Vai al contenuto

Lettera sull'origine ed antichità dell'architettura

Da Wikisource.
Paolo Antonio Paoli

1784 Indice:Storia delle arti del disegno III.djvu archeologia/storia dell'arte Lettera sull'origine ed antichità dell'architettura Intestazione 7 gennaio 2016 75% archeologia


[p. 129 modifica]

LETTERA

SULL’ORIGINE ED ANTICHITÀ

DELL’ARCHITETTURA

AL CHIARISSIMO

SIGNOR ABATE FEA

GIURECONSULTO

L’AUTORE DELL’OPERA

INTITOLATA

R O V I N E

DELL’ANTICA CITTÀ DI PESTO

ROMA ANNO MDCCLXXXIV.



[p. 131 modifica]

Ornatissimo Signor Abate.


Non potea avvenir cosa più favorevole al genio brillante di questo secolo, dottamente impegnato nella ricerca dell’antichità, e nell’avanzamento delle belle arti quanto il vedere comparir alla luce le opere dell’erudito Winkelmann. I lumi, che quell’insigne uomo aveva acquistati colla lettura de’ più celebri autori greci e latini.; le osservazioni da lui fatte sopra tanti pezzi di antichità o trascurati per l’addietro, o nuovamente discoperti; e tutte quelle riflessioni, che nel confrontare le autorità degli antichi co’ più vecchi monumenti, erano presentate alla sua perspicacia, mercè uno spirito vivo, penetrante, considerato, erano cose tutte, che meritavano la pubblica luce, acciò servissero d’istruzione alla posterità, e di guida a coloro, che vanno in traccia dell’origine, de’ progressi, dell’utilità, che hanno le arti più nobili, per quindi sempre più perfezionarle, ed abbellirle. Ma siccome la debolezza dell’umano intelletto, ed i corti limitati suoi sforzi non giungono mai a quella perfezione, che nelle opere dell’uomo possiamo bensì deliberare, ma non mai ottenere; così era ben anche desiderabile, che le fatiche di un tanto autore comparissero una volta al pubblico ripurgate da quelle negligenze e difetti, che sempre accompagnano le grand’imprese, e che sembrano un’ordinaria mancanza de’ talenti troppo fervidi, e non lentamente riflessivi.

§. 1. Dovevasi pertanto un’altra fortuna al genio di questo secolo, genio animatore delle belle arti, che le opere cioè dell’illustre Winkelmann si rendessero più accurate per divenir alla repubblica letteraria più utili, e più gradite; e tal vantaggio glielo avete procurato voi, ornatissaimo signor abate, tostochè avete intrapreso il dotto malagevole impegno di correggere quelle inavvertenze, que’ difetti, che [p. 132 modifica]sfuggiti erano all’avvedutezza dell’insigne autore, e quindi accrescerle ancora, e con sagge riflessioni, e con nuovi monumenti illustrarle. Nell’osservare quella vostra lodevolissima fatica, non ho potuto far a meno di non ammirare la vostra sofferenza, e la vostra precisione in tante correzioni di testi malamente citati, o per rispetto allo scrittore, al quale attribuivansi, o per riguardo al luogo, che veniva indicato. Ho rilevata con mio sommo piacere la vostra accortezza nel sottomettere a nuovo esame i monumenti dall’autore riportati, per vedere se nella forma, nella politura, nelle misure corrispondevano a quanto il medesimo con troppa fretta, e forse con qualche accensione di fantasia aveva osservato, emendando ogni piccola alterazione, ovveramente asseguandone la varietà. Ma sopra tutto sembrate mi sono opportunissime, e per qualche bontà usata verso di me, direi ancora essermi state di compiacenza, le varie aggiunte, che vi avete fatte, sì di monumenti, come di osservazioni, molto giudiziose, ed assai bene all’argomento adattate; rendendo in cotal guisa più utile quell’opera, e per tanti riflessi più stimabile.

§. 2. In questo nobile impegno, in cui vi siete posto non bisognoso nè di lumi, nè di ajuto per gloriosamente riuscirne, non saprei se debba attribuirlo a troppa amicizia, che avete per me, o più veramente a virtuosa modestia, e ritenutezza verso di voi medesimo, quell’avermi quali chiamato a parte delle vostre erudite osservazioni, obbligandomi ad esporre il mio sentimento intorno a qualche assertiva del Winkelmann sull’antica Architettura, e riguardo principalmente alle fabbriche della nobilissima città di Pesto, delle quali esso in più luoghi ragiona. Qualunque sia il motivo, che a ciò vi ha indotto, conosco, che per ogn’altra domanda avrei potuto facilmente scusarmi, e ritrarmene, fuor che per [p. 133 modifica]questa. L’aver io stampata ultimamente la storia di detta città, l’aver date al pubblico delineate, e descritte tutte le fabbriche della medesima, dava forza ad una prevenzione favorevole per voi, e contraria a me. Conosceva ognuno, che voi non avendo mai veduti que’ maestosi edifizj, vi eravate diretto a chi doveva certamente esserne inteso; e ravvisava non restare a me una prudente ritirata, con allegare la mia poca abilità; mentre non pollo negare di averli più volte osservati, e di avervi fatte sopra le più posate, e mature riflessioni.

§. 3. Desideroso pertanto di compiacervi, e ben si merita ogni attenzione quella gentilezza, e buona grazia, di cui liete ripieno, non mi ritirerò dall’esporvi il mio sincero sentimento. E primieramente per le correzioni, che avete fatte al Winkelmann riguardo alle misure delle fabbriche di Pesto, ed alla vera e reale qualità loro, nel mentre vi son tenuto per la fede prestata a quanto da me è stato stampato, di dirò, che essendo quella una cosa di fatto, giudico, che non siate andato in minima parte lungi dal vero; lusingandomi, che le misure marcate su i rami, che ho posti alla luce, non pure siano le migliori di quante ne sono state sin qui pubblicate, ma ben anche le certe, ed agli originali esattamente corrispondenti. Oltre di che gli abbagli presi dall’autore erano troppo manifesti per non ravvisarli bisognosi di correzione; e contenendo ben anche in sè stessi delle contradizioni, dovean per necessità non corrispondere al vero. Quanto poi all’assertiva avanzata dal Winkelmann sulla fede del le Roy, esser cioè tuttora esistenti in Grecia de’ tempj di strane proporzioni, e le colonne de’ quali hanno un altezza di poco superiore a quattro diametri, ed anche de’ medesimi più bassa, e perciò non dissimili da’ Pestani, cosa da me negata al numero LI. della terza dissertazione; non [p. 134 modifica]ricuso di esporvi il parer mio, e giustificare nel tempo stesso la mia assertiva, forse a prima villa troppo coraggiosa.

§. 4. E’ vero, che le Roy al Tomo I. della sua opera intitolata: Rovine de’ più bei Monumenti della Grecia, alla parte I. pag. 35., e di nuovo al Tomo II, pag. 23. aveva scritto, potersi considerare l’architettonico ordine dorico in tre diverse età. Nella prima, o sia nella sua nascita, basso e tozzo a segno che l’altezza della colonna o non arrivasse a quattro diametri, o li superasse di poco, e questo metodo originale credette averlo scoperto in un tempio esistente non molto lungi da Corinto, ed in un altro dedicato a Teseo in Atene. La seconda età farebbe quella indicata da Vitruvio, allorchè l’ordine dorico ebbe la sua colonna di sei diametri; e la terza finalmente quando si rese più gentile, e furono alzate anche di vantaggio le proporzioni. Di queste due seconde età, come più recenti, non è del nostro argomento il ragionarne. Tutta la questione cade pertanto sulla prima, e se vero sia (contro quello che io ho sostenuto), che i Dori fabbricassero con un metodo diverso da quello, che assegna loro Vitruvio; ed avessero, avanti a questo, inventata una proporzione più bassa, più rozza, da riconoscersi come la prima originaria forma del greco fabbricare. Il Winkelmann adottò sulla fede d’un tale scrittore questo sistema, e lo inserì nel Trattato, che ora da voi si pubblica in italiano; e nell’adottarlo aggiunse al medesimo qualche peso maggiore, che non aveva, rendendolo se non vero, almeno verisimile. Io per contrario scusando il dotto tedesco, se in cosa di fatto credette doversi riportare ad un viaggiatore erudito, che aveva ocularmente osservate le fabbriche della Grecia, ed intendeva di darcene un esatto ragguaglio; ne pensai diversamente. Parvemi, che la descrizione de’ due tempi, sì di Corinto, come di Atene, avesse dovuto [p. 135 modifica]meritare un esame più accurato prima di servirsene per fondamento ad un nuovo sistema. Giudicai ancora, che quando pure sussistessero i medesimi, ed avessero quelle corte proporzioni, che l’autore francese ci riporta, fosse stato necessario fissar l’epoca della loro costruzione, e vedere se fossero anteriori a’ tempi, ne’ quali i Dori fabbricavano colla proporzione indicata da Vitruvio, cioè di sei diametri per colonna, acciò da quest’anteriorità ne potessimo dedurre quell’originaria maniera, che fissa le Roy. E finalmente quando anche si fcssero provati, e riconosciuti per antichissimi, mi rimaneva un altro dubbio, e certamente non disprezzabile, se dovessero attribuirli a’ Dori, ed appartenere a quell’ordine, che da loro prende la sua denominazione.

§. 5. Tutte queste difficoltà, che doveva prevenire e sviluppare lo scrittore, lo che non fece, avanti di fissare un nuovo sistema, e dividerci l’ordine dorico in più ordini, assegnando a ciascheduno diverse età, furon quelle, che mi persuasero di curar poco un’assertiva non sicura in sè stessa, non chiaramente esposta, nè provata, anzi soggetta a molte e considerabili eccezioni. E siccome per metterla nel suo vero aspetto, e molto più per risponderci, e dimostrarla non meritevole d’approvazione, e di sequela, avrei dovuto allontanarmi troppo dal mio argomento, e far una digressione sull’origine dell’Architettura in genere, non opportuna al luogo, e tediosa a’ miei lettori, che le sole antichità di Pesto desideravano di vedere illustrate; così credetti cosa più spedita, e più prudente trarmene fuori con trascurarla, ben ricordevole del detto di Orazio1:

. . . . . . . Ridiculum acri
Fortius & melius magnas plerumque secat res.

[p. 136 modifica]§. 6. Che se dovrò poi esporre per farvi cosa grata, stimatissimo signor abate, e distesamente spiegare quel tanto, che penso sulle tre difficoltà, che vi ho divisate, e che mi si affacciarono subito alla mente; forse che le ravviserete meritevoli di considerazione, ed atte a far sospendere il giudizio di chi pieno d’avvedutezza non vuol precipitosamente sottoscriversi ad un nuovo e strano pensamento, nè vuol prenderli la briga di confutarlo. E primieramente chi ci assicura, che i detti due tempj, uno con proporzione nella colonna minore di quattro diametri, l’altro di poco eccedente, realmente esistano? Il signor le Roy lo asserisce, ma esso però confessa, che vide il primo de’ detti tempj, e farebbe il più basso, e adattato a provare il suo assunto, passando fortunatamente pel luogo chiamato Toricion; e soggiunge, che per mancanza di strumenti, e di scale, prese le misure con canne aggiunte, e rilevò la larghezza, e forma del capitello a misura d’occhio, e col mezzo stesso avrà anche presa l’idea del ristringimento. Io so, che l’occhio de’ professori è accurato, e talvolta non prende abbaglio; ma non farò loro torto alcuno se dirò, che non è da paragonarsi all’esattezza del passetto, e del compasso. L’esame d’una fabbrica, che deve dar norma ad un nuovo sistema, non deve misurarsi a occhio in passando, ed in fretta, ben sapendosi, che la precisione, ed accuratezza delle misure architettoniche mal si conforma colle premure, e coll’agitazione di chi viaggia. Anche il Pococke viaggiando vide lo stesso tempio di Teseo, ma in luogo di trovarlo alto cinque diametri, lo rappresentò di sette2. Finalmente lo stesso signor le Roy nella seconda edizione della sua opera non ha avuto difficoltà di confessarci, che nel disegnare le fabbriche greche, ha cercato di farcele [p. 137 modifica]comparire piuttosto belle, che uniformi agli originali. Nè col dubitare della verità di quelle misure si fa torto a quel rinomato scrittore; quando sappiamo, che troppi altri abbagli furono presi da lui nell’esaminare i greci monumenti per mancanza di tempo, di comodi, e di quella tranquillità d’animo, che non può aversi ne’ paesi barbari, e che è troppo necessaria per ben riflettere su tutto ciò, che è scientifico. Quindi nella seconda edizione della sua opera ne corresse non pochi, ed altri si crede da taluno, che vi siano rimarti, e che forse aspettano una nuova e più diligente correzione.

§. 7. Ma io non voglio recar danno al nome, che il medesimo si è acquistato nella repubblica letteraria, e concederò ancora, che i due notati edifizj con quelle basse proporzioni, che si descrivono, esistano realmente uno in Corinto, il secondo in Atene. L’altro dubbio che nasce in me, e su del quale io averei bramato che parlasse il detto autore per rischiararlo, riguarda l’antichità di amendue le fabbriche; mentre se fossero posteriori a que’ tempi, ne’ quali l’ordine dorico era già ristato a sei diametri, non sarebbe più sperabile di ritrovare in essi quel metodo antichissimo, originario, che vien supposto. Dovrebbero anzi queste capricciose fabbriche riputarsi formate sopra un gusto antico, e mal inteso, o per adattarsi alle pietre, che si avevano alle mani, o per qualche altra circostanza, che difficil cosa sarà l’indovinare, ed inutile il tentarlo. Non perchè un artefatto è rozzo, e mal composto; non perchè è sproporzionato nelle sue parti, e privo d’ornamenti, ne vien sempre in conseguenza, che sia antico, e mostri i primi tentativi di un’arte. Delle opere cattive senza metodo, senza ragione si fanno anche ne’ tempi moderni; e farebbe un’indoverosa fortuna delle pitture scontornate, degl’informi [p. 138 modifica]rilievi, se per questa sola ragione, che mostrano rozzezza e goffaggine, passassero ne’ musei a riscuotere, come prime idee del sapere, gli applausi degli eruditi. Acciocchè un secco contorno, un rozzo lavoro abbia un gusto originario, troppe altre circostanze si ricercano, necessarie per non restare ingannati sull’età loro, e che ci vengon somministrate o dalla materia, che li forma, o dalle marche impresse dal tempo, che li consumò, o da’ lumi, che acquisiamo per l’istoria, allorchè ce ne parla. Doveva adunque l’accurato autore darci qualche prova dell’antichità di questi i due edifizj, se voleva persuaderci, che fosser di sì vecchio tempo da superare la nota dorica Architettura.

§. 8. Queste prove io le ho sempre riputate necessarie, e mi feci un dovere di obbligarmi a ricercarle ed unirle, allorchè volli proporre agli eruditi la mia opinione sulle fabbriche Pestane; incominciare cioè dal provarne una remotissima esistenza. Conobbi, che l’esser formati quegli edifizj di basse proporzioni, che il sussistere que’ grandiosi massi di pietre, lavorate all’uso degli Etruschi, potea essere una congettura, ma non mai una prova, che li caratterizzasse per opera di que’ popoli, e per un lavoro de’ tempi anteriori all’origine de’ tre ordini greci. Quindi da molte circostanze, che l’accompagnano, e dalla storia, che mi favoriva, cercai di ridurre la questione a quel punto, che la vecchia sodezza e gravità del fabbricato corrispondesse al remoto tempo della sua esistenza. Tanto sembrava a me, che avesse dovuto farsi dal signor le Roy, perchè noi restassimo convinti, che i due nominati tempj vantavano quel corso d’anni, che precedette l’uso del consueto ordine de’ Dori. Ma come poterlo fare, quando anzi non vi sono che argomenti atti a dimostrarci l’opposto? Il tempio esistente presso Corinto scrive nella sua opera non sapersi a chi fosse [p. 139 modifica]dedicato, ma quello d’Atene essere stato sacro a Teseo. Se vi fu tempio antico in Corinto, si fu certamente quello di Nettuno. Rispettavano que’ popoli sopra ogn’altra questa deità, o per dir meglio onoravano, ed applaudivano al mare, pel mezzo del quale godevano considerabili vantaggi; ond’è nota la favola del combattimento di Nettuno, e di Apollo per ottenere il primato sopra Corinto3, mentre era dubbiosa cosa, se più comodi ricavassero quelli popoli dall’aprico e dolce clima ella loro situazione, o dalla portuosa natura delle marine loro spiaggie. Vinse in parte Nettuno, e restò padrone dell’istmo, e giunse a tal venerazione presso i Corintj, che ad onor suo furono istituiti que’ giuochi tanto rinomati e celebri, per conservare i quali, distrutta ben anche la città, vennero celebrati per un secolo da’ Sicionj, desiderosi di mantenere una sì antica religione, a costo ancora di trasferirsi ogn’anno a rinovarli sulle rovine d’una città abbattuta e desolata4.

§. 9. Il tempio adunque di Nettuno, che sarebbe stato d’una remota antichità, fu incendiato, dice Senofonte, a’ tempi di Agesilao5, e non poteva esser quello, che vide il le Roy. La disavventura medesima, al riferir parimente di Senofonte6, accadde a quello di Pallade in Atene, che Winkelmann vorrebbe fosse stato simile al già detto di Teseo. Quanto poi a questo non ferve andar vagando per risaperne l’età, narrandoci Pausania7, e Plutarco8, che fu costruito dopo la battaglia di Maratona. Non veggo adunque come possa sostenersi esser nella Grecia degli edifizj anteriori alla nota dorica maniera di fabbricare. Ma forse che il primo di questi trovato presso Corinto, e che è tenuto principalmente di mira dall’autore, come ho detto, non [p. 140 modifica]sofferse tanta rovina da rimaner totalmente incendiato, e saranno potute restarvi le colonne, e su quelle essere stato riedificato. Tralascio per ora un’osservazione, che quanto prima sono per fare su i frequenti incendj, che accadevano negli antichissimi tempj de’ Greci, e che ci somministrano una delle molte congetture, che si hanno, per crederli lavorati di solo legname; e passo ad osservare, che le fabbriche di Corinto dopo gl’incendj furono soggette alla totale distruzione. E’ noto il mal governo, che Lucio Mummio fece di questa culta nobilissima città. Strabone ce lo racconta9, e lo paragona al mal trattamento, che ricevette l’infelice Cartagine10; e se questa non alzò più il capo dalle maestose sue rovine, Corinto non giunse a farlo che dopo un secolo11; e servì alla sua fortuna la grandezza d’animo di Giulio Cesare. Or in tal funerea congiuntura le opere di magnificenza, di sapere, di artificio furono appunto le prime ad essere prese di mira dal furore delle vittoriose armi romane, come Polibio ce lo attesta nelle sue istorie, lodando Mummio per la sua magnanimità, e biasimandolo giustamente per la poca stima, che mostrò fare delle belle arti12.

§. 10. Dopo incendj, distruzioni, e rovine, essendo stati di nuovo costrutti questi edifizj a’ tempi di Cesare, chi può assicurarci, che fossero conservate le vecchie forme e proporzioni, e che taluno non ne fosse alzato a caso, e colle pietre, che si avevano in pronto, senza tener un metodo, che avesse corrispondenza all’arte, che allora praticavasi? Su questi dubbj farà cosa mai sempre pericolosa il voler fissare un sistema, come vorrebbe il francese scrittore. Ma sia pur anche, che i due notati tempj, che [p. 141 modifica]portansi in esempio, esistano, quali ci si descrivono, ed ammettasi ancora, che la loro antichità sia delle più remote, rispetto però sempre alla greca Architettura; e perciò anteriore al risaputo ordine dorico, sorgerà il terzo dubbio di più difficile scioglimento; se debbano cioè quelle moli attribuirli a’ Dori della Grecia, o veramente ad altri popoli, di loro assai più antichi architetti; cosicchè vinte le due prime parti della querelane, forse che farebbero preparate le ragioni per non vincer la terza, e perder in conseguenza miseramente la causa.

§. 11. E a vero dire se fosse provato, che si vedessero tuttora in Grecia delle fabbriche di sì corte proporzioni, quali ce le descrive il le Roy; se queste vantassero un’antichità sì remota da superare l’invenzione della nota dorica Architettura; noi faremmo al caso di non più ravvisarle per doriche, ma per opera orientale, o etrusca. Non dissimulo questa deduzione, che potea farsi, lo stesso erudito le Roy, e confesso sinceramente di restar dubbioso, se cotali artefatti si dovessero all’industria de’ Greci, o veramente a quella de’ Tirreni. Piacquegli però di risolversi in favore de’ primi, e ne portò quella ragione; perchè tutti gli scrittori vogliono, che l’Architettura sia nata nella Grecia; onde un metodo antichissimo di fabbricare non potersi attribuire, che a’ soli Greci. La debolezza di quella ragione mostra il cattivo stato della causa. Non so se possa dirsi con verità, che tutti gli autori asseriscano esser nata l’Architettura nella Grecia, quando moltissimi sostengono doversi quest’invenzione a’ popoli Orientali, agli Egiziani, ed esserne noi in gran parte tenuti ancora agli Etruschi. Che se pure da alcuno si è data questa lode alla culta ingegnosissima Grecia, lo avranno fatto per rispetto all’eleganza, agli ornamenti, ad alcune nobili vaghissime proporzioni, che [p. 142 modifica]quest’industre popolo seppe aggiugnere agli artefatti, ma non mai per rispetto al sodo, e fondamentale dell’arte, molto più vecchia del sapere de’ Greci. Io vorrei in fatti, che si distinguesse fra l’Architettura, professione ritrovata per dare all’uomo un’abitazione comoda, stabile, durevole, ed ai suoi diversi bisogni, ed a quelli anche della vita sociale, opportuna; e fra gli ornamenti, l’eleganza, e leggiadria della medesima, per quindi dedurne, che se i Greci inventarono queste aggiunte e bellezze, non per questo inventarono l’essenziale dell’arte. Sarebbe strana cosa, che noi Europei dopo avere abbandonato il semplice, e maestoso vestir degli Orientali, per aver ridotto l’abito nostro a varie altezze, parte corto senza ragione, parte lungo senza comodo; dove stretto per angustiarci, dove largo per non difenderci; con pezzi, che pendono senza saperne il perchè, con giunte soprapposte senza produrre alcun vantaggio; pretendessimo con queste, che son chiamate vaghezze di vestire, d’aver inventata l’arte decente e necessaria di coprir la nudità, e di ripararci dal freddo.

§. 12. Non sono gli ornati quelli, che costituiscono l’utile ed il bello dell’Architettura; sono bensì la stabilità, il durevole, il comodo, ed una ragionata disposizione di parti, che giovi a tutto questo, e corrisponda al bisogno, ed al fine dell’opera. Se i Greci non hanno adunque inventati che gli ornamenti, e per contrario altre nazioni (come i più saggi autori convengono, e sono ancor io per dimostrarvi evidentemente ) hanno dato l’essere, e la vita a questa nobile arte, bisognerà credere, che i due tempj semplici e rozzi, de’ quali si parla, fossero opera di popoli diversi da’ Greci, e che però quanto più si sforza il le Roy a descriver quelle fabbriche basse e tozze, tanto meno giunga a provare che siano greche. Ma prima di continuare [p. 143 modifica]quest’argomento, al quale convien dare maggior estensione, e più chiarezza, rivolgiamo un’occhiata alla floria, che può somministrarci qualche lume per venire alla decisione della controversia con più di sollecitudine, e di sicurezza.

§. 13. Si ammetta pure che l’antica maniera di fabbricare usata in Grecia sia la dorica, e a seconda del nome se ne dia anche la lode ai Dori: ma a quali Dori? Più città abbiamo di tal denominazione, e quelle non esistenti in Grecia. Vi è la Dora fenicia13, la Dora di Pentapoli14, la Dora nel Seno Persico15. Quali furono que’ Dori, che inventarono l’arte di fabbricare? forse quei della Grecia? converrebbe provarlo. Siano stati pur anche que’ dessi. Fra molti popoli, che si stabilirono nella dessa fertile rinomatissima provincia, nessuno fu più vagabondo, e più incostante nello fcegliere la sua sede, quanto quello de’ Dori. Prima di prender ivi il loro stabilimento, Erodoto ci assicura16, che sotto Doro figlio di Ellene, lor conduttore, abitarono da prima Ossa ed Olimpo, di poi andarono in Pindo, e nel luogo detto Macednum, indi in Dropide, e finalmente nel Peloponneso; e ripigliando il detto autore la prima origine de’ medesimi, ci assicura17, che erano nativi egiziani. Nè diversamente c’insegna Strabone18, e mette i frequenti lor passaggi in Creta, in Rodo, in Alicarnasso, in Gnido, in Coo, e questo dopo la rovina ancora di Troja. Quando vogliamo adunque sostenere che vi sia un ordine d’Architettura più antico di que’ tempi, ne’ quali la Grecia fioriva nelle arti, quando vogliamo attribuire a’ Dori, non ancor ivi nobilmente domiciliati, non ancor perfezionati nell’arte, una [p. 144 modifica]qualche sorta di Architettura, non farà una loro invenzione, ma una maniera trasportata da que’ paesi, di dove o si staccarono la prima volta, o lungamente si trattennero.

§. 14. Noi abbiamo veduto con Erodoto, che i medesimi erano naturali dell’Egitto. Lo stesso con Platone19, e con Teopompo, riportato da Africano20, seguitato da Diodoro21, deve dirsi degli Ateniesi riconosciuti per una colonia egiziana: dunque non cominciarono che all’orientale le lor fabbriche, e se cosa fecero più semplice, più soda de’ tre ordini greci, non. fu lavoro greco, ma o etrusco, o preso da que’ popoli, da’ quali lo trasportarono in Italia gli Etruschi, e perciò simile alle opere di questi, perchè dallo stesso fonte derivate. In fatti chi può mai sentir dire senza veder malmenata nel tempo stesso la cronologia, che l’arte di fabbricare nacque in Grecia? Erodoto padre della profana storia ci narra, che gli Egiziani furono i primi, che cominciassero a edificare i tempj alle deità22, che le fabbriche loro erano di mole grandiosa e sorprendente, come il laberinto, e le piramidi23. Di esse ragionando Strabone24 le chiama miracoli del mondo, e Diodoro le dice abitazioni perpetue25, onde a lor riguardo cantò poi Marziale26:

Solaque non norunt hæc monumenta mori.

Sanconiatone autore sì antico, che dagli eruditi27 si crede vissuto avanti la guerra di Troja, ci parla de’ tempj egiziani dedicati alle deità con colonne, e statue di legno28; manifatture, che dall’Egitto al dir suo appresero i Fenicj, [p. 145 modifica]benchè ancor quelli fossero senza ciò, molto prima de’ Greci, ammaestrati nel fabbricare. Se vanta finalmente la Grecia un antico architetto qual fu Reco, ed i suoi figli, sappiamo da Diodoro29, che questi era stato ad apprender l’arte in Egitto. Ma che diremo del tempio di Salomone per artifizio e grandezza sì rinomato e sorprendente?30 che delle colonne di marmo, che erano in uso a’ tempi di Assuero, e se ne parla nel libro di Ester?31 degli archi nominati ne’ libri de’ Re32, e ne’ Sapienziali33, cioè al tempo di Salomone? che finalmente delle pietre tagliate, ripulite, e lisciate per uso di fabbriche sino dall’età di Mosè?34 Non son tutti quelli monumenti d’istoria, che ci mostrano aver fiorita l’arte di fabbricare secoli e secoli avanti, che i Greci incominciassero a metter pietra sopra pietra per uscir da quelle grotte, o capanne, dentro le quali ce li descrive il loro celebre storico Tucidide35 innanzi al tempo della guerra del Peloponneso?

§. 15. Ma io già mi trovo d’aver fatto il paragone dell’età, nella quale incominciarono a fabbricare i Greci con quella, che aveva grandiose fabbriche in mostra, e da più tempo esistenti, inalzate dagli Etruschi; e però basterebbe quel tanto che ho detto nella mia opera di Pesto36 per rispondere al signor le Roy, e per convincerlo non esser nata in Grecia l’invenzione dell’Architettura, ma la sua bellezza soltanto, e la sua eleganza. In fatti io mi lusingo di aver fatto vedere, che quando i primi Greci Focesi vennero in Italia, non solo i Tirreni erano vecchi architetti; ma i Pestani stessi furono nello stato d’insegnare a’ nuovi [p. 146 modifica]abitatori l’arte di fabbricare le città; che quando vi presero situazione e permanenza i Sibariti, avevano già quei di Pesto circondata la città loro di quelle sode bellissime muraglia, che esistono tuttora. Or chi può metter in controversia dopo le autorità di tanti scrittori, da me ivi riportate, che a’ tempi, che passarono tali colonie in queste regioni nostre, nulla risapevasi de’ tre ordini nella Grecia; anzi nessuna idea avevasi di sode fabbriche nelle provincie della medesima? Come potrà dunque esser mai, che trovandosi un edifizio di forma, e proporzioni simili alle Pestane, e perciò orientali, ed etrusche, se ne voglia attribuire il lavoro, anzi che al genio di questi popoli, ad una mal ideata industria di chi non aveva ancor arte, intelligenza, e pratica alcuna di fabbricare?

§. 16. Ma giacchè vi ho nominata l’epoca antichissima delle fabbriche Pestane, e la quale ci fa strada a riconoscere l’anteriore perizia de’ Tirreni nell’inalzare edifizj, non voglio tralasciare di rispondere a un dubbio, che da voi mi è stato fatto, e che bramo di togliervi dalla mente, acciò proseguiate a riconoscere come utile quella scoperta; troppo premendomi d’avervi dalla mia, e continuare ad annoverarvi fra’ difensori della mia opinione. Il dubbio vostro si fonda sulla greca parola ἔθεντο (ethento), della quale fa uso Strabone, allorchè ci dice, che i Sibariti posero il muro a Pesto, e che interpretata volgarmente nel senso di porre in su, o fabbricare, ho io per contrario spiegata nel senso opposto di porre giù, cioè distruggere. Dal che ne verrebbero due assai diverse conseguenze, mentre nel primo senso pioverebbesi, che i Sibariti fabbricarono le mura di Pesto, e nell’altro da me adottato si prova, che queste mura da molto tempo esistenti, ed etrusche, furono abbattute dalla parte verso il mare allorchè i Sibariti [p. 147 modifica]s’impadronirono della città. Sono adunque ad esaminare, ed a rispondere al vostro dubbio, lusingandomi di poterlo fare in maniera da rendervi totalmente persuaso.

§. 17. Il dubbio vostro è nato principalmente dall’osservare i passi, che io cito in prova, che la parola ethento, o venga dal verbo θέω, o dal più usuale e moderno τίθημι, vuol dire ugualmente porre, e deporre, fabbricare, e buttar giù. E’ sembrato a voi, che gli esempi riportati37 non siano del tutto adattabili al passo del geografo, mentre in alcuni o trattasi d’una distruzione metaforica, come son quelli di levare, e togliere la guerra, deporre le ingiurie, ec.; o di cose deposte, ma che si portavano addosso, come delle armi, che gettarono i presidiarj, o del cimiero, che buttò a terra Ulisse. Per rispondervi osserverò in primo luogo, esser necessario ne’ verbi di molti e varj significati riflettere a tutto il contesto del discorso, che solo può determinarci a ravvisarne il suo vero significato. E qui principalmente si appoggiano le mie ragioni per far vedere, come nella congiuntura, che venne usato da quello scrittore, non era possibile dargli l’interpretazione di fabbricare; ed aggiunsi poi quegli esempi per far vedere non esser cosa nuova, che gli autori si servissero di quello verbo per un senso totalmente opposto all’idea d’inalzare, costruire, fabbricare. In fatti siano pur metaforiche le espressioni di Platone, e di Tucidide, chi non sa, che la metafora siegue sempre la natura del proprio; e siccome in dicendo que’ due scrittori, che ponevansi le ingiurie, o la guerra, non volevano già significare, che o quelle, o questa facevansi, o mettevansi in piedi, ma bensì che toglievansi, levavansi di mezzo, facevasi che non più esistessero; così usando la stessa parola Strabone nel parlare d’una muraglia [p. 148 modifica]in senso proprio, potrà aver ancora e la natura, e la forza medesima. Quanto poi alle armi, che portavano i presidiarj, o al cimiero, che aveva Ulisse, e le deposero, poco rileva, che fosse cosa sul dosso della persona, quando sempre retta dimostrato da tali esempi, che il verbo, di cui ragionasi, può esprimere, e denotare un’azione contraria all’erigere, e fabbricare, qual è appunto quella di metter a terra. Abbiamo ancora in Omero un altro passo, ove dicesi, che posero, buttaron giù nel sepolcro la cassa, ove era il corpo di Ettore38. Or chi sarebbe sì ardito di sostenere, che il poeta usando un tal verbo, avesse voluto persuaderci, che quella cassa, era portata sulle spalle, e che questo per la forza sua indicasse il detto verbo tithemi? Io mi figuro, che l’idea di chiunque legge quel verso, resti indifferente dal credere, che la buttassero nella fossa, o portata sul dosso, e a mano se era leggiera, o strascinata se era disagiata e pesante.

§. 18. Ma qui torno a ripetere, che il solo contesto del discorso può toglierci ogni dubbio. Quando io da quel tanto, che siegue a dire Strabone, ho fatto vedere, che le sue parole o non hanno senso, o devono necessariamente interpretarli di una distruzione, che i Sibariti fecero del muro, non credo, che debba restarvi altro da desiderare per ammettere quella spiegazione, ed io allora lo credetti sufficiente. Per rendervi nulladimeno anche meglio persuaso, posso andar innanzi, e considerare oltre il senso, che siegue, quello pure che precede la parola in questione. Eccovi tutto il passo39. I Sibariti posero il muro dalla parte del mare, ed i Pestani fuggirono al monte. Supponiamo per un momento, che quel posero voglia dire edificarono le [p. 149 modifica]muraglia alla città di Pesto dalla sola parte del mare: e cosi? il restante adunque della città, che non guarda il mare, retto senza muro? ed una città sarà stata ben guardata con un muro da mezzo giorno, essendo aperta poi da oriente, occidente, e settentrione? Passiamo a quello che siegue, e che già notai nella mia opera. Tostochè i cittadini viddero fatto questo muro, fuggirono a’ monti: e perchè? qual fastidio dava loro quello pezzo di muro? Per contrario se il verbo posero s’intenderà deposero, abbatterono, tutto va bene, ed il sentimento non incontra alcuna difficoltà. I Sibariti volendosi impossessare di Pesto, distrussero il muro dalla parte del mare, ove, come avvertii, se ne veggono in conferma anche presentemente i vestigi, osservandosi in detto luogo il muro rifatto, e di una costruzione posteriore, e diversa da quella delle rimanenti muraglia; quindi i cittadini, vedendosi in pericolo di cader in mano de’ nemici, dalla parte opposta della città, che guarda i monti, se ne fuggirono. Ma torniamo là, di dove ci partimmo.

§. 19. Stando dunque in piedi le mura della città di Pesto, ed anche il maggior tempio per essere della stessa pietra, e d’un’indole medesima di fabbrica sin dal tempo de’ Sibariti venuti in Italia, noi abbiamo un’antichità, che sorpassa l’invenzione degli ordini greci; ed essendosi dimostrato, che quelle fabbriche contengono in sè tutte le più antiche leggi dell’etrusca Architettura, ne verrà in conseguenza, che fosse in piedi quell’arte avanti che i Dori formassero il loro noto ordine; e trovandosene uno di quello più semplice, potrà ben questa attribuirsi ad altra industriosa nazione senz’introdurre diverse età, e diversa maniera delle doriche costruzioni. Che se pure quell’argomento cronologico tratto dalle fabbriche Pestane non soddisfacesse pienamente a tutti coloro, che sono col le Roy nel positivo [p. 150 modifica]impegno di sostenere, che l’Architettura sia nata in Grecia, noi ne riporteremo un altro, rispetto al quale non può la cronologia soffrire alcuna critica.

§. 20. Tutta la ragione, che mosse quel dotto scrittore a progettare diverse età, ed assegnarle all’ordine dorico, nacque dall’aver trovato que’ due tempj uno colla colonna di circa quattro diametri, l’altro coll’altezza di quattro e mezzo al più. Quelle basse proporzioni ferirono la sua fantasia, le giudicò stravaganti, e non più vedute; onde credette d’esser arrivato alla culla dell’Architettura, e trovata l’arte di fresco nata e bambina. E tale farà stata di que’ tempi nella Grecia; ma in altre parti la medesima, e colle stesse corte proporzioni era adulta, anzi vecchia. Parlandoci le Sacre Carte delle colonne esistenti nel tempio di Salomone, di due di esse ne danno le proporzioni. Dicono che avevano per altezza diciotto cubiti40, e che la circonferenza loro era di cubiti dodici. Aggiunge Flavio Giuseppe41, che erano scanalate, con incavi larghi quattro dita. Preso dunque da questa circonferenza il diametro, farà stato di cubiti quattro, che paragonati a diciotto danno un’altezza di quattro diametri e mezzo. Ecco le colonne basse mille anni avanti l’era volgare, e cinque secoli e più avanti la guerra del Peloponneso, e prima che cominciassero sotto Pericle a fiorire le arti in Grecia; ed ecco l’origine di quel basso, pesante, e durevole edificare, che nato in Oriente, e nelle parti meridionali fu adottato da’ Tirreni, e conservato per del tempo fu appreso anche da’ Greci; ma presto lo alleggerirono i Dori, indi lo nobilitarono gli Jonj, ed i Corintj. Le due fabbriche adunque vedute dall’autore, che mi ha dato motivo di scrivere, se pure esistono, quali ce le rappresenta, [p. 151 modifica]se fossero antiche, come vuol supporsi, non sarebbero nè doriche, nè greche.

§. 21. Non dissimulo però il pensare di alcuni per rispetto a qualunque prova può dedursi dal tempio di Gerusalemme. Vorrebbero trar fuora dalla questione dell’Architettura quella rinomatissima fabbrica, come opera comandata, e nelle sue leggi prescritta da Dio; cosa che io nè intendo, nè so come possa da taluno concepirsi. Quand’anche fosse vero, che allora avesse avuto principio l’arte di fabbricare maestosi edifizj, e questo tempio fosse stato il primo, lo che certamente non può ammettersi; e quando si conceda, che le proporzioni fossero fino a quel tempo ignote, e per la prima volta da Dio insegnate, che per questo? non era forse una fabbrica, e questa fabbrica non era visibile a tutto il mondo? come adunque non potevano i popoli di tutte le nazioni, e i Dori in ispecie, che viaggiarono come si disse per le parti orientali, averne appresa l’arte, e ricopiate le proporzioni, e le leggi? Eupolemo, ed Aristea antichi scrittori la defcrissero parlandone con maraviglia in que’ pochi frammenti, che delle opere loro ci ha con servati Eusebio42. Che se riscontrasi quel tanto che del tempio egiziano ci dice Strabone, lo troveremo in varie parti simile a quello di Gerusalemme, come lo riconobbe Marsamo43. E poi chi ha detto a questi tali, che Iddio nell’ordinare la costruzione del tempio, insegnasse un’arte sin lì ignota? Esso ne prescrisse a Salomone la forma, come già aveva fatto del tabernacolo a Mosè, acciò fosse proporzionato alla santità del suo oggetto, ed utile all’uso, che doveva farsene, nè si confondesse co’ profani tempj de’ Gentili. Che del resto doveva inalzarsi per mezzo di quelle [p. 152 modifica]arti, che già erano in uso presso gli uomini; ed anzi in alcune cose venne proibito ciò, che l’arte stessa con finezza aveva già inventato; e così a Mosè fu prescritto di non fabbricare con pietre tagliate, e di non fare statue, o qualunque altro lavoro di scalpello44.

§. 22 Tanto farebbe bastante, gentilissimo signor abate, per rispondere alla domanda, che avete voluto farmi intorno all’assertiva avanzata dal signor le Roy, ed abbracciata poi dal Winkelmann; e potrei far quì fine, sospendendo la penna da una lettera divenuta abbastanza lunga e tediosa. Ma siccome non è questa la sola proposizione, che letta dal Winkelmann in quella maestosa opera, sia stata da lui con troppa facilità adottata; così prevenendo le vostre istanze, continuerò ad esporvi diversi altri miei sentimenti intorno all’origine, ed a’ progressi di questa nobilissima professione, facendola però sempre da storico, e non mai da architetto, o professore d’una facoltà, per quello che riguarda il suo meccanismo, a me ignota. L’idea, e l’opinione che il signor le Roy si era stabilita nella mente, o perchè sostenuta da molti altri scrittori avanti a lui, o perchè autorizzata da una volgare credenza (alla quale non manca mai chi abbia tutta la ripugnanza di contradire), che il sapere cioè architettonico avesse avuto i suoi principj nella Grecia, lo hanno suo malgrado obbligato a proporre, e difendere delle proposizioni, che non possono certamente sostenersi, o perchè false, o perchè mal sicure e dubbiose.

§. 23. Conoscendo esso, che non poteva negarsi esservi state delle fabbriche avanti l’invenzione de’ tre ordini greci, e riportando ancora le piante di alcune di esse, ha distinto l’Architettura dagli ornati della medesima, collocando in quelli il merito tutto dell’arte; non altrimenti, che se [p. 153 modifica]questa fosse unicamente indirizzata a dilettare: e come il suono ha per fine di recar piacere all’orecchio, avesse questa facoltà per suo scopo il far lo stesso coll’occhio. Posto questo principio riconoscono alcuni, e il detto autore non lo riprova, che la fortunata epoca di quella facoltà cominciasse da quel punto, che si trovò la maniera di misurare colla proporzione de’ moduli, onde poi dar sistema a tutti i membri della fabbrica; quasichè la comoda invenzione di misurare avesse fatto nascere la cosa da misurarsi, e potesse dirsi ancora che l’invenzione del passetto, e della bilancia abbia fatto nascere ed il panno, che si misura, ed i metalli, che si pesano. Ammette pur anche, e siegue la volgare credenza, che la colonna, uno per lo più degli ornamenti della fabbrica, avesse la sua origine da’ travi, che sostenevano le capanne, e questi dagli alberi; e che però un’antica colonna osservata in Egitto da Pococke, e che aveva una base tonda, ed in cima una pietra quadrata, fosse simile ad un albero. Io non ho mai veduto alberi, che nascano collo zoccolo, e finiscano con un cappello. E qui si sottoscrive alle note favolette, che seguendo il pensar del volgo (mentre anche nelle scienze ed arti vi è il suo volgo) volle adottare eziandio l’immortal Vitruvio in tempi meno istruiti de’ nostri, e come cose che non interessavano il grande del suo argomento: volli dire all’opinione, che l’ordine dorico nascesse dalla proporzione dell’uomo, lo jonico da quella della donna. Il capitello di quell’ordine dall’acconciatura della testa secondo l’uso delle donne abitanti nella Jonia, e il corintio dal noto cesto, attorno al quale nacque la pianta d’acanto; cose tutte, che ebbero altronde, e non in Grecia la loro origine, e che da’ moderni e più illuminati scrittori sono state abbastanza rigettate e derise, e dirò col Venusino45:

[p. 154 modifica]

Ergo non satis est risu diducere rectum
Auditoris?........

§. 24. Or per rispondere a ciascheduna di quelle vecchie e volgari opinioni, comechè tediosa cosa farebbe il dividerle, e replicare ad ognuna particolarmente, esporrò piuttosto la vera origine, e successione di quell’arte, ricavata da sicuri storici monumenti; e si vedrà tratto tratto, come avessero principio quelle invenzioni, che era poi riservato alla dotta Grecia il solo abbellire, e nobilitarle.’ Questa distinzione di tempi, alla quale non ha fatta riflessione il le Roy, è troppo necessaria, ed un ordine quali cronologico è sicuramente opportuno per trovar quella verità, che nella confusone, e nel disordine delle idee, cerca sempre di offuscare chi fa di non aver ragione.

§. 25. E primieramente io credo, che l’Architettura sia un’arte molto diversa nel suo fine dalle due nobili sorelle la pittura, e la scultura. Essa deve la sua origine alla necessità; le altre due alla pulizia, al lusso, al buon gusto. Or chi può metter in dubbio, che le cose necessarie alla vita siano siate le prime ad occupare le premure degli uomini, stimolandoli a procacciarsele? Quando parlo però di quella professione, intendo di riguardarla ne’ suoi principali oggetti, e nel fine, al quale per suo istituto s’indirizza, a dar cioè comoda, sicura, durevole abitazione all’uomo, ed ugualmente comodi e stabili ricettacoli alla società; cosicchè per mezzo di quell’arte siasi trovata la maniera, che l’uomo o solo, o con molti simili unito, possa viver disarmato e tranquillo, conservar la vita, e le sue ricchezze, senza temer gl’insulti delle fiere, l’inclemenza del cielo, gli ardori del sole, la molestia delle pioggie, ed aver quelli ricoveri di lunga durata, da farli godere dopo di sè anche alla sua tarda posterità. L’invenzione di quelli comodi fissa [p. 155 modifica]i principj, e dà i fondamenti dell’arte, che doveano consistere nel trovar materiali adattati, maniera d’unirli, mezzi per fortificarli, acciò producessero con ripari e difesa non meno laterale, che superiore, i divisati vantaggi. Ciò fatto, farà stata una cura molto posteriore quella di pensare ad abbellirli.

§. 26. Nel ricercar quell’origine io non intendo di sottoporre ad esame i tempi antediluviani, ne’ quali certamente si unirono società di uomini, e si formarono città; non i tempi avanti la dispersione delle genti, ne’ quali pure è credibile, che si averle cognizione di molte arti, e specialmente dell’architettonica; sapendosi il temerario: di quegli uomini nel costruire la torre Babelica. Sono quelle troppo remote età, son tempi per noi troppo oscuri, e siamo abbandonati da ogni storia per parlarne con qualche fondamento. Succeduta la dispersione delle genti, io mi uniformo al sentimento universale, che le arti cioè andassero in una luttuosa dimenticanza. La necessità di sboscare le varie parti della terra per la sua desolazione resa inabitabile; la sollecitudine di procacciarsi il vitto, bisogno quotidiano, e molto più necessario dell’abitazione; l’impegno di combattere, ed estirpare le fiere moltiplicate all’eccesso, fecer sì, che que’ primi abitanti delle spopolate provincie fossero anzichè bravi artisti, ottimi bifolchi, ed assidui cacciatori; e quindi si perdettero quelle prime semplici arti, che somministrano gli strumenti necessarj per dar soccorso alle più composte. Un’idea di questi primi tempi dell’uman genere dispero, non ancor giunto a fissare una determinati fede, e dell’infelice suo stato ce la danno i selvaggi, che al presente ancora vivono nelle regioni da noi più remote. Toccava all’uomo industrioso ragionatore a procacciarli i comodi dopo aver proveduto alla necessità, ed a portarli di poi fin [p. 156 modifica]anche al lusso, ed alla magnificenza; e così rinacque, e tornò in fiore colle altre arti quella ancora di fabbricare.

§. 27. Le prime abitazioni, che secondo il più comune sentimento de’ moderni si procurarono quegli uomini, si vuole, che fossero le capanne. La facilità, colla quale si fanno da’ nostri pastori, a’ quali non manca nè sega, nè scure, nè altri strumenti per lavorare il legno; l’abbondanza degli alberi, che si trovano nelle parti nostre, ha fatto che giudicando costoro facilissima cosa il lavorare una capanna, la credettero fatta con poca fatica, ed all’istante. Ma in que’ tempi non vi erano gli strumenti, che abbiamo, nè tutti i paesi son come i nostri. L’Egitto, e la Caldea46, dove si propagarono le prime colonie, mancano di legname47, e gl’istrumenti per lavorarlo son di tempi posteriori; a segno che sin in quelli nostri tempi si sono scoperti de’ popoli, che non avevano altr’arte per atterrare un albero, se non se quella di mettervi del fuoco vicino, e consumarne il ceppo. Io mi sotto scrivo più volentieri all’opinione de’ vecchi scrittori, che se qualche volta ci assegnano le capanne, c’indicano molto più spesso, e più comunemente le grotte, come primi abituri degli uomini, e perciò queste seconde come anteriori. Io tralascio di riportare Vitruvio, ed altri, perchè di età troppo a noi vicina, e non nego di trovare, che Sanconiatone48 parlando de’ suoi remotissimi tempi ci descrive gli uomini nelle capanne; ma Sanconiatone non parlava che della Fenicia, e non mirava che a de’ ricoveri temporali. Le prime età non ci manifestano i lor costumi, i loro usi, se non se per mezzo delle favole, perciò chiamansi età favolose. Or esaminando in generale le favole con quella saggia regola, che assegna Strabone49 [p. 157 modifica]parlando di quelle di Omero, non esservene cioè alcuna, che non si appoggi fu qualche fondamento di verità, noi troveremo che la comune antica idea si fu, che i primi uomini abitassero nelle spelonche. E’ nota abbastanza la favola de’ Cimmerj, esistenti in Grecia, ed in Italia, che descrita da Omero50 ci fa vedere un’intera città dentro le viscere d’un monte. I Ciclopi, sotto il qual nome ci vengono dipinti i popoli più antichi, abitavano, scrive Omero stesso51, nelle orride spelonche. Nulla dico della celebre abitazione delle Ninfe situata, ai dir del medesimo, dentro il cavo monte, ove fu telari di pietra lavoravano le purpuree tele52. Nulla vi è finalmente nell’antichità allorchè si tratta di Eroi, o come li dicevano, di Semidei, di più frequente quanto il farceli vedere o educati, o abitanti nelle caverne. Pindaro53 fa educare Giasone, ed Esculapio dentro una casa di sasso, Strabone vi fa nascere54 Dardano. Pausania55 vuole, che in una grotta abitasse la Ninfa madre di Pirro, ed in un’altra componesse il suo maraviglioso poema Omero; per tacere delle grandiose abitazioni, che al dir d’Erodoto eransi scavate sotto terra e Nitocri56, e Zamolsi57, che saranno in parte esagerate, ma che mostrano cosa pensassero gli antichi delle prime case degli uomini, e da qual fonte nascessero le invenzioni favolose della frequente discesa degli Eroi all’inferno, cioè sotto terra.

§. 28. Nè diversamente ci vien raccontato dalla storia. Gli Etiopi avevano, secondo Erodoto58, quella sorte di abitazione. Narra Strabone59 che le intere popolazioni de’ Tarati, Soffinati, Balari, Aconiti facevano loro dimora nelle [p. 158 modifica]spelonche; il qual costume Tacito riferisce, che neppure, fabbricate le case, fu abbandonato da’ Germani60; onde il satirico61 scrisse elegantemente:

Credo pudicitiam Saturno rege moratam
In terris, visamque diu, cum frigida parvas
Præberet spelunca domos, ignemque, laremque,
Et pecus, & dominos communi clauderet umbra.

Non è pertanto da riputarsi come provata e sicura cosa, che le capanne fossero la prima invenzione dell’uomo per procurarsi uno stabile e sicuro ricovero. Non voglio però negare, che pretto de’ Greci fosse antico assai l’uso di far capanne; che anzi vedremo che fu da essi lavorato il legno molto prima della pietra; ma noi abbiamo di mira l’Architettura in generale, non i costumi d’una determinata provincia. Non voglio neppur contrastare, che presto assai, e forse ancora unitamente coll’uso di formar delle grotte si cominciassero a fare degl’informi recinti di rami d’alberi, di canne, e di frasche; e l’uffizio di pastore, che guida sempre a diversi pascoli il suo gregge, doveva far nascere allora, come si veggono anche al presente, simili case temporali, di facil trasporto, e di sollecita costruzione, come quelle nominate da Sanconiatone, ed altre, delle quali parla Erodoto62, formate di giunchi, e di lentisco. Quello che impugno si è il volersi ammettere, che dalla formazione della capanna si potesse passare all’idea delle varie parti dell’Architettura, e dal lavoro del legno a quello della pietra, chechè ne dica la comune opinione degli scrittori in contrario.

§. 29. Chi ben riflette sulla natura, e composizione d’un tronco d’albero, dal quale se ne forma un trave, o [p. 159 modifica]un’antenna, e la natura della pietra, non vi troverà somiglianza, e proporzione alcuna. Un trave pollo orizontalmente, benchè di piccolo diametro, e di gran lunghezza, regge sè stesso, e per la tessitura delle sue fibre può regger anche del peso non ordinario: potrebbe fare altrettanto un trave di pietra se fosse ugualmente lungo e sottile? Un legno posto in piedi è capace di sostenere qualunque enorme gravità, ed una colonna dell’altezza, e diametro medesimo si sfrantumerebbe ad una terza parte del peso stesso. Qual somiglianza fra un trave posto attraverso a due altri, ed un arco, onde imparar questo dalla situazione di quello? Qual tetto di capanna fatto a spiovere, ed inutile se non fosse di tal forma, potea insegnare a far un coperto orizontalmente piano per uso di tetto, e di terrazzo, come antichissimi gli usarono gli Orientali? Ma la natura, riflette taluno, nulla ci presenta per darci l’idea d’un coperto fuor dall’albero frondoso, e perciò l’Architettura più infelice delle compagne, cioè della pittura, e della scultura, che avevano pronti gli oggetti per l’imitazione, non potea prender di mira che alberi e legni per esser in qualche maniera imitatrice. Io non cerco se quella professione debba dirsi strettamente imitatrice, come sono le altre due nominate facoltà: dico bensì che dalle grotte naturali, e da quelle fatte assai facilmente coll’arte, il passaggio all’Architettura era più naturale, più spedito, più ragionato.

§. 30. La sola considerazione di una di quelle grotte potea risvegliar l’idea di formare i muri con grosse pietre accatastate, colla certezza di fare un riparo stabile e durevole. Dalle medesime si apprendeva a coprirle o di grossi massi situati orizontalmente, o di più piccoli posti in arco, e di tal maniera furon fatte le prime fabbriche, delle quali possiamo aver cognizione, cioè quelle d’Egitto. Son [p. 160 modifica]note le antichissime costruzioni delle piramidi, del laberinto, e di più tempj, e le quali opere non erano formate che di spaventosi massi di pietra, che posti l’uno sopra l’altro, senza calce, o legamento alcuno, s’incatenavano a vicenda, e col peso loro fermati promettevano una stabiltà, e durata perpetua, come si disse, e come infatti l’hanno sin qui ottenuta. Se di quelle insigni fabbriche ne cerchiamo l’età, la troveremo remotissima. Quelle di Sesostri, delle quali parla diffusamente Diodoro al libro primo della sua storia, risalgono quali a dieci secoli avanti l’era cristiana. Dopo qualche tempo da Mendes fu fatto il laberinto, secondo il citato Diodoro63; ma Plinio64 lo vuol dell’età di Titoe. Questo secondo tempo confondesi con quello de’ Semidei65, val a dire con uno per la sua antichità del tutto sconosciuto. Che se pure si volesse degli anni di Sesostri, farebbe anteriore ad Omero; epoca, che non perderemo di vista per quello che siamo per dire. Le fabbriche di Venefes vantano parimente una somma antichità, come narra Africano, seguitato da Sincello66, e da Eusebio, e tale che ci troveremo ad un tempo anteriore alla rovina di Troja: ma la più rinomata piramide l’inalzò Sufis, come dice lo stesso Sincello67, e della quale parla anche Erodoto68; e Sufis era contemporaneo d’Abramo69. Quello, che non può mettersi in dubbio si è, che avanti la partenza degli Ebrei dall’Egitto, erano quivi fabbriche, e tempj. Artapano, i di cui frammenti si leggono in Eusebio70, dice, che questi tempj caddero la notte stessa della liberazione d’Israello. Nulla finalmente possiamo avere nella storia di più sicuro, quanto sono le notizie, che ricavansi dalla [p. 161 modifica]testimonianza de’ sacri libri. Da questi risappiamo, che a’ tempi di Mosè si fabbricava in Egitto71 con pietre ripulite, e si ricava dalla proibizione, che a lui ne fu fatta, come si disse. Nè può dubitarsi, che si lavorarle dagli Egiziani anche con mattoni. Gli Ebrei poi usarono poco dopo pietre tagliate, lisciate, lustrate72. Molto innanzi Giacobbe eresse delle pietre in memoria di singolari avvenimenti73; ed Abramo ed Isacco avevano inalzati degli altari74.

§. 31. Ma l’argomento più convincente dell’antichità di fabbricare colle pietre, non può meglio provarsi, che dall’antica invenzione de’ mattoni, mentre e questa e l’uso de’ medesimi dovette essere necessariamente posteriore. E’ cosa troppo nota, che divenuti schiavi d’Egitto i figli d’Israello furono impiegati in quello vile, e travaglioso lavoro. Poco dopo all’età di Giacobbe era pertanto in uso quello materiale, e servivansi del medesimo per le fabbriche minori. Si è creduta cosa ben ingegnosa il ritrovamento di tal arte. Io però credo, che gli antichi avranno impiegato quel molto talento, che aveano, in altre scoperte; giacchè per trovar quella ce ne voleva assai poco. Che il fango indurito al sole prendesse consistenza, e che una pietra caduta in mezzo a lui, quando era liquido, vi restasse inceppata, allorchè rassodavasi, erano due cose, che non ci voleva molta perspicacità per osservarle. Quindi ed il far de’ muri legando le pietre col fango, e l’indurar la terra con un elemento, che agisse più efficacemente del sole, cuocendola al fuoco, sembravano cose di assai facile ritrovamento. Ecco pertanto l’origine, ed i progressi dell’Architettura. Le spelonche naturali insegnarono a farne delle artificiali. Gli uomini vedendoli ben custoditi e dalle [p. 162 modifica]ingiurie dell’aria, e dal furore de’ venti, e dalle insidie degli animali, allorchè erano fra ripari di pietra, cominciarono a far nascere i monti incavati anche in mezzo alle pianure, giacchè tali erano i grandiosi edifizj d’Egitto, e li descrive Erodoto75 montagne di pietre con vacui fra mezzo abitabili. Per ricoprirli si prevalevano delle pietre medesime, onde ne vennero anticamente i tetti piani. Tali certamente erano a’ tempi di Mosè76, e tali si conservarono a’ tempi di Sansone, e ne’ posteriori ancora77. Esiodo parimente volendo descriver la reggia degli Dei dice, che era coperta di grosse pietre78. Erodoto; e Diodoro ne’ luoghi sopracitati ci dicono lo stesso. Parlando il primo del laberinto, e delle piramidi ci assicura, che il tetto era di sasso, nè si vedeva legname di sorta alcuna, e Diodoro ci descrive i travi di pietra in palmi sedici di lunghezza; e così rispetto al laberinto lo vide anche il Gravio, e scrive, che il medesimo aveva un tetto fatto con nove travi di marmo uniti79.

§. 32. Veggo però ancor io non esser credibile, che si cominciasse a fabbricare con tanta magnificenza di materiale, e sebbene alla mancanza delle macchine poterle supplirsi colla quantità della gente, e coll’assiduità del lavoro, non essendo poi alla perfine le macchine, che un risparmio di braccia; nulladimeno è credibile, che non si cominciasse che da quel piccolo lavoro, che potea farsi, ammassando pietre di peso discreto, e legandole col fango; metodo, che usano anche a’ tempi nostri i contadini non per mancanza, ma per economia di calce. Presto però sopravvenne quella a render più stabili, e più durevoli le piccole [p. 163 modifica]costruzioni. Ma che diremo della sua invenzione riputata ingegnosa e quasi sorprendente? Plinio, seguitato poi da alcuni scrittori moderni, la crede nata colle osservazioni fatte sopra il bitume80. Troppi passi di raziocinio dovevano farsi per arrivare a concepire, che un sasso facesse l’effetto stesso, che può fare una gomma naturale, ed un bitume. Io mi figuro, che gli antichi facessero una strada più corta, ed arrivassero più sollecitamente. Lascio, che il gesso naturale potea illuminarli per farne un simile artificiale, perchè quello non è in tutte le parti, nè così frequente; quando abbiamo concepita, come cosa non difficile a pensarsi, quella di cuocer la terra, e convertirla in mattoni, troveremo ugualmente facile l’altra di scoprire l’invenzione della calce. Per poco che dentro una grotta, o in un recinto di pietre, avessero fatto agire il fuoco per rassodare i mattoni, era ben facile, che si calcinasse un vivo sasso, e questo se incontravasi fortunatamente a mescolarsi coll’acqua, e colla sabbia dava subito l’idea di quell’utilità, che potea produrre nel collegare le pietre. Comunque siasi, molto vecchia è la scoperta di questo cemento così necessario per fabbricare, e lo troviamo nominato a’ tempi di Mosè81, e serviva per lustrare le pietre ad effetto di potervi scriver sopra; ma se credesi ad Aristea, i sentimenti del quale li leggiamo in Eusebio82, vedevasi adoperato nel tempio di Salomone, anche per l’uso, che ne facciamo noi, giacchè ivi serviva per chiudere, e legare i condotti di piombo, che vi trasportavano l’acqua.

§. 33. Da quanto si è sin qui osservato manifestamente si conosce, che le prime idee del fabbricare le dobbiamo agli Orientali, e principalmente agli Egiziani; e le veggiamo [p. 164 modifica]aggirarsi intorno alle pietre. Ma forse mi si dirà, andar io fuor di questione, sempre e quando il signor le Roy, e con esso molti altri non negano l’antichità delle fabbriche egiziane, ed una tal qual arte di formare edifizj alle diverse nazioni orientali, e più antiche della greca; negano solo che quest’arte ridotta a sistema, regolata da leggi, inventrice d’ornamenti, ed eleganze debba riconoscersi da altra parte, che da quella cultissima nazione. Tutto bene: ma io credo, e con me penseranno tutti i più saggi, che i fondamenti di quest’arte siano principalmente, come dissi, la cognizione de’ buoni materiali, la maestrevole disposizion loro per formar con essi un’opera comoda all’umanità, e durevole. Potea mai farsi tutto questo senza aver fissati insensibilmente de’ metodi, e delle regole? Poteano farsi mai tante maestose fabbriche simili nella costruzione, proporzionate al lor fine, e ciò senza regolamenti, e per un solo trasporto di capriccio? Noi sappiamo, che da tempi remotissimi vi erano gli architetti. Or che razze di architetti farebbero state, se avessero lavorato senza ordine, senza leggi, senz’arte? Di essi si parla nelle Sacre Scritture al libro dell’Ecclesiastlico83. Si fanno diversi dal fabbricatore, dal ferraro, dal lavoratore di terra, e si conclude, che senza quelli non si fabbricava una città. Vi era dunque il direttore delle arti minori, e le regolava secondo le leggi di una buona Architettura; che però non è meraviglia, se questi tali veggonsi presso Isaia84 annoverati fra’ sapienti. Confronta con ciò quanto scrive Eupolemo, essere stato sapientissimo quell’architetto, che dal re di Tiro fu mandato a Salomone85, e quanto Diodoro pensò de’ bravissimi [p. 165 modifica]architetti86, che fecero le piramidi. Ma che diremo del tempio di Gerusalemme, non era forse lavorato con tutte le proporzioni, e la miglior simetria? E’ vero, che molti ornati architettonici furono trovati nell’età posteriore; ma convien anche ammettere due cose; la prima che l’Architettura non è nata, non è Irata coltivata pel solo lusso e piacere, ma per l’utilità, anzi per la necessità e conservazione degli uomini; e che in secondo luogo non è poi vero, che gli arditi anteriori a’ Greci ignorassero, e totalmente trascurassero gli ornati. Quanto al primo punto non credo, che possa aver contradittori, mentre a nulla ci gioverebbe una fabbrica bella e ornata, se non fosse servibile, e se mal sicura precipitando, ci seppellisse sotto un mucchio d’ornamenti. E per quella parte nulla potrà aversi di più stabile e sicuro delle fabbriche orientali, che dopo migliaia d’anni son tuttora in piedi, e promettono, se non verranno distrutte, di seguitare a darci per più secoli avvenire. Resta adunque da vedere se con questa consistenza si fosse unito ancora qualche gusto di nobiltà e di eleganza.

§. 34. Tutto il greco sapere per rispetto all’Architettura si è manifestato nel lavoro principalmente delle colonne, nella varietà delle loro basi, nella leggiadria de’ lor capitelli. Tutti questi lavori noi gli abbiamo avanti l’introduzione delle arti in Grecia, e gli abbiamo dalla più remota antichità. Già dietro le tracce della storia la più certa, anzi la certissima, e la più antica, notai, che le colonne lì lavoravano a’ tempi di Salomone, e di Assuero. Erodoto vide le colonne nel tempio, che da secoli addietro aveva fabbricato Apries87, e le trovò in tanto numero nel laberinto, che assicura esservi state tutte le camere circondate [p. 166 modifica]di colonne88. Che più? Son tanto antiche le colonne, che dal culto dato a quelle vogliono Pausania89, e Clemente Alessandrino90, che avesse origine l’idolatria. Quanto poi all’invenzione di quest’artefatto già dissi trovar assai improbabile, che se ne concepisse l’idea dall’osservare i tronchi degli alberi; ed ora soggiungo, che ugualmente inverisimile mi sembra, che fossero state proporzionate alla statura dell’uomo, o a quella della donna, acciocchè il fusto corrispondesse alla base. E qual relazione vi può mai essere fra un corpo vivo, ed una pietra immobile; e fra l’uffizio che deve fare la base, che regge un uomo, e quella, che sostiene una colonna? L’uomo ha le sue piante adattate per reggerlo, indi per camminare, e saltare. Le colonne non camminano. Devono regger sè stesse, e di poi un peso di loro incomparabilmente maggiore. Più strana si è poi la spiegazione del come si proporzionassero le colonne joniche. Esse facevansi più svelte perchè simili alle donne, e quello ad effetto di usarle ne’ tempj dedicati alle Deità femmine, nel mentre che le più grosse si usavano ne’ tempj dedicati alle Deità mascoline; onde ne verrà in conseguenza, che l’esser una Deità o maschio, o femina influisse ben di molto a render nel primo caso più pesante, e nel secondo assai più leggiero il muro, la travatura, il tetto, e quanto quelle colonne dovevano sostenere.

§. 35. Da qual oggetto avranno adunque appresa gli uomini l’idea di formar una colonna, indi di farla di tal grossezza che fosse sufficiente a sostenere e sè medesima, e quanto volevasi soprapporre? Da’ sassi. Sembra incredibile a prima vista l’assertiva, e pure la troveremo la più facile, la più naturale. Le costruzioni più antiche, che noi [p. 167 modifica]possiamo conoscere, sono le piramidi, benchè alcuni91 diano la precedenza agli obelischi, cosa che non pregiudica al nostro argomento, dapoichè questi antichissimi obelischi erano sì larghi di base, e così poco alti, secondo la misura, che ne dà il citato Diodoro, che poteano sembrare non meno obelischi, che svelte ed alte piramidi. Erodoto92 vuol le piramidi in piedi mille e più anni avanti Omero. Quelle ebbero il lor principio dal costume di ammontare le pietre allorchè le buttavano o sopra i sepolcri, o in luoghi, de’ quali volevasi conservar la memoria; e le quali situate anche alla rinfusa l’una sopra l’altra, formavano un mucchio con base larga, e che andava ristringendosi in punta. Da questa maniera di sostenersi, che le pietre naturalmente facevano poste l’una sopra l’altra, e situate a scarpa, nacquero le piramidi, come quella, che di Cestio abbiamo qui in Roma, e le quali avevano a un di presso la medesima figura; indi ristringendo più la base, e collegando meglio le pietre, se ne formarono gli obelischi, o guglie. Alcune di quelle nella più remota età erano anche in Tebe, formate d’una sola pietra93. Or qual diversità vi è fra una colonna, ed una guglia? Se prediamo fede ad Apione94, Mosè fece sottentrare le colonne agli obelischi, per misurare coll’ombra loro il corso del sole. Si levino in fatti ad una guglia gli angoli, si mozzi ad una data altezza, ed averemo la colonna antica, larga alla sua base, che si ristringe piramidalmente, e che resta assai rastremata nella cima, come erano le colonne orientali, e come son quelle de’ due tempj di Pesto. Gioverà in prova di ciò il farne il confronto, prendendone un idea dagli [p. 168 modifica]antichi obelischi. Quello assai celebre, che ammirali nella vasta piazza di fan Pietro di quella città, lavorato dice Plinio95, ad imitazione di quello fatto dall’egiziano Nuncoreo, si alza per linea piramidale, e termina tosto che è ristretto una terza parte della sua base96. Ciò posto, la colonna del maggior tempio Pestano all’altezza di circa quattro diametri si ristringe una quarta parte della sua base; si prolunghino le sue linee sino al ristringimento d’una terza parte, darà una colonna alta diametri cinque e due terzi: or l’antichissimo obelisco, che descrive Diodoro97, e che prendeva nome da Semiramide, aveva ancor esso piedi 25. di base, e 130. di altezza, cioè diametri cinque e quasi due terzi. Che se poi consideriamo la colonna Pestana del tempio piccolo, di più recente corruzione, e perciò meno rastremata, la vedremo in qualche maniera corrispondere al detto obelisco della piazza di s. Pietro. Questo è alto poco meno di nove diametri, e quella, prolungate le linee, col riflesso che a quattro diametri si ristringa circa un sesto, darà una colonna di otto diametri e due terzi. Queste misure non possono darsi esattissime per li rotti e piccole varietà, che vi sono sì nell’altezza, che hanno le dette colonne, come nel ristringimento; ma a noi basta che vi sia una tal qual somiglianza, e che mostrino un genio, ed un’indole medesima d’artefatto. Ed ecco poi la ragione del gran ristringimento, che avevano le colonne etrusche, e perchè le più antiche si assottigliassero piramidalmente. Potrebbe con ciò essersi trovata ancora la ragione dell’entasi, che inventarono gli Etruschi, e che si vede nella terza e più moderna fabbrica Pestana; mentre essendosi accorti que’ [p. 169 modifica]vecchi architetti, che simili colonne troppo rastremate sembravano disgustose per la secca linea piramidale, vollero in seguito, senza pregiudizio della loro solidità, ingrossarle al mezzo, e lo fecero con quella ragionata e vaga proporzione, che io ho diffusamente spiegata nella mia opera98, e da’ Greci fu detta entasi.

§. 36. E qui mi si permetta di esporre una mia idea, e supposizione, di qualunque merito possa riputarsi, e che lascerò all’esame de’ più intendenti; esser nate cioè dalla guglia, e dall’impegno di assottigliarla ed abbellirla, quelle scanalature, che si hanno per antichissime, e che tutte proprie degli Etruschi osservansi nelle loro colonne. Supponiamo un obelisco di quattro facciate: se ne spianino gli angoli, diverrà una figura ottangolare regolata; si continui a consumare gli otto angoli, se ne averà una figura con rotondità formata di sedici pianuzzi; e continuando a consumare questi piccoli angoletti averemo un tondo comporlo di trenta due piccoli piani, a’ quali fatto per eleganza un incavo, si averà la colonna rotonda, e scanalata. Che se poi questi piani voleansi in minor numero, potea prendersi la proporzione non dal quadrato, ma da un sasso, o pilastro triangolare, come usavano di farli gli antichi; e Pausania ce ne descrive uno nel tempio di Giove Ammone nella Libia99: non dubitandosi neppure che siano stati fatti anche degli obelischi di tre facciate100. Si formi pertanto il triangolo, al quale si spianino i tre angoli, averemo una figura regolare esagona; si continui a consumare gli angoli, l’averemo di dodici piani, e levando i dodici angoletti diverrà un tondo formato da ventiquattro pianuzzi, e fatto in essi un incavo, averemo ventiquattro scanalature. Or così appunto son le [p. 170 modifica]colonne di Pesto. Noi già avvertimmo101, che i vecchi Tirreni cominciarono ad alleggerire, ed abbellire le colonne con farci verso il fine diversi incavi; onde vennero mora gli ornamenti della base, e quelle parti, dette poi plinto, toro, aposigi; che però giudico che ornassero co’ detti incavi anche il fusto, e quindi ne vennero le scanalature. Nè mi si dica, che a lavorar con tali proporzioni si ricercava qualche cognizione di geometria, mentre non suppongo, ma tengo per certo co’ più dotti scrittori, che quella scienza cominciasse in Egitto, nata ivi per la necessità di misurare i territorj dopo le note inondazioni del nilo; onde non dubito, che gli antichi architetti egiziani fossero sufficienti geometri.

§. 37. Qualunque però siasi il merito di quella spiegazione, se le colonne semplici, striate, gonfie non hanno avuta l’origine dalle piramidi, indi dagli obelischi, vorrei intendere come la possano aver avuta dall’albero. Questo non credo che sia ancor nato nè coll’entasi in mezzo, nè colle scanalature lungo il suo fusto. Ritrovata pertanto nella remota antichità l’invenzione della colonna, e del suo lavoro striato, noi abbiamo ugualmente antica quella graziosa proporzione ora nominata, cioè l’entasi. Ci riputiamo fortunati, che su questo particolare non abbiamo da questionare co’ partigiani della greca Architettura. Essi spontaneamente confessano, che l’entasi non fu mai usata nelle fabbriche greche, e che quella fu una maniera tutta propria degli Etruschi; che però o furono i primi ad inventarla, o l’appresero dall’Oriente, di dove portarono in Italia il fabbricar sodo, grave, e maestoso, e con esso quella leggiadria ancora, che ad un sì fatto gusto di grandiosità poteva convenire. E che sia così, terminerà di persuadercene [p. 171 modifica]un’osservazione sulle prime fabbriche di pietra fatte da’ Greci, e che per esser un’imitazione del sapere di altri popoli, avevano quell’indole atlantica sin qui descritta. Il più antico, e più maestoso lor tempio fu quello di Giove Olimpico, incominciato da Pisistrato un secolo innanzi che fiorisse Pericle. Di esso che ce ne dicono gli scrittori? Aristotele lo porta in esempio102 unitamente colle piramidi d’Egitto, e con i colossi di Cipselo; e Dicearco scrive che a vederlo non recava diletto, ma stupore103. Plinio più chiaramente scrive che aveva colonne non per splendidezza ed eleganza, non ancora usata da’ Greci, ma per la sola stabilità104.

§. 38. Uno studio ben singolare fecero poi i Greci per ornare la colonna nel suo basamento, e nella sua sommità; onde nacquero tutti que’ membri, che compongono la lor base, ed il loro capitello. Le prime idee della base come si manifestassero, non viene spiegato che molto diversamente dagli eruditi105. Io parimente mi avanzai a darne una spiegazione diversa e nuova, e lascerò che della mia, e delle anteriori ne giudichi chi ha buona intelligenza e di questa professione, e dell’istoria. Quello che di nuovo asserisco si è, che l’invenzione della base non l’ignoravano i vecchi Etruschi, e che l’usarono, quando però conveniva, e non era incomoda, nelle loro fabbriche, e l’usavano in una maniera ragionata, e forse molto più propria di quello, che veggasi nelle capricciose greche maniere. Potrà [p. 172 modifica]riscontrarsi quel tanto che già scrissi nella mia opera di Pesto106. Rispetto poi a’ capitelli non lasciai nelle citate dissertazioni Pestane di proporre qualche spiegazione, forse non disprezzabile, per intenderne l’origine, e specialmente per riguardo all’abaco molto largo, usato per dar un sostegno agli architravi, e diminuirne la tratta, come osservasi in Pesto107. Che se poi si hanno di mira i suoi ornamenti, sono ben stravaganti le ragioni, che da alcuni si portano per renderci persuasi del perchè nel metodo jonico fossero, come accennai, una imitazione delle trecce feminili, che raccolte e attorcigliate a guisa delle corna del caprone si raccoglievano sotto le orecchie. Mostrerei di non capir le stravaganze del pensar donnesco, se riputassi cosa incredibile, che le signore della Jonia. fossero di sì cattivo gusto da comparire con tale sconcia pettinatura, quando abbiamo vedute le nostre in questo secolo calare e attortigliarsi i capelli per mostrare che le portavano sulla fronte. Dirò solo parermi strano, che i saggi architetti della Grecia non avessero oggetto o più bello o più adattato per ideare un ornamento nella sommità della colonna senza aver ricorso ad uno così stravagante; e lo stesso dirò del cesto, attorno al quale nacque l’acanto. Mancavano in tante piante, in tanti fiori, oggetti meno belli per far scherzare delle frondi sotto un abaco, o sotto un architrave? Il fatto si è però, che il metter sotto l’abaco o fogliami, o altri sostegni da principio non fu tanto un ornamento, quanto un rinforzo, che davasi all’abaco stesso, destinato come si disse a fortificar l’architrave. Ma chechè di ciò si voglia pensare, quelle invenzioni son più antiche degli ordini greci, e si praticavano quando in Grecia non ancora si sapeva tener in mano lo scalpello.

[p. 173 modifica]§. 39. Noi abbiamo a’ tempi di Mosè le colonne con basi, e capitelli, e se ne parla nell’Esodo108. I capitelli, regnando Salomone, erano ornati a foggia di giglio109. Nel tempo stesso gli Egiziani gli usavano con frondi come di palma110, e ve ne erano ancora di abbelliti con melogranati111. Ecco le prime tracce del capitello corintio. I fregi, i bassi rilievi, le figure di frutti, e specialmente di animali non erano cose ignote agli Egiziani, a’ Fenicj, agli Etruschi, ed erano lavori, che si facevano secoli e secoli avanti che si mettessero in opera da’ Greci. Io non parlerò delle opere egiziane ornate di figure, e ricche di statue (che sebbene lavorate con poco disegno, mostravano qualche arte) per essere cose troppo note. Dirò, che dagli Egiziani passò questa manifattura a’ Fenicj, come lo attesta il loro paesano Sanconiatone112, e questi forse la resero più ingegnosa, onde si chiamarono le statue loro sassi animati113, indi agli Etruschi, divenuti eccellenti nella plastica, e non del tutto ignoranti nella scultura. Ma quello che non ci lascia dubitare dell’arte, che avevano i popoli più antichi nel formare ornamenti in onore delle loro Deità, e per nobilitare i loro tempj, lo ricaviamo dalle sacre pagine, colle quali va di concerto Flavio Giuseppe laddove ci riferisce114, che gli Ebrei furono condannati ancora al lavoro di segar le pietre. Da esse pertanto non solo apprendiamo, che a’ tempi di Salomone si lavorava con pietre tagliate, pulite, lisciate, come si disse, ma che di più a’ tempi di Mosè erano in uso le sculture, e perciò vennero a lui proibite le rappresentanze di uomini, di animali115, e d’ogn’altra cosa pel mezzo di scalpello figurata. I Gentili per contrario, [p. 174 modifica]a’ quali da tempi remotissimi non mancava l’arte di segare le pietre, come vuole Sincello116, che le dice usate fin dall’età di Tosostro, soggetto di rempo sì oscuro, che vien confuso con Esculapio117, rappresentavano anche in marmo ogni sorta di figure, e scolpivano specialmente ne’ tempj assai frequentemente le teste di quegli animali, che sacrificavano, ed in particolare la testa dell’ariete, e del toro; usanza passata anche agli Etruschi, e dalla prima delle quali appresero i Greci a far le volute al capitello jonico, e dalla seconda a metter li teschi del bue per ornamenti de’ tempj, chiamati poi le metope. E giacchè siamo a parlare delle metope, converrà notar qualche cosa circa i triglifi, che si vogliono posti per coprire le teste de’ travi, come dice anche Vitruvio: ma se quello era il solo fine, perchè farli con de’ canaletti per lungo, perchè non tener piuttosto, come oggigiorno costumasi, i travi un poco in dentro, e proseguire uguale la parete? Io voglio credere che l’origine loro non tanto fosse per coprire i travi, quanto per dar aria a’ medesimi. Si è conosciuto anche a’ tempi nostri, che la testata loro priva d’aria facilmente s’infracida; ed ho veduto de’ saggi architetti, che per ovviare a quello pericolo, vi pongono delle graticcie, che imbiancate accompagnano col muro. Seppero i vecchi Tirreni questa verità, e pofero in faccia a’ travi due canali, o trafori bislunghi, come si vedono in Pesto, detti poi triglifi; indi usarono porvi delle teste d’animali con bocca, ed occhi aperti, per dar aria al trave nel mentre che facevano ornamento.

$. 40. Quanto di fuga è stato fin qui osservato per dimostrare, che l’Architettura è antichissima, e se devesi alla Grecia una certa sua leggiadria, non devesi però ad essa la sua origine, verrà forse a meglio confermarsi, se daremo [p. 175 modifica]un’occhiata di passaggio alle diverse epoche, che quest’arte potette avere presso gli altri popoli, paragonandoli a’ Greci. Due sono le epoche principali di quella nazione divenute celebri presso gli scrittori: la prima è quella della presa di Troja, e qual fosse il sapere de’ Greci in quel tempo lo leggiamo in Esiodo, ed in Omero; la seconda è quella della guerra del Peloponneso, o sia dell’età di Pericle, gran protettore delle arti; ed in quale stato si trovasse poc’anzi al detto tempo quello popolo, ce lo attestano tutti i loro scrittori, ma principalmente Erodoto, e Tucidide. Quando accadde il fatto strepitoso di Troja era già passata l’età de’ Patriarchi, erano già tre secoli, che Mosè aveva fabbricato il tabernacolo, erano già in essere tutte quelle invenzioni architettoniche, delle quali col testimonio de’ libri del Pentateuco abbiam parlato, e tutte quelle, che si son ravvisate come più antiche in Egitto, e nella Palestina, ed ancora lo stesso tempio di Salomone, giacchè non fu di molto posteriore al detto rinomatissimo eccidio. Qual era adunque a’ tempi della guerra trojana, anzi dirò meglio, a’ tempi di Omero, che la scriveva, facendolo con quelle idee, che suggerivano a lui le correnti usanze, l’arte de’ Greci; e che deve pensarsi della maniera loro di fabbricare, dal poema de’ due nominati scrittori chiaramente si deduce. In Omero nulla leggesi, che riguardi l’Architettura: esso nè conobbe, nè fece parola de’ tre ordini della medesima. E pure se fosse stato in uso l’ordine dorico, averebbe dovuto ragionarne. Aveva il poeta scorso il paese della Grecia, e specialmente la Dora, ed era così portato per questa nazione, che ne avea appreso il dialetto118, e l’usò frequentemente nella sua opera. Ma quello, che più rileva, non mai ci parla di fabbriche grandiose, o di [p. 176 modifica]edifizj formati di sasso. Tutto ciò ho esaminato nella mia opera di Pesto, ma pur conviene di aggiugnervi qualch’altra riflessione.

§. 41. Lasciamo il portentoso muro degli Achei, fatto però di bronchi, e sassi119; così ben inteso, che fu fatto in un giorno120, e fu poi distrutto in una notte; così alto e grandioso, che Sarpedone allungatosi afferrò i merli, e li tirò a sè, ed i compagni vedendolo privo de’ merli, lo saltarono felicemente121. Il muro della reggia d’Ulisse, chiamato muro grande, ce lo descrive come fatto di pali piantati nel suolo, intrecciati con frasche e giunchi, e ripieni di sassi e di terra122. Riconosce ben fatto quel muro, nel quale accostate con arte le pietre non davano luogo al passaggio del vento123. In quelli dunque lavorati con minore esattezza vi avrà soffiato liberamente. Nè solo in quest’occasione nomina i sassi, e i marmi, ma quand’anche parla de’ pavimenti, e qualche volta delle soglie: son però le sue pietre piccole e trasportabili124; nè di esse ci fa vedere formati i palazzi, che per altro descrive magnifici, nè le reggie de’ suoi Eroi; ma tutto (lasciate le esagerazioni dell’oro, e dell’argento) tutto si riduceva a legname, del quale son fatti i muri, le foglie, le colonne125. Pindaro ancora dopo aver descritta la caduta d’un’alta quercia troncata dalla scure, dice che potea servir di colonna, o sostegno in casa d’un principe126; onde è poi che quanto è grande ne’ greci antichi scrittori, e specialmente ne’ due poemi omerici il silenzio, che si osserva per rispetto agli architetti, altrettante son le lodi, che si danno a’ falegnami127; anzi vien porta l’arte loro fra ’l numero delle più [p. 177 modifica]insigni facoltà, e nel grado di arte liberale. Quindi riconvenuto il servo d’Ulisse, che avesse messo alla tavola de’ Proci persona sconosciuta, rispose non avervi chiamato mai se non coloro, che erano da tutti invitati, cioè i poeti, i cantori, i medici, i falegnami128. Questi poi, se alle opere loro, che il poeta ci descrive, vorrà farsi considerazione, non erano neppure d’un gran merito. Certamente che esaltandoci la maestria d’Ulisse, che fece una nave al pari di qualunque perito artefice, ci descrive un’opera meschina, fatta in quattro giorni129, e le cui sponde erano composte di vimini, e salci. Vuol anche inoltrarci assai dotto quell’artefice, che seppe lavorare la sedia a Penelope. E che sedia! basta dire, che aveva saputo inventarvi, ed unirvi una tavola, o predella130, per la quale la signora era esente dal posare i suoi piedi in terra. Da tutto ciò, e dal contesto di molti altri luoghi di que’ celebri poemi se ne deduce, che le greche fabbriche di que’ tempi erano per lo più di legname; onde Platone descrivendone una esistente allo stretto Erculeo scrive, ch’era d’una specie non greca, ma barbara, cioè di pietre131; e ragionando Erodoto de’ popoli Geloni dice132, che avevano i loro tempj alla greca, cioè di legno; e tale era al riferir di Pausania133 quello di Trosonio e di Agamede, e tale sulla testimonianza di Polibio134 la celebre reggia della città di Ecbatana nella Media; che però io a questo attribuisco i frequenti incendj, che si leggono accaduti negli antichi tempj della Grecia; cosa che non sentiamo avvenuta in Asia, in Egitto, ed in quelli degli Etruschi. Sembra però che lo stesso le Roy sia persuaso, che le costruzioni più antiche della Grecia non [p. 178 modifica]fossero che di legno, perchè ci avvisa, che que’ popoli lavoravano le capanne con tal sapere e maestria, che in seguito non fecero altro, che trasportare le stesse misure e proporzioni nella pietra per formare le fabbriche loro più magnifiche135. Chi non crederebbe, che l’accurato scrittore avesse trovate dopo due mila e più anni in essere queste capanne di legno, per confrontarle cogli edifizj di pietra? Ma io neppur so comprendere qual elogio sia questo, che intende fare ad una tal nazione con insegnarci, che trasportò essa in pietra quello stesso che aveva per l’addietro lavorato in legno; mentre non intendo come le proporzioni convenienti a questa sorta di lavoro possano a quella in conto alcuno adattarsi, e convenire.

§. 42. Che se questo era il materiale sì debole, e di sì poca durata, che usavasi allora in Grecia, quali saranno stati gli ornamenti, e le grazie architettoniche? Io non trovo nè in Omero, nè in Esiodo, e nemmeno in Pindaro, benchè a quell’età posteriore, nominate o basi, o capitelli, o archi, o fregi, o cosa alcuna, che sappia d’Architettura. Si nominano, è vero, le colonne, ed io torno a ripetere quel tanto, che nel mio Pesto osservai, esser tuttora oscuro, che s’intendesse di nominare col greco termine κίονα kiona; e che al più non significarono che o pilastri, o tronchi di legno136. Osserverò ora di vantaggio, che Pindaro l’usa alcune volte per indicarci in generale una cosa atta a sostenere, o una difesa137, ed altre per ispiegare un puntello, che situato sotto il trave alleggerire il peso ai muri138. Esiodo ne dà un’idea come d’un corpo fisso, al quale potea attaccarsi, e legarsi qualche cosa139, ed in altro [p. 179 modifica]luogo140 la vuol parimente come un sostegno. Combinando quelli passi co’ diversi luoghi, ne’ quali la nomina Omero, sembra che kiona fosse come un gran pilastro fatto di legni e tavole situato in mezzo alla stanza più grande, o alla sala, e che levava la tratta a’ travi del tetto, o del solaro, e dove legavansi ed appendevansi diverse cose, e fra queste le armi, come da me già si disse141. Infatti noterò di più che il poeta ci descrive la padrona di casa, che in mezzo alle sue donzelle fila, appoggiata a quello sostegno142. Anche il cantore lo fa vedere situato presso alla colonna143, ed in mezzo a’ convitati, come in luogo da esser veduto, e sentito da tutti. Ulisse parimente volendo far prova se la moglie lo ravvisava, si pose in luogo alto e distinto, cioè a sedere alla colonna144. In tutti questi passi, ed altri simili sembra, che per occupare il posto più nobile, ed essere in villa, si avvicinassero a quel sostegno, che era in mezzo alla stanza. Or quello puntello, o pilastro, che idea può darci di elegante Architettura?

§. 43. Meno male però se per la causa de’ protettori dell’antica greca Architettura nell’età di Esiodo, e di Omero non fosse stata nella Grecia introdotta ancora quell’arte, benché forse già nota ed invecchiata in altre parti del mondo: il peggio si è, che non la veggiamo ivi neppure cominciata nell’altra epoca posteriore, ed assai più recente. La guerra del Peloponneso accadde nel V. secolo avanti l’era nostra volgare145, e nel secolo stesso successe la guerra di Mardonio. Viveano di quel tempo Erodoto e Tucidide, e da questi due scrittori contemporanei possiamo ben risapere qual fosse ne’ secoli poco innanzi al detto tempo la [p. 180 modifica]maniera di fabbricare da’ Greci. I sentimenti di Tucidide non meno che di altri storici di tal nazione sono stati da me esposti nelle dissertazioni Pestane146, ed è inutile ripeterli. La Grecia era affatto incolta, abitava ne’ tugurj, nelle capanne, o nelle case, che dalle capanne poco si distinguevano. Aggiugnerò il sentimento d’Erodoto, e di Flavio Giuseppe, il primo de’ quali parlando della guerra greca a’ tempi di Mardonio ci assicura, che in quelle circostanze si inoltrarono così poco istruiti i Greci, e così mal informati, che non sapevano dov’era Samo147, e lo supponevano ugualmente vicino, che le colonne d’Ercole. Flavio ci narra che i Greci ignoravano l’esistenza de’ Romani, benchè questi già combattessero in Italia, e trionfassero148; e soggiunge che il greco scrittore Eforo era sì mal informato dell’Europa, che prese l’Iberia per una città. Erano per tanto le idee loro così ristrette, che dentro quelle si abbreviava ancora il mondo, se l’estremità occidentale dell’Africa si accollava tanto con un’isola orientale dell’Arcipelago, e se d’una provincia ne formavano una città. In queste circostanze di tempi non aveva certamente la Grecia fissate ancora le arti, nè appreso un metodo ragionato d’Architettura quando voglia credersi a’ citati, e ad altri scrittori di tal nazione; che anzi ne’ posteriori ancora mancavan loro le opere le più necessarie. Strabone ci racconta149, che non avevano nè acquedotti, nè cloache, nè vie lastricate; e Dionigi d’Alicarnasso, benchè grande ammiratore del greco sapere, assegna l’invenzione di tali cose all’industria degl’Italiani150. Ma che diremo del tempo stesso per quest’arte felicissimo, nel quale vivea Pericle? Quello gran Mecenate delle belle arti avea, dice Plutarco151 nella sua [p. 181 modifica]vita, bravissimi architetti ed artisti, che sotto la direzione di Fidia alzarono gran fabbriche. Erano d’una sodezza e stabilità da contrattare col tempo, ed esser sempre nuove. Ecco il gusto grave e maestoso non copiato dalle capanne, ma passato dall’Oriente, o dalla Tirrenia a farsi vedere in Grecia. Ma quali erano in quelli edifizj le cose nuove e rare per quella nazione? Eccole, siegue Plutarco. L’architetto Corebo alzò delle colonne, e le legò cogli architravi. Sepezio le pofe ad un ordine superiore. Senocle fece la finestra alla cella, e Callicratide prese a fare un lungo muro. Questi sono i principj dell’Architettura in Grecia quattro secoli in circa avanti l’era nostra volgare. Or in quale stato trovavasi allora quell’arte non dico presso gli Orientali, ma presso ancora gli Etruschi, se già sin dalla più alta età del fatto Trojano peritamente fabbricavano?

§. 44. Non andiamo vagando più per l’Oriente, e lasciamo gli stupendi edificj di Amali, ed altri principi di quelle regioni, benché anteriori a quest’epoca, descritti ampiamente da Erodoto, da Diodoro, e da Plinio152. Lasciamo ancora da parte le maestose antiche fabbriche di Persepoli153, che se pure si volessero de’ tempi del vecchio Ciro154, non lascerebbero d’esser da cinque secoli innanzi alla nostra volgar epoca, e che dagli eruditi155 vengono, senza contrailo, riconosciute anteriori ad ogni greca Architettura; non parliamo finalmente del grandioso e splendido tempio di pietra con ampio porticato esistente presso [p. 182 modifica]Tanes in Egitto, descrittoci da Ateneo156, e senza allontanarci dalla nostra Italia osserviamo qual sorta di abilità avessero in quel tempo i Tirreni. Il secolo V. avanti l’epoca cristiana corrifponde a’ principj della repubblica romana, dopo l’espulsione de’ Tarquinj. Chi non sa a qual perfezione erano giunte allora le arti presso gli Etruschi? e parlando delle sole fabbriche, quante non se ne vedevano già in piedi in tutte le toscane città? Troppo si anderebbe in lungo ad enumerarle. Accenniamo soltanto le due sorprendenti, che gli Etruschi avevano lavorate in Roma, e che erano già in piedi, il tempio di Giove Capitolino, e la Cloaca massima; e diamo un’occhiata a quelle di Pesto, l’età delle quali, per quanto voglia prenderli bassa, sarà sempre di qualche secolo anteriore a questi tempi. Chi può desiderare in esse o maggior sapere per riguardo alla solidità e durata, o miglior intelligenza per rispetto alla disposizione delle parti, o più graziosa invenzione nella forma dell’ovolo, ne’ lavori del collarino, nella fusellatura della colonna? Noi le abbiamo pubblicate, e basta soltanto osservarle per restarne sorpresi ed ammirati. Nè può già dubitarsi, chechè altri ne pensi, che l’impegno di esaltare de’ non conosciuti, ed antichi monumenti, ci abbia fatto alterare in parte alcuna la verità, quando ci protestammo157 di aver fatt’uso di que’ disegni, siano in pianta, come in prospetto, che furono levati sotto la direzione di quel culto illuminato cavaliere, al quale si attribuì il merito e la gloria tutta d’una tal fatica. Questi poi non doveva certamente, nè poteva lavorar meccanicamente da per sè stesso: si prevalse bensì de’ più bravi professori, che di que’ tempi erano in Napoli. Le alzate ed i prospetti furono disegnati [p. 183 modifica]da un architetto e pittore abbastanza celebre per le opere, che ha lasciate in varie città d’Italia, qual fu Gian Battista Natali piacentino158. Sì prese il carico di misurare il piantato, e tutte le parti il signor Sabbatini architetto allora di Carlo III. re delle due Sicilie, ed ora nel medesimo servizio presso la stetta Maestà Sua divenuta monarca delle Spagne. In seguito dovendoli riscontrare le misure, vi furono impiegati i signori Magri Gaetano ed Antonio piacentini, il primo attuale pittore di Sua Maestà Siciliana, e professore il secondo d’Architettura; il signor Tommaso Rajola ingegnere della stessa Real Corte, il signor Nicole francese, ed altri. Che se vennero fatte posteriormente delle variazioni da me indicate nell’opera159, ciò avvenne, perchè nelle replicate osservazioni, che vi feci io stesso, accompagnato da quelli ultimi professori, potei scoprire quelle diversità, che erano sfuggite nelle prime diligenze; non essendovi per avventura occhio più accurato nell’osservare i monumenti, quanto quello di chi deve scriverci sopra, e renderne conto. Or se le Tavole, che sono sotto gli occhi del pubblico corrispondono agli originali, chi potrà mai esaminandoli attentamente riconoscerli per un lavoro di rozzi e principianti architetti?

§. 4§. Ma io non voglio perdere interamente di vista le fabbriche ancora di Pozzuolo, e delle vicine città esistenti nel seno di Cuma. Se fra quelle ve ne sono di più recenti, e che inoltrano i tempi del rinovato impero romano, non ne mancano di antiche, e che possono considerarsi de’ primi anni della repubblica. Tale nelle Tavole, che io pubblicai spiegando tutti que’ grandiosi edifizj160, [p. 184 modifica]riputai essere l’anfiteatro, e varie conserve d’acqua fabbricate in gran parte di mattoni, ma con tal sapere e gusto, che danno l’idea d’un’arte già vecchia e raffinata. Vi si veggono i mattoni di straordinaria grandezza destinati a servir di catena in certe determinate altezze, ve ne sono di grandi, e bellissimi formati a cuneo per costruzione degli archi161, e son tutti così ben disposti, e da una calce di tal forza e solidità collegati, che il solo scalpello può rompere un muro stato sin qui per secoli insuperabile all’azione dell’acqua e dell’aria, all’urto de’ venti, ed alla indiscrezione degli uomini. Alcuni di quelli muri, e non molto larghi, senza rinforzi, senza contrasti reggevano cupole di sorprendente diametro. L’acqua ha potuto corrompere, e far cadere le cupole, ma i muri son tuttora in piedi senza aver di sorta alcuna stapiombato162. Se tutto questo non è fabbricar con arte per la durata, e pel comodo e vantaggio dell’umanità, o bisognerà rinunziare a tutte quelle idee, che aver dobbiamo dell’Architettura, e supporla un’arte nata unicamente per dilettare il nostr’occhio colle sue vaghezze; o converrà disordinare tutta l’istoria, e distruggere la sua autorità ricevuta sin qui, ed approvata. Né voglio omettere finalmente un’altra osservazione. Se credessi a’ viaggiatori163, nelle vecchie superbe fabbriche d’Egitto veggonsi anche presentemente delle basi, de’ capitelli, de’ membri d’Architettura in tutto simili alle greche proporzioni. Si sforza taluno di spiegarli come aggiunte fatte posteriormente al tempo de’ Romani nel risarcire, ed accomodare dette fabbriche. Potrà questo sostenersi con qualche prova di considerazione? Potranno scoprirsi questi lavori di un genio moderno, e diverso dal tutto dell’opera, che è [p. 185 modifica]antica? Ecco quanto farà d’uopo di rischiarare, altrimenti noi averemo l’invenzione anche de’ più belli ornati da altre nazioni, e non dalla greca. Si contenti pertanto il le Roy se per adesso leviamo alla sua diletta nazione i soli primi tentativi, la sola invenzione dell’Architettura, lasciandole il merito delle bellezze, e della leggiadria aggiunta a quest’arte; acciò non venga chi tolga ad eda anche il ritrovato di quelle, e la faccia restare mera plagiaria, o poco giudiziosa imitatrice.

§. 46. E forse che potrebbe andare incontro ad una sì nuova ed inaspettata disavventura, se la repubblica letteraria vedesse sortire alla luce un’opera su veri fondamenti, e sulle leggi ragionate dell’Architettura, ed alla quale nulla mancherà per esser riconosciuta utile ben di molto, e rispettabile. L’erudita nobilissima penna, che la distende pel solo trasporto d’un genio sublime divenuto intelligente, e Mecenate nel tempo stesso delle belle arti, è tanto più ammirabile, quanto meglio ha saputo unire gli studj riflessivi e profondi colle assidue applicazioni, indivisibili compagne delle cariche luminose, e delle gravi incombenze d’una corte. In essa si vedrà, che non tutte le greche costumanze si accordano colla stabilità e durata delle fabbriche, unico fine per cui s’inalzano; che i cinque noti ordini architettonici non vanno esenti da qualche irregolarità, nè possono dirsi in ogni parte lodevoli; che i Greci, o non trasportarono le opere loro dal legno nella pietra, o se lo fecero, avranno cambiate le proporzioni, acciò non fossero deboli, e rovinose. Io che non posso vantare altro più che un genio sterile per quella nobil professione, nè posso augurarmi che il piacere di chi osserva le cose ben fatte, proporzionate, armoniose senza saperle fare, e giustamente ne gode, mi unirò col sentimento de’ professori, tosto che [p. 186 modifica]si pubblicherà, nel commendarla. Essi lo faranno per fondo di scienza, approvando le scoperte e la dottrina, io per effetto d’ammirazione, godendo della gloria, che ne risulterà al nobilissimo autore, e de’ vantaggi, che ne proverranno alla società dall’avanzamento, e perfezione di quest’arte.

§. 47. E qui ritorno, eruditissimo signor Abate, a quel primo argomento, che mosse voi ad interrogarmi, ed obbligò me a rispondere. Dopo tutto il già detto potrà mai persuaderci il signor le Roy, che in Grecia si trovassero tempj di prima ed originale invenzione? Se i due da esso nominati ivi esistono, in luogo di esser antichi saranno sempre posteriori all’epoca della rinovazione delle arti in Grecia, e perciò alla già stabilità Architettura in tante altre parti del mondo; e vantando anche in quest’epoca qualche sorta d’antichità, non saranno lavori greci, ma copie male intese del fabbricare etrusco. Se di ciò resterete persuaso, gradirò, e non poco, di aver arrolato un uomo assai rispettabile per la sua intelligenza sotto l’insegna della mia opinione: che se poi continuerete nella vecchia, e volgare credenza, che tutta quell’arte colle sue invenzioni debbasi a’ Greci, io continuerò ciò non ostante nella medesima stima pel vostro sapere, e nella stessa osservanza, ed amicizia per la vostra persona; ben consapevole, che in materia di scienza, e dottrina non sono poi così facili gli uomini a rinunziare alle proprie opinioni, onde diceva bene Marziale164:

Aurum, & opes, & rura frequens donabit amicus:
Qui velit ingenio cedere, rarus erit.


Note

  1. Satyr. lib. 1. sat. 10. vers. 14.
  2. Descript. of the East, ec. Tom. iI. par. 2. pl. 163.
  3. Paus. lib. 2. cap. 1. pag. 112.
  4. id. lib. 2. cap. 2. pag. 114.
  5. Hist. Græc. lib. 4. pag. 526. C.
  6. id. ibid. lib. 1. pag. 441. D.
  7. Pausan. lib. 1. cap. 17. pag. 41.
  8. Plutar. in Theseo, op. Tom. I. p. 27.
  9. Geograph. lib. 8. pag. 584., lib. 17. pag. 1190. C.
  10. lib. 14. pag. 985. B.
  11. Distrutta l’anno di Roma 608., riedificata l’anno 710.
  12. Apud Strabonem lib. 8. pag. 584.
  13. Flav. Joseph. Contra Apionem, lib. 2. cap. 9., Stephan. in fragment.
  14. Herodot. lib. 1. cap. 144. pag. 71.
  15. Stephan. De urbib. v. Dora, p. 250., & in fragment.
  16. lib. 1. cap. 56. pag. 26.
  17. lib. 6. cap. 53. pag. 461.
  18. lib. 14. pag. 965. C.
  19. in Timæo, op. Tom. iiI. p. 21. in fine.
  20. Apud Euseb. De præpar. evang. lib. 10. cap. 10. pag. 491.
  21. Biblioth. lib. 1. §. 28. pag. 33.
  22. lib. 2. cap. 4. pag. 105. Vide Lucianum De Dea Syria, circa init.
  23. ibid. cap. 148. pag. 146.
  24. Strab. lib. 17. pag. 1161. C.: Orbis spectacula.
  25. Diodor. lib 1. §. 63. pag. 72.: Æternæ habitationes.
  26. Mart. lib. 10. epigr. 2 vers. ult.
  27. Goguet dissert. in fine del Tomo iI. Dell’origine dette leggi, delle arti, e delle scienze, ec.
  28. Apud Eusebium De præparat. evang. lib. 1. cap. 9. pag. 32.
  29. Diodor. apud Euseb. De præpar. evang. lib. 10. cap. 8. pag. 482.
  30. Regum lib. 3. cap. 6. & seq.
  31. Esther cap. 1. v. 6. Vide etiam Cant. Canticor. cap. 5. vers. 15.
  32. Reg. lib. 1. cap. 15. vers. 12.
  33. Proverb. cap. 20. vers. 26.
  34. Exod. cap. 20. v. 25., Deuter. cap. 10. vers. 1. 3.
  35. Vide Pæsti rudera, dissert. 3. num. 7. & seq.
  36. loc. cit. num. 5. & seq.
  37. Pæsti rudera, dissert. 2. num. 11.
  38. Iliad. lib. 24. vers. 797.
  39. Strab. lib. 5. in fine, pag. 384: Murum Sybaritæ ad mare posuerant, habitatores autem sursum commigraverunt.
  40. Reg. ib. 3. cap. 7. vers. 15., Jerem. cap. 52. vers. 21.
  41. Antiquit. Judaic. lib. 8. cap. 3. n. 4.
  42. De præpar. evan. lib. 9. c. 34. pag. 450. & lib. 9. cap. 38. pag. 453.
  43. Marsh. Sæcul. 9. pag. 203.
  44. Exod. cap. 20. vers. 25., Deuteron. cap. 4. vers. 16. 17. & seq.
  45. Satyr. lib. 1. satyr. 10. vers. 7.
  46. Strab. lib. 16. pag. 1073. in fine.
  47. Diodior. lib. 2. §. 12. pag. 126.
  48. Apud Euseb. De præpar. evang. lib. 1. cap. 10. pag. 35.
  49. Geogr. lib. 1. pag. 38. princ.: Non enim Homericum est nova fabularum portenta proferre, quæ a nullo vero dependeant.
  50. Odyss. lib. 11. vers. 14., Strabo lib. 5. pag. 374.
  51. ibid. lib. 9. vers. 86. seqq.
  52. ibid. lib. 13. vers. 103.
  53. Nem. od. 3. vers. 94.
  54. lib. 8. pag. 532. C.
  55. lib. 7. cap. 5. pag. 535. lin. 27. Vide etiam lib. 9. cap. 39. pag. 784.
  56. lib. 2. cap. 100. pag. 148.
  57. lib. 4. cap. 95. pag. 324.
  58. lib. 1. cap. 97. pag. 247.
  59. lib. 3. pag. 344.
  60. De morib. Germ. cap. 16.
  61. Juvenalis Satyr. 6. vers. 1. seqq.
  62. lib. 4. cap. 190. pag. 364.
  63. lib. 1. §. 61. pag. 71.
  64. lib. 36. cap. 13. sect. 19. §. 1.
  65. Marsh. Can. Chron. pag. 11.
  66. Syncell. Chronograph. pag. 55.
  67. loc. cit. pag. 56. 57.
  68. lib. 2. cap. 124. pag. 163.
  69. Marsh. Can. Chron. pag. 18.
  70. De præpar. evang. lib. 9. c. 27. p. 436.
  71. Exod. cap. 10. vers. 25.
  72. Regum lib. 3. cap. 7. vers. 11. 12., & cap. 6. vers. 7.
  73. Genes. cap. 28. v. 22., c. 35. v. 7.
  74. ibid. cap. 12. v. 18., cap. 26. v. 25.
  75. lib. 2. c. 148. pag. 176. Vide Diodor., lib. 2. § 10. pag. 124.
  76. Deuter. cap. 22. vers. 8.
  77. Judic. cap. 16. v. 27., Reg. l. 4. c. 23. v. 12., Isaiæ cap. 15. v. 3., cap. 22. v. 1.
  78. Theogon. vers. 778.
  79. Pyramidogr. anglica edit. ann. 1646.
  80. lib. 35 cap. 15. sect. 51.
  81. Deuteron. cap. 27. vers. 2. 4.
  82. De præparat. evang. lib. 9. cap. 38. pag. 454.
  83. Eccli. cap. 38. v. 28. seqq.: Sic omnis faber, & architectus.... sic faber ferrarius ..... sic figulus..... unusquisque in arte sua sapiens est: sine his omnibus non ædificatur civitas.
  84. Isaiæ cap. 3. vers. 3.
  85. Apud Euseb. De præpar. evang. lib. 9. cap. 34. pag. 449.: Qui tibi (architectus) quæcumque ex eo quæsieris, quæ cœli hujus ambitu continentur, si modo ad architecturam pertinebunt, ea cum scienter edisseret omnia, tum etiam facile perficiet.
  86. lib. 1. §. 64. pag. 74.
  87. lib. 2. cap. 169. pag. 186.
  88. lib. 2. cap. 148. pag. 176.
  89. Pausan. lib. 9. c. 24. pag. 757., c. 41. in fine, pag. 797.
  90. Stromat. lib. 1. n. 24. Tom. I. pag. 418.
  91. Così può dedursi da quanto scrive Diodoro lib. 2. §. 11. pag. 125.
  92. Hist. lib. 2. cap. 124.. seq.: cioè a’ tempi di Cheope. Vide Mirsh. Can. Chronic. pag. 47. Tab. 1 pag. 18.
  93. Diod. lib. 1. §. 4.6. pag. 55.
  94. Apud Flav. Joseph. Contra Apion. lib. 2. cap. 2.
  95. Plin. lib. 36. cap. 11. sect. 15.: Factus est (obeliscus) imitatione ejus, quem fecerat Sesostridis filius Nuncoreus. Questa è la vera lezione, non la volgare, che dice fractus in molitione. Veggansi le note, ed osservazioni d’Arduino.
  96. Bonanni Numism. Pont. templ. Vatican. fabric. indicantia, Tab. 75. pag. 179.
  97. lib. 2. §. 11. pag. 125.
  98. Dissert. 5. n. 15. & seq.
  99. Paus. lib. 9. cap. 16. pag. 741.
  100. Vide Bellon. De antiq. oper. præstantia, lib. 1. cap. 8.
  101. Pæsti rudera, dissert. 4. n. 21.
  102. De Republ. lib. 5. cap. 11. op. Tom. iiI. pag. 545.; Hujus rei exemplum præbent pyramides, qui, sunt in Ægypto, & Cypselidarum colossi, & ædes Jovis Olympii a Pisistratidis ædificata.
  103. Dicæarch. in descript. Græc. ubi de Athenis: Olympii Jovis fanum.... structuræ delineatione stuporem incutiens.
  104. lib. 36. cap. 6. sect. j.: Columnis demum utebantur in templis, non lautitiæ causa, nondum enim ista intelligebantur, sed quia firmiores aliter statui non poterant; sic est inchoatum Athenis templum Jovis Olympii.
  105. Alberti, Barbaro, Filandrio, Scamozzi, Palladio, riportati dall’Algarotti, che riprovare le opinioni loro espone la sua, Oper. Tom. VII. pag. 200., e Saggio d’Architettura., Tom. iiI. pag. 71. ediz. di Cremona.
  106. Dissert. 4. n. 1l. 12. 13. & seq.
  107. ibid n. 22.
  108. Exod. cap. 26. vers. 32., & cap. 36. vers. 36.
  109. Regum lib. 3. cap. 7. vers. 19.
  110. Herod. lib. 2. cap. 169. pag. 186.
  111. Reg. lib. 4. cap. 25. vers. 17.
  112. Apud Euseb. De præpar. evang. lib. 1. cap. 9. pag. 32.
  113. loc. cit. cap. 10. pag. 37. C.
  114. Contra Apionem lib. 1. cap. 26.
  115. Vedi qui avanti §. 14.
  116. Chronogr. pag. 56.
  117. Vide Marsham. Can. Chron. pag. 18. & 34.
  118. In vita Hom. apud mythol. græc. pag. 287.
  119. Iliad. lib. 12. vers. 29.
  120. ibid. lib. 7. v. 436. seq., & v. 461. seq.
  121. ibid. lib. 12. vers. 396., & lib. 13. vers. 679., & lib. 15. vers. 384.
  122. Odyss. lib. 14. vers. 5. & seq.
  123. Iliad. lib. 16. vers. 212.
  124. Odyss. lib. 6. vers. 267.
  125. ibid. lib. 17, v. 339., & lib. 19. v. 38.
  126. Pind. Pyth. od. 4. v. 478.
  127. Iliad. lib. 5. v. 59., & lib. 15. v. 411.
  128. Odyss. lib. 17. vers. 384.
  129. ibid. lib. 5. vers. 240. & seq.
  130. ibid. lib. 19. vers. 56.
  131. Critias, oper. Tom. iiI. pag. 116.
  132. lib. 4. cap. 103. pag. 329.
  133. lib. i. cap. 10 pag. 618.
  134. Hist. lib. 10. pag. 598.
  135. Le Roy Tom. I. pag. XIII.: Ils disposerent (les Grecs) leurs cabanes avec tant de sasesse, qu’ils en ont toujours conservé la forme même dans leurs temples les plus magnifiques.
  136. Dissert. 3. n. 10.
  137. Olymp. od. 2. v. 146. & od. 8, v. 36.
  138. Pyth. od. 4. vers. 475.
  139. Theogon. vers. 522.
  140. ibid. vers. 779.
  141. Pæsti rud. dissert. 3. n. 10.
  142. Odyss. lib. 6. vers. 305.
  143. ibid. lib. 8. vers. 65. & vers. 471. seqq.
  144. ibid. lib. 23. vers. 90.
  145. Avanti G. C. l’anno 417. secondo Calmet, o l’anno 431. secondo Usserio.
  146. Dissert. 2. n. 13., dissert. 3. n. 1. & seq.
  147. Herod. lib. 8. cap. 132. pag. 682.
  148. Contra Apionem lib. 1. cap. 12.
  149. Geograph. lib. 5. pag. 360.
  150. Histor. lib. 3, c. 67. Tom. I. pag. 191.
  151. Plutarch. in vita Pericl. oper. Tom. I. pag. 159. F.: Quo magis opera admiranda sunt Periclis, quæ ad diuturnitatem, modico perpetrata tempore, fuere.... quasi habeant opera illa perpetuo virentem spiritum, & animam admixtam non emarcescentem.... Hic (Corœbus) columnas in pavimento posuit, & epistyliis junxit. Quo defuncto.... Xypetius Metagenes septum, & superiores columnas adjecit. Fastigio adyti fenestram addidit Cholargensis Xenocles. Longum murum Callicratides faciendum redemit.
  152. Herodot. lib. 2. cap. 175. 176. p. 189., Diodor. lib. 1. §. 46. p. 55. seq., Plin. lib. 36. cap. 12. sect. 17.
  153. Justin. Hist. lib. 11. cap. 14.
  154. Ælian. De nat. anim. lib. 1. cap. 59.
  155. Leibnit. Oper. Tom VI. par. 2. p. 194. (Characteres) in ruinis Persepolitanis extant, monumento architecturæ, sculpturæque orientalis, Græcorum opera antiquitate transcendentis.
  156. Athen. Deipnosoph. lib. 15. cap. 7. pag. 679. Vide ibid. notata.
  157. Dissert. 1. n. 7.
  158. Un ristretto della sua vita si legge nell’opera Antiquit. Puteol., Cumis, Baj. ec. explic. fol. 16. ad Tabul. 68.
  159. Pæsti rudera, dissert, 4. n, 4. 5., & n. 24., dissert. 5. n. 15. 16.
  160. Antiquit. Puteol., Cumis, Bajis existentis. Neap. 1768.
  161. Vide Antiquit. cit. Tab. 67. fig. 2. 3.
  162. ibid. Tab. 44. & 53
  163. Granger Voyag. de l’Egypt. pag. 38. 39. 58.
  164. Epigramm. lib. 8. epigr. 18. in fine.