Lo cunto de li cunti/Introduzione/II

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II, Letteratura napoletana in dialetto — Opere napoletane del Basile

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II, Letteratura napoletana in dialetto — Opere napoletane del Basile
Introduzione - I Introduzione - III

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Letteratura in dialetto napoletano — Opere dialettali del Basile.


Questa, fu, letterariamente, la vita pubblica del Basile. Ma un’altra parte della sua vita, un’altra faccia del suo carattere, restò come ignota ai suoi contemporanei. Il Basile, infatti, smetteva, talora, la sua qualità, e gravità, di poeta toscano; s’adattava un altro nome, come una maschera, quello di Gian Alesio Abbattutis; e, invece di ode e madrigali, scriveva bizzarrie in dialetto. E Gian Alesio Abbattutis, scrittore dialettale, aveva quei lampi, quella scintilla geniale, che mancavano assolutamente al suo collega, poeta toscano!

La letteratura del dialetto napoletano può dirsi che non nacque se non, appunto, ai principii del secolo XVII. Non già che non vi siano monumenti dialettali, innanzi a quel tempo. Fin dal secolo XIV, il dialetto napoletano fu messo in iscritto, in tutta la sua schiettezza, dal Boccaccio; se è autentica, come sembra, la lettera napoletana, diretta a Francesco dei Bardi, che va sotto il nome di Iannetto de Parise (Giovanni Boccaccio). E nel dialetto napoletano, benchè, veramente, in quello delle persone colte, «imbevuto da una parte del latino curiale, dall’altra del toscano» 1, furono scritti i poemetti del [p. lxv modifica]Regimen sanitatis, dei Bagni di Pozzuoli, del Libro di Cato, ecc., e la Cronaca di Partenope, e i Ricordi di Loyse de Rosa, e, via via, gli atti pubblici della Corte aragonese, e della città di Napoli, fino alla metà del secolo XVI. Nello stesso dialetto ibrido, furono scritte quasi tutte le opere letterarie del tempo aragonese, poemi, cronache, trattati d’ogni genere, tranne quelle poche, che rappresentano il rifiorire del toscanesimo.

Ma c’è un gran divario tra l’uso spontaneo e naturale del dialetto, e l’uso di esso, intenzionale, voluto, artistico. Intorno alla metà del secolo XVI, il dialetto napoletano, com’era già caduto dall’uso degli scrittori letterati, cosi sparì dagli atti pubblici, nei quali ancora si adoperava 2. E il dialetto restò alla sola letteratura popolare, ai canti del popolo, e alle famose villanelle napoletane 3.

Qualcuno dei poeti popolari, oltre i canti che diventavano patrimonio del popolo, scrisse qualche poesia, di genere non istrettamente popolare, in dialetto. Velardiniello, per es., o chi si cela sotto questo nome, fu autore, tra l’altro, di quelle belle ottave, che rimpiangono il buon tempo antico, e finiscono col grido, del quale si sente la sincerità:

               Sai quanto fuste, Napole, corona?
               Quanno regnava casa d’Aragona 4!

[p. lxvi modifica]Ed è questo dei pochi sicuri monumenti dialettali del secolo XVI. Sulla fine del secolo, cominciò ad adoprarsi nelle commedie il dialetto napoletano, sia dai comici dell’arte nelle commedie improvvisate, sia nelle commedie premeditate 5. Ma, nel teatro, l’uso del dialetto lia ragioni tutte speciali.

Si scriveva, dunque, il dialetto napoletano già da varii secoli, ma, fino allora, o non era stato adoprato con intenzione artistica, o di un uso siffatto non c’erano se non casi isolati e timidi tentativi.

Ma, sul principio del secolo XVII, la letteratura dialettale, intenzionale e artistica, prende un grande slancio. Le ragioni di questo fatto furono parecchie, e di varia natura. Ma la principale è forse da riporsi in quella ricerca assidua di novità, ch’è il vero spirito motore di [p. lxvii modifica]quel periodo letterario, che si chiama il seicento. Certo, s’ingannerebbe chi credesse che i letterati d’allora si volgessero al popolo e al dialetto, per quel desiderio del semplice e del vero, ch’è, in certo modo, la ragione del presente rifiorire della letteratura dialettale. Veramente, del semplice e del vero essi avevano bisogno! Ma quel volgersi al dialetto non era la medicina della loro malattia, ma, anzi, una manifestazione di questa loro malattia. Il dialetto rappresentava, per quei letterati, il nuovo, il bizzarro, l’ingegnoso, lo spiritoso! E così si spiega anche come la letteratura dialettale napoletana non fosse letteratura seria, ma letteratura burlesca.

Tuttavia, appunto perchè letteratura burlesca, essa ebbe alcune doti di semplicità e di freschezza, che non aveva la contemporanea produzione in lingua italiana. La disposizione giocosa del loro spirito liberò quegli scrittori da molti difetti e stranezze del gusto del tempo. E, oltre a ciò, non bisogna disconoscere che non si avvicinarono impunemente alle fresche e dolci acque dell’ingegno popolare.

Ho detto che le ragioni della fioritura furono parecchie. Un’altra, anche importante, è d’indole, per così dire, locale, anzi municipale. La produzione letteraria italiana, a Napoli, come in molte parti d’Italia, aveva un carattere esotico, e sembrava quasi imposta di fuori. Per partecipare alla vita letteraria d’Italia, bisognava rinnegare la lingua inconsciamente appresa da fanciulli, e imparare, quasi come lingua straniera, sui libri e nelle scuole, il toscano. È naturale che, di tanto in tanto, nascesse in alcuni amatori della lingua e delle costumanze paesane [p. lxviii modifica]una reazione e una ribellione contro il toscanismo: reazione e ribellione rappresentate praticamente da un ritorno alla produzione dialettale.

E questo ultimo motivo è specialmente evidente in colui, che fu il padre della nuova letteratura dialettale, in Giulio Cesare Cortese.


Una lunga e tenera amicizia legò, durante tutta la vita, il Cortese col Basile. Ed è bello, è quasi commovente il veder così fedeli e stretti l’uno all’altro questi due massimi poeti del dialetto napoletano! Il Cortese cantava in un suo poema, a proposito delle onorificenze, che aveva avuto il Basile dal Duca di Mantova:

                    Dire non saperria quanto sentiette
                    Piacere, audenno nommenare a chillo,
                    Che la fortuna amico me facette,
                    Da che jeva a la scola, peccerillo 6!

E il Basile, nell’introduzione a una delle sue odi: «Il più caro, il più honorato amico dell’autore, che le sacre e sante leggi dell’amicizia serbar sapesse, fu Giulio Cesare Cortese....., il quale, con maraviglia di chi ’l conobbe, mostrò la grandezza dell’ingegno nella picciolezza del corpo, la ricchezza della virtù nella povertà della fortuna, e l’immortalità del merito nella brevità della vita» 7 [p. lxix modifica]La sua vita fu randagia, e avventurosa, e stentata, come quella del Basile. — In uno dei punti, che a me sembrano più poetici del suo Viaggio di Parnaso, il Cortese immagina di aver ricevuto dapprima da Apollo un tovagliuolo fatato, che bastava che e’ lo spiegasse, perchè si trovasse innanzi ogni ben di Dio:

               No piezzo di vetella sottestato,
               E no pegnato propio a boglia mia,
               Maccarune, pasticce, e caso e pane,
               E grieco, e manciaguerra, e mazzacane 8!

Ed era sicuro di non aver a patir fame. Ma ecco egli incontra un tale, che aveva un dono di tutt’altra natura, un coltello fatato, che, ficcandolo in terra, faceva sorgere mirabili palazzi incantati. E lui, invaghito del coltello, si affretta ad acquistarlo, scambiandolo col più prosaico, ma più utile tovagliuolo. E tardi si accorge del danno, che s’è fatto; gira il mondo, povero, affamato, col suo coltello fatato, senza poter mai trovare il posto da edificare il mirabile palazzo della sua fantasia!

               Dovonca vao, tento la scorte mia
               Pe fare a quarche parte sto castiello;
               Ma chesta tene ognuno ch’è pazzia,
               E dice: a lo spetale, o poveriello 9!

               

E torna a Napoli, e questo pensiero lo fa quasi venir matto, e giorno e notte non fantastica, se non del suo castello: [p. lxx modifica]

               Macaro me potesse cenzoare
               Quarcosa nmiero de Capo de monte!
               Oh che bello castiello vorria fare,
               A dove se trasesse pe no ponte!
               Tutto de ntuorno lo vorria murare,
               E po starence dintro commo a Conte!
               — Che magne po! — Lo venno! — E a che palazzo
               Po’ staje? — Ne faccio n’autro..... Ohimè, so pazzo!
               
               Sto penziero m’allarga da la Musa,
               Chisto scire me fa de cellevriello,
               E chisto pe frenetico m’accusa
               A tutte ore penzanno a sto castiello!
               Ad ogni bene m’è la porta chiusa:
               Mannaggia chi me deze sto cortiello!
               — Cossì va chi è catarchio ed è pacchiano,
               E cerca meglio pane che de grano 10!


La vita del Cortese è pochissimo nota, ed io ne darò qui, pel primo, qualche notizia un po’ circonstanziata. Egli nacque in Napoli intorno al 1575 11. Nel 1597 si laureò dottore in legge 12. Sulla fine del 1599, risulta da un documento che ho trovato, ch’egli ottenne dal Vicerè Conte di Lemos per un anno l’ufficio di assessore in Trani; ufficio, ch’egli non potè occupare immediatamente, e chiese la grazia, che la durata ne cominciasse dal 13 gennaio 1600 13. Pare che poi andasse in Ispagna, e indi in Toscana 14. Il comentatore di un suo poema, il Zito, dice: «Ne lo chiù bello de la gioventù, pe pascere majoremente l’animo sujo de cose grannissime, se pose ncorte de [p. lxxi modifica]lo Serenissimo Granduca Ferdinando, signore assoluto de tutto lo pajese de la Toscanetate; cossì, venenno nchella corte, era non sulo amato da tutte, ma grannemente stemato da lo patrono sujo, e chesto pe le bone qualetate e vertolose azione soje, de muodo che lo chiammavano lo cuccopinto de la Corte» 15. Fu anche accademico della Crusca 16. Ma, — sempre secondo il Zito — , un amore concepito per una dama, di condizione molto alla sua superiore, fu cagione ch’egli si risolvesse ad abbandonar Firenze.

E, giacchė il Zito dice che, tornato a Napoli, per isfogo di quell’amore fiorentino sfortunato scrisse e stampò la Vajasseide, la cui prima edizione sarebbe stata del 1604, bisognerebbe conchiuderne che, nel 1604, era già tornato a Napoli 17. Tuttavia, nella ragione della partenza da Firenze a me par di fiutare un’invenzione del Zito; e la stessa data del 1604, come quella della prima edizione nella Vajasseide, non va esente da dubbii 18. Certo, nel 1606 il Cortese era a Napoli ed ebbe per un anno dal Vicerè Conte di Benavente, l’ufficio di governatore di Lagolibero o Lagonero, terra destinata, a quanto sembra, ad esser governata da poeti, perchè, come s’è visto, qualche anno dopo ne era governatore il Basile 19. Nel [p. lxxii modifica]1608 pare che fosse a Firenze, perchè invitava (di lì?) il Basile a concorrere con qualche componimento alla raccolta da farsi per le nozze di Cosimo dei Medici con Maria Maddalena d’Austria 20. Nel 1610, o poco dopo, era di nuovo a Napoli, protetto dal secondo Conte di Lemos, e poi dal fratello di lui, che restò Luogotenente del regno 21. Appartenne all’accademia dei Sileni, fondata intorno al 1612, nel chiostro di S. Pietro a Maiella 22. Scrisse moltissime opere in dialetto, delle quali solo alcune pubblicò per le stampe. E mori tra il 1621 e il 1627 23. Né saprei aggiungere altro particolare se non questo, che riguarda il suo aspetto fisico: che era uomo di piccolissima statura 24.

Il Cortese, — il Pastor sebeto, come gli piaceva intitolarsi — , si vantava d’essere poeta napoletano. «Non è possebele, — egli dice — , che quarche travo rutto non strida, e che quarche strenga rotta non se metta ndozzana, decenno: Da quanno niccà le povere Muscie so deventate de lo Lavinaro?, da quanno niccà la fontana de Puorto [p. lxxiii modifica]è Hipocrene? » 25. Ma a costoro egli rispondeva, come in Parnaso ai poeti che si meravigliavano che tra loro fosse venuto n’ommo de Puorto:

               Le Muse vanno dove so chiammate,
               Ca no stanno co buje co lo strommiento,
               E quanta vote a me se so nzeccate,
               Cose hanno fatto lustre commo argiento!

Con voi altri, ne nce aggio che spartire! Io scrivo come parlo!

               Siano tutte li vuostre, e quinci, e unquanco,
               E l’Ostro, e l’Astro, e cotillo, e cotella.
               Ch’io pe me tanto no ne voglio manco
               De tante isce bellezze na stizzella!
               Tanta patacche avesse ad ogne banco,
               Quanta aggia io vuce a Napole mia bella:
               Vuce chiantute, de la maglia vecchia,
               C’hanno gran forza, ed enchieno l’aurecchia!

E qualcuno, spassionato e libero, dei poeti toscani, come il Berni, interveniva per dire: Egli ha ragion quest’uomicino 26!

Contro i toscaneggianti affettati non cessa di combattere. Nello stesso Viaggio di Parnaso, fingendosi la recita di una commedia, un Pulcinella fa il prologo, mettendo in beffa le ridicole frasi toscane:

           Pollicinella, singhe beneditto!
               Tu sì, nmeretarrisse ciento scute!

esclama Apollo 27. [p. lxxiv modifica]

La Vajasseide è il primo parto della musa napoletana del Cortese. È un poemetto in cinque canti, in ottava rima, che descrive alcuni costumi di amori, gelosie, feste, matrimonii del popolino napoletano. La composizione, come in quasi tutte le opere del Cortese, è piuttosto scucita, e tutta episodica. La forma è semplice, i versi buoni, le descrizioni, per lo più, vivacissime. Seguì il Micco Passaro (1619), del quale è eroe un guappo, o smargiasso, come allora si diceva. La vita dei guappi napoletani, e delle loro innamorate, s’inquadra nel racconto di un’impresa contro i fuorusciti d’Abruzzo, che, storicamente, trova riscontro nella spedizione di Carlo Spinelli contro le bande di Marco Sciarra, avvenuta ai tempi della prima giovinezza del Cortese. Pubblicò poi un romanzetto in prosa: li Travagliuse Amure de Ciullo e Perna, che, appartenendo al genere serio, manca di quelle qualità, che hanno le due opere precedenti 28.

E manca egualmente di queste qualità una delle sue opere più celebrate, la favola posellechesca, intitolata La Rosa. Il Cortese, per solito così semplice, così vivo, quando tratta di cose burlesche, nella Rosa ha i peggiori difetti dei seicentisti: i pensieri, i sentimenti dei personaggi sono continuamente tradotti in quella forma, tutta [p. lxxv modifica]arguzie e fioriture, che piaceva al seicento; niente v’ha di schietto, d’immediato.

Ma, invece, il suo quarto poema, il Viaggio di Parnaso, è tra le cose sue meglio riuscite. Consiste in una serie, al solito un po’ confusa e sconnessa, di confessioni autobiografiche, di sfoghi di opinioni e sentimenti suoi, e di bizzarre fantasie: e contiene pezzi molto belli.

Questi poemi, messi alle stampe dal Cortese, e la ricca produzione di lui, che girava manoscritta, fecero sorgere il gusto per le composizioni in dialetto. Nel 1621, uno dei primi editori delle opere del Cortese dice in una prefazioncella: «Perchè le opere del signor Giulio Cesare Cortese, a giuditio di tutti gli intendenti, nel genere loro sono le più rare che sino a questo tempo siano vedute; ho posto insieme tutte queste che da sua signoria mi sono state concedute; se potrò havere alcuna delle sottoscritte, che sono a penna le stamperò a commune diletto, delle signorie vostre». E, nientemeno, le opere inedite sarebbero state quattordici; cioè:

  1. Lo colascione;
  2. Lo regno de la buscia;
  3. Posilepo roffiano;
  4. La sirena npazzuta;
  5. Partenope shiaccata;
  6. La rota delli cauce;
  7. La Repubreca de cuccagna;
  8. Lo molino a biento;
  9. La Ciarantola;
  10. L’Arcadia sconquassata;
  11. L’ospetale de li Pazze; [p. lxxvi modifica]
  12. 12. Lo Cerriglio ncantato;
  13. 13. Lo nore falluto;
  14. 14. Lo munno ammascarato 29.

Di queste quattordici, solo Lo Cerriglio ncantato, mediocre poema, fu stampato qualche anno dopo 30. Le altre sono tutte perdute. Ma i loro titoli bastano ad attestare la foga della produzione dialettale del Cortese.


Intorno al quale s’aggruppano varii imitatori e seguaci. L’impulso era dato, e l’esempio fu presto seguito. Il Cortese l’intitolava il Pastor Sebeto. Questo non pare che fosse titolo accademico; ma, a ogni modo, tutto fa supporre che si formasse a quel tempo come un’accademia di cultori del patrio dialetto.

Il Basile cominciò anch’esso a provarsi nello scrivere il dialetto. E fu allora che assunse il nome di Gian Alesio Abbattutis. Certamente, l’esempio e le esortazioni del suo amico Cortese, contribuirono a spingerlo in questa via. E le prime cose napoletane di lui, che si trovino alle stampe, sono una dedica burlesca A lo re de [p. lxxvii modifica]li vienti, promessa all’edizione del 1615, per Tarquinio Longo, della Vajasseide, e gli argomenti a questo poema, e alcune lettere, che gli fanno coda.

Sul frontespizio dell’edizione è detto: «con gli argomenti, e alcune prose di Gian Alesio Abbattutis». Queste prose, meglio, lettere in prosa e verso, sono state attribuite da alcuni al Cortese stesso 31; ma erroneamente. Il Basile stesso ne rivendica la paternità, avendo lasciato scritto, in una prefazioncella, preposta alle Muse Napolitane: «comme ne facette lo medesemo autore n’autro scampolo a chelle lettere, che fecero cammarata co la Vajasseide, dalle quale, come robba propria, se n’ha pigliato l’accoppatura» 32.

Nella prima di queste lettere, ch’è in versi sdruccioli, Gian Alesio risponde a una lettera napoletana, direttagli da un notar Cola Maria Zara, e lo ringrazia della dedica, che gli voleva fare, di un’opera. La lettera ha la data del dicembre 1614. Nella seconda, anche in versi, risponde «a lo muto lostrissimo e magnifico Comm’a frate carnale Messer Uneco», che voleva pigliar moglie, e Gian Alesio gli consiglia Cecca,

                                   Cecca, che de Napole
                      È lo shiore, lo spanto e lo martorio,

e della quale gli descrive le bellezze, cioè a dire, le bruttezze. La lettera è firmata col nome Lo Chiafeo, ed [p. lxxviii modifica]ha per data: mille e seiciento e zero co no chilleto, cioè 1601 a interpetrare rigorosamente, ma forse 1610, volendo ravvicinarla alle date delle altre. La terza è una lettera in prosa, colla data del 1614, diretta a un tale, che chiama: «frate mio», e che sembra lo stesso di Messer Uneco 33. La quarta, anche in prosa e colla stessa data, è diretta: «All’Uneco shiammeggiante, che pò rompere no bicchiero co le muse», ed è firmata Lo Smorfia. La quinta, firmata Lo Chiafeo, e colla stessa data, è diretta: «A lo settemo geneto de Messere, zoè fratemo carnale, lochiù stritto parente, che stace a Cosenza», cui manda un sonetto in lode di Cecca, della quale si professa innamorato, e racconta un sogno, e la buona speranza, che ne trae per questo amore.

Il Basile, scrittore dialettale, ci si presenta in queste lettere con un carattere spiccatamente diverso da quello del Cortese 34. Il suo ingegno si manifesta esageratore e paradossale. Il dialetto è veramente per lui un istrumento da sfoggiare la bizzarria delle sue ricerche, e la ricchezza della strana terminologia dialettale, che ha saputo raccogliere. Per ogni qualifica egli trova venti aggettivi; per ogni oggetto, che nomina, venti varietà. Egli dovè porre uno studio particolare nell’andare notando tutte le espressioni e le frasi dell’infima plebe: il suo fondamento artistico è un ricco vocabolario. [p. lxxix modifica]Le Lettere sono come i frammenti superstiti di un’intera serie di composizioni burlesche, che dovevano scambiarsi tra loro i varii cultori del dialetto in quel tempo. Le allusioni, che son molte, a cose e persone, provano quest’asserzione.

E, specialmente, alcune allusioni gettano una luce — , scialba, se si vuole, ed incerta — , su uno dei libri più belli ed importanti del dialetto napoletano. — Per quanto mi dolga di dovermi indugiare su tante questioni incidentali, non posso farne di meno, perchè, da una parte, la storia della letteratura dialettale non è stata ancora fatta, e dall’altra, io non posso procedere nella mia esposizione, senza stabilire alcuni punti sicuri, da orientarci in quest’oscura regione della storia letteraria; e, non trovando fatta la ricerca, sono costretta a farla io.

Nel 1646 lo stampatore Camillo Cavallo, che stampò anche le opere del Cortese e del Basile, pubblicava, ad instanza di Tomaso Morello, un libretto intitolato: De la tiorba a taccone de Felippo Sgruttendio de Scafato 35. Il Morello dedicava l’opera a Gennaro Moscettola, dicendola: «parto di un ingegno, che, fra’ primi, nelle delizie di Pindo, campeggia». Dunque, par certo che l’autore, a quel tempo, fosse ancor vivo. Quel, che non è certo, è che questa edizione sia la prima 36. [p. lxxx modifica]Ma, anche sia la prima, la composizione del libro, ch’è una serie di sonetti napoletani amorosi, in vita e in morte di una Laura volgare, che il poeta chiama Cecca, non potè esser fatta se non molti anni prima del 1646. Le allusioni di quei sonetti, le persone e le costumanze, cui essi accennano, ci trasportano al tempo stesso della composizione dei poemi del Cortese, intorno, cioè, al 1620 37.

E di Cecca e dei canti in sua lode, usando le stesse frasi dello Sgruttendio, si parla nelle lettere citate del Basile:

                    E chisse te faranno pò na mnseca,
                    (Ca portano a taccone na teorbia).
                    Da fare ashevolire meza Napole!

Certo, potrebbe supporsi che dalle frasi del Basile avesse preso le mosse lo Sgruttendio pel suo canzoniere. Ma la contemporaneità, che a me sembra evidente, dello Sgruttendio e del Basile, farebbe piuttosto pensare ad un argomento burlesco, reso famoso dallo Sgruttendio, tra i cultori del dialetto, e al quale accenni il Basile.

Ma chi è lo Sgruttendio? Chi è questo poeta, che, col Basile e col Cortese, forma la triade dei primi e sommi poeti dialettali napoletani? — Su questo punto, mistero! [p. lxxxi modifica]Il nome: Filippo Sgruttendio da Scafato, è, certo, un pseudonimo. Se non bastasse a provarlo la sua stranezza, lo proverebbe indubitabilmente la ricerca fatta dal Minieri Riccio, e da me ripetuta, nei fuochi o censimenti, di Scafati: nei quali non s’incontra nessuna famiglia di cognome Sgruttendio. È un pseudonimo: ma chi cela esso? Messa da parte la sciocca ipotesi, che celi Francesco Balzano 38, un’altra mi si era affacciata alla mente, che cioè l’autore non fosse altri che il Cortese. Ed era spinto a questa ipotesi, sia dal non trovare altro dei noti scrittori di quel tempo, al quale attribuire un così bel canzoniere; sia dal sembrarmi che le lettere del Basile, dove si parla di Cecca, fossero dirette al Cortese; sia, infine, dal notare, (cosa non avvertita da altri), che il Cortese, tra le molte opere inedite, ne lasciò una intitolata lo Colascione: ch’è quasi lo stesso titolo del canzoniere dello Sgruttendio. Ma se, come parrebbe dalla dedica dell’editore del 1646, allora, l’autore della Tiorba era ancora vivo, non può essere il Cortese, morto una ventina d’anni prima. E così si torna al mistero di prima 39.

Comunque sia, pel nostro scopo basta notare che nella fioritura dialettale, eccitata dal Cortese, fu prodotta [p. lxxxii modifica]questa Tiorba: un canzoniere, ch’è una parodia dei canzonieri italiani del seicento. Tutte le trovate allora solite, i paragoni, le immagini, le movenze dei periodi, le frasi, sono contraffatti in questi sonetti, che appartengono al genere di quello, famoso, del Berni: Chiome d’argento, fine, irte, ed attorte! — Apriamo a caso uno dei canzonieri del seicento. Siano, per es., le Poesie di Marcello Giovanetti, compartite in affettuose, boschereccie, ecc. ecc. (In Roma, mdcxxvi). E, scorrendo il libro, ecco venirci innanzi sonetti, con titoli come questi: Bella Donna con macchie rosse nel volto; Bella Donna con veste rossa, o nera ricamata a stelle d’oro, o azzurra; Bella Guercia; Bella Serva; Bella Ninfa dagli occhi bianchi; ecc. ecc.

E lo Sgruttendio scrive: A la bella Tricchetraccara; A la bella Guattara; A la bella Trippajola; A la bella Tavernara; A la bella Jettacantare; A la bella Pedocchiosa; A la bella Shiaccata; ecc. ecc.! — E ogni conoscitore della letteratura seicentistica apprezzerà la finezza di parodie, come questa, intitolata:

Paraggio fra isso,
e lo sorece ncappato a lo mastrillo de Cecca
.


La sciorta mia e toja, o sorecillo,
     Tutt’è na cosa, e simmo duje pacchiane!
     Tu ghist’a chell’ addore de casillo,
     Io a Cecca, che de st’armo è caso e pane;

Tu faje zio-zio, ed io sospiro e strillo,
     Tu muzzeche ssi fierre, ed io sti mane;
     Tu zumpe, io sauto, comm’a gatta o cane;
     Io senza libertà, tu a sso mastrillo!

[p. lxxxiii modifica]

A te sbatte lo piatto, a me lo core,
     Tu morte aspiette, ed io no spero vita,
     Tu chino de paura, io de dolore!

Nchesto sgarrammo, ed è, ca tu avarraje
     Una morte da Cecca saporita,
     Io n’aggio ciento, e non se sazia maje
40!

Il Cortese, il Basile, e il misterioso Sgruttendio, producevano le opere, che abbiamo visto, o vedremo. Ma anche altre opere dialettali si venivano stampando. Nel 1628, un Domenico Basile, pubblicava una traduzione napoletana di quel Pastor fido allora tanto prediletto, che, come dice Salvator Rosa, serviva da ufficiolo nelle chiese. E annunziava di aver pronti per le stampe altri lavori intitolati: Lo Dottore a lo sproposeto, lo Spitale de li pazze, la Casa de l’Ignoranzia, la Defenzione de li Poete napolitane contro Boccalini e Giulio Cesare Capaccio nnanze ad Apollo41. E, nello stesso 1628, Bartolommeo Zito, detto il Tardacino, accademico Risoluto42, scriveva un lungo comento napoletano alla Vajasseide e una Difesa di essa contro le censure degli Accademici Scatenati. E, senza citare le altre opericciuole in dialetto allora stampate43, basti ancora accennare alla traduzione in ottava rima del libro quarto dell’Eneide, fatta da Francesco Bernaudo44: e che ci resta qualche verso napoletano [p. lxxxiv modifica]l’amico del Basile, Orazio Cataneo, e di Giulio Cesare Capaccio, ch’era amico e ammiratore del Cortese45.

Nella Tiorba dello Sgruttendio, per imitare anche quella parte, costante nei canzonieri del seicento, che è formata da uno scambio di sonetti tra l’autore e i suoi amici e ammiratori, ci sono delle proposte e risposte, tra lo Sgruttendio, e una quindicina di poeti, che si dicono: lo Smenchìa Accademico Cestone, lo Spechiechia Accademico Sciaurato, lo Catarchio Accademico Sparnocchia, lo Sbozza Accademico Marfuso, ecc. ecc. Il Minieri Riccio costruì con questi nomi un’accademia reale, di storica esistenza, e suppose sotto ciascuno d’essi una persona reale46. Ma che gli accademici sieno immaginarii, e quel carteggio poetico uno scherzo, è cosa che a me sembra, a lettura di libro, evidente47. E si noti che, se fossero nomi reali di accademici, bisognerebbe supporre che ciascuno d’essi appartenesse a un’accademia differente, e quindici [p. lxxxv modifica]accademieper quindici nomi. Infatti, se, per es., lo Smenchia è il nome particolare dell’accademico, Cestone richiamerebbe l’accademia dei Cestoni; Sciaurato, quella degli Sciaurati, e così via!

Ma, se non un’accademia costituita in tutte le forme, un’attiva produzione, ed omogenea, vi era. Il Basile, o Gian Alesio Abbattutis, in sua vita, oltre le lettere che abbiamo visto, non stampò altro in dialetto48. Tuttavia, scriveva molto; ma forse serbava le sue opere per gli amici, vi lavorava nei suoi ozii, per pubblicarle poi quando che fosse


E, quando, il 23 febbraio 1632, il Cavalier Basile moriva a Giugliano, il suo portafogli era carico di opere manoscritte. Sua sorella, Adriana, ne tolse il Teagene, come si è visto. Ma un altro ne traeva due manoscritti, per istamparli, uno, molto grosso, intitolato: Lo Cunto de li Cunti overo lo trattenemiento de’ Peccerille de Gian Alesio Abbattutis, e un altro, più piccolo, intitolato: Le Muse Napolitane, Egloghe di Gian Alesio Abbattutis.

Un Salvatore Scarano s’affrettò a mandare in istampa il Cunto de li Cunti. Chi fosse questo Salvatore Scarano, non si conosce. Ma si conosce la persona, alla quale pensò [p. lxxxvi modifica]di dedicarlo: ch’era quel Duca d’Acerenza, Galeazzo Pinelli, protettore di Giambattista, ai cui servigi questi era morto.

E, nel 1634, pubblicava appresso Ottavio Beltrano, la prima giornata del Cunto de li Cunti, dedicandola: «All’Illustriss, et Eccellentiss. Sig. il Signor Galeazzo Francesco Pinello, Duca dell’Acerenza, Marchese di Galatone, Sig. di Copertino, Veglie, Liverano, et Giuliano, mio patrone osservandissimo» 49

Lo Scarano dice nella prefazione (tralascio le solite ciance del tempo): «Vengo a comparire avanti di V. E. ed a dedicarle per hora la prima giornata del Pentamerone overo Conto de’ Conti del signor Cavaliere Gio. Battista Basile in lingua napoletana, in cui si scorgerà la grandezza d’un ingegno così pellegrino com’era il suo, in ordinar quelle favole con tanti scherzi, con tante sentenze, e con tanti stravaganti modi, che son certo che doveranno arrecare grandissimo diletto ed allegrezza a coloro, che le leggeranno, e fama e gloria a lui che l’ha composte».

Il Cunto de li Cunti è qui chiamato per la prima volta Pentamerone. Il qual titolo non appare sul frontespizio, e non sappiamo se provenga dal Basile, o non sia [p. lxxxvii modifica]stato piuttosto foggiato dal suo editore nella dedica. Ma più tardi il titolo: Pentamerone, più breve, più comodo, prevalse.

Lo Scarano continua ancora coll’assicurare il Pinelli «che non è mica (intendi: non è poco) faticoso il comporre simili cose, e che habbiano da dilettare e piacere; appagandomi sommamente quella sentenza, che nelle sue epistole riferisce Pico, quel grand’huomo Mirandolano, dicendo che: jocularia et fabellas describere erudite, acrioris ingenii est quam de gravissimis rebus vel ornate disserere. Operiosus enim est ex limo, quam ex aere vel auro decoram effingere statuam».

Passa poi a dire il perchè della dedica a lui: «Si devono indirizzare a V. E. l’opere del detto signor Cavaliere, il quale, mentre visse, era suo fedelissimo amico, e credo certo che, s’egli fosse sopravivuto fin’hoggi, quello c’ ho fatto io, avrebbe fatto egli». E conchiude che «forse, prendendo animo, manderà appresso in luce l’altre giornate che seguono» 50.

L’opera, venuta così a luce postuma, non era ancora del tutto pronta per la stampa: le negligenze di forma che vi si ritrovano, e alcune strane inavvertenze sono di ciò bastevole indizio51. [p. lxxxviii modifica]Qualche mese dopo, pubblicò la Jornata seconna, dedicandola allo stesso Pinelli, e stampandola sempre dal Beltrano52.

E nello stesso anno, senza dedica e pei tipi di Lazzaro Scoriggio, uscì la Terza Giornata53. E tra il 1634 e il 1635 la Quarta Giornata, che è dedicata al signor Giuseppe de Rossi e Bavosa Barone di Castelnuovo, da Gio. Antonio Farina54.

Nel 1635 furono messe a stampa le Muse Napolitane, che, — mirabile dictu! — , non sono precedute da nessuna dedica di nessun editore55. [p. lxxxix modifica]Ma, viceversa, c’è una prefazione e un’avvertenza dell’autore, che forse il Basile dovè lasciare preparate per la stampa. Nella prima si giustificano, con arzigogoli, i titoli delle egloghe, presi dai nomi delle Muse. Nell’altra, si accenna alla morte del Cortese e si dice ai lettori che «lo sole.... pe levareve lo nsavuorrio, che v’hanno causate certe freddure napoletane scunte dapò la morte de lo Cortese a la stampa, se contenta che da oje nnante esca quacche lampetiello de la luce soja a scompetare la perdeta fatta, e, pe primmo relanzo, ve refunne st’ecroche, nelle quale sotto varie azzediente stregne nsiemme tutte le forme de lo parlare napoletano, che servarà pe conserva de la bella antichetà de Napole; comme ne facette lo medesemo autore n’autro scampolo a chelle lettere, che fecero cammarata co la Vajasseide, dalle quale, comme robba propria, se n’ha pigliato l’accoppatura. Leitele, adonca, gustatele, e pregate lo cielo pe Gian Alesio, mentre isso ve prega da chi pò buono appetito e male da magnare, ch’è sanetate de cuorpo!»

Le Muse Napolitane sono nove egloghe, ciascuna delle quali, oltre il titolo proprio del contenuto, porta il nome [p. xc modifica]di una Musa. La prima è Clio overo li Smargiasse, che mette in iscena due che litigano, minacciano, si sfidano, e poi, per l’intromissione di un terzo, si rappaciano. La seconda, Euterpe, overo la Cortisciana, dove si rappresenta un giovane, scortator, che un vecchio cerca invano di distogliere da quella razza di donne, dipingendogliene al vivo i costumi. La terza, Talia, overo lo Cerriglio, nella quale un tale descrive ad un inesperto le meraviglie della taverna del Cerriglio, quella stessa taverna tanto famosa, che dette argomento al poema, che abbiamo menzionato, del Cortese. La quarta. Melpomene, overo le Fonnachere, che mette in iscena due donne del popolo, due demonii, che vengono alle beffe, ai danni, all’onte, con grande copia di fantasia e di linguaggio insultatore. La quinta, Tersicore, overo la Zita, che descrive i preparativi di un matrimonio popolare. La sesta. Erato, overo lo giovane nzoraturo, che è una serie di consigli, che un savio vecchio dà ad un giovane sulla scelta della moglie. La settima, Polinnia, overo lo viecchio nnammorato, che è in beffa di un vecchio, innamorato di una fanciulla e in procinto di sposarla. L’ottava, Urania, overo lo Sfuorgio, che descrive come un tale, col mutar vestito, acquisti la stima e l’adulazione della gente, con relative considerazioni morali. La nona, Calliope, overo la Museca, che ricorda la musica e le canzoni del bel tempo antico.

Tali gli argomenti di questi dialoghi, impropriamente chiamati Egloghe. — Hanno tutte un concetto morale e didascalico, ma questo concetto è svolto e illustrato da una serie di svariate scenette di costumi popolari napoletani. La ricchezza dei particolari e la esattezza e la copia [p. xci modifica]del’osservazione dei fatti, sono straordinarie56 Ma l’eloquenza dei dialoganti è l’eloquenza seicentistica dello scrittore. Si ha così la vita popolare napoletana del tempo, passata attraverso i gusti dello scrittore seicentista. Ma, fortunatamente, tali gusti non sono, in questo caso, le solite freddure mitologiche, o i giuochetti di anagrammi, dei quali si compiaceva lo scrittore italiano.

Sono tutt’altri. Sono le lunghe enumerazioni, con le quali un oggetto, un fatto, è presentato sotto molteplici e svariatissimi aspetti. Ovvero, quella che l’Imbriani chiama bene sinonimia scherzosa57, per la quale uno stesso pensiero, una stessa cosa, è detta con una lunga filza di parole, e frasi, e circonlocuzioni. Il Basile ne aveva già dato esempio nelle Lettere, che abbiamo visto; ma, nelle Lettere, questa sinonimia era poco più dell’opera di un vocabolarista; nelle Egloghe, diventa un mezzo artistico,

E sotto queste esagerazioni e queste bizzarrie palpita la vita. Ecco, per esempio, come nell’Egl. V sono descritte le carezze, e i vezzi, e i discorsi amorosi dei ziti (sposi):


          E, datole no vaso a pezzechillo,
          Secoteja, e le dice:
          « Tu sì lo capo mostro
          « De le piantate cose!

[p. xcii modifica]

          « Tu si quatto dell’arte
          De le cianciose e belle!
          Tu sì l’accoppatura
          8De li frutte amoruse!
          Tu sì lo primmio taglio
          De le carne d’Ammore!
          Famme luce, lanterna de lo sole!
          12Damme mpumma, fontana de docezza!
          Votame ss’uecchie, parlame, canazza,
          Cacciacore, nennella!
          Vide pacione tujo,
          16Ca zo muerto pe tene!
          Scètate, peccerella,
          Io zo ro tata, e tu ra mammarella
Lel. Ed essa, che le dice?
20Mas. Fa de la contegnosa,
          Torce lo musso, e vota la faccella,
          La facce rossolella
          Justo comm’a doi spalle di vattente,
          24E co certe squasille
          E gnuognole, da farete morire,
          E co na voce cianciosella, dice:
          «Lazzame zzare, ca ro dico a mamma,
          28Che puezz’ezzere, lazzame, te dico!
          Uh! comme si sfrontato, tiene mente,
          Non fare ze vregogne nanze a gente!»
          Ed isso leprecheja:
          32«Renzolla, bene mio, non me vuoi bene?»
          «Voglio», — essa dice — . Isso responne: «Quanto?»
          Essa: «Fi ncoppa a l’astraco!»
          E, nchesso, siente l’una vocca e l’autra
          36Fare comm’a dui mafare ndegeste;
          (Né dico paparacchie:
          Ca non sai se so sische o so vernacchie!)

[p. xciii modifica]E ho riferito anche quest’ultimi versi goffi e sporchi, perchè si vegga un difetto del Basile, ch’è comune quasi a tutti i nostri scrittori dialettali, i quali, movendo dal pensiero, che il popolo sia grossolano (cosa vera in certi limiti e in certi casi), gli mettono in bocca sconcezze, anche in situazioni, nelle quali il sentimento popolare sa essere fine e delicato, quanto quello di qualunque poeta!

Ma, da parte i difetti, che verità d’osservazione, che brio, che fertilità d’immaginazione! Con questo fervore d’ingegno, e copia e vivacità di lingua, sono descritte tutte le varie scene delle nove egloghe.


L’anno dopo si compieva la stampa del Cunto de li Cunti. Il Farina pubblicava la Quinta Giornata, pei tipi del Beltrano, dedicandola a «Don Felice Di Gennaro, nella sacra Theologia maestro e del santo Ufficio consultore»58.

L’operetta piacque moltissimo, e l’edizione andò a ruba. Queste novelle, — dice l’editore — , furono «con tanto appluaso ricevute dal mondo per le maniere dei lumi e degli artifici poetici, e per lo nuovo genere, che saranno, si come io credo, immortali!». E, trovandosi esauriti i [p. xciv modifica]due primi volumetti, pubblicati nel 1634, il Beltrano li ristampò nel 1637. Il primo, il solito Farina lo dedicò al «Padre Baccelliere F. Alfonso Danielle Napoletano dell’ordine di Santo Agostino», ch’era, come sappiamo, cugino del Basile59. II secondo, lo stesso, al «Signor Fulvio Casaburo», anche amico del Basile60.

  1. E. Percopo, I Bagni di Pozzuoli, Nap., Furchheim, 1887, pp. 40-3, (estr. dall’Arch. Stor. Nap., A. 1886).
  2. GALIANI, Del dialetto napoletano, ed. seconda, Nap., Porcelli, 1789, pp. 119-20.
  3. Cfr. Capasso, Sulla poesia popolare napoletana (in Arch. Stor. Nap., VIII, 1883).
  4. Le ottave, che cominciano: Cient’anno arreto ch’era viva vava, furono pubblicate la prima volta nella Collezione di tutti i poemi in lingua napoletana del Porcelli, T. XXIV (1789). Di Velardiniello discorse il Capasso (l. c., pp. 319-21), il quale ne pubblicò anche alcuni versi inediti del Giambattista Basile (III, i). Per la Farza dei Massari, a lui attribuita, cfr. Napoli Signorelli, Vicende della coltura, Nap., 1784-6, V, 357-8, e Croce, I teatri di Napoli, p. 28 n.
  5. Nella Vedova di G. B. Cini (Firenze, 1569), tra i varii dialetti appare anche il napoletano (cfr. Quadrio, o. c., III, II, pp. 71-218). Senza parlare dei personaggi buffi napoletani della commedia dell’arte {Coviello, Pascariello, Pulcinella, ecc.), nelle commedie scritte s’incontra un personaggio goffo, detto il Napoletano, che nasce negli ultimi anni del cinquecento, e del quale si seguono le trasformazioni, fino alle commedie del Cerlone (fine s. XVIII). Così negli Intrighi d’amore, attrib. al Tasso, nell’Anchora del Torelli, nelle Sprezzate Durezze del Glorizio, e nel Moro e nella Tabernaria del Porta. Cfr. Croce, o. c., pp. 75-80 e passim.
  6. Viaggio di Parnaso, IV, ott. ult.
  7. Ode, p. 57. Nel Teagene (V, 63):

         Il Cortese, a cui fia scarsa Fortuna,
         Quanto prodigo havrà Febo e le Muse.

  8. Viaggio di Parnaso, VII, 6.
  9. Ivi, VII 36.
  10. Ivi, VII, 40-1.
  11. V. Append. B.
  12. V. Append. B.
  13. V. Append. G.
  14. Viaggio di Parnaso, VII, 36.
  15. Coll. Porcelli, T. III; pp. 195-6.
  16. Con questo titolo apparisce innanzi al Pianto della Vergine del Basile, e innanzi al Tempio eremitano, dello Staibano (Nap., 1608).
  17. O. c., pp. 195-7, e 239.
  18. L’ediz. più antica, che se ne conosca, è quella del 1615.
  19. V. App. G. E cfr. sopra, Cap. I.
  20. V. sopra, Cap. I.
  21. Viaggio di Parnaso, VII, 39.
  22. Cfr. Minieri Riccio, Cenno delle accad., (l. c, p. 593). Erroneamente, il Minieri Riccio mette tra gli Svegliati (accademia, che fiorì intorno al 1586) Giulio Cesare Cortese detto l’Attonito (o. c., p. 605); e doveva dire Giulio Cortese, letterato napoletano, che visse nella generazione antecedente a quella di Giulio Cesare, e pubblicò, tra le altre opere, un volume di Rime e prose (Nap., 1592).
  23. Il Basile parla del Cortese come già morto nelle Ode (Nap., 1627), p. 57.
  24. Basile, l. c; Cortese, Viaggio di Parnaso, i, 20, 25.
  25. Pref. al Viaggio di Parnaso.
  26. viaggio di Parnaso, I, 22-5.
  27. C. V, 21-9. Cfr. anche Vajass., I, 8-9 Sull’eccellenza della lingua napoletana, v. anche il Tardacino (B. Zito), Com. alla Vajass. cit., pp. 236 sgg., e contro il toscanesimo, ivi, p. 58.
  28. Delle opere del Cortese discorse acconciamente Giuseppe Ferrari, in certi suoi articoli: De la litterature populaire en Italie, inseriti nella Revue des deux mondes, anni 1839 e 1840. Sul Cortese, v. T. XXI (1840), pp. 509-11.
  29. opere burleschie in Lingua napoletana di Giulio Cesare Cortese, cioè la Vaiasseide, Li travagliuse ammure, Micco Passaro nammorato, Viaggio de Parnaso, La Rosa favola dramatica, In Napoli, per Domenico di Ferrante Maccarano, 1621, ad ist. di Fabritio de Fusco. La ded. è del De Fusco al signor G. B. Velli, 15 settembre 1621. Quest’edizione, e le notizie surriferite, sono rimaste ignote a tutti quei, che hanno scritto del dialetto napoletano e del Cortese.
  30. Il Martorana ne cita un’edizione del 1628 (Notizie biogr. e bibliogr. degli scrittori del dial. nap., Nap., Chiurazzi, 1874, p. 156).
  31. Galiani, Del dialetto napol., p. 126; Martorana, o. c., pp. 153 sgg. Come del Basile le riconobbero l’Imbriani, o. c, 38-40, e il Rocco nel Giambattista Basile, vi, 2.
  32. Le Muse Napolitane, Introd.
  33. Cfr. princ. C. IV, e anche C. II.
  34. Tanto diverso, che il Galiani, che, come s’è detto, le attribuisce al Cortese, non può non notar che in esse «intieramente imitò il Basile» (o. c., p. 126).
  35. Per Camillo Cavallo, MDCXLVI.
  36. I bibliografi non ne citano altra antecedente; ma ciò non vuol dir nulla. Ragioni di non crederla edizione originale, addusse l’Imbriani, nelle illustrazioni alla Posilecheata del Sarnelli (Nap., 1885, p. 222).
  37. Non è possibile provare qui minutamente quest’asserzione. Si noti per es., ciò che vi si dice del Dottor Chiajese, una celebrità popolare dei tempi del Duca di Ossuna (Cfr. Croce, / teatri di Napoli, I teatri di Napoli, pp. 99-100), e ch’è messo in azione nel Micco Passaro (IV, 19 sgg.; V, i sgg.) e nel Viaggio di Parnaso (IV, 26 sgg.). Così Pezillo, Compà Junno, ecc. ecc.
  38. V. Pietro Balzano, Ragionamento letto all’Accad. Pontaniana, il 1855. Lo combatte ragionevolmente, ma con immeritata minuzia e serietà, il Martorana, o. c., pp. 380 sgg.
  39. Nel libro del Celano, Degli avanzi delle Poste, P. II, Nap., per Antonio Bulifon, MDCLXXXI, pp. 45-6, accennandosi ai varii poeti napoletani, si nominano il Cortese, il Basile, il Quaranta, il Tarentino, napoletani.
  40. Tiorba, C. I, 50.
  41. O. c., pp. 23-4.
  42. Cfr., intorno a lui, Croce, I teatri di Napoli, pp. 65-7.
  43. Per le quali v. passim il Martorana, o. c.
  44. Nap., 1640, per Secondino Roncagliolo.
  45. Del Cataneo, un lungo sonetto caudato in dialetto, intit.: «Contra uno di casa Affatato (suo nemico)», è nel ms. X, XXI, della Bibl. dei Gerolomini; e m’è stato indicato dall’amico Angelo Borzelli. Del Capaccio è, di certo, il sonetto diretto al Cortese, che si trova stampato nel quinto volumetto della prima ediz. del Cunto de li Cunti, con una risposta del Cortese. L’autore scrive da Pesaro, e, com’è noto, il Capaccio fu ai servigi dei Della Rovere, signori di Urbino e Pesaro.
  46. Cenno sulle accad., l. c., pp. 585-6.
  47. Anche innanzi alla Vajass. del Cortese vi sono poesie dello Smorfia Accademmeco Pacchiano, dello Sguessa Accademmeco Smatricolato, de lo Catammaro Accademmeco Chiafeo. E le lettere del Basile sono firmate, ora lo Smorfia, ed ora Lo Chiafeo.
  48. Si noti che nella Lett. IV allude a certi sonetti (napoletani?), che avrebbe scritto: «Non saccio s’aje lejuto li soniette compueste contra chillo scirpio, smeuzillo, sautam’adduosso, piuzillo, regnola, ecc. ecc., scazzamauriello d’Ammore, che m’aveva pigliato a frusciare, ecc.».
  49. Lo Cunto | de li Cunti | overo | Lo trattenemiento de’ | Peccerille | de Gian Alessio (sic!) Abbattutis | In Napoli, Appresso Ottavio | Beltrano, 1634 | Con licenza de’ superiori; — di pp. 160 num., e 8 inn. a princ. — Quest’edizione è sconosciuta ai bibliografi, che han trattato delle opere del Basile; e l’unico esemplare, che io ne conosca, è conservato nella Biblioteca Nazionale di Torino.
  50. Ded. di Napoli li 3 di gennaio 1634.
  51. Basti osservare, fra l’altro, che il T. II della G. II è intitolato Verde Prato, senza che di questo nome si dia ragione nel corso della | narrazione; che il Pippo del T. IV della G. II è a un bel punto chiamato e continuato a chiamare Cagliuso; e che l’eroe del T. VII è chiamato, nella stessa novella, ora Nardeaniello, ora Antoniello, ora Mase Aniello. E molti altri simili esempii.
  52. Ut supra. — Iornata seconna. In Napoli, appresso Ottavio Beltrano, 1631, con licenza dei Superiori, di pp. 106 num., e 6 inn. Ded. 20 di aprile 1634. Dice, tra l’altro: «Egli ben si conviene che, dovendo comparire alla luce questa seconda giornata del Pentamerone del signor Cavalliero Gio. Battista Basile, ch’esca ancor ella sotto i felici auspici di V. E. sotto la cui tutela uscì altresì la prima. Ella viene alla luce posthumatus pater, e come V. E. sa per disposizione di ragione a Posthumi si concede il tutore, perchè habbia chi difende lo sue ragioni».
  53. Ut supra. — Iornata terza. In Napoli, per Lazzaro Scoriggio, 1634, con lic. del Sup., di pp. 126 num.
  54. Ut supra. — Iornata quarta. In Napoli, per Lazzaro Scoriggio, 1634, di pp. 152. Ma i varii esemplari da me visti, anche quello da me posseduto, sono preceduti da 8 pp. inn., che contengono un altro frontespizio colla data del 1635, e la dedica anzidetta in data del 20 di luglio.
  55. Le Muse Napolitane, Egloghe di Gian Alesio Abbattutis, In Napoli, per Domenico Maccarano, con licenza dei Sup., 1635, di pp. 132 e 10 a princ. inn. Nella maggior parte degli esemplari, che ne avanzano, il 3 del 1635 non si vede; tanto che l’Imbriani nella sua bibliografla mette: 16-5. Ma in un esemplare, conservato nella Bibl. Naz. di Torino, si legge chiaramente: 1635. C’è un’edizione antecedente a questa, delle Muse Napolitane? Non la conosco, e nessuno la cita o vi accenna. Ad ogni modo non oserei affermare recisamente che questa del 1635 sia la prima, anzi, neanche credo assolutamente fuor di dubbio che le Muse Napolitane fossero pubblicate postume.
  56. Cosicchè, queste egloghe hanno anche un valore storico non piccolo. Di moltissime costumanze napoletane si conserva in esse l’unico documento. — Ma qui non è il luogo d’illustrarle, sotto questo rispetto.
  57. Imbriani, l. c., II, 455.6.
  58. Ut supra. — Jornata quinta. In Napoli, appresso Ottavio Beltrano, 1636, con lic. dei sup., di pp. 96 numm. La ded. ha la data del 20 luglio 1636. In alcuni esempl. di questo volumetto sono inseriti dopo la dedica due sonetti napoletani (v. s. p. LXXXIV) e una canzone di Giulio Cesare Cortese: Conziglio dato da lo Chiajese, della quale si discorrerà più oltre.
  59. In Napoli, per Ottavio Beltrano, MDCXXXVII, con lic. dei sup. di pp. 167 numm. Ded. 2 genn. 1637.
  60. Ut supra. — Di pp. 108 numm. e 8 innumm. Ded. 1 luglio 1637.