Spasimo/VII. La confessione

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VII. La confessione

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VI. L'inchiesta VIII. La lettera

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VII.

La confessione.

La curiosità suscitata nel pubblico dalla tragedia di Ouchy era venuta di giorno in giorno crescendo. La qualità dei personaggi, la stranezza del caso che poneva insieme gente venuta da tante parti e così diversa di nascita e di vita: un rivoluzionario noto a tutta Europa come Zakunine, uno scrittore come Roberto Vérod, una gran dama come la contessa d’Arda, una creatura misteriosa come Alessandra Natzichev, avrebbero eccitato l’interesse generale se non fosse già bastato l’intrico giudiziario.

La notizia del suicidio e l’accusa d’assassinio si erano insieme diffuse e dividevano l’opinione in due campi pressochè eguali. Forse coloro che ammettevano il delitto erano più numerosi; ma solo il credito che naturalmente gli uomini accordano [p. 204 modifica]al male, e in parte anche l’avversione per le idee politiche del principe e della studente, spingevano tanti al sospetto; giacchè, dovendone dimostrare il fondamento, non ne sapevano poi dare valide ragioni. Ma le difese non mancavano, ed erano anzi vivaci. Perchè i ribelli non indietreggiavano dinanzi al ferro ed al fuoco quando avevano da lavorare al conseguimento del loro ideale, bisognava dire che fossero capaci d’un delitto comune? Non c’era fra le due cose una distinzione profonda e i più feroci settarii non solevano essere, nella vita privata, d’una onestà scrupolosa e d’una ingenua bontà?

I particolari intorno alla vita di Zakunine e della Natzichev davano argomento tanto ai difensori quanto agli accusatori d’insistere nelle loro opinioni. In quelle nature complesse di Slavi impetuosi e freddi ad un tempo, ora violentemente trascinati dal cieco istinto, ora rigidamente sottoposti alla più ferrea ragione, gli uni e gli altri trovavano la capacità e l’incapacità del delitto. Era da stupire, anzi non era naturale che in un impeto di gelosia, d’odio, di rancore, quelle persone che si credevano superiori ad ogni legge, distruggessero una vita dopo aver dato mano a distruggerne tante altre? Dall’altra parte osservavasi come non fosse credibile che queste persone, la cui attività era tutta diretta a raggiungere un intento condannato dai più, ma per esse certamente grande e quasi [p. 205 modifica]sacro, si perdessero in un’avventura volgare, per un delitto inutile. Come mai queste persone che rinnegavano patria, famiglia, amicizia, tutti i sentimenti dai quali gli altri uomini sono legati, per lavorare liberamente alla distruzione del mondo, avrebbero poi tradito la loro causa per obbedire a una passione meschina? Replicavano gli altri che questi rivendicatori dei massimi ideali umani non erano già inaccessibili alle passioni, al contrario — e lo provavano con le innumerevoli avventure del principe — e che sotto l’impero d’una passione, la ragione, come cede nella generalità degli uomini, così, anzi più facilmente doveva cedere in loro.

Quindi lunghe e vivaci discussioni s’accendevano intorno alla determinazione dell’accusa. L’omicida era il principe? La nihilista era innocente oppure complice? Le opinioni si dividevano ancora una volta; perchè secondo alcuni l’uomo aveva commesso il delitto per gelosia del Vérod; secondo altri la donna per rivalità. Di questa incertezza si giovavano appunto quanti credevano al suicidio: come dar fede a un’accusa che non riusciva a precisarsi? Sostenere poi che i due avessero uccisa insieme la contessa non pareva possibile; solo qualche accanito accusatore, in odio ai rivoluzionarii, diceva che i due avevano potuto accordarsi nel pensiero omicida: se Alessio Zakunine voleva punire la contessa dell’amore che portava al Vérod [p. 206 modifica]e se la nihilista voleva punirla dell’amore che le aveva portato il principe, la complicità dei due perversi restava spiegata. Alcuni andavano anche oltre, perchè, saputo che il principe versava in imbarazzi finanziarii, sostenevano che i due Russi avevano uccisa la contessa per derubarla. Ma alla malvagità che bisognava ammettere per sostenere questa ipotesi pochi credevano; e la maggior parte degli accusatori riconoscevano di dover portare i loro colpi o contro l’uno o contro l’altra. E mancando le prove dell’accusa e della discolpa, ciascuno dei due partiti non insisteva tanto nel dimostrare il proprio assunto, quanto nel combattere l’assunto contrario. Chi incolpava il principe o la nihilista sosteneva l’inverisimiglianza del suicidio; per affermarlo, gli altri adducevano l’inverisimiglianza e l’impossibilità del delitto.

Il giudice Ferpierre stava attento a tutte queste voci per cercare d’averne lume nella scoperta della verità. Dopo il nuovo interrogatorio egli era rimasto ancora più esitante. Perchè mai gli accusati avevano risposto diversamente alla intimazione di rivelare la natura dei loro rapporti? La Natzichev non era stata certamente costretta a confessarsi amante del principe da prove schiaccianti; anzi aveva ella stessa quasi forzato l’altro a non contraddirla; volendo, ella poteva ancora negare come egli negava. Il solo amore della verità non l’aveva spinta; ella doveva aver pensato che questa [p. 207 modifica]confessione le avrebbe giovato. Parimenti non la sola delicatezza doveva aver persuaso il principe a negare la sua relazione con lei; ma anche e specialmente la paura che, dicendo la verità, glie ne sarebbe venuto nocumento. Più ripensava alle loro risposte, più il magistrato riconosceva che un interesse secreto li aveva messi per le opposte vie. Ma restava ancora insoluto il problema: erano essi due complici che volevano salvarsi, oppure due innocenti che temevano di difendersi male?

Il dubbio tornava ad occupare il Ferpierre. A certi momenti egli pensava se il dover suo non fosse di rimetterli in libertà; poi un sospetto che non sapeva bene giustificare a sè stesso, qualche cosa di ambiguo nella condotta, e più che nella condotta nell’espressione degli accusati, lo consigliava a indugiare, a cercare ancora.

Intorno al più triste sospetto, al sospetto d’un omicidio per furto, egli ebbe da Milano notizie sfavorevoli agli accusati. Dalla deposizione del ragioniere di casa d’Arda risultò che le somme di denaro, presso la contessa, dovevano essere molto superiori a quelle trovate. Ma il Ferpierre ebbe tosto prova che il furto non era stato commesso. Giulia Pico, interrogata intorno alla moralità degli altri servi ed alla possibilità che qualcuno di essi si fosse inteso con i Russi, diede risposte che esclusero ogni sospetto. Ella disse anche che la sua padrona faceva molta beneficenza, che [p. 208 modifica]dava e mandava molto denaro per i poveri e gl’istituti di carità di Losanna, di Nizza e di Milano: ciò fu confermato dalla baronessa di Börne e da tutti gli stranieri del Beau-Séjour: la differenza fra le somme rinvenute presso la morta e quelle che avrebbero dovuto trovarsi non si spiegava così? Una nuova e più accurata perquisizione, ai Cyclamens, escluse che vi fossero denari nascosti. L’interrogatorio e le perquisizioni nelle case dei servi diedero anch’essi risultati contrarii al sospetto. Non restava dunque se non l’ipotesi della semplice intenzione furtiva: il Ferpierre le negava fede. Egli credeva che, se c’era stato un delitto, la passione lo aveva determinato. Importava quindi accertare la natura dei rapporti dei due Russi; ma nessuna luce egli ebbe dalle testimonianze assunte a Zurigo tra i conoscenti di Zakunine e della Natzichev: i testimonii non seppero precisare se erano veramente amanti; alcuni lo sospettavano, altri l’escludevano; anche sulla loro capacità di delinquere le opinioni erano divise.

La lettera a suor Anna Brighton avrebbe svelato il mistero; ma suor Anna non si trovava. Alla Nuova Orléans, di dove erano datate le ultime sue lettere rinvenute presso la morta, non stava più; nessuno sapeva dire dove fosse andata. Il Ferpierre tuttavia sperava che un giorno o l’altro ella stessa avrebbe fatto pervenire alla giustizia il documento cercato. Tutti i giornali del mondo [p. 209 modifica]parlavano del dramma di Ouchy e dicevano che solo l’ultima lettera della contessa d’Arda poteva rischiararlo, confondendo i rei se non annunziava l’imminente suicidio, salvando gli innocenti se confessava l’estremo proposito; non era possibile che, alla lunga, suor Anna non avesse notizia dell’ansiosa aspettazione e non sentisse il dovere di consegnare il documento alla giustizia.

Aspettando, il Ferpierre non poteva occuparsi di altro che del dramma misterioso e dei suoi attori. Dopo aver conosciuto la vita dei due Russi egli non negava i lati buoni di quelle anime, ma la bontà restava offuscata e menomata dalla durezza, dalla violenza, dalla tenebrosa ferocia. Forse, trattati altrimenti, posti in migliori condizioni di vita, essi sarebbero divenuti migliori? Ma l’umile, il devoto, il supplice amore della contessa Fiorenza non era valso a redimere Zakunine; e pensando al martirio della infelice, il giudice bandiva ogni indulgenza, riconosceva che quel violento, come aveva voluto la mortificazione della mite creatura, così aveva potuto volerne anche la morte.

Quanto alla nihilista, la sua vita non era piena d’atrocità; anzi la durezza della sorte che la lasciava sola a vent’anni, il coraggio col quale lottava contro le difficoltà dell’esistenza, e l’ardore degli studii e l’altezza della mente deponevano in favor suo; ma il giudice non perdonava a una donna, a una fanciulla, il sanguinoso ideale della [p. 210 modifica]distruzione; e se pure egli si piegava a scusarlo, senza scusa le pareva il suo legame col principe. Come mai aveva ella potuto darsi in braccio a quell’uomo che non era stato mai fermo in un affetto? Disconoscere le leggi, le convenzioni, i pregiudizii sociali era, in certe condizioni dell’animo, sotto l’influenza di certi esempii, per l’efficacia di un’assidua predicazione, troppo naturale; e il Ferpierre ammetteva che la giovane parteggiasse per il libero amore; ma questo amore doveva pur essere ricambiato, doveva pur fare assegnamento sopra una sincerità, sopra una fedeltà sia pure temporanea; ma la vita di Zakunine vietava di credernelo capace. Allora il Ferpierre pensava che quei due s’erano uniti senz’alcuna gentilezza di sentimenti, per mero impulso istintivo, per sola cupidigia di piacere: da questa indegna unione il delitto aveva potuto germinare.

La confessione del loro amore, che la giovane aveva affrettata e il principe contrastata, aggravava realmente o migliorava la loro condizione? Nel pubblico le opinioni continuavano a dividersi. Se la contessa, senza amare più Zakunine, sperava ancora di potere restare con lui rispettata e protetta, il dover rinunziare a quest’ultima lusinga poteva aver colmato la misura e determinato il suicidio. Ma contro questa supposizione stava il nuovo amore di lei per il Vérod: amando anch’ella un altro, non doveva rallegrarsi della nuova affezione [p. 211 modifica]del principe? Ciò pareva tanto più certo, quanto che l’amicizia fra la morta e il Vérod non aveva potuto, secondo i più, restare innocente. Pochissimi credevano alla purezza del loro sentimento; il giovane doveva essere stato l’amante felice della dama italiana, senza di che quale interesse lo avrebbe spinto all’accusa? Era credibile che, amandosi, con la libertà della quale godevano entrambi, fossero rimasti a sospirarsi? Come mai il giovane si sarebbe appagato d’un affetto fraterno? E che cosa avrebbe potuto costringere la contessa a resistergli? Se una prima volta ella era passata sopra alla legge, era fatale che continuasse a dimenticarla. Poteva forse arrestarla la paura od il rispetto di Zakunine che non la curava, anzi la trascurava in ogni modo?... Queste presunzioni, passando di bocca in bocca, diventavano altrettante prove irrecusabili: che il Vérod fosse ultimamente l’amante della morta non era più dubbio. E in questa certezza, oltre che nell’antipatia contro i nihilisti, molti trovavano una prova dell’omicidio: l’amica del Vérod aveva dovuto pensare non ad uccidersi, ma al contrario a godere quanto più era possibile del nuovo amore: il principe e la Natzichev l’avevano assassinata. Ma le discussioni ricominciavano tosto, perchè se fra il Ginevrino e l’Italiana non c’era una semplice ed onesta amicizia, tanto meno semplice ed onesta si doveva credere l’amicizia dei due nihilisti: pertanto, se il principe e la studente erano amanti, [p. 212 modifica]nessuno dei due poteva pensare a dolersi dell’amore della contessa e del Vérod, nè a voler male all’uno od all’altra; entrambi invece se ne dovevano rallegrare, perchè questo amore li lasciava liberi di fare il piacer loro. La morte violenta di Fiorenza d’Arda, sia per suicidio, sia per assassinio, restava inesplicabile senza un dissidio, una discordia, un dramma; l’ipotesi dell’accordo delle due coppie era inammissibile dinanzi al sanguinoso cadavere.

Dell’intima lotta sostenuta dalla contessa pochi come il Ferpierre erano edotti. Sempre che imaginava lo stato di coscienza della infelice alla vigilia della catastrofe, il giudice riconosceva che ella aveva potuto e forse dovuto uccidersi. Ma, oltre che l’accusa del Vérod e i sospetti dell’opinione pubblica e il contegno degli accusati e come una specie di secreto istinto, la stessa sua coscienza di magistrato lo difendeva contro un definitivo acquetamento in questa fiducia. La sua lunga esperienza d’inquisitore gli diceva che la verisimiglianza d’una ipotesi dinanzi a un fatto oscuro non esclude altre possibilità; il suo amore del mestiere era eccitato all’idea del caso molto intricato e difficile. Ed egli non rammentava veramente di essersi trovato dinanzi a maggiori difficoltà.

Escluso l’intimo dramma svoltosi nell’animo della contessa, quale altra lotta di sentimenti da parte degli accusati poteva spiegare la catastrofe? [p. 213 modifica]Bisognava tornare ad ammettere senz’altro che, amando la Natzichev, o meglio avendola presa con sè per allungare la lista delle sue fortune galanti, il principe non avesse del tutto dimenticata la contessa, o che sentisse ridestarsi l’amor suo per lei nel punto stesso che la vedeva presa da un altro. La sicura possessione di un bene non genera tanta stanchezza, che il bene è presto sdegnato; e perchè torni ad essere caro non basta talvolta la sola minaccia di perderlo? Basta sovente che qualcuno apprezzi ciò che noi trascuriamo perchè, mutando a un tratto opinione, anche noi ne riconosciamo il valore. Per sostenere l’assassinio di Fiorenza d’Arda bisognava che questo mutamento fosse avvenuto nel principe; allora soltanto si poteva spiegare che egli l’avesse uccisa, sapendola del Vérod con l’anima, o che l’avesse uccisa la nihilista sapendo che Zakunine ricominciava ad amarla.

Ma se la resurrezione dell’amore del principe era necessaria a spiegare il delitto, l’assassino, data questa resurrezione, non poteva esser lui! Infatti la sua gelosia non avrebbe avuto molto fondamento poichè la contessa gli era rimasta fino all’ultim’ora fedele e per fedeltà alla parola data si era sottratta al Vérod. Si poteva supporre che la sola certezza d’aver perduto l’anima di lei e la persuasione di non poterla più recuperare lo avessero spinto al delitto? Data la violenza della sua natura ciò non pareva del tutto incredibile; biso[p. 214 modifica]gnava tuttavia, per ammetterlo, che fra lui e la defunta vi fossero state spiegazioni, provocazioni, minaccie. Se egli l’avesse supplicata di amarlo ancora, di non abbandonarlo, e se ella gli avesse risposto di non voler più restare con lui, l’assassinio era spiegato; ma si poteva credere che, rimastagli fedele e sottomessa quando egli la maltrattava, la contessa gli si fosse ribellata vedendolo pentito e supplichevole? Dato il carattere di lei, bisognava credere che, tutt’al contrario, la resurrezione dell’amore del principe e le sue insistenti preghiere avrebbero accresciuto l’imbarazzo, acuito l’ambascia, rafforzato gli scrupoli, moltiplicato le dolorose difficoltà tra le quali ella si dibatteva!

Il Ferpierre si confermava così da una parte nei ragionamenti già fatti; ma era spinto dall’altra a considerare come molto aggravata la condizione della Natzichev. Vedendo che Zakunine non era tutto suo; che per amore, o per pietà, o per rispetto, o per interesse era ancora della contessa, la Russa poteva aver odiato quest’ultima. Tra le due donne una spiegazione era potuta intervenire, provocata senza dubbio dalla nihilista, la cui presenza ai Cyclamens poco si spiegava; benchè incapace di voler male ad alcuno, l’Italiana aveva forse ferito la giovane ribellandosi alle sue minaccie, non potendo tollerare che, dopo aver distolto il principe da lei, venisse a prenderglielo nella stessa sua casa; l’esito di questa spiegazione aveva po[p. 215 modifica]tuto essere cruento. Ma il principe che doveva trovarsi, se non presente, certo vicino, non si era interposto, non era accorso ad impedire il delitto? E la nihilista, non essendo mai entrata nella camera della contessa, come aveva saputo trovare l’arma di lei?

Queste difficoltà non davano molta ombra al magistrato. Forze Zakunine non si era interposto non potendo supporre che il colloquio finisse in tragedia; forse l’arma della contessa non era quel giorno chiusa, o la giovane sapeva dove trovarla. Una difficoltà, tutta morale, era più grave, quella stessa sulla quale il Ferpierre erasi molte volte arrestato: se la nihilista sapeva dell’amore di Fiorenza d’Arda per il Vérod come poteva volerle male? La rivalità si spiegava se la defunta avesse posto opera a trattenere il principe presso di sè: e ciò non era. Ma forse la Natzichev non sapeva dell’amore per il Vérod: questa passione che la morta aveva soffocata, che il giovane aveva contenuta, poteva esser rimasta ignorata se nessun fatto esteriore, se nessun atto l’aveva rivelata.

Pertanto, benchè queste supposizioni non fossero confortate di prove e molte cose restassero da rischiarare, il giudice si veniva affermando nell’opinione che, negato il suicidio, il sospetto più verisimile dovesse pesare contro la donna. Il pentimento del principe e il suo ritorno presso l’antica amica, determinati o dal bisogno di denaro o da un più [p. 216 modifica]degno sentimento, come impedivano di credere che egli avesse voluto la morte d’una persona nuovamente cara, così spiegavano l’odio se non la gelosia della studente. Se Zakunine pareva più capace d’uccidere, era meno verosimile che la sua posizione nel partito, la febbre di propaganda e le gravi responsabilità non lo avessero distolto da un delitto che lo consegnava alla giustizia. Nella Natzichev invece, meno seriamente impegnata, la coscienza delle responsabilità era nulla o minima; il dovere politico doveva opporre in lei, donna, minore ostacolo alla passione; e se ella non aveva ancora meritato condanne per crimini, le informazioni della polizia la dicevano capace di consumarne. Questa capacità, la violenza dei suoi sentimenti, non le stavano scritte del resto nella fisonomia, negli sguardi? In tutta la sua persona, in tutte le sue parole, non c’era qualche cosa di duro, di fiero, una sfida continua, una sorda minaccia, una ribellione implacabile? Lo stesso suo contegno dinanzi al cadavere e dopo la prigionia disponeva il Ferpierre contro di lei. Mentre Zakunine era apparso perduto dal dolore, ella era rimasta fredda, impenetrabile. Aveva dapprima negato d’essere l’amante di lui, poi aveva confessato; questa e le altre contraddizioni, l’iniziativa presa nell’ultimo interrogatorio rispondendo invece del principe, rivelavano, nonostante la mentita indifferenza, l’ansia secreta di salvarsi. [p. 217 modifica]

A questo punto il Ferpierre si proponeva un nuovo quesito. Se ella era colpevole, come mai il principe, vedendo pesare anche sopra sè stesso l’accusa, non si scagionava rivelando la verità? Certo egli sperava salvarsi con lei avvalendosi di tutti gli argomenti che stavano per il suicidio: voleva salvarla per amore, per compassione, o piuttosto per quel sentimento di fratellanza che la fede comune doveva suscitare e alimentare. Questo medesimo sentimento, se l’omicida fosse stato il principe, non avrebbe dovuto animare la nihilista? Era da credere. Ma che cosa sarebbe avvenuto se l’innocente, chiunque fosse dei due, avesse perduto ogni speranza di salvarsi con il colpevole? Se ciascuno degli accusati si fosse visto irremissibilmente perduto, non era certo che l’innocente non avrebbe più trovato tanto eroismo da salvare il colpevole, oppure che il colpevole stesso non avrebbe più sofferto di trascinare con sè l’innocente?

In forza di tale ragionamento il Ferpierre volle tentare una prova. Egli pensò di richiamare successivamente i due accusati per dire a ciascuno che tutti i sospetti pesavano oramai sull’altro; dal loro contegno avrebbe forse potuto trarre qualche prova della verità.

Ed anche una volta ricominciò l’interrogatorio della Natzichev.

Costei occupava ancora il suo tempo leggendo [p. 218 modifica]e scrivendo; la sua sprezzante indifferenza non aveva ceduto ad altri lunghi giorni di prigionia.

— Sono venuto a compiere, — le disse il magistrato con tono gratulatorio, — un dovere molto piacevole. La giustizia è convinta della vostra innocenza: voi siete libera. Se avete creduto che noi godiamo nell’accusare, nel sospettare ad ogni costo, io vorrei che, uscendo di qui, vi persuadeste d’esservi ingannata. Il nostro dovere è di scoprire il vero; quantunque lo scopo sia degno sopra ogni altro, soffriamo anche noi quando, contro le apparenze fallaci, non possiamo aiutare gl’innocenti a liberarsi. Ma, ripeto, oramai la giustizia non ha più nessun conto da chiedervi. Certo il ricordo del tempo passato qui dentro non potrà esservi grato; ma forse questo soggiorno non sarà stato senza frutto per i vostri studii sociali?

Senza una parola, senza un moto di gioia, impassibile, immobile, la nihilista affisava lo sguardo sul giudice. Pareva non avesse compreso il breve sermone; il Ferpierre quasi aspettavasi di sentirsi dire: «Quando avrete finito?...»

— Certamente, — riprese egli, — sarebbe stato meglio per voi esaminare il nostro sistema carcerario liberamente; ma se abbiamo dovuto trattenervi tutti questi giorni, la colpa, convenitene, è stata un poco anche vostra. Il sentimento che vi guidò è certamente rispettabile e vi fa molto onore; ma se, per non accusare il vostro amante, ci avete [p. 219 modifica]voluto lasciare nel dubbio, siamo noi responsabili della prolungata vostra prigionia?

La Natzichev continuava a guardarlo fiso. All’ultima domanda, chiusi un attimo gli occhi, ella disse:

— Che volete significare?

— Non comprendete?

— No.

— Eppure non sarebbe difficile... O sperate ancora di liberarlo insieme con voi? La vostra intenzione era e sarebbe molto lodevole, se non offendesse quella verità che tanto noi abbiamo il dovere di scoprire, quanto voi dovreste avere quello di riconoscere...

— Che dite?... — interruppe la giovane, con un moto d’insofferenza.

— Io non dico nulla, — rispose il Ferpierre stringendosi nelle spalle e abbassando lo sguardo alle carte che stavano sulla tavola. — È il vostro stesso amante quello che confessa d’esser egli l’assassino!

Nell’evitare lo sguardo della giovane il magistrato obbediva a due impulsi diversi. Doleva alla sua rettitudine di servirsi della menzogna per iscoprire la verità; rare volte, e soltanto nei casi disperati come quello dinanzi al quale ora trovavasi, e sempre superando un’istintiva repugnanza egli aveva ricorso a questo mezzo. Tuttavia, se un senso di vergogna l’occupava secretamente e gli faceva [p. 220 modifica]torcere gli occhi, l’istinto e l’abitudine dell’indagine gli consigliavano di insistere in quell’atteggiamento affinchè l’accusata, non vedendosi più guardata, non reprimesse il vero sentimento suscitato in lei dalla rivelazione.

Finto di cercare tra le carte, egli riprese:

— Ecco la sua dichiarazione debitamente firmata. Sperate ancora salvarlo?

E la guardò.

Ella aveva un’altra faccia. Come se la maschera della durezza sprezzante e superba le fosse stata strappata, le guance impallidite, le labbra dischiuse e gli occhi smarriti dicevano il dolore, la paura, il rimorso, un sentimento che il Ferpierre non sapeva ancora precisare, ma che era senza dubbio troppo penoso.

— Ve ne duole?... Dovete molto amarlo!

Lo spettacolo di quel repentino turbamento distrasse sul principio il giudice dall’impaccio che provava mettendosi per una via obliqua. Ma sentendo di doverla percorrere oramai sino in fondo, considerando l’ambascia della giovane, la sua repugnanza cresceva. Non infliggeva egli a quella donna, per amore della verità, una morale tortura? E la differenza era veramente grande fra gli orridi strumenti delle antiche inquisizioni, e la menzogna con la quale ora ricercava l’anima dell’accusata?

— Comprendo il vostro dolore, ma dovevate pur essere preparata a sopportarlo. Voi faceste di tutto [p. 221 modifica]per stornare i nostri sospetti e il rimorso di avergli nuociuto non può tormentarvi. Ma la verità a lungo non si nasconde. E bisogna anche dire che avreste potuto essere un poco più abile. Come poteste mai sperare che io credessi la fiaba dell’ultima spiegazione avvenuta fra voi tre? Era credibile ancora che il principe, tornato dalla contessa, secondo volevate darmi a intendere, per separarsene definitivamente, mettesse tanto tempo a fare questa dichiarazione? Se indugiò tanto, ciò fu perchè mutò proponimento; perchè sul punto di abbandonarla s’accorse che ella stessa non pensava più a lui; e allora l’amor proprio ferito lo distolse dalla prima intenzione. Allora egli non volle che questa donna fosse d’altri, volle anzi riaverla per sè come un tempo, e si mostrò pentito e supplichevole. A voi nascose, e fu naturale, questo suo mutamento; ma come mai non lo imaginaste vedendo le sue tergiversazioni? Voi vedeste bene che egli tardava troppo a compiere la promessa fattavi; ma se vi disse che la pietà gl’impediva di portare un colpo mortale a quella donna, il vostro cuore d’amante doveva avvertirvi che il suo ritorno presso di lei era pericoloso; che la passione, quando pare morta e sepolta, improvvisamente divampa più gagliarda di prima. A saperlo presso di lei, più volte, non soffriste, non sospettaste che i ricordi del passato, che la seduzione di quella donna quasi nuova dopo il lungo abbandono lo avvincessero ancora [p. 222 modifica]una volta?... Sì, voi intuiste queste cose, me lo dice il vostro doloroso silenzio: e le avete taciute per amore di lui, perchè comprendeste che se la giustizia avesse saputo che egli l’amava ancora, che ne era geloso, la verità sarebbe apparsa luminosamente. Ma il vostro zelo non poteva esser felice. Quando io gli domandai il perchè del suo indugio presso la defunta, voi stessa gli suggeriste di addurre la pietà; egli non seppe neppur trovare questo pretesto per nascondere la vera ragione, che era l’amore e la gelosia! E credevate che io non dovessi notare il vostro intervento e il suo imbarazzo, e che non ne scoprissi finalmente il perchè?

Il Ferpierre dimenticava ora il suo rimorso nel fervore dell’inchiesta, comprendendo d’essere molto vicino alla verità. Il silenzio della giovane, lo smarrimento crescente della sua espressione, il tremor delle mani, l’ansia che le sollevava il seno, dimostravano sempre più al magistrato che egli toccava ora la nota giusta, che Zakunine era stato veramente ripreso dall’amore della contessa, che la nihilista aveva sofferto di gelosia, che qui bisognava trovare la ragione del mistero. Egli aveva già divinato tutte queste cose, ma poi era stato distratto e fuorviato da altri ragionamenti, dalla mancanza di prove: ora accumulava tutte le presunzioni, ne imaginava perfino quando gliene mancavano, perchè la sua fidente asseveranza [p. 223 modifica]servisse come una specie di reattivo morale, mordendo il cuore della giovane e lasciandovi leggere dentro.

— L’amor vostro per lui deve essere molto forte se avete accettato questa parte, se avete nascosto la gelosia che vi torturava, se avete finto l’ignoranza e l’indifferenza! E come è stato mal ripagato! Voi non poteste illudervi neppure un istante, e vedeste ciò che avveniva e prevedeste ciò che sarebbe avvenuto; perchè, una volta impegnato a contendere quella donna a un rivale, Zakunine, con la veemenza che porta nelle sue passioni, non avrebbe esitato dinanzi a un delitto. Voi veniste a trovarlo temendo che la catastrofe fosse compiuta; veniste troppo tardi a tentar d’impedirla. È vero?

La giovane si riscosse a quella domanda. Portò le mani alle tempie comprimendole, quasi la tempesta suscitata in lei dalle parole del giudice minacciasse di aprirle il cervello; poi, respirato fortemente, così da far sibilare l’aria fra i denti chiusi, con l’espressione di repugnanza dolorosa e di sdegno impotente di chi si sente violentare ed opprimere, disse:

— Avete finito? Volete divertirvi ancora a tormentarmi? Il vostro piacere è troppo grande, senza dubbio? Ora basta!

— Come parlate?

— Come debbo. Io non voglio, intendete? che [p. 224 modifica]i vostri iniqui artifizii trascinino nel precipizio chi non ha colpa. Voi amate la verità sopra ogni cosa? Il vostro sacro dovere è di scoprire la verità? Voi siete delegato dalla società a fare giustizia? Ebbene, dite a questa vostra società, — e la sua voce si alzò di tono, ella quasi gridò: — dite che uccisi io quella donna. Date corso alla vostra giustizia; ma sappiate che io la disconosco, che la disprezzo; ponetevi nella mente che io rivendico la responsabilità dell’atto commesso non per patirne il castigo ma per ottenerne la lode!

L’impressione prodotta da quelle parole nell’animo del giudice fu enorme. La meraviglia e il piacere per la pronta riuscita dell’espediente, la soddisfazione di veder confermati i suoi sospetti, la nuova curiosità per la superba millanteria della rea, un senso di compassione che secretamente e quasi mal suo grado lo persuadeva all’indulgenza ora che la confessione e la millanteria avrebbero dovuto farlo più rigido, occupavano ad una volta l’animo suo.

— Ah, confessate?... — potè dire soltanto nel primo momento della confusione, senza troppo badare all’opportunità della domanda; ma subito dopo, padroneggiandosi: — Confessate anche voi? — ripetè, per insistere nell’artifizio così bene riuscito. — A chi debbo credere, ora? Gareggiate dunque di generosità fino a tal segno? Ciascuno s’accusa per salvar l’altro? Nobile gara!... [p. 225 modifica]

La giovane disse, duramente:

— Voi non sapete riconoscere la verità?

— Non sempre! Quando altri lavora a nasconderla!... Bene: se volete che io creda a voi, vi crederò. Più difficile mi riesce comprendere il tono di vanteria col quale v’accusate. So che disconoscete le nostre leggi; ma nella società ideale all’avvenimento della quale voi lavorate si ucciderà forse impunemente e sarà anzi titolo di gloria aver distrutto una vita, così, per piacere?

— Non per piacere.

— Come! Sarà forse dovere per ogni amante geloso toglier di mezzo l’oggetto della sua gelosia?

— Voi non sapete.

— Non so, infatti! È vero, sì o no, che il principe non si poteva decidere di rinunziare alla contessa perchè la riamava?

— È vero.

— E voi non ne foste gelosa?

Ella disse, con voce gelata, facendo sonare una dopo l’altra le parole:

— Il mio sentimento non importa; nessun sentimento, nessun interesse, niente importa quando si è compreso il Dovere. La vita degli altri, la vita propria, l’onore, gli affetti, tutte le cose vane debbono cedergli. Questa è la mia norma; questa doveva essere anche la sua. Ma egli la dimenticò!...

Il Ferpierre cominciava ora a comprendere. [p. 226 modifica]

— Volete dire che non per amor vostro egli trascurava di lavorare al trionfo della causa, ma per la contessa?

— Sì.

— Perchè stava allora a Zurigo, vicino a voi, e non con lei?

— Perchè sapeva di esserle odioso, ma voleva parlare con qualcuno di lei.

— E ne parlava con voi?

— Sì.

— Già voi diceste che non ve ne tenne parola! Ma, se ve ne parlava, non vi amava?

— Non mi ha amata mai.

Nonostante la freddezza impassibile del viso statuario, qualcosa di così dolente echeggiava nelle ultime parole della giovane, che il Ferpierre pensò: «Non mentisce!»

— E voi sì, l’amaste, l’amate?

— Che v’importa di ciò? — riprese ella tornando a una durezza che il Ferpierre giudicava ora ostentata. — Importerà a voi ciò che non importa a me stessa? Se volessi trovare un’attenuante all’atto commesso, se volessi essere scusata da voi, dalla vostra società, vi direi che lo amavo, che la uccisi per gelosia. Questa debolezza, questo egoismo sono scusati e perfino glorificati dalla società vostra. L’amante che per evitare a sè stesso un dolore, per assicurare il piacere suo proprio uccide il rivale, è perdonato; talvolta il cieco e letale amor [p. 227 modifica]suo è giudicato forte, grande, ammirabile. L’amore che guida noi, il nostro sacrifizio cosciente, l’opera di salute alla quale attendiamo, sono condannati!

— Strana opera salutare la vostra, che vi fa versare il sangue, frattanto!

— Voi credete che una, che dieci, che cento vite importino quando è in giuoco il destino di tutti? Voi che avete paura del sangue, lo versate a fiumane nelle vostre guerre: tanto è il vostro orrore del sangue, che la suprema cura dei vostri reggitori è quella di armarvi. Qui, in questo vostro paese di libertà, non è l’esercizio della forza per uno scopo cruento il più onorato fra tutti? E non rispondete che vostro solo pensiero è impedire di essere sopraffatti e non già sopraffare; perchè tutti dicono così! Chi confessa di fare il male? Il bene è sulle bocche di tutti, degli assalenti e degli aggrediti. Stolte cupidigie, interessi bassi e meschini vi mettono in guerra. E nelle vostre guerre non è precetto sempre obbedito di sacrificare un soldato, una pattuglia, un’avanguardia, per la salute dei più? Noi facciamo un’altra guerra, più giusta, la sola giusta e santa: la guerra per la redenzione degli uomini contro tutte le nequizie e tutte le viltà, contro la fame, contro l’ignoranza, contro la prepotenza, contro la stessa vostra guerra. Se incontriamo un ostacolo lo spezziamo: una, dieci, mille vite che importano? [p. 228 modifica]

Ella aveva parlato con mal contenuta violenza; la rigidità del suo atteggiamento s’era sciolta ed il braccio disteso aveva fatto il gesto di chi svelle ed abbatte.

Quando tacque, il Ferpierre che era rimasto a udirla meravigliato e quasi intimidito, disse a sua volta, con voce fredda e severa:

— Noi non abbiamo ora da discutere sulla moralità dei vostri principii. Sarà bene dirmi piuttosto in qual modo la contessa potesse esservi d’ostacolo? Che cosa potevate seriamente temere da lei?

E poichè ella tardava a rispondere:

— Vorreste darmi ad intendere che ella potesse pensare a denunziarvi, a intralciare i piani delle vostre congiure?

— Non voglio darvi nulla a intendere. Per quella donna Alessio Petrovich si perdeva.

— In che modo?

— Per amore di lei, per riaverla, aveva dimenticato il Dovere. Comprendeva che ella non lo amava più, che ne amava un altro, ma sentiva che c’era ancora un modo di tenerla con sè, di sottrarla a quell’altro. Non tanto per amore costei gli si era data, quanto per distoglierlo da noi, per redimerlo, diceva. Egli le si mostrò redento, le rappresentò che ella era la sua redenzione; che, abbandonato da lei, sarebbe ricaduto nell’errore. Il solo mezzo di averla con sè era questo: di [p. 229 modifica]dirle e di provarle il proprio ravvedimento. Senza più amarlo, ma per non farlo tornare a noi, ella resisteva a quell’altro. Io gli dissi più volte la sua stoltezza, l’indegnità di sacrificare a una donna l’ideale di tutta la sua vita. Egli non mi udiva. Era accecato. Veniva da me a piangere per averla perduta, per averla voluta perdere; voleva che io, io, l’aiutassi....

Nella voce della giovane c’era, oltre lo sdegno, un’ansia secreta: non solamente il dolore per il traviamento del compagno di fede, ma anche, più profondo e nascosto, il tormento d’essere stata presa a confidente dall’uomo amato che neppure avea sospettato l’amor suo.

— E voi?

— Io vidi che tutto era inutile. Non avevo molto sperato di guarirlo perchè so come è fatto. Quando un’idea lo infiamma nulla vale ad arrestarlo: non ragiona, non vede più. Nondimeno aspettavo che la crisi si risolvesse in qualche modo. Un giorno, improvvisamente, compresi il nuovo pericolo: egli aveva visto il Ginevrino; nel parlarne le sue mani tremavano, i suoi sguardi gettavano fiamme. Compresi che lo avrebbe ucciso, che si sarebbe perduto senza riparo. Le ultime volte che venne qui lo raggiunsi, presaga della catastrofe. Egli mi chiese che lo aiutassi. Lo aiutai.

— Uccidendo la donna della quale voleva l’amore? [p. 230 modifica]

— Liberandolo.

— E avete assassinata quella creatura così, a mente fredda, deliberatamente?

— Venni da lei. Venni qui l’ultimo giorno per parlare con lei. Poichè ogni altro mezzo era stato invano, se egli non udiva la voce del dovere, colei soltanto poteva salvarlo. Le dissi di abbandonarlo, di fuggirlo, di scomparire. Ella non volle. Le soggiunsi: «Voi amate un altro: andate lontano col nuovo amante.» Mi vietò di parlare così; volle sapere chi fossi io. Risposi: «Una che vi odia!» L’odiavo perchè l’avevo sentita, fino dal primo vederla, diversa da me, d’un’altra casta, d’un’altra razza, d’un altro animo; perchè tutte le sue idee, tutti i suoi sentimenti erano opposti ai miei; perchè ora ella mi contendeva quell’uomo. Non volevo, no, assicurare a me stessa l’amore di lui; ma serbare le sue forze all’opera comune. Nonostante l’odio, la pregai. Fu inutile anche la preghiera. Allora le dichiarai: «Sapete perchè non volete fuggirlo? Non per lui, ma per voi. Temete che vi creda fuggita col vostro nuovo amante. Volete mostrargli una fedeltà che non sentite, volete ottenere con l’osservanza d’un preteso dovere la fama di costante e di fida. Foste la sua amante e volete farvi credere la sua sposa non amandolo più. Egli vi giudica tanto buona, che ho voluto vedere dove consiste la decantata vostra bontà. Voi siete ipocrita, falsa, egoista, peggio che tutte [p. 231 modifica]le altre...» Ella mi lasciava dire: tentavo invano di sdegnarla, di offenderla. «Ma un giorno finirete anche voi col rompere questa vostra ipocrita fedeltà,» io soggiunsi, «per darvi in braccio al nuovo amante... se pure non vi siete già data...» Furono inutili anche queste parole. Si scosse soltanto quando le dissi: «No! Ciò non avverrà. Il vostro amante sarà morto! Egli lo ucciderà. Lo conoscete? Lo ucciderà! Sarete voi responsabile dell’assassinio. Lo avrete voluto, lo volete; ogni giorno, ogni ora, ogni minuto che passa lo prepara, lo affretta, inevitabilmente!...» Allora ella disse: «Ah, morire! Debbo io, voglio io morire...» Lo sdegno e lo sprezzo mi gonfiarono il cuore: chi dice questa cosa quando la sente? Se era vero che ella volesse morire, si sarebbe uccisa. Le dissi il mio sdegno e il mio disprezzo. «Non è vero! Avete paura! Siete vile!...» Ella assenti: «Sì, sono vile; l’arma è lì, la mano mi trema.» Presi io l’arma, glie la porsi: «Raccogliete il vostro coraggio, se ne avete ancora, se ne avete mai avuto...» Ella giunse le mani, scongiurandomi: «Uccidetemi voi, liberatemi voi!...» Il mio sdegno cresceva vedendo tanta viltà. Le promisi, con voce sorda, con l’arma in mano: «Ti ucciderò se non lo lasci.» Ella giunse le mani, supplicando ancora: «Uccidetemi!...» — «Non vuoi lasciarlo?» — «Uccidetemi!...» — «No?» Udii il passo di lui, la sua voce chiamare. La uccisi. [p. 232 modifica]

Ansante, ella tacque.

— E non ne siete pentita?

— Non ne sono pentita. Ella era vinta dalla vita, voleva e doveva morire. Egli doveva essere libero d’attendere all’Opera. Li ho liberati entrambi.

E il Ferpierre riconosceva finalmente la verità già sospettata.

Ora tutto si chiariva, tutto si concatenava logicamente. La rea non voleva convenire che, oltre lo zelo settario, anche la gelosia l’aveva armata; ostentava di ricusare l’attenuazione del suo crimine per gloriarsi d’essere inaccessibile agli interessi personali. C’era in questa rinunzia una fosca grandezza che dava la misura della forza di quell’anima; ma, senza dubbio, anche l’amore disconosciuto aveva dovuto spingerla contro l’Italiana. Il pentimento del principe, la sua condotta ambigua degli ultimi mesi, il suo dolore dopo la catastrofe, tutto si spiegava. Negando d’essere l’amante della nihilista egli aveva detto la verità. L’aveva ammesso forzato da lei, per secondarla, per salvarla, quando ella credeva di potersi salvare così. Anche le ultime parole della contessa, quell’invocazione alla morte liberatrice, quell’incitamento rivolto alla minacciosa rivale, erano la naturale soluzione del contrasto fra l’incapacità d’uccidersi e il bisogno di morire dal quale ella realmente era stretta. La rea non aveva ragione? [p. 233 modifica]Quell’assassinio del quale la giustizia aveva pure da chiederle conto non si confondeva quasi col suicidio liberatore?

Così l’intrico era sciolto. Ma restava tuttavia al Ferpierre di chiamare Zakunine. Riferendo alla nihilista che il principe si era accusato, egli aveva mentito per amore di fare la luce; ma un dubbio ora gli s’affacciava alla mente: se, udendo che Zakunine s’incolpava, la giovane si era incolpata ella stessa, che cosa avrebbe detto il principe udendo la confessione di lei? Si doveva sospettare che entrambi si sarebbero dichiarati colpevoli?

Il contegno del principe, dall’ultimo interrogatorio, era, secondo la relazione del direttore dell’Evêché, radicalmente mutato. Non passava più il suo tempo, immobile e silenzioso, indifferente a ogni cosa: l’insofferenza della prigionia lo faceva ora dare in ismanie. Aveva chiesto di parlare con un avvocato, e non avendolo ottenuto si era sfogato con parole dure contro la giustizia. Più volte in un giorno chiamava i guardiani per domandar loro se era venuto l’ordine di scarcerazione; udendo le risposte negative s’accigliava e fremeva. Misurava in lungo e in largo la sua cella, con le mani strette sul dorso, il capo chino, lo sguardo fisso e duro. Aspettava l’ora dell’uscita quotidiana con impazienza, rientrava più torvo di prima. Chiedeva libri, rifiutava il cibo della prigione, faceva venire da fuori il suo vitto. [p. 234 modifica]

Appena condotto dinanzi al Ferpierre disse, con accento di mal repressa impazienza:

— Ancora interrogazioni? Non volete riconoscere la verità alla fine?

— La verità mi è nota oramai! — rispose il giudice severamente. — Non siete materialmente colpevole e non posso più trattenervi...

— Ah, dunque!

— Ma la vostra responsabilità morale è molto più grave di quella che confessaste in principio; e questa vostra impazienza mi pare anche fuori di luogo, poichè con una sola parola mi avreste tolto dal dubbio...

S’arrestò per dargli tempo di rispondere, di replicare qualcosa; ma il principe lo guardava senza dir nulla.

— Pare dunque che la generosità dalla quale foste animato nei primi giorni taccia finalmente e che non vi importi più tanto di salvare la rea?

— Di salvare?...

— M’inganno, allora? Fingete la meraviglia e l’ignoranza? Sono fuori di luogo. Ella ha confessato.

— Che cosa?

L’accento d’ansioso stupore col quale egli fece questa domanda pareva sincero.

— Su via, volete farmi perdere ancora altro tempo? Vi duole ora di vederla perduta? Non sapete che questa donna vi ha amato? Non sentite [p. 235 modifica]che tutta la morale responsabilità di tante rovine pesa su voi, unicamente? Fingete lo stupore dopo avere mentito? Diceste la menzogna riconoscendo di essere l’amante di lei; ma questa almeno vi fu quasi strappata dalla speranza di salvarla; ma perchè nascondeste i vostri sentimenti ultimi verso quell’altra sciagurata?...

Il principe tremava. La Natzichev aveva detto il vero.

— E andavate a parlare dell’improvvida resurrezione del vostro amore a chi vi amava, a una vostra complice nelle ribellioni, affinchè la gelosia e il fanatismo si svegliassero in costei ad un tempo e l’animassero contro quella infelice!... Siete ammutolito e tremate ora, dopo aver fatto due vittime?... E perchè avete nascosto tutte queste cose? Non era dunque generosità verso la rea, era un sentimento tutto diverso; era tutta paura che, se io avessi saputo l’impeto di questa vostra tardiva passione, avrei potuto e dovuto sospettare di voi con maggior fondamento?

Allora il principe, sollevando risolutamente il capo e affissando lo sguardo nello sguardo di lui, rispose con voce sorda:

— Non ho da dirvi perchè ho taciuto. Avete saputo la verità: perchè non mi liberate? Che altro chiedete?