Osservazioni sull'architettura degli antichi/Prefazione

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Prefazione

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Osservazioni sull'architettura degli antichi Piano dell'opera
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O S S E R V A Z I O N I

S U L L’ A R C H I T E T T U R A

D E G L I   A N T I C H I.

P R E F A Z I O N E


Sono già passati due anni da che ho promesso al pubblico alcune mie osservazioni sulla Storia dell’Arte, e principalmente su ciò, che riguarda la scultura degli antichi, e dei Greci in ispecie1. Avrei potuto certamente divulgarle più presto, ma il lettore ed io abbiamo tratto vantaggio da questo ritardo. Avendo in quel frattempo intrapreso di far la descrizione del gabinetto delle gemme intagliate del signor barone di Stosch a Firenze, mi trovai necessitato di far di nuovo molte ricerche, alle quali ho posto maggior attenzione, che non avevo fatto per l’innanzi. Quest’opera, che ho scritta in lingua francese2, è stata stampata in Firenze; ma la prefazione, e l’indice delle materie in Roma. Essa, oltre quelle due parti, è di seicento pagine in 4°. Finito un tal lavoro, prendendo a rivedere la detta Storia, m’accorsi di avervi omesse molte cose necessarie, e anche qualche prova essenziale: il che mi obbligò a formarne un sistema diverso3. Oltracciò ho fatto fare qualche nuovo disegno, che si sta incidendo: ed ecco i motivi, che hanno cagionato un simile ritardo.

Le Osservazioni sull’Architettura degli Antichi, che ora do alla luce, sono state accresciute medianti le ricerche da [p. 2 modifica]me fatte nello spazio di cinque e più anni sì in Roma, che in altre città d’Italia; e sopra tutto per quella parte, che riguarda le arti: ricerche, alle quali per modo speciale ha contribuito l'emo cardinale Alessandro Albani, il più grande antiquario, e conoscitore, che vi sia stato giammai4.

Coloro, che avranno studiato le antichità, e saranno forniti delle necessarie cognizioni, potranno egualmente che un architetto portar giudizio intorno a quelle cose, che io sono per esporre; e si può qui applicare ciò che disse Aristotele5 degli Spartani: Sanno giudicare del canto, e delle composizioni in musica, quantunque non ne sappiano i principj. Intendo però discorrere delle cognizioni, che si richieggono per li professori dell’arte. Peraltro non è meno necessario avere certe notizie dell’Architettura, e d’aver fatte delle ricerche sopra quell’arte, che l’avere delle idee esatte e precise della pittura, e della scultura. Si prova che al vedere gli antichi edifizj nasce in noi il desiderio di applicarvisi più particolarmente.

Pare cosa strana che varj antichi monumenti d’Architettura, come sono quei di Possidonia, o Pesto, nel golfo di Salerno, de’ quali avrò occasione di trattar più volte in queste Osservazioni; pare strano, dico, che quelli monumenti non abbiano richiamata l’attenzione di coloro, che erano capaci di ammirarli, e di descriverli. Cluverio, il quale ha fatto il viaggio di Pesto, e dell’Italia tutta, e ogni cosa ha esaminata con esattezza, non dice se non poche cose delle rovine di quella città6; e gli altri [p. 3 modifica]scrittori, che hanno data la detenzione del regno di Napoli, con egual brevità ne hanno parlato. Si è cominciato a discorrerne da dieci anni a quella parte, dopo che alcuni Inglesi andarono a visitarle. Il sig. conte Gazola piacentino, comandante dell’artiglieria del re delle due Sicilie, ha fatto disegnare con molta diligenza quattr’anni sono gli edifizj di Pesto, che al presente s’incidono in rame7. Nel 1756. il barone Antonini (ora in età d’anni 78., fratello dell’autore dell’eccellente dizionario italiano e francese in due volumi in 4°.) pubblicò in Napoli una descrizione della Lucania8; ed erasi proposto di parlare delle rovine di Pesto, che si trovano in quelle parti. Si era portato a tale effetto più volte sulla faccia del luogo, com’egli stesso mi ha detto, possedendovi alcuni beni; ma le notizie, che aveva scritte, erano sì mal digerite, e confuse, che i fogli, che le contenevano, dovettero essere ristampati; e il signor marchese Galiani napolitano dovette dargli una certa direzione intorno alla maniera da contenerli. Nulladimeno vi è restato un grande abbaglio, pretendendovi!!, che la città di Pesto avesse una forma circolare, quando anzi è tutto all’opposto; perocchè il recinto delle mura forma un quadrato perfetto9. [p. 4 modifica]Chi vorrà prendersi il piacere di confrontare ciò che nelle seguenti Osservazioni io sono per dire degli edifizj di quella città colle notizie datene in quest’opera, si accorgerà facilmente quanto siano esse mancanti ed incomplete.

Tutte le mura, che formano il quadrato della città di Pesto, situata un miglio e mezzo d’Italia lontano dal lido del golfo di Salerno, colle quattro porte, si sono conservate intiere10. Sono fabbricate di grandissime pietre11 tagliate in quadro, o bislunghe, unite insieme senza calce; ed ogni pietra all’esterno è a sei facce in forma di diamante. Nella sommità vi sono a certe distanze delle torricelle rotonde. In questo recinto, e nel centro dell’antica città, si veggono gli avanzi di due tempj, e di un altro pubblico edifizio, il quale è stato o una basilica, o una palestra, o un ginnaso12. Sono questi senza contrasto i più antichi monumenti, che esistano della greca architettura13; e col tempio di Girgenti in Sicilia, e il Panteon di Roma sono i meglio conservati14; avendo uno di que’ tempj ancora intiero il suo frontispizio nella parte anteriore, e nella opposta; e restando in piedi la maggior parte del frontispizio dell’altro tempio.

Tutti e tre gli edifizj sono anfiprostili, vale a dire circondati da un ordine di colonne isolate; ed hanno un [p. 5 modifica]portico avanti, e uno addietro15. Il tempio maggiore, che è il meno danneggiato, ha sei colonne in amendue i portici, e quattordici per fianco, numerando per due volte quelle degli angoli16. In simil modo è ornato l’altro tempio di sei colonne tanto nell’aspetto d’avanti, quanto in quel di dietro, e di tredici nei lati17. La cella, ossia l’interno del tempio18, in ambedue era, secondo la regola ordinaria, chiusa con un muro: quella del grande aveva innanzi e dietro un portico particolare, o vestibolo di due colonne all’ingresso, coi pilastri negli angoli; e dentro aveva due ordini di sette colonne per ciascuno, delle quali molte sono ancora in piedi. Alla cella dell’altro tempio non vi è vestibolo se non che nella parte avanti collo stesso numero di colonne che nel precedente19: dentro la cella medesima, vedo il fondo vi è un’eminenza in forma di un quadrilungo, la quale mostra di aver servito forse per un altare20.

[p. 6 modifica]Nel tempio grande vi è sopra le colonne del prim’ordine dentro la cella un second’ordine di colonne più piccole, la più parte delle quali sono parimente conservate21. Tutte quelle colonne sono d’ordine dorico scanalate, e non arrivano a cinque diametri d’altezza, come farò vedere nelle Osservazioni22. Oltracciò non hanno base. Quelle del colonnato del tempio grande hanno verso il capitello due collarini, sopra i quali seguitano le scanalature per la larghezza di due pollici.

La cella dei due tempj è alta tre gradini dal piano del colonnato esteriore del tempio; e questi gradini, come quelli eziandio che girano tutto intorno, sono d’un’altezza straordinaria, siccome dirò più diffusamente nell’opera23. Per mezzo di essi ascendesi alla cella. I vestiboli, i quali nella loro lunghezza hanno due colonne e un pilastro, come già osservammo, presentano tre colonne nella loro profondità24. Quei della cella del tempio grande sono di quarantadue palmi e mezzo di lunghezza, e ventiquattro palmi di larghezza25. E’ da notarsi nel piccolo tempio come cosa particolare, che nel vestibolo la terza colonna da ciascuna parte della profondità posa sul terzo dei gradini, che portano alla cella; e quelle due colonne hanno al fondo il toro, oltre il loro zoccolo, o plinto, il quale parimente è d’una forma rotonda26. Si vede quindi che da’ più [p. 7 modifica]antichi tempi si usavano colonne doriche con base: il che non è stato osservato fino al presente27.

Gl’intercolonnj dei tempj non sono d’un diametro e mezzo delle colonne, come Vitruvio prescrive che siano28; imperocchè il diametro delle colonne del tempio grande è di sette palmi, e cinque ottavi; e gl’intercolonnj hanno otto palmi intieri29. Conviene altresì notare come cosa particolare, che gl’intercolonnj del colonnato esteriore, che circonda questo tempio, hanno uno spazio quadro incavato alla profondità di circa un dito, il quale occupa tutto lo spazio fra il piede delle colonne30. Le colonne inferiori della cella dello stesso tempio hanno il diametro di cinque palmi e un terzo.

[p. 8 modifica] La lunghezza del tempio grande è di trecento ottantasei palmi, la larghezza è di novantasei. La larghezza della cella è di palmi quarantadue e mezzo. La lunghezza del piccolo tempio arriva agli ottantasei palmi, e la larghezza alli cinquantacinque: la larghezza della cella è di ventotto31.

Il terzo edifizio è ornato di nove colonne avanti, e dietro; e di diciotto ai fianchi, contando due volte le colonne degli angoli32. Tutte queste colonne hanno al di sotto dei loro capitelli degli ornati stretti intrecciati gli uni cogli altri, d’un lavoro eccellente, che in alcuni è simile, ma nella maggior parte è diverso33. Il totale di questo edifizio è di duecento cinque palmi in lunghezza, e di novantadue in larghezza34. A somiglianza dei due tempj ha pur esso una piazza interna chiusa di quarantatre palmi e mezzo di larghezza con tre ordini di colonne nell’interno, delle quali le tre colonne, e i pilastri delle cantonate sono poste all’ingresso35. Vi sono ancora in piedi tre colonne dell’ordine di mezzo nell’interno36. Il diametro delle colonne esterne è di cinque palmi e tre quarti, e l’intercolonnio di undici e due terzi37; nel che si allontana dalle [p. 9 modifica]regole di Vitruvio. Tutto il pavimento di quella fabbrica ha una insensibile pendenza da ambi i lati per facilitare lo scolo delle acque piovane38.

A tutti tre quelli edifizj si sono conservate le due parti inferiori dell’intavolato, cioè il fregio, e l’architrave; ma loro manca la terza parte, ossia la cornice39.

Io parlerò delle proprietà dell’ordine dorico di quelle fabbriche nelle Osservazioni. Le misure della lunghezza, e della larghezza di esse sono state prese sul terzo gradino per cui vi si sale; e il palmo, di cui li è fatto uso, è quello di Napoli, il quale è più grande di quello di Roma40.

Oltre i descritti edifizj v’è stato in primo luogo, quasi nel mezzo della piazza della città, un anfiteatro, di cui veggono ancora le volte di sotto, e dieci ordini di gradini, o sedili. Secondo Antonini, la sua lunghezza è di cento sessantacinque palmi, e di cento venti la larghezza41. Vi si trovano eziandio i vestigj d’un teatro42; e fuor delle mura vi sono tre sepolcri di mattoni.

Quella è la prima descrizione più esatta, che possa darsi delle antichità di Pesto senza far uso di Tavole in rame. Vengo assicurato che a Velia, detta anche Elea dagli antichi43, donde la scuola eleatica de’ filosofi ha preso il nome, situata quindici miglia d’Italia al di là di Pesto, si vedano ancora oggidì gli avanzi considerabili d’antichi edifizj, e di tempj [p. 10 modifica]mezzo conservati. Nondimeno io credo che sinora non ne sia stato scritto.

A Crotona nella Magna Grecia sussistono pure delle ampie rovine, alle quali si dà oggidì il nome di Scuola di Pitagora. Ma eccettuati i monumenti, de’ quali abbiamo parlato, poco si è mantenuto in quelle parti, nelle quali anticamente erano città sì grandi e famose, come ho inteso fra gli altri da milord Brudnell, il quale ha scorso circa tre anni sono tutta la costa della Calabria sino a Taranto.

Quanto agli antichi monumenti d’architettura nella Sicilia, il P. Pancrazi ne ha dato i primi disegni alcuni anni fa nella sua Sicilia illustrata; ed io ho rettificata in una operetta44 con buone notizie communicatemi, la descrizione, ch’egli ha pubblicata delle rovine del tempio di Giove Olimpico in Agrigento, oggidì Girgenti. Gli altri monumenti d’architettura in queli’ isola sono stati intieramente distrutti o dal tempo, o dal furor dei barbari45.

[p. 11 modifica] Nel 1759. il signor le Roy fece conoscere la più gran parte dei tempj della Grecia, o ne pubblicò i disegni più corretti, e più esattamente descritti46. Nel mese di maggio dell’anno 1750. due pittori inglesi Giacomo Stuart, e Niccola Revett intrapresero il viaggio della Grecia dopo essersi esercitati per alcuni anni a Roma nella loro professione. Gli amici in Inghilterra procurarono loro degli ajuti considerabili per quella impresa, facendo un’associazione all’opera, che avrebbero pubblicata; e alcuni pagarono anticipatamente un buon numero di esemplari al prezzo di circa due ghinee. Nel prim’anno cominciarono que’ viaggiatori dal visitar Pola, e la Dalmazia, ove fecero disegnare con attenzione tutti gli antichi monumenti, che poterono scoprirvi47. L’anno seguente si portarono nella Grecia, ove si trattennero quasi quattr’anni, e ritornarono in Marsiglia nel decembre dell’anno 1754. I signori Dawkins, e Boeverie, i quali a loro proprie spese aveano equipaggiata una nave con tutte le cose necessarie per fare il loro dispendiofo viaggio in Levante, ed ai quali noi siamo debitori della descrizione delle rovine di Palmira, trovarono que’ due loro compatrioti in Atene, e gl’incoraggirono a proseguire la loro impresa. Boeverie morì d’una febbre maligna nell’isola di Negroponte48; [p. 12 modifica]e ciò non ostante Dawkins proseguì il suo viaggio col signor Wood, il quale pubblicò l’opera intorno a Palmira49. Ritornato poi alla sua patria Dawkins era egli un magnanimo promotore delle antichità della Grecia; e il signor Stuart trovò nella di lui casa a Londra tutti i comodi, che poteva desiderare per far incidere i suoi disegni, per li quali impiegò i due abili artisti Strange, e Bezaire. Sono circa due anni che Dawkins è morto nel fior dell’età sua; e la di lui morte si ha da stimare come una vera perdita per le arti, e per le scienze. Si è continuata l’opera delle antichità della Grecia, di cui è stato pubblicato il piano; e da due anni sono incise le Tavole del primo Tomo. Quest’opera si aspetta con impazienza, dovendo essere più estesa, e meglio dettagliata, che quella del signor le Roy50; perocchè il viaggiatore inglese ha passati nella Grecia tanti anni quanti mesi vi ha impiegati il francese51.

[p. 13 modifica]Ci manca peranche una simile opera sugli edifizj di Tebe, e d’altri luoghi dell’Egitto. Avrebbe dovuto accingersi a quella impresa il signor Norden se avesse avuto tempo, e i mezzi necessarj per riuscirvi52. Allora avrebbe potuto produrre un’opera veramente degna della gratitudine della posterità in vece di darci solamente cose già note, e di poca importanza53.

Mi sia qui permesso di aggiugnere alcune parole intorno alla più grande obbligazione, che io abbia al mondo. Questa la professo al M. R. P. Rauch54 confessore di S. M. il re di Polonia, uno de’ più degni uomini, che mi è padre, amico, e tutto quello che io possa aver di più caro. A lui solo io sono debitore della contentezza, che godo: contentezza, che mi richiama ogni momento alla memoria l’eterna gratitudine, che gli debbo. Il mio cuore, e i miei affetti sono sempre a lui rivolti: egli solo è l’oggetto de’ miei voti, che prego il cielo voler esaudire. Un’altra testimonianza, che richiede la mia gratitudine, e che io pensava di manifestare in luogo più conveniente, è quella che io debbo al sig. Wille, incisore del re a Parigi55, e al sig. Fuessli, pittore e segretario della città di Zurigo56. La maniera generosa, colla quale hanno voluto assistermi, senza neppur conoscermi personalmente, fa onore all’umanità; ma la [p. 14 modifica]loro modestia non mi permette qui di far cosa loro malgrado, volendo eglino soltanto beneficare senza essere conosciuti. Io mi affido agli auspicj di tutti gli amatori delle belle arti, miei benefattori, ed amici, tanto in Germania, che in altri paesi.


Roma il primo decembre 1760.57


Note

  1. Vedi la prefazione degli Editori Viennesi al detto Tom. I pag. ij.
  2. Vedi loc. cit. pag. lij.
  3. Vedi la mia prefazione al detto Tom. I pag. xj. segg.
  4. Vedi loc. cit. pag. xlix. n. b. L’Editore, o Traduttor Francese di quest’opera, il quale, forse per onere della sua nazione, ha voluto qui nel testo aggiugnere Clerisseau al card. Albani, quali che avesse anch’egli somministrate delle notizie al nostro Autore per queste Osservazioni sull’Architettura, citando in piè di pagina il commercio letterario dello stesso Winkelmann con quell’architetto, stampato nel Tomo iI, delle di lui lettere familiari pag. 204.. e segg., avrà equivocato colle osservazioni fatte dal medesimo sulla prima edizione della Storia dell’Arte, delle quali parla Winkelmann alla pag. 209.; non di altre per quest’opuscolo.
  5. Politic. lib. 8. cap. 5. oper. Tom. iiI. pag. 607. A.
  6. Italia ant. lib. 4, cap. 14. Tom. iI. pag. 1255., e Introd. in univ. geogr. lib. 3. cap. 30.
  7. A questo solo conte Gazola devesi la gloria di aver messe in vista al mondo letterario le antichità di Pesto. Molto prima di quello, che suppone qui l’Autore, aveva incominciato a lavorarvi quell’insigne amatore delle belle arti. Il Mazochi, il quale stampò nel 1754. le sue osservazioni sopra Pesto in appendice alla sua esposizione delle Tavole Eracleensi, pag. 499. promise sin d’allora i disegni dal medesimo fatti fare. Veggasi il ch. Padre Paoli, che gli ha pubblicati ultimamente colle sue dotte dissertazioni, delle quali molto ci gioveremo in appresso, alla dissertazione 1. n. 1. e segg. Dal signor Major fu data a luce un’opera intorno alle medesime antichità in lingua inglese, e contemporaneamente in francese, in Londra nel 1768. in foglio; ma le misure, e proporzioni delle fabbriche sono generalmente molto diverse dal vero, e difettose per altri riguardi; siccome poco appaganti ne sono le spiegazioni. Vedi anche la prima nota dell’Editore Francese alle Osservazioni del nostro Autore sul tempio di Girgenti, che si aggiungono quì appresso in fine delle Osservazioni sull’Architettura.
  8. L’opera dell’Antonini fu stampata nel 1745. colle stampe del Gessari. E’ vero che l’accrebbe di molte parti nel 1756.; ma senza variar data. Quanto all’età sua, ei nacque alli 4. di gennajo del 1683;. Ved. Soria Mem. storico-crit. degli scritt. napol. Tom. I. pag. 42.
  9. La forma della città di Pesto se non è rotonda, non può dirsi neppur quadrata. Veggasene la figura, che diamo appresso Tav. I.
  10. Una gran parte delle mura sono rovinate; e in qualche luogo ne restano appena i vestigj. La porzione che si conserva, è ben considerabile, e fa vedere una magnifica costruzione. Delle porte una fola ve n’è rimasta, qual la diamo in fine di questo Tomo Tav. II. veduta dalla parte esterna.
  11. Hanno più di otto, e dieci palmi in lungo; quattro, e cinque in largo; e tre, o quattro di altezza.
  12. Il lodato P. Paoli Dissert. 5. lo crede un atrio, o edifizio toscano, destinato per uso di commercio, o per trattarvi de’ pubblici affari.
  13. Il P Paoli prova diffusamente nelle dette sue dissertazioni, che siano opere degli Etruschi in tempi antichissimi anteriori a qualunque edifizio, che si abbia dei Greci, e prima ancora che essi conoscessero l’architettura. Vedi anche la di lui dissertazione, o lettera a me diretta, e inserita qui appresso alle Osservazioni del nostro Autore sul tempio di Girgenti.
  14. Il tempio di s. Sofia in Costantinopoli, di cui parlammo nel Tom. iI. pag. 424.. n. a., è forse il più ben conservato degli antichi tempj; posteriore peraltro di molto alle nominate fabbriche. Può vedersene la descrizione, come è nello stato presente, presso il signor Milizia Memorie degli architetti, Tom. I. pag. 103. segg. v. Antemio.
  15. Questa distinzione di portici è inutile dopo che si è detto, che le tre fabbriche sono tutto intorno circondate da un ordine di colonne isolate, vale a dire, da un portico. Se ne vedano le piante nelle Tavole III. VII. X. Vitruvio lib. 3. c. 2. non fa questa distinzione. Non possono poi dirsi anfiprostili, come li dice anche Major pag. 27. 30. 31., secondo la propria significazione di questa parola presso Vitruvio loc. cit.; dicendosi anfiprostili quei tempj, che hanno soltanto colonne da amendue le fronti, avanti cioè, e dietro. Al più si potrebbero dire peritteri, che secondo lo stesso Vitruvio erano quelli, i quali aveano tanto nell’aspetto d’avanti, quanto in quello di dietro sei colonne per parte, ed ai fianchi undici comprese quelle dei cantoni. Vedi anche le Osservazioni sul citato tempio di Girgenti in Sicilia, che è simile a quei di Pesto.
  16. Vedi la Tav. III.
  17. Vedi la Tav. VII.
  18. Questa parte dei tempj era senza dubbio chiamata cella, perchè era piccola in paragone di tutto l’edifizio, i di cui portici, che giravano intorno alla cella, occupavano la parte principale. Noi abbiamo adottato da Perrault, nella sua traduzione di Vitruvio, i! termine di dedans du tempie, che sembra corrispondere a quella parte, che nelle nostre chiese si dice il coro. [ Questo è un errore manifefto dell’Annotator Francese; mentre Vitruvio lib. 4. cap. 3. chiama cella il corpo del tempio, come lo chiama qui bene Winkelmann, e gli altri scrittori generalmente: e Vitruvio dice lo stesso cap. 7., parlando della maniera di fabbricare i tempj all’uso toscano; come toscani, o etruschi sono i tempj di Pesto, secondo il detto innanzi. Il coro all’uso nostro corrisponde alla cella piccola, o edicola, di cui parlerò qui appresso, come crede Polleto De foro rom. lib. 1. c. 3.; o all’adito, come pensa il P. Minutolo Dissert. 5. sect. 1. de Templis, in supplem. Ant. Rom. Poleni, Tom. I. col. 108. seg.; seppure l’edicola non corrisponde piuttosto a quella, che diciamo Confessione, come si vede in tutte le antiche chiese di Roma, ove serve di altare principale.
  19. Il numero delle colonne è diverso. Due sole ne sono per ciascun vestibolo del tempio grande; e quattro intiere nel vestibolo unico del piccolo, con due mezze colonne ai due pilastri, o cantonate della cella. Vedansi le citate Tav. III. e VII.
  20. La sua forma, e la maniera, ond’è circondata di muro, quale si vede nella citata Tav. VII., mi farebbe credere, che fosse stata piuttosto un’edicola, o cappella, ove si teneva l’immagine della divinità, come si praticò nel tempio di Giove Capitolino, di cui vedasi il Nardini Rom. ant. lib. 5 c. 15. pag. 267., e in altri tempj ancora. Si vede nella stessa forma in tante piante dei tempj segnati negli avanzi della pianta di Roma antica riportati, e illustrati dal Bellori Fragmenta vestigii veteris Roma ex lapidibus farnesianis, ec., e ripetuti da Piranesi Le antich. rom. Tom. I. Tav. 2. segg.
  21. Vedasi la Tav. IV.
  22. Vedi Capo I. §. 38.
  23. loc. cit. §. 73.
  24. Non intendo che cosa voglia qui dire il nostro Autore. O ha confuso i vestiboli dell’uno e dell’altro tempio; o vi si è figurate delle colonne, che non vi sono. Si rivedano le piante nelle citate Tav. III. e VII.
  25. Il vestibolo, che può considerarsi per principale, o anteriore, è più lungo dell’altro. Ha di larghezza palmi 41., di lunghezza palmi 18., e poco più. L’altro ha la stessa larghezza, e la lunghezza di circa palmi 17. misurati nell’interno.
  26. Le colonne di quello vestibolo, come già si è detto qui avanti pag. 5. not. d., sono due per parte, e due mezze alle cantonate, o pilastri della cella. Avevano tutte la stessa base rotonda con un toro; e nessuna posava propriamente fui gradini; ma solo le due prime erano porte su di un piano più basso del piano della cella, ove posano le altre. Si veda la Tav. VII.
  27. Da questa base rotonda il lodato Padre Paoli ne ricava uno dei molti argomenti per provare, che quest’architettura non è greca; ma bensì antica etrusca, secondo Vitruvio lib. 4. cap. 7., che egli spiega, e il quale da una simil base alle colonne toscane. Io poi aggiungo, che supposta l’antichità di queste fabbriche pestane anteriore agli ordini dell’architettura greca, secondo che sostiene lo stesso P. Paoli nella citata opera, e nella dissertazione qui appresso, avrebbe errato Plinio, asserendo nel lib. 36. cap. 21. sect. 56., che per la prima volta fosse messa la spira, o base, e il capitello alle colonne del tempio di Diana Efesina, di cui parla il nostro Autore nelle seguenti Osservazioni §. 42. Sarebbe un errore questo di Plinio, come quello, che rileveremo al §. 8.; seppure non volessimo spiegarlo, che intenda parlare dell’architettura greca solamente, nella quale potrebbe darsi, che non fosse ancora introdotta la base, e capitello prima di quel tempio: e allora crescerebbe un argomento per confermare quelle fabbriche per etrusche.
  28. Per la specie di tempio, che dice pienostilo, ossia di spesse colonne, che ha la minor distanza negl’intercolonnj. Vedilo l. 3. c. 2.
  29. Nelle Tavole V. e VI. date da Major nella citata sua descrizione di Pesto, sono alterate di molto.
  30. Questo incavo è maggiore, ed ugguaglia la profondità di quattro dita; ma non occupa tutto lo spazio fra le colonne. Ingegnosa sembra la spiegazione, che ne dà il P. Paoli Dissert. 4. n. 12. 13. pag. 118. seg., cioè che vi sia stata posta una lastra di marmo, o di bronzo alquanto alta per coprire con decoro, e bellezza il pavimento, e dare cosi un risalto alle colonne, che venivano in certo modo a comparire sopra una piccola base quadra, mediante lo spazio di tal forma, che loro restava intorno separato dal detto quadrato posticcio. Sarei portato a credere, che fosse un quadrato simile a questo, e nello stesso spazio, quello, di cui si legge Regum lib. 3. cap. 7. vers. 28. 31., che ornò Salomone l’intervallo, o intercolonnio, come si legge nella Volgata, fra le basi di bronzo, che erano al mare parimente di bronzo, del quale parlai nel Tom. I. p. 149. not. b.; ponendovi poi sopra delle figure di animali. Calmet nel commentario a quelli versetti confessa di non capire di che ornamento vi si parli; e non ho trovato interprete, che lo spieghi a dovere. Giovanni Clerc, e l’Avercampio nella nota *. al lib. 8. cap. 8. n. 6. Antiq. Judaic. Tom. I. pag. 425. di Giuseppe Flavio, il quale parla dello stesso ornato, dicendolo fatto a modo di scalino, hanno creduto, che fosse un ornato di scultura, come i dentelli nell’architettura romana.
  31. La lunghezza del tempio grande è di duecento trenta palmi; quella del piccolo è di cento ventisette. Per la larghezza v’è piccola differenza da quella, che segna Winkelmann.
  32. Vedi la Tavola X.
  33. Un saggio di essi può vederli nella citata Tavola X.
  34. Vi è piccolo divario dalle misure del P. Paoli.
  35. Winkelmann ha congetturato, che in questo edifizio vi fosse ciò, che non vi è, nè può credersi, che vi sia stato. Ecco quel che ne scrive il P. Paoli Dissert. 5. num. 13. pag. 140. „ Dalla parte, che diciamo anteriore, scopresi il vestibolo, che si forma nell’interno con due pilastri, e tre colonne situate nel mezzo. Se fosse questo ancora dalla parte posteriore, nè alcun vestigio ce ne accerta, nè possiamo congetturarlo. I pilastri sono accostati a’ muri, che non si prolungano; o seppure continuavano, certamente non più innanzi della prima di quelle colonne, che tirate in fila occupavano il mezzo di tutto il luogo. Che se andando innanzi si ravvisa qualche residuo di muri, da noi ancora nello scavare ritrovati, dimostrano chiaramente per la sottigliezza e debolezza loro, non l’esistenza d’una cella interiore a foggia de’ tempj; ma di essere destinati a sostnere il piano, che verso la metà dell’atrio si alzava alquanto „. Vedasi la citata Tavola X.
  36. Vedasi la detta Tavola X. e la XI.
  37. Alle colonne delle due fiancate lo spazio misurato dal punto centrale dell’una e dell’altra colonna, è di palmi undici, e due terzi: alle due fronti è di palmi dieci, e cinque seste parti. Il diametro di ciascuna colonna è di palmi cinque, e un terzo: cosicchè gl’intercolonnj dei lati eccedono alquanto il diametro di esse; e quei delle fronti appena l’ugguagliano.
  38. Quella pendenza nasce dai rottami, e terreno caduto nel mezzo della fabbrica. Essendosi scoperto il suolo, ci assicura il Padre Paoli loc. cit. n. 14., che fu trovato il piano con de’ pezzi coperti tuttora di mosaico.
  39. L’Autore qui non si è ricordato di quello, che ha scritto bene avanti pag. 4. Del resto, ciò che rimane a tutti gli edifizj si veda nelle Tavole in fine.
  40. Il palmo romano moderno è di otto pollici, e tre linee e mezza; quello di Napoli è di orto pollici, e sette linee.
  41. Secondo le misure esatte date dal Padre Paoli nella sua Tavola XLIV., la lunghezza è di palmi napolitani duecento diciotto; la larghezza di palmi cento trentadue.
  42. Il luogo, che qui si dice teatro, si ravvisa manifestamente per una gradinata rotonda, per la quale calavasi ad una fontana tenuta così bassa per essere stati i condotti al piano della città.
  43. Vedi Cluverio Italia ant. lib. 4. cap. 3. Tom. iI. pag. 1259.
  44. Di cui ho parlato qui avanti pag. 3. not. a.
  45. Se Winkelmann fosse stato meglio informato, o se fosse stato egli stesso a vedere i paesi, non avrebbe avanzato qui, che il tempo, e le guerre hanno distrutti tutti i monumenti antichi della Sicilia. I Viaggi del barone Riedefel, e di Bridon, che sono stati pubblicati dopo queste Osservazioni sull’Architettura degli Antichi, l’avrebbero in parte disingannato; ma ne farebbe stato meglio persuaso se avesse potuto vedere il Viaggio pittoresco dell’isola di Malta, della Sicilia, e di Lipari. Il signor Hoel pittore del re di Francia, e autore di quest’opera, ha impiegati quattr’anni a fare delle ricerche nelle differenti parti della Sicilia sopra tutto ciò, che può interessare gli amatori delle belle arti, e gli artisti. Tutto ha misurato, disegnato, o dipinto, e descritto sulla faccia del luogo. Di quella raccolta egli ha formato un corpo di opera, che si è cominciato a pubblicare da un anno per associazione; e che, secondo il manifesto, consisterà in trecento Tavole in rame. Gli amatori dell’antichità vi troveranno, se non nella totalità, almeno in parte, ventisei tempj, due de’ quali sono ancora in piedi, e assai ben conservati; sei teatri; due anfiteatri; tre monumenti trionfali; dei palazzi; delle mura di città; dei ponti, che hanno ancora la loro antica selciata; delle naumachie; delle conserve d’acqua; degli acquedotti; dei pozzi scavati nel sasso vivo, d’altri fatti in terra cotta; dei bagni di differenti specie; dei sepolcri diversissimi nella loro forma, grandezza, e corruzione; delle scuderie, o stalle antiche; e finalmente degli edifizj di una maniera singolare, di cui noi ignoriamo l’uso, delle statue, dei bassi rilievi, dei vasi di marmi ornati di sculture, dei vasi etruschi, greci, ed altri, in terra cotta; dei frammenti d’architettura, dei mobili, e utensili; e generalmente tutto ciò, che può dare un’idea di questi antichi tempi.
    Questo viaggiatore, pittore ed architetto, incide da sé stesso quest’opera; e le cinque appuntate, che già ne hanno ricevute gli associati, provano che sarà ugualmente dilettevole, che utile per le arti. Ha unito a ciò che ha potuto raccogliere di antichità, i principali fenomeni della natura in differenti generi, ed in ispecie dei dettagli curiosissimi intorno al monte etna. A quelle grandi cose ha pure aggiunto ciò che le arti, e i mestieri, e i costumi di questi popoli presentano di più interessante: il che gli ha somministrate materie disparatissime, e che rendono l’opera della maggior importanza.
  46. Alcuni dei viaggiatori, che hanno considerate le antichità della Grecia, e le hanno descritte in qualche parte almeno, dandone anche le figure, benché non tanto esatte, noi li abbiamo accennati nel Tom. I. pag. 52. col. 1. Restano interessanti, e preziose talune di quelle descrizioni, e figure, perchè dopo di esse è perito qualche edifizio o in occasione di guerre, o per altri accidenti, e per la barbarie degli uomini; come ha notato anche il signor le Roy nella sua opera par. 1. pag. 11. del tempio di Minerva in Atene, che saltò parte in aria nel 1677. in occasione della guerra dei Veneziani coi Turchi, i quali vi tenevano una porzione della loro polvere, che prese fuoco per una bomba cadutavi. Quindi è che la figura intiera, come era puma di quel tempo, dobbiamo cercarla presso lo Sponio, che è uno de’ viaggiatori suddetti, e lo vide nel 1676.
  47. Cominciò da Pola anche il sig. le Roy, e dà la figura di due tempj di quella città nella sua opera, Tom. I. par. 2. pl. 19. p. 46.
  48. O in Efeso, come scrive Piranesi, o il suo espositore, Della magnif. de’ Rom. num. 212. pag. CXCI.
  49. In Londra nel 1753.; e quella intorno alle rovine di Balbec nel 1757. nella stessa città, e nella lingua inglese.
  50. È stata poi data a luce in Londra nel 1762. in foglio nella lingua inglese. Avendone Winkelmann veduto in appresso il primo Tomo, scrisse in una lettera al signor Fuessli da Roma in data dei 22. fettembre 1764., riportata nella Raccolta di esse par. iI. pag. 138., che poco avea soddisfatto in questa città come in Inghilterra; perchè tutto il volume non conteneva che piccole cose, come la Torre de’ venti, di cui parlammo nel Tom. I. pag. 52. col. 1., portandone tutte le figure in gran Tavole in rame: di modo che era facile accorgersi, che si era cercato di fare un grosso libro: monstrum horrendum ingens, cui lumen ademptum. Non mi voglio trattenere a riferire i varj giudizj datine dai giornalisti, perchè troppo m’allontanerei dal mio scopo. Il signor le Roy nella ristampa, che ha fatta in Parigi nel 1770. della sua opera, correggendovi molte cose, e dandole altr’ordine, si difese dalle critiche di Stuart, principalmente riguardo alle misure; dicendo, che il suo oggetto era stato di dare piuttosto delle vedute pittoresche di quelle antichità, che il misurarle; e di far vedere il rapporto., che vi era fra di esse, le fabbriche descritte da Vitruvio, e quelle dei popoli, che hanno preceduti, o seguiti i Greci nella cognizione delle arti. Bella ragione per chi non ne vuol nessuna. Non ha però pensato il signor le Roy di difendersi dalla critica fattagli intorno a ciò, che egli dice della Lanterna di Demostene, dall’annotatore, e traduttor fiorentino dei Caratteri di Teofrasto Tom. il cap. 5. n. 23. pag. 24.» e dalle tante altre critiche fattegli dal Piranesi, o altri che sia l’espositore delle Tavole, nella citata opera Della magnificenza de’ Romani, pubblicata in Roma nel 1761., se ne ha avuta notizia; di una delle quali critiche giustissima, noi parleremo appresso alle Osservazioni §. 51. Il nostro Autore parla di quelle critiche in una lettera al signor Usteri dei 28. luglio 1761., riportata colle citate pag. 46.; ma forse non era più a tempo di rilevarle in quest’opera -, siccome neppure delle cose, che dice il signor Piranesi intorno agli antichi monumenti. Leggasi anche la citata dissertazione, o lettera a me diretta, del P. Paoli, inserita qui appresso alle Osservazioni di Winkelmann sul tempio di Girgenti.
  51. Il signor conte di Choiseul Gouffier ha fatto pur misurare tutte queste rovine colla più grande esattezza; e il pubblico aspetta da lui tutti quelli dettagli, dei quali la sospensione dell’opera inglese ha privato finora gli amatori dell’antichità.
  52. Prima di questo viaggiatore ci avea date molte parti delle fabbriche di Egitto il sig. Pococke nel suo Viaggio tante volte citato in quest’opera. Nella traduzione fattane in francese l’anno 1781. a Parigi, forse per risparmio di spesa, sono state tralasciate le molte Tavole in Rame, che si hanno nell’originale inglese. Molti altri viaggiatoti hanno parlato delle stesse fabbriche, dandone la descrizione, le misure, e qualche figura, ma generalmente si desidera in loro una maggior esattezza. Si può vedere Goguet Della origine delle leggi, delle scienze, delle arti, ec. Par. iI. Tom. iI. cap. iiI. art. I., che ne cita alcuni, e dà varie figure nella Par. iiI.
  53. Può vedersi ciò, che dice Winkelmann di quest’opera del capitano Norden nella lettera iiI. al signor Desmarest, in data di Roma li 3. novembre 1766., nella parte iI. pag. 194.
  54. Vedi Tom. I. pag. xlvij. n. b.
  55. Si veda quel che scrive Winkelmann a questo proposito stesso nelle sue lettere al signor Wille, nella citata par. iI. pag. 217. e segg.
  56. Nella citata Raccolta di lettere del nostro Autore par. iI. pag. 130. segg. ve ne sono sette scritte da Roma al signor Fuessli; e spesso Winkelmann parla di lui con sentimenti sempre pieni d’affetto, e di stima in molte lettere ad altri amici.
  57. Benchè la data di questa operetta sia del 1760.; pure Winkelmann ha continuato ad accrescerla anche nell’anno seguente, come costa dalla stessa opera Cap. iI. §. 15., e dalle sue lettere, Si veda ciò che diciamo a questo proposito nella nostra prefazione a quello Tomo.