbondantissime lacrime piansi per mio: nè mica in faccia, chè non le avesse per finte: tutto ciò ritengo dentro me stesso, nè te lo scrivo perchè lo risappia; ma per farti conoscere, che, da quanto in mia coscienza distinguo, non sono l’uomo delle tranquillità, ma bensì delle miserie altrui misericordioso. Per questi prati adunque, per questi aperti sentieri, con questi passi, con tali affetti le tranquillità del Magno tuo seguita Giovanni tuo: sì con questa sollecitudine: con tal costume di lacrime, dico, e di pianto. Oh se con blandimenti mi fossi trovato sempre alle sue felicità! oh se chiamato ai pericoli avessi volto le spalle! se ricusati gli imposti travagli! se addimandate grandi mercedi! se ricevutene delle grandissime! con quali odiosi nomi, povero me, non m’avrebbero perseguitato? Voglio che questo solo tu sappia: che quantunque egli Magno, io picciolo, anzi nullo; egli forte, io debole: non debbono essere nè vilipesi, nè gettati per terra così gli uomini amici. Vivemmo e con l’aiuto di Dio vivremo, e se non splendidamente, almeno con minor paura. Che l’acque dominino nelle valli sia pur concesso: il fulmine di Giove irato spesso i monti colpisce, gli infesta il vento, gli brucia il sole, gli esaspera il freddo. Se [p. 105 modifica]amerò povertade, è già meco; se mi fosse di lungi, la troverò presto dovunque; nè per conseguirla servirò mai alcun re. Se avrò disio di ricchezza, o almeno di tanto denaro da vivere, ti confesso che non avendone, luoghi non mancherianmi affatto da poterne trovare. Padova, Verona, Ravenna la vecchia, Forlì, sebbene renitente, mi chiamano. Mi opponi i tiranni? dirò che da tiranni è anche il desiderare grandemente denaro. Posto ciò: si presenta un’altra risposta più vera, quantunque si offra meno adattata al presente bisogno, ma no, adattatissima: anche tu stai con de’ tiranni; bensì tiranni di fausto titolo ornati. Ma che dico? ricchezze e sublimità debbon essere con tanto impegno desiderate, o ricercate per maggiormente farsi conoscere? stoltezza ella è questa! bisogna ricordarsi di quella egregia sentenza di Seneca nostro: chi è troppo noto agli altri, muore ignoto a se stesso. Vivo povero meco? vivrei ricco e splendido agli altri; e godo più co’ pochi miei piccioli libricciuoli, di quello che godano con gran diadema i tuoi re. Credo ti maraviglierai di questo mio parlare, perchè forse è mal d’accordo con quel che dissiti avanti. Ma qualunque cosa i’ potessi aver detto prima, parlai fuori d’intenzione, e meco inflessibilmente il serbava, sinchè tempo si desse: eccolo dato; dissi, e sarei venuto a dirlo costà, se non mi fosse stato fermamente nell’animo di non rivedere più mai il regno ausonio, durando l’auge delle prosperità del tuo Magno ; e non per disdegno ch’io m’abbia di quelle; che ne godo, sì mi ami Dio, ma perchè non avesse a dire ch’io vo [p. 106 modifica]dietro alle tranquillità. Forse ei non crede che le anime de’ poveri sentano, conoscano, si sdegnino? Ma sentono, conoscono, sdegnansi anch’esse; bensì con senno migliore tacciono a tempo, e vomitano poi quel che già concepirono. Oh Dio volesse ch’io mi trovassi mente uguale al potere, o potere uguale alla mente! tu vedresti allora più chiaro quanto grande anima in picciol petto si stia! Ma per ora lasciamo questi discorsi: chè se oculato sei, come ti credo, anche tacendo m’intenderai. Ma torniamo, per così dire, alla virtù prodigiosa di questo personaggio, del quale parliamo. Udii, se i voti riusciranno a buon fine, non senza stupore grandissimo dell’animo mio, quel che mi scrivesti della fortezza del Magno tuo in caso calamitoso e lacrimevole tanto; e basto appena a me stesso per la maraviglia; di qua, di là con varii pensieri, volgo e rivolgo se concedere in qualche modo si possa, che egli così sasseo, così ferreo, in somma, così affatto insensibile sia, che ad occhi asciutti, con volto imperterrito, con animo inflessibile abbia potuto udire la nuova della morte di tanto valoroso, tanto celebre, e di tanta espettativa giovine cavaliero, il primogenito suo! Inoltre, lo che stimo non meno ammirabile, al principe compassionantelo, ed agli altri Magnati, quasi al medesimo punto, che nuova della morte gli giunse, egli con petto inconcusso, con voce non interrotta e continuato discorso, con prolissa e studiata dicacità, che de’ morti non debbesi aver più cura, ed altre molte filosofiche, più che militari dicerie predicasse. Oh bella, nè mai prima udita operazione! Oh di tanto personaggio [p. 107 modifica]inesauribile fortezza! Ci maravigliammo una volta e di Emilio Paolo, e di Anassagora, e di Zantippo, e di quanti altri l’antichità potesse ai posteri lasciare studiosamente in esempio. Questi solo prevalse ad ogni altro. Gran cosa, ed appena possibile a padre sarebbe stata l’aver potuto tollerar con fortezza; colmo, il nascondere, non dirò con poche parole, ma colla faccia soltanto, la forza dell’animo; al di là d’ogni termine, ed inaudito, è l’avere con lungo discorso rinvigorito gli altri che lacrimavano. Non so per Dio come trovar sufficiente modo di esprimermi su tanto ammirabile fortezza, nè intesa già mai od a’ nostri, od a’ tempi vetusti. È tua impresa, e d’altri da più di me celebrare con adorno stile cotanta fortezza. Io per me credo certo che uomo tale (ed uomo lo chiamo a giudicio degli occhi nostri, che non veggiamo con occhi lincei), credo non debba essere annoverato tra uomini, ma tra Dei! Questo primogenito, che c’è stato rapito, era pur figlio suo, nel fiore di gioventude, bellissimo; con mirabile probità valoroso; piacevole, pio sopra tutti, giustissimo, e per magnifica aspettativa degno d’amore! Intanto però questo tuo, e meritamente chiamato Magno, quest’uomo Dio, è pur uomo; era padre, e di carne! e se così è, non ho torto di maravigliarmi pensando come all’udita del caso acerbo non potesse dolersene! e, se gliene dolse, considerando come l’occultasse, sfuggo quasi a me stesso; e mentre non posso vedere, confesso di non più trovarmi con me; e tieni per fermo, che se non lo scrivessi tu, alle parole di cui credetti sempre di dovere aver fede, stimereilo una [p. 108 modifica]invenzione favolosa, e così la maraviglia mia certamente avria fine.

Del rapitoci potrebbesi inoltre dir molto, e molto più ne resteria da dire, il che tutto rilascio all’opera tua, al tuo canto per celebrarlo. So per altro, che noi andremo a trovarlo prima che egli sia per tornare fra noi, e Dio voglia che a lui ne andiamo per morte ; avendo io ferma credenza lui tra le ombre piissime ne’ campi elisii associato, e che laggiù con mani e piedi cerchi di ricominciare i tralasciati lavori, quantunque non altro che il cenere suo, e favola di volgo delle opere sue tra noi suoi concittadini rimangano; lo che per altri e meglio e più ordinatamente saprai; che ora quanto nel suo funerale si facesse, voglioti brevemente narrare.

La pompa funebre grandissima e orrevolissima dalla sua casa ne andò sino alla Certosa il settimo giorno d’aprile. Incominciò con uguale concorso d’ambedue i sessi non solamente dal quartiere della città dove nacque, e la puerizia il nostro glorioso giovane passò, e da dove partire doveasi la funebre pompa, ma tutta quanta la città sino a quella parte del placido colle, dove la chiesetta di santo Gaio papa essere tu sai, fu tanto di popolo ripiena da far maravigliare chiunque vedesse. Finalmente quasi tutti a torme l’accompagnarono sino alle porte della città, e moltissimi sino alla sepoltura. Il corpo estinto non fu portato all’usanza comune, ma n’andò il feretro molto innanzi, di forma insolita, a schiena di cavalli condotto, e di coperture seriche covertato, e per servirmi delle parole di Virgilio [p. 109 modifica]

     .     .     .     .     .     .     .     Per veder questo
     Uscian de’ tetti, empiean le strade, e i campi
     Le genti tutte, e i giovini, e le donne
     Stavan con meraviglia, e con diletto
     Mirando, e vagheggiando quale andava
     E qual sembrava.''

(Virgil. Eneide, lib. vii. v. 812,

trad. di Annibal Caro)        

Lascio di parlare e delle tede funeree, e dei cori de’ sacerdoti, che pace dal cielo con mesto canto pregavangli, e dei destrieri, e dell’armi, e delle frecce, e dei rimanenti segnali dell’abbandonata milizia; che lungo ed inesplicabile saria il tutto con luogo ed ordine raccontare. Sia bastevole dire, che chiamato e pianto da tutti è Lorenzo al punto, che in vedendo le insegne militari postergate, ed i vestimenti degli amici, e dei servitori di squallore coperti, rinvigorì la pietà. Al fine dopo lungo sermone d’un certo egregio teologo in laude sua, lo consegnammo all’eterna pace, nè altro rimane da fargli a mio credere, se non quello che tu con musa flebile ne canterai. Ma di questo avendo per ora parlato a bastanza, ha da voltarsi ad altro la penna.

Se tu godi buona salute, e se tutto risponde ai tuoi desiderii, me ne rallegro, e più se avrai conosciuto te stesso. Io bramava certamente, e m’era proposto di venire la prossima state a Napoli per rivedere te, il signore tuo, ed il padre mio vescovo fiorentino; ma, come già dissi, per non essere chiamato seguace delle felicità, temo che non ne farò [p. 110 modifica]altro. Vidi e lodo il tuo carme su’ Fiorentini, che dice la verità, e volesse Dio che a’ tuoi e miei concittadini fosse noto sì come è a me; forse la cosa non andrebbe a vuoto, ma non so s’io debba dire che siamo condotti o strascinati dai fati, o piuttosto, che volontarii andiamo ad incontrare lo sterminio. Divorante livore, crudele bramosia d’avere lasciano al nostro senato, ed agli altri nulla di buono, di giusto, di fede, di consiglio. Delizie asiatiche un tempo ai Greci, le asiatiche, e poi le greche a’ Romani furono d’esterminio: le nostre mandano in malora noi, e dalla cima di floridissimo stato ci riducono, e più ci ridurranno sul letamaio. Oh vituperio! oh poltronaggine! oh l’alterigia ridicola di taluni che con certa insulsa finzione pretendono di spacciare per nati sotto la stella del fiero Marte uomini effeminati, ed ai piaceri d’incestuosissima venere a tutta possa inchinati. Così voglia Dio metter pace a’ miei travagli, che per l’avvenire, avendo forse da viaggiare tuttavia, siami più caro di Giovanni da Certaldo, che da Firenze avere il cognome. Prego la pietà de’ Celesti ne rimiri, e lume infonda agli erranti. Aspetti sapere dopo tante cose, che io mi faccia stando in una città così ancipite? ascolta: al mio solito tra pubbliche e private faccende occupatissimo, son’oltre il voler mio affaticato; imperciocchè poco dopo la tua partenza, come avea fatto spesso anche innanzi, m’era con assai buoni patti, a parer mio, accomodato con povertà per mediazione di Seneca. Ma di recente un tenue sibilo di miglior fortuna ruppe in un tratto l’accordo, e ridussemi ne’ già rotti [p. 111 modifica]legami, ed operò sì, che io, il quale avea cominciato a saper vivere sicuro con me, ora quasi straniero a me stesso, incerto qual pendulo, oscillassi in mezzo al periglio. Quale uomo io mi sia tu vedi: spero tamen dabit Deus his quoque finem. Scusa ti prego la prolissità mia, richiesta e dalla rarità delle nostre lettere, e dall’argomento; raccomandami a chi ti piace, e massime al Barbato nostro; sta’ bene anni lunghi, maestro mio. Firenze 13 d’aprile (1353).