Profugiorum ab ærumna/Libro I

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Libro I

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Profugiorum ab ærumna Libro II


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LIBRO I


Niccola di messer Veri de’ Medici, uomo ornatissimo d’ogni costume e d’ogni virtù, e io insieme passeggiando nel nostro tempio massimo ragionavamo, come era nostro costume, di cose gioconde e ch’appartenevano a dottrina e investigazione di cose degne e rare. Sopragiunse Agnolo di Filippo Pandolfini, uomo grave, maturo, integro, quale e per età e per prudenza sempre fu richiesto e reputato fra’ primi nostri cittadini. Salutocci e disse: - Te, Battista, lodo io; e piacemi che, come in altre cose, così e in questo tuo ridurti qui assiduo in questo tempio ti veggo religiosissimo. E’ non fu sanza cagione quel detto di que’ buoni antiqui che massime allora si dà opera al culto divino quando si frequentano e’ luoghi sacrati a Dio. E certo questo tempio ha in sé grazia e maiestà: e, quello ch’io spesso considerai, mi diletta ch’io veggo in questo tempio iunta insieme una gracilità vezzosa con una sodezza robusta e piena, tale che da una parte ogni suo membro pare posto ad amenità, e dall’altra parte compreendo che ogni cosa qui è fatta e offirmata a perpetuità. Aggiugni che qui abita continuo la temperie, si può dire, della primavera: fuori vento, gelo, brina; qui entro socchiuso da’ venti, qui tiepido aere e quieto: fuori vampe estive e autunnali; qui entro temperatissimo refrigerio. E s’egl’è, come e’ dicono, che le delizie sono quando a’ nostri sensi s’aggiungono le cose quanto e quali le richiede la natura, chi dubiterà appellare questo tempio nido delle delizie? Qui, dovunque tu miri, vedi ogni parte esposta a giocondità e letizia; qui sempre odoratissimo; e, quel ch’io sopra tutto stimo, qui senti in queste voci al sacrificio, e in questi quali gli antichi chiamano misteri, una soavità maravigliosa. Che è a dire che tutti [p. 108 modifica]gli altri modi e varietà de’ canti reiterati fastidiano: solo questo cantare religioso mai meno ti diletta. Quanto fu ingegno in quel Timoteo musico, inventore di tanta cosa! Non so quello s’intervenga agli altri; questo affermo io di me, che e’ possono in me questi canti e inni della chiesa quello a che fine e’ dicono che furono trovati: troppo m’acquetano da ogni altra perturbazione d’animo, e commuovonmi a certa non so quale io la chiami lentezza d’animo piena di riverenza verso di Dio. E qual cuore sì bravo si truova che non mansueti sé stessi quando e’ sente su bello ascendere e poi descendere quelle intere e vere voci con tanta tenerezza e flessitudine? Affermovi questo, che mai sento in que’ misteri e cerimonie funerali invocare da Dio con que’ versiculi greci aiuto alle nostre miserie umane ch’io non lacrimi. E fra me talora mi maraviglio, e penso quanta forza portino seco quelle a intenerirci. E quinci avviene ch’io credo quello che si dice ch’e’ musici potessero essortare Alessandro Macedone ad arme cantando, e rivocarlo in cena. Ma fec’io bene? Io ruppi forse e’ vostri ragionamenti, Niccola, e distesimi in cose non accommodate.

Queste sino a qui furono parole d’Agnolo. Adunque Niccola gli rispuose, e disse: - E’ nostri ragionamenti non erano tali che questi vostri non siano accommodatissimi. E se io bene scorgo l’animo qui di Battista, niuna cosa gli può venire tanto grata e accetta quanto udirvi e ragionare e disputare di cose dotte e degne. E affermovi questo, lui vi porta riverenza, e àmavi quanto merita la virtù e l’autorità vostra. E riferiscovi quel ch’io intesi spesso da lui, che due soli uomini gli paiono ornamento della patria nostra, padri del senato e veri moderatori della Repubblica: l’uno si è Giannozzo degli Alberti suo, uomo tale per certo quale e’ lo espresse in quel suo terzo libro De Familia, buono uomo e umanissimo vecchio; l’altro siete voi, quale e’ compari a Giannozzo in ogni lode. Voi d’età maggiori in senato, d’autorità primi, d’integrità soli. Se a Giannozzo fusse molta cognizione di lettere, direi: qual due uomini altrove si troverebbono o sì compiuti d’ogni pregio, o sì insieme simili in ogni laude? Voglio inferire che a Battista, qual sempre v’appella padre, e védevi e odevi [p. 109 modifica]con avidità e volentieri, e’ vostri ragionamenti saranno, come e’ sono a me, accettissimi e gratissimi.

Ma che diremo noi? Lasciamo stare la descrizione e forma di questo tempio. Non cerchiamo quanto sia imposto suo peso a chi possa sostenerlo, o quanto sia non male occupato quello che farebbe a grazia e ammirazione. Altrove sarà da disputarne. Vegniamo a quello che io desidero intender da voi. Siete voi, Agnolo, in questa opinione che queste conversioni e coniunzioni di voci possino levare gli animi e imporre in loro vari eccitamenti e commozioni? Troppo sarebbe forza qui in Battista, se potesse con suoi strumenti musici adducere gli animi in qual parte e’ volessi. E in prima mi maraviglio del nostro Platone, principe de’ filosofi, quale affermava non avenire mai che nuova ragion di canti si ricevessero al vulgo e in uso senza qualche prossima perturbazione publica. Che quella e quell’altra armonia sia cagione di pervertere una republica, né io lo crederrei a Platone se me lo persuadesse, né voi mi loderesti s’io glielo credessi. Forse diranno che sia indizio e segno di quello ch’egli osservorono poi esser seguito: né questo ancora mi satisfa. Altre sono le vere cagioni, altri sono li veri indicii quali dimostrano l’apparecchiate ruine alle republiche, fra’ quali sono la immodestia, l’arroganza, l’audacia de’ cittadini, la impunità del peccare, la licenza del superchiare e’ minori, le conspirazioni e conventicule di chi vuole potere più che non si li conviene, le volontà ostinate contro i buoni consigli, e simili cose a voi notissime; sono quelle che danno cognizione de’ tempi, se seguiranno prosperi o avversi. E quell’altro, per onestar l’arte sua, disse che l’animo dell’uomo era composto d’armonia e di consonanze musice. Non mi satisfanno costoro, né veggo in che modo l’animo in cosa alcuna abbi convenienza con lo strepito o crepito di più voci e suoni. E tanto iudico l’animo esser o subietto o obligato o dato a questi suoi movimenti da cosa quale io non so compreendere quale ella sia, che non solo e’ musici, ma né ancora e’ filosofi con sue ottime e copiosissime ragioni possono diverterlo dalle cure quale tuttora lo assediano, né possono distorre da’ nostri pensieri l’acerbità in quale l’animo nostro non so come si rimpiega. Questo si pruova [p. 110 modifica]tutto el dì, che le triste memorie, le ingrate espettazioni, le dure offensioni ci si presentano e attaccansi all’animo, tale che a nostro malgrado ci conviene dolere e temere, e male averci, si può dire, contro a ogni nostra volontà; già che niuno si truova sì pazzo che non volesse più tosto stare lieto che mesto, sperare bene che vivere in paura. E questi filosofi con loro parole credono spegner quello che con effetto tanto può per sua natura in noi. Questo donde e’ sia non so: pur lo sento in noi mortali esser fisso e quasi immortale. E quale e’ sia per sé tanto veemente e tanto ostinato, vi confesso, Agnolo, non lo so: ma che e’ sia, lo sento e pruovo, e duolmi. Ma voi come prudente statuirete quanto sia da giudicarne. Io insino a qui assentirei a chi lo dicesse non esser possibile vetare da noi tanto male se non col tempo, cioè col straccare quella forza de’ cieli e della natura sofferendola; ché in altro modo non veggo si possa escludere la acerbità e durezza dell’animo, conceputa dalle ingiurie della fortuna e da’ casi avversi quali da infinite parti ci percuotono e assiduo ci si presentano, e occupano e’ nostri sensi e mente, in modo che nulla ci è lecito refutarli o esturbarli.

Agnolo. Ben veggo io che tu studi gratificare qui a Battista; e piacemi satisfargli, poiché a lui diletta udirmi, e questi sono certo ragionamenti degni e da seguirli. Io imiterò te, Niccola, in questo disputare, quale ben conosco non referisci la vera tua opinione e sentenza, ma quasi m’allettasti ad esplicare la mia. Adunque discorreremo narrando e raccogliendo quello potesse dire chi come noi volesse più tosto ragionando ostare a’ detti altrui che affermare e’ suoi. E viemmi a mente quella disputazione di Senofonte, dove Araspa Medo dicea a Ciro che gli uomini avean in sé due animi, l’uno de’ quali era vero amatore delle cose iuste e oneste e degne, l’altro era contrario, e cupido dell’ozio più che della industria, dato alle voluttà più che alli studi delle cose degne e rare, subietto e mosso dalla volontà e lascivia più che dalla ragione e constanza; e che lascerebbe a quella sua amata questo animo sinistro, e porterebbe seco quel destro e virile, col quale e’ satisfarebbe a Ciro e al suo officio in arme, e dove fussi luogo adoperarsi in virtù. E quanto io, vi confesso, non sono [p. 111 modifica]di quella virtù intera, ch’io in tutto tenga escluso da me quello animo sinistro, e non qualche volta erri in quella parte in quale e’ dicono abitarvi le passioni, le cupidità, e’ dolori, le speranze e simili perturbazioni. Sono in questa età in qual mi vedete vissuto già anni circa novanta. Vidi molte, vidi in vita e soffersi molte, Niccola, molte molestie in vita, e quasi feci calli all’animo con soffrire e’ mali; pur talora quando m’occorrono e’ casi, non posso fare ch’io non pensi a più cose, e vederommi assalito da certo dolore e da tristezza, né io stessi saperò donde e come. Vincemi la indignazione di troppe ricevute ingiurie, fastidiami la insolenza di tale o quale ambizioso, pesami la audacia, temerità e furioso impeto di chi sciolto urteggia e’ buoni, e fra me dico: Agnolo, questo che a te? Tu maturo d’età, a te non mancano le cose desiderate e chieste della fortuna; in te animo netto e grato a’ tuoi cittadini; vivi, come e’ dicono, omai a te stessi, e usa le cose presenti come presenti. Così con molti simili ammonimenti mi castigo; ma nulla però giovo a me stessi quanto io vorrei, tanto mi vince il non vedere le cose in quel buono assetto ch’io desidero e studio addurle. Ma non è però ch’io non potessi vincere me stessi. E perché no? Perché non potre’ io quello che poterono gli altri, quali furono in vita uomini come testé sono io? E quanti furono che osservorono constanza e vera virilità d’animo in le cose dure e aspre? E a noi chi vieterà che non ci sia lecito nelle avversità e gravezze obsistere e deporre ogni perturbazione con buona ragione e consiglio? Non dubito che se vorremo e bene offirmarci con virtù, e bene offirmati opporci con modo a chi ne offende, ci troverremo essere né men che uomini, né men potere che possino gli uomini, né mai sarà sopra alle forze ascritteci dalla natura quello che c’imporanno e’ tempi, cioè la successione e varietà delle cose rette dalla natura. Egli scriveno che Socrate fu dalla moglie contumacissima e importuna continuo mal ricevuto, e fu da e’ figliuoli immodestissimi in molti modi offeso in casa, e fuori di casa ancora fu da molti insolenti bestialacci e da que’ comici poeti assiduo infestato e con varie ingiurie offeso. E benché così fusse da tante parti essagitato, pur visse a qualunque perturbazione della fortuna e a qualunque [p. 112 modifica]ruina delle cose sue coll’animo equabile e col volto mai mutato. Potè adunque Socrate questo non da’ cieli, ma da sé stessi; ché volle, e volendo potette. Né solo si recita Socrate in questa parte degno di lode: raccontansi molti altri ne’ quali fu simile animo bene retto; nel numero de’ quali fu Diogene cinico, uomo in sua estrema povertà abietto, svilito e talora percosso: pur potea, quanto e’ volea, sofferire e’ suoi disagi e l’altrui iniurie. Non racconto Pirro, Eraclito, Timon e simili, quali furono contro alle perturbazioni da sé stessi ben retti e quanto egli istituirono ben costituti, e contro gl’impeti della fortuna sua bene offirmati. Pericle, omo in Grecia e fra e’ suoi cittadini reputato e ottimo e primo, sofferse intera una cena sino a molta notte un temerario ottrettatore e maledico; e per più meritare di sé e di sua constanza, patì che lo perseguitasse improverando per insino a casa; e più, con fronte nulla commosso e con le parole nulla alterato, comandò ai servi suoi che a costui, omo iniurioso e incivile, facessero lume e compagnia dovunque e’ volesse andare. Non volle adunque Pericle, castigando l’altrui errore, contaminare sé stessi e ricevere a sé la perturbazione quale gli era importata; e non la ricevendo, la fece lievissima e spensela tanto quanto e’ deliberò sofferendo e vincendo sé stessi aversi uomo e meritare della virtù sua. Che ti parse di quel Metello numidico cacciato da’ suoi cittadini romani non per altro se non perché in lui splendea troppa virtù? Quale, sendo in Asia in teatro mezzo dello spettaculo, gli fu nunziato che la sua patria lo rivocava a grazia con amplissimo beneficio. In tanta sua letizia osservò constanza, e in suoi gesti nulla fu veduto mutarsi.

Adunque in le cose prospere e in le cose avverse troviamo che gli uomini possono in se stessi quello che molti niegano potersi. E meravigliomi del giudicio loro s’egli stimano non potersi moderare le nostre volontà e appetiti in queste cose caduce e fragili, quando e’ vedono che chi non abandoni se stessi, può contro alle cose gravissime e durissime più quasi che la natura non li richiede. Quanti sono che soffersono estremi cruciati e intollerabili dolori con animo invitto e fortissimo! E chi non sa che in noi, moderati gli appetiti e frenate le volontà, nulla resta donde [p. 113 modifica]ne insurga alcuna perturbazione? Potranno adunque gli uomini le cose da natura acerbissime e molestissime, e non potranno le cose facili e paratissime? Muzio Scevola pose la mano in mezzo el fuoco, e Pompeo vi pose el dito; e molti altri raccolti da Valerio istorico si vede poterono, e dove e quanto a loro non dispiacque, esser constanti ed erti contro non solo a movimenti lievi dell’animo ma e contro a gravi dolori.

Ma che raccontiamo noi questi uomini rarissimi? E dimmi: non vediamo noi tutto el dì e’ nostri servi abietti, oppressi dalla lor fortuna, attriti da’ disagi, lassi dalle fatiche, in mezzo de’ loro mali e ridere e cantare? Chi gli domandasse: perché ridi? credo risponderebbono: perché mi piace; e perché canti?: perché così voglio e cantare e star quieto e rallegrarmi a mia posta. Pesa loro la lor fortuna? S’ella pesasse, non sarebbono alla levità del ridere o del cantare espediti. S’ella non pesa, donde vien questo altronde che dal volere con ragione quello che per necessità li conviene sofferire? Fanno costoro pertanto, così volendo, men grave il suo male, o più forti sé a sostenerlo; o forse in prima così volendo solo col volere propulsano da sé ogni molestia.

Non adunque reputeremo sì grave né sì acerbo quello che sia in noi farlo quanto vorremo minore e men difficile. Ma intervienci come alla colonna: mentre ch’ella tiene sé in stato ritta e in se stessi offirmata, ella non solo se sustenta ma e ancora sopra ivi regge ogni grave peso; e questa medesima colonna, declinando da quella rettitudine, pel suo in se insito carco e innata gravezza ruina. Così l’animo nostro, mentre che esso se stessi conforma con la rettitudine del vero e non aberra dalla ragione, qual sopravi imposto incarico sarà che lo abatta? Fa che lo animo penda a qualche obliqua opinione, per sua proclività ruina e capolieva. Rammentami vedere la nostra gioventù a quel giuoco de’ pugni, dando e ricevendo le picchiate, contundersi e infrangersi el viso, le mani, el petto, tornare fiacchi, lividi, senza aver dato in tanto dolore un picciol gemito. E di que’ medesimi forse poi vidi qualche uno punto da una zenzada con gran voce mostrare la sua levità e impazienza. E questo onde avviene se non che ivi l’opinione adritta a virilità lo ’nduce a volere soffrire, e volendo gli si rende [p. 114 modifica]el dolore picciolo e da sofferirlo; qui la mollizie effemminata dell’animo per se stessi bieca e obliqua ad impazienza e intolleranza puerile?

Dicea Ermete Trimegisto antiquissimo scrittore: «la volontà, o Asclepi, nasce dal consiglio». Chi adunque ben consiglia, ben può quanto e’ vuole. Vuolsi adattare l’animo a virtù. Conduceravvelo la ragione; e sempre sarà l’animo osservatore della ragione purché la sinistra volontà nollo svii; e sempre fie pronto donde tu possa ben consigliarti in vita col modo e via di tradurti grato a te stessi, accetto agli altri e utile a molti.

Né si vuole giudicare quello che tu possa di te stessi prima che tu lo pruovi; e provando, se bene non fussi, diventerai atto a vincere ogni insulto avverso vincendo te stessi. Ma noi, alcuni, troppo ne disfidiamo, e come in milizia chi sia inesperto e timido, così noi fuggiamo al primo strepito e ombra degli inimici, e prima succumbiamo coll’animo che noi conosciamo quanto possa chi ne urteggia. E come e’ dicono che molti arebbono acquistata sapienza dove e’ non avessono prima persuaso alla opinione sua d’esser savi, così, contro, non pochissimi rimangono sanza lode dove non si fidorono potere quanto volendo li era lecito potere. Così mi pare qui tra noi resti assai esplicato che noi uomini bene consigliati tanto potremo di noi stessi, di nostro animo, volontà, pensieri e affetti, quanto vorremo e instituiremo.

Niccola. Doh! Agnolo, che dura e iniqua sorte fie quella de’ mortali se trovaremo in vita niuno sì inculto di dottrina, sì alieno d’ogni ragione, quale udendo queste vostre gravissime e approbatissime sentenze, non v’assentisca e confessi ogni vostro detto esser vero; e d’altra parte si truovi niuno sì perito e sì essercitato in cose lodate a bene e beato vivere, quale con opra affermi quanto e’ con parole confessa doversi. E pensiamoci un poco. Se voi domandassi el fratello, el padre, la madre d’uno di quei fortissimi cittadini quali perirono superati da Annibale presso al laco Trasumeno qui presso a Cortona: «E che vi dolete? Queste vostre lacrime che giovano? Non sapete voi che il pregio di queste cose sottoposte alla fortuna non sta, in buona o mala parte, altrove posto che in la nostra opinione? Qualunque cosa avvenga a noi [p. 115 modifica]mortali mai sarà da chiamarla o riputarla male se non quanto ella a noi nocerà. Nulla nuoce se non quanto per lei si diventi piggiore. La ingiustizia, la perfidia, la crudelità fa non te piggiore, ma colui in cui ella abita. Per qualunque sopravenga fortuna avversa, per qualunque iniuria de’ pessimi uomini, mai sarà chi diventi piggiore se non quanto e’ vorrà, mal sofferendo se stessi, male avere. La morte sta a chi nacque natural condizione impostagli dal primo dì ch’egli apparisce in vita. E chi ben ripensa le miserie del viver nostro, la morte non è altro che uscire d’uno carcere laboriosissimo e d’una assidua fluttuazione e tempesta d’animo. Giovi a chi espose el sangue suo per salute della patria sua essere uscito di vita con laude, merito e grazia de’ suoi», - dico, Agnolo, se voi usassi presso a que’ calamitosi parole simili, che vi risponderebbono essi? Credo la madre, vinta dal dolore, arebbe poco atteso e meno inteso alcuna delle vostre parole. El padre forse, più maturo e d’età e di consiglio, risponderebbe: «Agnolo, voi dite el vero; ma a me quello che è grave continuo preme, e dove e’ mi preme, non dubitate, e’ mi duole». El fratello forse risponderebbe: «Se così fusse facile el soffrire gl’incomodi e le calamità con quale la nostra fortuna ne fiacca come è a voi, uomo dottissimo, el disputarne, rendovi certo ch’io m’arei levata questa molestia ingratissima dall’animo. Ma io sento dal dolor mio quel ch’io non so con parole esplicarvi, donde e’ sia da non assentire a queste vostre ragioni qui addotte». Così credo vi risponderebbono. E forse se fra costoro vi fusse un di questi severi supercilii stoici, inventori e disputatori di queste discipline, so risponderebbe: «Non ci ricordate che noi perseveriamo in ogni officio e costanza. Queste cose caduce e fragili sono al tutto escluse da’ pensieri e dalle voglie nostre, e sono gli animi nostri adiudicati a cose per quali viviamo beati e acquistianci immortalità». Simili, credo, sarebbono le loro parole. Ma e’ fatti quali sarebbono? Quanto converrebbono co’ detti loro? E’ me gli pare vedere disputare con una maiestà di parole e di gesti, con una severità di sentenze astritte a qualche silogismo, con una grandigia di sue opinioni tale che t’aombrano l’animo, e parti quasi uno sacrilegio stimare che possino dicendo errare. Odi que’ loro divini oraculi: [p. 116 modifica]«Tu mortale cognosci te stessi. Di cose poche e minime si contenta la natura. A chi sia savio mai mancano le cose ottime, mai avviene cosa sinistra, sempre vive libero e sempre vive lieto». Poi ostentano quella ambiziosa austerità del ripreendere chi sé forse dia alle delizie; mordono chi curi le cose caduce e fragili; perseguitano chi succomba al dolore; inimicano chi tema e’ pericoli; odiano chi non esca di vita con animo invitto e nulla perturbato. Uomini prestantissimi! Uomini rari! E voi con opra come approvate e’ vostri detti? Qual fie di voi che potendo non volesse più tosto viver lauto e splendido, che povero e assediato da molti incommodi?

Crates filosofo volle la casa magnifica, gli apparati regi e vari ornamenti, vasi d’oro gemmati, mense argentee; qual cose e’ predicava da nolle stimare. Aristippo, quell’altro filosofo, comperò una perdice cinquanta dramme. A Senocrate filosofo donò Dionisio tiranno una grillanda d’oro in premio perché e’ vinse tutti gli altri a bevere. Lacides, pur filosofo, per troppo bere divenne paralitico. Non racconto Bione filosofo quale, domandato che cose facendo in vita lo rendesse lietissimo, rispuose: guadagnando. Ma mi maraviglio del nostro Aristotile che per delicatezza si lavasse nell’olio tiepido e per avarizia poi lo vendesse a’ suoi cittadini. E Zenone stoico, padre ed esplicatore di questa austera e orrida filosofia, quale per insino alli dii prescrive severità, e con parole combatte assiduo contra la fortuna ed estermina e succulca da sé ogni sua licenza e beneficio, coll’opra come si porta? Egli udì che le sue possessioni erano arse e guaste dagli inimici; perturbossene in modo che ’l re Antigono, quale lo estimava quasi come un dio mortale in terra, se ne maravigliò, e forse ne iudicò quello che iudico io, che molti ragionano delle cose aspere e dure in ombra e in ozio non male, quali le soffrirebbono credo poi non bene. Chi fu in ogni suo detto e scritto più ostinato biasimatore di chi cede alla fortuna e non affermi la sola virtù essere ultimo bene a’ mortali; chi fu in simile superstizioni più veemente ripreenditore che ’l nostro Seneca latino stoico? E qual fu egli in fatti? Quanto dissimile dalle parole! Scrive Cornelio istorico che costui tanto temette la morte che per non cadere in insidie quale [p. 117 modifica]e’ temea da Nerone e da’ suoi veneni, più tempi non si fidò mangiare altro che pomi e frutti crudi, né bevve altro che acqua di quella solo che surgeva fuori da entro della terra.

Potrei raccontarvi molti simili. Ma questi a che fine? Solo per inferire quello ch’io sento e giudico, e dico: se questi uomini dotti ed essercitatissimi, inventori, defensori e adornatori di queste simili sentenze più tosto maravigliose che vere, o non poterono secondo noi altri men dotti, o forse, secondo voi prudentissimi, non seppero nulla stimare le cose caduce e poco temere le cose avverse, noi altri e d’ingegno e di condizione e di professione minori e in ogni grave cosa più deboli, chente potremo? S’io non erro, tutti vorremo vivere sanza sollicitudine e acerbità. Ma che a me, o se io non so e non sapendo non posso, o se in tutto io non posso quanto io vorrei? Alcuni poterono soffrire el dolore, nulla curare la miseria, ridere la sua fortuna. E Muzio Scevola potette sofferire lo incendio della mano. Molte maggior crudezze possono in noi le paure, le iracundie e gli altri simili furori. Didone precipitata da furore uccise se stessa. Molti per paura di maggior tormenti deliberorono uscire di vita. E quegli altri cupidi di gloria, che col fronte e colle parole ostentorono in sé maravigliosa durezza contro a’ casi e contro alle perturbazioni, Dio lo sa se l’animo loro era pacato e tranquillo. E pure, se uno e un altro si truovò in cui non fusse alle calamità sue sentimento e animo umano, furono o dii o certo non uomini. Chi non sente le cose che senton gli altri infiniti uomini, costui solo non è uomo. Se negli animi umani abita la carità, se v’ha luogo l’amore, convien che vi cappia l’ira e la indignazione e simili. Che maraviglia adunque se uno animo umano desidera e’ suoi? Miracolo sarà, anzi immanità non gli desiderare, e desiderandogli non dolersi di non gli avere. Se v’è sentimento delle cose nocue e nimiche, chi sarà che nulla si dolga in le sue calamità? E’ si vuole ben consigliarsi colla ragione, adattar l’animo a virtù. O Agnolo, rammentavi quel detto di quello antico Gione: «tanto duole a un calvo quanto a un ben capillato quando tu lo peli». Ma che noi pure ne trastulliamo con parole dove bisognerebbono e’ fatti? Dicea Cesare presso a Sallustio: qualunque consiglia conviene che sia libero d’ogni [p. 118 modifica]perturbazione. E noi vorremo che l’animo urtato dagli impeti avversi, caduto in miseria, perturbato dal dolore, ben consigli sé stessi. L’animo non sano, dicea Ennio poeta, erra sempre.

Ma non voglio estendermi, ch’io sarei prolisso. Tanto vorrei da questi dotti come da un duttore e addirizzatore del naviglio, non che e’ mi disputasse, - e’ si vuole alla tempesta ridursi in porto e ivi fuggire ogni impeto di venti avversi, - ma mostrassi qual via e modo mi riduca là dove io mi riposi in ozio e tranquillità. Così questi filosofi, medicatori delle menti umane e moderatori de’ nostri animi, vorre’ io m’insegnassero non fingere e dissimulare col volto fuori, ma entro evitare le perturbazioni ed espurgare dall’animo con certa ragione e modo quello che essi giurano potersi.

Agnolo. Vedi, Niccola, queste sono materie dove bisognerebbe ragionarne con più ozio e con più premeditata ragion di disputare. Io resterò d’oppormiti com’io cominciai, ché ti vedo apparecchiato a confutarmi, e sento l’ingegno tuo acuto e pronto; e non m’è occulta quest’arte tua con quale tu studi nascondere quell’arte vulgata dello argumentare disputando; e dilettami. Ma credi tu ch’io non conosca che tu giudichi di queste cose quello che giudicano tutti e’ dotti, che chi vuole opporsi alla fortuna, sostenere e’ casi avversi e curare nulla altro che la virtù, può? Non insistiamo più in questo, ma consideriamo questo potere quale e di che natura e’ sia. Io non potrei dipingere né fingere di cera uno Ercole, un fauno, una ninfa, perché non sono essercitato in questi artifici. Potrebbe questo forse qui Battista quale se ne diletta e scrissene. Tu, Niccola, come neanche io, non potresti atto schermire, lanciare, lottare. Potrebbe questo qui Battista in questa sua età robusta, quale in simile cose diede opera ed essercizio. Non potrebbe, no, Battista, come quel Milone atleta, portare uno bue vivo in ispalla, né, come Aulo Numerio, centurione e commilitone di divo Iulio Augusto, contenere con una mano l’impeto di più giumenti, né come quello Atamante qual Plinio vide andare pel teatro vestito di cinquanta corazze di piombo e calzato con coturni che pesavano libbre cinquecento. Né forse potrebbe Cicerone ben lodare Clodio suo capital nimico, sendogli in odio e [p. 119 modifica]in dispetto suoi detti e fatti. Così compreendiamo che alcune cose da natura non si possono; alcune non da natura non si possono, ma da nostra inerzia, desidia e concetta opinione sono da noi stessi vetate. Tu dicesti, ciascuno vorrebbe vivere soluto e libero in queste cose quali più sono facili a disputarne che a sofferirle. Ma quel ch’è difficile a questi disputatori, a noi non par possibile. Guarda, Niccola, s’egli è così, che dove ogn’uomo può, rari vogliono ben meritare di sua virtù. Raccontasti uno e un altro splendido e curioso delle cose caduce. Chi ti loda in loro quello che non fu loro debito? E di che disputiamo noi, di quello che fecero, o pur di quello che e’ poteano e potendo doveano fare? E se dalla vita e costumi loro dobbiamo argumentare e statuire le ragioni e modo del vivere bene e lodati, raccontiamo quegli altri molti più che questi, pur filosofi, quali furono contenti d’una sola e trita vesta, quali per loro diversorio abitavano un vaso putrido e abietto, quali vissero non d’altro che di cavoli, quali sì abdicorono da sé ogni cosa fragile e caduca che né pure una scodella volsero ritenere a sé. Non te li racconto, ché fuggo anche io esser prolisso; ma tu, omo litterato, riducetegli a memoria e teco pensa donde questi miei così poterono quello che que’ tuoi non volsero, e pensa donde que’ tuoi non volsero quello che volendo poteano pari a’ miei. Troverrai che questi così poterono perché volseno vincere sé imprima e’ suoi appetiti e volontà; quelli non volseno frenare e moderare sé stessi, però soluti e sciolti meno poterono contenersi in suo officio. Seneca fuggì cadere in insidie e veneno di Nerone. Dicea quel prudentissimo Agamenon, presso ad Omero, doversi riprendere niuno quale o dì o notte che fusse, fuggissi di non incontrarsi al male. Altra cosa è vitare gl’incommodi, altra vinto succombere sanza prima concertare e provare sé stessi e sua virtù. Quello è prudenza provedere e schifare el dispiacere; questo si è ignavia abbandonare sé stessi. E sarà fortezza fare come e’ dicono che fa la palma, legno qual sempre s’accurva e impinge contro al suo incarco. Questo ti confesso potrà meglio chi più sarà essercitato nelle durezze de’ tempi, nella asperità del vivere, e chi già fece e’ calli sofferendo. Diresti; che cagione adunque perturba in noi tanta ragione e officio? Rispondere’ti quello che testé m’ [p. 120 modifica]occorre a mente; e considerianci, Niccola, s’io m’abatto al vero. Gli animi nostri gli fece la natura atti ad eternità, simplici, nulla composti, non da altri mossi che da sé stessi. La eternità credo io non sia altro che una certa perfezione e continuazione inviolabile di vita e d’esser sempre uno e medesimo. Quello che fu prima coniunto e ascritto alla vita si pruova essere el moto. E’ movimenti dell’animo non accade raccontarli qui, ma restici persuaso che l’animo può mai starsi ocioso, sempre si volge e avvolge in sé qualche investigazione o disposizione o appreensione di cose, quali se saranno gravi, degne e tali ch’elle adempiano l’animo, nulla più altro vi si potrà immergere; se saranno lievi, galleggeranno mezzo a’ flutti della mente nostra, e, come avviene, di cosa in cosa ondeggeranno e’ nostri pensieri persino che picchieranno a qualche scoglio di qualche aspra memoria o dura alcuna volontà, onde poi ivi noi sentiamo gli urti dentro al nostro petto iterati e gravi. Perturbasi ancora in noi l’animo dissoluto dalla ragione e condutto dalla opinione a iudicare falso delle cose buone o non buone, come tutto el dì vediamo non rari infetti da questa commune corruttela del vivere, quali e piangono e godono più per satisfare al giudicio e sensi altrui che a sé stessi. Ma io di me voglio esplicarvi in qual numero io sia infra e’ mortali. Io, Niccola mio, s’io fussi uno di que’ calamitosi, desidererei le mie care cose, e non affermerei essere in me sì assoluta e perfetta virtù che non mi dolesse la perdita de’ miei; ma cercherei le vie e modi da levarmi ogni molestia dell’animo. E per quanto e’ mi paia conoscere, egli è in pronto e quasi in grembo di ciascuno el potersi acquietare da ogni perturbazione e prima ch’elle offendano e poi che tu le concepesti. E poi che ’l ragionare ne condusse a questo, riconosciamo insieme s’io erro.

Comincianci da questo capo. Le perturbazioni, voglio favellare così, piovono e versansi nell’animo nostro vacuo. Onde? Certo diranno alcuni surgere o dalla perversità de’ tempi, o dalla nostra propria iniqua fortuna, o da qualche duro caso, o dalla nequizia e improbità degli altri uomini, o da qualche nostro errore. Altronde non vedo che in noi possa insurgere acerbità o tedio alcuno. Ma, dirò io, cosa niuna estrinseca potrà ne’ nostri animi se non quanto [p. 121 modifica]noi patiremo ch’ella possa. E parmi accommodata similitudine questa. Come alle tempeste del verno ne addestriamo e apparecchiamo, coperti e difesi dalle veste, dalle mura, da’ nostri refugi e ridutti, e se pure el tedio delle nevi, la molestia de’ venti, le durezze de’ freddi ne assedia e ostringe, noi oppogniamo e’ vetri alle finestre, e’ tappeti agli usci, e precludiamo ogni adito onde a noi possa espirare alcuna ingiuria del verno; e se saremo robusti e fermi, vinceremo ogni sua asprezza e acerbità e rigore essercitandoci ed eccitando in noi quel calore innato e immessoci dalla natura a perseverar vita alle nostre membra; se forse saremo malfermi e imbecilli, ne accomandaremo al fuoco e al sole e alle terme: così alle volubilità e impeti e tempeste della fortuna bisogna addestrarsi e apparecchiarsi con l’animo, e precludersi dalle perturbazione ogni adito, ed eccitare e susservare in noi quello ignicolo innato e insito ne’ nostri animi quale v’aggiunse e infuse la natura ad immortale eternità. Addesterremo e apparecchieremo l’animo nostro contro a’ commovimenti de’ tempi e contro alle ruine de’ casi avversi, in prima col premeditare e riconoscere noi stessi, poi col giudicare e statuire delle cose caduce e fragili, non secondo l’errore della opinione, ma secondo la verità e certezza della ragione.

Dicea Tales filosofo essere difficile el conoscere sé stessi. Non so in qual parte sia da interpretare questo suo detto, ma a me non pare difficile conoscermi uomo simile agli altri uomini, tali quali gli descrive Apulegio. E chi dubita nell’uomo esservi ragione? Sentilo ragionare, ed etti persuaso che l’animo dell’uomo sia immortale. Vedi e’ suoi membri atti a mancare e perire; conosci quanto sia suo mente lieve e volubile e quasi mai senza ansietà; affermi el corpo suo essergli in molti modi noioso; discerni infra gli uomini costumi al tutto vari e molto dissimili. Non puoi negare che in loro gli errori sono simili: ardiscono troppo, sperano con pertinacia, affaticansi in cose non certe né utili; loro beni caduci a uno a uno muoiono; la moltitudine perpetuo vive; mutansi di prole in prole; vola loro età; tardi a sapienza, presti a morte, queruli in vita, abitano la terra. Adunque premeditando e riconoscendo noi stessi, ne accoglieremo pensando: a che nacqui io? [p. 122 modifica]venni io in vita forse per tradur mia età vacua e disoporosa? Questo intelletto, questa cognizione e ragione e memoria, donde venne in me sì infinita e immortale se non da chi sia infinito e immortale? E io, lascerò io me simile a un ferraccio macerare e marcire in ozio, sepulto in mezzo el loto delle delizie e voluttà? Non giudicherò io mio debito, essercitandomi in cose pregiate e degne, ben cultivare me stessi e ben meritare di mia industria e virtù? Resterò io di spogliare e astergere da me assiduo ogni improbità e ruggine di vizi? Queste due cose qual dicea Seneca filosofo esserci date da Dio sopra tutte l’altre validissime, la ragione e la società, lascerolle io estinguere per desidia e inerzia e nulla valere in me? O forse le adoperrò solo in servire a questo corpo mio e a queste membra noiose e incommode? Non mi diletterà più adattarle a gloria e immortalità del nome, fama e degnità mia, della famiglia mia e della patria mia? Non premediterò io assiduo me essere nato non solo, come rispose Anassagora, a contemplare el cielo, le stelle e la universa natura, ma e ancora in prima, come affermava Lattanzio, per riconoscere e servire a Dio, quando servire a Dio non sia altro che darsi a favoreggiare e’ buoni e a mantenere giustizia? Così mi si richiede; e io così sponte e volonteroso delibero. Su, dianci coll’animo a queste opere ottime e gratissime al nostro padre e procreatore Iddio. A’ buoni, a’ quali deliberammo favoreggiare, non attaglieranno l’opere nostre non buone; né ben potremo mantenere giustizia se non saremo nimici d’ogn’ingiustizia. Adunque dedichiamo l’animo nostro a esser vacuo d’ogn’ingiustizia e pieno di bontà. Quinci saremo in ogni officio d’umanità e culto di virtù ben composti, e ben serviremo alla naturale società e vera religione, e preporrenci in ogni nostra vita esser constanti e liberi.

Dicono la levità esser vizio nimico a ogni quiete. Alla libertà ascrive Lisia oratore esser proprio far cosa niuna contro a sua volontà. Niuno si truova più lieve che colui el quale non ferma el suo volere a qualche certezza; e fa niuno tanto contro alle voglie sue quanto colui che pur vuole quel che e’ non ha, però che ciò che e’ fa per averlo vorrebbe non lo fare. E a precludere queste moleste voglie gioverà considerare le cose con ragione e verità, [p. 123 modifica]non con quella opinione qual biasimava Aristones filosofo in noi mortali, e meravigliavasi donde fusse che gli uomini si dessono a intendere d’esser beati più dalle cose superflue che dalle necessarie. E molto gioverà in noi statuire che le cose buone e necessarie sono e poche e facili, dove, contro, le non necessarie sono molte e fallaci e fragili e difficili e raro oneste. Quale, se ben fussero da pregiarle, dobbiamo riconoscere in noi quello che ne ammonia Pittagora, che cosa niuna fuori di noi si truovi nostra; e non che nostra, ma né volle la natura noi omicciuoli esser d’altro che di noi stessi custodi, quando di tante sue cose la natura solo a noi lasciò un picciolo uso d’una minima parte. E quando ben fussero ottime e nostre, riconosciamoci mortali ed assiduo penderci da molti vari casi sopra capo e non lungi la morte. E se bene vivessimo gli anni di Nestore o di qualvuoi altro che più visse, ricordianci assidui, come disse Manilio quel poeta:

...labor ingenium miseris dedit et sua quemque
advigilare <sibi> iussit fortuna premendo.

E certo, come disse Crisippo, troverrai niuno infra e’ mortali a cui non spesso occorrano cose da dolorarlo.

Adunque pensaremo che ogni volubilità della fortuna possa in noi di dì in dì quel ch’ella suole in tutti gli altri mortali. Ma in questo pensiero non però ci attristeremo quasi come tuttora aspettassimo qualche ruina in nostre fortune e cose. Né ancora solliciteremo noi stessi a curare ogni minimo movimento de’ tempi e delle cose, perché, come scrisse Augusto principe ad Liviam questo sarebbe un perpetuo estuare coll’animo e un quasi straccare sé stesso. Ma ben ci prepareremo e offirmerenci coll’animo a sopportare senza contumacia ciò che possa avvenire. E se pur cosa verrà contro tua volontà, prepàrati che non venga contro a tua opinione. Stima che in te potranno le avversità quanto poterono in ciascuno degli altri uomini. Con questo premeditare che tu se’ mortale e che ogni duro caso può avvenirti, asseguiremo quel che molto si loda presso de’ prudenti, quali ne ricordano: diamo opera ch’e’ tempi passati e questi presenti giovino a que’ che ancor non vennero, e ricordianci che ne’ tempi della seconda [p. 124 modifica]fortuna prepariamo e’ rimedi contro l’avversità. Così noi in questa tranquillità d’animo assettianci a un curare poco e a un quasi dimenticarci le ingiurie della fortuna prima che ne offendano. E interverracci simile a quel Bion filosofo, qual morendo si gloriava mai avere in sua vita sofferto cose contro a sua voglia. E così addestrati col tempo impreenderemo non dedicarci a stimare e amare le cose più che a loro si convenga.

Modera la oppinione e iudizio, tempererai gli affetti e’ moti dell’animo. Temperato l’amore, si spegne la volontà. Estinta la volontà, non desidererai; non desiderando, non ti duole el non avere o avere quello che tu nulla stimi. Dicono: ama la patria, ama e’ tuoi sì in far loro bene quanto e’ vogliano. Ma e’ dicono ancora che la patria dell’uomo si è tutto el mondo, e che ’l savio, in qualunque luogo sarà constituto, farà quel luogo suo; non fuggirà la sua patria, ma addotterassene un’altra, e quivi arà bene assai dove e’ non abbia male, e fuggirà sempre essere a sé stessi molesto. E lodano quel detto antiquo di quel Teucer, uomo prudentissimo tanto nominato, qual dicea che la patria sua era dov’egli bene assedesse. E sono miei quegli pe’ quali io viva contento e quieto coll’animo; quelli vero pe’ quali io viva discontento e perturbato, sono non miei, ma più tosto alieni e da connumera’gli fra’ nostri nimici. Aggiugni a queste che per escludere da noi ogni gravezza d’animo, molto s’acconfarà fuggire que’ luoghi, quelle cose, quelle persone, quali siano atte a importarci molestia e perturbazione.

Fra la moltitudine puoi né stare né andare che tu non sia urteggiato. Sentenza di Crasso oratore: le volontà di colui non esser libere, quale sia osservato da molti. La solitudine sempre fu amica della quiete; e questo vero quando la sia non oziosa. L’ozio, — chi dubita? — nutrisce ogni vizio; e nulla più perturba che ’l vizio. Dicea Ovidio:

et capiunt vitium, ni moveantur, aquae.

Molto più l’animo, nato a mobilità e varietà, più che ogni onda. Sarà adunque la solitudine con qualche essercizio, de’ quali più giù diremo. E poiché tante cose aduniamo e facciamo e ordiniamo [p. 125 modifica]per salute del corpo per gratificare alle nostre membra, curiamo quando che sia la salute dell’animo nostro. Dicea Omero poeta che agli uomini nascono molti mali dal ventre; e noi pur ci diamo a servire al ventre, onde a noi resultano infiniti incommodi. Dianci adunque a vivere non alle membre nostre ma a noi stessi, cioè a ben fruttare el nostro ingegno. Quando vediamo che sollecitarci in curare le cose di fuori di noi, sono nostre opere e nostri pensieri tanto d’altrui e non nostre quanto quella e quell’altra cosa la richiede e adopra, lascianle guidare alla fortuna di chi elle sono. Non però voglio posporre la salute del corpo; volo sustentare, non saziarlo. Dicea Diogenes cinico: se col grattarsi el ventre si sedasse la fame, forse sì farebbe per gli uomini e forse che no. La fame, se non gli satisfai, infesta e fassi ubidire. Apulegio, accusato, negava sé esser pallido per le cure amatorie, ma affermava che le fatiche degli studi lo allassavano. Quattro cose connumerano e’ fisici esterminare e prosternere in noi le forze della natura: il dolore, le vigilie, el fetore, le cure dell’animo. E non so come, indebolite le membra, l’animo sia men libero e men suo. Adunque daremo al corpo quantunche bisogna, e ritrarremolo dalle cose nocive alla sanità. E per non eccitare all’animo altre cure, schifaremo d’avere più d’una faccenda qual sia nulla grave o difficile più che possino le forze nostre. Non però in questa porremo ogni nostro studio, ogni opera, ogni assiduità; anzi interlasseremo qualche ora, e poseremo quando che sia quella veemente contenzione d’animo e perseveranza di nostro studio. Asinio Pollione, nobile oratore, scrive Seneca, sino all’ora del dì decima sé essercitava in ogni laboriosa industria: doppo all’ora decima sé contenea in tanto ozio che neppure leggea le lettere scrittegli da’ suoi amici. E non senza onestissima ragione e’ nostri maggiori patrizi in Roma vetavano si facesse in Senato dopo certa ora nuova relazione, ché voleano a tante faccende interporvi qualche ozio e quiete. Antioco re, dopo che perdé l’Asia, ringraziò el Senato di Roma e fu lieto gli si minuissero faccende. E noi poco prudenti non solo con troppa sollicitudine ci affanniamo in più nostre faccende, ma e non richiesti intraprendiamo le faccende altrui. Antiquo proverbio: chi s’impaccia rimane impacciato. E [p. 126 modifica]dispiacemi la stultizia di molti quali, nulla curiosi d’addestrare se stessi a virtù, mai restano investigare e’ fatti e detti altrui. E interviene loro come a chi ama, quale scrive quel vezzosissimo poeta Properzio:

... rursus puerum quaerendo audita fatigat,
quem, quae scire timet, quaerere plura jubet.

Interverratti forse che ti converrà inframettere a qualche faccenda aliena dall’ozio tuo. Tu qui pon quello studio in pensar di non la ricevere a te qual tu porresti in essequirla ricevendola. Argumentava Aristotile in questa forma: come la guerra si soffre a fine di pace, così le faccende si pigliano per assettarci in ozio. Qual cosa non potremo se non satisfarèno alle necessità, e per adempiere la necessità cerchiamo l’utile. Ma cosa niuna disonesta sarà mai necessaria. Per vivere adunque in ozio onesto intrapreenderemo le fatiche, non per agitarci ambiziosi e ostentosi. Onde a me coloro paiono pessime consigliati quali curano fra le prime cose la repubblica e spesso abbandonano le sue faccende per agitarsi in quella ambizione de’ magistrati; e ripresi rispondono così doversi dove chi si sta sia lasciato stare, e pare loro non essere uomini se non sono sollicitati e richiesti da molti. Questi a me paiono poco prudenti se fuggono starsi contenti di sé stessi e pertanto liberi e beati. Solea dire Galba, quello uno de’ dodici principi romani: niuno mai sarà sforzato a rendere ragione dell’ozio suo. Né senza cagione ascrivea l’Epicuro agli dii summa beatitudine el convenirli far nulla altro che contemplar sé stessi. Né mi dispiace quel detto di Crasso, qual negava parerli omo libero colui qual talora non possa far nulla. E in una nave, come argomenta Platone, se al governo siede omo atto e destro a quello essercizio, che arroganza sarà quella di chi ne lo lievi e prepongasi ad amministrare le cose? E se non v’è atto, che a te? Non voler tu solo di quello che è publico più che se ne vogliano tutti gli altri. Ma quello temerario qual non sa regger sé in quiete e in tranquillità, come reggerà gli altri? Come più uomini? Come uno intero popolo e moltitudine? Non mi stenderò in questa parte. E non racconto quante perturbazioni apporti seco ogni ambizione e [p. 127 modifica]ostentazione di nostra virtù e prudenza e dottrina, onde, lasciamo le invidie quante elle siano in altrui, e certo in noi insurge cagion di contendere e gareggiare, e ogni contenzione e gara tiene in sé faville di rissa, quale agitate accendono grave odio e inimicizia. Atqui amat victoria curam, dicea Catullo; e colle gare e colle concertazioni sempre fu iunta la indignazione; e gli sdegni sono nella vita dell’uomo mala cosa, e troppo atti a troppo perturbar e’ nostri animi. Ateglies Samio atleta, nato muto, sendogli ratto el premio e titolo della vittoria in teatro, acceso d’indegnazione ruppe in voce e sgroppò la lingua a favellare e condolersi. Cleopatra, spreta da Cesare Augusto, sé stessi uccise. Tanto possono in noi gli sdegni non solo commuovere gli animi atti e quasi fatti a perturbazione, ma ancora travaricare e pervertere ogni instituto e ordine di natura. Ma di questo altrove.

Alcuni da natura sono suspiziosi, acerbi, proni ad iracundia. Voglionsi schifare, però che come l’altrui incendio scalda e’ nostri prossimi parieti, così l’altrui infiammata ira nuoce a chi, e cedendoli e vitandoli, non se allontana. E sopratutto que’ che sono inerti, oziosi e insieme lascivi e prosecutori delle voglie sue. E in prima si voglion fuggire e’ raportatori, e massime e’ bugiardi, que’ potissime che sono versuti e callidi; da qual sorte di gente mai ti resterà se non che lagnarti e indegnarti. E con tutti conviensi esser tardi al credere e persuaderti ch’ogni uomo sia buono. E chi ti referisce male d’altri, quasi protesta non amarlo; e chi non ama chi tu reputi buono, mostra te essere imprudente iudicatore delle altrui virtù, e d’altra parte mostra sé esser non buono. Non si li vuol credere. Per gli orecchi, dicono, entra la sapienza; ma e ancora indi, non meno che per gli occhi, entra perturbazione e tempesta non poca a’ nostri animi. Adunque otturiàngli. Fu chi volle viver cieco per meglio filosofare e per non vedere d’ora in ora cose quale lo distraessero dalle sue ottime cogitazioni e distogliessero dalle continue sue investigazioni di cose occultissime e rarissime. Non ardirei biasimare tanto filosofo, ma né ancora saprei imitarlo. Più mi diletterebbe quel Cotis principe a cui recita Plutarco che fu presentato alcuni vasi di terra bellissimi e lavorati con figure e cornici maravigliose; el quale accettò [p. 128 modifica]el dono con ogni grazia, e molto gli mirò e lodò, poi gli ruppe per non avere a crucciarsi se un de’ suoi forse gli avesse lui rotti. Così noi; e faremo come a Vinegia que’ che seggono iudici a’ litigi: quando e’ si consigliano per pronunziare la sentenza, oppongono una tavoletta, e ivi dopo iunti e’ capi si consigliano. Noi per intercluderci e nasconderci da molte inezie e fastidi del volgo e degli insolenti, ne opporremo el libro in quale occupati acquiesceremo. E poi che oggi così si vive che nulla si fa o dice non fitto e simulato, prima ne consiglieremo e col tempo e con noi stessi quanto sia da credere o refutare ogni altrui parola o fatto; e delle nostre saremo massai più che di cosa alcuna, però che la parola uscita mai si può revocare: se taci, sempre puoi non tacere. Sentenza d’Ippocrates: el tacer non dà sete. Né qui ancora mi stendo in raccontare come la natura oppose due valli e siepi alle parole nostre, denti e labbra; all’udire diede due aperte vie e patentissime. Piaceracci adunque ubidire la natura: udiremo di qua e di qua; el parlare nostro lo riconosceremo datoci non per detraere, non per eccitar discordie e danno ad altri, ma per commutare nostri affetti, nostri sensi e cognizione a bene e beato vivere.

Un precetto approvano gli antichi a vivere in pura tranquillità e quiete d’animo: che mai pure pensi far cosa quale tu non facessi presente gli amici e nimici tuoi. Ma a me pare potere affermare questo, che chi viverà disposto di mai dir parola non verissima, a costui mai verrà in mente cosa non da volerla fare palese in mezzo della moltitudine, in teatro. Quanto sia la verità degna e utilissima a ogni ferma quiete, e contro, quanto sia impedimento e forza a disturbarci nella busia, altrove sarà da ragionarne. E poi che facemmo menzione degli amici, prestaremo ogni diligenza in non accoppiarsi a familiarità di chi a te comandi in le voglie sue, dove tu ne’ tuoi bisogni abbi a pregare lui. Aurea sentenza de’ nostri maggiori, qual racconta Seneca: cosa niuna costa caro quanto quello che tu comperi co’ prieghi. Co’ pari a te vivi lieto. Ma fa come quel ..... presso a Terenzio comico, qual negava essere alcuno de’ suoi a cui e’ volesse ogni sua cosa esser palese. Studia perseverare in benivolenza, ma stima potere, quando che sia, essergli men coniunto che tu non fusti. [p. 129 modifica]

Sopra tutti gli altri ricordi non voglio preterire questo: dico a te, Battista, fuggi ogni commerzio, fuggi trame e lezi di qualunque femmina. Apresso a Omero, quel sapientissimo Agamennon afferma infra’ mortali essere animal veruno più scelesto che la femmina. Tutte sono pazze e piene di pulce le femmine, e da loro mai riceverai se non dispiacere e impaccio e indignazione. Vogliolose, audaci, inconstante, suspiziose, ostinate, piene di simulazione e crudelità.

Così di dì in dì precludendo in noi e tagliando la via alle perturbazioni in modo ch’elle trovino chiuso ogni addito e otturato ogni fenestra per donde elle possino entrare ne’ nostri animi, daremo ogni opera e industria di vivere liberi e vacui d’ogni molestia. E insieme studieremo, qual facea Alessandro, essercitando le sue gente e commilitoni in ogni preludio e movimento atto a bene adoperarsi in arme contro a’ loro nimici, così noi studieremo essercitare nostre membra e sensi in ogni tolleranza e fortezza, per la quale ne rendiamo fermi e constanti contro ogni impeto della fortuna e de’ casi avversi. E saranno e’ primi nostri essercizi tutti addiritti a profugar lungi da noi ogni vizio, però che da’ vizi nascono agli animi nostri manifestissime ruine. E qui in due cose mi par bisogni essercitarci: in moderar le volontà, e temperar l’ira. A tutt’e due daremo e modo e freno se statuiremo curar meno e meno tuttora stimare qualunque piacere nostro e qualunque dispiacere. Avvederenci d’esser bene composti coll’animo a questa una opera quando accettaremo da noi stessi niuna eccezione contraria. Oggi siede el popolo allo spettacolo, e io voglio essercitarmi in curar nulla questa voluttà; rinchiuderommi tra’ miei libri e starommi solo. Se così deliberasti fare, niuna suasione d’altrui, nulla cosa potrà avvenirti in mente che ti distolga dal tuo instituto. Ma tu quanto darai orecchie o fede a cosa che ti disduca da questo proposito, quanto penderai coll’animo verso dove la voluttà t’alletta, tanto sarai non ben costituto né bene addritto a sostenere te stessi; e quanto non atuterai le voglie tue e dara’ti a non repugnarle, tanto dispiacerai a te stessi, e tanto sarai non tuo né libero. Spegni, succulca quel pensiero. Refuta ogni cagione e condizione quale interrumpa e’ tuoi culti a virtù. [p. 130 modifica]

Scrive, presso a Erodoto istorico, Amasis re d’Egitto a Policrate tiranno fortunatissimo: «S’egli è chi desideri bene a’ suoi amici, io sono uno di que’ tali. Né stimo che tu creda me esserti amico per rispetto delle tue fortune; ma poiché ’nsino alli dii par che non possino patire in noi mortali troppa felicità, sempre iudicai commodissimo ausarsi a tollerare ora le cose seconde ora le avverse. Questi vivuti sempre in felicità, che sanno essi quello che possa la fortuna? Che possono essi o pensare con ragione o statuire con diritto o integro iudicio? Niente. Adunque, se tu mi crederai come ad amico fedele e non in tutto imprudente, piglierai da me qualche argomento contro la fortuna; e a quelle cose che apresso di te sono carissime, e quali perdute molto ti dorrebbono, gittale da te, e quinci comincia imparare soffrire te stessi contro al dolore e contro la ingiuria de’ tempo avversi. Vale». Così adunque a noi; e in questo così essercitarci faremo come fa el musico che insegna ballare alla gioventù: prima sussequita col suono el moto di chi impara. e così di salto in salto meno errando insegna a quello imperito meno errare. Così noi, se non così a perfetta misura, potremo nei gravi nostri moti subito adattare noi stessi. Nondimeno errando cureremo tradurci sì che ogni dì si aggiunga in noi qualche parte a esser più compiuti e perfetti in virtù; e accrescerassi alla virtù quanto scemeremo al vizio.

Sono alcuni da natura proclivi e addritti a qualche affetto d’animo non lodato. Cinna fu crudele, Silla fu concitato e veemente, Mario perseverò in sua iracundia. A simili bisogna nelle picciole e lieve cose avvezzarsi a quasi edificare in sé un’altra natura. Furono tra e’ filosofi chi per ausarsi a non isdegnarsi se altri non li compiacea e conferiva quel che e’ pregava, solea con molta instanza e con lunghe suasioni chiedere dalle statue più cose. E Crates filosofo irritava una e un’altra vilissima e procacissima trecca o meretrice a garrire seco; e questo facea per avvezzarsi a udire sanza stomaco e perturbazione parole villane e rissose contro a sé. Leggesi che ad Epaminunda, illustrissimo principe e lume di Grecia, fu dato una faccenda vilissima per dispettarlo, che provedesse a certe strade. Rise e lieto si die’ a quanto gli fu imposto. Così tu simile godi ti sia dato materia in quale tu [p. 131 modifica]impari vincere te stessi. Le dure condizioni de’ tempi sono materia ad informarci a virtù. Tigranes, nipote del re Archelou, perché più tempo visse stadico in Roma, dimenticò el fastu e superbia regia e divenne paziente quasi fino a essere servile. Udisti da chi t’odia un morso di parole. Vedesti quello insolente onteggiarti. Tu, delibera sofferirlo, almeno simular d’essere sofferente. E interverratti come fra gli amici, che servendo ad altri obbliga lui, contro, a pari servire sé. Così tu usandoti gratificare alla virtù, ella ti si darà pronta a mai abbandonarti; e interverracci che simulando diventerremo quali vorremo parere. Ottima simulazione sarà qui fare quello che fa chi non si perturba né si commuove. A Plutarco parea che con moderare la lingua si spenga l’ira; e in ogni vita sarà utilissimo el moderarla. Dicea Platone che gli dii rendeano in premio delle parole inconsiderate e lievi, pena gravissima. Scauro non volle che ’l servo dello inimico suo gli referissi e’ malefici del patrone suo. Filippo re de’ Macedoni, escluso la notte dalla moglie, tacque. M. Babio rimise salvi e liberi a Cleopatra que’ duo militi Gabbiani che gli aveano ucciso el figliuolo. Così fa chi sia bene consigliato e ben offirmato e constante: modera e comprime quelle cose per donde s’accenda l’ira e le perturbazioni, e più gode e mostra non satisfarsi crucciato ove e potea saziarsi.

Né sia chi stimi non essercitandosi abituare in sé virtute alcuna. Non scrivendo, non pingendo, mai diventeresti pittore o scrittore. E scrivendo non bene s’impara scriver bene, pur che facendo curi fuggir quello che in te facea scriverti non bene. E per adattarci a virtù intrapreenderemo qualche essercizio virtuoso, in quale occupati ne esserciteremo assiduo pensando, investigando, adunando, componendo e commentando, e accomandando alla posterità nostra fatica e vigilie. E così ne distorremo e separaremo da ogni contagione e macula del vizio, e viveremo lieti e contenti. Oh dolce cosa quella gloria quale acquistiamo con nostra fatica! Degne fatiche le nostre per quale possiamo a que’ che non sono in vita con noi mostrare d’esser vivuti con altro indizio che colla età, e a quelli che verranno lasciargli di nostra vita altra cognizione e nome che solo un sasso a nostra sepoltura inscritto [p. 132 modifica]e consignato. Dicea Ennio poeta: non mi piangete, non mi fate essequie, ch’io volo vivo fra le parole degli uomini dotti.

Ma non mi stendo in lodare l’affaticarsi in cose pregiate e degne. Solo ammonisco qui Battista quanto io stimo bisogni essercitarsi. Chi vive senza faccende, dicea Plauto quel poeta, ha più che fare che chi è faccendoso; e’ va su e va giù, e non sta qui né quivi, erra e combatte sé stessi. E noi, produtti in vita quasi come la nave, non per marcirsi in porto ma per sulcare lunghe vie in mare, sempre tenderemo collo essercitarci a qualche laude e frutto di gloria. E gioverà imporre a noi stessi qualche necessità di così essercitarci in virtù. Io deliberai un tempo riconoscere tutto quello che scrisse Aristotile in filosofia. Chiamai alcuni studiosi e a me imposi legger loro ogni dì due ore. Quella ascrittami quasi necessità mi fece assiduo più ch’io forse non sarei stato. Scrive Solino che ’l cervo ausa e’ suoi nati a correre e fuggire. E se el cervo e l’altre bestie da natura cognoscono e’ suoi bisogni e utilità, noi nati uomini a che ne addestreremo? Adunque noi in ogni attitudine a bene vivere, ma in prima in quel che più bisogna più ne auseremo. E non sia chi dubiti che sopra tutto bisogna ausarsi ad odiare e fuggire ogni vizio prossimo molto. E molto giova darsi a meritare fama e immortalità di suo nome e memoria. Ma sopra ogni cosa conviensi ben curare e cultivare l’animo con buona instituzione e degna erudizione. E’ vezzi del corpo infracidano l’animo e rendonlo vizioso. Però sarà nostra precipua e assidua opera essercitarci a vita qual si contenti di cose e poche e facili a trovarle.

Scrive Iulio Capitolino che Marco Aurelio Antonino, rettore dello imperio di Roma, per imparare a sofferire se stessi dormiva in terra, e cose molte altre facea simili a Diogene filosofo, quale e’ recitano che a mezzo inverno abbracciava le statue marmoree cariche di ghiaccio solo per ausarsi a sofferire le cose avverse. Appresso Silio poeta, Serano lodava Regulo in questi versi:

Illuviem atque inopes mensas durumque cubile
et certare malis urgentibus hoste putabat
devicto maius; nec tam fugisse cavendo
adversa egregium, quam perdomuisse ferendo. [p. 133 modifica]

E’ nostri maggiori Latini assuefacieno gli essercit:i suoi a quel cibo militare e castrense quale era simplice e senza apparato, ed era non altro che lardo e cacio. Voleano questi essere espediti alle faccende virili e disoccupati da questi altri impacci servili. Così noi avvezzeremo le nostre membra a esser contente del poco e a soffrire senza delicatezza, e coll’uso asseguiremo ogni gran cosa.

Scriveno che a Iulio Viatore, eques romano, e’ medici proibirono le cose umide; e lui con ausarsi divenne che in senettù bevea nulla. Qui Battista solea non potere senza gran molestia e perturbazione della sanità sua stare colla testa discoperta tanto quanto egli adorasse el sacrificio. Vedilo testé che d’astate in astate avezzo non può in mezzo dell’alpe e al nevischio soffrir coperto el capo; e quel che non potette l’arte e cura de’ medici, può lui col ridursi in questo suo uso. Ma quanto possa ne’ mortali ogni uso altrove sarà da recitarlo. Solo qui resti suaso che se l’uso può, bisogna distorci da ogni uso per quale mancandoci quella e quell’altra cosa a noi venga perturbazione, e conferirci a qualunque uso ne aiuti poco chiedere cose da altri che da noi stessi. Diogenes filosofo non volle revocare el servo suo fuggitivo. Parsegli provarsi se forse fusse non da meno che ’l servo suo, quale se e’ potea solo viversi senza Diogenes, molto più dovea potere Diogenes vivere senza un servo e fuggitivo.

A molti insueti parrebbono cose dure queste qual io racconto. Non sono; e sono facili a chi così dispone volere. E certo ben disse M. Varrone in satyris: «Se di tutta l’opera che tu ponesti in fare che ’l servo tuo fusse buon pistore, tu in adornare te stessi ne avessi esposta la duodecima parte, già più tempo saresti ottimo cittadino. Ora venderesti quel servo molti danari. Te chi mai comperasse per qualunque sia vile prezzo?». E questi essercizi a chi così deliberò, sono certo soavi provandoli, perché si sente di cosa in cosa più su attingere a virtù, e provandoli ancora adducono una felicità da volerla. E chi non volesse non aver bisogno alcuno di tante e sì varie cose quante e’ richiede? A chi può tradur suo vita con poche cose, a costui bisognano poche cose. E parmi in prima libertà degna d’uomo potersi senza fastidio e molestia [p. 134 modifica]vivere di ciò che gli sia apparecchiato. Dicea Solon filosofo: fra’ beni nel secondo luogo sarà bisognarci pochissimo cibo, quando el primo bene sia al tutto nulla bisognarci. Nuoce forse che ’nsino a qui fummo educati in grembo della mamma e in delizie e vezzi del babbo, e ora a noi suppeditano abundante le fortune, né ci pare in tanta amplitudine convenirsi questa austerità del vivere. E qui bisogna provedere. Dissi: rammentati esser uomo esposto a ogni caso; sai ch’e’ tempi succedono vari, le cose della fortuna sono inconstanti; bisognaci ne’ tempi felici prepararci a potere contro la infelicità. E chi non imparò soffrire, non sa, Niccola, non sa soffrire; e chi imparò, sa e giovagli. Al fratello suo, sdegnato che non era fatto uno de’ magistrati chiamati efori, Chilon filosofo, qual più volte era stato in quel numero e luogo di diggnità, rispose: «O fratel mio, non ti maravigliare se teco non sono e’ nostri cittadini tali quali e’ sono verso di me. Tu non sai soffrire le ingiurie. Io imparai non le curare sofferendole». Ottavia, sorella di Brittanico, scrive Cornelio, imparò persino da’ teneri anni ascondere el dolore, la carità e ogni affetto; e giovògli, e fu degna instituzione e dovuta a uno principe in mezzo di tanta affluenza e licenza avvezzarsi a moderare e contenere se stessi. In Arabia dove sono e’ pascoli lietissimi, scrive Curzio ch’e’ pastori lievano e distengono le pecore da’ prati, e questo fanno che per troppo cibo diventerebbono infette. E certo, come dicea Cesare appresso di Sallustio, fra’ primi e massimi mali dobbiamo reputarci la troppa licenza. Interpelleremo adunque e comminuiremo a noi stessi quanta potremo licenza, volendo meno che noi non possiamo in ogni altra cosa che in acquistar virtù e meritar gloria.

Dicea Solone che le ricchezze ingeneravano sazietà; e la sazietà produce contumelia, e dalle contumelie vediamo che arde el vendicarsi. Queste ricchezze e copia bisogna ausarsi a poco pregiarle, alienandole da noi con spenderle in cose degne e lodate, e in prima donandole e quasi deponendole presso de’ buoni e degli studiosi; però che quello che desti non lo torrà la fortuna, e quello ch’ella ti togliesse, non ti agraverà. Aggiugni a queste che bisogna avvezzarsi sopra tutto a dimenticare le picciole [p. 135 modifica]ingiurie per in tempo potere e sofferire e dimenticarsi le maggiori. Ad Antistenes filosofo parea niuna disciplina migliore in vita che disimparare el ricordarsi delle offese. Aristotile negava essere opera d’animo grande e forte refricarsi a mente presertim quel che dispiace. Per questo desiderava Temistocle imparare da Simonide non quella sua arte del ricordarsi, ma più tosto qualche altra arte del dimenticarsi.

Tutte queste racconte cose asseguiremo volendo e con modo addestrandoci di cosa in cosa e di tempo in tempo. E conviensi col tempo affaticarsi; e in le fatiche bisogna tolleranza, nella tolleranza fortezza, nella fortezza consiglio e ragione. E in ogni nostro consiglio conviensi adattare a iustizia e umanità con molta voluttà d’ogni tuo acquisto in virtù. Ditto d’Aristotile: la voluttà dello affaticarsi dà buon fine a ogni opera. Amasis re degli Egizi rispose esser facillima qualunque cosa si faccia con voluttà.

Un ricordo non voglio preterire, che a ogni ottima instituzione, a ogni bene addutta ragione del vivere, a ogni culto e ornamento dell’animo nostro molto e molto gioverà darsi alle lettere, alla cognizione e perizia de’ ricordi e ammonimenti quali e’ dotti commendorono alla posterità. Come la mano compremendo radolca e prepara la cera a bene ricevere l’impressione e sigillo della gemma, così le lettere adattano la mente ad ogni officio e merito di gloria e immortalità.

E che ti pare, Niccola, di ciò che noi dicemmo insino a qui? Vedesti in che modo bisogni prepararsi e aversi in vita per escludere alle perturbazioni ogni addito onde possino importarsi e occupare gli animi nostri. Seguiterebbeci luogo d’investigare quali argumenti e arte di curarci perturbati ne espurgassero del seno ogni rancore e ansietà. Ma a tanta opera non mi sento atto. E quanto recitai, conosco bisognerebbe averci premeditato. Io raccontai ciò che nel ragionare m’occorse a mente, sanza ordine e forse confuse. Fecilo nondimeno, e non ad altro fine se non per confutarti, che dicevi desiderare da’ dotti qualche utile precetto a questa causa. Vedestigli tu in questo come nell’altre cose quali appartengano a bene e beato vivere, che furono non negligenti, e satisfecero a ogni nostro bisogno ed espettazione. [p. 136 modifica]

Niccola. Vidi e piacemi. Ma qui Battista e io in prima desideriamo e preghianvi seguiate mostrarci, come testé dicevi, che arte e argumenti a noi lievi le già concepute ansietà dell’animo.

Agnolo. Vederemo.