Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano/11

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CAPITOLO XI
Regno di Claudio. Disfatta dei Goti, fattorie, trionfo e morte di Aureliano.

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CAPITOLO XI
Regno di Claudio. Disfatta dei Goti, fattorie, trionfo e morte di Aureliano.
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Sotto i deplorabili regni di Valeriano e di Gallieno, l’Impero fu oppresso e quasi distrutto dai Soldati, dai Tiranni e dai Barbari. Lo salvò una serie di gran Principi, che traevano un’oscura origine dalle marziali province dell’Illirico. Nel giro di quasi trenta anni Claudio, Aureliano, Probo, Diocleziano, ed i suoi colleghi trionfarono degli stranieri e de’ domestici nemici dello Stato; ristabilirono la militar disciplina, la forza delle frontiere, e meritarono il glorioso titolo di Ristauratori del Mondo Romano.

La caduta di un effemminato tiranno aprì la strada ad una successione di Eroi. L’indignazione del popolo imputava a Gallieno tutte le sue calamità; e la maggior parte, invero, erano conseguenze de’ suoi costumi e della indolente sua condotta nel governo. Era privo perfino del sentimento di onore, che supplisce sì spesso alla mancanza della pubblica virtù; e finchè potè godere il possesso dell’Italia, una vittoria riportata dai Barbari, la perdita di una provincia, o la ribellione di un Generale, raramente disturbò il tranquillo corso de’ suoi piaceri. Finalmente un esercito considerabile, accampato sul Danubio superiore, rivestì della porpora Imperiale il suo condottiero Aureolo, che sdegnando un angusto ed infecondo regno sulle montagne della Rezia, passò le Alpi, occupò Milano, minacciò Roma, e sfidò Gallieno a disputare in campo la sovranità dell’Italia. Provocato dall’insulto l’Imperatore, ed intimorito dall’imminente pericolo, subitamente mostrò quell’ascoso vigore, che qualche volta si manifestava a traverso l’indolenza del suo carattere. Staccatosi con violenza dagli agi del palazzo, comparve armato in fronte alle sue legioni, e si avanzò ad incontrare di là dal Po il suo competitore. Il corrotto nome di Pontirolo1 conserva ancora la memoria di un ponte sull’Adda, che, durante l’azione, debbe essere stato un oggetto della maggiore importanza per ambo gli eserciti. Il Retico usurpatore, dopo aver ricevuto una totale disfatta ed una pericolosa ferita, si ritirò in Milano. Ne fu immediatamente formato l’assedio; furon le mura battute con ogni macchina dagli antichi usata; ed Aureolo, incerto della interna sua forza, e senza speranza di straniero soccorso, si presagì fin d’allora le funeste conseguenze di una inutile ribellione.

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L’ultimo suo espediente fu un tentativo di sedurre la lealtà degli assediatori. Sparse pel loro campo de’ libelli, ne’ quali invitava le truppe ad abbandonare un indegno Sovrano, che sacrificava al suo lusso la pubblica felicità, e le vite dei suoi più stimabili sudditi ai più leggieri sospetti. Gli artifizj di Aureolo diffusero i timori, gli scontenti tra i principali Uffiziali del suo rivale. Una cospirazione fu tramata da Eracliano Prefetto del Pretorio, da Marciano Generale di alto grado e di riputazione, e da Cecrope, che comandava un numeroso corpo di guardie dalmatine. La morte di Gallieno fu risoluta, e non ostante il lor desiderio di prima terminare l’assedio di Milano, l’estremo pericolo, che accompagnava ogni momento d’indugio, gli obbligò ad affrettare l’esecuzione del loro ardito disegno. Sull’ultim’ora della notte, mentre l’Imperatore tuttavia prolungava i piaceri della tavola, gli fu portata improvvisamente la nuova, che Aureolo, alla testa di tutte le sue forze, avea fatta dalla città una disperata sortita; Gallieno, che non mancò mai di valor personale, balzò dal suo serico letto, e senza frappor dimora per armarsi o per adunar le sue guardie, montò a cavallo, e corse veloce al luogo del supposto assalto. Circondato dai suoi dichiarati o nascosti nemici, in mezzo al tumulto notturno ricevè ben presto un colpo mortale da incerta mano. Prima di spirare, un sentimento di patriotismo, risvegliatosi nell’animo di Gallieno, lo indusse a nominare un degno successore, e l’ultima sua domanda fu che si dessero gli ornamenti imperiali a Claudio, che allora comandava un corpo staccato d’armata nelle vicinanze di Pavia. Almeno questa voce fu diligentemente propagata, e l’ordine con piacere eseguito dai congiurati, i quali avevan di già convenuto di metter Claudio sul trono. Alla prima nuova della morte dell’Imperatore, mostrarono le truppe qualche sospetto e risentimento, finchè l’uno fu dissipato, e l’altro addolcito con un donativo di venti monete d’oro ad ogni soldato. Ratificarono essi allora l’elezione, e riconobbero il merito del loro nuovo Sovrano2.

L’oscurità, che ricopriva l’origine di Claudio, benchè fosse di poi abbellita da alcune adulatrici finzioni3, manifesta abbastanza la bassezza della sua nascita. Questo solamente si può sapere, ch’egli era nativo di una delle Province confinanti col Danubio; che la sua gioventù fu consumata tra l’armi, e che il suo modesto valore meritò il favore e la confidenza di Decio. Il Senato ed il Popolo già lo consideravano come un eccellente Uffiziale, degno dei più importanti impieghi; e censurarono la disattenzione di Valeriano, che lo teneva nel posto subordinato di Tribuno. Ma distinse non molto dopo quell’Imperatore il merito di Claudio, dichiarandolo primo Generale della frontiera Illirica col comando di tutte le truppe nella Tracia, nella Mesia, nella Dacia, nella Pannonia e nella Dalmazia, collo stipendio del Prefetto dell’Egitto, con gli onori del Proconsole dell’Affrica, e con la sicura speranza del Consolato. Per le sue vittorie sopra i Goti egli meritò dal Senato l’onore di una statua, ed eccitò i gelosi timori di Gallieno. Era impossibile che un soldato stimar potesse un Sovrano così dissoluto, ed un giusto disprezzo si può difficilmente celare. Alcune imprudenti espressioni proferite da Claudio, furono officiosamente riportate a Gallieno. La risposta dell’Imperatore ad un Uffiziale di confidenza, dipinge al vivo il carattere di lui e quello dei tempi. «Niente vi è che dar mi possa un più serio disgusto che la notizia contenuta nell’ultimo vostro dispaccio4; che alcune maligne suggestioni abbiano indisposto contro noi l’animo del nostro amico e Padre Claudio. Per quella fedeltà che ci dovete, usate ogni mezzo per quietare il suo risentimento, ma conducete l’affare con secretezza; non venga questo a notizia dei soldati della Dacia; sono essi già provocati, e ciò potrebbe infiammare il loro furore. Io stesso ho mandati a lui alcuni doni; sia vostra cura ch’egli con piacere li accetti. Sopra tutto fate ch’ei non sospetti ch’io sono informato della sua imprudenza. Il timor del mio sdegno potrebbe indurlo a disperate risoluzioni»5. I doni che accompagnavano questa umile lettera, colla quale il Monarca, procurava di riconciliare a sè il malcontento suo suddito, consistevano in una considerabil somma di danaro, in abiti magnifici ed in un ricco vasellame d’oro e d’argento. Con tali arti Gallieno addolcì lo sdegno, e dissipò i timori del suo illirico Generale; ed in tutto il rimanente di quel regno fu la formidabile spada di Claudio sempre sguainata per la causa di un Sovrano da lui disprezzato. Vero è, ch’egli ricevè finalmente dai congiurati l’insanguinata porpora di Gallieno; ma egli era stato lontano dal loro campo e dai loro consigli; e benchè forse lodasse il fatto, possiamo francamente presumere, ch’egli non fosse reo di alcuna antecedente notizia6. Quando Claudio salì sul trono, era quasi nell’età di cinquantaquattr’anni.

L’assedio di Milano fu tuttavia continuato, ed Aureolo presto si avvide, che i suoi artifizj non avevano avuto altro successo che di suscitargli un più risoluto avversario. Tentò egli di aprire con Claudio un trattato di alleanza e di divisione. «Ditegli» (replicò l’intrepido Imperatore) «che se tali proposizioni fossero state fatte a Gallieno, egli forse le avrebbe pazientemente ascoltate, ed avrebbe accettato un collega disprezzabile al pari di lui7.» Questo duro rifiuto, ed un ultimo infelice sforzo obbligarono Aureole a rendersi con la città alla discrezione del vincitore. Il giudizio dell’esercito lo dichiarò degno di morte, e Claudio, dopo una debole resistenza, consentì che fosse la sentenza eseguita. Nè lo zelo dei Senatori fu meno ardente per la causa del loro nuovo Sovrano. Ratificarono forse con un sincero trasporto d’animo l’elezione di Claudio, e siccome il Predecessore si era mostrato personal nemico del loro ordine, così esercitarono sotto il velo della giustizia una severa vendetta contro gli amici o la famiglia di lui. Fu permesso al Senato di addossarsi l’odioso uffizio del castigo, e l’Imperatore si riservò il piacere ed il merito di ottener con la sua intercessione un atto di generale perdono8.

Questa ostentata clemenza mostra meno il vero carattere di Claudio di quel che il faccia una frivola circostanza, nella qual sembra ch’egli abbia obbedito ai dettami del suo cuore. Le frequenti ribellioni delle province avevano involto quasi ogni persona nel reato di tradimento, quasi ogni patrimonio nel caso di confiscazione, e Gallieno spesso mostrava la sua liberalità distribuendo tra i suoi uffiziali i beni dei sudditi. All’avvenimento di Claudio, una vecchia donna si gettò a’ suoi piedi, lagnandosi che ad un Generale dell’ultimo Imperatore era stato arbitrariamente donato il di lei patrimonio. Questo Generale era Claudio stesso, che non era rimasto interamente illeso dalla corruzione dei tempi. Arrossì l’Imperatore a questo rimprovero, ma si mostrò degno della confidenza che quella avea avuta nella sua giustizia. La confessione del suo fallo fu accompagnata da una subita ed ampia restituzione9.

Nell’arduo impegno, che Claudio aveva preso di ristabilire l’Impero nel suo antico splendore, era prima necessario di ravvivare tra le sue truppe un sentimento d’ordine e di obbedienza. Con l’autorità di un veterano Comandante, rappresentò loro, che il rilassamento della disciplina avea introdotta una lunga serie di disordini, dei quali finalmente i soldati stessi provavan gli effetti; che un popolo rovinato dall’oppressione, e indolente per la disperazione, non potea più lungamente somministrare ad un numeroso esercito il mantenimento non che le spese di lusso; che il pericolo di ogni individuo era cresciuto col dispotismo dell’ordine militare, poichè i Sovrani, che tremavan sul trono, provvedevano alla loro salvezza col pronto sacrifizio di ogni suddito colpevole. L’Imperatore si estese su i mali di uno sregolato capriccio, che i soldati potean soddisfare soltanto a spese del proprio sangue; giacchè le sediziose loro elezioni eran così spesso state accompagnate dalle guerre civili, che consumavano il fiore delle legioni o sul campo di battaglia o nel crudele abuso della vittoria. Dipinse egli coi più vivi colori lo stato dell’esausto tesoro, la desolazione delle province, il disonore del nome Romano, e l’insolente trionfo dei rapaci Barbari. Contro questi Barbari adunque egli dichiarò di voler dirigere il primo sforzo delle loro armi. Regnasse pur Tetrico per qualche tempo in Occidente, e conservasse pure Zenobia il dominio dell’Oriente10; questi usurpatori erano suoi personali nemici: nè potea egli pensare a soddisfare alcun privato risentimento, finchè salvato non avesse un Impero, la cui imminente rovina avrebbe (non essendo a tempo prevenuta) oppresso e l’esercito e il popolo.

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Le varie nazioni della Germania e della Sarmazia, che combattevano sotto le gotiche insegne, avevan già raccolta un’armata più formidabile di qualunque altra che mai fosse uscita dall’Eusino. Sulle rive del Niester, uno dei gran fiumi che sboccano in quel mare, essi costruirono una flotta di duemila o veramente di seimila vascelli11, numero, che per incredibil che possa sembrare, non sarebbe stato bastante a trasportare la loro pretesa armata di trecentoventimila Barbari. Qualunque esser potesse la forza reale dei Goti, il vigore ed il successo della spedizione non furono adeguati alla grandezza dei preparativi. Nel loro passaggio pel Bosforo gl’inesperti piloti furon vinti dalla violenza della corrente; e mentre la moltitudine dei loro vascelli era ristretta in un angusto canale, molti si ruppero urtando l’uno contro l’altro o contro la terra. Fecero i Barbari alcune discese sopra varie coste dell’Europa e dell’Asia, ma l’aperto paese era stato già devastato, ed essi furono con vergogna e perdita rispinti da molte fortificate città. Si sparse nella flotta lo sbigottimento e la divisione, e molti dei loro capi fecero vela verso l’isole di Creta e di Cipro; ma il grosso dell’armata, seguitando un corso più costante, si ancorò finalmente vicino alle falde del monte Atos, ed assalì la città di Tessalonica, opulenta capitale di tutte le province della Macedonia. I loro assalti, nei quali mostravano un feroce ma sregolato valore, furono presto interrotti dal rapido avvicinarsi di Claudio, che si affrettava ad una scena d’azione degna della presenza di un Principe bellicoso, alla testa di tutte le rimanenti forze dell’Impero. Non volendo sopportar la battaglia, i Goti levarono subito il campo, abbandonarono l’assedio di Tessalonica; e lasciando le loro navi al piede del monte Atos, traversarono le colline della Macedonia, e si spinsero avanti ad assalire l’ultima difesa dell’Italia.

Abbiamo ancora una lettera originale scritta da Claudio in questa memorabile occasione al Senato ed al Popolo. «Padri coscritti (scrive l’Imperatore) sappiate che trecentoventimila Goti hanno invaso il territorio romano. Se io vinco, la vostra gratitudine ricompenserà i miei servigi. Se cado, rammentatevi che sono successor di Gallieno. L’intera Repubblica è affaticata ed esausta di forze. Combatteremo dopo Valeriano, dopo Ingenuo, Regilliano, Lolliano, Postumo, Gelso, e mille altri che un giusto disprezzo per Gallieno spinse alla sedizione. Noi manchiamo di dardi, di lance e di scudi. La forza dell’Impero, la Gallia e la Spagna sono usurpate da Tetrico, e con rossore confessiamo che gli arcieri dell’Oriente servono sotto le insegne di Zenobia. Qualunque impresa facciamo, sarà questa grande abbastanza12.» Lo stile malinconico e risoluto di questa lettera annunzia un Eroe che non cura il suo fato, conosce il pericolo, ma ricava però dai suoi propri talenti una ben fondata speranza.

L’evento superò l’espettazione di lui e quella del Mondo. Colle più segnalate vittorie liberò l’Impero da quell’esercito di Barbari, e fu distinto dalla posterità colla gloriosa denominazione di Claudio Gotico. Le storie imperfette di una guerra irregolare13 non ci forniscono materiali bastanti per descrivere l’ordine e le circostanze delle imprese di lui; ma se ci fosse permessa una somigliante espressione, distribuir potremmo in tre atti questa memorabil tragedia. I. La decisiva battaglia fu data vicino a Naisso, città della Dardania. A principio le legioni diedero in volta, oppresse dal numero, e disanimate dalle loro sventure. Inevitabile era la rovina loro, se non avesse l’abilità dell’Imperatore preparato un opportuno soccorso. Un grosso distaccamento di soldati, uscendo dai secreti e difficili passi delle montagne, che per ordine di lui avevan occupati, assalì improvvisamente la retroguardia dei vittoriosi Goti. L’attività di Claudio profittò del favorevol momento. Rianimò egli il coraggio delle sue truppe, riordinò le lor file, ed incalzò i Barbari da ogni parte. Narrasi che fossero cinquantamila uomini uccisi nella battaglia di Naisso. Vari numerosi corpi di Barbari, coprendo la loro ritirata con una mobile fortificazione di carriaggi, si ritirarono, o piuttosto fuggirono da quel campo di strage. II. Possiamo presumere che qualche insuperabile difficoltà, forse la stanchezza, forse la disubbidienza dei vincitori, non permettesse a Claudio di compire in un giorno la distruzione dei Goti. La guerra si sparse per le province della Mesia, della Tracia e della Macedonia, e le sue operazioni si ridussero a varie mosse, e sorprese, e tumultuari combattimenti sì per mare che per terra. Quando i Romani soffrirono qualche perdita, ordinariamente ciò avvenne o per la loro codardia o per la loro temerità; ma i superiori talenti dell’Imperatore, la sua perfetta pratica dei paesi, e la giudiziosa sua scelta de’ provvedimenti e degli Uffiziali, assicurarono in moltissime occasioni il buon successo delle sue armi. L’immenso bottino, frutto di tante vittorie, consisteva la maggior parte in bestiami e schiavi. Uno scelto corpo della gotica gioventù venne ricevuto nelle truppe Imperiali; fu il rimanente venduto in ischiavitù; e fu il numero delle donne prigioniere tanto considerabile, che n’ebbe ogni soldato due o tre per sua parte: circostanza dalla quale si può concludere, che gl’invasori aveano qualche disegno di stabilirsi, non meno che di saccheggiare; giacchè in una navale spedizione ancora erano accompagnati dalle loro famiglie. III. La perdita della lor flotta, che fu o presa o sommersa, aveva impedita la ritirata dei Goti. I Romani avendo formato un vasto cerchio di posti, distribuiti con arte, sostenuti con coraggio, e che si ristringevano a poco a poco verso un centro comune, forzarono i Barbari a ritirarsi nelle più inaccessibili parti del monte Emo, dove trovarono un sicuro rifugio, ma una sussistenza assai scarsa. Nel corso di un rigoroso verno, nel quale furono assediati dalle truppe dell’Imperatore, la fame e la peste, la diserzione e la spada continuamente diminuirono quella imprigionata moltitudine. Al ritorno della primavera, non comparve in arme che una feroce e disperata truppa, residuo di quell’oste possente, che si era imbarcata alla foce del Niester.

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La peste, che tanti Barbari uccise, divenne finalmente fatale al lor vincitore. Dopo un breve ma glorioso regno di due anni, Claudio morì in Sirmio, in mezzo alle lagrime ed alle acclamazioni de’ sudditi. Nell’ultima sua malattia convocò i principali Ministri dello Stato e dell’esercito, e in lor presenza raccomandò Aureliano, uno dei suoi Generali, come il più degno del trono, ed il più atto ad eseguir il gran disegno, ch’egli stesso avea potuto soltanto intraprendere. Le virtù di Claudio, il suo valore, l’affabilità14, la giustizia e la temperanza, il suo amor per la gloria e per la patria lo pongono nel piccol numero di quegl’Imperatori, che aggiunsero lustro alla Romana porpora. Queste virtù per altro furono celebrate con particolar zelo e compiacenza dai cortigiani Scrittori del secolo di Costantino, il quale era bisnipote di Crispo, fratello maggiore di Claudio. La voce dell’adulazione imparò presto a ripetere, che gli Dei, i quali avean così frettolosamente tolto Claudio alla terra, ricompensarono il suo merito e la sua pietà perpetuando l’Impero nella sua famiglia15.

Non ostante questi oracoli, la grandezza dei Flavj (nome che a loro piacque di assumere) fu differita per più di vent’anni, e lo stesso innalzamento di Claudio cagionò l’immediata rovina del suo fratello Quintilio, il quale non ebbe moderazione o coraggio bastante per discendere nella privata condizione, a cui lo avea condannato il patriottismo dell’ultimo Imperatore. Senza indugio o riflessione egli prese la porpora in Aquileia, dove comandava forze considerabili; e benchè il suo regno durasse diciassette giorni soltanto, egli ebbe tempo di ottenere la sanzione del Senato, e di provare una sedizion delle truppe. Appena egli seppe che la grande armata del Danubio avea conferita l’autorità Imperiale al ben conosciuto valor di Aureliano, si sentì vinto dalla gloria e dal merito del suo rivale, e facendosi aprire le vene, prudentemente si ritirò dalla ineguale contesa16.

Il general disegno di quest’opera non ci permette di minutamente riferire le azioni di ogni Imperatore dopo il suo avvenimento al trono, molto meno di rintracciare le varie fortune della sua vita privata. Osserveremo soltanto che il padre di Aureliano era un contadino del territorio di Sirmio, il quale occupava una piccola tenuta appartenente ad Aurelio, ricco Senatore. Il bellicoso suo figlio, arrolato nelle truppe come soldato comune, divenne successivamente centurione, tribuno, prefetto di una legione, ispettore del campo, generale, ovvero (come allor si chiamava) duce di una frontiera; e finalmente nella guerra Gotica esercitò l’importante uffizio di primo comandante della cavalleria. In ogni grado si distinse per l’impareggiabil valore17, per la rigida disciplina, e per una fortunata condotta. Fu egli rivestito del Consolato dall’Imperator Valeriano, che lo chiama, nel pomposo linguaggio di quel secolo, il liberatore dell’Illirico, il ristauratore della Gallia, ed il rivale degli Scipioni. Per la raccomandazione di Valeriano, un Senatore del grado e del merito più cospicuo, Ulpio Crinito, il cui sangue derivava dalla stessa sorgente di quel di Traiano, adottò il contadino della Pannonia, diedegli in matrimonio la sua figlia, e sollevò con l’ampio suo patrimonio l’onorata povertà, che Aureliano avea mantenuta inviolata18.

Il regno di Aureliano durò solamente quattr’anni e quasi nove mesi; ma ogni momento di quel corto periodo fu illustrato da qualche memorabil prodezza. Egli terminò la guerra Gotica, castigò i Germani che invadevano l’Italia, ricuperò la Gallia, la Spagna, la Britannia dalle mani di Tetrico, e distrusse la superba monarchia, che Zenobia avea nell’Oriente innalzata sulle rovine dell’afflitto Impero.

Dovè Aureliano la continua fortuna delle sue armi alla rigorosa attenzione posta agli articoli anche più minuti della disciplina. I suoi militari regolamenti sono contenuti in una lettera assai concisa ad un subalterno Uffiziale, al quale comanda di porli in vigore, se desidera di divenir tribuno, o se gli è cara la vita. Il giuoco, il bere, e le arti della divinazione erano severamente proibite. Aureliano pretendeva che i suoi soldati fossero modesti, frugali e laboriosi; che sempre si mantenesser lucenti le loro armi, aguzze le spade, pronti i vestiti e i cavalli all’immediato servizio; che vivessero nei loro quartieri con castità e sobrietà, senza danneggiare i campi di grano, senza rubare neppure una pecora, un volatile, un grappolo di uva, senza esigere dai loro ospiti nè sale, nè olio, nè legna. «La pubblica paga (continua l’Imperatore) è bastante al loro sostentamento; le ricchezze debbono ricavarsi dalle spoglie de’ nemici e non dal pianto dei Provinciali19.» Un solo esempio servirà a mostrare il rigore, anzi la crudeltà di Aureliano. Un soldato avea sedotta la moglie del proprio ospite. Fu il misero colpevole legato a due alberi, che piegati a forza l’uno con l’altro, e di poi violentemente separandosi, stracciarono le di lui membra. Pochi consimili esempi impressero una salutevol costernazione. I castighi di Aureliano eran terribili, ma raramente ebbe occasione di punire due volte uno stesso delitto. La sua propria condotta dava la sanzione alle sue leggi, e le sediziose legioni temevano un Capo, che aveva imparato ad ubbidire, ed era degno di comandare.

La morte di Claudio avea rianimato il languente spirito dei Goti. Le truppe, che difendevano i passi del monte Emo e le rive del Danubio, erano state richiamate pel timore di una guerra civile, e sembra probabile, che il rimanente corpo delle Tribù Gotiche e Vandaliche, abbracciando la favorevole occasione, abbandonasse i suoi stabilimenti dell’Ucrania, attraversasse i fiumi, ed accrescesse con nuova moltitudine la devastatrice armata de’ suoi concittadini. Le loro truppe, riunite, furono alfine incontrate da Aureliano, ed il sanguinoso e dubbio conflitto finì solamente col venir della notte20. Spossati per tante calamità da loro vicendevolmente date e sofferte in una guerra di vent’anni, i Goti ed i Romani acconsentirono ad un durevole ed util trattato. Fu questo premurosamente richiesto dai Barbari, e con piacere ratificato dalle legioni, al voto delle quali il prudente Aureliano commise lo scioglimento di quella importante questione. Si obbligarono i Goti a fornire agli eserciti Romani un corpo di cavalleria di duemila ausiliari, e stipularono in contraccambio una sicura e tranquilla ritirata con un regolare mandato fino al Danubio, provveduto dalla cura dell’Imperatore, ma a lor proprie spese. Fu il trattato osservato con tanta religiosità, che quando una truppa di cinquecento uomini si staccò dal campo per far delle prede, il Re, ovvero il Generale dei Barbari, domandò che fosse il colpevole condottiero preso e saettato a morte, come vittima consacrata alla santità de’ loro trattati. È per altro verosimile, che la precauzione di Aureliano, il quale aveva ritenuto come ostaggi i figli e le figlie dei Gotici condottieri, contribuisse in qualche parte a questa pacifica disposizione. Egli educò i giovani all’esercizio dell’armi, e vicino alla sua propria persona; alle donzelle diede una liberale e romana educazione, e concedendole in matrimonio ad alcuni dei suoi principali Uffiziali, strinse a poco a poco le due nazioni coi più tenaci e cari legami21.

Ma la più importante condizione della pace fu piuttosto supposta che espressa nel trattato. Ritirò Aureliano le forze Romane dalla Dacia, e tacitamente abbandonò quella gran Provincia ai Goti ed ai Vandali22. Il suo maschio discernimento gli fe’ conoscere i vantaggi reali, e gl’insegnò a disprezzare il disonore apparente del ristringere in tal guisa le frontiere della Monarchia. I sudditi Daci, rimossi da quelle terre lontane, ch’essi non sapean nè coltivar nè difendere, aggiunsero forza e popolazione alla parte meridionale del Danubio. Un fertile territorio, cangiato in deserto dalle replicate scorrerie dei Barbari, fu ceduto alla loro industria; ed una nuova provincia della Dacia conservò sempre la memoria delle conquiste di Traiano. Nella Dacia antica, per altro, rimase un considerabil numero di abitatori, ai quali più che un Goto Sovrano fece orrore l’esilio23. Questi degenerati Romani continuarono ad essere utili all’Impero, introducendo tra i lor vincitori le prime idee dell’agricoltura, le arti utili, ed i comodi della vita civile. Si stabilì a poco a poco una comunicazione di commercio e di lingua tra le opposte rive del Danubio; e la Dacia, divenuta indipendente, fu spesso l’argine più saldo dell’Impero contro le invasioni dei selvaggi del Settentrione. Un sentimento d’interesse legava all’alleanza di Roma questi Barbari inciviliti; ed un interesse costante si converte bene spesso in sincera ed utile amicizia. Questa mista colonia, che occupava l’antica provincia, e si era insensibilmente confusa in un popolo numeroso, riconosceva tuttavia il superior nome, o l’autorità della Gotica Tribù, e pretendeva l’immaginario onore di trarre dalla Scandinavia l’origine. Nel tempo stesso la fortunata, benchè casuale somiglianza del nome di Geti, infuse tra i creduli Goti una vana credenza, che nei tempi remoti i loro antenati, già stabiliti nelle province della Dacia, avessero ricevute le istruzioni di Zamolsi e represse le vittoriose armi di Sesostri e di Dario24.

Mentre la vigorosa e moderata condotta di Aureliano ristabiliva la frontiera dell’Illirico, gli Alemanni25 violarono le condizioni della pace o comprate da Gallieno o imposte da Claudio, ed animati dalla impaziente lor gioventù, corsero improvvisamente alle armi. Quarantamila cavalli26 e un doppio numero di fanti27 apparvero in campo. I primi oggetti della loro avarizia furono alcune poche città della Retica frontiera; ma presto crescendo col buon successo le loro speranze, sparsero gli Alemanni con rapida mossa la devastazione dalle rive del Danubio a quelle del Po28.

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L’Imperatore seppe quasi nel tempo stesso l’irruzione e la ritirata dei Barbari. Radunato un attivo corpo di truppe, marciò con silenzio e prestezza lungo l’Ercinia Foresta; e gli Alemanni, carichi delle spoglie dell’Italia, arrivarono al Danubio, non sospettando, che sull’opposta riva ed in un posto vantaggioso stesse celato un esercito Romano, disposto ad impedire il loro ritorno. Aureliano favorì la fatal confidenza dei Barbari, e lasciò che quasi metà delle lor forze passasse il fiume senza precauzione veruna. La situazione e la sorpresa loro gli procuravano una facil vittoria; e la sua ferma condotta ne accrebbe il vantaggio. Disponendo le legioni in forma di semicerchio, avanzò i due corni verso il Danubio, e volgendoli a un tratto verso il centro, circondò la retroguardia dei Germani. I Barbari smarriti, dovunque gettasser lo sguardo, vedevano con disperazione un paese deserto, un fiume rapido e profondo, ed un vittorioso ed implacabil nemico.

Ridotti a questa infelice condizione, non isdegnarono gli Alemanni di presto implorare la pace. Aureliano ricevè i loro Ambasciatori alla testa del suo campo, e con tutta la pompa marziale, che potesse mostrare la grandezza e la disciplina romana. Erano le legioni sulle armi in bene ordinate schiere ed in profondo silenzio. I principali Comandanti, distinti colle insegne del loro grado, stavano a cavallo dall’uno e dall’altro lato del trono Imperiale. Dietro al trono s’innalzavano sopra lunghe picche, coperte d’argento, le sacre immagini dell’Imperatore e de’ suoi Predecessori29, le Aquile d’oro, ed i vari titoli delle legioni, a lettere d’oro scolpiti. Quando prese Aureliano il suo posto, il suo nobile portamento e la sua maestosa figura30 insegnarono ai Barbari a venerare la persona non meno che la porpora del lor vincitore. Caddero in silenzio gli ambasciatori al suolo prostesi. Fu ad essi ordinato di alzarsi e permesso di favellare. Coll’assistenza degl’interpreti estenuarono eglino la loro perfidia, ma giustificarono le loro imprese, si estesero sulle vicende della fortuna e su i vantaggi della pace, e con inopportuna confidenza richiesero un abbondante sussidio, quasi prezzo dell’alleanza, ch’essi offrivano ai Romani.

Fu la risposta dell’Imperatore aspra ed imperiosa. Trattò la loro offerta con disprezzo, e con indignazione la loro richiesta; rimproverò ai Barbari la loro ignoranza nelle arti della guerra e nelle leggi della pace, e finalmente li licenziò colla sola scelta di rendersi a discrezione, o di aspettare la maggior severità dal suo risentimento31. Aveva Aureliano restituita ai Goti una remota provincia; ma era pericoloso il fidarsi o il perdonare a que’ perfidi Barbari, la cui formidabil potenza teneva l’Italia stessa in continui timori.

Pare che immediatamente dopo questo congresso, qualche improvviso evento richiedesse la presenza dell’Imperatore nella Pannonia. Lasciò egli a’ suoi Generali la cura di compiere la distruzione degli Alemanni o col ferro, o col più sicuro mezzo della fame. Ma l’attiva disperazione ha spesso trionfato dell’indolente confidenza nella fortuna. Vedendo i Barbari ch’era impossibile traversare il Danubio ed il campo Romano, ruppero i posti della retroguardia, ch’erano, o più debolmente, o meno diligentemente difesi, e con incredibil prestezza, ma per diverso cammino, ritornarono verso i monti dell’Italia32. Aureliano, che riguardava la guerra come affatto finita, ricevè la mortificante notizia della fuga degli Alemanni e della devastazione da essi fatta nel territorio di Milano. Fu alle legioni ordinato di seguitare con tutta la speditezza, di cui erano capaci quei gravi corpi, la rapida fuga di un nemico, l’infanteria e la cavalleria del quale si muovevano quasi con egual celerità. Pochi giorni dopo, l’Imperatore istesso mosse al soccorso dell’Italia conducendo uno scelto corpo di ausiliari (fra i quali vi erano gli ostaggi e la cavalleria dei Vandali) e tutte le guardie Pretoriane, che avevano servito nelle guerre fatte già sul Danubio33.

Essendosi le truppe leggiere degli Alemanni sparse dalle Alpi agli Appennini, la continua vigilanza di Aureliano e dei suoi Uffiziali fu occupata in discoprire, assaltare e perseguitare i numerosi loro distaccamenti. Non ostante l’irregolarità di questa guerra, vengono menzionate tre considerabili battaglie, nelle quali le forze principali delle due armate si azzuffarono ostinatamente34. Fu vario il successo. Nel primo combattimento vicino a Piacenza, i Romani riceverono un colpo sì forte, che, secondo l’espressione di uno scrittore parzialissimo di Aureliano, si temè l’immediata ruina dell’Impero35. Gli accorti Barbari, che aveano circondati i boschi, assalirono improvvisamente le legioni nell’oscurità della sera, e (come è molto probabile) dopo la fatica e il disordine di una lunga marcia. Non poterono i Romani resistere alla furia del loro assalto, ma finalmente, dopo una terribile strage, la paziente costanza dell’Imperatore riordinò le suo truppe, e ristabilì in qualche modo l’onore delle armi sue. La seconda battaglia s’ingaggiò vicino a Fano nell’Umbria, sul terreno, che cinquecento anni avanti era stato fatale al fratello di Annibale36. Cotanto i fortunati Germani si erano avanzati lungo la via Emilia e Flaminia, con idea di saccheggiare la mal difesa padrona del Mondo! Ma Aureliano, che vigilando alla salvezza di Roma, era sempre loro alle spalle, trovò quivi il decisivo momento di dar loro una totale ed irreparabil disfatta37. Il fuggitivo residuo del loro esercito venne esterminato in una terza ed ultima battaglia vicino a Pavia; e fu l’Italia liberata dalle irruzioni degli Alemanni.

La paura è stata la prima madre della superstizione, ed ogni nuova calamità induce i tremanti mortali a scongiurar lo sdegno dei loro invisibili nemici. Benchè la migliore speranza della Repubblica fosse nel valore e nella condotta di Aureliano, pure fu tale la pubblica costernazione, quando i Barbari erano a momenti aspettati alle porte di Roma, che per decreto del Senato si consultarono i libri Sibillini. Lo stesso Imperatore, per religione o per politica, raccomandò questo salutevole provvedimento, biasimò la lentezza del Senato38, e si esibì di supplire a qualunque spesa, e di dare qualunque animale e qualunque schiavo d’ogni nazione che gli Dei richiedessero. Non ostante questa liberale offerta, non sembra che alcuna vittima umana espiasse col suo sangue i peccati del popol Romano. I libri Sibillini imposero cerimonie più miti: processioni di Sacerdoti in bianche vesti, accompagnati da un coro di giovani e di vergini; lustrazioni della città e dell’adiacente campagna, e sacrifizi la cui potente influenza impedisse ai Barbari il passo nella mistica terra, sulla quale si erano celebrati. Queste superstizioni, benchè puerili in se stesse, servirono al buon esito della guerra; e se nella decisiva battaglia di Fano, gli Alemanni sognarono di vedere un’armata di spettri, combattenti in favor d’Aureliano, egli ricevè un vero ed effettivo aiuto da questo immaginario rinforzo39.

Ma non ostante qualunque fidanza aver si potesse negl’ideali ripari, pure l’esperienza del passato e il timor del futuro, indussero i Romani a costruire fortificazioni di un genere più saldo e più sostanziale. I successori di Romolo aveano circondato i Sette Colli di Roma con un antico muro di più di tredici miglia40. Un recinto sì vasto può sembrare sproporzionato alla forza ed alla popolazione di quello Stato nascente. Ma era necessario di assicurare una vasta estensione di pascoli e di terreno dalle frequenti ed improvvise incursioni dei popoli del Lazio, perpetui nemici della Repubblica. Crescendo la Romana grandezza, si accrebbe a poco a poco la città, e la sua popolazione occupò tutto lo spazio voto, aprì le inutili mura, coprì il campo Marzio, e da ogni parte seguitò le pubbliche strade maestre con lunghi e bei sobborghi41. L’estensione delle nuove mura, erette da Aureliano e terminate sotto il regno di Probo, era magnificato dall’opinione popolare quasi a cinquanta miglia42, ma le accurate misure la ridussero intorno a ventuno43. Era questo un grande, ma tristo lavoro, giacchè i ripari della Capitale svelavano la decadenza della Monarchia. I Romani dei secoli più felici, che affidarono alle armi delle legioni la sicurezza dei campi delle frontiere44, erano ben lontani dal sospettare in alcun modo, che si dovesse mai per necessità fortificare la sede dell’Impero contro le irruzioni dei Barbari45.

La vittoria di Claudio su i Goti, e il fortunato successo di Aureliano contro gli Alemanni aveano già restituito alle armi Romane l’antica lor superiorità sopra le Barbare nazioni del Settentrione. Il punire i domestici tiranni, e riunire le smembrate parti dell’Impero era un’impresa riservata all’ultimo di questi bellicosi Imperatori. Quantunque fosse stato riconosciuto dal Senato e dal Popolo, le frontiere dell’Italia, dell’Africa, dell’Illirico e della Tracia ristringevano i confini del suo dominio. La Gallia, la Spagna e la Britannia, l’Egitto, la Siria e l’Asia minore erano tuttavia possedute da due ribelli, che soli di una lista sì numerosa, erano sino allora andati esenti dai pericoli della lor condizione; e per render compita l’ignominia Romana, due donne erano le usurpatrici di quei troni rivali.

S’era veduta nella Gallia una rapida successione di Monarchi, innalzati e caduti. La rigida virtù di Postumo non servì che ad accelerare la sua rovina. Egli dopo d’aver oppresso un competitore, ch’aveva presa in Magonza la porpora ricusò di concedere alle sue truppe il sacco di quella ribelle città; e nel settimo anno del regno suo divenne la vittima della loro delusa avarizia46. La morte di Vittorino, amico e collega di Postumo, fu prodotta la più piccola causa. Le luminose qualità47 di questo Principe erano oscurate da una licenziosa passione, ch’egli soddisfaceva con atti di violenza, senza aver quasi riguardo alle leggi della società, o a quelle ancor dell’amore48. Egli fu trucidato a Colonia da una congiura di gelosi mariti, la cui vendetta potrebbe sembrare più giustificabile, se risparmiato avessero l’innocente suo figlio. Dopo la strage di tanti Principi valorosi, è in certo modo mirabile, che una donna contenesse per lungo tempo le feroci legioni della Gallia, ed è cosa più singolare, che questa donna fosse la madre dell’infelice Vittorino. Coi suoi artifizi e colle sue ricchezze potè Vittoria collocar successivamente sul trono Mario e Tetrico, e regnare con maschio vigore sotto il nome di questi dipendenti Imperatori. La moneta di rame, di argento, e di oro si coniava in suo nome; essa prese i titoli di Augusta e di Madre degli eserciti: il suo potere finì solamente colla sua vita; ma fu questa forse accorciata dalla ingratitudine di Tetrico49.

[A.D. 271]

Quando ad istigazione dell’ambiziosa sua protettrice assunse Tetrico le regie insegne, egli era Governatore della tranquilla provincia dell’Aquitania, impiego convenevole al suo carattere ed alla sua educazione. Egli regnò per quattro o cinque anni sulla Gallia, sulla Spagna e sulla Britannia, schiavo e Sovrano di un licenzioso esercito, ch’egli temeva, e dal quale era sprezzato. Il valore e la fortuna di Aureliano gli aprirono finalmente la strada alla libertà. Egli si arrischiò a svelare la trista sua situazione, e scongiurò l’Imperatore di affrettarsi a soccorrere il suo infelice rivale. Questa segreta corrispondenza, se fosse giunta all’orecchie dei soldati, molto probabilmente avrebbe costato a Tetrico la vita; nè poteva egli deporre lo scettro dell’Occidente senza commettere un atto di tradimento contro se stesso. Egli finse che vi fosse apparenza di una guerra civile, condusse in campo le sue forze contro Aureliano, le ordinò nella maniera più svantaggiosa, svelò i suoi propri consigli al nemico, e con pochi scelti amici disertò sul principio dell’azione. Le ribelli legioni, benchè disordinate e sconcertate dall’inaspettato tradimento del loro Capo, si difesero però con disperato valore, finchè furono quasi tutte tagliate a pezzi in quella sanguinosa e memorabil battaglia, che seguì vicino a Chalons nella Sciampagna50. La ritirata degli ausiliari irregolari Franchi e Batavi51, che il vincitore presto costrinse o persuase a ripassare il Reno, ristabilì l’universale tranquillità, e l’autorità di Aureliano fu riconosciuta dalla muraglia d’Antonino alle colonne d’Ercole.

Fino dal regno di Claudio la Città di Autun, sola e senza soccorso, avea osato dichiararsi contro le legioni della Gallia. Dopo un assedio di setto mesi esse rovinarono e saccheggiarono quella sfortunata città già desolata dalla fame52. Lione, al contrario, avea resistito con ostinata avversione alle armi di Aureliano. Si legge il castigo di Lione53, ma non si trovano mentovate le ricompense di Autun. Tale in verità è la politica della guerra civile, ricordarsi severamente delle ingiurie, ed obbliare i più importanti servigi. La vendetta è proficua, la gratitudine è dispendiosa.

[A.D. 272]

Appena Aureliano si fu assicurato della persona e delle province di Tetrico, rivolse le sue armi contro Zenobia, quella celebre Regina di Palmira e dell’Oriente. L’Europa moderna ha prodotte varie femmine illustri, che hanno sostenuto con gloria il peso del regno; nè il nostro secolo è privo di sì distinti caratteri. Ma, eccettuando le dubbie imprese di Semiramide, Zenobia è forse l’unica donna, il cui genio superiore si sia sollevato dalla servile indolenza, imposta al suo sesso dal clima e dai costumi dell’Asia54. Essa vantava la sua origine dai Re Macedoni dell’Egitto, uguagliava in bellezza la sua antenata Cleopatra, e superava d’assai questa Principessa nella castità55 e nel valore. Era Zenobia stimata la più amabile e la più eroica del suo sesso. Era di carnagione bruna (giacchè parlando di una Signora queste piccole cose divengono importanti); i suoi denti erano di una bianchezza di perla, e ne’ suoi grandi e neri occhi scintillava un insolito fuoco, temperato dalla più lusinghiera dolcezza. Forte ed armoniosa aveva la voce. Il suo maschio intelletto era rinvigorito ed adornato dallo studio. Non era ella ignara della lingua Latina, e possedeva con ugual perfezione il linguaggio Greco, l’Egiziano e il Siriaco. Avea disteso per suo proprio uso un Epitome della Storia Orientale, e familiarmente paragonava le bellezze di Omero e di Platone dietro la scorta del sublime Longino.

Questa perfetta donna sposò Odenato, che dalla condizione di privato s’innalzò alla Sovranità dell’Oriente. Divenne essa ben tosto amica e compagna di quest’Eroe. Negl’intervalli della guerra si dilettava Odenato estremamente della caccia; egli inseguiva con ardore le fiere dei deserti, leoni, pantere ed orsi; e l’ardor di Zenobia in quel pericoloso divertimento non era punto inferiore. Avea essa avvezzato il suo temperamento alla fatica, sdegnava l’uso di un cocchio coperto, compariva ordinariamente a cavallo in abito militare, e marciava talvolta per molte miglia a piedi alla testa delle sue truppe. I felici successi di Odenato furono attribuiti in gran parte all’incomparabile di lei prudenza e valore. Le illustri loro vittorie sopra il gran Re, che per due volte perseguitarono fino alle porte di Ctesifone, gettarono i fondamenti della comune lor fama e potenza. Le armate, ch’essi comandavano, e le Province ch’aveano salvate, non riconoscevano per Sovrani che i due lor Capi invincibili. Il Senato e il popolo Romano riverivano uno straniero, che vendicato avea il prigioniero loro Imperatore, e l’insensibil figlio di Valeriane riconobbe perfino Odenato come suo collega legittimo.

[A.D. 267]

Dopo una felice spedizione contro i Goti, devastatori dell’Asia, il Principe di Palmira ritornò alla Città di Emesa nella Siria. Invincibile nella guerra, fu ivi ucciso per domestico tradimento, ed il suo favorito divertimento della caccia fu la cagione, o l’occasione almeno della sua morte56. Il suo nipote Meonio pretese di lanciare il suo dardo prima di quel dello zio; e benchè avvertito del fallo, ripetè la medesima insolenza. Fu Odenato irritato come Monarca e come cacciatore: tolse egli al temerario giovane il cavallo, segno d’ignominia tra i Barbari, e lo castigò con un breve confine. Fu presto dimenticata l’offesa, ma non il castigo; e Meonio con pochi arditi congiurati in mezzo ad una gran festa assassinò il suo zio. Erode, figlio di Odenato, benchè non di Zenobia, giovane di carattere dolce ed effemminato57 fu ucciso col padre. Ma Meonio altro non ottenne con questo sanguinoso misfatto, che il piacere di vendicarsi. Ebbe appena tempo di prendere il nome di Augusto, avanti che lo sacrificasse Zenobia alla memoria del suo consorte58.

Con l’assistenza de’ suoi più fidi amici essa occupò immediatamente il trono vacante, e governò per più di cinque anni coi suoi virili consigli Palmira, la Siria e l’Oriente. Colla morte di Odenato spirava quell’autorità, che il Senato avea ad esso conceduta soltanto come una personal distinzione; ma la guerriera sua Vedova, disprezzando il Senato e Gallieno, costrinse uno de’ Generali Romani, mandato contro di lei, a ritirarsi nell’Europa con la perdita dell’esercito e della sua fama59. In vece di piccole passioni, che agitano così spesso un regno femminile, la salda amministrazione di Zenobia era regolata dalle più giudiziose massime di politica: se era espediente il perdonare, sapeva essa colmare il suo risentimento: se necessario era punire sapeva impor silenzio alle voci della pietà. L’esatta sua economia tacciata fu di avarizia; pure in ogni conveniente occasione si mostrava e magnifica e liberale. I vicini Stati dell’Arabia, dell’Armenia e della Persia temerono la sua inimicizia, e domandarono la sua alleanza. Ai dominj di Odenato, che si estendevano dall’Eufrate alle frontiere della Bitinia, la di lui Vedova aggiunse l’eredità de’ suoi antenati, il popolato e fertil regno d’Egitto. L’Imperator Claudio riconobbe il merito di lei, e si contentò, che mentre egli continuava la guerra Gotica, ella sostenesse l’onor dell’Impero in Oriente60. La condotta però di Zenobia fu accompagnata da qualche ambiguità; e non è improbabile, che concepito avesse il disegno di erigere una Monarchia indipendente e nemica. Ella unì alle popolari maniere dei Principi Romani la splendida pompa delle Corti dell’Asia, e pretese da’ suoi sudditi le medesime adorazioni, che si prestavano ai successori di Ciro. Dette essa ai suoi figli61 un’educazione Latina, e spesso li presentò alle truppe ornati della Porpora Imperiale. Riservò per se stessa il diadema col magnifico, ma incerto, titolo di Regina dell’Oriente.

[A. D. 272]

Quando passò Aureliano nell’Asia contro un’avversaria, cui non altro che il sesso render poteva un oggetto di disprezzo, la sua presenza ridusse all’ubbidienza la provincia della Bitinia, già vacillante per le armi e per gl’intrighi di Zenobia62. Avanzandosi alla testa delle legioni egli ricevè la sommissione di Ancira, e pel tradimento di un perfido cittadino fu ammesso in Tiana dopo un assedio ostinato. Il generoso, benchè fiero carattere di Aureliano, abbandonò il traditore al furor dei soldati: una superstiziosa venerazione lo indusse a trattar con clemenza i concittadini del filosofo Apollonio63. Rimase Antiochia deserta al suo avvicinarsi, finchè l’Imperatore con salutevoli editti richiamò i fuggitivi, ed accordò un general perdono a tutti quelli, che per necessità piuttosto che per elezione si erano impegnati al servizio della Regina di Palmira. L’inaspettata moderazione di una tal condotta riconciliò gli animi dei Sirj, e fino alle porte di Emesa i voti dei popoli secondarono il terrore delle armi Imperiali64.

Sarebbe stata Zenobia indegna della sua rinomanza, se avesse indolentemente permesso all’Imperator d’Occidente di avvicinarsi dentro le cento miglia verso la sua Capitale. Il destino dell’Oriente fu deciso in due gran battaglie, tanto simili in quasi tutte le circostanze, che possiamo appena distinguere l’una dall’altra, fuorchè osservando, che la prima seguì vicino ad Antiochia65, e la seconda vicino ad Emesa66. In ambedue, la Regina di Palmira animò gli eserciti con la sua presenza, ed affidò l’esecuzione degli ordini suoi a Zabdas, che già segnalato avea i suoi talenti militari, con la conquista dell’Egitto. Le numerose forze di Zenobia consistevano per la maggior parte in arcieri leggieri ed in cavalleria grave, tutta armata di ferro. I cavalli Mori ed Illirici di Aureliano non poterono resistere all’urto gravissimo dei loro antagonisti. Fuggirono in un vero o simulato disordine; impegnarono i Palmireni in un faticoso inseguimento; gli stancarono con varie piccole scaramucce; e finalmente sconfissero quell’impenetrabile, ma poco agil corpo di cavalleria. L’infanteria leggiera frattanto, quando vote ebbe le faretre, restando senza difesa contro un più stretto assalto, espose i nudi fianchi alle spade delle legioni. Aureliano avea scelto queste truppe veterane ch’erano ordinariamente accampate sulle rive del Danubio superiore, ed il valor delle quali era stato severamente provato nella guerra Alemannica67. Fu impossibile a Zenobia, dopo la disfatta di Emesa, di radunare una terza armata. Fino alle frontiere dell’Egitto le nazioni soggette al suo Impero si erano poste sotto l’insegna del vincitore, che mandò Probo, il più valoroso dei suoi Generali, ad impadronirsi delle province egiziane. Palmira fu l’ultimo asilo della vedova di Odenato. Ritiratasi dentro le mura della sua Capitale, fece ogni preparativo per una vigorosa resistenza, e dichiarò con l’intrepidezza di una Eroina, che l’ultimo momento del suo regno lo sarebbe ancora della sua vita.

In mezzo agli sterili deserti dell’Arabia s’innalzano alcuni pochi pezzi di coltivati terreni, quasi isole di quell’Oceano arenoso. Il nome stesso di Tadmor, o Palmira, nella lingua siriaca e nella latina denotava una moltitudine di palme, che davano ombra e verdura a quella temperata regione. Pura era l’aria; ed il suolo, irrigato da alcuni piccoli ruscelli, era capace di produrre frutti e grano. Un luogo, fornito di vantaggi tanto singolari, e situato in giusta distanza68 tra il golfo Persico ed il Mediterraneo, fu presto frequentato dalle carovane, che portavano alle nazioni Europee una considerabil porzione delle ricche merci dell’India. Palmira divenne insensibilmente una doviziosa ed indipendente città, ed unendo le Monarchie dei Romani e dei Parti cogli scambievoli vantaggi del commercio, potè conservare un’umile indipendenza, finchè alla fine dopo le vittorie di Traiano cadde quella piccola Repubblica in poter di Roma, e fiorì per più di centocinquanta anni nell’onorifico, ma subordinato grado di colonia. Durante questo pacifico periodo, se giudicar si può da poche iscrizioni rimasteci, gli opulenti Palmireni costruirono quei tempj, quei palazzi, quei portici di greca architettura, le cui rovine, sparse per l’estensione di varie miglia, hanno meritata la curiosità dei nostri viaggiatori. Parve che l’esaltazione di Odenato e di Zenobia aggiungesse nuovo splendore alla sua patria, e Palmira per un tempo stette rivale di Roma: ma fu la gara fatale, e molti secoli di prosperità furono sacrificati ad un momento di gloria69.

Nella sua marcia sull’arenoso deserto tra Emesa e Palmira fu Aureliano continuamente infestato dagli Arabi, nè potè sempre difendere il suo esercito, e specialmente il suo bagaglio da quelle volanti truppe di ladri attivi ed arditi, i quali aspettavano il momento della sorpresa, e deludevano il lento perseguire delle legioni. L’assedio di Palmira fu un oggetto assai più pericoloso ed importante, e l’Imperatore istesso, che con continuo vigore animava in persona gli assalti, venne ferito da un dardo. «Il popolo Romano» (dice Aureliano in una lettera originale) «parla con disprezzo della guerra, che io sostengo contro una donna. Egli non conosce il carattere, nè la potenza di Zenobia. È impossibile di enumerare i suoi bellici preparativi di pietre, di dardi, e di ogni sorta di armi lanciabili. Ogni parte delle mura è munita di due o tre baliste, e dalle sue macchine militari escono fuochi artificiali. Il timor del castigo l’ha armata di un disperato coraggio. Pure io confido tuttavia nelle Deità protettrici di Roma, che sono finora state favorevoli ad ogni mia impresa70». Incerto però della protezione degli Dei e dell’esito dell’assedio, Aureliano stimò più prudente consiglio di offerire articoli di una vantaggiosa capitolazione; alla Regina, un magnifico ritiro; ai Cittadini, i loro antichi previlegi. Furono rigettate ostinatamente le sue offerte, e dall’insulto fu accompagnato il rifiuto.

La costanza di Zenobia era sostenuta dalla speranza, che in breve la fame costringerebbe l’esercito Romano a ripassare il deserto; e dalla ragionevole aspettativa, che i Re dell’Oriente, e specialmente il Monarca Persiano, si armerebbero in difesa della loro più naturale alleata. Ma la fortuna e la perseveranza di Aureliano superarono ogni ostacolo. La morte di Sapore, che accadde verso quel tempo71, divise i Consigli della Persia, ed i piccoli soccorsi, co’ quali si tentò di sollevare Palmira, furono facilmente intercetti o dalle armi, o dalla liberalità dell’Imperatore. Da ogni parte della Siria, una regolar successione di convogli arrivava sicuramente al campo, che fu aumentato pel ritorno di Probo colle vittoriose sue truppe dalla conquista dell’Egitto. Allora fu che Zenobia risolvè di fuggire. Montò essa sul più veloce de’ suoi dromedari72, ed era ormai giunta alle rive dell’Eufrate, quasi sessanta miglia da Palmira, quando fu sopraggiunta dai cavalli leggieri di Aureliano, che l’inseguivano, e presa e ricondotta indietro cattiva ai piedi dell’Imperatore. Subito dopo si arrese la sua Capitale, e fu trattata con inaspettata dolcezza. Le armi, i cavalli e i cammelli, con un immenso tesoro di oro, di argento, di seta e di pietre preziose, tutto fu dato al vincitore, che lasciando solamente una guarnigione di seicento arcieri, ritornò ad Emesa, ed impiegò qualche tempo in distribuire e premj e castighi nel fine di una guerra sì memorabile, la quale restituiva all’ubbidienza di Roma quelle Province, che fino dalla prigionia di Valeriano se n’eran sottratte.

Quando la Regina della Siria fu condotta alla presenza di Aureliano, questi le domandò fieramente, come avesse preteso di armarsi contro gl’Imperatori di Roma? La risposta di Zenobia fu una prudente mescolanza di rispetto e di fermezza. «Perché io sdegnava di riguardare un Aureolo, ed un Gallieno come Imperatori Romani. Riconosco voi solo per mio vincitore e Sovrano73». Ma siccome la fortezza nelle femmine è comunemente artificiale, così rare volte è stabile e consistente. Il coraggio di Zenobia la abbandonò nell’ora del cimento, ella tremò ai rabbiosi clamori de’ soldati, che alto chiedevan l’immediata sua morte, obbliò la generosa disperazione di Cleopatra, che si era proposta per suo modello, ed ignominiosamente comprò la vita col sacrifizio della sua fama e dei suoi amici. Ai loro consigli, che governavano la debolezza del suo sesso, essa imputò la colpa dell’ostinata sua resistenza, e sopra le loro teste cader fece la vendetta del crudele Aureliano. La fama di Longino, che fu incluso tra le numerose, e forse innocenti vittime del di lei timore, sopravviverà a quella della Regina, che lo tradì, o del tiranno che lo condannò. La dottrina e l’ingegno erano incapaci di muovere un feroce ed ignorante soldato, ma aveano servito ad elevare ed armonizzare l’animo di Longino. Senza mandare un gemito, seguì egli tranquillamente il carnefice, compiangendo la sua infelice Sovrana, e consolando gli afflitti suoi amici74.

Nel ritornare dalla conquista dell’Oriente, avea Aureliano già attraversato lo Stretto che divide l’Europa dall’Asia, quando fu irritato dalla notizia che i cittadini di Palmira aveano trucidato il Governatore e la guarnigione da esso ivi lasciata, ed inalberata di nuovo l’insegna della ribellione. Senza deliberare un momento egli volse un’altra volta la faccia verso la Siria. Antiochia fu spaventata dalla rapida di lui marcia, e la misera città di Palmira provò l’irresistibile peso del suo risentimento. Abbiamo una lettera di Aureliano medesimo, nella quale egli confessa75, che i vecchi, le donne, i fanciulli e gli agricoltori furono involti in quella terribile esecuzione, la quale avrebbe dovuto ristringersi ai soli armati ribelli; e benchè il suo principale interesse sembri diretto al ristauramento di un tempio del Sole, egli mostra qualche compassione pel rimanente dei Palmireni, ai quali concede la permissione di rifabbricare ed abitare la loro città. Ma è più facile distruggere che ristaurare. La sede del commercio, delle arti, e di Zenobia, divenne a poco a poco un’oscura città, una Fortezza di niun conto, e finalmente un miserabil villaggio. Gli attuali cittadini di Palmira, consistenti in trenta o quaranta famiglie, hanno eretto le fangose loro capanne dentro lo spazioso recinto di un magnifico Tempio.

Un’altra ed ultima fatica si preparava all’instancabile Aureliano, di opprimer cioè un pericoloso, benchè oscuro ribelle, che, durante la sollevazion di Palmira, era insorto sulle rive del Nilo. Fermo, amico ed alleato, com’egli stesso superbamente s’intitolava, di Odenato e Zenobia, altro non era che un ricco mercante dell’Egitto. Nel corso del suo commercio nell’India, egli avea stretto amicizia coi Saraceni e coi Blemmi, la cui situazione sull’una e l’altra costa del mar Rosso porgeva loro una facile introduzione nell’Egitto superiore. Egli infiammò gli Egiziani con la speranza della libertà; ed alla testa di quella furiosa moltitudine entrò a forza nella città di Alessandria, dove prese la Porpora Imperiale, fece batter moneta, pubblicò editti, e levò un’armata, che com’egli vanamente vantavasi, potea mantenere col solo profitto del commercio della carta. Tali truppe furono una debol difesa contro Aureliano; e sembra quasi inutile di riferire che Fermo fu sconfitto, preso, tormentato e posto a morte. Poteva allora Aureliano rallegrarsi col Senato, col popolo e con sè stesso, che in poco più di tre anni avea restituito la pace e l’ordine universale al mondo Romano.

[A.D. 274]

Dalla fondazione di Roma in poi, niun Generale avea più degnamente di Aureliano meritato un trionfo; nè mai trionfo alcuno fu celebrato con maggior fasto e magnificenza76. Cominciava la pompa con venti elefanti, quattro tigri reali e più di dugento de’ più curiosi animali di ogni clima del Settentrione, dell’Oriente e del Mezzogiorno. Erano questi seguitati da milleseicento gladiatori, destinati al crudel divertimento dell’anfiteatro. Le ricchezze dell’Asia, le armi e le insegne di tante vinte nazioni, e la magnifica argenteria e guardaroba della Regina della Siria eran disposte in esatta simmetria o con artificioso disordine. Gli Ambasciatori delle più lontane parti della terra, dell’Etiopia, dell’Arabia, della Persia, della Battriana, dell’India e della China, tutti riguardevoli per i loro ricchi o singolari vestimenti, mostravano la fama e la potenza del Romano Imperatore, che espose parimente alla pubblica vista i doni da lui ricevuti, e particolarmente un gran numero di corone d’oro, offerte dalle riconoscenti città. Le vittorie di Aureliano erano attestate dal lungo treno di schiavi Goti, Vandali, Sarmati, Alemanni, Franchi, Galli, Sirj ed Egizj, che lor malgrado ne seguitavano il trionfo. Ogni popolo era distinto colla sua particolare iscrizione, ed il titolo di Amazzoni fu dato a dieci marziali Eroine della nazione Gotica, che prese furon con le armi in mano77. Ma tutti gli occhi, senza curare la moltitudine dei prigionieri, erano fissi sull’Imperator Tetrico, e sulla Regina dell’Oriente. Il primo, insieme col suo figliuolo da lui creato Augusto, portava delle bracche all’uso dei Galli78, una tunica gialla ed una veste di porpora. La bella Zenobia era avvinta da ceppi d’oro; una schiava sosteneva l’aurea catena, che circondava il di lei collo, ed ella quasi sveniva sotto l’intollerabil peso dei gioielli. Essa precedeva a piedi il magnifico cocchio, sul quale aveva sperato una volta di entrare nelle porte di Roma. Era questo seguito da due altri cocchi, ancor più magnifici, di Odenato e del Monarca Persiano. Il carro trionfale di Aureliano (avea questo per l’avanti servito ad un Re Goto) era tirato in quella memorabile occasione o da quattro cervi o da quattro elefanti79. I più illustri fra i Senatori, il popolo e l’esercito chiudevano la processione solenne. Una sincera gioia, la maraviglia e la gratitudine aumentavano le acclamazioni della moltitudine; ma la soddisfazione dei Senatori era amareggiata della comparsa di Tetrico; nè poterono impedire un mormorio, in vedere che il superbo Imperatore esponesse così alla pubblica ignominia la persona di un Romano e di un Magistrato80.

Ma benchè, nel trattamento de’ suoi infelici rivali, soddisfacesse Aureliano la propria superbia, mostrò per essi tuttavia una generosa clemenza, raramente esercitata dagli antichi vincitori. I Principi, che con infelice successo aveano difeso il lor trono, o la lor libertà, erano sovente strangolati in prigione, subito che la pompa trionfale saliva sul Campidoglio. A questi usurpatori, la cui disfatta gli avea convinti del delitto di tradimento, fu permesso di passare la vita nell’opulenza, ed in un onorevol riposo. L’Imperatore regalò a Zenobia una bellissima villa a Tibure ovvero Tivoli, lontana quasi venti miglia dalla Capitale; la Regina della Siria divenne a poco a poco una Matrona Romana; le figliuole di lei si maritarono con persone di famiglie nobili, e la sua discendenza non era ancora estinta nel quinto secolo81. Tetrico ed il suo figliuolo furono ristabiliti nel loro grado e nei loro beni. Eressero sul Monte Celio un magnifico palazzo, ed appena fu terminato, invitarono a cena Aureliano. Fu egli al suo ingresso dilettevolmente sorpreso da un quadro rappresentante la loro singolare istoria. Erano essi dipinti, prima in atto di offrire all’Imperatore una corona civica e lo scettro della Gallia, e di poi in atto di ricever dalle mani di lui gli ornamenti della Dignità Senatoria. Ebbe quindi il padre il governo della Lucania82, ed Aureliano, che presto ammesse il deposto Monarca alla sua amicizia e conversazione, familiarmente gli domandò, se non era più desiderabile l’amministrare una Provincia dell’Italia, che il regnare di là dall’Alpi? Il figliuolo continuò lungamente ad essere un rispettabil membro del Senato; nè vi fu alcuno tra la Nobiltà Romana più stimato da Aureliano, e dai successori di lui83.

La pompa del trionfo di Aureliano fu così lunga e sì varia, che quantunque cominciasse all’alba, pure la lenta maestà della processione non salì sul Campidoglio prima dell’ora nona; ed era ormai sera quando tornò l’Imperatore al palazzo. La festa fu allungata con teatrali rappresentanze, i giuochi del Circo, la caccia delle fiere, i combattimenti dei gladiatori, e le battaglie navali. Furono all’esercito ed al popolo distribuiti liberali donativi; e varie istituzioni, o grate o utili alla città, contribuirono a perpetuare la gloria di Aureliano. Una considerabil porzione delle sue spoglie Orientali fu consacrata agli Dei di Roma; il Campidoglio, ed ogni altro tempio rilucevano per le offerte della sua fastosa pietà; e il solo tempio del Sole ricevè quasi quindicimila libbre di oro84. Quest’ultimo era d’una magnifica struttura, eretto dall’Imperatore sulla falda del Monte Quirinale, e dedicato, subito dopo il trionfo, a quel Nume, che Aureliano adorava come padre della sua vita e delle sue fortune. La madre di lui era stata una sacerdotessa inferiore in una cappella del Sole: una particolar devozione al Dio della Luce era un sentimento imbevuto, fin dall’infanzia, dal fortunato Agricoltore; ed ogni passo della sua elevazione, ogni vittoria del suo regno avvalorava la superstizione con la gratitudine85.

Le armi di Aureliano aveano vinto gli stranieri e i domestici nemici della Repubblica. Siamo assicurati, che con il suo salutevol rigore, i misfatti e le fazioni, le male arti e la perniciosa connivenza, fecondi germogli di un debole ed oppressivo governo, furono estirpati da tutto il mondo Romano87

Vopisco nella Stor. Aug. p. 221. . Ma se riflettiamo attentamente quanto più pronto è il progresso della corruzione, che la guarigione di essa, e se rammentiamo che il numero degli anni, abbandonati ai pubblici disordini, superava quello dei mesi destinati al marzial regno di Aureliano, dobbiam confessare che non bastavano pochi corti intervalli di pace per l’arduo lavoro di una riforma. Il suo tentativo, perfino di ristabilire la bontà della moneta, fu traversato da una formidabile sollevazione. Si scopre l’angustia dell’Imperatore in una delle sue private lettere. "Certamente" (dic’egli) "gli Dei han decretato che la mia vita sia una guerra continua. Una sedizione dentro le mura ha fatto nascere appunto adesso una guerra civile molto seria. Gli artefici della zecca, ad istigazione di Felicissimo, schiavo a cui ho affidato un impiego nelle Finanze, si mossero a ribellione. Son finalmente sedati: ma caddero uccisi nei conflitto settemila dei miei soldati, di quelle truppe, che stanno ordinariamente a quartiere nella Dacia, ed accampate lungo il Danubio86." Altri Scrittori, i quali confermano il medesimo fatto, aggiungono altresì che questo accadde subito dopo il trionfo di Aureliano; che la decisiva zuffa seguì sul Monte Celio; che i lavoranti della zecca aveano adulterata la moneta; che l’Imperatore ristabilì la pubblica fede, col dare moneta buona in cambio della cattiva, cui il popolo fu obbligato di portar al tesoro87.

Potremmo contentarci di riferire questo straordinario fatto, ma non possiamo dissimulare quanto nella presente sua forma ci sembra insussistente e incredibile; La deteriorazione della moneta è, per vero dire, convenientissima all’amministrazione di Gallieno, nè improbabile sembra che gli strumenti della corruzione paventassero l’inflessibil giustizia di Aureliano. Ma la colpa, come il profitto, dovea restringersi a pochi, nè facile è il concepire con quali arti potevano armare un popolo da loro offeso, contro un Monarca da loro tradito. Dovrebbe naturalmente aspettarsi che questi traditori incorressero la pubblica detestazione, come i delatori e gli altri ministri della oppressione; e che la riforma della moneta fosse un’azione ugualmente popolare che la distruzione di quegli antichi conti, che furono per ordine dell’Imperatore bruciati nel Foro di Traiano88. In un secolo, nel quale i principj del commercio erano così imperfettamente conosciuti, il fine più desiderabile potea forse ottenersi con mezzi rigorosi e imprudenti; ma un passeggiero gravame di tal natura può appena eccitare e mantenere una seria guerra civile. Il rinnovamento di tasse insopportabili, imposte o su i terreni o su i generi necessari alla vita, può finalmente concitare quelli che o non vogliono o non possono abbandonare la patria. Ma il caso è molto diverso in ogni operazione, che per qualsivoglia mezzo ristabilisce il giusto valore della moneta. Il male passeggiero è presto dimenticato per l’utile permanente, lo scapito va diviso fra molti; e se pochi opulenti individui soffrono una sensibil diminuzione di ricchezze, perdono insieme con queste quel grado di peso e d’importanza, che traevano dal possedimento delle medesime. In qualunque maniera volesse Aureliano nascondere la vera causa della ribellione, la sua riforma della moneta poteva fornire solamente un debol pretesto ad un già potente e malcontento partito. Roma, benchè priva della libertà, era lacerata dalle fazioni. Il popolo, per cui l’Imperatore, plebeo egli stesso, sempre professava una particolar tenerezza, viveva in continue dissensioni col Senato, coll’Ordine Equestre, e coi Pretoriani89. Niente meno che la ferma, benchè segreta congiura di questi ordini, dell’autorità del primo, dell’opulenza del secondo, e delle armi dei terzi, avrebbe potuto spiegare una forza bastante per contendere in battaglia con le veterane legioni del Danubio, che sotto la condotta di un Sovrano guerriero aveano compita la conquista dell’Oriente e dell’Occidente.

Qualunque fosse il motivo o l’oggetto di questa sollevazione, imputata con tanto poca probabilità ai lavoranti della zecca, Aureliano usò della sua vittoria con implacabil rigore90. Egli era naturalmente di temperamento severo. Le fibre di un contadino o d’un soldato non cedeano facilmente alle impressioni della pietà, ed egli potea senza commuoversi sostenere la vista dei tormenti e della morte. Allevato dalla prima sua gioventù nell’esercizio delle armi, egli valutava troppo poco la vita di un cittadino, castigava con militari esecuzioni le più leggiere offese, e portava la rigida disciplina del campo nella civile amministrazione delle leggi. Il suo amore della giustizia divenne sovente una cieca e furiosa passione; ed ogni volta ch’egli credè in pericolo la pubblica o la propria salvezza, non ebbe riguardo alle regole delle prove, ed alla proporzion delle pene. La non meritata ribellione, con la quale i Romani ricompensavano i di lui servigi, esacerbò l’altero suo animo. Le più nobili famiglie della Capitale furono involte nella colpa o nel sospetto di quella oscura cospirazione. Un precipitoso spirito di vendetta affrettò la sanguinosa persecuzione, e divenne fatale ad uno dei nipoti dell’Imperatore medesimo. Gli esecutori (per adoprare l’espressione di un contemporaneo Poeta) erano stanchi, i prigionieri affollati dentro le carceri, e l’infelice Senato deplorava la morte o l’assenza dei suoi membri più. riguardevoli91. Nè la superbia di Aureliano fu meno dannosa della sua crudeltà per quella assemblea. Non conoscendo o non soffrendo il freno delle civili instituzioni, sdegnò di dovere la sua autorità ad alcun altro titolo che a quello della spada, e governò col diritto di conquista un Impero da lui salvato e soggiogato92.

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Osservò uno dei più sagaci Principi di Roma, che i talenti del suo predecessore Aureliano erano più atti al comando di un esercito che al governo di un Impero93. Conoscendo il carattere nel quale la natura e l’esperienza lo avean renduto eccellente, escì in campo di nuovo, pochi mesi dopo il suo trionfo. Era espediente di occupare gli animi inquieti delle legioni in qualche guerra straniera, ed il persiano Monarca, esultando nella vergogna di Valeriano, insultava tuttavia impunemente l’offesa maestà di Roma. Alla testa di un esercito, meno formidabile pel suo numero che per la disciplina e pel valore, si avanzò Aureliano fino allo Stretto, che divide l’Europa dall’Asia. Egli colà provò che il più assoluto potere è una debol difesa contro gli effetti della disperazione. Avea minacciato uno dei suoi segretari, accusato di estorsione; e già si sapeva che di rado egli minacciava invano. L’ultima speranza, che rimase al colpevole, fu di avvolgere alcuni dei principali Uffiziali dell’esercito nel suo pericolo, o almeno ne’ suoi timori. Artificiosamente contraffacendo lo scritto del suo Sovrano, mostrò loro in una lunga e sanguinosa lista i loro nomi consacrati alla morte. Senza sospettare o esaminare la frode, eglino risolverono di assicurar le loro vite con l’uccisione dell’Imperatore. Nella sua marcia, tra Bisanzio ed Eraclea, fu Aureliano improvvisamente assalito dai congiurati, l’impiego dei quali dava loro il diritto di circondare la persona di lui; e dopo una breve resistenza cadde per le mani di Mucapore, Generale ch’egli avea sempre amato e riputato fedele. Egli morì pianto dall’esercito, detestato dal Senato, ma universalmente riconosciuto come un Principe guerriero e fortunato, e come il salutevole, benchè severo, riformatore di un degenerato impero94.

Note

  1. Pons Aureoli, tredici miglia distante da Bergamo, e trentadue da Milano. Vedi Cluver. Italia antic. tom. I. p. 245. Nel 1703 seguì vicino a questo luogo l’ostinata battaglia di Cassano tra i Francesi e gli Austriaci. L’eccellente relazione del Cavalier Folard, che vi era presente, dà una distintissima idea del terreno. Vedi il Polibio di Folard, tom. III, p. 223, 248.
  2. Sulla morte di Gallieno vedi Trebellio Pollione nella Stor. Aug. p. 181. Zosimo, l. 1. p. 37. Zonara, l. XII, p. 634. Eutropio, IX. 11. Aurelio Vittore in Epitom. Vittore in Caesarib. Io gli ho confrontati, ed ho fatt’uso di tutti, ma ho principalmente seguitato Aurelio Vittore, il quale par che abbia avute le memorie migliori.
  3. Alcuni molto capricciosamente lo supponevan bastardo del più giovane dei Gordiani. Altri profittavano della Provincia della Dardania per dedurre l’origine di lui da Dardano, e dagli antichi re di Troia.
  4. Notoria, dispaccio periodico e ministeriale, che gl’Imperatori ricevevano dai Frumentarj o sieno Agenti sparsi per le Province. Parleremo di questi più sotto.
  5. Stor. Aug. p. 208. Gallieno descrive l’argenteria, le vesti ec. come amatore e intendente di queste magnifiche bagatelle.
  6. Giuliano (Orazione I. p. 6) afferma che Claudio acquistò l’Impero in una maniera legittima ed anzi sacra. Ma noi possiam diffidare della parzialità di un congiunto.
  7. Stor. Aug. p. 203. Sonovi alcune piccole differenze riguardo alle circostanze dell’ultima disfatta e morte di Aureolo.
  8. Aurelio Vittore in Gallieno. Il popolo altamente chiedeva la condanna di Gallieno. Il Senato decretò che i suoi parenti e domestici fossero precipitati dalle scale Gemonie. Ad un colpevol ministro delle pubbliche entrate furon cavati gli occhi, mentre era sotto l’esame.
  9. Zonara l. XII. p. 137.
  10. Zonara in questa occasione fa menzione di Postumo; ma i registri del Senato (Stor. Aug. p. 203) provano che Tetrico era già Imperatore delle Province occidentali.
  11. La Storia Augusta fa menzione del minor numero e Zonara del maggiore; la vivace fantasia di Montesquieu l’indusse a preferire quest’ultimo.
  12. Trebell. Pollione nella Stor. Aug. p. 204.
  13. Stor. Aug, in Claud. Aurelian. e Prob. Zosimo, l. 1. p. 38, 42 Zonara, l. XII. p. 638. Aurel. Vittore in Epitom. Vittor. Junior. in Caesarib. Eutrop. IX 11. Euseb. in Chron.
  14. Secondo Zonara (l. XII. p. 638.) Claudio avanti la sua morte lo rivestì della porpora; ma questo fatto singolare vien piuttosto contraddetto che confermato dagli Scrittori
  15. Vedi la vita di Claudio scritta da Pollione, e le orazion di Mamertino, Eumenio e Giuliano. Vedi parimente i Cesari di Giuliano p. 313. In Giuliano non era adulazione, ma superstizione e vanità.
  16. Zosimo, l. I p. 42. Pollione (Stor. Aug. p. 207) gli accorda alcune virtù, e dico che fu, come Pertinace, ucciso dagli sfrenati soldati. Secondo Dexippo, egli morì di malattia.
  17. Teoclio (come vien citato nella Stor. Aug. p. 211) afferma che in un giorno egli uccise con le sue proprie mani quarantotto Sarmati, ed in diverse susseguenti battaglie novecento cinquanta. Questo eroico valore fu ammirato dai soldati, e celebrato nelle rozze loro canzoni, l’intercalare delle quali era mille, mille, mille, occidit.
  18. Acolio (appresso la Stor. Aug. p. 213) descrive la cerimonia della adozione come fu celebrata in Bisanzio alla presenza dell’Imperatore e de’ suoi principali Ministri.
  19. Stor. Aug. p. 211. Questa laconica lettera è veramente lavoro di un soldato; è piena di frasi e di voci militari, alcune delle quali non possono intendersi senza difficoltà. Ferramenta Samiata sono bene spiegati da Salmasio. La prima di queste voci significa ogni arme offensiva, ed è opposta ad Arma, arme difensiva. L’ultimo significa bene affilate e bene appuntate.
  20. Zosimo l. I. p. 45.
  21. Dexippo (nell’Excerpta Legat. p. 12) riferisce tutto il trattato sotto il nome dei Vandali. Aureliano maritò una delle Dame Gote al suo Generale Borioso, ch’era capace di bevere coi Goti e scoprire i loro segreti. Stor. Aug. p. 147.
  22. Stor. Aug. p. 222. Eutrop. IX. 15. Sesto Rufo. c. 9 Lattanzio de mortibus Persecutorum, c. 9.
  23. I Valacchi conservano ancora molte tracce della lingua Latina, e si sono sempre gloriati di discendere dai Romani. Sono circondati dai Barbari, ma non mescolati con essi. Vedi una Memoria del Sig. D’Anville sulla Dacia antica nell’Accademia delle iscrizioni, tom. XXX.
  24. Vedi il primo Capitolo di Giornandes. I Vandali però (c. 22) conservarono una certa indipendenza tra i fiumi Marisia e Crissia (Maros e Keres) che sboccano nel Tibisco.
  25. Dexippo, p. 7, 22. Zosimo l. I. p. 43. Vopisco in Aureliano nella Stor. Aug. Per quanto questi Storici differiscano nei nomi (Alemanni, Jutungi e Marcomanni) egli è evidente che indicano la stessa nazione e la stessa guerra, ma conviene usar molta cura nel conciliarli e spiegarli.
  26. Cautoclaro, con la solita sua accuratezza, preferisce di tradurre trecentomila: la sua versione ripugna ugualmente al senso e alla grammatica.
  27. Possiamo osservare come un esempio di cattivo gusto, che Dexippo applica all’infanteria leggera degli Alemanni i termini tecnici, propri solamente della Greca falange.
  28. In Dexippo si legge adesso Rhodanus. Il Sig. di Valois molto giudiziosamente cambia la parola in Eridanus.
  29. L’Imperatore Claudio era certamente in quel numero; ma non sappiamo fin dove si estendesse questo segno di rispetto: se fino a Cesare ed Augusto, deve aver prodotto un superbo formidabile spettacolo quella lunga serie di padroni del mondo.
  30. Vopisco nella Stor. Aug. p. 210.
  31. Dexippo mette in lor bocca una prolissa orazione, degna di un Greco sofista.
  32. Stor. Aug. p. 215.
  33. Dexippo p. 12.
  34. Vittore Juniore in Aureliano.
  35. Vopisco nelle Stor. Aug. p. 216.
  36. Il piccol fiume o piuttosto torrente del Metauro, vicino a Fano, è divenuto immortale per uno Storico, quale è Livio, ed un poeta, quale è Orazio.
  37. Se ne fa menzione in una iscrizione trovata in Pesaro. Vedi Gruter. CCLXXVI. 3.
  38. Alcun penserebbe, dic’egli, che voi foste radunati in una Chiesa Cristiana, e non nel tempio di tutti gli Dei.
  39. Vopisco nella Stor. Aug. p. 215, 216 fa una lunga descrizione di queste cerimonie, estratta dai Registri del Senato.
  40. Plinio Stor. nat. III. 5. Per confermare la nostra idea, è da osservarsi, che per lungo tempo il monte Celio fu un bosco di quercie, ed il monte Viminale fu coperto di salci; che nel quarto secolo l’Aventino era un disabitato e solitario ritiro; che fino al tempo di Augusto l’Esquilino rimase un insalubre cimitero; e che le numerose ineguaglianze, osservate dagli antichi nel Quirinale, provano sufficientemente, che non era coperto di fabbriche. Dei Sette Colli, il Capitolino ed il Palatino solamente, con la valli adiacenti, furono la primiera abitazione del popolo Romano. Ma questo soggetto richiederebbe una dissertazione.
  41. Exspatiantia tecta multas addidere urbes, è l’espressione di Plinio.
  42. Stor. Aug. p. 222. Lipsio, ed Isacco Vossio hanno di buona voglia adottata questa misura.
  43. Ved. Nardini Roma antica, l. I. c. 8.
  44. Tacito Stor. IV. 23.
  45. Intorno alla muraglia di Aureliano, vedi Vopisco nella Stor. Aug. p. 216, 222. Zosimo, l. I. p. 43. Eutrop. IX 15. Aurel. Vittore in Aureliano, Vittore Juniore in Aureliano, Euseb. Hieronym. e Idazio in Chronic.
  46. Il suo competitore fu Lolliano o Eliano, se veramente questi due nomi indicano la stessa persona. Ved. Tillemont, tom. III. p. 1177.
  47. Il carattere che fa di questo Principe Giulio Ateriano (appresso la Stor. Aug. p. 187) merita di esser trascritto, giacchè sembra bello ed imparziale: "Victorino qui post Junium Posthumium Gallias rexit, neminem existimo praeferendum; non in virtute Traianum; non Antoninum in clementia; non in gravitate Nervam; non in gubernando aerario Vespasianum, non in censura totius vitae ac severitate militari Pertinacum vel Severum. Sed omnia haec libido et cupiditas voluptatis mulierariae sic perdidit, ut nemo audeat virtute ejus in litteras mittere, quem constat omnium judicio meruisse puniri".
  48. Egli rapì la moglie di Attiziano, attuario, o agente dell’esercito. Stor. Aug. p. 186. Aurel. Vittore in Aureliano.
  49. Pollione assegna ad essa un articolo fra i trenta Tiranni. Stor. Aug. p. 206.
  50. Pollione nella Stor. Aug. p. 196. Vopisco nella Stor. Aug. p. 220. I due Vittori nelle vite di Gallieno e di Aureliano; Eutropio, IX. 13. Euseb. in Chron. Di tutti questi Scrittori solamente i due ultimi (ma con gran probabilità) pongono la caduta di Tetrico innanzi a quella di Zenobia. Il Sig. di Boze (nell’Accademia delle Iscrizioni tom. XXX) non vorrebbe, e Tillemont (tom. III. p. 1189) non ardisce seguitarli. Io sono stato più sincero dell’uno, e più ardito dell’altro.
  51. Vittore Juniore in Aurel. Eumenio nomina queste truppe Batavicae; alcuni critici senza alcuna ragione vorrebbero cambiar quella voce in Bagaudicae.
  52. Eumen. in vel. Panegir. IV. 8.
  53. Vopisco nella Stor. Aug. p. 246. Autun non fu ristaurata fino al regno di Diocleziano: Ved. Eumenio de restaurandis scholis.
  54. Quasi tutto quel che si dice dei costumi di Odenato e di Zenobia, è preso dalle loro vite nella Stor. Aug. di Trebellio Pollione. Vedi p. 192, 198.
  55. Essa non riceveva mai gli abbracciamenti del suo marito che per l’oggetto di aver prole. Se le sue speranze restavan deluse, reiterava il tentativo nel susseguente mese.
  56. Stor. Aug. p. 192, 193. Zosimo l. I. p. 36. Zonara, l. XII. p. 633. L’ultimo è chiaro e probabile; sono gli altri confusi e inconsistenti. Il testo di Sincello, se non è coretto, è assolutamente inintelligibile.
  57. Odenato e Zenobia spesso gli mandavano doni di gemme e gioielli, scelte tra le spoglie del nemico, ed esso li riceveva con infinito piacere.
  58. Sono stati promossi alcuni ingiustissimi sospetti sopra Zenobia, come se stata fosse complice dell’uccisione del marito.
  59. Stor. Aug. p. 180, 181.
  60. Vedi nella Stor. Aug. p. 198 la testimonianza che rende Aureliano al di lei merito; e per la conquista dell’Egitto Zosimo l. I, p. 39, 40.
  61. Timolao, Erenniano e Vaballato. Si suppone che i due primi fosser già morti avanti la guerra. Aureliano concesse all’ultimo di questi una piccola Provincia dell’Armenia col titolo di Re. Esistono tuttora diverse medaglie di lui. Vedi Tillemont, tom. III. p. 1190.
  62. Zosimo l. I, p. 44.
  63. Vopisco (nella Stor. Aug. p. 217) ci dà una lettera autentica, ed una dubbia visione di Aureliano. Apollonio di Tiana era nato quasi contemporaneamente a Gesù Cristo. La vita del primo vien riferita dai suoi discepoli in un modo tanto favoloso, che non si può conoscere se fosse un savio, un impostore, od un fanatico.
  64. Zosimo. l. I. p. 46.
  65. In un luogo chiamato Immoe, Eutropio, Sesto Ruffo e S. Girolamo fanno solamente menzione di questa prima battaglia.
  66. Vopisco nella Stor. Aug. p. 217. fa solamente menzione della seconda.
  67. Zosimo l. I. p. 44, 48. La sua descrizione delle due battaglie è chiara e circostanziata.
  68. Era 537 miglia distante da Seleucia, e dugentotre dalla più vicina costa della Siria, secondo la relazione di Plinio, che in poche parole (Stor. nat. V. 21) ne porge una eccellente descrizione di Palmira.
  69. Alcuni viaggiatori Inglesi che partirono da Aleppo, scoprirono le rovine di Palmira verso il fine dell’ultimo secolo. La nostra curiosità è stata poi soddisfatta più splendidamente dai Signori Wood e Dawkins. Per la Storia di Palmira possiam consultare la magistrale dissertazione del Dottor Halley nelle Transazioni Filosofiche, compendio di Lowthorp. vol. III. p. 528.
  70. Vopisco nella Stor. Aug. p. 218.
  71. Da una incertissima Cronologia ho procurato di estrarre la data più probabile.
  72. Stor. Aug. p. 218. Zosimo, l. I. p. 50. Benchè il cammello sia una grave bestia da soma, pure il dromedario, che è della stessa specie o di una specie affine, vien usato dai natii dell’Asia e dell’Affrica in tutte le occasioni che richieggono celerità. Affermano gli Arabi che il dromedario può far tanto cammino in un giorno, quanto ne fanno in otto o dieci giorni i loro cavalli più corridori. Vedi Buffon. Storia nat. tom. XI. p. 122, ed i Viaggi di Shaw, p. 167.
  73. Pollione nella Stor. Aug. p. 299.
  74. Vopisco nella Stor. Aug. p. 219. Zosimo, l. I. p. 51.
  75. Stor. Aug. p. 219. Vedi Vopisco nella Stor. Aug. p. 220, 242. Viene osservato, come esempio di lusso, ch’egli avea le finestre di vetro. Era famoso per la forza e per l’appetito, pel coraggio e per la destrezza. Dalla lettera di Aureliano si può giustamente inferire, che Fermo fu l’ultimo dei ribelli, e conseguentemente che Tetrico era già sottomesso.
  76. Vedi il trionfo di Aureliano descritto da Vopisco. Egli riferisce le particolarità colla sua solita esattezza, ed in questa occasione sono fortunatamente interessanti. Stor. Aug. p. 220.
  77. Fra le barbare nazioni, le donne hanno spesso combattuto ai fianchi dei loro mariti. Ma è quasi impossibile, che una società di Amazzoni sia mai esistita o nel vecchio o nel nuovo mondo.
  78. L’uno delle braccae o calzoni era tuttavia considerato in Italia come una gallica e barbara moda. I Romani per altro vi si erano molto avvicinati. Il cingersi le gambe e cosce con fasce o strisce, si prendeva ai tempi di Pompeo e di Orazio, come una prova di malattia, o di effemminatezza. Nel secolo di Traiano l’uso di queste era limitato alle persone ricche e di lusso. Fu a poco a poco adottato dai più vili del popolo. Vedi una curiosa nota del Casaubono, ad Sveton. in August. c. 82.
  79. Erano i primi, assai probabilmente; i secondi nelle medaglie di Aureliano non indicano (come giudica il dotto Cardinal Noris) che una vittoria orientale.
  80. L’espressione di Calfurnio (Eglog. l. 50.) «Nullos ducet captiva triumphos» come applicata a Roma, contiene una manifestissima allusione e censura.
  81. Vopisco nella Stor. Aug. p. 199. Hieronym. in Chron. Prosper. in Chron. Baronio suppone che Zenobio, vescovo di Firenze ai tempi di S. Ambrogio, fosse della famiglia di lei.
  82. Vopisco nella Stor. Aug. p. 222. Eutropio, IX. 13. Vittore Juniore. Ma Pollione nella Stor. Aug. p. 196 dice che Tetrico fu fatto Censore di tutta l’Italia.
  83. Stor. Aug. p. 197.
  84. Vopisco nella Stor. Aug. 222. Zosimo l. I. p. 156. Egli vi collocò le immagini di Belo e del Sole, che portate avea da Palmira. Fu questo dedicato nel quarto anno del suo regno (Euseb. in Chron.), ma fu sicurissimamente cominciato dopo il suo avvenimento al trono.
  85. Vedi nella Stor. Aug, p. 210. i presagi della fortuna di lui. La sua devozione al Sole apparisce nelle sue lettere, nelle sue medaglie, ed è riferita nei Cesari di Giuliano. Vedi Comment. di Spanemio, p. 109.
  86. Stor. Aug. p. 222. Aureliano nomina quei soldati, Hiberi, Riparienses, Castriari, et Dacisci.
  87. Zosimo, l. I. p. 56. Eutropio IX. 14. Aurel. Vittore.
  88. Stor. Aug. p. 223. Aurel. Vittore.
  89. Infierì già prima del ritorno di Aureliano dall’Egitto. Vedi Vopisco, che cita una lettera originale. Stor. Aug. p. 244.
  90. Vopisco nella Stor. Aug. p. 222. I due Vittori. Eutropio 9, 14. Zosimo (l. I. p. 43) fa menzione di soli tre Senatori, e pone la lor morte avanti la guerra d’Oriente.
  91. «Nulla catenati feralis pompa Senatus Carnificum lassabit opus: nec carcere pleno Infelix ruros numerabit curia Patres.» Calfurn, Eclog. I. 60.
  92. Secondo Vittore Juniore egli portò qualche volta il Diadema. Si legge sulle di lui medaglie Deus e Dominus.
  93. Era questa osservazione di Diocleziano. Vedi Vopisco nella Stor. Aug. p. 224.
  94. Vopisco nella Stor. Aug. p. 221. Zosimo l. I, p. 57. Eutrop. IX. 15. I due Vittori.