Puerili (Leopardi)/Pompeo in Egitto/Tragedia

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Tragedia

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Pompeo in Egitto - Argomento Pompeo in Egitto - Note
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ATTO PRIMO

Appartamenti reali.


SCENA PRIMA

Teodoto ed Achilla.


teodoto.


Ah quale, amico, a questo regno, a questa
città regal periglio è sopra! il forte
de' Galli domator, Cesare invitto,
su Roma impera e detta leggi al mondo:
5ei vincitor là di Farsaglia al campo
trionfante mirò le schiere avverse
volgere il tergo a vii terrore in preda.
Abbandonato, intimorito, errante
sen fugge il gran Pompeo, qua volge i passi,
10qui cerca asilo, e qui sarà fra poco
supplice e mesto al regio piè: l'insegue
il fiero vincitor, desia vendetta;
non la vuol che dall'armi, e queste mura
cinte in breve vedrai da squadre ostili,
15se al vinto presterem soccorso, aita.
Or che mai far dobbiam? rispinger forse
lungi da noi la supplichevol turba?
forse accoglierla amici, ed infra queste
mura ad essa apprestar sicuro asilo?

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20Odioso al mondo tutto, odioso ai numi
il rifiuto sarà, sarà funesto
il ricettarla, che su noi lo sdegno
trarrà del forte vincitor guerriero.
Parla or dunque, consiglia: eh, qual potremo
25via rinvenir, per cui serbar la pace
tra queste mura, in questo regno, e salvo
render l'Egitto?


achilla.


                            Ascolta; a noi di troppo
periglioso saria l'aver nimico
Cesare e Roma; l'universo trema
30a nome tal, né temerà l'Egitto?
Dunque da noi scacciar lungi dovremo
la supplichevol turba, e in truce aspetto
i suoi pianti sprezzar, sprezzar le grida?
No; del vinto Pompeo l'atroce sdegno
35potriaci un giorno esser funesto; il fato
è volubile, il sai; forse la sorte
un di vorria, volta l'instabil ruota,
Cesare oppresso, e vincitor Pompeo.
Che dunque oprar dovrem? Fallace aspetto
40ora vestir conviene; il vinto stuolo
da noi si accolga, e in Alessandria trovi
simulata pietà, mentita fede.
Del dittatore ad evitar lo sdegno,
cada Pompeo per nostra man trafitto;
45l'estinta salma ei veda, il suo nemico
prosteso a' piedi suoi, lordi di sangue
questo suol, queste mura. Ornai si franga
delle moleste, inopportune leggi
la catena servii, sprezzinsi i dritti
50della fede ospitale; unica via
questa è di scampo al minacciato Egitto.

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teodoto.


I tuoi consigli approvo; altronde invano
salute cercheremmo; a noi sol puote
scampo arrecar del vinto duce il fato.
55S'armin dunque le turbe, al rege imbelle
celar conviene il meditato inganno.
In giovin cuore, il sai, troppo degli avi
puote l'esempio; a' miei disegni opporsi
egli potria, potria pur anco il folle
60quanto debba l'Egitto al vinto duce
rammentare in mal punto: in petto adunque
a te si celi la tramata frode.
Vanne, Alessandria ornai per le tue cure
tra il comune terror viva tranquilla;
65tu ne assicura libertade e pace.
Di armati e d'armi questa reggia or cingi;
forse potria la fuggitiva turba
meditar qualche inganno, e qui raccolti
e spirti e forze, ad improvviso assalto
70muover furente, e d'Alessandria alfine
con nero inganno reo farsi signora.
Tu i guerrieri disponi; in ogni dove
salda presenti ed inconcussa fronte
questa regai cittade ad ogni ostile
75perfido agguato, ad ogni ascosa trama.
Vanne, di Egitto in te la speme è posta.


achilla.


Quanto m'imponi eseguirò; ben presto
veder potrai tranquillo il popol tutto,
Alessandria sicura, il regno in salvo...
80che miro, o ciel!... Pompeo s'innoltra.

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SCENA SECONDA

Pompeo e detti.


Pompeo.


                                                        Amici,
pur vi riveggo alfin! di mie sventure
un tal contento alleggerisce il peso.
Ah, quale or vi rimiro! un di temuto
dal mondo inter, terror dell'Asia avversa,
85dell'Affrica spavento, e dell'Europa
sostegno e difensor, stender godea
l'amica destra a sollevar le oppresse
nazioni supplichevoli, gementi,
e spesso con la man pietosa e fida
90tersi a regi dagli occhi il mesto pianto:
ora sconfitto, abbandonato, errante
lungi dal patrio suol, qui mi ritrovo
sotto straniero ciel. Pur non vien meno
in questo cuore il marzial coraggio,
95il romano valore; io son Pompeo.
Il sento, il so, venga il nemico, affronti
questa man, questo petto, a mille e mille
avverse schiere in faccia, io saldo e forte
mantenermi saprò. No che Pompeo
100non sa che sia timor; se vinto ei cede,
colpa del fato è sol, non di viltade.
Tigrane il dica, e Mitridate altèro
per me sconfitto; il Medo parli e il forte
Italo invitto, e il generoso Ibero.
105Tal fui, tal son, che in me non langue estinta
la romana virtude, il fier valore.


Teodoto.


Sperar, signor, convien; del tutto avversa
non ti è la sorte. In questo regno amico

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tranquillo troverai sicuro asilo;
110qui, raccolte armi e forze, il tuo nemico
sfidare in campo ed affrontar potrai:
se è da un roman guidato, eh! quali prove
far non saprà l'egizian valore?
Molto resta a sperar; Cesare alfine
115invincibil non è! Roma t'invita,
Roma, ed il mondo, che a un tiranno impero
mal soffre soggiacer; di libertade
sarai tu difensor, tu de' Romani
saldo sostenitor; paventi il fiero
120orgoglioso tiranno, ei vegga il seggio
mal fermo, il trono vacillante, e tremi.
Ubbidiente al tuo voler l'Egitto
ognor sarà: no, che non fugge il saggio
di un infelice il volto. Ardue sventure
125preman Pompeo, mostri la sorte a lui
benigno aspetto, a Roma ognor fedele
Alessandria sarà. Forse all'Egitto
dovrà Pompeo la libertà latina.
Oda i miei voti il cielo, io volo intanto
130il rege a prevenir; tra brevi istanti
qua ritorno farò; ma ei viene appunto,
eccolo a te.


SCENA TERZA

Tolomeo e detti.


Pompeo.


                   Prence, al tuo piè tu vedi
Pompeo, già grande un giorno; egli ha con Roma
comune il fato; di ribelle spada
135al fulminar, vinta del Lazio cadde
la libertà, me pur persegue irato

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l'implacabil destin, la cruda sorte;
ma non cadde Pompeo! Ne frema il fiero,
scellerato oppressor, Pompeo non cadde;
140no, non fu vinto il suo valor dall'armi:
ei spira ancor, forse a suo danno un giorno
esso il vedrà fra cento squadre e cento
schernire il suo furor, di sangue sparso
aprirsi a Roma il varco, e sulle estinte
145salme di mille e mille empi ribelli
di vittoria innalzar lieto il trofeo.
Qui son frattanto a te dinnanzi, io cerco
un asilo in Egitto. Odioso, io spero,
ciò non ti fia: supplice qua non sono,
150non imploro mercé; no, non paventa
Pompeo di morte il si temuto aspetto:
sol per la patria io vivo, e questo braccio
sol per la patria pugnerà; tranquillo
tra i perigli n'andrò; se me rigetti,
155no, pregar non saprò. Sdegna un romano
le meste grida e i sconsolati pianti.
Tra i nemici n'andrò, sol contro l'urto
di mille schiere ad affrontar la morte,
se da te mi discacci.


Tolomeo.


                                             Amico, invano
160fingi in me tal viltà. Resti Pompeo;
ubbidisca a' suoi cenni ognor l'Egitto:
è tale il mio voler, tal la mercede,
che a' benefici tuoi rende il mio regno.
No, che sol di Quirin tra l'alte mura
165non fa il valore e la virtù dimora;
no, che non vede solo il Tebro altèro
nascer gli eroi; del Nilo ancor la riva
di alcun romano per valore è madre.
Tu fra poco il vedrai. No, non ignora

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170che sia virtude Tolomeo; di Roma
egli il fato compiange, ei di Pompeo
sostegno farsi e difensor desia.
Tu vanne, Achilia, armati ovunque ed armi
disponi, aduna. Ad ogni cenno ornai
175sien del duce roman pronti i guerrieri,
al suo coraggio, al suo valor commessa
sia d'Alessandria la salvezza; a lui
delle adunate, generose schiere
il comando si affidi; ei vegga a prova
180quanto possa l’Egitto, e quale alberghi
fede e pietà tra queste avite mura.
Abbia con Roma ornai comun la sorte
grata Alessandria, o con lei vinca, o cada
vinta con essa dai ribelli acciari.


Partono Tolomeo ed Achilia.


SCENA QUARTA

Teofane, Teodoto e Pompeo.


Pompeo.


185Teofane, che rechi? eh, quale in volto
mostri terror?


Teofane.


                        D'infausti annunzi io vengo
ingrato apportator. Tra mille schiere
ver'noi Cesare avanza: io vidi, io stesso
190errar da lungi le nemiche insegne,
splender gli scudi, e sfolgorar gli acciari.
Pe' vasti spazi già spargersi intorno
veggonsi igniti lampi, un'alta messe
d'aste affollate, un ondeggiar confuso
195d'altèri elmi criniti: i sommi rami

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195somiglian di boscosa ampia foresta,
che, dall'urlante soffio di Aquilone
agitati e commossi, all'acque immense
del mar simili fluttuando ondeggiano.
L'aquile altere minacciami orrende
200spiegan ribelli il volo. Ognor più presso
fassi il nemico stuol; fra brevi istanti
assaliti sarem tra queste mura.
Nulla resta a sperar, cadrem ben presto
sotto il nemico acciar. Miseri! ah, dove
205ci trasse il rio destin? Sconfitti, erranti
non ci volle egli sol; di morte in braccio
ci spinge, e vuol del nostro sangue alfine
l'empia brama saziar...


Pompeo.


                                     Vile, ti accheta.
Qual t'ingombra timor? Si presto adunque
210tu cedi alle sventure? Ah! non mostrarti
dell’amicizia di un romano indegno.
Quale insana viltà? Cesare adunque
invincibil tu fingi? eh, non rammenti
i campi di Dirracchio e il di felice,
215in cui tremar tu l'oppressor vedesti,
fuggir gli empi ribelli, e sotto ai colpi
delle romane spade a terra stesi
farsi co' corpi estinti a' nostri passi
orrido inciampo? Ah! se non cadder franti
220di libertade i lacci, e se in quel giorno
non dispiegàr gloriose a Roma il volo
l'aquile fide al vinto duce in faccia,
colpa fu del destin. No, che il valore
non mancò ne' romani: e, vii, tu puoi
225di Cesare temer, tu in faccia all'empie
turbe ribelli inorridirti, e il volto
mostrar coperto di pallor? No, ch'io

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i nemici non temo, io più di loro
temo il vostro timor. Lieve tempesta
230al nocchier che dispera è ognor fatale.
Dunque dovrà Pompeo veder tremanti
a Cesare d'innanzi i fidi suoi?
Ah! tolga il ciel tanta viltade: Io volo
tutto a dispor per la difesa; in breve
235Alessandria vedrai sicura ovunque
de' nemici schernir lo sdegno e l'ira.
Tu con speme miglior l'alma conforta;
desta gli spirti ornai; che sei rammenta
del fier Pompeo guerrier, seguace, amico.


Parte.


SCENA QUINTA

Teofane e Teodoto.


Teofane.


240Oimè! che udii? Dunque Pompeo disegna
d'opporsi armato all'inimico stuolo,
e del trionfo ancor nutre speranza?
Folle speranza! Ah, ch'ella, sol di stragi
causa sarà, sol di ruine, e solo
245di spavento e terror; folle è colui
che contro il fato a cozzar prende. E dove,
e in che sperar? Nella difesa forse
di nostre squadre indebolite e stanche
e molli ancora di sudor la fronte?
250Scorra per ogni lato, ei vegga il pianto
in ogni ciglio, in ogni cor la téma.
Qual contro lui si adira e quale il cielo
malvagio accusa, qual non parla e piange,
qual corre, e ove non sa. Come all'estreme
255fronde d’arida canna accesa fiamma

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si propaga e si accresce, e a poco a poco
in vortici fumanti al ciel s'innalza;
tal lo spavento ovunque scorre, e, fatto
d'ogni animo signor, confonde e mesce
260la città tutta. Ognun di già vicino
teme l'ultimo istante, ognun tremando
corre all'amico amplesso e il crede estremo.
Eh! qual difesa mai da tali schiere
sperar puote Pompeo? D'Egitto forse
265nella virtude egli confida? Ah! questa
troppo è folle lusinga; e qua! dal forte
vittorioso nemico oltraggio o danno
Tolomeo ricevè?...


Teodoto.


                               No, mal conosci
del nostro rege il cuor. Si pugni, e cada
270vinto l'Egitto, e che perciò? si serbi
la data fé, de' benefici suoi
questa a Pompeo mercé si renda: ei vegga
quanto possa Alessandria, e quale alberghi
pietade in questa reggia: i sensi sono
275questi di Tolomeo. Ma qual del forte
invitto dittator la possa e l'armi,
quale affrontar vorrà? Dunque l'Egitto
a un romano stranier sacrare il sangue
e la vita dovrà? privo di speme
280di vittoria e trionfo indarno dunque
ei pugnerà, cadran le genti estinte
per appagar di un insensato il folle
temerario desio? Deh! ceda alfine,
ceda al destino il roman duce. Ognuno
285il riconosce eroe; di sua virtude
sparso è dovunque il grido: ah! cessi ornai
di contrastar col fato. Indarno ei spera
di servitù togliere a Roma il giogo.

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Vinta ella cadde: di Farsaglia i campi
290parlan di sue sconfitte; in cielo è fisso!
Quella che serve tante genti rese
serva essa stessa alfin. Tu vanne, amico;
del roman duce in cuor destar procura
men fieri sensi, ei ceda un giorno e il sangue
295risparmi ornai si vanamente sparso.


Parte Teofane.


SCENA SESTA

Teodoto solo.


Il tutto arride a' miei disegni. Avanza
Cesare il prode; ei d'Alessandria in breve
signor sara, ma sol per poco; il capo
del fier Pompeo fia tra l'Egitto e Roma
300di pace mediator; nulla si oppone
al mio desir. Forse... ah! da me va lungi
troppo vana speranza... ah! forse un giorno
stesso acciar, che del romano duce
sen passò, di Tolomeo potria
305farsi uccisor, forse su questa fronte
il diadema regai... No, nulla al forte
impossibil fu mai: si, tutto puote
magnanimo valor, marziale ardire.
Questo mio petto del secreto arcano
310sia geloso custode..., il regno, il trono
l'aureo scettro regai... gradita immago,
ah, qual commuovi i sensi miei!... T'accheta
ambizioso mio cor... quanto d’un regno
puote la speme! Ah! si fomenti un tale
315generoso desio; lusinghe e doni,
armi, forza, costanza, ardir, valore,
tutto s'impieghi al desiato fine.

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Forse non vana la mia speme un giorno
veder potrò, forse di morte in braccio
320l'odiato regrvator... Basti, se il fato
con lieto aspetto a' miei disegni arride,
vedrà l'Egitto un di quanto di un regno
di Teodoto in cuor possa il desio.


SCENA SETTIMA

Tolomeo e detto.


Teodoto.


Signor, ver' queste mura armate schiere
325volgono i passi; il vincitor romano,
lor duce e guida, ornai tra brevi istanti
assalirci vedrai; signor d'Egitto,
d’Alessandria tiranno, il forte, il prode
Cesare or or sarà; trema ciascuno
330all'appressar delle nemiche squadre:
inabile ai ripari, ognun si asconde
sotto il paterno tetto e al petto stringe
l'amico, il genitore, il figlio amato;
misero! e teme ad ogni istante il fiero
335duce roman mirarsi appresso, il crudo
barbaro acciar de' suoi più cari in seno
veder paventa immerso, e mille morti
prova ad un punto sol. Confuso, errante
ciascun si aggira, né sa ben se corra
340in braccio a morte o se fuggirla ei tenti.
Solo fra tanto orror tranquillo, immoto
vedi il fiero Pompeo, de' nostri mali
abborrita cagion. Nulla ei paventa
il nemico vicin; di tanto lutto
345nulla il commuove la funesta immago.
Imperturbato, con feroce aspetto,

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Cesare attende, e sol di sangue e stragi,
di vendetta e di guerra è sol bramoso.
Che pensi o prence? Ah! degli egizi ognuno
350supplice e mesto a te le mani stende.
Qual nella guerra aver possiam salute?
Pace brama ciascun, pace ti chiede
per bocca mia tutto l'Egitto: ah! il tuo
popolo deh! consola, o re...


Tolomeo.


                                            T'accheta,
355non sedurre il mio cuor; lo speri invano.
Pace Alessandria non avrà; si avanzi
il crudele oppressor; la reggia, il trono
atterri, incenerisca, arda, distrugga;
si pugnerà: vinca Alessandria o cada
360vittima infausta del roman tiranno.
Che, se pur anco all'empio duce in faccia
fugga l'infido stuolo, e insegne ed armi
in preda lasci alle nemiche squadre,
sol me vedrà la turba ostile al suo
365insano empio furor far fronte immoto,
me sol pugnar, me sol cadere estinto
del fier tiranno appiè. La fede è questa,
che al vinto duce io serbo; il vegga il mondo,
Cesare il vegga, e l'egizian valore
370egli apprenda a temer. No, che Pompeo
deluso non sarà; di sue sventure
non teme Tolomeo l'odiato aspetto.
Tu vanne intanto, e noti a ognun procura
rendere i sensi miei. Vinca l'Egitto,
375o con Pompeo soccomba: invan sedurmi
spera ciascuno, il mio volere è questo.


Fine dell'atto primo.

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ATTO SECONDO


SCENA PRIMA

Teodoto, Achilla.


Achilla.


Tutto disposi già. Del vinto stuolo
nulla a temer ci resta; esso atterrito
pallido, palpitante, e l'armi obblia,
380e alla fuga sol pensa; in ogni lato
prodi guerrieri al cenno mio son pronti.
Ferree sbarre di già le aenee porte
assicurar; fidi custodi all'uopo
disposi ovunque; al mio comando, a un tratto,
385schiuder le porte al vincitor d’innanzi
sarà lor cura: in ogni dove ad arte
finsi di guerra marziale aspetto,
onde dell'egiziano imbelle prence
deludere cosi le vane cure.
390Esulta il fier Pompeo, giubila e crede,
di stragi sitibondo, il crudo acciaro
tinger fra poco nel nemico sangue.
Vana speranza! Egli ben presto il ferro
rosso farà nel sangue suo. Già nulla
395s'oppone, amico, a'tuoi disegni: in breve
Alessandria vedrem sicura e lieta
plauder gioconda all’opre nostre, e alfine
quella pace goder, che or mesta e afflitta
chiede, e desia. Tu dell'Egitto, amico;

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400lo scudo, il difensor sarai; te solo
liberator, sostegno suo fra poco
il popol tutto ammirerà.


teodoto.


                                         Mio fido,
ora al duce roman conviene i nostri
sensi far noti. Il capo invan del fiero
405Pompeo guerrier noi gli offriremo, invano,
schiuse le porte con amico aspetto,
lo accoglierem tra queste mura, invano
s'egli, il tutto ignorando, avrà le forti
turbe feroci ad assalir qua spinte.
410E chi potrà delle romane schiere
l'impeto trattener? chi opporsi al cieco
desio sfrenato di ricchezze e d’oro?
Qual mai potè di ruinoso fiume
vincer la possa, allorché gonfio, il seno
415per le raccolte immense acque crescenti,
ogni argin rotto, ed i natii confini
negletti, oltrepassati, i vasti campi
ad assalir sen corre, e Tonde altère
i faggi ombrosi ad atterrar sospinge,
420e a desolar le biade, e insiem travolti
via trasportar veloci arbori e belve?
Fido messaggio or dunque a noi conviene
elegger tosto: al dittatore ei vada,
il suo giunger prevenga, a lui del fiero
425duce roman, dell'egiziano prence
noti faccia i disegni, e a lui le nostre
cure discopra, e quanto oprammo ei sappia
con arte disvelar; cauto a noi faccia
quindi ritorno, e del romano duce
430i sensi esponga, onde possiam s'curi
i comandi sprezzar del nostro prence...
Ma... che vegg’io?... Fulvio s'appressa.

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SCENA SECONDA

Fulvio e detti.


teodoto.


                                            Oh quanto
io godo, amico, in rivederti alfine,
dopo si grave lontananza e tante
435aspre vicende e impreveduti eventi!
Già ti conobbi in riva al Tebro un giorno,
e a poco a poco in noi crebbe l'affetto:
all'avanzar degli anni, alfin ci volle
disgiunii il fato, te di Roma il suolo
440possiede ancor, me dell'Egitto il regno
trasse il destino ad abitare. Eh, quale
ventura in Alessandria or te condusse?
eh, qual te, fido amico, il patrio tetto
strinse ad abbandonar?


fulvio.


                                        Compagno a mille
445prodi guerrieri, le paterne mura
con la tenda marzial cangiar mi piacque.
Sfidare in campo le nemiche schiere,
dar di fiero valor non dubbie prove
fu mio desio. Già brama tal mi punse
450sin dai verd'anni; d'una spada il lampo,
il balenar di un rilucente scudo
di marzial valor vive scintille
destavanmi nel cuor. Cedetti alfine
al fervido desio, men corsi al campo.
455Quivi al fragor delle guerriere pugne
s'accrebbe il mio valore: abile appena
a sostener fui d'una spada il peso,

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di Cesare seguii l'armi e la sorte.
Contro i Galli pugnai, me di Farsaglia
460vide il campo guerrier, nel giorno in cui
dal nemico valor sconfitto e vinto
cadde il fiero Pompeo; qua venni alfine,
Torme seguendo del romano duce,
del vinto stuolo in traccia; egli m'invia
465all'egiziano re nunzio di pace.
Sol che renda Pompeo, sol che le vinte
schiere abbandoni al fato avverso in braccio,
nulla tema da noi; tranquillo e lieto
viva l'Egitto: al Campidoglio in breve
470farà ritorno il vincitor guerriero.
Ma s'egli...


teodoto.


               Ah! taci, amico: assai compresi,
tutto previdi, e dell'egizio prence
la mente invano guadagnar cercai.
Guerra egli brama, e guerra sol desia
475il fuggitivo duce. Or tu con arte
mostrar sappi i perigli al rege insano,
pingi del fiero dittator lo sdegno,
della guerra i tumulti e le vicende
orribili di Marte...


fulvio.


                   Egli si appressa;
480nulla in obblio porrò: minacce e preghi
tutto impiegar saprò.

[p. 72 modifica]

SCENA TERZA

Tolomeo e detti


fulvio.


                                   Per me, signore,
Roma salute e pace oggi t’invia.
Degli odi antichi e delle risse atroci
al lungo corso omai brama por fine.
485Cessin le stragi, o re, cessin gli sdegni.
Assai, t’è noto, di romano sangue
bebber le greche e le latine arene.
Torni la pace omai, con saldi nodi
di fede e di amistade insiem congiunte
490siano le genti tutte, e questa alfine
gloria coroni le romane imprese,
che per coloro sia felice il mondo,
per cui più vivo arse di guerra il fuoco.
Tal di Roma è il desio, tal dell’intero
495orbe commosso, che alla pace anela.
Ma come oprar, se di Pompeo tuttora
vive lo sdegno e l’ambizione insana,
se, armato ancora e da ribelli squadre
cinto e difeso, alla vendetta aspira
500e stragi sol desia, sol morti e sangue?
Deh! tu, che il puoi, tu del superbo duce
vano rendi lo sdegno: a Roma, al mondo
ridona alfin la sospirata pace:
il brama ognun, Cesare il chiede, e certo
505egli è che, sol del comun ben bramoso,
tu di giustizia e di equità le voci
consulterai, signor, né quelle leggi
trasgredirai, quelle incorrotte leggi,
che sacre ognor fûro a’ monarchi ancora.

[p. 73 modifica]IV. POMPEO IN EGITTO

73 510 515 520 525 530 535 540 TOLOMEO. Grato a Cesare io son, grato pur anco all’opra tua; sol d’equitade i dritti ognor mi piacque consultar; no, Roma nulla tema da me. Vedrà ben presto l’altèro vincitor, vedrà se in faccia a mille rischi, di sue schiere a fronte sappia temer l’egiziano prence. Di questa spada il balenar fra poco le sue pupille ferirà. No, questo non è de’ Galli il suol, né di Farsaglia. Potrà l’altèro vincitor feroce in Alessandria ritrovare il campo. Tremi il ribelle stuol. Roma, il ripeto, nulla tema da me; sciolta da’ lacci d’infame servitù per me fra poco ella sarà, se pur benigno il fato lieto e propizio a’ miei disegni arride. Vanne... FULVIO. Signor, perdona, ah! questa dunque risposta al dittator recar degg’io? Impaziente egli dall’armi cinto tra mille schiere e mille duci invitti il mio ritorno attende: ah, questo fia della ruina d’Alessandria il segno! Deh! ti commuovi, o re: se nulla apprezzi la tua vita, il tuo sangue, ascolta almeno del popol tuo le meste voci e il pianto. Cedi, o prence, al destino; il vinto duce abbastanza pugnò: dunque non mai l’avida brama di battaglie e sangue paga di esso sarà? Deh! cessi alfine il suo furore insano... [p. 74 modifica]T. PUERILI TOLOMEO. Intesi assai: non più. Ritorna al tuo signore, a lui fa’ noti i sensi miei. Si, grato, il dissi, a Cesare son io, ma i diritti ognora d’amistà rispettai. No, quella pace, ch’offre all’Egitto il vincitor romano, di me degna non è; tranquillo il mondo fia solo allor che d’equitade i dritti rispettati saran. Non odio o sdegno, di vendetta desio, di sangue e stragi me non spinge a pugnar: la fé, le sacre voci sol di giustizia a me la destra arman del ferro a sostenere eletto di libertà, del vinto duce i dritti. Vanne, ritorna al campo. Il fier tiranno muova all’assalto, e ferro ed armi e faci in opra ponga ad atterrir le schiere fide all’Egitto e al vinto duce: immoto Tolomeo resterà; sol quando il ferro avrà l’altèro vincitore immerso in questo petto, egli potrà sicuro d’Alessandria signor farsi e di Roma. Parte. SCENA QUARTA Fulvio, Teodoto, Achilla. FULVIO. Udisti, amico? TEODOTO. Udii, tutto previdi; ma non però senza difesa e scampo [p. 75 modifica]IV. POMPEO IN EGITTO Alessandria sarà. Vano lo sdegno noi renderem del vinto duce; al prode romano vincitor per noi le porte schiuse saran; fidi custodi, ovunque disposti all’uopo, dell’egizio prence deludere sapran la vigil cura. D’Alessandria signor, sol ch’ei lo brami, sarà fra poco il dittator guerriero. No, che di tanti mali, onde l’Egitto minacciato vegg’io, l’aspetto orrendo sostener non potrei: dunque di tante genti signora, generosa e forte, Alessandria vedrò, città reina, alle spietate edaci fiamme in preda, in cenere ridotta, al suol distesa, abbattuta, distrutta, e in ogni dove fatta albergo d’orror, di lutto e morte? Ah ! tolga il ciel tanto spavento ! E quale danno maggior far ci potrebbe, o numi, il più spietato, il più crudel nemico? Tu vanne, o Fulvio; al tuo signor sian noti di Teodoto i sensi: ei venga, ei regni su questo suolo, e a suo talento imperi su noi, sul mondo e sulle genti tutte. Vivi ei ci serbi sol; questa, sol questa mercé di nostra ubbidienza e fede renda Cesare a noi. FULVIO. Non più; t’intesi, al dittator tutto a far noto io volo. Tra mille schiere egli verrà fra poco de’tuoi fidi in difesa; io parto, amico. Nulla resta a temer. Tranquillo viva ornai l’Egitto: ah! non è già qual credi un tiranno crudel Cesare il prode. [p. 76 modifica]76 T. PUERILI ÓOO 605 6lO 615 620 Farsaglia il dica, e Italia tutta, e Roma; Roma ribelle al dittatore un giorno, ora a lui fida ed a Pompeo nemica. No, non temer: salva Alessandria in breve per l’opra mia sarà, per le tue cure. Tu qui rimani, e allor che a questi tetti l’aquile altère scorgerai vicine, fa’ che ad un cenno tuo pronti i custodi schiudan le porte al dittator d’innanzi. Al campo io corro. Tu l'arcano intanto custodisci geloso; inutil fora, mio fido, ogni opra se al nemico sguardo giungesse a trasparir l’ordito inganno. Parte. SCENA QUINTA Achilla e Teodoto. ACIIILLA. L’ora è già presso, o fido amico, in cui di Mitridate il domatore, un tempo invincibil creduto, a quella morte soggiaccia alfine, a cui cotanti ei trasse principi e duci all’armi sue nemici e di Roma al poter. L’opra affrettiamo; fugge e sen vola l’opportuno istante. Fidi guerrieri a radunare io corro, del roman duce a prevenir lo scampo: ora convien sacrificarlo all’ira del popolo commosso e dell’Egitto alla salvezza. TEODOTO. No, l’impresa, Achilla, sarebbe, il credi, intempestiva; a noi [p. 77 modifica]IV. POMPEO IN EGITTO celare è d’uopo il meditato inganno, finché d’armi e d’armati abbia la reggia cinta il romano vincitor guerriero. Sicuri allor nella difesa invitta delle marziali schiere, il vinto duce del dittator sacrificar potremo al giusto sdegno ed al furore. Il prence, ch’ora de’ vinti alla vendetta anela, opra di mano ostil, di avverso acciaro del fier Pompeo riputerà la morte. Cosi salvo l’Egitto e salvi a un tempo noi stessi renderem; cosi delusa di Tolomeo sarà l’inutil cura, cosi Cesare avremo amico e Roma. Periglioso saria di troppo, amico, privi di scudo e di difesa, all’ira dello sdegnato egizio prence esporci. Chi dal furor... ACHILLA. Nell’ardir mio confida: nulla a temere avremo; inerme e solo che mai potria l’egiziano prence a nostro danno oprar? Se a noi fedeli le schiere son, che già corrotte i nostri cenni attendono sol, che potrà mai contro noi Tolomeo? TEODOTO. Del duce avverso opporsi all’armi, e le adunate schiere condurre ei stesso a battagliar potria, se prima ancor che d’Alessandria, amico, sia Cesare signor, l’ordito inganno a conoscer giungesse. [p. 78 modifica]I. PUERILI ACHILLA. E se frattanto, dalle schiere a lui fide il fier Pompeo cinto e difeso alle nemiche turme ¡sbigottite all’improvviso assalto si fèsse incontro; eh, qual saria lo sdegno dell’ingannato dittatore; eh, quale questa regai città sperar salvezza potrebbe, amico, se la fé tradita, e la sua speme il dittator vedesse ingannata e delusa? TEODOTO. Io volo il tutto a provveder, tutto a disporre. In breve vano il terror che l’alma ora t’ingombra veder potrai, se pur propizio il fato alle mie brame arride; io parto. Intanto tu i miei disegni secondar procura. Parte. SCENA SESTA Achilla solo. Già tutto all’ Egizian pace promette; tutto tranquilla libertade a questa città regale assicurar vegg’ io : nulla a temere abbiam, ma questa pace, questa ch’io stesso ad Alessandria or dono, per me tolta le fia. Non soffre Achilla il giogo vii, che sul suo collo impose un imbelle tiranno; ei cada, e questa fronte sia cinta dal regai diadema. Di Teodoto i sensi assai compresi; [p. 79 modifica]IV. POMPEO IN EGITTO 79 68o 685 690 695 700 ei spera invan di Tolomeo sul soglio ascendere e dettar leggi all’Egitto. I suoi disegni secondar per poco fingasi ad arte, e allorché già la destra stenda allo scettro, ei cada, e sull’estinta gelida salma il soglio mio s’innalzi. Cosi dell’armi sue, delle sue frodi io valermi saprò. Ma... dunque... ah! taci troppo vile mio cor; muoia chi puote giovar con la sua morte a’ miei disegni. Amicizia, virtù, diritto e fede, nomi vani per me, né questo cuore suddito a voi non fia: tradirmi invano, alma imbelle, tu vuoi ; ben sa chi nato è ad alte, inusitate, eccelse imprese quei fulmini sprezzar, quei finti numi, che solo di terror son vano oggetto a vili anime imbelli e al volgo ignaro. SCENA SETTIMA Tolomeo e detto. TOLOMEO. È questo, Achilia, il di, che pace a Roma e libertà, che al vinto eroe guerriero e gloria ridonar deve e trionfo. Ornai, mio fido, della dubbia sorte sulle tracce corriam; l’egizie schiere pronte siano a pugnar. Prima che il sole nel profondo oceàn tuffi i destrieri, me forse esso vedrà premere il dorso colle vittrici fulminanti spade al fuggitivo avverso stuol, che scampo di Cesare nel nome indarno spera. [p. 80 modifica]X. PUERILI L’opra affrettar convien: fervido in petto sento il valor che mi commuove i sensi. Perda il tiranno, empio oppressore, alfine d'invincibile il nome; ei vegga a prova quanto di Tolomeo possa nel core la fede, la pietà. Dunque il mio regno, dunque la eccelsa di Quiriti cittade ad un tiranno impero esser soggetta ognor dovrà? Dunque atterrito il mondo sol di Cesare al nome, a lui d 'innanzi piegar dovrà vile il ginocchio, e farsi suddito imbelle a un oppressor superbo? Ah no! che ver non fia! cada il tiranno, o liberi moriam ; questi d’un prence nato alla gloria e per l’onor nutrito esser debbono i sensi. Io dunque innanzi a Cesare depor dovrò lo scettro, ed il regai diadema? ah, non si soffra tal’onta! Achilia; a battagliare io volo: tutto per te disposto or sia. ACHILLA. Già l’armi indossano i guerrieri : ognuno al campo è a seguirti disposto, ovunque, o prence, vive scintille di valor, di sdegno eccitare io cercai; già tutti a gara, paga ornai resa la diurna fame, veston gli usberghi, e le fulgenti spade cingono, e al ferreo rilucente scudo stendon la destra marzial, ciascuno squassa Paste appuntate, ed il piumoso splendente elmo crollando, al fiero stuolo, che d’Alessandria alla rovina anela, strage, eccidio minaccia, e a te promette marzial coraggio e generoso ardire. [p. 81 modifica]740 IV. POMPEO IN EGITTO Si TOLOMEO. Non più si tardi. Andiam, mio fido; ornai il regai cocchio ad apprestar ten vola. Impaziente di pugnare io sono ; vanne, eseguisci i miei comandi, e tutto disposto e pronto alla battaglia or sia. Fine dell’atto secondo. G. Leopardi, Opere - x. [p. 82 modifica]I. PUERILI ATTO TERZO SCENA PRIMA Teofane, Achilla. achilla. Di libertade e di vittoria ornai con certa speme il cuor consola, amico; oggi dell’empio stuol spenta la schiatta vedrai, Io spero, e la memoria e il nome. Già quel terror, che all’egiziane schiere l’alma e il core ingombrò, cedette alfine al coraggio, al valor che in ogni petto destar cercai ; già corre all’armi ognuno; già tutto è pronto alla battaglia. In breve lungi da questi tetti al campo ostile muover disegna Tolomeo; del sangue forse dell’empio stuol ribelle infido tinti, di libertade i franti lacci ei deporrà del tuo signore al piede. Tutto alle vinte schiere, a Roma e al mondo pace promette; al generoso duce, ch’alia nemica sorte or geme in braccio, ognor sarà fido l’Egitto; invano volle il ribelle vincitor feroce sedurre il cuor dell’egiziano prence; egli di pace le insidiose offerte rigettò generoso, e in campo ornai sfidar dispone le nemiche schiere. [p. 83 modifica]IV. POMPEO IN EGITTO Fausto destin le fide turme attende. Molto a sperar abbiamo. TEOFANE. Ah, taci, amico! questo mio cor non lusingare. Invano tenti quest’alma confortar, del prode egiziano stuol troppo m’è noto il coraggio, il valor; ma qual col fato audacia o forza è a contrastar possente? In cielo è scritto; al dittator romano il Campidoglio ceda e il mondo intero. Egli, sicuro nel favor del fato, ogni periglio sprezza, e in mezzo all’armi si lancia audace ad incontrar la morte, o de’ nemici a trionfare; ei sembra dalle nubi scagliata, orrida, ignita folgore spaventosa. Elmo non havvi, usbergo o scudo, che resister sappia della sua spada alla terribil possa; urta, rovescia ogni suo colpo, atterra, piaga, squarcia, trafigge; in brevi istanti intorno a sé di estinti corpi un monte alzar il vedi ; ognun, che il mira, il guardo ne paventa e Tacciar; fuggon le schiere da un sol cacciate. Eh, qual mai resta or dunque di libertà speranza e di trionfo al vinto stuol, se di spavento e tema cagione è ad ogni schiera il nome solo del fiero dittator? ACHILLA. No, si funesta non fia qual credi di Pompeo la sorte; con speranza miglior conforta, amico, l’abbattuto tuo cor; tra brevi istanti [p. 84 modifica]84 I. PUERILI vinto il ribelle stuol, salva l’eccelsa di Quirino città forse vedrai. Io parto, e tu frattanto all’alma afflitta 800 l’audacia antica richiamar procura. Parte. SCENA SECONDA Teofane e Tolomeo. TOLOMEO. Che n’arrechi, o guerrier? di’, questi tetti abbandonò di Cesare il messaggio? TEOFANE. Il vidi io stesso in sul lucente cocchio ascendere fremendo: in ogni dove 805 armi disporsi e generose schiere egli mirò; con minaccioso aspetto il tergo volse a queste mura. In breve cinta d’armati e di ribelli turbe Alessandria sarà; già l’inimico 810 esercito guerrier mosse all’assalto. Più presso ognor fassi l’infido stuolo: il nitrir de’ destrieri e delle trombe il nemico squillar, gli urli e le grida delle ribelli schiere insiem confuse 815 formano orribil suon, nunzio di guerra. Chiuso nell’armi Cesare s’avanza, con truce aspetto su destrier feroce scorre di schiera in schiera, e il fier valore co’ detti accresce delle squadre ostili. 820 Tutto è tumulto, ma del fido stuolo non langue in petto il marzial coraggio il generoso ardir... [p. 85 modifica]IV. POMPEO IN EGITTO SCENA TERZA Pompeo e detti. POMPEO. Prence, già tutto alla battaglia è pronto; al campo io volo le schiere infide ad affrontar. Fia questo il di fatai, cui di Pompeo la morte, o la vittoria renderà famoso : prence, io parto: non più... TOLOMEO. T’arresta, amico. Di Tolomeo degno è il periglio. Al campo le fide schiere io condurrò: fra poco trionfator delle ribelli squadre, o del nemico al piè pallido, esangue me rivedrai. Tu queste mura intanto, questa reggia difendi e questi tetti ; qui, se il destin de’ mali tuoi non pago vinta vuol Roma ancor, le fide schiere raccogli, aduna, del nemico stuolo all’ira insana il tuo valore opponi; qui de’ trionfi suoi la mèta estrema ritrovi il fiero vincitor superbo; qui cada estinto, e l’egiziane arene tinga dell’empio sangue, o stretto il piede da duri ceppi all’ambizione insana ei ponga fine, e di regnar la folle speme abbandoni. Al tuo valor commessa sia d’Alessandria la salvezza. Io parto; a morir vado o delle schiere avverse a trionfar. [p. 86 modifica]I. PUERILI POMPEO. No che il periglio, o prence, di te degno non è; no, che il tuo sangue sparger non dèi d’uno straniero duce i diritti a sostenere; a me commesso sia le guerriere generose squadre condurre a battagliar. La vita, il sangue a Roma io debbo, e potrei dunque allora, che per me pugnan generose schiere, che il destino del Lazio incerto pende, tra il fulminar delle minaci spade, tranquillo star fra queste mura, e il brando cheto mirare al fianco imbelle appeso? Ah! ver non sia! Corro a pugnar, l’infido duce ribelle e altèr di questa destra l’opre vegga, e ne tremi: Ah! se pietoso a’ miei disegni arride il ciel, fatale fia questo giorno all’oppressor tiranno. Tu qui rimani, o re, la vita, il sangue all’Egitto tu dèi: sii d’Alessandria tu difensore, io pugnerò nel campo. Troppo al tuo regno, al popol tuo fatale fora, o signore, il tuo perir. Pompeo estinto cada, e che perciò? fecondo fia di romani il sangue mio. No, meco non perirà la libertà latina; il feroce Caton, Metello il prode, anime eccelse e a libertà sol nate, no, non caddero ancor, del sangue mio essi ritrar sapran vendetta... [p. 87 modifica]IV. POMPEO IN EGITTO 87 SCENA QUARTA Achilla e detti. ACHILLA a Tolomeo. Il cocchio, signor, t’attende, del regai palagio pronto alle soglie; a’ cenni tuoi disposte son le guerriere squadre, in ogni volto un bellicoso ardir sfavilla, e sembra 880 dell’inimico stuol chieder vendetta. TOLOMEO. Andiamo adunque, un tal desir si compia. Pugniam da forti, e pria che cada il sole egli ci vegga o vincitori o estinti. Trae la spada e parte insieme con Achilla. SCENA QUINTA Pompeo e Teofane. POMPEO. Si parta: ornai dell’egiziano prence 885 si secondi il valor; già tutto arride, amico, a’ voti miei, forse in Egitto fia che dell’oppressor superbo il nome e la gloria e la possa abbian la tomba. Andiam, vedrai di questa spada il lampo trae la spada 890 balenar del tiranno innanzi agli occhi. Non più: si segua della sorte il corso, o vincitori il ciel ci voglia o vinti. [p. 88 modifica]88 I. PUERILI TEOFANE. Deh ! voi del retto ognor, del giusto amanti ci difendete in tal periglio, o numi. Trae la spada e s’incammina per partire insieme con Pompeo. 895 Ma... Trattenendosi. Ciel, che ascolto mai? quai grida! e quale improvviso tumulto? S’ode strepito d’armi, e si vedono alcune guardie del séguito di Pom¬ peo, che fuggono attraversando il teatro. SCENA SESTA Teodoto e detti. TEODOTO. Amici... oh dèi!... POMPEO. Quale spavento?... TEODOTO. Ahi ! che già tutta inonda questa regai città lo stuol nemico. No, più speme non v’è; Cesare, il fiero 900 scellerato tiranno, a questa reggia è presso ornai, le ignude spade ovunque scintillar vedi de’ nemici, è chiuso ogni àdito alla fuga, il popol tutto gemente palpitante i numi invoca 905 e il cielo avverso; il rege istesso è cinto dalle squadre nemiche. A lui dintorno mille scintillar vedi ostili acciari; ei pugna ancora invano, invano il ferro [p. 89 modifica]IV. POMPEO IN EGITTO s9 910 915 920 intorno ruota, invan di sangue il suolo e di nemici estinti corpi ingombra: a lui ceder fia forza, e questa reggia delle fiamme sarà non dubbia preda. TEOFANE. Miseri noi! POMPEO. Corrasi, amici, il forte prence si salvi: a lui la vita, il sangue si doni: il merta il suo valor, la fede, la pietà, la virtù... Ma... che vegg’io?... SCENA SETTIMA Achilla. con spada nuda, seguito da alcune guardie egiziane, e detti. POMPEO. Achilia... eterni dèi!... tu dunque ancora?... Le guardie circondano Pompeo. TEOFANE. Olà fermate, oh ciel!... cosi rispetta della fede ospitale Achilla i dritti? Miseri noi!... dunque l’amico ancora ci tradisce, ci assai?... ma questo petto passar dovrete in pria.,, barbari!... Ah! questa al gran Pompeo de’ benefici suoi mercé si rende?... Ma il mio braccio, infidi... Si scaglia contro le guardie. [p. 90 modifica]90 I. PUERILI POMPEO. 925 Ah no, fermate. È a questo suol dovuto il mio sangue, o guerrier, di pace, ah! fosse cotesto il mediatori Vana difesa sdegno, e non curo... Ah! il prence egizio adunque getta la spada deludermi cosi... No, Tolomeo 930 mentir non sa, viva in Egitto io lascio la fede, la virtù: deh, possa il cielo del sangue mio non ricercar vendetta. Le guardie, secondate da Achilia, spingono con impeto Pompeo dentro la scena ove esse pure l’accompagnano, e s’ode da quella parte uno stre¬ pito d’armi e un dibattimento di spade. SCENA OTTAVA Trofane e Teodoto. TEOFANE. Implacabil destin, vincesti alfine! Aimè!... qual giorno!... il roman duce al suolo 935 dunque cadrà da infida man trafitto! Ed io pur son qui neghittoso, e in tanto periglio il duce abbandonar m’ è forza? Sventurato Pompeo! Roma infelice! Eh, qual tra queste ingannatrici mura 940 sperar salute io posso?... Ah! tronchi alfine questa spada i miei di... Si muora ! Io cedo al fato avverso ornai; deh sorga, o numi, alcun vendicator dal sangue mio. Si uccide entrando con impeto dentro la scena. [p. 91 modifica]IV. POMPEO IN EGITTO 91 SCENA ULTIMA Cesare preceduto e seguito da alcune guardie, e Teodoto. cesare. Olà! guerrieri, il fido acciar posate; 945 si risparmino i vinti: ognuno in traccia corra del duce avverso; alcun non osi spargerne il sangue, egli di mia clemenza vivo si serbi all’immortai trionfo: andiam... TEODOTO. No, più di tua pietade, o duce, 950 uopo non have il fier Pompeo superbo; egli per man fedel cadde trafitto vittima all’ira tua: da tal nemico libero alfin tu puoi stender la destra allo scettro regai, prezzo di tante 955 vittorie, e in tua possanza ornai sicuro regnar su Roma e sovra il mondo intero. Soggetto ognora a’ cenni tuoi l’Egitto... CESARE. Oimè!... che ascolto?... Ah! m’invidiaste, o cieli, di perdonare al gran Pompeo la sorte ! 960 Misero me! dunque signor del mondo, dunque trionfator di mille schiere, tu mi persegui ancor barbaro fato? Inumani, crudeli!... Ah! se cotanto costar mi dée'lo scettro, il soglio, il regno, riprendetevi, o numi, il vostro dono. Fine dell’atto terzo ed ultimo.