Orlando furioso/Canto 2

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Canto 2

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Canto 1 Canto 3
Versione critica

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CANTO SECONDO


 
 [1]
Ingiustissimo Amor, perché sì raro
     Corrispondenti fai nostri desiri?
     Onde, perfido, avvien che t’è sì caro
     Il discorde voler ch’in duo cor miri?
     Gir non mi lasci al facil guado e chiaro,
     E nel più cieco e maggior fondo tiri:
     Da chi disia il mio amor tu mi richiami,
     E chi m’ha in odio vuoi ch’adori ed ami.
     
 [2]
Fai ch’a Rinaldo Angelica par bella,
     Quando esso a lei brutto e spiacevol pare:
     Quando le parea bello e l’amava ella,
     Egli odiò lei quanto si può più odiare.
     Ora s’affligge indarno e si flagella;
     Così renduto ben gli è pare a pare:
     Ella l’ha in odio, e l’odio è di tal sorte,
     Che piu tosto che lui vorria la morte.
     
 [3]
Rinaldo al Saracin con molto orgoglio
     Gridò: — Scendi, ladron, del mio cavallo!
     Che mi sia tolto il mio, patir non soglio,
     Ma ben fo, a chi lo vuol, caro costallo:
     E levar questa donna anco ti voglio;
     Che sarebbe a lasciartela gran fallo.
     Sì perfetto destrier, donna sì degna
     A un ladron non mi par che si convegna. —
     

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 [4]
— Tu te ne menti che ladrone io sia
     (rispose il Saracin non meno altiero):
     Chi dicesse a te ladro, lo diria
     (quanto io n’odo per fama) più con vero.
     La pruova or si vedrà, chi di noi sia
     Più degno de la donna e del destriero;
     Ben che, quanto a lei, teco io mi convegna
     Che non è cosa al mondo altra sì degna. —
     
 [5]
Come soglion talor duo can mordenti,
     O per invidia o per altro odio mossi,
     Avicinarsi digrignando i denti,
     Con occhi bieci e più che bracia rossi;
     Indi a’ morsi venir, di rabbia ardenti,
     Con aspri ringhi e ribuffati dossi:
     Così alle spade e dai gridi e da l’onte
     Venne il Circasso e quel di Chiaramonte.
     
 [6]
A piedi è l’un, l’altro a cavallo: or quale
     Credete ch’abbia il Saracin vantaggio?
     Né ve n’ha però alcun; che così vale
     Forse ancor men ch’uno inesperto paggio;
     Che ’l destrier per istinto naturale
     Non volea fare al suo Signore oltraggio:
     Né con man né con spron potea il Circasso
     Farlo a voluntà sua muover mai passo.
     
 [7]
Quando crede cacciarlo, egli s’arresta;
     E se tener lo vuole, o corre o trotta:
     Poi sotto il petto si caccia la testa,
     Giuoca di schiene, e mena calci in frotta.
     Vedendo il Saracin ch’a domar questa
     Bestia superba era mal tempo allotta,
     Ferma le man sul primo arcione e s’alza,
     E dal sinistro fianco in piede sbalza.
     
 [8]
Sciolto che fu il pagan con leggier salto
     Da l’ostinata furia di Baiardo,
     Si vide cominciar ben degno assalto
     D’un par di cavallier tanto gagliardo.
     Suona l’un brando e l’altro, or basso or alto:
     Il martel di Vulcano era più tardo
     Ne la spelunca affumicata, dove
     Battea all’incude i folgori di Giove.
     
 [9]
Fanno or con lunghi, ora con finti e scarsi
     Colpi veder che mastri son del giuoco:
     Or li vedi ire altieri, or rannicchiarsi,
     Ora coprirsi, ora mostrarsi un poco,
     Ora crescer inanzi, ora ritrarsi,
     Ribatter colpi e spesso lor dar loco,
     Girarsi intorno; e donde l’uno cede,
     L’altro aver posto immantinente il piede.
     
 [10]
Ecco Rinaldo con la spada adosso
     A Sacripante tutto s’abbandona;
     E quel porge lo scudo, ch’era d’osso,
     Con la piastra d’acciar temprata e buona.
     Taglial Fusberta, ancor che molto grosso:
     Ne geme la foresta e ne risuona.
     L’osso e l’acciar ne va che par di ghiaccio,
     E lascia al Saracin stordito il braccio.
     
 [11]
Quando vide la timida donzella
     Dal fiero colpo uscir tanta ruina,
     Per gran timor cangiò la faccia bella,
     Qual il reo ch’al supplicio s’avvicina;
     Né le par che vi sia da tardar, s’ella
     Non vuol di quel Rinaldo esser rapina,
     Di quel Rinaldo ch’ella tanto odiava,
     Quanto esso lei miseramente amava.
     

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 [12]
Volta il cavallo, e ne la selva folta
     Lo caccia per un aspro e stretto calle:
     E spesso il viso smorto a dietro volta;
     Che le par che Rinaldo abbia alle spalle.
     Fuggendo non avea fatto via molta,
     Che scontrò un eremita in una valle,
     Ch’avea lunga la barba a mezzo il petto,
     Devoto e venerabile d’aspetto.
     
 [13]
Dagli anni e dal digiuno attenuato,
     Sopra un lento asinel se ne veniva;
     E parea, più ch’alcun fosse mai stato,
     Di coscienza scrupolosa e schiva.
     Come egli vide il viso delicato
     De la donzella che sopra gli arriva,
     Debil quantunque e mal gagliarda fosse,
     Tutta per carità se gli commosse.
     
 [14]
La donna al fraticel chiede la via
     Che la conduca ad un porto di mare,
     Perché levar di Francia si vorria,
     Per non udir Rinaldo nominare.
     Il frate, che sapea negromanzia,
     Non cessa la donzella confortare
     Che presto la trarrà d’ogni periglio;
     Ed ad una sua tasca diè di piglio.
     
 [15]
Trassene un libro, e mostrò grande effetto;
     Che legger non finì la prima faccia,
     Ch’uscir fa un spirto in forma di valletto,
     E gli commanda quanto vuol ch’el faccia.
     Quel se ne va, da la scrittura astretto,
     Dove i dui cavallieri a faccia a faccia
     Eran nel bosco, e non stavano al rezzo;
     Fra’ quali entrò con grande audacia in mezzo.
     
 [16]
— Per cortesia (disse), un di voi mi mostre,
     Quando anco uccida l’altro, che gli vaglia:
     Che merto avrete alle fatiche vostre,
     Finita che tra voi sia la battaglia,
     Se ’l conte Orlando, senza liti o giostre,
     E senza pur aver rotta una maglia,
     Verso Parigi mena la donzella
     Che v’ha condotti a questa pugna fella?
     
 [17]
Vicino un miglio ho ritrovato Orlando
     Che ne va con Angelica a Parigi,
     Di voi ridendo insieme, e motteggiando
     Che senza frutto alcun siate in litigi.
     Il meglio forse vi sarebbe, or quando
     Non son più lungi, a seguir lor vestigi;
     Che s’in Parigi Orlando la può avere,
     Non ve la lascia mai più rivedere. —
     
 [18]
Veduto avreste i cavallier turbarsi
     A quel annunzio, e mesti e sbigottiti,
     Senza occhi e senza mente nominarsi,
     Che gli avesse il rival così scherniti;
     Ma il buon Rinaldo al suo cavallo trarsi
     Con sospir che parean del fuoco usciti,
     E giurar per isdegno e per furore,
     Se giungea Orlando, di cavargli il core.
     
 [19]
E dove aspetta il suo Baiardo, passa,
     E sopra vi si lancia, e via galoppa,
     Né al cavallier, ch’a piè nel bosco lassa,
     Pur dice a Dio, non che lo ’nviti in groppa.
     L’animoso cavallo urta e fracassa,
     Punto dal suo signor, ciò ch’egli ’ntoppa:
     Non ponno fosse o fiumi o sassi o spine
     Far che dal corso il corridor decline.
     

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 [20]
Signor, non voglio che vi paia strano
     Se Rinaldo or sì tosto il destrier piglia,
     Che già più giorni ha seguitato invano,
     Né gli ha possuto mai toccar la briglia.
     Fece il destrier, ch’avea intelletto umano,
     Non per vizio seguirsi tante miglia,
     Ma per guidar dove la donna giva,
     Il suo signor, da chi bramar l’udiva.
     
 [21]
Quando ella si fuggì dal padiglione,
     La vide ed appostolla il buon destriero,
     Che si trovava aver voto l’arcione,
     Però che n’era sceso il cavalliero
     Per combatter di par con un barone,
     Che men di lui non era in arme fiero;
     Poi ne seguitò l’orme di lontano,
     Bramoso porla al suo signore in mano.
     
 [22]
Bramoso di ritrarlo ove fosse ella,
     Per la gran selva inanzi se gli messe;
     Né lo volea lasciar montare in sella,
     Perché ad altro camin non lo volgesse.
     Per lui trovò Rinaldo la donzella
     Una e due volte, e mai non gli successe;
     Che fu da Ferraù prima impedito,
     Poi dal Circasso, come avete udito.
     
 [23]
Ora al demonio che mostrò a Rinaldo
     De la donzella li falsi vestigi,
     Credette Baiardo anco, e stette saldo
     E mansueto ai soliti servigi.
     Rinaldo il caccia, d’ira e d’amor caldo,
     A tutta briglia, e sempre invêr Parigi;
     E vola tanto col disio, che lento,
     Non ch’un destrier, ma gli parrebbe il vento.
     
 [24]
La notte a pena di seguir rimane,
     Per affrontarsi col signor d’Anglante:
     Tanto ha creduto alle parole vane
     Del messagger del cauto negromante.
     Non cessa cavalcar sera e dimane,
     Che si vede apparir la terra avante,
     Dove re Carlo, rotto e mal condutto,
     Con le reliquie sue s’era ridutto:
     
 [25]
e perché dal re d’Africa battaglia
     Ed assedio s’aspetta, usa gran cura
     A raccor buona gente e vettovaglia,
     Far cavamenti e riparar le mura.
     Ciò ch’a difesa spera che gli vaglia,
     Senza gran diferir, tutto procura:
     Pensa mandare in Inghilterra, e trarne
     Gente onde possa un novo campo farne:
     
 [26]
che vuole uscir di nuovo alla campagna,
     E ritentar la sorte de la guerra.
     Spaccia Rinaldo subito in Bretagna,
     Bretagna che fu poi detta Inghilterra.
     Ben de l’andata il paladin si lagna:
     Non ch’abbia così in odio quella terra;
     Ma perché Carlo il manda allora allora,
     Né pur lo lascia un giorno far dimora.
     
 [27]
Rinaldo mai di ciò non fece meno
     Volentier cosa; poi che fu distolto
     Di gir cercando il bel viso sereno
     Che gli avea il cor di mezzo il petto tolto:
     Ma, per ubidir Carlo, nondimeno
     A quella via si fu subito volto,
     Ed a Calesse in poche ore trovossi;
     E giunto, il dì medesimo imbarcossi.
     

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 [28]
Contra la voluntà d’ogni nocchiero,
     Pel gran desir che di tornare avea,
     Entrò nel mar ch’era turbato e fiero,
     E gran procella minacciar parea.
     Il Vento si sdegnò, che da l’altiero
     Sprezzar si vide; e con tempesta rea
     Sollevò il mar intorno, e con tal rabbia,
     Che gli mandò a bagnar sino alla gabbia.
     
 [29]
Calano tosto i marinari accorti
     Le maggior vele, e pensano dar volta,
     E ritornar ne li medesmi porti
     Donde in mal punto avean la nave sciolta.
     — Non convien (dice il Vento) ch’io comporti
     Tanta licenza che v’avete tolta; —
     E soffia e grida e naufragio minaccia,
     S’altrove van, che dove egli li caccia.
     
 [30]
Or a poppa, or all’orza hann’il crudele,
     Che mai non cessa, e vien più ognor crescendo:
     Essi di qua di là con umil vele
     Vansi aggirando, e l’alto mar scorrendo.
     Ma perché varie fila a varie tele
     Uopo mi son, che tutte ordire intendo,
     Lascio Rinaldo e l’agitata prua,
     E torno a dir di Bradamante sua.
     
 [31]
Io parlo di quella inclita donzella,
     Per cui re Sacripante in terra giacque,
     Che di questo signor degna sorella,
     Del duca Amone e di Beatrice nacque.
     La gran possanza e il molto ardir di quella
     Non meno a Carlo e a tutta Francia piacque
     (che più d’un paragon ne vide saldo),
     Che ’l lodato valor del buon Rinaldo.
     
 [32]
La donna amata fu da un cavalliero
     Che d’Africa passò col re Agramante,
     Che partorì del seme di Ruggiero
     La disperata figlia di Agolante:
     E costei, che né d’orso né di fiero
     Leone uscì, non sdegnò tal amante;
     Ben che concesso, fuor che vedersi una
     Volta e parlarsi, non ha lor Fortuna.
     
 [33]
Quindi cercando Bradamante gìa
     L’amante suo, ch’avea nome dal padre,
     Così sicura senza compagnia,
     Come avesse in sua guardia mille squadre:
     E fatto ch’ebbe al re di Circassia
     Battere il volto dell’antiqua madre,
     Traversò un bosco, e dopo il bosco un monte,
     Tanto che giunse ad una bella fonte.
     
 [34]
La fonte discorrea per mezzo un prato,
     D’arbori antiqui e di bell’ombre adorno,
     Ch’i viandanti col mormorio grato
     A ber invita e a far seco soggiorno:
     Un culto monticel dal manco lato
     Le difende il calor del mezzo giorno.
     Quivi, come i begli occhi prima torse,
     D’un cavallier la giovane s’accorse;
     
 [35]
d’un cavallier, ch’all’ombra d’un boschetto,
     Nel margin verde e bianco e rosso e giallo
     Sedea pensoso, tacito e soletto
     Sopra quel chiaro e liquido cristallo.
     Lo scudo non lontan pende e l’elmetto
     Dal faggio, ove legato era il cavallo;
     Ed avea gli occhi molli e ’l viso basso,
     E si mostrava addolorato e lasso.
     

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 [36]
Questo disir, ch’a tutti sta nel core,
     De’ fatti altrui sempre cercar novella,
     Fece a quel cavallier del suo dolore
     La cagion domandar da la donzella.
     Egli l’aperse e tutta mostrò fuore,
     Dal cortese parlar mosso di quella,
     E dal sembiante altier, ch’al primo sguardo
     Gli sembrò di guerrier molto gagliardo.
     
 [37]
E cominciò: — Signor, io conducea
     Pedoni e cavallieri, e venìa in campo
     Là dove Carlo Marsilio attendea,
     Perch’al scender del monte avesse inciampo;
     E una giovane bella meco avea,
     Del cui fervido amor nel petto avampo:
     E ritrovai presso a Rodonna armato
     Un che frenava un gran destriero alato.
     
 [38]
Tosto che ’l ladro, o sia mortale, o sia
     Una de l’infernali anime orrende,
     Vede la bella e cara donna mia;
     Come falcon che per ferir discende,
     Cala e poggia in un atimo, e tra via
     Getta le mani, e lei smarrita prende.
     Ancor non m’era accorto de l’assalto,
     Che de la donna io senti’ il grido in alto.
     
 [39]
Così il rapace nibio furar suole
     Il misero pulcin presso alla chioccia,
     Che di sua inavvertenza poi si duole,
     E invan gli grida, e invan dietro gli croccia.
     Io non posso seguir un uom che vole,
     Chiuso tra’ monti, a piè d’un’erta roccia:
     Stanco ho il destrier, che muta a pena i passi
     Ne l’aspre vie de’ faticosi sassi.
     
 [40]
Ma, come quel che men curato avrei
     Vedermi trar di mezzo il petto il core,
     Lasciai lor via seguir quegli altri miei,
     Senza mia guida e senza alcun rettore:
     Per li scoscesi poggi e manco rei
     Presi la via che mi mostrava Amore,
     E dove mi parea che quel rapace
     Portassi il mio conforto e la mia pace.
     
 [41]
Sei giorni me n’andai matina e sera
     Per balze e per pendici orride e strane,
     Dove non via, dove sentier non era,
     Dove né segno di vestigie umane;
     Poi giunsi in una valle inculta e fiera,
     Di ripe cinta e spaventose tane,
     Che nel mezzo s’un sasso avea un castello
     Forte e ben posto, a maraviglia bello.
     
 [42]
Da lungi par che come fiamma lustri,
     Né sia di terra cotta, né di marmi.
     Come più m’avicino ai muri illustri,
     L’opra più bella e più mirabil parmi.
     E seppi poi, come i demoni industri,
     Da suffumigi tratti e sacri carmi,
     Tutto d’acciaio avean cinto il bel loco,
     Temprato all’onda ed allo stigio foco.
     
 [43]
Di sì forbito acciar luce ogni torre,
     Che non vi può né ruggine né macchia.
     Tutto il paese giorno e notte scorre,
     E poi là dentro il rio ladron s’immacchia.
     Cosa non ha ripar che voglia torre:
     Sol dietro invan se li bestemia e gracchia.
     Quivi la donna, anzi il mio cor mi tiene,
     Che di mai ricovrar lascio ogni spene.
     

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 [44]
Ah lasso! che poss’io più che mirare
     La rocca lungi, ove il mio ben m’è chiuso?
     Come la volpe, che ’l figlio gridare
     Nel nido oda de l’aquila di giuso,
     S’aggira intorno, e non sa che si fare,
     Poi che l’ali non ha da gir là suso.
     Erto è quel sasso sì, tale è il castello,
     Che non vi può salir chi non è augello.
     
 [45]
Mentre io tardava quivi, ecco venire
     Duo cavallier ch’avean per guida un nano,
     Che la speranza aggiunsero al desire;
     Ma ben fu la speranza e il desir vano.
     Ambi erano guerrier di sommo ardire:
     Era Gradasso l’un, re sericano;
     Era l’altro Ruggier, giovene forte,
     Pregiato assai ne l’africana corte.
     
 [46]
— Vengon (mi disse il nano) per far pruova
     Di lor virtù col sir di quel castello,
     Che per via strana, inusitata e nuova
     Cavalca armato il quadrupede augello. —
     — Deh, signor (diss’io lor), pietà vi muova
     Del duro caso mio spietato e fello!
     Quando, come ho speranza, voi vinciate,
     Vi prego la mia donna mi rendiate. —
     
 [47]
E come mi fu tolta lor narrai,
     Con lacrime affermando il dolor mio.
     Quei, lor mercé, mi proferiro assai,
     E giù calaro il poggio alpestre e rio.
     Di lontan la battaglia io riguardai,
     Pregando per la lor vittoria Dio.
     Era sotto il castel tanto di piano,
     Quanto in due volte si può trar con mano.
     
 [48]
Poi che fur giunti a piè de l’alta rocca,
     L’uno e l’ altro volea combatter prima;
     Pur a Gradasso, o fosse sorte, tocca,
     O pur che non ne fe’ Ruggier più stima.
     Quel Serican si pone il corno a bocca:
     Rimbomba il sasso e la fortezza in cima.
     Ecco apparire il cavalliero armato
     Fuor de la porta, e sul cavallo alato.
     
 [49]
Cominciò a poco a poco indi a levarse,
     Come suol far la peregrina grue,
     Che corre prima, e poi vediamo alzarse
     Alla terra vicina un braccio o due;
     E quando tutte sono all’aria sparse,
     Velocissime mostra l’ale sue.
     Sì ad alto il negromante batte l’ale,
     Ch’a tanta altezza a pena aquila sale.
     
 [50]
Quando gli parve poi, volse il destriero,
     Che chiuse i vanni e venne a terra a piombo,
     Come casca dal ciel falcon maniero
     Che levar veggia l’anitra o il colombo.
     Con la lancia arrestata il cavalliero
     L’aria fendendo vien d’orribil rombo.
     Gradasso a pena del calar s’avede,
     Che se lo sente addosso e che lo fiede.
     
 [51]
Sopra Gradasso il mago l’asta roppe;
     Ferì Gradasso il vento e l’aria vana:
     Per questo il volator non interroppe
     Il batter l’ale, e quindi s’allontana.
     Il grave scontro fa chinar le groppe
     Sul verde prato alla gagliarda alfana.
     Gradasso avea una alfana, la più bella
     E la miglior che mai portasse sella.
     

[p. 22 modifica]

 [52]
Sin alle stelle il volator trascorse;
     Indi girossi e tornò in fretta al basso,
     E percosse Ruggier che non s’accorse,
     Ruggier che tutto intento era a Gradasso.
     Ruggier del grave colpo si distorse,
     E ’l suo destrier più rinculò d’un passo;
     E quando si voltò per lui ferire,
     Da sé lontano il vide al ciel salire.
     
 [53]
Or su Gradasso, or su Ruggier percote
     Ne la fronte, nel petto e ne la schiena,
     E le botte di quei lascia ognor vote,
     Perché è sì presto, che si vede a pena.
     Girando va con spaziose rote,
     E quando all’uno accenna, all’altro mena:
     All’uno e all’altro sì gli occhi abbarbaglia,
     Che non ponno veder donde gli assaglia.
     
 [54]
Fra duo guerrieri in terra ed uno in cielo
     La battaglia durò sino a quella ora,
     Che spiegando pel mondo oscuro velo,
     Tutte le belle cose discolora.
     Fu quel ch’io dico, e non v’aggiungo un pelo:
     Io ’l vidi, i’ ’l so: né m’assicuro ancora
     Di dirlo altrui; che questa maraviglia
     Al falso più ch’al ver si rassimiglia.
     
 [55]
D’un bel drappo di seta avea coperto
     Lo scudo in braccio il cavallier celeste.
     Come avesse, non so, tanto sofferto
     Di tenerlo nascosto in quella veste;
     Ch’immantinente che lo mostra aperto,
     Forza è, ch’il mira, abbarbagliato reste,
     E cada come corpo morto cade,
     E venga al negromante in potestade.
     
 [56]
Splende lo scudo a guisa di piropo,
     E luce altra non è tanto lucente.
     Cadere in terra allo splendor fu d’uopo
     Con gli occhi abbacinati, e senza mente.
     Perdei da lungi anch’io li sensi, e dopo
     Gran spazio mi riebbi finalmente;
     Né più i guerrier né più vidi quel nano,
     Ma vòto il campo, e scuro il monte e il piano.
     
 [57]
Pensai per questo che l’incantatore
     Avesse amendui colti a un tratto insieme,
     E tolto per virtù de lo splendore
     La libertade a loro, e a me la speme.
     Così a quel loco, che chiudea il mio core,
     Dissi, partendo, le parole estreme.
     Or giudicate s’altra pena ria,
     Che causi Amor, può pareggiar la mia. —
     
 [58]
Ritornò il cavallier nel primo duolo,
     Fatta che n’ebbe la cagion palese.
     Questo era il conte Pinabel, figliuolo
     D’Anselmo d’Altaripa, maganzese;
     Che tra sua gente scelerata, solo
     Leale esser non volse né cortese,
     ma ne li vizi abominandi e brutti
     Non pur gli altri adeguò, ma passò tutti.

     
 [59]
La bella donna con diverso aspetto
     Stette ascoltando il Maganzese cheta;
     Che come prima di Ruggier fu detto,
     Nel viso si mostrò più che mai lieta:
     Ma quando sentì poi ch’era in distretto,
     Turbossi tutta d’amorosa pieta;
     Né per una o due volte contentosse
     Che ritornato a replicar le fosse.
     

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 [60]
E poi ch’al fin le parve esserne chiara,
     Gli disse: — Cavallier, datti riposo,
     Che ben può la mia giunta esserti cara,
     Parerti questo giorno aventuroso.
     Andiam pur tosto a quella stanza avara,
     Che sì ricco tesor ci tiene ascoso;
     Né spesa sarà invan questa fatica,
     Se fortuna non m’è troppo nemica. —
     
 [61]
Rispose il cavallier: — Tu vòi ch’io passi
     Di nuovo i monti, e mostriti la via?
     A me molto non è perdere i passi,
     Perduta avendo ogni altra cosa mia;
     Ma tu per balze e ruinosi sassi
     Cerchi entrar in pregione; e così sia.
     Non hai di che dolerti di me, poi
     Ch’io tel predico, e tu pur gir vi vòi. —
     
 [62]
Così dice egli, e torna al suo destriero,
     E di quella animosa si fa guida,
     Che si mette a periglio per Ruggiero,
     Che la pigli quel mago o che la ancida.
     In questo, ecco alle spalle il messaggero,
     Ch’: — Aspetta, aspetta! — a tutta voce grida,
     Il messagger da chi il Circasso intese
     Che costei fu ch’all’erba lo distese.
     
 [63]
A Bradamante il messagger novella
     Di Mompolier e di Narbona porta,
     Ch’alzato gli stendardi di Castella
     Avean, con tutto il lito d’Acquamorta;
     E che Marsilia, non v’essendo quella
     Che la dovea guardar, mal si conforta,
     E consiglio e soccorso le domanda
     Per questo messo, e se le raccomanda.
     
 [64]
Questa cittade, e intorno a molte miglia
     Ciò che fra Varo e Rodano al mar siede,
     Avea l’imperator dato alla figlia
     Del duca Amon, in ch’avea speme e fede;
     Però che ’l suo valor con maraviglia
     Riguardar suol, quando armeggiar la vede.
     Or, com’io dico, a domandar aiuto
     Quel messo da Marsilia era venuto.
     
 [65]
Tra sì e no la giovane suspesa,
     Di voler ritornar dubita un poco:
     Quinci l’onore e il debito le pesa,
     Quindi l’incalza l’amoroso foco.
     Fermasi al fin di seguitar l’impresa,
     E trar Ruggier de l’incantato loco;
     E quando sua virtù non possa tanto,
     Almen restargli prigioniera a canto.
     
 [66]
E fece iscusa tal, che quel messaggio
     Parve contento rimanere e cheto.
     Indi girò la briglia al suo viaggio,
     Con Pinabel che non ne parve lieto;
     Che seppe esser costei di quel lignaggio
     Che tanto ha in odio in publico e in secreto:
     E già s’avisa le future angosce,
     Se lui per maganzese ella conosce.
     
 [67]
Tra casa di Maganza e di Chiarmonte
     Era odio antico e inimicizia intensa;
     E più volte s’avean rotta la fronte,
     E sparso di lor sangue copia immensa:
     E però nel suo cor l’iniquo conte
     Tradir l’incauta giovane si pensa;
     O, come prima commodo gli accada,
     Lasciarla sola, e trovar altra strada.
     

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 [68]
E tanto gli occupò la fantasia
     Il nativo odio, il dubbio e la paura,
     Ch’inavedutamente uscì di via:
     E ritrovossi in una selva oscura,
     Che nel mezzo avea un monte che finia
     La nuda cima in una pietra dura;
     E la figlia del duca di Dordona
     Gli è sempre dietro, e mai non l’abandona.
     
 [69]
Come si vide il Maganzese al bosco,
     Pensò tôrsi la donna da le spalle.
     Disse: — Prima che ’l ciel torni più fosco,
     Verso un albergo è meglio farsi il calle.
     Oltra quel monte, s’io lo riconosco,
     Siede un ricco castel giù ne la valle.
     Tu qui m’aspetta; che dal nudo scoglio
     Certificar con gli occhi me ne voglio. —
     
 [70]
Così dicendo, alla cima superna
     Del solitario monte il destrier caccia,
     Mirando pur s’alcuna via discerna,
     Come lei possa tor da la sua traccia.
     Ecco nel sasso truova una caverna,
     Che si profonda più di trenta braccia.
     Tagliato a picchi ed a scarpelli il sasso
     Scende giù al dritto, ed ha una porta al basso.
     
 [71]
Nel fondo avea una porta ampla e capace,
     Ch’in maggior stanza largo adito dava;
     E fuor n’uscìa splendor, come di face
     Ch’ardesse in mezzo alla montana cava.
     Mentre quivi il fellon suspeso tace,
     La donna, che da lungi il seguitava
     (perché perderne l’orme si temea),
     Alla spelonca gli sopragiungea.
     
 [72]
Poi che si vide il traditore uscire,
     Quel ch’avea prima disegnato, invano,
     O da sé torla, o di farla morire,
     Nuovo argumento imaginossi e strano.
     Le si fe’ incontra, e su la fe’ salire
     Là dove il monte era forato e vano;
     E le disse ch’avea visto nel fondo
     Una donzelIa di viso giocondo.
     
 [73]
Ch’a’ bei sembianti ed alla ricca vesta
     Esser parea di non ignobil grado;
     Ma quanto più potea turbata e mesta,
     Mostrava esservi chiusa suo mal grado:
     E per saper la condizion di questa,
     Ch’avea già cominciato a entrar nel guado;
     E ch’era uscito de l’interna grotta
     Un che dentro a furor l’avea ridotta.
     
 [74]
Bradamante, che come era animosa,
     Così mal cauta, a Pinabel diè fede;
     E d’aiutar la donna, disiosa,
     Si pensa come por colà giù il piede.
     Ecco d’un olmo alla cima frondosa
     Volgendo gli occhi, un lungo ramo vede;
     E con la spada quel subito tronca,
     E lo declina giù ne la spelonca.
     
 [75]
Dove è tagliato, in man lo raccomanda
     A Pinabello, e poscia a quel s’apprende:
     Prima giù i piedi ne la tana manda,
     E su le braccia tutta si suspende.
     Sorride Pinabello, e le domanda
     Come ella salti; e le man apre e stende,
     Dicendole: — Qui fosser teco insieme
     Tutti li tuoi, ch’io ne spegnessi il seme! —
     

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 [76]
Non come volse Pinabello avvenne
     De l’innocente giovane la sorte;
     Perché, giù diroccando a ferir venne
     Prima nel fondo il ramo saldo e forte.
     Ben si spezzò, ma tanto la sostenne,
     Che ’l suo favor la liberò da morte.
     Giacque stordita la donzella alquanto,
     Come io vi seguirò ne l’altro canto.




Versione diplomatica

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CANTO SECONDO


 [1]
Ingiuſtiſſimo Amor perche ſi raro
     Corriſpondenti fai noſtri deſiri:
     Onde perfido auuien che t’e ſi caro
     Il diſcorde voler ch’in duo cor miri?
     Gir non mi laſci al facil guado e chiaro
     E nel piu cieco e maggior fondo tiri,
     Da chi diſia il mio amor tu mi richiami
     E chi m’ha in odio vuoi ch’adori & ami.

 [2]
Fai ch’a Rinaldo Angelica par bella
     Quādo eſſo a lei brutto e ſpiaceuol par̄
     Quando le parea bello e l’amaua ella
     Egli odio lei quanto ſi puo piu odiare,
     Hora s’affligge indarno: e ſi flagella:
     Coſi renduto ben gli e pare a pare
     Ella l’ha in odio, e l’odio e di tal ſorte
     Che piu toſto che lui vorria la morte.

 [3]
Rinaldo al Saracin cō molto orgoglio
     Grido, scendi ladron del mio cauallo,
     Che mi ſia tolto il mio patir nō ſoglio
     Ma ben fo a chi lo vuol caro coſtallo:
     E leuar queſta dōna anco ti voglio
     Che ſarebbe a laſciartela gran fallo:
     Si perfetto deſtrier, dōna ſi degna
     A vn ladron nō mi par che ſi cōuegna.

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 [4]
Tu te ne menti che ladrone io ſia,
     (Riſpoſe il Saracin nō meno altiero):
     Chi diceſſe a te ladro, lo diria
     (Quāto io n’odo per fama) piu cō vero,
     La pruoua hor ſi vedra chi di noi ſia
     Piu degno de la donna, e del deſtriero:
     Benche, quāto a lei, teco io mi cōuegna
     Che non e coſa al mondo altra ſi degna.

 [5]
Come ſoglion talhor duo can mordenti
     O per inuidia o per altro odio moſſi
     Auicinarſi: digrignando i denti
     Con occhi bieci e piu che bracia roſſi:
     Indi a morſi venir di rabbia ardenti
     Con aſpri ringhi e ribuffati doſſi,
     Coſi alle ſpade e dai gridi e da l’onte,
     Venne il Circaſſo e quel di Chiaramōte.

 [6]
A piedi e l’ū, l’altro a cauallo, hor quale
     Credete ch’abbia il Saracin vantaggio?
     Ne ve n’ha perho alcun, che coſi vale
     Forſe āchor men ch’uno ineſperto paggio
     Che ’l deſtrier per iſtinto naturale
     Non volea fare al ſuo Signor̃ oltraggio,
     Ne cō man ne cō ſpron potea il Circaſſo
     Farlo a volunta ſua muouer mai paſſo.

 [7]
Quando crede cacciarlo egli ſ’arreſta:
     E ſe tener lo vuole o corre o trotta:
     Poi ſotto il petto ſi caccia la teſta:
     Giuoca di ſchiene, & mena calci in frotta
     Vedendo il Saracin, ch’a domar queſta
     Beſtia ſuperba era mal tempo allhotta
     Ferma le mā ſul primo arcione, e s’alza
     E dal ſiniſtro fianco in piede ſbalza.

 [8]
Sciolto che fu il Pagan cō leggier ſalto
     Da l’oſtinata furia di Baiardo
     Si vide cominciar ben degno aſſalto
     D’un par di cauallier tanto gagliardo:
     Suona l’un brādo e l’altro, hor baſſo, hor alto
     Il martel di Vulcano era piu tardo
     Ne la ſpelunca affumicata: doue
     Battea all’incude i folgori di Gioue.

 [9]
Fanno hor cō lunghi, hora cō finti e ſcarſi
     Colpi veder, che maſtri ſon del giuoco:
     Or li vedi ire altieri, hor rannicchiarſi
     Hora coprirſi, hora moſtrarſi vn poco:
     Hora creſcer inanzi, hora ritrarſi:
     Ribatter colpi, e ſpeſſo lor dar loco
     Girarſi intorno, e donde l’uno cede
     L’altro hauer poſto immātinente il piede.

 [10]
Ecco Rinaldo con la ſpada adoſſo
A Sacripante tutto ſ’abbandona:
E quel porge lo ſcudo ch’era d’oſſo
Con la piaſtra d’acciar temprata e buona:
Taglial Fuſberta āchor che molto groſſo
Ne geme la foreſta e ne riſuona:
L’oſſo e l’acciar ne va cħ par di ghiaccio
E laſcia al Saracin ſtordito il braccio.

 [11]
Quando vide la timida donzella
     Dal fiero colpo vſcir tanta ruina
     Per gran timor cangio la faccia bella
     Qual il reo ch’al ſupplicio ſ’auuicina,
     Ne le par che vi ſia da tardar, ſ’ella
     Non vuol di quel Rinaldo eſſer rapina
     Di quel Rinaldo ch’ella tanto odiaua
     Quanto eſſo lei miſeramente amaua.
     

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 [12]
Volta il cauallo e ne la ſelua folta
     Lo caccia per vn aſpro e ſtretto calle:
     E ſpeſſo il viſo ſmorto a dietro volta;
     Che le par che Rinaldo habbia alle ſpalle.
     Fuggendo non hauea fatto via molta
     Che ſcontro vn eremita in vna valle
     Ch’hauea lunga la barba a mezzo il petto
     Deuoto e venerabile d’aſpetto.

 [13]
Dagli anni e dal digiuno attenuato
     Sopra vn lento aſinel ſe ne veniua;
     E parea piu ch’alcun foſſe mai ſtato
     Di coſcienza ſcrupoloſa e ſchiua.
     Come egli vide il viſo delicato
     De la donzella che ſopra gli arriua
     Debil quantunque e mal gagliarda foſſe
     Tutta per carita ſe gli commoſſe.

 [14]
La donna al fraticel chiede la via
     Che la conduca ad vn porto di mare
     Perche leuar di Francia ſi vorria
     Per non vdir Rinaldo nominare.
     Il frate che ſapea negromanzia
     Non ceſſa la donzella confortare
     Che preſto la trarra d’ogni periglio;
     Ed ad vna ſua taſca die di piglio.
     
 [15]
Traſſene vn libro e moſtro grande effetto;
     Che legger non fini la prima faccia
     Ch’uſcir fa vn ſpirto in forma di valletto
     E gli commanda quanto vuol ch’el faccia.
     Quel ſe ne va da la ſcrittura aſtretto
     Doue i dui cauallieri a faccia a faccia
     Eran nel boſco e non ſtauano al rezzo;
     Fra’ quali entro con grande audacia in mezzo.

 [16]
Per corteſia (diſſe) vn di voi mi moſtre
     Quando anco vccida l’altro che gli vaglia:
     Che merto aurete alle fatiche voſtre
     Finita che tra voi ſia la battaglia
     Se ’l conte Orlando ſenza liti o gioſtre
     E ſenza pur hauer rotta vna maglia
     Verſo Parigi mena la donzella
     Che v’ha condotti a queſta pugna fella?
     
 [17]
Vicino vn miglio ho ritrouato Orlando
     Che ne va con Angelica a Parigi,
     Di voi ridendo inſieme e motteggiando
     Che ſenza frutto alcun ſiate in litigi.
     Il meglio forſe vi ſarebbe: hor quando
     Non ſon piu lungi: a ſeguir lor veſtigi,
     Che ſ’in Parigi Orlando la puo hauere
     Non ve la laſcia mai piu riuedere.

 [18]
Veduto haureſte i cauallier turbarſi
     A quel annuntio: e meſti e ſbigottiti
     Senza occhi e ſenza mente nominarſi;
     Che gli haueſſe il riual coſi ſcherniti,
     Ma il buō Rinaldo al ſuo cauallo trarſi
     Con ſoſpir che parean del fuoco vſciti
     E giurar per iſdegno e per furore:
     Se giungea Orlando di cauargli il core.

 [19]
E doue aſpetta il ſuo Baiardo paſſa
     Et ſopra vi ſi lancia e via galoppa
     Ne al cauallier ch’a pie nel boſco laſſa
     Pur dice a Dio non che lo ’nuiti in groppa.
     L’animoſo cauallo vrta e fracaſſa
     Punto dal ſuo ſignor cio ch’egli ’ntoppa:
     Non ponno foſſe o fiumi o ſaſſi o ſpine
     Far che dal corſo il corridor decline.
     

[p. 18 modifica]

 [20]
Signor non voglio che vi paia ſtrano
     Se Rinaldo horſi toſto il deſtrier piglia;
     Che gia piu giorni ha ſeguitato in vano
     Ne gli ha poſſuto mai toccar la briglia,
     Fece il deſtrier ch’hauea intelletto humāo
     Non per vizio ſeguirſi tante miglia:
     Ma per guidar doue la donna giua
     Il ſuo Signor: da chi bramar l’udiua.

 [21]
Quando ella ſi fuggi dal padiglione
     Lavide: & appoſtolla il buon deſtriero:
     Che ſi trouaua hauer voto l’arcione,
     Perho che n’era ſceſo il Caualliero
     Per combatter di par con vn barone
     Che men di lui non era in arme fiero.
     Poi ne ſeguito l’orme di lontano
     Bramoſo porla al ſuo Signore in mano.

 [22]
Bramoſo di ritrarlo oue foſſe ella
     Per la gran ſelua inanzi ſe gli meſſe,
     Ne lo volea laſciar montare in ſella
     Perche ad altro camin non lo volgeſſe,
     Per lui trouo Rinaldo la donzella
     Vna e due volte: e mai non gli ſucceſſe,
     Che fu da Ferau prima impedito
     Poi dal Circaſſo: come hauete vdito.
     
 [23]
Hora al demonio: cħ moſtro a Rinaldo
     De la donzella li falſi veſtigi:
     Credette Baiardo ancho: e ſtette ſaldo
     E manſueto a i ſoliti ſeruigi,
     Rinaldo il caccia d’ira & d’amor caldo
     A tutta briglia: e ſempre in ver parigi,
     E vola tanto col diſio: che lento
     Nō ch’un deſtrier: ma gli parrebbe il vento.
     
 [24]
La notte a pena di ſeguir rimane
     Per affrontarſi col Signor d’Anglante,
     Tanto ha creduto alle parole vane
     Del meſſagger del cauto Negromante,
     Non ceſſa caualcar ſera e dimane
     Che ſi vede apparir la terra auante
     Doue Re carlo rotto e mal condutto
     Con le reliquie ſue s’era ridutto

 [25]
Et perche dal Re d’Africa battaglia
     Ed aſſedio v’aſpetta, vſa gran cura
     A raccor buona gente e vettouaglia
     Far cauamenti, e riparar le mura
     Cio ch’a difeſa ſpera che gli vaglia
     Senza gran diferir tutto procura
     Penſa mandare in Inghilterra, e trarne
     Gente onde poſſa vn nouo campo farne

 [26]
Che vuole vſcir di nuouo alla cāpagna
     Et ritentar la ſorte de la guerra
     Spaccia Rinaldo ſubito in Bretagna
     (Bretagna che fu poi detta Inghilterra)
     Ben de l’andata il Paladin ſi lagna,
     Non ch’habbia coſi in odio quella terra,
     Ma pche Carlo il manda allhora allhora
     Ne pur lo laſcia vn giorno far dimora

 [27]
Rinaldo mai di cio non fece meno
     Volentier coſa, poi che fu diſtolto
     Di gir cercando il bel viſo ſereno
     Che glihauea il cor di mezo il petto tolto
     Ma per vbidir Carlo, nondimeno
     A quella via ſi fu ſubito volto
     Et a Caleſſe in poche ore trouoſſi
     Et giunto il di medeſimo imbarcoſſi

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 [28]
Contra la volunta d’ogni nocchiero
     Pel gran deſir che di tornare hauea
     Entro nel mar ch’era turbato e fiero
     E gran procella minacciar parea
     Il vento ſi ſdegno, che da l’altiero
     Sprezzar ſi vide, e con tempeſta rea
     Solleuo il mar intorno, e con tal rabbia
     Che gli mādo a bagnar fino alla gabbia.

 [29]
Calano toſto i marinari accorti
     Le maggior vele, e penſano dar volta
     E ritornar ne li medeſmi porti
     Dōde in mal pūto haueā la naue ſciolta
     Nō cōuien (dice il vēto) ch’io comporti
     Tanta licenza che v’hauete tolta
     E ſoffia e grida e naufragio minaccia
     S’altroue van che doue egli li caccia

 [30]
Hor a poppa hor all’orza hān’ il crudele
     Che mai nō ceſſa e viē piu ognhor creſcēdo
     Eſſi di qua di la con hvmil vele
     Vanſi aggirando, e l’alto mar ſcorrendo.
     Ma perche varie fila a varie tele
     Vopo mi ſon, che tutte ordire intendo
     Laſcio Rinaldo e l’agitata prua
     E torno a dir di Bradamante ſua

 [31]
Io parlo di quella inclyta donzella
     Per cui Re Sacripante in terra giacque
     Che di queſto Signor degna ſorella
     Del duca Amone e di Beatrice nacque.
     La grā poſſanza e il molto ardir di q̄lla
     Nō meno a Carlo e a tutta Francia piacque
     Che piu d’un paragon ne vide ſaldo
     Che ’l lodato valor del buon Rinaldo

 [32]
La donna amata fu da vn caualliero
     Che d’Africa paſſo col Re Agramante
     Che partori del ſeme di Ruggiero
     La diſperata figlia d’Agolante
     E coſtei che ne d’Orſo ne di fiero
     Leone vſci, non ſdegno tal amante
     Ben che conceſſo fuor’ che vederſi vna
     Volta, e parlarſi non ha lor’ fortuna

 [33]
Quindi cercando Bradamante gia
     L’amante ſuo: c’hauea nome dal padre
     Coſi ſicura ſenza compagnia
     Come haueſſe ī ſua guardia mille ſquadre
     E fatto c’hebbe al Re di Circaſſia
     Battere il volto de l’antiqua madre
     Trauerſo vn boſco, e dopo il boſco vn mōte
     Tāto cħ giūſe ad vna bella fonte

 [34]
La fonte diſcorrea per mezo vn prato
     D’arbori antiqui e di bell’ombre adorno
     Ch’i viandanti col mormorio grato
     A ber inuita, e a far ſeco ſoggiorno:
     Vn culto monticel dal manco lato
     Le difende il calor del mezo giorno
     Quiui come i begliocchi prima torſe
     D’un cauallier la giouane ſ’accorſe

 [35]
D’un cauallier ch’allōbra d’ū boſchetto
     Nel margin verde: e biāco: e roſſo: e giallo
     Sedea penſoſo tacito e ſoletto
     Sopra quel chiaro e liquido chriſtallo
     Lo ſcudo non lontan pende e l’elmetto
     Dal faggio, oue legato era il cauallo
     Ed hauea gli occhi molli e ’l viſo baſſo
     E ſi moſtraua addolorato e laſſo

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 [36]
Queſto diſir ch’a tutti ſta nel core
     De’ fatti altrui ſempre cercar nouella
     Fece a quel cauallier del ſuo dolore
     La cagion domandar da la donzella
     Egli l’aperſe e tutta moſtro fuore
     Dal corteſe parlar moſſo di quella
     E dal ſēbiāte altier, ch’al prīo ſguardo
     Gli ſēbro di guerrier molto gagliardo

 [37]
E comincio signor io conducea
     Pedoni e cauallieri e venia in campo
     La doue Carlo Marſilio attendea
     Perch’al ſcēder del monte haueſſe īciampo
     E vna giouane bella meco hauea
     Del cui feruido amor nel petto auampo
     E ritrouai preſſo a Rodonna armato
     Vn che frenaua vn gran deſtriero alato

 [38]
Toſto che ’l ladro o ſia mortale, o ſia
     Vna de l’infernali anime horrende
     Vede la bella e cara donna mia
     Come falcon che per ferir diſcende
     Cala e poggia in vn atimo, e tra via
     Getta le mani, e lei ſmarrita prende
     Anchor non m’era accorto de l’aſſalto
     Che de la donna io ſenti il grido in alto

 [39]
Coſi il rapace Nibio furar ſuole
     Il miſero pulcin preſſo alla chioccia
     Che di ſua inaduertenza poi ſi duole
     E ī uā gli grida, e ī uā dietro gli croccia
     Io non poſſo ſeguir vn'huom che vole
     Chiuſo tra monti: a pie d’un’erta roccia
     Stāco ho il deſtrier che muta a pēa i paſſi
     Ne l’aſpre vie de’ faticoſi ſaſſi

 [40]
Ma come quel che men curato haurei
     Vedermi trar di mezo il petto il core
     Laſciai lor via ſeguir quegli altri miei
     Senza mia guida e ſenza alcun rettore
     Per li ſcoſceſi poggi e manco rei
     Preſi la via che mi moſtraua Amore
     E doue mi parea che quel rapace
     Portaſſi il mio conforto e la mia pace

 [41]
Sei giorni men’andai matina e ſera
     Per balze e per pēdici orride e ſtrane
     Doue non via, doue ſentier non era:
     Doue ne ſegno di veſtigie humane
     Poi giunſe in vna valle inculta e fiera
     Di ripe cinta, e ſphauentoſe tane
     Cħ nel mezzo ſ’un ſaſſo hauea vn caſtello
     Forte, e bē poſto a marauiglia bello
     
 [42]
Da lungi par che come fiamma luſtri
     Ne ſia di terra cotta, ne di marmi
     Come piu m’auicino ai muri illuſtri
     L’opra piu bella, e piu mirabil parmi
     E ſeppi poi come i demoni induſtri
     Da ſuffumigi tratti e ſacri carmi
     Tutto d’acciaio hauean cinto il bel loco
     Temprato all’onda & allo ſtigio foco

 [43]
Di ſi forbito acciar luce ogni torre
     Che non vi puo ne ruggine, ne macchia
     Tutto il paeſe giorno e notte ſcorre
     E poi la dētro il rio ladron ſ’immacchia
     Coſa non ha ripar che voglia torre
     Sol dietro īvā, ſe li beſtemia, e gracchia
     Quiui la dōna, anzi il mio cor mi tiene
     Che di mai ricourar laſcio ogni ſpene

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 [44]
Ah laſſo! che poſſ’io piu che mirare
La rocca lungi oue il mio ben m’e chiuſo?
Come la volpe che ’l figlio gridare
Nel nido oda de l’aquila di giuſo
S’aggira intorno e non ſa che ſi fare
Poi che l’ali non ha da gir la ſuſo.
Erto e quel ſaſſo ſi tale e il caſtello
Che non vi puo ſalir chi non e augello.

 [45]
Mentre io tardaua quiui ecco venire
Duo cauallier ch’hauean per guida vn nano
Che la ſperanza aggiunſero al deſire;
Ma ben fu la ſperanza e il deſir vano.
Ambi erano guerrier di ſommo ardire:
Era Gradaſſo l’un re ſericano;
Era l’altro Ruggier giouene forte
Pregiato aſſai ne l’africana corte.

 [46]
Vengon (mi diſſe il nano) per far pruoua
Di lor virtu col ſir di quel caſtello
Che per via ſtrana inuſitata e nuoua
Caualca armato il quadrupede augello.
Deh ſignor (diſſ’io lor) pieta vi muoua
Del duro caſo mio ſpietato e fello!
Quando come ho ſperanza voi vinciate
Vi prego la mia donna mi rendiate.

 [47]
E come mi fu tolta lor narrai
Con lacrime affermando il dolor mio.
Quei lor merce mi proferiro aſſai
E giu calaro il poggio alpeſtre e rio.
Di lontan la battaglia io riguardai
Pregando per la lor vittoria Dio.
Era ſotto il caſtel tanto di piano
Quanto in due volte ſi puo trar con mano.

 [48]
Poi che fur giunti a pie de l’alta rocca
L’uno e l’ altro volea combatter prima;
Pur a Gradaſſo o foſſe ſorte tocca
O pur che non ne fe’ Ruggier piu ſtima.
Quel Serican ſi pone il corno a bocca:
Rimbomba il ſaſſo e la fortezza in cima.
Ecco apparire il caualliero armato
Fuor de la porta e ſul cauallo alato.

 [49]
Comincio a poco a poco indi a leuarſe
Come ſuol far la peregrina grue
Che corre prima e poi vediamo alzarſe
Alla terra vicina vn braccio o due;
E quando tutte ſono all’aria ſparſe
Velociſſime moſtra l’ale ſue.
Si ad alto il negromante batte l’ale
Ch’a tanta altezza a pena aquila ſale.

 [50]
Quando gli parue poi volſe il deſtriero
Che chiuſe i vanni e venne a terra a piombo
Come caſca dal ciel falcon maniero
Che leuar veggia l’anitra o il colombo.
Con la lancia arreſtata il caualliero
L’aria fendendo vien d’orribil rombo.
Gradaſſo a pena del calar ſ’hauede
Che ſe lo ſente addoſſo e che lo fiede.

 [51]
Sopra Gradaſſo il mago l’aſta roppe;
Feri Gradaſſo il vento e l’aria vana:
Per queſto il volator non interroppe
Il batter l’ale e quindi ſ’allontana.
Il grhaue ſcontro fa chinar le groppe
Sul verde prato alla gagliarda alfana.
Gradaſſo hauea vna alfana la piu bella
E la miglior che mai portaſſe ſella.

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 [52]
Sin alle ſtelle il volator traſcorſe;
Indi giroſſi e torno in fretta al baſſo
E percoſſe Ruggier che non ſ’accorſe
Ruggier che tutto intento era a Gradaſſo.
Ruggier del grhaue colpo ſi diſtorſe
E ’l ſuo deſtrier piu rinculo d’un paſſo;
E quando ſi volto per lui ferire
Da ſe lontano il vide al ciel ſalire.

 [53]
Or ſu Gradaſſo hor ſu Ruggier percote
Ne la fronte nel petto e ne la ſchiena
E le botte di quei laſcia ognor vote
Perche e ſi preſto che ſi vede a pena.
Girando va con ſpazioſe rote
E quando all’uno accenna all’altro mena:
All’uno e all’altro ſi gli occhi abbarbaglia
Che non ponno veder donde gli aſſaglia.

 [54]
Fra duo guerrieri in terra & vno in cielo
La battaglia duro ſino a quella ora
Che ſpiegando pel mondo oſcuro velo
Tutte le belle coſe diſcolora.
Fu quel ch’io dico e non v’aggiungo vn pelo:
Io ’l vidi i’ ’l ſo: ne m’aſſicuro ancora
Di dirlo altrui; che queſta marauiglia
Al falſo piu ch’al ver ſi raſſimiglia.

 [55]
D’un bel drappo di ſeta hauea coperto
Lo ſcudo in braccio il cauallier celeſte.
Come haueſſe non ſo tanto ſofferto
Di tenerlo naſcoſto in quella veſte;
Ch’immantinente che lo moſtra aperto
Forza e ch’il mira abbarbagliato reſte
E cada come corpo morto cade
E venga al negromante in poteſtade.

 [56]
Splende lo ſcudo a guiſa di piropo
E luce altra non e tanto lucente.
Cadere in terra allo ſplendor fu d’uopo
Con gli occhi abbacinati e ſenza mente.
Perdei da lungi anch’io li ſenſi e dopo
Gran ſpazio mi riebbi finalmente;
Ne piu i guerrier ne piu vidi quel nano
Ma voto il campo e ſcuro il monte e il piano.

 [57]
Penſai per queſto che l’incantatore
Aueſſe amendui colti a vn tratto inſieme
E tolto per virtu de lo ſplendore
La libertade a loro e a me la ſpeme.
Coſi a quel loco che chiudea il mio core
Diſſi partendo le parole eſtreme.
Or giudicate ſ’altra pena ria
Che cauſi Amor puo pareggiar la mia.

 [58]
Ritorno il cauallier nel primo duolo
Fatta che n’ebbe la cagion paleſe.
Queſto era il conte Pinabel figliuolo
D’Anſelmo d’Altaripa maganzeſe;
Che tra ſua gente ſcelerata ſolo
Leale eſſer non volſe ne corteſe
ma ne li vizi abominandi e brutti
Non pur gli altri adeguo ma paſſo tutti.


 [59]
La bella donna con diuerſo aſpetto
Stette aſcoltando il Maganzeſe cheta;
Che come prima di Ruggier fu detto
Nel viſo ſi moſtro piu che mai lieta:
Ma quando ſenti poi ch’era in diſtretto
Turboſſi tutta d’amoroſa pieta;
Ne per vna o due volte contentoſſe
Che ritornato a replicar le foſſe.

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 [60]
E poi ch’al fin le parue eſſerne chiara
Gli diſſe: Cauallier datti ripoſo
Che ben puo la mia giunta eſſerti cara
Parerti queſto giorno hauenturoſo.
Andiam pur toſto a quella ſtanza auara
Che ſi ricco teſor ci tiene aſcoſo;
Ne ſpeſa ſara inuan queſta fatica
Se fortuna non m’e troppo nemica.

 [61]
Riſpoſe il cauallier: Tu voi ch’io paſſi
Di nuouo i monti e moſtriti la via?
A me molto non e perdere i paſſi
Perduta hauendo ogni altra coſa mia;
Ma tu per balze e ruinoſi ſaſſi
Cerchi entrar in pregione; e coſi ſia.
Non hai di che dolerti di me poi
Ch’io tel predico e tu pur gir vi voi.

 [62]
Coſi dice egli e torna al ſuo deſtriero
E di quella animoſa ſi fa guida
Che ſi mette a periglio per Ruggiero
Che la pigli quel mago o che la ancida.
In queſto ecco alle ſpalle il meſſaggero
Ch’: Aſpetta aſpetta! a tutta voce grida
Il meſſagger da chi il Circaſſo inteſe
Che coſtei fu ch’all’erba lo diſteſe.

 [63]
A Bradamante il meſſagger nouella
Di Mompolier e di Narbona porta
Ch’alzato gli ſtendardi di Caſtella
Auean con tutto il lito d’Acquamorta;
E che Marſilia non v’eſſendo quella
Che la douea guardar mal ſi conforta
E conſiglio e ſoccorſo le domanda
Per queſto meſſo e ſe le raccomanda.

 [64]
Queſta cittade e intorno a molte miglia
Cio che fra Varo e Rodano al mar ſiede
Auea l’imperator dato alla figlia
Del duca Amon in ch’hauea ſpeme e fede;
Pero che ’l ſuo valor con marauiglia
Riguardar ſuol quando armeggiar la vede.
Or com’io dico a domandar aiuto
Quel meſſo da Marſilia era venuto.

 [65]
Tra ſi e no la giouane ſuſpeſa
Di voler ritornar dubita vn poco:
Quinci l’onore e il debito le peſa
Quindi l’incalza l’amoroſo foco.
Fermaſi al fin di ſeguitar l’impreſa
E trar Ruggier de l’incantato loco;
E quando ſua virtu non poſſa tanto
Almen reſtargli prigioniera a canto.

 [66]
E fece iſcuſa tal che quel meſſaggio
Parue contento rimanere e cheto.
Indi giro la briglia al ſuo viaggio
Con Pinabel che non ne parue lieto;
Che ſeppe eſſer coſtei di quel lignaggio
Che tanto ha in odio in publico e in ſecreto:
E gia ſ’auiſa le future angoſce
Se lui per maganzeſe ella conoſce.

 [67]
Tra caſa di Maganza e di Chiarmonte
Era odio antico e inimicizia intenſa;
E piu volte ſ’hauean rotta la fronte
E ſparſo di lor ſangue copia immenſa:
E perho nel ſuo cor l’iniquo conte
Tradir l’incauta giouane ſi penſa;
O come prima commodo gli accada
Laſciarla ſola e trouar altra ſtrada.

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 [68]
E tanto gli occupo la fantaſia
Il natiuo odio il dubbio e la paura
Ch’inhauedutamente vſci di via:
E ritrouoſſi in vna ſelua oſcura
Che nel mezzo hauea vn monte che finia
La nuda cima in vna pietra dura;
E la figlia del duca di Dordona
Gli e ſempre dietro e mai non l’abandona.

 [69]
Come ſi vide il Maganzeſe al boſco
Penſo tôrſi la donna da le ſpalle.
Diſſe: Prima che ’l ciel torni piu foſco
Verſo vn albergo e meglio farſi il calle.
Oltra quel monte ſ’io lo riconoſco
Siede vn ricco caſtel giu ne la valle.
Tu qui m’aſpetta; che dal nudo ſcoglio
Certificar con gli occhi me ne voglio.

 [70]
Coſi dicendo alla cima ſuperna
Del ſolitario monte il deſtrier caccia
Mirando pur ſ’alcuna via diſcerna
Come lei poſſa tor da la ſua traccia.
Ecco nel ſaſſo truoua vna chauerna
Che ſi profonda piu di trenta braccia.
Tagliato a picchi & a ſcarpelli il ſaſſo
Scende giu al dritto & ha vna porta al baſſo.

 [71]
Nel fondo hauea vna porta ampla e capace
Ch’in maggior ſtanza largo adito daua;
E fuor n’uſcia ſplendor come di face
Ch’ardeſſe in mezzo alla montana caua.
Mentre quiui il fellon ſuſpeſo tace
La donna che da lungi il ſeguitaua
(perche perderne l’orme ſi temea)
Alla ſpelonca gli ſopragiungea.

 [72]
Poi che ſi vide il traditore vſcire
Quel ch’hauea prima diſegnato inuano
O da ſe torla o di farla morire
Nuouo argumento imaginoſſi e ſtrano.
Le ſi fe’ incontra e ſu la fe’ ſalire
La doue il monte era forato e vano;
E le diſſe ch’hauea viſto nel fondo
Vna donzelIa di viſo giocondo.

 [73]
Ch’a’ bei ſembianti & alla ricca veſta
Eſſer parea di non ignobil grado;
Ma quanto piu potea turbata e meſta
Moſtraua eſſerui chiuſa ſuo mal grado:
E per ſaper la condizion di queſta
Ch’hauea gia cominciato a entrar nel guado;
E ch’era vſcito de l’interna grotta
Vn che dentro a furor l’hauea ridotta.

 [74]
Bradamante che come era animoſa
Coſi mal cauta a Pinabel die fede;
E d’aiutar la donna diſioſa
Si penſa come por cola giu il piede.
Ecco d’un olmo alla cima frondoſa
Volgendo gli occhi vn lungo ramo vede;
E con la ſpada quel ſubito tronca
E lo declina giu ne la ſpelonca.

 [75]
Doue e tagliato in man lo raccomanda
A Pinabello e poſcia a quel ſ’apprende:
Prima giu i piedi ne la tana manda
E ſu le braccia tutta ſi ſuſpende.
Sorride Pinabello e le domanda
Come ella ſalti; e le man apre e ſtende
Dicendole: Qui foſſer teco inſieme
Tutti li tuoi ch’io ne ſpegneſſi il ſeme!

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 [76]
Non come volſe Pinabello auuenne
De l’innocente giouane la ſorte;
Perche giu diroccando a ferir venne
Prima nel fondo il ramo ſaldo e forte.
Ben ſi ſpezzo ma tanto la ſoſtenne
Che ’l ſuo fauor la libero da morte.
Giacque ſtordita la donzella alquanto
Come io vi ſeguiro ne l’altro canto.