Per la storia della cultura italiana in Rumania/II. Pietro Metastasio e i poeti Văcărești/4. Periodo di decadenza - Traduzioni incomplete e citazioni frammentarie

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
../3. I melodrammi

../5. Le rappresentazioni del "Catone" e della "Didone" IncludiIntestazione 21 settembre 2021 100% Da definire

II. Pietro Metastasio e i poeti Văcărești - 3. I melodrammi II. Pietro Metastasio e i poeti Văcărești - 5. Le rappresentazioni del "Catone" e della "Didone"
[p. 265 modifica]

4. Periodo di decadenza. — Traduzioni incomplete e citazioni frammentarie.

Dal 1829 al 1843, in cui un Achille del Christopoulos può venir scambiato per l’Achille in Sciro del Metastasio, abbiamo un intermezzo non del tutto trascurabile di tentativi andati a male e di citazioni frammentarie. Caratteristica di questo periodo (che coincide con quello dell’italianismo nel suo massimo fiore) è che questa volta si traduce dal testo ed è il Metastasio cantore della patria quello ch’è ora alla moda.

Non ci farà quindi meraviglia se il melodramma più in voga apparirà d’ora innanzi il Temistocle. [p. 266 modifica]

Budai-Deleanu, autore di un poema eroicomico in cui è chiara l’influenza della Secchia rapita, sarà il primo a por gli occhi sul capolavoro metastasiano, quando, non sappiamo precisamente in quale anno, ma prima ad ogni modo del 1820, ne intraprese la traduzione, a prova che „la lingua rumena, coltivata con amore, potrà col tempo non isfigurare accanto a quella italiana”. Uno dei più serii e dotti studiosi rumeni, che, pur occupandosi di problemi pedagogici e prendendo assai sul serio la sua missione d’educatore, sa trovare il tempo necessario per ricerche letterarie del più alto interesse; il prof. G. Bogdan-Duică in un suo studio ormai classico sulle fonti tedesche della Țiganiada fa rilevare, a proposito della poca considerazione in cui Budai-Deleanu mostra di tener la meravigliosa letteratura popolare rumena, come codesta sua avversione si estendesse eziando alla lingua popolare. Nella Prefazione infatti della sua grammatica (1812), parlando colla dovuta lode del tentativo fatto da Ienăchiță Văcărescu di sottoporre a regole precise la lingua rumena ancora fluttante fra l’uso popolare e l’arbitrio degli scrittori, esce in queste parole: „Post eum secuti sunt plures; sed pace eorum dictum sit, praeter laudabilem conatum de patrio sermone bene merendi, vix aliquid praestiterunt; nam imprimis omnes fere linguam in sua peripheria, ut ita dicam, vigentem tradiderunt — seu potius linguam vulgi unde adeo inter se discrepant ut quemvis eorum aliam linguam scripsisse credas”. Quali poi fossero le idee del nostro autore intorno alla lingua letteraria ci fa sapere il Bogdan-Duică medesimo nello studio sopra citato: „La cultura della lingua nazionale doveva secondo lui aver per fondamento le lingue romanze (l’italiano) e il latino. Perciò, antecipando un’idea di Eliade, Budai intraprese la traduzione del Temistocle di Metastasio, ma, non avendone tradotto che qualche pagina, non possiamo dire dove sarebbe arrivato nella italianizzazione del suo stile”.1

Veramente anche quelle „cîteva pagini” di cui ci parla il Bogdan-Duică sarebbero sufficienti, qualora fossero pubblicate, [p. 267 modifica] al glottologo che si proponesse di ravvisare in esse le tracce che la cultura italiana e latina dell’autore han lasciate, se non nella lingua (giacchè è chiaro che neppur Budai in persona avrebbe osato leggere la sua traduzione così come è scritta) almeno nella grafia. Fatto sta che in fondo questa offre al glottologo un interesse assai scarso, come ogni particolarità grafica che non rappresenti un riflesso di fatti fonetici realmente esistiti, ma solo delle preoccupazioni e dell’arbitrio individuali. Se però la lingua di cui il nostro autore si serve nella traduzione del Temistocle non può interessare che assai scarsamente il glottologo, per noi invece che ci occupiamo dell’influsso che la lingua, la letteratura e la cultura italiana han potuto esercitare in Rumania, acquista un valore che nessuno vorrà certo attentarsi a negare.

Il ms. che contiene la traduzione del Temistocle appartiene con ogni probabilità ai primi anni del secolo scorso e contiene oltre questo frammento: 1. Dascălul românesc. 2. Pentru temeiurile Gramaticii românești, Tom. I; 3. Scrisoare, tratând despre „Theoria orthographiei românești cu slove latinești; 4. „Trei viteji” poemă in versuri, in 4 cântece. Il nostro frammento che nel ms. miscellaneo occupa il secondo posto è intitolato così nel catologo (anch’esso ms.) dei mss. rumeni: Fragmente dintr’o composițiune dramatică având de subiect pre Xersu împeratul Perșilor, donde non si rileverebbe affatto trattarsi di una traduzione del Temistocle, se ciò non apparisse nel modo più chiaro dalle seguenti parole che si leggono a c. 36 r. e che trascriviamo fedelmente:


Temistoclu.

Dràmma izvodeitu antèyo de Petru Metastasi! in leimbàa italenèsca; talmacitu pre leimbàa romanèsca; quà o Proba: cu quàre se aràta; que leimba nòstra prein cultura sae potè cu vrème alaturà celii italienesci.


Il ms. è, come abbiam detto, del secolo XIX incipiente e misura cm. 23×18. È scritto tutto in caratteri cirillici ad eccezione del frammento del quale ci occupiamo, nel quale, per mostrarsi conseguente a sè stesso e alle sue teorie ortografiche [p. 268 modifica] (largamente esposte nella lettera che si legge a cc. 45-522 del medesimo ms.), Budai usa l’alfabeto latino. Tutto ciò che il ms. contiene, è, per quanto io mi sappia, inedito, ad eccezione di qualche strofa del poema eroicomico: Trei Viteji riportata dal Bogdan-Duică nello studio poc’anzi ricordato; sicuramente inedita è ad ogni modo la traduzione del Metastasio che più da vicino ci riguarda. Per finire, osserveremo che nella traduzione del Temistocle, per uno sbaglio di legatura che ha determinato un conseguente errore di numerazione, la c. 33 è diventata 36 e così di seguito le cc. 35 e 36 son diventate 33 e 35, di maniera che bisogna leggerle nell’ordine seguente: 3633, 34, 3335, 3536, 37 (indicando col numero sopra il rigo la numerazione errata attuale e con quelli sotto il rigo la numerazione esatta) se pur si vuole diano un senso compiuto. Eccone intanto un estratto, che sarà, credo, sufficiente a mostrar quali sieno le caratteristiche di questa traduzione, che, per lo scopo che si propone, per le particolarità lessicali e ortografiche che presenta e che mostrali già chiaramente formulata la teoria dell’italianismo; infine per essere la sola traduzione in versi che possediamo di un dramma del Metastasio, è forse la più importante di quante abbiamo finora avuto occasione di esaminare:

[Biblioteca Academiei Române, ms. No. 2427]


[c. 36 r.]
Excerptum ex opere Manuscripto.

 Temistoclu.

Dràmma, izvodeitu antèyo de Petru Metastàsu in leimbàa italenèsca; qua 5 Pròba: cu quàre se arata; que leimbàa nòstra prein cultùra sae pòte cu vrème alaturà celii italenesci.

Historia dein quàre se hávu scossu acésta Dramma.

Fostu-hàvu Atenénul’ Temistòclu; unul’ deintru celi mài luminàti capitànni ’a Hellàdei, nò odàta operàe elu cù charniceia si cu statul’ cinstea și slobozeia Patriei Sále. Țára dúpa vesteita Batalleia della Salamina; unde cu micu numeru de hostasi, frànsae și infugàe nenumeràta hostea lui Xersu imperàtul Persilor; atâta slavva dobendei; [c. 36 v.] quàto nemulçămitorii atenéni, veri [p. 269 modifica] [=orĭ] temendo quà pre unu puternicu, bèri pismuivendo qnà unui mái inalçatu deintru celi alálti, in urma ilu izgoneirae deintru acélesi zeiduri, quàre elu cu puçino mái nainte le aperasse..... ș. c. l. [Seguita per tutta la c. 36 v., dopo la quale, in seguito al sopraddetto errore di legatura, a c. 34 r. e c. 34 v., dove l’argomento termina colle parole:] Aratarea se tèmpla in Sùza cetatea imperatèsca, si scaunul, imperatzilor persyàni.

[c. 33 r.]Personele quare vorbescu

Xèrsu, imperàtul Perșilor.
Temistoclu, ceteçenu de Atèna.
Aspasyáa, filia lui.
Neoclu, filiu lui.
Rusánna, Principéssa.
Lysemáchu, Sollul’ atenénilor.
Sebástu, Persyánnu și incredinçatu alúi Xèrsu.

Semna. Là unele Dràmme, precum este Achilevs in Schira — talmaceita de D. Iordáki Slatenénu vel Pecharnicu — typareita in Bucuresti la ànul 1797. se àfla in lòcu de actus | . precum dicu latenii: | Фаптз — şi în locu de Scena, | пєвдкоа ce và sae dica la munténi și la moldoveni corténa, sèu pre [c. 33 v.] cum dicu alții zavéssa, iar’ èo socotendo que leimba nóstra purcéde dela leimba latèna; și cumque cuvventéle, quàre noae lypsèscu la anveçaturi, mai cuvviencioso èste alle imprumutà dèla máma latena dequàto dela altele; mái vertoso seiendo que și itallienii, frâncii și hispànii, aquarór leimbi hàvu purcessu dein lateneia: pazèscu acésta règula — hàmu púsa cuvventele mài sus numeite, precum se afla la (la)tèni adeque Actu, și Scéna. — [Segue per tutta la c. 33 v., dando notizio intorno al significato di Atto e di Scena, fino alle parole:...pre actori lucrando, con cui termina la lunga nota].


[c. 35 r.] ACTU I.

Scéna I.

(:Teatrul aràta deinlauntrul Palaçului Imperatèscu:)

Temistoclu, — Neòclu.


Temistoclu:— Ce faci? i

Neoclu:Cadintàa lassame pedépsa
Saè dào sumeçului o! Gansa;
vediùsi cùm te ascultàe, cum eti respùnsae:
și quàte mài havvèmu batjocuri ànque
à suferèi? — —

[p. 270 modifica]

     Temistoclu:infrenèzzati o filiule!
     ardóre netempuriva, doar’ ànque
     te crèdi a feire in Atena:
     și glóte cuceritóre
     a vedé imprejurul’ mieu:


i. tienendo pre Neoclu de mantáuo; ce smulgendo sabia vrèa sàe alérge dupa unu curtènu, ce ilu baljocorisse, quà saelu pedepsésca.

[c. 35 v.]
     ce s’aduna in fericeia
     si se imbùlde la norocu!...
tòte o! Neocle se hàvu scimbátu!...
celu intielleptu se pléca dupa sórte.
Curtea vrazmasiului mieu è acésta;
si eo nò su mai multo leibovvul’Atenei:
seràcu, nemé nec, si dàtu in urgeia;
izgoneitu, pribegu si lypseitu de tóate;
unà mi remàssae; si doar’cea mai buna!...
Statomiceiaa!... =
     Neoclu:értame o dulce parente
     àsta atà statorniceia
me sùpera me interrita!...
tu deintru acéiesi izgoneitu cetate
aquarei de atate hori intregime
aperasi-si in locul de mulçemita
hùrra pretuttendene gonitóre
a Patriei cumpleite aflando; ce tòta
adeposteirea; tòta odechna ti pismesce;
si và péna intru atàta sae te aduca
quà sàe n’hlvi locu de repàusu ! si totusi
zieluvendote nò te audivi; nece
turburatu te vedivi ! — ah! parente ! —
[c. 37 r.]si cùm pòti suferei in leinisce atàta
greutàte, atàta nemulçemita!...
     Temistoclu:filiule in drumul vivècii
     esti nque calatòriu novu;
     drept acéa ti pàre cumpleita
     feia ce tempi re neplacùta!...
que te miri no ti bago de vina: mirarea
éste filia nescienti si màica
intiellepcionei; inse acési urgeia
de quàre te miri este mài cu sàma;
à benefaptelor resplàta in lume!...
quèci benefapta è [....]3 povvara

[p. 271 modifica]

nemulcemitei; drept acea hurésce
tòtu nemulcernitoriul’: grevutàtea
fenefaptei in facatoriul de bene:
iar benefaptoriul’, fapta sà buna
intru cèlu nemulçemitoriu li iubesce;
drept àsta osebeiti suentem eo, si Atènàa:
ea m’horresce, eo ù [=o] liubesco
                    ș. c. l.

[Finisce a c. 42 v. coi seguenti versi, con cui si chiude la 2-a scena dell’atto I, fra Temistocle e Aspasia:]


A sortii rele maneia
     nò téme celu ce se anvéça
     a privvei là densa in faça:
     quando ea turba far’cuvvèntu.
Schola è de barbaçela
     a ei cumpleita asupréla;
     cum suentu carmaciului schóla,
     fortune si piovi si ventu,


corrispondenti alla nota arietta:

Al furor d’avversa sorte
     Più non palpita e non teme
     Chi s’avvezza allor che freme,
     Il suo volto a sostener.
Scuola son d’un’alma forte
     L’ire sue più funeste;
     Come i nembi e le tempeste
     Son la scuola del nocchìerj.

Malgrado la tendenza visibilissima a non discostarsi dal testo, neppur quando era addirittura impossibile conservare in rumeno certe peculiarità dello stile poetico italiano, cosi abbondante in inversioni e in costruzioni arcaiche che non trovano riscontro nella lingua de’ latini del Danubio; questa traduzione di Budai-Deleanu, mentre ha il pregio d’essere più delle altre fedele al pensiero del Metastasio, non è poi così ibrida cosa come potrebbe a prima vista sembrare. Pigliamoci un momento la briga di ridurne qualche brano in ortografia moderna, e vediamo che, stilisticamente parlando, può ritenersi persino superiore a quella del Beldiman. Ecco p. es. un brano del dialogo fra Temistocle e Neocle, che, nella nuova veste spogliata degli orpelli [p. 272 modifica] di un latinismo di gusto assai dubbio, non si può negare che faccia tutt’altra figura:

Tem:Infrânește-te, o fiule,
     ardoare netimpurie! Doar încă
     tè crezi a fi in Atena,
     şi gloate cuceritoaie
     a vedea imprejurul meu,
     ce se aduna in fericire,
     și se imboaldà la noroc?...
Toate oh! Neocle, s’au schimbat.
Cel ințelept se pleacă după soartă.
Curtea vrăjmașului meu e această;
și eu nu sunt mai mult libovnicul Atenei;
sărac, nemernic, și dat in urzia,
izgonit, pribeag și lipsit de toate;
una îmi rămase (și doar cea mai bună):
Statornicia!
     Neoclu:Iartă-mă, o dulce părinte
     astă a ta statorniciă
     imi supără, îmi întarată!
Tu dintr’aceias izgonit cetate,
a căreia de atâte ori intregime
apărași; și în locul de mulțumită
ura pretutindeni gonitoare
a Patriei cumplit aflând, ce toată
adăpostirea, toată odiima îți pizmueste,
și va pân’într’atât să te aducă
ca să n’ai loc de repaos; și totuși
jăluindu-te nu te auzii,
nici turburat te văzui! ahi pàrinte,
și cum poți suferi în liniște atâta
greutate, atâtă nemulțumità?...

Difetti ce ne sono; ma il lettore riconoscerà che qui, se non altro, il pensiero del Metastasio è ridato con fedeltà, e, soprattutto, con decoro. Sarà — non lo nego — un decoro che ha dell’artificiale, e, qua e là, dello stentato; ma che ci consola ad ogni modo dello strazio che gli altri traduttori avevan sempre fatto di questo elegantissimo e venustissimo poeta, traducendone i versi politi ad unguem nella più linfatica e pedestre delle prose immaginabili. Orbene, sarà che certi tentativi un po’ audaci finiscon sempre per cattivarsi la nostra simpatia, sarà per una ben naturale reazione al dispetto, provato nel veder [p. 273 modifica]sciupate in quella tal prosa i versi più squisiti e le più tenere strofette che sieno mai uscite dalla penna del più dolce fra i poeti d’Italia; sarà perchè assai meno delle altre si scosta dal testo; a me questa traduzione di Budai-Deleanu par la sola, dalla quale il Metastasio non esca malconcio, come è certo la sola che si proponga un alto fine artistico da conseguire. Compiacciamocene col vecchio boiaro che la lingua italiana conosceva a menadito e alla letteratura italiana più d’una volta s’ispirò, e riprendiamo il cammino che abbiam interrotto, per trattenerci (forse più del dovere) nella sua gioviale compagnia4. [p. 274 modifica]

Dicevamo dunque, che uno dei caratteri generali più spiccati di codesto intermezzo di citazioni frammentarie e tentativi di traduzione andati a male, consiste proprio nel fatto che non è più il poeta di Nice, ma quello della Patria che troviamo ora alla moda.

Il Metastasio infatti, mentre „presentì la gran rivoluzione... che sopravvenne... a schiantar l’impero da lui amato”5 e cantato, trovò anche accenti d’ineffabile dolcezza e d’insolita sincerità ed efficacia ogni qualvolta gli accadde di toccar la corda dell’amor patrio. Rileggiamo i versi indimenticabili del Temistocle, là dove al rimprovero di Serse (Atto II, Sc. 8):

               Ah dunque Atene ancora
Ti sta nel cor! Ma che tanto ami in lei?


l’eroe risponde, in uno scoppio improvviso di passione a lungo compressa, ch’è un protendersi di tutta l’anima verso un passato ormai irrevocabile, in un tumulto tragico di ricordi e di rimpianti:

Tutto, signor; le ceneri degli avi,
     Le sacre leggi, i tutelari Numi,
     La favella, i costumi,
     Il sudor che mi costa,
     Lo splendor che ne trassi,
     L’aria, i tronchi, il terren, le mura, i sassi;


e non ci meraviglieremo, che, anche in Rumania, degli spiriti desiderosi di libertà s’ispirassero talvolta ai versi di questo nostro poeta, che non fu sempre il rappresentante di quell’epoca, più a dir vero triste che vergognosa della storia italiana civile e letteraria, che troppi critici soglion ingiustamente dileggiare qual madre adultera del cicisbeismo e dell’Arcadia, mentre portava nel seno i germi fecondi della rinascita futura. No, il Metastasio non fu solo il poeta della Primavera e dell’amor querulo e lascivo dei pastorelli d’Arcadia: fu il poeta di Roma e della virtù latina, il poeta di Regolo e di Tito; nè solo per Fillide o per Clori egli pianse, ma anche per le trafitte amare della nostalgia; e [p. 275 modifica] neppur sempre gioì alla corte di Vienna per elogi sovrani e regali di tabacchiere preziose, ma lamentò in parole di rassegnata amarezza la necessità che lo aveva spinto a „procacciarsi sussistenza” oltre i confini della Patria, mentre „ogni altro trova asilo nella sua!”6 . Orbene quei versi del Temistocle a me pare trovino un commento in questo sospiro nostalgico, che, di tanto in tanto, scuote il petto del Metastasio7. Non era forse anche lui lontano dalla Patria e mezzo sperduto tra il fasto di quella corte straniera un po’ come il Temistocle del suo dramma? [p. 276 modifica]E chi sa in quante occasioni, in una forma o nell’altra, non sarà stato mosso anche a lui il rimprovero, ch’egli pone in bocca di Serse! Forse, in grazia appunto a codesto accento di commossa sincerità che in Temistocle ci fa vedere il Metastasio in persona, quando nei primi anni della sua dimora alla corte cesarea le trafitte della nostalgia dovevan farglisi sentire più crude; questi versi, a distanza di tanti anni, ci commuovono ancora. Non è quindi strano che il 1829 un greco esule e patriota ne fosse commosso al punto da riportarli tradotti in capo di un suo ΥΜΝΟΣ ΕΙΣ ΤΗΝ ΕΛΛΑΔΑ nei giorni memorabili, in cui la Grecia spezzava le secolari catene e l’istmo di Corinto risonava ancora del grido di Costantino Canaris.

Quel greco era Costache Aristia, e tradurrà di lì a qualche anno in rumeno la Virginia e il Saul dell’Alfieri; i versi ch’egli pone a capo del suo inno suonano in greco così:

Τὰ ἔθιμα τῆς, οἱ στέφανοί μοῦ,
Ἱδρῶτες, κίνδυνοι, θρίαμβοί μου
Ὁ ἥλιος τῆς καὶ ὁ αἰθήρ
Κὶ‿αὐτοὶ οἱ λίθοι κί‿αὗτὰ τὰ ξύλα
Ἡ γῆ, ἡ χλόη, δένδρων τὰ φύλλα,
Δι´αύτης ταύτης ἤμουν σωτήρ!

Questi versi gli torneranno alla memoria il 1843, quando per festeggiar l’avvenimento al trono di Valachia del Voda Gh. Bibescu, pubblicò un certo suo pasticcio epico-lirico-adulatorio intitolato Prințul Român, dove a pp. VII-VIII della Prefazione leggiamo le seguenti parole: „(p. VII) Temistocle mântuitorul Grecilor care a roșit limanul Pireu și marea Salaminia cu sângele Persian, apoi pizinuit și osândit la moarte ca toții mântuitorii (uitați-vă la cruce) scapă și chiar în Persia generoasă găsește ocrotire și slavă mare, înalță și el mai mult slava Persană; dar voind Csercses să ’l trimiță ca (p. VIII) să bată și Atena, nu primește; ascultați dar ce răspunde:

Serse.


Ah dunque Atene
Ancor ti sta nel cor!
Ma che tanto ami in lei?

Csercses.


Văi! astfel tot Atena
Ea stă ’n inima ta !
Ce ’n ea iubești tu?

[p. 277 modifica]

Temistocle.


     Tutto, Signor;
Le ceneri degli avi,
Le sacre leggi.
I tutelari Numi,
La favella, i costumi,
L’aria, i tronchi,
Il terren, le mura, i sassi.

Temistocle.


Totul, stăpâne; țara mea
Țarina strămoșească,
Și legea părintească,
Costumuri, cuvântare,
Zei, munca, slava mare
Sudoarele ’mi și truda,
Și ori ce fel amar
Trunci, aer, holde, ziduri,
Pământ și pietre chiar”8.

Se la metrica non è troppo rispettata nel testo italiano, la traduzione per compenso, senza potersi dire un miracolo, è decente. Ma non sono soltanto questi i versi che Aristia cita nel corso del sullodato pasticcio adulatorio, chè innanzi alla quarta [p. 278 modifica] parte di esso (Parada la Palat) troviamo i noti versi dell’Achille in Sciro:

Lungi, lungi, fuggite fuggite,
Cure ingrati, molesti pensieri;
No, non lice del giorno felice
Che un istante si venga a turbar.


che io cito naturalmente come trovo; e innanzi alla nona parte (Cuvântul M. Sa’e la deschiderea cinstitei obicinuite obșteștii adunări) questi altri di nuovo del Temistocle:

Di tua virtù la mia virtude accendi!
Più di quel ch’io ti dò, semp e mi rendi.
Quando un’emula l’invita,
La virtù si fa maggior;
Qual di face a face unita
Si raddoppia lo splendor.


Delle citazioni metastasiane del Negruzzi ho avuto altrove9 occasione di occuparmi. Non aggiungerò dunque che una breve rettificazione. Nell’Alauta romînească del 1837, dove per la prima volta apparve pubblicata la novella Zoè, i versi del Metastasio sono scritti benissimo, senza gli spropositi, dei quali li adorna l’edizione Socec, della quale ho avuto l’imprudenza di fidarmi. Del resto, ciò non toglie nulla alla verità di quanto a proposito del Negruzzi mi è accaduto di sospettare nella noterella in questione: che cioè d’italiano egli dovesse sapere ben poco. Ci risulta infatti che una sua vagheggiata traduzione della Gerusalemme non andò oltre le prime strofe e rimase allo stato di semplice progetto, non avendo il Negruzzi potuto vincere le difficoltà che lo stile poetico del Tasso gli offriva quasi ad ogni piè sospinto10. Ed invero altro è tradurre dal Metastasio, altro [p. 279 modifica] dal Tasso! Chi, nel secolo XVIII, non sapeva a memoria, pur non conoscendo l’italiano, qualche strofetta dell’autore del Regolo?

„Il Metastasio” scrive il De Sanctis11 „sopravvisse a sè stesso. Negli ultimi tempi era come uno straniero accampato in mezzo a una società che si rinnovava rapidamente. Assistette vivo alla sua demolizione. Vide Goldoni attaccare tutta quella sua fantasmagoria eroica, e cercare un’altra base, nella natura. Vide Parini dar della scure su quella società ch’egli aveva resa immortale. Vide Alfieri rompergli le sue melodie. E già, morto appena, la società di cui era stato il poeta e l’idolo, crollava da tutte parti con tanta rovina, che la nuova generazione non la comprese più e parve lontana di un secolo”. Sta bene; ma „la collera contro la vecchia società” non sempre si riversò sul poeta, che, se fu accusato „di avere infemminito gli italiani co’ suoi molli versi”, seguitò non pertanto a regnar da padrone nel cantuccio solitario e fiorito, che più d’un rivoluzionario volle serbargli nel cuore, per potervisi rifugiare a suo bell’agio, ogni qualvolta, stanco della lotta e disgustato degli uomini, sentisse il bisogno di affrancarsi un istante dalle catene brutali della realtà, per lasciarsi rapire dal fascino di quell’arte delicata e ingenua come un fiorir di mandorli a primavera12. Inoltre, come [p. 280 modifica] il principal nemico della sua fama fu l’Alfieri (del quale furon, sì, conosciute fuori d’Italia le tragedie, ma non tutte le bizze e i giudizi avventati), così, data anche la tendenza degli stranieri a ravvisar nel Metastasio il fiore più vago e quasi l’essenza stessa dell’arte puramente italiana (le cui note fondamentali riesce per avventura più facile ad essi che a noi di stabilire), è chiaro che, fuori dei confini della patria, dove i pettegolezzi letterari non giungono e certe idolatrie non trovano eco, il Metastasio non rimase esposto ad altri colpi che non fossero quelli che indubbiamente gli venivano dal rinnovamento dei tempi e dell’arte. Ai quali colpi l’eroe resistè a lungo, imbracciando lo scudo romano, dove era scolpita la gesta di Regolo, e, mostrando di saper combattere anche lui per la libertà, disarmò la maggior parte de’ suoi nemici, che, posta giù la diffidenza per il poeta di Nice, accolsero nelle loro file il vecchio eroe cui le ginocchia tremavano ormai, non la voce; la voce, che, di tra il tumulto della folla rivoluzionaria e il fragore delle armi, cantava fioca ma chiara: [p. 281 modifica]

               La patria è un tutto,
di cui siam parti. Al cittadino è fallo
considerar sè stesso
separato da lei. L’utile o il danno
ch’ei conoscer dee solo, è ciò che giova
o nuoce alla sua patria, a cui di tutto
è debitor. Quando i sudori, e il sangue
sparge per lei, nulla del proprio ei dona;
rende sol ciò che n’ebbe.
                    (Regolo, atto II, scena I).

Bellissimi versi, che ne ispirarono degli altri, anche più belli, al Leopardi13, e che ad ogni modo valgono a spiegarci il desiderio del Carducci di veder l’Attilio Regolo „rappresentato tutti gli anni con musica degna nel giorno natalizio di Roma su ’l Campidoglio”14.

Note

  1. Op. cit., loc. cit. [„Cultura limbii naționale trebuia să se răzime, după el, pe limbile romanice (italiana) și pe cea latina. Deaceea, anticipând o idee a lui Eliade, Budai începuse să traducă pe Temistocle de Metastasio, dar traducînd numai cîteva pagini nu putem hotărî pînă unde ar fi mers Budai cu italianisarea stiluluĭ său”].
  2. Le cc. 53, 54 e 55 contengono un frammento di altra opera di Budai-Deleanu, che non ha niente a che fare colla Lettera ortografica, di cui parla il catalogo. Si tratta di una quarantina fra massime e proverbii scritti in caratteri latini ed appaiono di età posteriore agli altri scritti compresi nel codice.
  3. Parola illeggibile: grea? prea mare?
  4. Che cosa avesse dal Metastasio tradotto Stefan Crișan (Körösi) non sappiamo. La notiziola citata da Vasile Pop nella sua prefazione al Salterio in versi del Pralea non ci apprende se non che „acésta multe au tradus din Metastasie”, e, del resto, anche per ciò che riguarda la vita di questo letterato rumeno del Settecento, se non è buio pesto, poco ci manca. Il Iorga stesso confessa nella sua Istoria literaturii românești in secolul al XVIII-lea (II, 297), che non ne sappiamo nulla, all’infuori di quanto ce ne dice il Cipariu (Principia, p. 317 e segg.): che, cioè, insegnò nei collegi riformati di Cluj e di Mureș-Oșorheiu in Transilvania, e che non era più in vita il 1820, quando Asachi, recatosi in Transilvania per reclutarvi professori per il seminario di Socola, potè acquistar dalla vedova di lui un manoscritto, ch’è ora alla Biblioteca di Iassy (n. 27) e fu studiato (in Revista critica-literară, IV, 33 sgg.) da Aron Densușianu. Una poesia rumeno-italiana (scritta cioè in rumeno italianizzato) riproduce a fronte coll’originale italiano il Vater a p. 407 del vol. IV delle sue: Proben deutscher Volksmundarten (Leipzig, 1817). Eccola:

    Voi ochi, muritore stele,
    Miniștri perirei mele,
    Și’n somno ànche m’aretați
    Che murire mi optați;
    Inchiși de mi ucideți,
    Deschiși, voi ce nu puteți?

    Voi occhi, stelle mortali
    Ministre dei miei mali,
    Ch’in sogno ancor mostrate
    Che mio morir bramate;
    Se chiusi m’ocideti (sic)
    Aperti, che non farete?

    Questo medesimo madrigale italiano, il cui autore non mi è riuscito di trovare, è imitato da Iancu Văcărescu nella seguente poesiola:

    Ochi! când închiși mă prăpădiți,
    Deschișì oar ce mi-ațì face?
    Deschide-vă-ți și mă sfârșiți !
    C’astfel să pier îmi place!

    (Poeziile Văcăreștilor in Bibl. Românească Enciclopedică Socec (N. 2), București, 1908). — Cfr. inoltre L. Șăineanu, Istoria filologiei române, già citata, p. 28.

  5. G. Carducci, Melica e lirica nel Settecento (vol. XIX delle Opere), Bologna, Zanichelli, p. 83.
  6. Cfr. Carducci, op. cit., p. 91: „Ogni altro trova asilo nella mia patria ed io ho voluto prendermi un volontario esilio per procacciarmi sussistenza; e, come se ciò fosse poco, mentre io non risparmio sudori per onorarla, mi eccita calunnie per infamarmi”, (Lettera al card. Gentili).
  7. In una delle prime lettere da Vienna (27 gennaio 1731) il povero Metastasio ripensa infatti melanconicamente al carnevale romano ed alle corse dei barberi: „Oggi è appunto il primo giorno di carnevale, ed io son qui a gelarmi” esclama proprio in sul principio, e, per tutto il resto della lettera, questi due ritornelli del carnevale e del gelo si avvicenderanno di continuo. „Dica chi vuole”— esclama dopo una vivace rappresentazione del carnevale romano,— „è gran piacere la forte immaginativa. Io ho veduto il Corso di Roma dalla piazza dei Gesuiti di Vienna!”. E poi, subito, il motivo del gelo con relativa descrizione della neve che „cade continuamente, si stritola e si riduce a tal sottigliezza che vola e si solleva come la polvere nell’agosto”, rincalzata di lamentele d’abate assiderato, e meraviglia non priva di disprezzo per quelle,.bestie” di viennesi, che, con quel po’ po’ di freddo, si divertono un mondo (tutti i gusti son gusti!) a farsi „trascinare in slitta la notte”, ed infine... spiegazione di tanto accanimento contro il freddo e la neve, consistente nell’avere il povero poeta „dato solennemente il c.. per terra, in quel solo passo indispensabile”, che doveva fare per montare in carrozza. Insomma, a legger questa lettera, un po’ si ride, un po’ ci si commuove per l’abate romano, privato crudelmente del suo carnevale e costretto per giunta a camminar sopra „tre palmi di ghiaccio cocciuto più delle pietre”, a farsi mettere „le sole di feltro alle scarpe” per premunirsi contro la..lubricità del paese I”. Persino nello „state allegra”, con cui si chiude questa lettera alla Bulgarelli (o Romanina dei bei giorni napoletani pieni di sole e d’amore!) par di scorgere che, quanto a lui, non era certo allegro e rimpiangeva più ancora che il carnevale e i barberi il bel ole e il dolce clima d’Italia! (fr. Lettere disperse di Pietro Metastasio, a cura di Giosuè Carducci, Bologna, Zanichelli, 1883, pp. 30-32). Cfr. anche la prima delle Due lettere autografe di Pietro Metastasio, pubblicate da E. N. Chiaradia nel Giornale St. d. lett. it. (LIX, 377), datata da Vienna, 3 giugno 1730: „Io sto qui di buona salute, ma poco contento; finora non posso assuefarmi al paese, nè di me posso darvi alcuna notizia perchè la Corte non è paese da conoscersi in così pochi giorni”. Nostalgia e tristezza, senza dubbio come poteva sentirla un abate del settecento, ma non per ciò meno dolorosa!
  8. [„[p. VII] Temistocle, il redentore dei Greci che tinse di rosso il porto del Pireo e il mar di Salamina col sangue dei Persiani, poi, invidiato e condannato a morte come tutti i redentori (guardate alla croce), riesce a salvarsi, ed anche in Persia trova generoso rifugio, e gloria grande, da parte sua innalza anche lui la gloria dei Persiani, finchè volendo Serse mandarlo a [p. VIII] combattere Atene, rifiuta. Ascoltate ora come risponde:

    Serse.
    Ah dunque Atene
    Ancor ti sta nel cor!
    Ma che tanto ami in lei?

    Temistocle.
    Tutto, Signor;
    Le ceneri degli avi,
    Le sacre leggi,
    I tutelari Numi,
    La favella, i costumi.
    L’aria, i tronchi,
    Il terren, le mura, i sassi.


    Serse.
    Ahi! dunque sempre Atene
    Essa sta nel tuo cuore!
    Che in lei tu ami?

    Temistocle.
    Tutto, Signore; la patria mia,
    il terreno avito
    e la legge paterna,
    i costumi, la lingua,
    gli Dei, il lavoro, la gran gloria,
    i miei sudori e le disgrazie,
    e ogni altra amarezza,
    i tronchi, l’aria, le zolle, le mura,
    la terra e le pietre persino”].


    È inutile ch’io faccia osservare come, piuttosto che di una traduzione, sia qui forse il caso di parlare d’una parafrasi.

  9. Un’imitazione rumena dal Gessner e dal Vigny, in Studi letterari e linguistici dedicali a Pio Rajna nel quarantesimo anno del suo insegnamento, Firenze, Ariani, 1911, p. 940, n. 2.
  10. „Più che guidato da maestri, Costantino Negruzzi imparò da solo il tedesco e l’italiano, quest’ultima lingua così bene da concepire a un dato momento il disegno di tradurre in versi la Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. Ma sia che altri lavori gli avessero preso tutto il tempo che aveva disponibile sia che si tosse imbattuto in troppo gravi difficoltà, il tentativo non ebbe seguito ed il progetto rimase ineseguito”. Cfr. I. C. Negruzzi, Incepurutile literare ale lui Constantin Negruzzi, in Analele Academiei Române, Seria II, (Mem. Secț. lit.) tom. XXXII (1909), p. 6.
  11. Nel Saggio sul Metastasio comparso nella N. Antologia (agosto 1871) e rifuso poi nella Storia della letteratura. Il brano che riportiamo (non compreso nella rifusione) è stato di recente ripubblicato dal Croce nel fascicolo di marzo 1912 (p. 61) della sua Critica con altre Pagine sparse di Francesco De Sanctis.
  12. Una riprova ce l’offrirebbe (e, possiamo dire, ce l’offre, visto che l’autore della traduzione riteneva il dramma del Metastasio) Iordachi Sion (1822-1892) che il 1843, quando già da parecchi anni le tragedie di Vittorio Alfieri strappavano alle platee rumene i più frenetici applausi e i poeti cantavano ben altre cose che la primavera e i pastorelli d’Arcadia, ci dà, quando meno ce l’aspetteremmo, la traduzione d’un Achille, ch’egli dice del Metastasio: [testo cirillico] АХИЛ | драмъ єроикъ ꙟи патрѹ акгє || дє | МЕТАСТАСІО. || традѹсъ | дє | ИОРДАКИ СИОН | Иаѱи | Да Кантора Фоиєн Сътєѱти | 1843, ma che, mentre non ha nulla a che fare con l’Achille in Sciro, nè si legge fra le Opere, nè presenta le caratteristiche di un dramma metastasiano, è invece traduzione, come mi è riuscito di assodare, di un dramma eroico di Atanasio Christopoulos „παρασταθέν“, come ci testimonia il ΣΑΘΑΣ (Νεοελληνικὴ Φιλολογία, Ἀθήναις, 1868, p. 714) „πολλάκις καὶ θαυμασθὲν ὑφ´ ὅλων“ e così intitolato: Ἀχιλλεύς, δρᾶμα ἡρωϊκὸν εἰς τὴν αἰοποδωρικὴν διάλεκτον. Ἐν Βιέννῃ, 1805. La traduzione del Sion c’interessa però per via della Prefazione, in cui, fra molti luoghi comuni sul dovere che incombe all’uomo di coltivare il suo spirito, e sull’ufficio della poesia, con iderata come principio di civiltà, posson leggersi le seguenti parole, che, mentre ci attestano ancor viva l’impressione suscitata dalla rappresentazione moldovana del Saul, par voglia paragonare la poesia in genere, e quella del Metastasio in ispecie, all’arpa di David, che sola poteva calmare le furie dell’infelice re d’Israele: „Adese ori un Saul, care în periodica sa furie și nebunie urla lumea întreagă, pe Dumnezeu în care pururea ca într’un duh al mântuireĭ viețuiau Ev eiĭ și însușĭ David, slava lui Prail, numai atuncea cunoștea rezonul, se îmblânzia, și simțĭa datoriea sa, când cu capul său rezemat de țenunchiĭ eroului unia dulcele accente ale harpei sale, cu harmonioa ele tonuri ce complecta lauda vetezilor luĭ biruințe și izbânzĭ”. [Spesse volte un Saul, che, nel suo periodico furore e nella sua intermittente follia, odiava il mondo intero e Dio nel quale continuamente come in un spirito di redenzione vivevano gli Ebrei, e lo stesso David, gloria e fasto d’Israele; solo allora conosceva ragione, si calmava e si rendeva conto del dover suo, quando, col capo sulle ginocchia dell’eroe, lo ascoltava sposare i dolci accordi dell’arpa alle parole armoniose che completavan la lode delle sue forti vittorie].
  13. All’Italia, vv. 54-59:

    Oh misero colui che in guerra è spento
    non per i patrii lidi e per la pia
    consorte e i figli cari,
    ma da nemici altrui
    per altra gente, e non può dir morendo:
    Alma terra natia,
    la vita che mi desti, ecco ti rendo,

    l’ultimo dei quali non è che un’eco del metastasiano:

    rende sol ciò che n’ebbe .

    Per altre imitazioni metastasiane nel Leopardi cfr. V. Russo, „La Libertà” del Metastasio in due canti del Leopardi, in Note di letteratura e d’arte, Catania, Giannetta, 1910; V. A. Arullani, Una canzonetta del Metastasio e un canto del Leopardi, in Biblioteca delle scuole italiane, X (1905), 16.

  14. Carducci, op. cit., p. 83.