Odissea (Pindemonte)/Libro II

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Libro Secondo

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Omero - Odissea (Antichità)
Traduzione dal greco di Ippolito Pindemonte (1822)
Libro Secondo
Libro I Libro III


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ODISSEA




LIBRO SECONDO




ARGOMENTO.


Convocazione del Parlamento. Telemaco si richiama de’ Proci al popolo, e agli ottimati. Antinoo, capo di quelli, e il più temerario, ritorce l’accusa contra la madre, e vuole, ch’ei la constringa di scegliersi un nuovo marito tra essi, mercecchè il ritorno d’Ulisse non è più da sperarsi. Ma il figlio gli risponde, non dover far ciò, nè potere. Giove manda due aquile; donde il vecchio Aliterse pronostica vicino il ritorno d’Ulisse; e n’è ingiuriato da Eurimaco, l’altro Capo de’ Proci, ma men ribaldo. Dimanda, che Telemaco fa, d’una nave per andare a Pilo, ed a Sparta. Mentore si studia di eccitare il popolo contra i Proci; e Leocrito il minaccia, e scioglie il Parlamento. Telemaco, ritiratosi in riva del mare, priega Minerva, [p. 26 modifica]che gli appare sotto la figura di Mentore, e l’assistenza sua gli promette. Egli rientra nel palagio, e richiede la nutrice Euricléa del viatico. Dolore di questa per la partenza. Giunta la notte, il giovinetto imbarcasi con Minerva, che, pur sotto la figura di Mentore, l’accompagna.






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LIBRO SECONDO.





     Come la figlia del mattin, la bella
Dalle dita di rose Aurora surse,
Surse di letto anche il figliuol d’Ulisse,
I suoi panni vestì, sospese il brando
Per lo pendaglio all’omero, i leggiadri5
Calzari strinse sotto i molli piedi,
E della stanza uscì rapidamente
Símile ad un degl’Immortali in volto.
Tosto agli araldi dall’arguta voce
Chiamare impose i capelluti Achivi,10
E questi, al gridar loro accorsi in fretta,
Si ragunaro, s’affollaro. Ei pure
Al parlamento s’avviò: tra mano
Stavagli un’asta di polito rame,
E due bianchi il seguian cani fedeli.15
Stupia ciascun, mentr’ei mutava il passo,
E il paterno sedil, che dai vecchioni
Gli fu ceduto, ad occupar sen gïa:

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Tanta in quel punto, e sì divina grazia,
Sparse d’intorno a lui Pallade amica.20
     Chi ragionò primiero? Egizio illustre,
Che il dorso avea per l’età grande in arco,
E di vario saver ricca la mente.
Sulle navi d’Ulisse alla feconda
Di nobili destrier ventosa Troja25
Andò il più caro de’ figliuoli, Antífo;
E a lui diè morte nel cavato speco
Il Ciclope crudel, che la cruenta
S’imbandì del suo corpo ultima cena.
Tre figli al vecchio rimanean: l’un, detto30
Eurinomo, co’ Proci erasi unito,
E alla coltura de’ paterni campi
Presedean gli altri due. Ma in quello, in quello,
Che più non ha, sempre s’affisa il padre,
Che nel pianto i dì passa, e che sì fatte35
Parole allor, pur lagrimando, sciolse:
O Itacesi, uditemi. Nessuna,
Dacchè Ulisse levò nel mar le vele,
Qui si tenne assemblea. Chi adunò questa?
Giovane, o veglio? E a che? Primo udì forse40
Di estrania gente, che s’appressi armata?
O d’altro, da cui penda il ben comune,
Ci viene a favellar? Giusto, ed umano

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Costui, penso, esser dee. Che che s’aggiri
Per la sua mente, il favorisca Giove!45
     Telemaco gioía di tali accenti,
Quasi d’ottimo augurio, e sorto in piedi,
Chè il pungea d’arringar giovane brama,
Trasse nel mezzo, dalla man del saggio
Tra gli araldi Pisenore lo scettro50
Prese, e ad Egizio indi rivolto, O, disse,
Buon vecchio, non è assai quinci lontano
L’uom, che il popol raccolse: a te dinanzi,
Ma qual, cui punge acuta doglia, il vedi.
Non di gente, che a noi s’appressi armata,55
Nè d’altro, da cui penda il ben comune,
Io vegno a favellarvi. A far parole
Vegno di me, d’un male, anzi di duo,
Che aspramente m’investono ad un’ora.
Il mio padre io perdei? Che dico il mio?60
Popol d’Itaca, il nostro: a tutti padre
Più assai, che Re, si dimostrava Ulisse.
E a questa piaga ohimè! l’altra s’arroge,
Che ogni sostanza mi si sperde, e tutta
Spiantasi dal suo fondo a me la casa.65
Nojoso assedio alla ritrosa madre
Poser de’ primi tra gli Achivi i figli.
Perchè di farsi a Icario, e di proporgli

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Trepidan tanto, che la figlia ei doti,
E a consorte la dia cui più vuol bene?70
L’intero dì nel mio palagio in vece
Banchettan lautamente, e il fior del gregge
Struggendo, e dell’armento, e le ricolme
Della miglior vendemmia urne vôtando,
Vivon di me: nè v’ha un secondo Ulisse,75
Che sgombrar d’infra noi vaglia tal peste.
Io da tanto non son, nè uguale all’opra
In me si trova esperïenza, e forza.
Oh così le avess’io, com’io le bramo!
Poscia che il lor peccar varca ogni segno,80
E, che più m’ange, con infamia io pero.
Deh s’accenda in voi pur nobil dispetto:
Temete il biasmo delle genti intorno,
Degl’immortali Dei, non forse cada
Delle colpe de’ Proci in voi la pena,85
L’ira temete. Per l’Olimpio Giove,
Per Temi, che i consigli assembra, e scioglie,
Costoro, amici, d’aïzzarmi contro
Restate, e me lasciate a quello in preda
Cordoglio sol, che il genitor mi reca.90
Se non che forse Ulisse alcuni offese
De’ prodi Achivi, ed or s’intende i torti
Vendicarne sul figlio. E ben, voi stessi

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Stendete ai beni la rapace destra:
Meglio fora per me, quando consunti95
Suppellettil da voi fossemi, e censo,
Da voi, dond’io sperar potrei restauro.
Vi assalirei per la città con blande
Parole ad uno ad un, nè cesserei,
Che tutto in poter mio pria non tornasse,100
E di nuovo s’ergesse in piè il mio stato.
Ma or dolori entro del petto, a cui
Non so rimedio alcun, voi mi versate.
Detto così, gittò lo scettro a terra,
Ruppe in lagrime d’ira, e viva corse105
Di core in cor nel popolo pietade.
     Ma taciturni, immoti, e non osando
Telemaco ferir d’una risposta,
Tutti stavano i Proci. Antinoo solo
Sorse, e arringò: Telemaco, a cui bolle110
Nel petto rabbia, che il tuo dir sublima,
Quai parole parlasti ad onta nostra?
Improntar sovra noi macchia sì nera?
Non i migliori degli Achei: la cara
Tua madre, e l’arti, ond’è maestra, incolpa.115
Già il terzo anno si volse, e or gira il quarto,
Che degli amanti suoi prendesi gioco,
Tutti di speme, e d’impromesse allatta,

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Manda messaggi a tutti, ed altro ha in core.
Questo ancor non pensò novello inganno?120
Tela sottile, tela grande, immensa,
A oprar si mise, e a sè chiamonne, e disse:
Giovani, amanti miei, tanto vi piaccia,
Poichè già Ulisse tra i defunti scese,
Le mie nozze indugiar, ch’io questo possa125
Lúgubre ammanto per l’eroe Laerte,
Acciò le fila inutili io non perda,
Prima fornir, che l’inclemente Parca
Di lunghi sonni apportatrice il colga.
Non vo’, che alcuna delle Achee mi morda,130
Se ad uom, che tanto avea d’arredi vivo,
Fallisse un drappo, in cui giacersi estinto.
Con simil fola leggermente vinse
Gli animi nostri generosi. Intanto,
Finchè il giorno splendea, tessea la tela135
Superba; e poi la distessea la notte
Al complice chiaror di mute faci.
Così un triennio la sua frode ascose,
E deluse gli Achei. Ma come il quarto
Con le volubili ore anno sorvenne,140
Noi, da un’ancella non ignara instrutti,
Penelope trovammo, che la bella
Disciogliea tela ingannatrice: quindi

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Compierla dovè al fin, benchè a dispetto.
Or, perchè a te sia noto, e ai Greci, il tutto,145
Ecco risposta, che ti fanno i Proci.
Accommiata la madre, e quel di loro,
Che non dispiace a Icario, e a lei talenta,
A disposar costringila. Ma dove,
Le doti usando, onde la ornò Minerva,150
Che man formolle così dotta, e ingegno
Tanto sagace, e accorgimenti dielle,
Quali non s’udîr mai nè dell’antiche
Di Grecia donne dalle belle trecce,
Tiro, Alcmena, Micene, a cui le menti155
Di sì fini pensier mai non fioriro:
Dove credesse lungo tempo a bada
Tenerci ancor, la sua prudenza usata
Qui l’abbandoneria. Noi tanto il figlio
Consumerem, quanto la madre in core160
Serberà questo suo, che un Dio le infuse,
Strano proposto. Eterna gloria forse
A sè procaccerà, ma gran difetto
Di vettovaglia a te; mentre noi certo
Da te pensiam non istaccarci, s’ella165
Quel, che le aggrada più ,pria non impalma.
     Io, rispose Telemaco, di casa
Colei sbandir, donde la vita io tengo?

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Dal cui lattante sen pendei bambino?
Grave in oltra mi fora, ov’io la madre170
Dipartissi da me, sì ricca dote
Tornare a Icario. Cruccieriasi un giorno
L’amato genitor, che forse vive,
Benchè lontano, e punirianmi i Numi,
Perch’ella, slontanandosi, le odiate175
Imploreria vendicatrici Erinni.
Che le genti dirian? No, tal congedo
Non sarà mai, ch’io liberi dal labbro.
L’avete voi per mal? Da me sgombrate;
Gozzovigliate altrove; alternamente180
L’un l’altro inviti, e il suo retaggio scemi.
Che se disfare impunemente un solo
Vi par meglio, seguite. Io dell’Olimpo
Gli abitatori invocherò, nè senza
Speme, che il Saturníde a tai misfatti185
La debita mercè renda, e che inulto
Scorra nel mio palagio il vostro sangue.
     Sì favellò Telemaco, e dall’alto
Del monte due volanti aquile a lui
Mandò l’eterno onniveggente Giove.190
Tra lor vicine, distendendo i vanni,
Fendean la vana regïon de’ venti.
Nè prima fur dell’assemblea sul mezzo,

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Che si volsero in giro, e, l’ali folte
Starnazzando, e mirando a tutti in faccia,195
Morte auguraro: al fin, poichè a vicenda
Con l’unghie il capo insanguinato e il collo
S’ebber, volaro a destra, e dileguârsi
Della città su per gli eccelsi tetti.
Maravigliò ciascuno; e ruminava200
Fra sè, quai mali promettesse il fato.
     Quivi era un uom di molto tempo, e senno,
Di Mastore figliuol, detto Aliterse,
Che nell’arte di trar dagli osservati
Volanti augelli le future cose,205
Tutti vinceva i più canuti crini.
Itacesi, ascoltatemi, e più ancora
M’ascoltin, disse, i Proci, a cui davante
S’apre un gran precipizio. Ulisse lungi
Da’ cari suoi non rimarrà molt’anni.210
Che parlo? Ei spunta, e non ai soli Proci
Strage prepara, e morte: altri, e non pochi
Che abitiam la serena Itaca, troppo
Ci accorgerem di lui. Consultiam dunque,
Come gli amanti, che pel meglio loro215
Cessar dovrian per sè, noi raffreniamo.
Uom vi ragiona de’ presagi esperto
Per lunghissima prova. Ecco maturo

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Ciò, ch’io vaticinai, quando per Troja
Scioglieano i Greci, e Ulisse anch’ei sarpava.220
Molti, io gridai, patirà duoli, e tutti
Perderà i suoi: ma nel ventesim’anno
Solo, e ignoto a ciascun, farà ritorno.
Già si compie l’oracolo: tremate.
     Folle vecchiardo, in tua magion ricovra,225
Eurimaco di Polibo rispose,
E oracoleggia ai figli tuoi, non forse
Gl’incolga un dì qualche infortunio. Assai
Più là di te ne’ vaticini io veggio.
Volan, rivolan mille augelli e mille230
Per l’aere immenso, e non dibatton tutti
Sotto i raggi del sol penne fatali.
Quinci lontano perì Ulisse. Oh fossi
Tu perito con lui! Chè non t’udremmo
Profetare in tal guisa, e il furor cieco235
Secondar di Telemaco, da cui
Qualche don, credo, alle tue porte attendi.
Ma oracol più verace odi. Se quanto
D’esperïenza il bianco pel t’addusse,
A sedurre il fanciullo, e a più infiammarlo240
L’adopri, tu gli nuoci, a’ tuoi disegni
Non giovi, e noi tale imporremti multa,
Che morte fíati il sostenerla. Io poi

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Tal consiglio al fanciul porgo: la madre
Rimandi a Icario, che i sponsali, e ricca,245
Qual dee seguir una diletta figlia,
Dote apparecchierà. Prima io non penso,
Che da questa di nozze ardua tenzone
I figli degli Achei vorran giù torsi.
Di nessuno temiam, non, benchè tanto250
Loquace, di Telemaco; nè punto
Del vaticinio ci curiam, che indarno
T’uscì, vecchio, di bocca, e che fruttarti
Maggiore odio sol può. Fine i conviti
Non avran dunque, e non sarà mai calma,255
Finchè d’oggi in doman costei ci mandi.
Noi ciascun dì contenderem per lei,
Nè ad altre donne andrem, quali ha l’Acaja
Degne di noi, perchè cagion primiera
Dell’illustre contesa è la virtude.260
     Eurimaco, e voi tutti, il giovinetto
Soggiunse allor, competitori alteri,
Non più: già il tutto sanno uomini, e Dei.
Or non vi chiedo, che veloce nave
Con dieci e dieci poderosi remi,265
Che sul mar mi trasporti. All’arenosa
Pilo, ed a Sparta valicare io bramo,
Del padre assente per ritrar, s’io mai

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Trovar potessi chi men parli chiaro,
O quella udir voce fortuita, in cui270
Spesso il cercato ver Giove nasconde.
Vivrà? ritornerà? Benchè dolente,
Sosterrò un anno. Ma se morto, e fatto
Cenere il risapessi, al patrio nido
Riederò senza indugio; e qui un sepolcro275
Gli alzerò, renderogli i più solenni,
Qual si convien, fúnebri onori, e un altro
Sposo da me riceverà la madre.
     Tacque, e s’assise; e Mentore levossi,
Del padre il buon compagno, a cui su tutto280
Vegghiar, guardare il tutto, ed i comandi
Seguitar di Laerte, Ulisse ingiunse,
Quando per l’alto sal mise la nave.
O Itacesi, tal parlava il saggio
Vecchio, alle voci mie l’orecchio date.285
Nè giusto più, nè liberal, nè mite,
Ma iniquo, ma inflessibile, ma crudo
D’ora innanzi un Re sia, poichè tra gente,
Su cui stendea scettro paterno Ulisse,
Più non s’incontra un sol, cui viva in core.290
Che arroganti rivali ad opre ingiuste
Trascorran ciechi della mente, io taccio.
Svelgono, è ver, sin dalle sue radici

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La casa di quel Grande, a cui disdetto
Sperano il ritornar, ma in rischio almeno295
Pongon la vita. Ben con voi m’adiro,
Con voi, che muti, ed infingardi, e vili
Vi state lì, nè d’un sol motto il vostro
Signore inclito aitate. Ohimè! dai pochi
Restano i molti soverchiati e vinti.300
     Mentor, non so qual più, se audace, o stolto,
Leocrito d’Evenore rispose,
Che mai dicestu? Contra noi tu ardisci
Il popol eccitar? Non lieve impresa
Una gente assalir, che per la mensa305
Brandisca l’armi, e i piacer suoi difenda.
Se lo stesso Re d’Itaca tornato
Scacciar tentasse i banchettanti Proci,
Scarso del suo ritorno avria diletto
Questa sua donna, che il sospira tanto,310
E morire il vedria morte crudele,
Benchè tra molti ei combattesse: quindi
Del tuo parlar la vanità si scorge.
Ma, su via, dividetevi, e alle vostre
Faccende usate vi rendete tutti.315
Mentore, ed Aliterse, che fedeli
A Telemaco son paterni amici,
Gli metteran questo viaggio in punto:

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Bench’ei del padre le novelle, in vece
Di cercarle sul mar, senza fatica320
Le aspetterà nel suo palagio, io credo.
     Disse, e ruppe il concilio. I cittadini
Scioglieansi l’un dall’altro, e alle lor case
Qua e là s’avviavano: d’Ulisse
Si ritiraro alla magione i Proci.325
     Ma dalla turba solitario e scevro
Telemaco rivolse al mare i passi,
Le mani asterse nel canuto mare,
E supplicò a Minerva: O diva amica,
Che degnasti a me jer scender dal cielo,330
E fender l’onde m’imponesti, un padre
Per rintracciar, che non ritorna mai,
Il tuo solo favor puommi davante
Gl’inciampi tor, che m’opporranno i Greci,
E più, che altr’uomo in Itaca, i malvagi335
Proci, la cui superbia ognor più monta.
     Così pregava; e se gli pose allato
Con la faccia di Mentore, e la voce,
Palla, e a nome chiamollo, e feo tai detti:
Telemaco, nè ardir giammai, nè senno340
Ti verrà men, se la virtù col sangue
Trasfuse in te veracemente Ulisse,
Che quanto impreso avea, quanto avea detto,

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Compiea mai sempre. Il tuo vïaggio a vôto
Non andrà, qual temer, dove tu figlio345
Non gli fossi, io dovrei. Vero è, che spesso
Dal padre il figlio non ritrae: rimane
Spesso da lui lungo intervallo indietro,
E raro è assai, che aggiungalo, od il passi.
Ma senno a te non verrà men, nè ardire,350
Ed io vivere Ulisse in te già veggo.
Lieto dunque degli atti il fine spera:
Nè t’anga il vano macchinar de’ Proci,
Che non sentono incauti, e ingiusti al paro,
La nera Parca, che gli assal da tergo,355
Ed in un giorno sol tutti gli abbranca.
Io, d’Ulisse il compagno, un tale ajuto
Ti porgerò, che partirai di corto
Su parata da me celere nave,
E con me stesso al fianco in su la poppa.360
Orsù, rientra nel palagio, ai Proci
Nuovamente ti mostra, ed apparecchia
Quanto al viaggio si richiede, e il tutto
Riponi: il bianco nelle dense pelli
Gran macinato, ch’è dell’uom la vita,365
E nell’urne il licor, che la rallegra.
Compagni a radunarti in fretta io movo,
Che ti seguano allegri. Ha su l’arena

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Molte l’ondicerchiata Itaca navi
Novelle, e antiche: ne’ salati flutti370
Noi lancerem senza ritardo armata
Qual miglior mi parrà veleggiatrice.
     Così di Giove la celeste figlia:
Nè più, gli accenti della diva uditi,
S’indugiava Telemaco. Al palagio,375
Turbato della mente, ire affrettossi,
E trovò i Proci, che a scojar capretti,
E pingui ad abbronzar corpi di verri,
Nel cortile intendeano. Il vide appena,
Che gli fu incontro sogghignando, e il prese380
Per mano Antinoo, e gli parlò in tal guisa:
O molto in arringar, ma forte poco
Nel dominar te stesso, ogni rancore
Scaccia dal petto, e, qual solevi, adopra
Da prode il dente, e i colmi nappi asciuga.385
Tutto gli Achei t’allestiran di botto:
Nave, e remigi eletti, acciò tu possa,
Ratto varcando alla divina Pilo,
Correr del padre tuo dietro alla fama.
     E Telemaco allor: Sedermi a mensa390
Con voi, superbi, e una tranquilla gioja
Provarvi, a me non lice. Ah non vi basta
Ciò, che de’ miei più prezïosi beni

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Nella prima età mia voi mi rapiste?
Ma or ch’io posso dell’altrui saggezza395
Giovarmi, e sento con le membra in petto
Cresciutami anco l’alma, io disertarvi
Tenterò pure, o ch’io qui resti, o parta.
Ma parto, e non invan, spero, e su nave
Parto non mia, quando al figliuol d’Ulisse,400
Nè ciò sembravi sconcio, un legno manca.
Tal rispose crucciato, e destramente
Dalla man d’Antinóo la sua disvelse.
     Già il convito apprestavano, ed acerbi
Motti scoccavan dalle labbra i Proci.405
Certo, dicea di que’ protervi alcuno,
Telemaco un gran danno a noi disegna.
Da Pilo ajuti validi, o da Sparta
Menerà seco, però ch’ei non vive,
Che di sì fatta speme: o al suol fecondo410
D’Efira condurrassi, e ritrarranne
Fiero velen, che getterà nell’urne
Con man furtiva; e noi berem la morte.
E un altro ancor de’ pretendenti audaci:
Chi sa, ch’egli non men, sul mar vagando,415
Dagli amici lontano un dì non muoja,
Come il suo genitor? Carco più grave
Su le spalle ne avremmo: il suo retaggio

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Partirci tutto, ma la casta madre,
E quel di noi, ch’ella scegliesse a sposo,420
Nel palagio lasciar sola con solo.
     Telemaco frattanto in quella scese
Di largo giro, e di sublime volta
Paterna sala, ove rai biondi, e rossi
L’oro mandava, e l’ammassato rame;425
Ove nitide vesti, e di fragrante
Olio gran copia chiudean l’arche in grembo;
E presso al muro ivano intorno molte
Di vino antico, saporoso, degno
Di presentarsi a un Dio, gravide botti,430
Che del ramingo travagliato Ulisse
Il ritorno aspettavano. Munite
D’opportuni serrami eranvi, e doppie
Con lungo studio accomodate imposte;
Ed Euricléa, la vigilante figlia435
D’Opi di Pisenorre, il dì e la notte
Questi tesori custodia col senno.
Chiamolla nella sala, e a lei tai voci
Telemaco drizzò: Nutrice, vino,
Su via, m’attigni delicato, e solo440
Minor di quel, che a un infelice serbi,
Se mai, scampato dal destin di morte,
Comparisse tra noi. Dodici n’empi

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Anfore, e tutte le suggella. Venti
Di macinato gran giuste misure445
Versami ancor ne’ fedeli otri, e il tutto
Colloca in un: ma sappilo tu sola.
Come la notte alle superne stanze
La madre inviti, e al solitario letto,
Per tai cose io verrò: chè l’arenosa450
Pilo visitar voglio, e la ferace
Sparta, e ad entrambe domandar del padre.
     Diè un grido, scoppiò in lagrime, e dal petto
Euricléa volar feo queste parole:
Donde a te, caro figlio, in mente cadde455
Pensiero tal? Tu, l’unico rampollo
Di Penelope, tu, la nostra gioja,
Per tanto Mondo raggirarti? Lunge
Dal suo nido perì l’inclito Ulisse
Fra estranie genti; e perirai tu ancora.460
Sciolta la fune non avrai, che i Proci
Ti tenderanno agguati, uccideranti,
E tutte partirannosi tra loro
Le spoglie tue. Deh qui con noi rimani,
Con noi qui siedi, e su i marini campi,465
Che fecondi non son che di sventure,
Lascia, che altri a sua posta errando vada.
     Fa cor, Nutrice, ei le risponde tosto:

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Senza un Nume non è questo consiglio.
Ma giura, che alla madre, ov’aura altronde470
Non le ne giunga prima, e ten richiegga,
Nulla dirai, che non appaja in cielo
La dodicesm’Aurora; onde col pianto
Al suo bel corpo ella non rechi oltraggio.
     L’ottima vecchia il giuramento grande475
Giurò de’ Numi; e a lui versò ne’ cavi
Otri, versò nell’anfore capaci,
Le candide farine, e il rosso vino.
Ei, nella sala un’altra volta entrato,
Tra i Proci s’avvolgea: nè in questo mezzo480
Stavasi indarno la Tritonia Palla.
Vestite di Telemaco le forme,
Per tutto si mostrava, ed appressava
Tutti, e loro ingiungea, che al mare in riva
Si raccogliesser nottetempo, e il ratto485
Legno chiedea di Fronio al figlio illustre,
A Noemòn, cui non chiedealo indarno.
S’ascose il Sole, e in Itaca omai tutte
S’inombravan le vie. Minerva il ratto
Legno nel mar tirò, l’armò di quanto490
Soffre d’arnesi un’impalcata nave,
E al porto in bocca l’arrestò. Frequenti
Si raccoglieano i remator forzuti

[p. 47 modifica]

Sul lido, e inanimavali la Dea
Dallo sguardo azzurrin, che altro disegno495
Concepì in mente. La magion d’Ulisse
Ritrova, e sparge su i beenti Proci
Tal di sonno un vapor, che lor si turba
L’intelletto, e confondesi, e di mano
Casca sul desco la sonante coppa.500
Sorse, e mosse ciascuno al proprio albergo,
Nè fu più nulla del sedere a mensa:
Tal pondo stava sulle lor palpébre.
Ma l’occhiglauca Dea, ripreso il volto
Di Mentore, e la voce, e richiamato505
Fuor del palagio il giovinetto, disse:
Telemaco, ciascun de’ tuoi compagni,
Che d’egregi schinier veston le gambe,
Già siede al remo, e, se tu arrivi, guarda.
     Ciò detto, la via prese, ed il garzone510
Seguitavane l’orme. Al mar calati,
Trovâr sul lido i capelluti Achivi,
Cui di tal guisa favellò la sacra
Di Telemaco possa: Amici, in casa
Quanto al cammin bisogna, unito giace.515
Trasportarlo è mestieri. Nè la madre
Sa, nè, fuor che una, il mio pensier le ancelle.
     Tacque, e loro entrò innanzi; e quelli dietro

[p. 48 modifica]

Teneangli. Indi con l’anfore, e con gli otri,
Come d’Ulisse il caro figlio ingiunse,520
Tornaro, e il carco nella salda nave
Deposero. Il garzon sopra vi salse
Preceduto da Pallade, che in poppa
S’assise; accanto ei le sedea: la fune
I remiganti sciolsero, e montaro525
La negra nave anch’essi, e i banchi empiero.
Tosto la Dea dalle cerulee luci
Chiamò di verso l’Occidente un vento
Destro, gagliardo, che battendo venne
Su pel tremolo mar l’ale sonanti.530
Mano, mano agli attrezzi, allor gridava
Telemaco; ov’è l’albero? I compagni
L’udiro, e il grosso, e lungo abete in alto
Drizzaro, e l’impiantaro entro la cava
Base, e di corda l’annodaro al piede:535
Poi tiravano in su le bianche vele
Con bene attorti cuoi. Gonfiò nel mezzo
Le vele il vento; e forte alla carena
L’azzurro mar romoreggiava intorno,
Mentre la nave sino al fin del corso540
Su l’elemento liquido volava.
Legati i remi del naviglio ai fianchi,
Incoronaro di vin maschio l’urne,

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E a ciascun degli Dei sempre viventi
Libaro, ma più a te, figlia di Giove,545
Che le pupille di cilestro tingi.
Il naviglio correa la notte intera,
E del suo corso al fin giungea con l’Alba.