Ricordi di Parigi/Il primo giorno a Parigi

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Il primo giorno a Parigi

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Uno sguardo all’Esposizione

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IL PRIMO GIORNO A PARIGI


Parigi, 28 giugno 1878


Eccomi preso daccapo a quest’immensa rete dorata, in cui ogni tanto bisogna cascare, volere o non volere. La prima volta ci restai quattro mesi, dibattendomi disperatamente, e benedissi il giorno che ne uscii. Ma vedo che la colpa era tutta mia, ora che ci ritorno


...composto a nobile quiete,


perchè guai a chi viene a Parigi troppo giovane, senza uno scopo fermo, colla testa in tumulto e [p. 2 modifica] colle tasche vuote! Ora vedo Parigi serenamente, e la vedo a traverso all’anima d’un caro amico, che mi fa risentire più vive e più fresche tutte le impressioni della prima volta.

Ed ecco quelle del primo giorno, come le può rendere una mente stanca e una penna presa ad imprestito dall’albergatore.

Prima d’esser condotto all’Esposizione, bisogna che il lettore entri con noi in Parigi; daremo insieme un’occhiata al teatro prima di voltarci verso il palco scenico.

Siamo discesi alla stazione della strada ferrata di Lione, alle otto della mattina, con un tempo bellissimo. E ci trovammo subito imbarazzati. Avevamo letto nei giornali che i fiaccherai di Parigi spingevano le loro pretese fino al punto di non voler più trasportare persone grasse. Io feci osservare al Giacosa che noi due eravamo fatti apposta per provocare e giustificare un rifiuto sdegnoso dal più cortese dei fiaccherai. Egli s’impensierì, io pure. Avevamo indosso, per giunta, [p. 3 modifica] due spolverine che c’ingrossavano spietatamente. Come fare? Non c’era che da tentare di produrre un po’ d’illusione avvicinandosi a una car­rozza a passo di contraddanza e interpellando l’uomo con una voce in falsetto. II tentativo riu­scì. Il fiaccheraio ci rivolse uno sguardo inquieto, ma ci lasciò salire, e si diresse rapidamente verso i boulevards.

Dovevamo andare fino al boulevard degli Italiani, ossia diritti al centro di Parigi passando per la più ammirabile delle sue strade.


La prima impressione è gradevole.

È la grande piazza irregolare della Bastiglia, spettacolosa e tumultuosa, nella quale sboccano quattro boulevards e dieci vie, e da cui si sente rumoreggiar sordamente il vasto sobborgo di Sant’Antonio. Ma s’è ancora intronati dallo strepito della grande Stazione lugubre, dove s’è discesi rotti e sonnolenti; e quel vasto spazio pieno di luce, quei mille colori, la grande colonna di [p. 4 modifica] Luglio, gli alberi, il viavai rapidissimo delle car­rozze e della folla, s’intravvedono appena. È il primo soffio impetuoso e sonoro della vita di Parigi, e si riceve a occhi socchiusi. Non si co­mincia a veder nettamente che nel boulevard Beaumarchais.

Qui comincia ad apparire Parigi. La via lar­ghissima, la doppia fila degli alberi, le case al­legre; tutto è nitido e fresco, e da tutto spira un’aria giovanile. Si riconoscono al primo sguardo mille piccole raffinatezze di comodità e d’eleganza, che rivelano un popolo pieno di bisogni e di capricci, per il quale il superfluo è più indispensa­bile del necessario e che gode la vita con un’arte ingegnosa. È la buvette tutta risplendente di ve­tri e di metalli, è il piccolo caffè pieno di pre­tese signorili, è la piccola trattoria che ostenta i ghiottumi squisiti del gran restaurant, sono mille piccole botteghe, linde e ridenti, che fanno a so­verchiarsi le une le altre a furia di colori, di [p. 5 modifica] mostre, d’iscrizioni, di fantocci, di piccole gale e di piccoli vezzi. Fra le due file degli alberi è un andirivieni di carrozze, di grandi carri, di carrozzoni tirati da macchine a vapore, e d’omnibus altissimi, carichi di gente, che sobbalzano sul selciato ineguale con un fracasso assordante: Ma è un movimento diverso da quello di Londra. Il luogo aperto e verde, i visi, le voci, i colori, danno a quel tramestio l’aspetto più di un di­vertimento che di un lavoro. E poi la popola­zione non è nuova. Son tutte figure conosciute, che fanno sorridere. È Gervaise che s’affaccia alla porta della bottega col ferro in mano, è monsieur Joyeuse che va all’ufficio fantasticando una gratificazione, è Pipelet che legge la Gaz­zetta, è Frédéric che passa sotto le finestre di Bernerette, è la sartina del Murger, è la merciaia del Kock, è il gamin di Vittor Hugo, è il Prudhomme del Monnier, è l'homme d’affaire del Balzac, è l’operaio dello Zola. Eccoli tutti! Come ci accorgiamo che, anche lontani le mille miglia, [p. 6 modifica] si viveva nella immensa cinta di Parigi! Sono le otto e mezzo, e la grande giornata della grande città, — giornata per Parigi, mese per chi ar­riva, — è già cominciata, calda e clamorosa come una battaglia. Di là dal clamore della strada, si sente confusamente la voce profonda degli enormi quartieri nascosti, come il muggito d’un mare mascherato dalle dune. S’è appena usciti dal bou­levard Beaumarchais, non s’è ancora arrivati in fondo al boulevard delle Figlie del Calvario, e già s’indovina, si sente, si respira, sto per dire, l’immensità di Parigi. E si pensa con stupore a quelle cittadine solitarie e silenziose, da cui s’è partiti; che si chiamano Torino o Milano o Fi­renze; dove si stava tutti a uscio e bottega, e si viveva quasi in famiglia. Ieri vogavamo in un laghetto; oggi navighiamo in un oceano.

Si è fatto un po’ più d’un miglio, s’entra nel boulevard du Temple. Qui la strada larghissima s’allarga ancora, le case s’innalzano, le vie [p. 7 modifica] late­rali s’allungano. La maestà di Parigi comincia ad apparire. E cosi, andando innanzi, tutto cresce di proporzioni e s’ingentilisce. Cominciano a sfilare i teatri: il Circo olimpico, il Lyrique, la Gaîté, les Folies; i caffè eleganti, i grandi «ma­gazzini», le trattorie signorili; e la folla va pigliando un aspetto più schiettamente parigino. Il movimento è notevolmente maggiore clic nei tempi ordinarii. La nostra carrozza è costretta a fermarsi ogni momento per aspettare che la lunga fila che la precede si metta in moto. Gli omni­bus di tutte le forme, che paion case ambulanti, s’incalzano. La gente s’incrocia correndo in tutte le direzioni come se giocasse a bomba da una parte all’altra della strada, e sui due marciapiedi passano due processioni non interrotte. S’entra nel boulevard Saint Martin. È un altro passo in­nanzi sulla via dell’eleganza e della grandezza. I chioschi variopinti si fanno più fitti, le botteghe più splendide, i caffè più pomposi. I terrazzini e le righinette delle case si coprono di cubitali [p. 8 modifica] caratteri dorati che danno a ogni facciata l’aspetto del frontispizio d’un libro gigantesco. I frontoni dei teatri, gli archi delle gallerie di passaggio, gli edifizi rivestiti di legno fino ai primi piani, le trat­torie che s’aprono sulla strada in forma di tempietti e di teatri luccicanti di specchi, si succedono senza interstizii, gli uni congiunti agli altri, come una sola bottega sterminata. Mille ornamenti, mille gingilli, mille richiami, vistosi, capricciosi, ciar­lataneschi, sporgono, dondolano, si rizzano da tutte le parti, luccicano a tutte le altezze, confusamente, dietro agli alberi, che stendono i loro rami fron­dosi sui chioschetti, sui sedili dei marciapiedi, sulle piccole stazioni degli omnibus, sulle fon­tane, sui tavolini esterni dei caffè, sulle tende ri­camate delle botteghe, sulle gradinate marmoree dei teatri. Al boulevard Saint Martin succede il boulevard St. Denis. La grande strada s’abbassa, si rialza, si stringe, riceve dalle grandi arterie dei popolosi quartieri vicini ondate di cavalli e di gente, e si stende davanti a noi, a perdita d’ [p. 9 modifica] oc­chi, brulicante di carrozze e nera di folla, divisa in tre parti da due enormi ghirlande di verzura che la riempiono d’ombra e di freschezza. Son tre quarti d’ora che si va a passo a passo, ser­peggiando, rasentando file interminabili di car­rozze che danno l’immagine di favolosi cortei nu­ziali che si estendano da un capo all’altro di Parigi. Si entra nel boulevard Bonne nouvelle, e cresce ancora il formicolio, il ronzìo, lo stre­pito; la pompa dei grandi «magazzini» che schierano sulla strada le vetrate enormi; l’osten­tazione della réclame, che sale dai primi piani ai secondi, ai terzi, ai cornicioni, ai tetti; le vetrine diventan sale, le merci preziose s’ammucchiano, i cartelloni multicolori si moltiplicano, i muri delle case spariscono sotto una decorazione smagliante, puerile e magnifica che seduce e stanca lo sguardo. Non è una strada per cui si passa; è una successione di piazze, una sola immensa piazza parata a festa, dove rigurgita una molti­tudine che ha addosso l’argento vivo. Tutto è [p. 10 modifica] aperto, trasparente, messo in vista, come in un grande mercato signorile all’aria libera. Lo sguardo penetra fin nelle ultime sale delle botteghe stra­ricche, fino ai comptoirs lontani dei lunghi caffé bianchi e dorati, e nelle stanze alte deirestau­rants principeschi, e abbraccia a ogni leggeris­simo cambiamento di direzione, mille bellezze, mille sorprese, mille minuzie pompose, una va­rietà infinita di tesori, di ghiottonerie, di giocat­toli, di opere d’arte, di bagattelle rovinose, di tentazioni di ogni specie, da cui non si libera che per ricadervi dall’altra parte della strada, o per ricrearsi lungo le due file senza fine di chio­schi, scaccheggiati di tutti i colori d’arlecchino, coperti d’iscrizioni e di figure grottesche, tappez­zati di giornali d’ogni paese e di ogni forma, che danno al vasto boulevard l’apparenza bizzarra e simpatica d’una grande fiera letteraria carnovalesca. E intanto dal boulevard Bonne nouvelle si entra nel boulevard Poissonnière, e lo spettacolo si fa sempre più vario, più ampio e più ricco. E [p. 11 modifica] s’è già percorsa una lunghezza di quattromila me­tri; provando di più in più un vivo sentimento nuovo, che non è sola meraviglia, ma una scontentezza confusa, un rammarico pieno di deside­rii, l’amarezza del giovinetto che si sente umi­liato al suo primo entrare nel mondo, una specie di delusione d’amor proprio, che si esprime in oc­chiate pietose e stizzose sulla miseria del proprio bagaglio, messo là alla berlina, sulla cassetta della carrozza, in mezzo a quel lusso insolente.

E finalmente s’entra nel boulevard Montmartre, a cui fa seguito quello degl’Italiani, quello delle Capucines, e quello della Madeleine.

Ah! ecco il cuore ardente di Parigi, la via massima dei trionfi mondani, il grande teatro delle ambizioni e delle dissolutezze famose, dove af­fluisce l’oro, il vizio e la follia dai quattro angoli della terra!

Qui è la pompa suprema, è la metropoli della metropoli, la reggia aperta e perpetua di Parigi, [p. 12 modifica] a cui tutto aspira e tutto tende. Qui la strada diventa piazza, il marciapiede diventa strada, la bottega diventa museo; il caffè, teatro; l’eleganza, fasto; lo splendore, sfolgorìo; la vita, febbre. I cavalli passano a stormi e la folla a torrenti. Ve­tri, insegne, avvisi, porte, facciate, tutto s’innalza, s’allarga, s’inargenta, s’indora, s’illumina. È una gara di sfarzo e di appariscenza che tocca la follia. V’è la pulizia olandese, la gaiezza d’un giardino, e tutta la varietà di colori d’un bazar orien­tale. Pare una sola smisurata sala d’un museo enor­me, dove gli ori, le gemme, le trine, i fiori, i cri­stalli, i bronzi, i quadri, tutti i capolavori delle industrie, tutte le seduzioni delle arti, tutte le gale della ricchezza, tutti i capricci della moda si affollano e si ostentano con una profusione che sgomenta c una grazia d’esposizione che in­namora. Le lastre gigantesche di cristallo e gli specchi innumerevoli, le rivestiture di legno ni­tidissimo che salgono fino a mezzo degli edifizi, riflettono ogni cosa. Le grandi iscrizioni d’oro [p. 13 modifica] corrono lungo tutti i rilievi delle facciate, come i versetti del Corano sulle pareti delle moschee. L’occhio non trova spazio dove riposare. Da ogni parte brillano i nomi illustri nel regno dei piaceri e della moda; i titoli dei restaurants, celebrati da Nuova York a Pietroburgo; gli al­berghi dei principi e dei Cresi; le botteghe di cui si apre la porta colla mano tremante. Per tutto un lusso aristocratico, provocante e sfacciato, che dice: — Spendi, spandi e godi — e nello stesso tempo suscita e umilia i desiderii. Non vi è nessuna bellezza monumentale. È una specie di magnificenza teatrale e femminea, una maestà d’apparato, eccessiva, e piena di civetteria e di su­perbia, che sbalordisce ed abbaglia come un im­menso tremolio di punti luminosi; ed esprime ap­punto la natura della grande città opulenta e la­sciva, che lavora per furore di godimento e di gloria. Ci si prova una certa soggezione. Non par di passare in un luogo pubblico, tanta è la nitidezza e la pompa. La folla stessa vi passa con [p. 14 modifica] una certa grazia contegnosa come per una gran­dissima sala, scivolando sull’asfalto, senza rumore, come sopra un tappeto. I bottegai stanno dietro alle colossali vetrine con una dignità di gran si­gnori, come se non aspettassero che avventori milionari. Persino le venditrici di giornali dei chioschi sono atteggiate a una certa altezza let­teraria. Par che tutti siano compresi della sovranità del luogo, e che tutti si studino di ag­giungere colla propria persona una pennellata ben intonata al gran quadro dei boulevards. Gran quadro davvero! E si possono accumulare col pensiero, fin che si vuole, tutte le immagini sparse che se ne ritrovano nelle nostre città più floride; ma non si riuscirà mai, chi non l’abbia visto, né a rappresentarsi lo spettacolo di quella fiumana vivente che scorre senza posa tra quelle due interminabili pareti di cristallo, in mezzo a quel verde e a quell’oro, accanto a quel turbi­nio fragoroso di cavalli e di ruote, in quella strada ampissima di cui non si vede la fine; nè [p. 15 modifica] a formarsi una giusta idea della figura che facevano là in mezzo le nostre miserabili valigie di letterati.

Appena s’ebbe ripreso fiato all’albergo si tornò sui boulevards, davanti al Café Riche, attirati come farfalle al lume, senz’accorgercene. Strano! Mi pareva d’essere a Parigi da una settimana. La folla però ha un aspetto alquanto diverso dai tempi ordinarii. Abbondano le faccie esotiche, i vestiti da viaggio, le famiglie di provincia, affa­ticate e stupite; i visi bruni del mezzogiorno e le barbe e le capigliature biondissime del setten­trione. Sul ponte di Costantinopoli si vede sfi­lare tutto l’Oriente; qua tutto l’Occidente. Le so­lite gonnelle sono come smarrite in quel pelago. Di tratto in tratto si vede una faccia giapponese, un negro, un turbante, un cencio orientale; ma è subito travolto dal fiotto nero della folla in ci­lindro. Ho notato molti soggetti di quella innu­merevole famiglia dei grandi uomini falliti, che [p. 16 modifica] tutti riconoscono a primo aspetto: figure strane, col viso smunto e gli occhiali, coi capelli ca­denti sulle spalle, vestiti di nero, bisunti, con uno scartafaccio sotto il braccio: sognatori di tutti i paesi venuti a Parigi in questa grande occasione a tentare il terno della gloria e della ricchezza con una invenzione meccanica o un capolavoro letterario. Questo è il grande torrente dove an­negano tutte le glorie di mezza taglia. «Cele­brità» di provincia e «illustrazioni» nazionali, gran personaggi gallonati e blasonati, e principi e ricconi, dieci per una crazia! Non si vedono né faccie superbe, né sorrisi di vanità soddisfatta. Son tutte goccie indistinte dell’onda inesauribile, a cui non sovrastano che i giganti. E si capisce da che molle formidabili, debba prendere impulso l’ambizione della gloria per sollevarsi su questo pandemonio, e con che rabbiosa ostinazione si rodano i cervelli per trovare la parola ed il grido che faccia voltare le centomila teste di questa folla meravigliosa! E si prova un piacere a esser [p. 17 modifica] là su quel lastrico sparso d’ambizioni stritolate e di glorie morte, su cui altre ambizioni si rizzano e altre forze si provano, senza posa si gode di trovarsi là come in mezzo a una gigantesca of­ficina vibrante e sonora; di sentirsi aggregato anche per poco, molecola viva, al grande corpo intorno a cui tutto gravita; di respirare una boc­cata d’aria su quella torre di Babele, assistendo da un gradino della scala sterminata al lavoro immenso, confortati dal dolce pensiero.... che si scapperà fra quindici giorni.


Poi facciamo una corsa di due ore, in carrozza, descrivendo un immenso zig-zag sulla destra della Senna, per veder circolare la vita nelle arterie minori di Parigi. Rivedo con vivo piacere quel verdeggiante e splendido boulevard di Sebastopoli e di Strasburgo, che par fatto per il passaggio trion­fale d’un esercito, e quella infinita via Lafayette, in cui le due striscie nere della folla si perdono allo sguardo in una lontananza vaporosa dove [p. 18 modifica] pare che cominci un’altra metropoli. Ripasso per quelle smisurate spaccature di Parigi, che si chia­mano il boulevard Haussman, il boulevard Malesherbes, il boulevard Magenta, il boulevard Principe Eugenio, in cui si sprofonda lo sguar­do con un fremito, come in un abisso, affer­rando per un braccio il compagno. Andiamo al Rondpoint de l’Etoile a veder fuggire in tutte le direzioni, come una corona di raggi, le grandi vie che dividono in una rosa di quattor­dici allegri quartieri triangolari la decima parte di Parigi. Ritorniamo nel cuore della città: per­corriamo la rete inestricabile delle piccole vie, piene di rumori, smaglianti di vetrine e affol­late di memorie; tutte obliquità e svolti mali­ziosi, che preparano le grandi vedute inaspettate dei quadrivi pieni di luce e delle vie monumen­tali, chiuse in fondo da una mole magnifica, che sovrasta alla città come una montagna di granito cesellato. Per tutto è una fuga di carrozze cari­che di bagagli, e visi sonnolenti e polverosi di [p. 19 modifica] nuovi arrivati, che s’affacciano agli sportelli a interrogare quel caos; e vicino alle stazioni, file di viaggiatori a piedi, che s’inseguono colla va­ligia in mano, come se uno l’avesse rubata al­l’altro. Non c’è un momento di riposo, né per l’orecchio, né per l’occhio, né per il pensiero. Sperate di bere la vostra birra in pace davanti a un caffè quasi vuoto. Illusione. La réclame vi perseguita. Il primo che passa vi mette in mano una lirica che comincia con un’invettiva contro l’Internazionale e finisce coll’invitarvi a com­prare un soprabito da Monsieur Armangan, coupeur émérite; e un momento dopo vi trovate tra le mani un sonetto che vi promette un biglietto per l’Esposizione se andate a ordinare un paio di stivali in via Rougemont. Per liberarvene al­zate gli occhi. Oh Dio! Passa una carrozza do­rata di réclame coi servitori in livrea, che vi propone dei cilindri al ribasso. Guardate in fondo alla strada. Che! A mezzo miglio di distanza, c’è una réclame a caratteri titanici del [p. 20 modifica] Petit journal, — «seicento mila esemplari al giorno, tre milioni di lettori» — che vi fa l’effetto d’un urlo nell’orecchio. Alzate gli oc­chi al cielo, allora! Ma non c’è di libero nem­meno il cielo. Al di sopra del più alto tetto del quartiere, si disegna nell’azzurro, in sottili e al­tissimi caratteri di ferro, il nome d’un artista delle nuvole che vuol farvi la fotografia. Non c’è dunque altro che tener gli occhi inchio­dati sul tavolino! No, nemmeno! Il tavolino è diviso in tanti quadretti colorati e stampati, che vi offrono delle tinture e delle pomate. Torcete il volto stizziti.... Ah disgraziati! La spalliera della seggiola vi raccomanda un guantaio. Non resta altro rifugio che guardarsi i piedi, dunque! No, non resta neppure questo rifugio. Sotto i vostri piedi, sull’asfalto, c’è un avviso a stampatello che vuol farvi mangiare alla casalinga in via della Chaussée d’Antin. Camminando un’ora, si legge, senza volerlo, un mezzo volume. È una inesau­ribile decorazione grafica variopinta ed enorme [p. 21 modifica] aiutata da immagini grottesche di diavoli e di fantocci alti come case, che v’assedia, vi opprime, vi fa maledire l’alfabeto. Quel Petit journal, per esempio, che copre mezza Parigi! Ma bisogna ammazzarsi o comprarlo. Tutto ciò che vi si mette in mano, dal biglietto del battello al con­trassegno della seggiola su cui riposate le ossa nel giardino pubblico, tutto nasconde l’insidia della réclame. Persino le pareti dei tempietti, dove non s’entra che per forza, parlano, offrono, raccomandano. Ci sono in tutti gli angoli mille bocche che vi chiamano e mille mani che v’ac­cennano. È una rete che avvolge tutta Parigi. E tutto è economico. Potete spendere lino all’ul­timo centesimo credendo sempre di fare econo­mia. Ma quanta varietà di oggetti e di spetta­coli! Nello spazio di quindici passi vedete una corona di diamanti, un mazzo spropositato di camelie, un mucchio di tartarughe vive, un qua­dro a olio, una coppia di signorine automatiche che nuotano in una vaschetta di latta, un [p. 22 modifica] vestimento completo da contentare l’uomo «più scru­polosamente elegante» per otto lire e cinquanta centesimi, un numero del Journal des abrutis con un articolo a doppio taglio sull’ esposizione delle vacche, un gabinetto per gli esperimenti del fo­nografo, e un bottegaio che dà il volo a un nu­volo di farfalle di penna per adescare i bimbi che passano. A ogni tratto vedete schierate tutte le faccie illustri della Francia. Non c’è città che in questo genere d’esposizione eguagli Parigi. L’Hugo, l’Augier, mademoiselle Judic, il Littré, il Coquelin, il Dufaure, il Daudet, sono in tutt’i bu­chi. Incontrate dei visi d’amici da tutte le parti. E nessuna impressione, neanche dei luoghi, è ve­ramente nuova. Parigi non si vede mai per la prima volta; si rivede. Non ricorda nessuna città italiana; eppure non par straniera, tanto vi si ritrovano fitte le reminiscenze della nostra vita intellettuale. Un amico vi dice: — Ecco la casa del Sardou, ecco il palazzo del Gambetta, ecco le finestre del Dumas, ecco l’ufficio del Figaro — e [p. 23 modifica] a voi vien naturale di rispondere: Eh! lo sapevo. — Cosi riconoscendo mille cose e mille aspetti, continuiamo a girare, rapidamente, in mezzo a incrociamenti di legni da cui non vedo come usciremo, a traverso a folle serrate che ci arre­stino all’improvviso, nelle ombre deliziose del Parco Monceaux, intorno alle grandi arcate leggiere delle Halles, davanti agli immensi «magazzini di novità» assiepati di carrozze, intravvedendo, di lontano, ora un fianco del teatro dell’Opera, ora il colonnato della Borsa, ora la tettoia enorme d’una Stazione, ora un palazzo incendiato dalla Comune, ora la cupola dorata degli Inva­lidi, e dicendoci l’un l’altro mille cose, e le stesse cose, e con la più viva espansione, senza pronunziare una parola e senza ricambiarci uno sguardo.

Avevo inteso dire che uno straniero a Parigi non si accorge quasi che ci sia l’Esposizione. Baie. Tutto conduce il pensiero all’Esposizione. Le torri del [p. 24 modifica] Trocadero si vedono effigiato da tutte le parti, come se mille migliaia di specchi le riflettessero, e l’im­magine del Campo di Marte vi si presenta per mille vie e sotto mille forme. Tutta la popola­zione sembra ed è infatti d’accordo per fare ben riescire la festa. V’è un raffinamento universale di cortesia. Tutti fanno la loro parte. Fin l’ul­timo bottegaio sente la dignità dell’ospite; si legge in viso a ogni parigino la soddisfazione d’essere «azionista» del teatro in cui si offre al mondo il grande spettacolo, e la coscienza, di essere un oggetto d’ammirazione. Il che serve moltissimo a rendersi davvero ammirabili. La grande città fa il bocchino, è premurosa, vuol contentar tutti. E infatti a tutti i bisogni, a tutti i desideri!, a tutti i capricci, ha provvisto, in mille modi, a ogni prezzo e a ogni passo. Per que­sta « festa del lavoro» c’è la febbre. Il lavoro, la pace, la grande fratellanza, la grande ospita­lità fraterna, risuonano da ogni parte. E forse, anzi certo, vi si nasconde sotto un altro [p. 25 modifica] sentimento. È l’amor proprio ferito in un’altra gloria, che s’afferra tutto alla gloria presente, per com­pensarsi della passata; ed esalta con tutte le sue forze il primato che le rimane, per gettare l’oscurità su quello, in fondo al cuore forse più caro, che ha perduto. È nondimeno prodigioso il vedere questa città, che parve un giorno caduta in fondo, sotto il peso di tutte le maledizioni di Dio, dopo sette anni, così splendida, così su­perba, così piena di sangue, d’oro e di gloria! E si prova un sentimento inaspettato arrivandoci. S’era partiti per l’Esposizione; era lo scopo, la prima cosa. Appena arrivati, diventa l’ultima. Pa­rigi che l'ha fatta, l’ammazza. Si pensa, sì, che c’è laggiù, in fondo alla grande città, uno smisu­rato palazzo posticcio che contiene molte bellis­sime cose; ma ci si pensa quasi con dispetto, come a un importuno che voglia contendervi e turbarvi il godimento di Parigi. Il primo giorno, l’immagine delle Torri del Trocadero m’era odiosa. Così al Campo di Marte, estatici davanti a una [p. 26 modifica] bellissima ragazza inglese che lavora, degnate ap­pena d’uno sguardo la macchinetta ingegnosa che luccica sotto le sue mani.

Arriviamo finalmente sulla Senna. Che largo e sano respiro! E come è sempre bella questa grande strada azzurra che fugge, riflettendo i co­lori allegri delle sue mille case galleggianti, fra le due alte rive coronate di colossi di pietra! Da­vanti e dietro di noi i ponti lunghissimi confon­dono i loro archi d’ogni forma, e le strisce nere della folla che brulica dietro ai loro parapetti; sotto, i battelli stipati di teste s’inseguono; frotte di gente scendono continuamente dalle gradinate delle rive e fanno ressa agli scali; e la voce confusa della moltitudine si mesce ai canti delle mille donne affollate nei lavatoi, al suono dei corni e delle campanelle, allo strepito delle car­rozze dei quais, al lamento del fiume e al mormo­rio degli alberi delle due rive, agitati da un’a­rietta vivace che fa sentire la freschezza della [p. 27 modifica] campagna e del mare. Anche la Senna lavora per «la gran festa della pace» e par che spieghi più benevolmente dell’usato, in mezzo alle due Parigi che la guardano, la sua maestà regale e materna.

Qui il mio compagno non potè resistere alla ten­tazione di Nôtre Dame, e salimmo sulla cima d’una delle due torri per vedere «il mostro.» Ottima cosa che mette i pensieri in calma. Bisogna almeno dominarle, queste mostruose città, in quel solo modo che ci è possibile: collo sguardo. Salimmo sulla punta del tetto della torre di sinistra, dove Quasimodo delirava a cavallo alla campana, e ci afferrammo all’asta di ferro. Che immensità glo­riosa! Parigi empie l’orizzonte e par che voglia co­prire tutta la terra colle smisurate onde immobili e grigie dei suoi tetti e delle sue mura. Il cielo era inquieto. Le nuvole gettavano qua e là om­bre fosche che coprivano spazi grandi come Roma; e in altre parti apparivano montagne, [p. 28 modifica] grandi vallate e vastissimi altipiani di case do­rate dal sole. La Senna luccicava come una sciarpa d’argento da un capo all’altro di Parigi, rigata di nero dai suoi trenta ponti, che parevan fili tesi tra le due rive, e punteggiata appena dai suoi cento battelli, che parevano foglioline na­tanti. Sotto, la mole delicata e triste della catte­drale, le due isole, piazze nereggianti di formi­che, lo scheletro del futuro Hôtel de ville, simile a una grande gabbia d’uccelli, e la réclame smi­surata e insolente d’un mercante d’abiti fatti che sfondava gli occhi a mille e duecento metri di distanza. Qua e là, le grandi macchie dei cimi­teri, dei giardini e dei parchi; isole verdi in quell’oceano. Lontano, all’orizzonte, a traverso a brume violacee leggerissime, contorni incerti di vasti sobborghi fumanti, dietro i quali non si vede più, ma s’indovina ancora Parigi; da un’altra parte, altri sobborghi enormi, affollati sulle alture, come eserciti pronti a discendere, pieni di tri­stezze e di minaccie; a valle della Senna, in una [p. 29 modifica] chiarezza un po’ velata, come in un vasto polverìo luminoso, a tre miglia da noi, le architetture colossali e trasparenti del Campo di Marte. Che belli slanci vertiginosi dello sguardo da Belleville a Ivry, dal bosco di Boulogne a Pantin, da Courbevoie al bosco di Vincennes, saltando di cupola in cupola, di torre in torre, di colosso in colosso, di memoria in memoria, di secolo in secolo, ac­compagnati, come da una musica, dall’immenso respiro di Parigi! Povero e caro nido della mia famigliuola, dove sei? Poi il mio amico mi disse: — Ridiscendiamo nell’inferno — e tornammo a tuffarci nell’oscurità dell’interminabile scala a chiocciola, dove un rintocco inaspettato della grande campana di Luigi XIV ci fece tremare le vene e i polsi come un colpo di cannone.

E ritornammo sui boulevards. Era l’ora del de­sinare. In quell’ora il movimento è tale da non poterne dare un’idea. Le carrozze passano a sei di fronte, a cinquanta di fila, a grandi gruppi, a [p. 30 modifica]masse fitte e serrate che si sparpagliano qua e là verso le vie laterali, e par che escano le une dalle altre, come razzi, levando un rumore cupo e monotono, come d’un solo enorme treno di strada ferrata che passi senza fine. Allora tutta la vita gaia di Parigi si riversa là da tutte le strade vicine, dalle gallerie, dalle piazze; arri­vano e si scaricano i cento omnibus del Trocadero; le carrozze e la folla a piedi che viene dagli scali della Senna; flutti di gente che attra­versa la strada di corsa arrischiando le ossa, s’ac­calca sui marciapiedi, assalta i chioschi da cui si spandono miriadi di giornali, si disputa le sedie davanti ai caffè e rigurgita all’imboccatura delle strade. Si accendono i primi lumi. Il grande banchetto comincia. Da tutte le parti tintinnano e scintillano i cristalli e le posate sulle tovaglie bianchissime, distese in vista di tutti. Zaffate d’o­dori ghiotti escono dai grandi restaurants, di cui si vanno illuminando le finestre dei piani su­periori, lasciando vedere scorci di sale ­ [p. 31 modifica]luccicanti e ombre di donne che guizzano dietro le tende di trina. Un’aria calda e molle, come di teatro, si spande, pregna d’odor di sigari d’Avana, dell’odore acuto dell’assenzio che verdeggia in diecimila bicchieri, delle fragranze che escono dalle botteghe di fiori, di muschio, di vesti pro­fumate, di capigliature femminili; — un odore proprio dei boulevards di Parigi, misto di gran­d’albergo e d’alcova, — che dà alla testa. Le carrozze si fermano; lecocottes dai lunghi stra­scichi discendono, fra due ali di curiosi, e spa­riscono come frecce nelle porte delle trattorie. Fra la folla dei caffè suonano le risa argentine e forzate di quelle che siedono a crocchio. Le «cop­pie» fendono audacemente la calca. La gente comincia a serrarsi, in doppia fila, alle porte dei teatri. La circolazione è interrotta ogni momento. Bisogna camminare a zig-zag, a passetti, respin­gendo dolcemente gomiti e toraci, fra una selva di cilindri e di gibus, fra i soprabiti neri, le giubbe, i gran panciotti spettorati e le camicie [p. 32 modifica] ricamate, badando sempre ai piedini e alle code, in mezzo a un mormorio sordo, diffuso, affret­tato, sul quale echeggiano i colpi sonori delle bottiglie stappate, dentro un polverìo finissimo che vien su da quel terribile asfalto che brucia i talloni alle ragazze. Non è più un andirivieni di gente; è un ribollimento, un rimescolìo feb­brile, come se sotto la strada divampasse una fornace immensa. È un ozio che pare un lavoro, una festa faticosa, come una smania e un timore di tutti di non arrivare in tempo a prender po­sto al gran convito. Il vastissimo spazio non ba­sta più alla moltitudine nera, elegante, nervosa, sensuale, profumata, piena d’oro e d’appetiti, che cerca con tutti i sensi tutti i piaceri. E di minuto in minuto lo spettacolo si ravviva. Il via vai delle carrozze somiglia alla fuga disordinata delle sal­merie d’un esercito in rotta; i caffè risuonano come officine; all’ombra degli alberi si strin­gono i dolci colloqui; tutto s’agita e freme in quella mezza oscurità, non ancor vinta dall’illuminazione [p. 33 modifica] notturna; e un non so che di voluttuoso spira nell’aria, mentre la notte di Parigi, carica di fol­lie e di peccati, prepara le sue insidie famose. Quello è davvero il momento in cui la grande città s’impadronisce di voi e vi soggioga, se an­che foste l’uomo più austero della terra. È il lenocinio gallico del Gioberti. È una mano in­visibile che v’accarezza, una voce dolce che vi parla nell’orecchio, una scintilla che vi corre nelle vene, una voglia impetuosa di tuffarvi in quel vortice, e d’annegarvi...; passata la quale si va a desinare benissimo a due lire e settantacinque.

E anche il desinare è uno spettacolo per chi si ritrova impensatamente, come accadde a noi, in una trattoria vasta e rischiarata come un tea­tro, formata d’una sala unica, cinta d’una lar­ghissima galleria, dove si sfamano insieme cin­quecento persone, rumoreggiando come una grande assemblea di buon umore. E dopo vien l'ultima [p. 34 modifica] scena della meravigliosa rappresentazione comin­ciata alle otto della mattina in piazza della Ba­stiglia: la notte di Parigi.

Ritorniamo nel cuore della città. Qui par che faccia giorno daccapo. Non è un’illuminazione; è un incendio. I boulevards ardono. Tutto il pian terreno degli edifizi sembra in fuoco. Socchiu­dendo gli occhi, par di vedere a destra e a si­nistra due file di fornaci fiammanti. Le botteghe gettano dei fasci di luce vivissima fino a metà della strada e avvolgono la folla come in una polvere d’oro. Di tutte le parti piovono raggi e chiarori diffusi che fanno brillare i caratteri do­rati e i rivestimenti lucidi delle facciate, come se tutto fosse fosforescente. I chioschi, che si allungano in due file senza fine, rischiarati di dentro, coi loro vetri di mille colori, simili a enormi lanterne cinesi piantate in terra, o a teatrini trasparenti di marionette, danno alla strada l’aspetto fantastico e puerile d’una festa orientale. [p. 35 modifica] I riflessi infiniti dei cristalli, i mille punti lumi­nosi che traspaiono fra i rami degli alberi, le iscrizioni di fuoco che splendono sui frontoni dei teatri, il movimento rapidissimo delle innu­merevoli fiammelle delle carrozze, che sembrano miriadi di lucciole mulinate dal vento, le lanterne porporine degli omnibus, le grandi sale ardenti aperte sulla strada, le botteghe che somigliano a cave d’oro e d’argento incandescente, le centomila fi­nestre illuminate, gli alberi che paiono accesi; tutti questi splendori teatrali, frastagliati dalla verzura, che lascia vedere ora sì ora no le illu­minazioni lontane, e presenta lo spettacolo ad apparizioni successive; tutta questa luce rotta, rispecchiata, variopinta, mobilissima, piovuta e saettata, raccolta a torrenti e sparpagliata a stelle e a diamanti, produce la prima volta un’impres­sione di cui non si può dare l’idea. Par di ve­dere un solo immenso fuoco d’artifizio, che debba spegnersi improvvisamente, e lasciar tutta la città sepolta nel fumo. Sui marciapiedi non c’è una [p. 36 modifica] riga d’ombra; ci si ritroverebbe una spilla. Tutti i visi sono rischiarati. Si vede la propria imma­gine riflessa da tutte le parti. Si vede tutto, in fondo ai caffè, sino agli ultimi specchi delle sale riposte, incisi dai diamanti delle belle peccatrici. Nella folla abbonda il bel sesso che di giorno pareva sopraffatto e disperso. Gli sguardi languidi e interrogativi s’incrociano e gareggiano. Da­vanti a ogni caffè c’è la platea d’un teatro, di cui il boulevard è il palcoscenico. Tutti i visi sono rivolti verso la strada. Ed è curioso: fuor che le carrozze, non si sente nessun forte rumore. Si guarda molto e si parla poco, o a bassa voce, come per rispetto al luogo, o perché la gran luce impone un certo riserbo. V’è una specie di si­lenzio signorile. Andate innanzi, innanzi, sempre in mezzo a un incendio, tra una folla immobile e una folla seduta, e vi sembra di passare di sa­lone in salone, in un immenso palazzo scoperto, o per un seguito di vastissimi patios spagnuoli, fra le pompe d’una veglia, in mezzo a un milione [p. 37 modifica] di invitati, senza sapere quando arriverete al­l’uscita, se pur c’è un’uscita.

E intanto, passo passo, arrivate sulla piazza dell’Opéra.

E qui Parigi notturna vi fa uno dei suoi più bei colpi di scena. Avete dinanzi la facciata del Teatro, enorme e spudorata, risplendente di lam­pade colossali negli intercolonni elegantissimi; dinanzi alla quale sboccano le vie Auber e Halévy; a destra la gran fornace del boulevard degli Ita­liani; a sinistra il boulevard infocato delle Cappuc­cine che si prolunga fra i due muri ardenti del boulevard della Maddalena; e voltandovi, vedete tre grandi vie divergenti che v’abbagliano come tre abissi luminosi: la via della Pace, tutta sma­gliante d’ori e di gioielli, in fondo alla quale si drizza sul cielo stellato la mole nera della colonna Vendôme; l’Avenue Opéra inondata di luce elettrica; la via Quattro settembre lucente di mille fiammelle; e sette file continue di carrozze che [p. 38 modifica] vengono dai due boulevards e dalle cinque strade, incrociandosi furiosamente sulla piazza, e una folla che accorre e una folla che fugge, sotto una pioggia di luce rossa e di luce bianchissima, diffusa da grandi globi di cristallo spulito, che fan l’effetto di ghirlande e di corone di lune piene, e colorano gli alberi, gli alti edifizi, la moltitudine, dei riflessi bizzarri e misteriosi della scena finale d’un ballo fantastico. Qui proprio si prova per qualche momento una sensazione che somiglia a quella dell’hasciss. Quella rosa di strade sfolgoranti, che conducono al Théâtre français, alle Tuileries, alla Concordia, ai Campi Elisi, che vi portano ciascuna una voce della gran festa di Parigi, che vi chiamano e che v’attirano da sette parti come le entrate maestose di sette palazzi fatati, vi accendono nel cervello e nelle ossa il furore dei piaceri. Vorreste veder tutto ed esser da per tutto ad un tempo; a sentire dalla bocca del grande Got l’efface sublime dei Fourchambault, a folleggiare a Mabille, a nuotare nella [p. 39 modifica] Senna, a cenare alla Maison dorée; vorreste volare di palco scenico in palco scenico, di ballo in ballo, di giardino in giardino, di splendore in splendore, e profondere l’oro, lo champagne e i bons mots, e vivere dieci anni in una notte.


Eppure non è questo il più bello spettacolo della notte. Si va innanzi fino alla Maddalena, si svolta in Rue royale, si sbocca in piazza della Concordia, e là si lascia sfuggire la più alta e più allegra esclamazione di meraviglia che strappi Parigi dalle labbra d’uno straniero. Non c’è sicuramente un’altra piazza di città europea dove la grazia, la luce, l’arte, la natura, s’aiutino così mirabil­mente fra loro per formare uno spettacolo che rapisca l’immaginazione. A primo aspetto non si rac­capezza nulla, nè i confini della piazza, nè le distanze, nè dove si sia, nè che cosa si veda. È uno sterminato teatro aperto, in mezzo a uno sterminato giardino ardente, che fa pensare ­ [p. 40 modifica] all'accampamento illuminato di un esercito di tre­cento mila uomini. Ma quando si è arrivati nel centro della piazza, ai piedi dell’obelisco di Sesostri, fra le due fontane monumentali, e si vede a destra, in mezzo ai due grandi edifizii a colonne del Gabriel, la splendida Via reale, chiusa in fondo dalla facciata superba della Maddalena; a sinistra il ponte della Concordia che sbocca in faccia al palazzo del Corpo legislativo, imbian­cato da un torrente di luce elettrica; dall’altra parte la vasta macchia bruna dei giardini impe­riali, inghirlandati di lumi, in fondo a cui ne­reggiano le rovine delle Tuilerie; e dalla parte opposta il viale maestoso dei Campi Elisi, chiuso dall’arco altissimo della Stella, picchiettato di foco dalle lanterne di diecimila carrozze e fiancheg­giato da due boschi sparsi di caffè e di teatri sfolgoranti; quando s’abbraccia con un sguardo le rive illuminate della Senna, i giardini, i monu­menti, la folla immensa e sparsa che viene dal ponte, dai boulevards, dai boschetti, dai quais, dai [p. 41 modifica] teatri, e brulica confusamente da tutti i lati della piazza, in quella luce strana, fra i zampilli e le cascate d’acqua argentata, in mezzo alle statue, ai candelabri giganteschi, alle colonne rostrali, alla verzura, nell’aria limpida e odorosa di una bella notte d’estate; allora si sente tutta la bel­lezza di quel luogo unico al mondo, e non si può a meno di gridare: — Ah Parigi! Maledetta e cara Parigi! Sirena sfrontata! È dunque proprio una verità che bisogna fuggirti come una furia o adorarti come una dea?



Di là ci spingemmo ancora nei giardini dei Campi Elisi, a girare fra i teatri a cielo aperto, chioschi, gli alcazar, i circhi, i concerti, le giostre, per interminabili viali affollati, da cui si sentivano i suoni fragorosi delle orchestre, gli applausi e le risate delle vaste platee trincanti, e le voci in falsetto delle cantatrici di canzonette, delle quali si vedevano a traverso i cespugli le [p. 42 modifica] nudità opulente e gli abiti zingareschi, in mezzo allo splendore dei palchi scenici inquadrati fra le piante. E volevamo andare sino in fondo. Ma più s’andava innanzi, più quel baccanale notturno s’allargava e s’allungava; dietro a ogni gruppo d’alberi saltava fuori un nuovo teatro e una nuova luminaria, ad ogni svolto di viale ci trovavamo in faccia a una nuova baldoria; e d’altra parte il mio buon Giacosa mi domandava grazia da un pezzo, con voce lamentevole, dicendomi che gli occhi gli si chiudevano e che la testa non gli si reggeva più sulle spalle. Allora si ritornò in piazza della Concordia, si restò un momento in contemplazione davanti a quella meraviglia di via di Rivoli, rischiarata per la lunghezza di due miglia come una sala da ballo, e si rientrò a mezzanotte sonata nei boulevards, ancora risplen­denti, affollati, rumorosi, allegri come sul far della sera, come se la giornata ardente di Parigi cominciasse allora, come se la grande città avesse ucciso il sonno per sempre e fosse condannata da [p. 43 modifica] Dio al supplizio d’una festa eterna. E di là tras­portammo le nostre salme all’albergo.

Ecco come passò il nostro primo giorno a Parigi.