Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano/10

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CAPITOLO X
Gl'Imperatori Decio, Gallo, Emiliano, Valeriano e Gallieno. Irruzione generale dai Barbari. I trenta tiranni.

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CAPITOLO X
Gl'Imperatori Decio, Gallo, Emiliano, Valeriano e Gallieno. Irruzione generale dai Barbari. I trenta tiranni.
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I vent’anni, che scorsero dai grandiosi giuochi secolari di Filippo alla morte di Gallieno, furono una serie di obbrobrj e di calamità. In ogni momento di quel calamitoso periodo, si videro barbarici invasori, e militari tiranni opprimere ogni provincia del romano Impero, il quale pareva ormai giunto all’ultimo funesto termine del suo disfacimento. La confusione dei tempi, e la scarsezza di memorie autentiche, oppongono uguali difficoltà allo Storico, che procura di conservar chiaro e non interrotto il filo della sua narrazione. Circondato da imperfetti frammenti sempre concisi, spesso oscuri, e talvolta contradditorj, egli è ridotto a raccogliere, paragonare, e far congetture; e sebbene non dovrebbe mai fondarle sulla schiera dei fatti, pure la cognizione della natura umana, e della sicura operazione delle vive e sfrenate passioni della medesima, potrebbe in qualche occasione supplire alla mancanza di molti materiali storici.

Non v’è, per esempio, alcuna difficoltà nel concepire, che le successive uccisioni di tanti Imperatori avessero sciolti tutti i vincoli di fedeltà tra il Principe ed il Popolo; che tutti i Generali di Filippo fossero pronti ad imitare l’esempio del loro Sovrano, e che il capriccio degli eserciti, da gran tempo avvezzi alle spesse e violente rivoluzioni, potesse ogni giorno innalzare al trono il più vile dei soldati. La Storia può solamente aggiungere, che, la ribellione contro l’Imperatore Filippo scoppiò nella state dell’anno dugentoquarantanove tra le legioni della Mesia; e che Marino, uffiziale subalterno7311, fu l’oggetto della loro sediziosa scelta. Filippo si spaventò. Temeva che il tradimento di quell’esercito non divenisse la prima favilla di un generale incendio. Agitato dalla coscienza della sua reità, e dal suo pericolo, comunicò la nuova al senato. Restarono tutti in un profondo silenzio, effetto del timore, e forse della malevolenza: ma Decio finalmente, uno dell’assemblea, con animo degno della nobil sua nascita2 osò mostrarsi più intrepido del medesimo Imperatore. Trattò tutto quell’affare con disprezzo, come un precipitoso o sconsiderato tumulto, ed il rivale di Filippo, come un fantasma di sovranità, che sarebbe in pochi giorni distrutto dalla stessa incostanza che creato l’avea. Il pronto adempimento della profezia inspirò a Filippo una giusta stima verso un consigliere sì abile; e Decio gli parve il solo capace di ristabilire la quiete e la disciplina in un esercito, il cui spirito tumultuoso non era interamente calmato dopo l’assassinio di Marino. Sembra che Decio, resistendo lungamente alla scelta fatta di se, volesse mostrare il pericolo che vi era nel presentare un condottiero di merito agl’inaspriti e paventanti soldati; e la sua predizione fu di nuovo confermata dall’evento. Le legioni della Mesia costrinsero il loro giudice a divenire lor complice, presentandogli l’alternativa della morte o della porpora. La sua susseguente condotta, dopo un passo così decisivo, era già inevitabile. Condusse egli, o piuttosto seguì la sua armata ai confini dell’Italia, dove Filippo, adunando tutte le sue forze per respingere il formidabile competitore da lui stesso innalzato, si avanzò ad incontrarlo. Le truppe imperiali erano più numerose3; ma l’esercito dei ribelli era tutto composto di veterani, e comandato da un Capo abile e sperimentato. Filippo o fu ucciso nella battaglia, o messo a morte pochi giorni dopo in Verona. Il suo figlio e collega nell’Impero fu trucidato in Roma dai Pretoriani; e Decio vittorioso con le più favorevoli circostanze, che potessero in quel secolo servir di pretesto all’ambizione, fu universalmente riconosciuto dal Senato e dalle province. Vien riferito che immediatamente dopo d’avere contro sua voglia accettato il titolo di Augusto, avea con un secreto messaggio informato Filippo della sua innocenza e della sua fedeltà, solennemente protestando che al suo arrivo nell’Italia deporrebbe gli ornamenti imperiali, e rientrerebbe nella condizione di suddito obbediente. Poteano essere sincere le sue proteste. Ma nella situazione, in cui l’avea posto la sorte, era quasi impossibile ch’egli potesse o perdonare, od ottenere il perdono.

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L’Imperatore Decio aveva impiegati pochi mesi nella opera della pace, e nell’amministrazione della giustizia, quando l’invasione dei Goti lo chiamò sul Danubio. È questa la prima importante occasione, nella quale la Storia faccia menzione di quel gran popolo, che atterrò di poi la romana potenza, saccheggiò il Campidoglio, e regnò nella Gallia, nella Spagna, e nell’Italia. Essi contribuirono cotanto alla sovversione dell’Impero occidentale, che il nome de’ Goti viene spesso, ma impropriamente, usato come una generale denominazione di Barbari bellicosi e feroci.

Sul principio del sesto secolo, e dopo la conquista dell’Italia, i Goti, in possesso di una grandezza presente, contemplarono con natural piacere il prospetto della passata e della futura lor gloria. Essi desiderarono di conservare la memoria dei loro antenati, e di trasmettere alla posterità quella delle loro proprie imprese. Il principale ministro della Corte di Ravenna, il dotto Cassiodoro, secondò l’inclinazione dei conquistatori in una Storia gotica di dodici libri, ridotta adesso all’imperfetto compendio di Giornandes4

Questi Scrittori, passando sulle sventure della nazione con una brevità artificiosa, ne celebrarono il fortunato valore, e adornarono il di lei trionfo con molti asiatici trofei, i quali più giustamente appartenevano ai popoli della Scizia. Sulla fede di antiche canzoni (incerti, ma soli annali dei Barbari) essi derivarono la prima origine dei Goti dalla vasta isola o penisola della Scandinavia5

Non era quell’ultima contrada del Settentrione sconosciuta ai conquistatori dell’Italia; i vincoli dell’antica consanguinità furono rinvigoriti da recenti ufficj di amicizia; ed un Re della Scandinavia rinunziò volonterosamente alla sua selvaggia grandezza, per poter passare il resto de’ suoi giorni nella tranquilla e cultissima Corte di Ravenna6

Molti vestigi, da non potersi ascrivere all’artifizio di una popolar vanità, attestano l’antica residenza dei Goti nelle contrade di là dal Baltico. Dal tempo del geografo Tolomeo in poi, la parte meridionale della Svezia sembra essere rimasta sempre sotto il dominio del meno intraprendente residuo della nazione; e vi è tuttavia un vasto territorio, che si divide in Gotlandia orientale ed occidentale. Nei secoli di mezzo (cioè dal nono al dodicesimo secolo) mentre il Cristianesimo faceva lenti progressi nel Settentrione, i Goti e gli Svezzesi erano due distinte, e talvolta nemiche nazioni di una medesima Monarchia7

L’ultimo di questi due nomi ha prevalso, senza però estinguere il primo. Gli Svezzesi, che avrebbero potuto contentarsi della propria lor fama nell’armi, hanno in ogni secolo preteso di partecipare dell’antica gloria dei Goti. In un momento di disgusto contro la Corte di Roma, Carlo XII. disse apertamente, che le vittoriose sue truppe non erano degenerate dai lor valorosi antenati, che avean già una volta soggiogata la padrona del Mondo8

Verso la fine dell’undecimo secolo, sussisteva un Tempio famoso in Upsal, la più considerabile fra le Città degli Svezzesi o dei Goti. Era questo ricchissimo per l’oro che gli Scandinavi aveano acquistato nelle loro piraterie, e santificato co’ rozzi simulacri delle tre principali divinità, il Dio della guerra, la Dea della generazione, e il Dio del tuono. Nella generale festività che ogni nove anni solennizzavasi, si sacrificavano nove animali di ogni specie (senza eccettuarne l’umana) e i loro sanguinosi corpi venivano appesi agli alberi del sacro bosco adiacente al Tempio9

Le sole tracce che adesso sussistano di questa barbara superstizione, son contenute nell’Edda: sistema di mitologia compilato nella Islanda verso il tredicesimo secolo, e studiato dai dotti della Danimarca e della Svezia, come il più stimabile avanzo delle antiche loro tradizioni.

Nonostante la misteriosa oscurità dell’Edda, si possono facilmente distinguere due persone confuse sotto il nome di Odino, il Dio della guerra ed il gran legislatore della Scandinavia. L’ultimo, il Maometto del Settentrione, instituì una religione adattata al clima ed al popolo. Molte numerose Tribù su l’una e l’altra riva del Baltico furono soggiogate dall’invincibil valore di Odino, dalla sua persuasiva eloquenza, e dalla riputazione, ch’ei si era acquistata, di abilissimo mago. Con una volontaria morte egli confermò quella credenza, che avea propagata nel corso d’una lunga e prospera vita. Temendo l’umiliante assalto dell’infermità, si risolse di morir da guerriero. In una solenne assemblea di Svezzesi e di Goti si dette egli stesso nove mortali ferite, affrettandosi, come affermò con la moribonda sua voce, a preparare la festa degli Eroi nel palazzo del Dio dello guerra10

La nativa e propria abitazione di Odino è distinta col nome di As-gard. La fortunata somiglianza di questo nome con quello di As-burg, o As-of11, parole di simil significato, ha fatto nascere un sistema storico così piacevolmente tessuto, che noi quasi brameremmo di persuaderci che fosse vero. Si suppone che Odino fosse Capo di una tribù di Barbari, che abitarono sulle rive della palude Meotide, finchè la caduta di Mitridate, e le armi di Pompeo minacciarono al Settentrione la schiavitù. Questo Odino, cedendo con furibondo sdegno a quella potenza, cui non poteva resistere, condusse la sua tribù dalle frontiere della Sarmazia asiatica nella Svezia, colla grande idea di formare in quell’inaccessibile asilo della libertà, una religione ed un popolo, che in qualche remoto secolo potesse servire alla sua immortale vendetta, quando i suoi invincibili Goti, armati da un militar fanatismo, uscirebbero a turme dalle vicinanze del cerchio Polare, per punir gli oppressori del genere umano12.

Se tante successive generazioni di Goti non poterono conservare che una debole tradizione della loro origine dalla Scandinavia, non dobbiamo aspettarci da Barbari così inculti alcuna distinta relazione del tempo, e delle circostanze della loro emigrazione. Il passaggio del Baltico era impresa facile e naturale. Gli abitanti della Svezia avevano un numero sufficiente di vascelli grandi con remi13, e non vi sono che poco più di cento miglia da Carlscrona ai più vicini porti della Pomerania e della Prussia. Qui finalmente si cammina colla scorta dell’istoria sopra uno stabil terreno. Sul principio almeno dell’Era Cristiana14 e non più tardi del secolo degli Antonini15, i Goti erano stabiliti verso la foce della Vistola, ed in quella fertile provincia, dove furono poi gran tempo dopo fondate le commercianti città di Thorn, Elbing, Konigsberg, e Danzica16. All’occidente dei Goti, le numerose Tribù dei Vandali erano sparse lungo le rive dell’Oder, e lungo il littorale della Pomerania e di Meelenburgo. Una viva somiglianza di costumi, di colore, di religione e di lingua pareva indicare, che i Vandali e i Goti fossero originariamente un solo gran popolo17. Sembra che i secondi fossero suddivisi in Ostrogoti, Visigoti, e Gepidi18. I Vandali erano più distintamente divisi in varie e indipendenti nazioni, gli Eruli, i Borgognoni, i Lombardi, e in diversi altri piccoli Stati, molti dei quali divennero in seguito Monarchie formidabili.

Nel secolo degli Antonini, i Goti abitavano tuttavia nella Prussia. Verso il regno di Alessandro Severo, la romana provincia della Dacia si era già risentita della lor vicinanza per le frequenti e rovinose loro irruzioni19. In questo intervallo pertanto, di quasi settant’anni, si deve porre la seconda emigrazione dei Goti dal Baltico al mare Eusino; ma la cagione che la produsse, giace nascosta nella varietà delle molle che pongono in moto i Barbari vagabondi. Una pestilenza od una fame, una vittoria od una disfatta, un oracolo degli Dei o l’eloquenza di un ardito condottiero erano bastanti per rivolgere le armi dei Goti verso i più dolci climi del mezzogiorno. Oltre l’influenza di una religione marziale, il numero ed il coraggio dei Goti erano proporzionati alle più rischiose avventure. L’uso degli scudi rotondi o delle corte spade li rendea formidabili nel combattere da vicino; la non servile ubbidienza, che aveano pe’ loro Re ereditarj, dava ai loro consigli un’unione ed una stabilità non comune20, ed il famoso Amala, eroe di quel secolo, e decimo antenato di Teodorico Re d’Italia, illustrò coll’ascendente del suo merito personale, la prerogativa della sua origine, ch’egli deduceva dagli Ansi o semidei della nazione Gotica21.

La fama di una grande impresa eccitò i più coraggiosi guerrieri di tutti gli Stati dei Vandali nella Germania, molti dei quali si vedono combattere, pochi anni dopo, sotto la comune insegna22 dei Goti. I primi passi degli emigranti li condussero sulle rive del Prypec, fiume che veniva generalmente dagli antichi creduto il ramo meridionale del Boristene23. Le tortuosità di quel gran fiume per le pianure della Polonia e della Russia diressero la loro marcia, somministrando costantemente acqua dolce, e pasture ai loro numerosissimi armenti. Seguitavano essi l’ignoto corso del fiume, confidando nel loro valore, e disprezzando qualunque forza potesse opporsi ai loro progressi.

I primi a presentarsi furono i Bastarni ed i Venedi, ed il fiore della loro gioventù, o per elezione o per forza, si unì all’armata dei Goti. I Bastarni abitavano sulle falde settentrionali dei monti Carpazj; e l’immenso tratto di terra, che li divideva dai selvaggi della Finlandia, era occupato, o devastato, per meglio dire, dai Venedi24. Vi sono buone ragioni per credere, che i Bastarni, i quali si distinsero nella guerra Macedonica25, e si divisero poi nelle formidabili tribù dei Peucini, dei Borani, dei Carpi ec, discendessero dai Germani. Con ragioni più autentiche poi si possono credere di origine sarmatica i Venedi, che nei secoli di mezzo si rendettero tanto famosi26. Ma la confusione del sangue e dei costumi su quella incerta frontiera tiene spesso dubbiosi gli osservatori più esatti27. A misura che i Goti s’innoltrarono verso l’Eusino, incontrarono una più pura stirpe di Sarmati, gli Iazigi, gli Alani, ed i Rossolani; ed essi furono probabilmente i primi Germani che vedessero le foci del Boristene e del Tanai. Se noi esaminiamo le distintive caratteristiche dei Germani e dei Sarmati, vedremo che queste due numerose porzioni del genere umano si distinguevano principalmente per le fisse capanne o le tende movibili, per l’abito stretto o sciolto, per l’unità o la moltiplicità delle mogli, per la forza militare, consistente per la maggior parte o nell’infanteria o nella cavalleria; e sopra tutto per l’uso della lingua teutonica o della schiavona; l’ultima delle quali si è, per le conquiste, estesa dai confini dell’Italia alle vicinanze del Giappone.

I Goti erano allora padroni dell’Ucrania, paese di una estensione considerabile e fertilissimo, traversato da varj fiumi navigabili, che dall’una e dall’altra parte si scaricano nel Boristene, e sparso di vasti ed alti boschi di querce. L’abbondanza della cacciagione e del pesce, gl’innumerabili alveari di pecchie depositati nei vuoti degli alberi annosi, o nelle cavità delle rupi, i quali erano, anco in quei barbari secoli, un ramo considerabile di commercio, la grossezza del bestiame, il clima temperato, l’attività del suolo per ogni sorta di semenza, o l’ubertosa vegetazione, tutto mostrava in somma la liberalità della natura, ed invitava l’industria dell’uomo28. Ma resisterono i Goti a codesti inviti, menando sempre una oziosa, rapace, e misera vita.

I paesi degli Sciti, che verso l’Oriente confinavano coi nuovi stabilimenti dei Goti, non presentavano alle loro armi se non se l’incerto evento di una inutile vittoria. Ma allettante assai più era l’aspetto dei territorj romani; e le campagne della Dacia erano coperte di messi ubertose, seminate dalle mani di un popolo industrioso, ed esposte ad essere raccolte da quelle di una nazione guerriera. È probabile che le conquiste di Traiano, conservate dai suoi successori più per un decoro ideale, che per alcun reale vantaggio, avessero contribuito a indebolire l’Impero da quella parte. La nuova e non bene ancora stabilita provincia della Dacia non era nè forte abbastanza per resistere alla rapacità dei Barbari, nè ricca assai per saziarla. Finchè le remote rive del Niester si considerarono come gli argini della potenza romana, le fortificazioni del Danubio inferiore furono più trascuratamente custodite, e gli abitanti della Mesia vissero in una indolente sicurezza, scioccamente credendosi ad una inaccessibil distanza da qualunque Barbaro invasore. L’irruzione dei Goti sotto il regno di Filippo, fu per loro un disinganno funesto. Il Re o sia condottiero di quella feroce nazione traversò con disprezzo la Dacia, e passò il Niester ed il Danubio senza incontrare ostacolo, che ritardar potesse i suoi progressi. Il rilassamento della disciplina fece perdere alle guarnigioni romane i posti più importanti, ed il timore del meritato castigo indusse gran parte di loro ad arrolarsi sotto le insegne dei Goti. Comparve finalmente quella moltitudine di tanti diversi Barbari sotto le mura di Marcianopoli, città fabbricata da Traiano in onore della sorella, e Capitale allora della seconda Mesia29. Gli abitanti furono contenti di riscattare le loro vite ed i loro beni con una somma considerabile, e gl’invasori si ritirarono di nuovo nei loro deserti, animati, anzichè soddisfatti dai primi successi dell’armi loro contro un ricco, ma debol paese. Venne ben presto a Decio la nuova che Gniva, Re dei Goti, avea di nuovo passato il Danubio con forze più considerabili; che i suoi numerosi distaccamenti devastavano la Mesia; mentre il grosso dell’esercito, consistente in 70000 Germani e Sarmati, forza sufficiente per le più ardite imprese, esigeva la presenza del Monarca romano, e lo sforzo del suo poter militare.

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Decio trovò i Goti che assediavano Nicopoli sull’Iatro, uno dei molti monumenti delle vittorie di Traiano30. Levarono essi al suo arrivo l’assedio, ma con idea soltanto di marciare ad una più importante conquista, all’assedio di Filippopoli, città della Tracia, fondata dal Padre di Alessandro, presso alle falde dell’Emo31. Decio li seguitò per cammini scabrosi, e con marcie forzate; ma quando egli credea di essere ben lontano dalla retroguardia dei Goti, Gniva si rivolse con impeto furioso contro i suoi persecutori. Fu il campo dei Romani sorpreso e saccheggiato, e per la prima volta il loro Imperatore fu messo in disordinata fuga da una truppa di Barbari mezzo armati. Dopo una lunga resistenza Filippopoli, priva di ogni soccorso, fu presa d’assalto; e si riferisce che furono centomila persone trucidate nel saccheggio di quella vasta città32. Molti riguardevoli prigionieri accrebbero il valor del bottino, e Prisco, fratello dell’ultimo Imperatore Filippo, non arrossì di prendere la porpora sotto la protezione dei Barbari nemici di Roma33. Il tempo, per altro, da loro impiegato in quel lungo assedio, diè campo a Decio di reclutar le sue truppe, di rianimarne il coraggio, e di ristabilirne la disciplina. Tagliò diverse partite di Carpi ed altri Germani, che si affrettavano per partecipare nella vittoria dei loro concittadini34, affidò i passi dei monti ad uffiziali di una fedeltà e di un valore sperimentato35, riparò ed accrebbe le fortificazioni del Danubio, ed impiegò tutta la sua vigilanza per opporsi o all’avanzamento dei Goti, o alla loro ritirata. Incoraggiato dalla nuova fortuna, ansiosamente egli aspettava l’occasione di ristabilire con un colpo grande e decisivo la sua propria gloria, e quella delle armi romane36.

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Nel tempo stesso che Decio lottava con quella furiosa tempesta, il suo spirito riflessivo e tranquillo in mezzo al tumulto della guerra, investigava le cagioni più generali, che dal secolo degli Antonini avean tanto affrettata la decadenza della Romana grandezza. Si avvide ben presto ch’era impossibile di ristabilire questa grandezza sopra una ferma base, se prima non si facevano risorgere la pubblica virtù, i costumi, e le massime antiche, e l’oppressa maestà delle leggi. Per eseguire questo nobile ed arduo disegno, volle prima ristabilire l’antiquato uffizio di Censore; ufficio il quale, finchè sussistè nella primiera sua integrità, avea tanto contribuito alla conservazione dello Stato37; ma fu poi usurpato dai Cesari, e a poco a poco negletto38. Sapendo che può il favor del Sovrano conferire il potere, ma che la sola stima del popolo può accordare l’autorità, egli rimise la scelta del Censore alla incorrotta voce del Senato. Con voti, anzi con acclamazioni unanimi, Valeriano, allora illustre ufficiale nell’esercito di Decio, e poi Imperatore, fu dichiarato il più degno di quell’eccelsa dignità. Appena ebbe l’Imperatore ricevuto dal Senato il decreto, convocò nel suo campo un numeroso consiglio, e prima della investitura rappresentò all’eletto Censore, la difficoltà e l’importanza del grande impiego. «Fortunato Valeriano» (disse il Principe a quel suddito illustre) «fortunato per la generale approvazione del Senato e della romana Repubblica: ricevi la Censura del Genere Umano, e giudica i nostri costumi. Tu eleggerai quelli che meritano di conservare il nome di Senatori; tu renderai all’ordine equestre il suo primo splendore; tu aumenterai le pubbliche entrate, ma prima modererai i pubblici pesi. Tu dividerai in classi regolari la varia ed infinita moltitudine dei cittadini, ed esaminerai diligentemente tutto quel che appartiene alla forza militare, alle ricchezze, alle virtù, ed alla potenza di Roma. L’esercito, la Corte, i ministri della giustizia, e le cariche più grandi dell’Impero sono tutte soggette al tuo Tribunale, da cui saranno esenti soltanto i Consoli ordinarj39, il Prefetto della Città, il Re dei sacrifizj, e la maggiore delle Vestali, finchè illibata conserva la sua castità: e questi pochi, benchè non possano temere la severità del romano Censore, ne cercheranno ansiosamente la stima40

Un Magistrato, rivestito di un poter così esteso, sarebbe paruto più collega che ministro del suo Sovrano41. Valeriano temè giustamente un’elevazione così esposta all’invidia ed ai sospetti. Egli modestamente esagerò la spaventosa grandezza di un tanto peso, la sua propria insufficienza, e l’incurabile corruttela dei tempi. Insinuò accortamente che la carica di Censore era inseparabile dalla dignità imperiale, e che la destra di un suddito era troppo debole per sostenere un così immenso peso di cure e di potere42. L’imminente esito della guerra pose fine al proseguimento di un sì specioso, ma impraticabil progetto; e preservando Valeriano dal pericolo, salvò l’Imperator Decio dagli sconcerti, che probabilmente ne sarebbero derivati. Può un Censore conservare, ma non mai ristabilire i costumi di uno Stato. È impossibile che un tal Magistrato eserciti utilmente, o con efficacia almeno, la sua autorità, se non è sostenuto da un vivo sentimento di onore e di virtù negli animi del popolo, da un decente rispetto per la pubblica opinione, e da una serie di utili pregiudizj, i quali combattano in favore dei nazionali costumi. In un secolo, in cui sieno questi principj annullati, la giurisdizione del Censore deve o degenerare in una vana pompa, o convertirsi in un parziale istrumento di molesta oppressione43. Era più facile vincere i Goti, che sradicare i pubblici vizj; e nella prima ancora di queste imprese, Decio perdè l’esercito e la vita.

Erano i Goti allora circondati per tutto e inseguiti dall’armi romane. Il fiore delle loro truppe era perito nel lungo assedio di Filippopoli, e l’esausta regione non poteva più lungamente somministrare la sussistenza alla rimanente moltitudine di quei Barbari licenziosi. Ridotti a tale estremità, avrebbero i Goti di buon grado comprata, con la restituzione di tutto il loro bottino e dei prigionieri, la permissione di ritirarsi senza essere molestati. Ma l’Imperatore, stimando la vittoria sicura, e risoluto di spargere un salutare spavento tra i Popoli settentrionali col castigo di questi invasori, non volle ascoltare alcuna proposizione di accordo. I magnanimi Barbari preferirono la morte alla schiavitù. Una oscura città della Mesia, nominata Forum Terebronii44 , fu il teatro della battaglia. Era l’armata gotica schierata in tre linee, e fosse per elezione o per caso, la fronte della terza era coperta da una palude. Sul principio dell’azione il figliuolo di Decio, giovine di bellissime speranze, e già associato agli onori della porpora, fu da una freccia ucciso innanzi agli occhi dell’infelice padre, il quale richiamando tutta la sua virtù, disse alle truppe atterrite, che la perdita di un solo soldato era di piccola importanza per la Repubblica45. Fu terribile il conflitto; combatteva la disperazione contro il cordoglio e la rabbia. Fuggì finalmente disordinata la prima linea dei Goti; e la seconda, avanzatasi per sostenerla, ebbe la stessa sorte. La terza solamente rimase intera, e preparata a disputare il tragitto della palude, che fu imprudentemente tentato dal presuntuoso nemico. «Qui si cangiò la fortuna di quella giornata, e tutto divenne ai Romani contrario: il suolo era profondamente fangoso, cedente sotto i piedi di quelli che stavan fermi, e sdrucciolevole per gli altri che s’avanzavano: grave era la loro armatura, profonde le acque, nè poteano essi maneggiare i pesanti lor dardi in quell’incomoda situazione. I Barbari, al contrario, erano avvezzi a combattere nel fango; alti erano di statura, ed avean lunghe lance per ferir da lontano»46. In questa palude, dopo un inutil contrasto fu l’esercito romano irreparabilmente perduto; nè potè mai ritrovarsi il corpo dell’Imperatore47. Tal fu il destino di Decio nell’anno cinquantesimo, Principe perfetto, attivo in guerra, ed affabile in pace48, e che insieme col suo figliuolo ha meritato di essere paragonato, nella sua vita e nella sua morte, ai più luminosi esemplari dell’antica virtù49.

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Questo colpo fatale umiliò, ma per poco, l’insolenza delle legioni. Sembra che pazientemente attendessero, o ricevessero con sommissione il decreto del Senato, che regolava la successione al trono. Per un giusto riguardo alla memoria di Decio, fu il titolo imperiale conferito ad Ostiliano, unico suo figlio superstite: ma si diede un grado uguale, ed un più effettivo potere a Gallo, la cui esperienza ed abilità parevano proporzionate al grande impegno di Custode del giovinetto e dell’Impero angustiato50.

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La prima cura del nuovo Imperatore fu di liberare le province illiriche dal peso intollerabile dei vittoriosi Goti. Consentì a lasciare nelle lor mani i ricchi frutti della loro invasione, un immenso bottino, e ciò ch’era più vergognoso, un gran numero di prigionieri d’un ordine e d’un merito il più distinto. Fornì abbondantemente al loro campo tutti i comodi, che potessero addolcire la costoro ferocia, o facilitarne la tanto sospirata partenza; e promise perfino di pagar loro annualmente una gran somma d’oro, a condizione che non mai più ritornassero ad infestare colle loro incursioni i territori romani51.

Nel secolo degli Scipioni, i più opulenti Re della Terra, che richiedevano la protezione della vittoriosa Repubblica, si contentavano di doni così frivoli, che non potevano trar valore se non dalla mano, che ad essi largivali; una sedia d’avorio, una rozza veste di porpora, un piccol pezzo di argento, o una quantità di rame coniato52. Dopo che le ricchezze delle nazioni si concentrarono in Roma, gl’Imperatori mostrarono la loro grandezza, ed anco la politica loro, col regolare esercizio di una costante e moderata liberalità verso gli alleati dello Stato. Sollevavano la povertà dei Barbari, onoravano il loro merito, e ne ricompensavano la fedeltà. Questi volontari segni di benevolenza non s’intendeva che derivassero dalla paura, ma dalla generosità o dalla gratitudine dei Romani; e mentre generosamente si distribuivano doni e sussidj agli amici ed ai supplicanti, venivano fieramente negati a chiunque li pretendea come un debito53. Ma questa stipulazione di un’annuale paga ad un nemico vittorioso si mostrò senza velo nell’aspetto di un vergognoso tributo; gli animi dei Romani non erano avvezzi ancora a ricevere leggi così ineguali da una tribù di Barbari; ed il Principe che con una necessaria concessione avea forse salvata la patria, divenne l’oggetto del disprezzo e dell’avversion generale. La morte di Ostiliano, benchè accadesse nel colmo della più fiera pestilenza, fu interpretata come un personale delitto di Gallo54; e la disfatta persino dell’ultimo Imperatore fu dalla voce del sospetto attribuita ai perfidi consigli dell’abborrito suo successore55. La tranquillità di cui godè l’Impero nell’anno primo del suo governo56, servì piuttosto ad inasprire, che a calmare il pubblico disgusto; ed appena che allontanati furono i timori di guerra, l’infamia della pace più grave divenne e più sensibile.

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Ma furono assai più irritati i Romani, allorchè si avvidero che neppure il sacrificio del loro onore assicurato aveva il loro riposo. Il fatal secreto dell’opulenza e della debolezza dell’Impero era stato svelato al Mondo.

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Nuovi sciami di Barbari incoraggiati dal buon successo, e che non credevansi vincolati dall’obbligazione dei loro fratelli, sparsero la devastazione per le province illiriche, ed il terrore fino alle porte di Roma. Prese Emiliano Governatore della Pannonia e della Mesia la difesa della Monarchia, che abbandonata sembrava dal pusillanime Imperatore; e radunando le forze disperse, rianimò il languente coraggio delle truppe. Furono inaspettatamente i Barbari assaliti, sconfitti, cacciati e perseguitati di là dai Danubio. Il vittorioso condottiere distribuì per donativo il denaro raccolto pel tributo; e le acclamazioni dei soldati lo acclamarono Imperatore sul campo di battaglia57. Gallo, che trascurando la generale prosperità, s’ingolfava nei piaceri dell’Italia, fu quasi nel tempo medesimo informato del successo della ribellione, e del rapido avvicinarsi dell’ambizioso suo Luogotenente. Si avanzò ad incontrarlo fino nelle pianure di Spoleto. Quando gli eserciti furono in vista un dell’altro, i soldati di Gallo paragonarono l’ignominiosa condotta del loro Sovrano colla gloria del suo rivale. Ammirarono il valore di Emiliano, e furono attratti dalla sua liberalità, che offeriva a tutti i disertori un considerabile aumento di paga58. L’uccisione di Gallo e del suo figliuolo Volusiano, terminò la guerra civile; ed il Senato diede una legittima sanzione ai diritti della conquista. Le lettere di Emiliano a quell’assemblea erano un misto di moderazione, e di vanità. Egli assicurava i Senatori che avrebbe rimesso alla loro prudenza il governo civile; e che contentandosi della qualità di lor Generale, avrebbe in poco tempo assicurata la gloria di Roma, e, liberato l’Impero da tutti i Barbari del Settentrione, e dell’Oriente59, Fu la costui superbia adulata dagli applausi del Senato; ed esistono tuttora medaglie che lo rappresentano col nome e cogli attributi di Ercole Vittorioso, e di Marte Vendicatore60.

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Se il nuovo Monarca avea le qualità necessarie per soddisfare a queste illustri promesse, gli mancò però il tempo a farlo. Non passarono quattro mesi dalla vittoria alla caduta61. Egli aveva vinto Gallo, ma cedè sotto il peso di un più formidabile competitore. Quell’infelice Principe avea mandato Valeriano, già distinto coll’onorevol titolo di Censore, per condurre in suo aiuto le legioni della Gallia, e della Germania62. Eseguì Valeriano la commissione con zelo e fedeltà; ed essendo giunto troppo tardi per salvare il suo Sovrano, deliberò vendicarlo. Le truppe di Emiliano, che stavano ancora accampate nelle pianure di Spoleto, furono intimorite dalla santità del suo carattere, ma molto più dalla forza superiore dell’esercito; e divenute ormai incapaci di una personale affezione, come sempre lo erano state di una massima costituzionale, s’imbrattarono subitamente le mani nel sangue di un Principe, che poc’anzi era stato oggetto della loro parziale elezione. Essi commisero il delitto, ma Valeriano solo ne colse il frutto. Egli ottenne il possesso del trono, col mezzo, è vero, della guerra civile, ma con un grado d’innocenza, rara in quel secolo di rivoluzioni; perocchè egli non doveva nè gratitudine nè fedeltà al suo predecessore, che balzato aveva dal soglio.

Era Valeriano nell’età di quasi sessant’anni63 quando gli fu conferita la porpora, non dal capriccio del popolo, o dai clamori dell’esercito, ma dall’unanime voce del Mondo romano. Nella sua elevazione per gradi agli onori dello Stato egli aveva meritato il favore dei Principi virtuosi, e si era dichiarato nemico dei tiranni64. La nobile sua nascita, i suoi dolci ed irreprensibili costumi, il suo sapere, la prudenza e l’esperienza sua erano venerate dal Senato e dal Popolo; e se il Genere Umano (secondo l’osservazione di un antico Scrittore) avuto avesse la libertà di scegliersi un padrone, sarebbe sicuramente in Valeriano caduta la scelta65. Forse non era il merito di questo Imperatore adeguato alla sua riputazione; forse i suoi talenti erano indeboliti e raffreddati dalla vecchiezza, o almeno tal era il suo spirito.

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La conoscenza del suo declinare lo trasse a dividere il trono con un più giovine e più attivo collega66: le necessità del tempo chiedevano un Generale non meno che un principe; e la sperienza del romano Censore avrebbe dovuto guidarlo nel conferire la porpora imperiale a chi la meritasse, qual ricompensa di guerriera virtù.

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Ma in cambio di fare una giudiziosa scelta, che avrebbe assodato il suo regno e fatto amare la sua memoria, Valeriano, non consultando che i dettami dell’affetto o della vanità, immediatamente investì de’ supremi onori il suo figliuolo Gallieno, giovane i cui effeminati vizj erano fino allora rimasti ascosi dall’oscurità di una condizione privata. Il governo congiunto del padre e del figlio durò circa sette anni, e l’amministrazione sola di Gallieno ne continuò circa otto altri. Ma tutto quel periodo di tempo fu una serie non interrotta di confusione, e di calamità. Siccome l’Impero romano, nel tempo stesso e per ogni parte, venne assalito dal cieco furor di stranieri invasori, e dalla feroce ambizione di usurpatori domestici, così noi serviremo all’ordine e alla chiarezza, seguitando non tanto l’incerta serie delle date, quanto la più naturale distribuzione delle materie. I più pericolosi nemici di Roma durante il Regno di Valeriano e Gallieno furono 1. i Franchi 2. gli Alemanni 3. i Goti 4. i Persiani. Sotto queste generali denominazioni si possono comprendere le avventure delle meno considerabili tribù, i cui oscuri e barbari nomi servirebbero solamente ad opprimere la memoria, e a confondere l’attenzione del leggitore.

I. La posterità dei Franchi compone una delle più grandi ed illuminate nazioni dell’Europa; laonde le forze dell’erudizione e dell’ingegno si sono esaurite nella ricerca dei loro inculti antenati. Alle novelle della credulità, sono successi i sistemi della fantasia. È stato esaminato ogni passo, e veduto ogni luogo, che rivelar potesse alcune deboli tracce dell’origine loro. È stato supposto che la Pannonia67, che la Gallia, che le parti settentrionali della Germania68 abbiano dato i natali a quella celebre colonia di guerrieri. Finalmente i critici più ragionevoli, rigettando le fittizie emigrazioni d’ideali conquistatori, sono convenuti in un sentimento, la cui semplicità ne persuade la verità69. Suppongono essi che verso l’anno dugentoquaranta70 si formasse sotto il nome di Franchi una nuova confederazione degli antichi abitatoti del Reno inferiore e del Weser. Il presente circolo di Vestfalia, il Langraviato di Assia, ed i Ducati di Brunsvich e Luneburgo furono l’antica sede dei Chauci, che nelle inaccessibili loro paludi sfidarono le armi romane71; dei Cherusci, superbi della fama di Arminio; dei Catti, formidabili per la ferma ed intrepida loro infanteria; e di diverse altre tribù d’inferiore potenza e riputazione72. L’amore della libertà era la dominante passione di questi Germani, il godimento di quella il loro miglior tesoro, e la voce, ch’esprimeva un tal godimento, era la più dolce alle loro orecchie. Meritarono essi, e presero, e conservarono il glorioso epiteto di Franchi o uomini liberi, che nascondeva, ma non distruggeva i particolari nomi dei varj popoli confederati73. Il tacito consenso, ed il vantaggio scambievole dettarono le prime le prime leggi di quella unione; l’uso e l’esperienza l’assodarono a poco a poco. La lega dei Franchi può in qualche modo paragonarsi al Corpo Elvetico, nel quale ogni Cantone ritenendo la sua indipendente sovranità, consulta insieme co’ suoi fratelli nella causa comune, senza riconoscere l’autorità di verun Capo supremo o di una rappresentante assemblea74. Ma il principio delle due confederazioni era estremamente diverso. Uno spirito incostante, la sete della rapina, ed il violamento de più solenni trattati disonorarono il carattere dei Franchi.

Avevano i Romani per lungo tempo sperimentato l’ardimentoso valore dei popoli della Germania inferiore; l’unione delle loro forze minacciò alla Gallia una più formidabile invasione, e richiese la presenza di Gallieno, erede e collega della imperiale dignità75. Mentre questo Principe, col suo figliuolo Salonino ancora fanciullo, spiegava nella Corte di Treveri la maestà dell’Impero, erano le sue armate abilmente condotte da Postumo loro Generale, il quale, benchè tradisse di poi la famiglia di Valeriano, fu però sempre fedele al grande interesse della Monarchia. L’ingannevole linguaggio dei panegirici e delle medaglie oscuramente annunzia una lunga serie di vittorie. I trofei ed i titoli attestano (se può questa prova attestare) la fama di Postumo, ch’è ripetutamente chiamato il conquistator dei Germani ed il liberator della Gallia76.

Ma un semplice fatto (il solo veramente, di cui abbiamo una esatta notizia) distrugge in gran parte questi monumenti della vanità e dell’adulazione. Il Reno, benchè onorato col titolo di baluardo delle province, fu un debol riparo contro l’ardito ed intraprendente spirito, ond’erano i Franchi animati. Le rapide loro devastazioni si estesero dal fiume alle falde dei Pirenei; nè furono da questi monti arrestate. La Spagna, che non mai avea temute le irruzioni dei Germani, non potè loro resistere. Per dodici anni (la maggior parte del regno di Gallieno) quella opulente contrada fu il teatro d’ineguali e devastatrici ostilità. Tarragona, florida capitale di una pacifica provincia, fu saccheggiata e quasi distrutta77; e fino ai giorni di Orosio, che scriveva nel quinto secolo, poche miserabili capanne sparse tra le rovine delle magnifiche città, rammentavano ancora il furore dei Barbari78. Quando nel desolato paese non più trovarono i Franchi da saccheggiare, presero alcuni vascelli nei porti della Spagna79, e si trasportarono nella Mauritania. Rimase quella remota provincia atterrita dal furore di questi Barbari, che parevano all’improvviso caduti da un nuovo Mondo; giacchè il loro nome, i loro costumi, ed il loro aspetto erano ugualmente sconosciuti sulle coste dell’Affrica80.

II. In quella parte della Sassonia superiore di là dall’Elba, detta adesso il Marchesato di Lusazia, sorgeva negli antichi tempi un sacro bosco, tremenda sede della superstizion degli Svevi. Non era ad alcuno permesso di entrare nel sacro recinto, senza confessare con servili legami e con supplichevole positura, l’immediata presenza del Nume supremo81. Il patriottismo insieme e la devozione contribuirono a rendere sacro il Sonnenwald, o sia bosco dei Sennoni82. Si credeva universalmente che avesse la nazione ricevuta la sua prima esistenza in quel sacro luogo. In certi determinati tempi le numerose Tribù che vantavano il sangue svevico, vi concorrevano per mezzo dei loro ambasciatori; e vi si perpetuava con barbari riti e con umani sacrifizi la memoria della comune loro origine. Il molto esteso nome degli Svevi empieva le interne contrade della Germania dalle rive dell’Oder a quello del Danubio. Si distinguevano essi dagli altri Germani per la maniera particolare di acconciare i lunghi loro capelli che rozzamente annodavano in cima alla testa; e si dilettavano di un ornamento, che facea comparire più alte e più terribili le loro schiere agli occhi dei nemici83. Gelosi, come lo erano i Germani della gloria militare, riconoscevano tutti il superior valore degli Svevi, e le Tribù digli Usipeti, e dei Tencteri, che con numeroso esercito si fecero incontro a Cesare il Dittatore, si dichiaravano di non recarsi a vergogna l’essere fuggiti dinanzi ad un popolo, alle armi del quale neppure gli stessi Dei immortali potrebber resistere84.

Nel regno dell’Imperator Caracalla uno sciame innumerabile di Svevi comparve sulle rive del Meno, ed in vicinanza delle province romane, in cerca o di vettovaglie, o di bottino, o di gloria85. Questa precipitosa armata di volontarj divenne a poco a poco una grande e stabil nazione, e composta essendo di tante diverse Tribù, prese il nome di Alemanni, ovvero All-men, tutti-uomini, per denotare insieme la loro diversa discendenza, ed il comune valore86. Fu questo ultimo ben tosto dai Romani provato in molte ostili irruzioni. Combattevano gli Alemanni specialmente a cavallo; ma la cavalleria loro era ancora più formidabile per un miscuglio d’infanteria leggiera, scelta tra i giovani più coraggiosi ed attivi, assuefatti dal frequente esercizio ad accompagnare i cavalieri nella più lunga marcia, nel più furioso assalto, o nella più precipitosa ritirata87.

Erano quei bellicosi Germani rimasti attoniti dagli immensi preparativi di Alessandro Severo, e furono atterriti dalle armi del suo successore, barbaro eguale ad essi in valore ed in fierezza. Ma sempre scorrendo per le frontiere dell’Impero, accrebbero il generale disordine, che seguitò la morte di Decio. Crudeli ferite essi impressero nelle ricche province della Gallia, e furono i primi a squarciare il velo, che copriva la debole maestà dell’Italia. Un numeroso corpo di Alemanni passò il Danubio, e per le alpi Rezie penetrò nelle pianure della Lombardia, si avanzò fino a Ravenna, e spiegò le vittoriose insegne dei Barbari, quasi al cospetto di Roma88. L’insulto e il pericolo riaccesero nel Senato qualche scintilla della sua antica virtù. Erano ambi gl’Imperatori impegnati in guerre molto lontano, Valeriano nell’Oriente, e Gallieno sul Reno. Non aveano i Romani altro scampo ed altre speranze che in se stessi. In tale urgenza presero i Senatori la difesa della Repubblica, condussero fuori i Pretoriani, ch’erano stati lasciati per guarnigione nella Capitale, e ne compirono il numero, arrolando al pubblico servizio i più robusti e volonterosi plebei. Sbigottiti gli Alemanni dall’improvvisa comparsa di un esercito assai più numeroso del loro, si ritirarono nella Germania carichi di prede; e fu la ritirata loro dagl’imbelli Romani89 considerata come una vittoria.

Quando Gallieno ricevè la notizia ch’era la sua Capitale liberata dai Barbari, rimase molto men soddisfatto che intimorito del coraggio dei Senatori, giacchè poteva questo un giorno animarli a liberare la Repubblica dalla domestica tirannide, come da una straniera invasione. Fu la sua timida ingratitudine disvelata ai suoi sudditi in un editto, che proibiva ai Senatori l’esercizio d’ogni militare impiego, e sino l’accostarsi ai campi delle legioni. Ma erano mal fondati i suoi timori. I ricchi e delicati nobili, ricadendo nel loro naturale carattere, accettarono come un favore questa disonorante esenzione dal militare servizio; e finchè poterono godere i loro teatri, i bagni e le ville loro, rimisero con piacere nelle rozze mani dei contadini e dei soldati90

Un’altra invasione degli Alemanni, di più glorioso successo, vien riferita da uno Scrittore del basso Impero. Dicesi che trecentomila di quella bellicosa nazione furono vinti in una battaglia vicino a Milano da Gallieno in persona, alla testa di soli diecimila Romani91. Possiam per altro con gran probabilità attribuire questa incredibil vittoria o alla credulità dello Storico, o ad alcune esagerate imprese di qualche Generale di Gallieno. Procurò quest’ultimo, con armi molto diverse, di assicurare l’Italia contro il furor dei Germani. Egli sposò Pipa figlia di un Re dei Marcomanni, Tribù sveva, che fu spesso confusa cogli Alemanni nelle loro guerre e conquiste92. Al Padre, come in prezzo della sua alleanza, egli accordò un vasto stabilimento nella Pannonia. Sembra che i naturali vezzi di una rozza beltà fissassero in quella Principessa gli affetti dell’incostante Imperatore, ed i legami della politica furono più saldamente connessi da quei dell’amore. Ma il superbo pregiudizio di Roma negò sempre il nome di matrimonio alla profana unione di un cittadino con una Barbara; e infamò la Principessa germana coll’obbrobrioso titolo di concubina di Gallieno93.

III. Noi abbiamo di già tracciato i Goti nelle loro emigrazioni dalla Scandinavia, o almen dalla Prussia alla foce del Boristene, e seguitate le vittoriose loro armi dal Boristene al Danubio. Sotto i regni di Valeriano e di Gallieno la frontiera dell’ultimo di questi fiumi fu perpetuamente infestata dalle irruzioni dei Germani, o dei Sarmati; ma fu dai Romani difesa con insolita fermezza e fortuna. Lo province, ch’erano il teatro della guerra, fornivano agli eserciti romani un inesauribil rinforzo di coraggiosi soldati; e più d’uno di quegl’illirici contadini arrivò al grado di Generale, e ne spiegò la perizia. Benchè alcune turme volanti di Barbari, che scorrevano continuamente sulle rive del Danubio, penetrassero talvolta sino ai confini dell’Italia e della Macedonia, era però ordinariamente dai Generali imperiali o arrestato il loro progresso, o intercetto il loro ritorno94. Ma il gran torrente delle gotiche ostilità fu divertito in un canale molto differente. I Goti, nel nuovo loro stabilimento nell’Ucrania. divennero presto padroni della costa settentrionale dell’Eusino. Al mezzogiorno di quel mare interno erano situate le molli ed opulenti province dell’Asia Minore, le quali avevano tutto ciò che poteva allettare un Barbaro conquistatore, e nulla che potesse resistergli.

Le rive del Boristene sono sessanta miglia solamente lontane dall’angusto ingresso95 della penisola della Crimea, nota agli antichi sotto il nome di Chersoneso Taurico96. Su quelle inospite spiagge Euripide (adornando con arte eccellente le favole dell’antichità) ha situata la scena di una delle sue più commoventi tragedie97. I sanguinosi sacrifizj di Diana, l’arrivo di Oreste e di Pilade, ed il trionfo della virtù e della religione contro una selvaggia ferocia, servono per rappresentare una storica verità, che i Tauri, originarj abitatori della penisola, furono in qualche grado riformati nei loro brutali costumi dal commercio a poco a poco introdotto colle greche colonie, stabilitesi lungo la costa marittima. Il piccol regno del Bosforo, la cui Capitale era situata su gli stretti, pe’ quali la palude Meotide comunica coll’Eusino, era composto di degenerati Greci, e di Barbari per metà ridotti al viver civile. Sussisteva questo come Stato indipendente, sin dal tempo della guerra del Peloponeso98: fu finalmente assorbito dall’ambizione di Mitridate99, e col resto de’ suoi dominj cadde poi sotto il peso dell’armi romane. Al tempo di Augusto100 erano i Re del Bosforo umili, ma non inutili alleati dell’Impero. Coi doni, colle armi, e con una debole fortificazione fatta a traverso dell’Istmo, essi effettivamente difendeano contro gli erranti devastatori della Sarmazia l’accesso di un paese, che per la sua particolar situazione, e per gli adattati suoi porti comandava al mare Eusino ed all’Asia minore101. Finchè ne resse lo scettro una continuata linea di Regi, essi sostennero con vigilanza e buon successo l’importante lor peso. Le domestiche fazioni ed i timori, o il privato interesse di oscuri usurpatori, che s’impadronirono del trono vacante, ammisero i Goti nel centro del Bosforo. Coll’acquisto di una superflua estensione di fertile terreno, ottennero i vincitori il comando di una forza navale, bastante a trasportare i loro eserciti sulla costa dell’Asia102. I vascelli che usavansi nella navigazione dell’Eusino, erano di una costruzione molto singolare. Erano leggiere barche col fondo piano, fatte solamente di legno senza alcuna mescolanza di ferro, e ad ogni apparenza di tempesta coprivansi con un tetto inclinato103. In queste galleggianti case, i Goti sconsideratamente si affidarono alla discrezione di un mare sconosciuto, sotto la scorta di marinari forzati al servizio, la cui perizia e fedeltà erano egualmente sospette. Ma la speranza di saccheggiare aveva bandita ogni idea di pericolo, ed una naturale intrepidezza di carattere equivaleva nel loro animo a quella ragionevol confidanza, che è il giusto frutto del sapere e della esperienza. Guerrieri di animo così audace debbono ben e spesso aver mormorato contro la codardia delle loro guide, che richiedevano le più forti sicurezze di una stabile calma, prima di arrischiarsi all’imbarco, e che si sarebbero con pena lasciate indurre a perder di vista la terra. Tale almeno è l’uso dei Turchi moderni104, niente inferiori probabilmente nell’arte della navigazione agli antichi abitatori del Bosforo.

La flotta dei Goti, lasciando a sinistra la costa della Circassia, si fece per la prima volta vedere davanti Pizio105, ultimo confine delle province romane; città provveduta di un buon porto, e fortificata con salde mura. Quivi essi trovarono una resistenza più ostinata di quella che potessero aspettarsi dalla debole guarnigione di una remota fortezza. Furono essi respinti; e parve che il lor disastro diminuisse il terrore del gotico nome. Finchè Successiano, uffiziale di un grado e di un merito eminente, difese quella frontiera, inutili riuscirono tutti i loro sforzi: ma appena fu egli trasferito da Valeriano in un più onorevole, ma meno importante posto, ricominciarono essi l’assedio di Pizio, e colla distruzione di quella città cancellarono la memoria della loro prima disgrazia106.

Girando intorno all’orientale estremità del mare Eusino, la navigazione da Pizio a Trebisonda è di quasi trecento miglia107. Il corso dei Goti li portò in vista del paese di Colchide, famoso tanto per la spedizione degli Argonauti; e tentarono persino (benchè senza successo) di saccheggiare un ricco tempio sulla foce del fiume Fasi. Trebisonda, celebrata nella ritirata dei diecimila come una antica colonia di Greci108, dovea la sua opulenza ed il suo splendore alla munificenza dell’Imperatore Adriano, che aveva costruito un porto artificiale sopra una costa, lasciata dalla natura priva di sicuri ricoveri109. Era la città vasta e popolata; un doppio recinto di mura parea sfidare il furore dei Goti, e la solita guarnigione era stata rinforzata con l’aumento di diecimila uomini. Ma non vi è alcun vantaggio capace di supplire alla mancanza della disciplina e della vigilanza. La numerosa guarnigione di Trebisonda, corrotta dagli stravizzi e dal lusso, non si curò di difendere le inespugnabili sue fortificazioni. Presto conobbero i Goti l’estrema negligenza degli assediati, eressero un’alta catasta di fascino, montarono sulle mura nel silenzio della notte, ed entrarono in quella indifesa città colla spada sguainata. Fu trucidato il popolo tutto, mentre gli spaventati soldati fuggivano per le opposte porte. Furono nella general distruzione involti i tempj più sacri, ed i più illustri edifizj. Il bottino che cadde nelle mani del Goti fu immenso. Le ricchezze degli adiacenti paesi erano state depositate in Trebisonda, come in luogo sicuro. Incredibile fu il numero degli schiavi fatti dai Barbari vittoriosi, i quali scorsero senza opposizione per l’estesa provincia del Ponto110. Le ricche spoglie di Trebisonda riempirono una moltitudine di vascelli trovati nel porto. La robusta gioventù della costa marittima fu incatenata al remo; ed i Goti, soddisfatti del successo della lor prima navale spedizione, ritornarono trionfanti ai loro nuovi stabilimenti nel regno del Bosforo111.

La seconda spedizione dei Goti fu intrapresa con forze maggiori di uomini e di vascelli; ma tennero essi un corso diverso, e disprezzando le devastate province del Ponto, costeggiarono il lido occidentale dell’Eusino, passarono dinanzi alle larghe foci del Boristene, del Niester, e del Danubio, ed aumentando la lor flotta colla presa di molte barche di pescatori, si accostarono all’angusto canale, per cui l’Eusino versa le sue acque nel Mediterraneo, e divide i continenti dell’Europa e dell’Asia. Era la guarnigione di Calcedonia accampata vicino al tempio di Giove Urio sopra un promontorio, che dominava l’ingresso dello stretto, e questo corpo di truppe superava l’armata Gotica, tanto piccolo era il numero di quei barbarici e sì temuti invasori, ma nel numero solamente la superava. Abbandonarono queste truppe precipitosamente il vantaggioso lor posto, lasciando alla discrezione dei conquistatori la città di Calcedonia, di armi e di ricchezze la più copiosamente provvista. Mentre dubitavano i Goti se preferir dovessero, il mare alla terra, l’Europa all’Asia, per teatro delle loro ostilità, un perfido fuggitivo indicò Nicomedia, già capitale dei Re della Bitinia, come ricca e facil conquista. Guidò egli la marcia, che fu di sole sessanta miglia dal campo di Calcedonia, diresse l’irresistibile assalto112, e a parte fu del bottino; giacchè aveano i Goti acquistata bastante politica per ricompensare un traditore, che detestavano. Nice, Prusa, Apamea, Cio, città emule un tempo, o imitatrici dello splendore di Nicomedia, furono involte nella stessa calamità, che in poche settimane infierì senza contrasto alcuno in tutta la provincia della Bitinia. Trecento anni di pace, goduti dai molli abitatori dell’Asia, avevano abolito l’esercizio delle armi, ed allontanato il timor del pericolo. Si lasciavano cadere le antiche mura, e tutta l’entrata delle più opulenti città si riservava per la costruzione dei Bagni, dei Tempi, e dei Teatri113.

Quando la città di Cizico resistè a’ più grandi sforzi di Mitridate114, si distingueva per le savie sue leggi, per una forza navale di dugento galere, e per tre arsenali d’armi, di macchine militari, e di grano115. Era essa tuttavia la sede dell’opulenza e del lusso; ma niente più le restava dell’antica sua forza che la situazione in una piccola isola della Propontide, unita con due ponti solamente al continente dell’Asia. Dopo il sacco di Prusa, si avanzarono i Goti a diciotto miglia da quella città116, già da loro destinata alla distruzione; ma un fortunato accidente differì la rovina di Cizico. Era la stagione piovosa, ed il lago Apolloniate, ricetto di tutte le acque del monte Olimpo, crebbe ad un’insolita altezza. Il piccolo Rindaco, che scaturisce dal lago, divenne, gonfiando, un ampio e rapido fiume, ed arrestò il progresso dei Goti. La loro ritirata nella marittima città di Eraclea, dov’era probabilmente la flotta, fu accompagnata da un lungo treno di carri carichi delle spoglie della Bitinia, e segnata dalle fiamme di Nice e di Nicomedia da loro per diletto incendiate117. Si riportano alcuni oscuri argomenti di una incerta battaglia, che assicurò la loro ritirata118. Ma una piena vittoria ancora stata sarebbe di poco vantaggio, giacchè l’avvicinamento dell’equinozio autunnale intimava ad essi di affrettare il ritorno. Il navigare nell’Eusino avanti il mese di Maggio, o dopo quel di settembre, è stimato dai Turchi moderni come il più certo esempio di temerità o di pazzia119.

Quando siamo informati che la terza flotta, equipaggiata dai Goti nei porti del Bosforo, consisteva in cinquecento vele120, la nostra pronta immaginazione calcola in un istante e moltiplica il formidabile armamento; ma assicurati dal giudizioso Strabone121 che le navi piratiche usate dai Barbari del Ponto e della Scizia Minore, non erano capaci di contenere più di venticinque o trenta uomini, possiamo con certezza affermare, che quindicimila guerrieri al più s’imbarcarono in quella grande spedizione. Non soffrendo di star confinati nell’Eusino, diressero il distruttivo lor corso dal Bosforo Cimmerio al Bosforo Tracio. Erano giunti quasi alla metà degli stretti, quando ne furono improvvisamente respinti indietro all’ingresso; finchè levatosi nel giorno seguente favorevole il vento, li portò in poche ore nel placido mare, o piuttosto lago della Propontide.

Prendendo terra nella piccola isola di Cizico, ne rovinarono l’antica ed illustre città. Di là uscendo di nuovo per l’angusto passo dell’Ellesponto, proseguirono la tortuosa loro navigazione tra le numerose isole sparse sull’Arcipelago ossia Mare Egeo. L’assistenza dei prigionieri e dei disertori debb’essere stata ben necessaria per condurre i loro vascelli, e dirigere le varie loro incursioni, tanto sulle coste della Grecia, quanto su quelle dell’Asia. Finalmente la gotica flotta si ancorò nel Pireo, cinque miglia distante da Atene122, che aveva tentato di fare alcuni preparativi per una vigorosa difesa. Cleodamo, uno degl’ingegneri impiegati per ordine dell’Imperatore a fortificare le città marittime contro i Goti, aveva già principiato a riparare le antiche mura, cominciate a cadere fino dal tempo di Silla. Inutili furono gli sforzi della sua abilità, e quei Barbari divennero padroni della sede natia delle Muse e delle Arti. Ma mentre i conquistatori si abbandonavano alla licenza del saccheggio ed alla intemperanza, la flotta loro, che stava con poca guardia nel porto, fu inaspettatamente assalita dal valoroso Dexippo, che fuggendo coll’ingegnere Cleodamo dal sacco di Atene, adunò in fretta una banda di volontarj contadini e soldati, e vendicò in qualche modo la calamità della sua patria123.

Ma questa impresa, per quanto lustro gettar potesse sul decadente secolo di Atene, servì piuttosto ad irritare, che a sottomettere l’intrepido coraggio de’ settentrionali invasori. Un generale incendio si accese nel tempo stesso in ogni distretto della Grecia. Tebe ed Argo, Corinto e Sparta, che avean fatte altre volte sì memorabili guerre fra loro, non poterono allora mettere in campo un esercito, o difendere neppure le rovinate loro fortificazioni. Il furor della guerra, e per terra e per mare, si stese dalla punta orientale di Sunio fino alla costa occidentale dell’Epiro. Si erano già i Goti innoltrati alla vista dell’Italia, quando l’avvicinamento di un così imminente pericolo risvegliò l’indolente Gallieno dal voluttuoso suo sonno. Comparve armato l’Imperatore; e sembra che la sua presenza reprimesse l’ardore, e dividesse la forza dei nemici. Naulobato, un capo degli Eruli, accettò un’onorevole capitolazione, entrò con un numeroso corpo de’ suoi concittadini al servizio di Roma, e fu rivestito cogli ornamenti della Consolar dignità, non mai per l’avanti profanati dalle mani di un Barbaro124. Un gran numero di Goti, disgustati dai pericoli e dai travagli di un tedioso viaggio, fecero irruzione nella Mesia con disegno di aprirsi a forza il passo sul Danubio a’ loro stabilimenti nell’Ucrania. L’ardito tentativo sarebbe stato seguito da una inevitabile distruzione, se la dissensione dei Generali romani non avesse risparmiato i Barbari a spese della causa comune125. Il picciol resto di quell’esercito distruggitore ritornò a bordo de’ suoi vascelli; e rifacendo la strada per l’Ellesponto e pel Bosforo, devastò in passando i lidi di Troia, la cui fama resa immortale da Omero sopravviverà probabilmente alla memoria delle conquiste dei Goti. Appena ch’e’ si trovarono sicuri in seno all’Eusino, presero terra ad Anchiale nella Tracia, vicino alle falde del monte Emo; e dopo tutte le loro fatiche, si sollevarono coll’uso di quelle salubri e piacevoli terme. Nè rimaneva del loro viaggio che una corta e facile navigazione126. Tali furono le varie vicende di questa terza, e loro maggior impresa navale. Sembra difficile a concepire, come un corpo, in principio di quindicimila guerrieri, potesse sostenere le perdite e le divisioni di una impresa sì ardita. Ma a misura che il loro numero veniva a poco a poco diminuito dalla spada, dai naufragi, e dall’influenza di un clima caldo, era continuamente rinnovato dalle truppe di banditi e di disertori, che concorrevano sotto l’insegna del saccheggio, e da una turma di schiavi fuggitivi, spesso di estrazione germana o sarmatica, che ansiosamente prendevano la gloriosa opportunità di rompere i loro ferri e di vendicarsi. In queste spedizioni, la gotica nazione pretese d’avere avuta una maggior parte nell’onore e nel pericolo: ma le tribù, che combatterono sotto le gotiche insegne, sono talvolta distinte e talvolta confuse nelle imperfette Storie di quel secolo; e siccome le barbare flotte uscir parvero dalla foce del Tanai, così fu spesso data a quella mista moltitudine127 la vaga e familiare denominazione di Sciti.

Nelle generali calamità del Genere Umano la morte di un individuo, quantosivoglia illustre, o la rovina di un edifizio, quantosivoglia famoso, si trapassano con una indolente non curanza. Non possiamo per altro obbliare che il Tempio di Diana in Efeso, dopo essere risorto con maggiore splendidezza da sette successivi infortunj128, fu in fine bruciato dai Goti nella terza loro navale invasione. Le arti della Grecia, e l’opulenza dell’Asia si erano unite ad erigere quella sacra e magnifica fabbrica. Centoventisette colonne di marmo d’ordine ionico la sostenevano. Erano tutte doni dei devoti Monarchi, ed aveano ciascuna sessanta piedi di altezza. L’altare era adorno delle maestrevoli sculture di Prassitele, che forse dalle favorite leggende del luogo aveva scelto a rappresentarvi i divini figliuoli di Latona, il nascondimento di Apollo dopo la strage dei Ciclopi, e la clemenza di Bacco verso le vinte Amazzoni129. La lunghezza per altro del Tempio di Efeso era solamente di quattrocentoventicinque piedi; quasi due terzi di quella, che ha la Chiesa di S. Pietro in Roma130. Nelle altre dimensioni era ancor più inferiore a questa sublime produzione della moderna architettura. Le distese braccia di una Croce Cristiana richiedono un’ampiezza assai maggiore dei bislunghi Tempj dei Pagani; e i più arditi artisti dell’antichità stati sarieno atterriti dalla proposizione d’innalzare in aria una cupola della grandezza e delle proporzioni del Panteon. Era per altro il Tempio di Diana riguardato come una delle maraviglie del Mondo. Ne aveano i successivi Imperj dei Persiani, dei Macedoni e dei Romani venerata la santità, ed arricchito lo splendore131. Ma i barbari selvaggi del Baltico, privi di gusto per le belle arti, disprezzavano gl’ideali terrori di una straniera superstizione132.

Si riferisce un’altra circostanza di queste invasioni, che potrebbe meritare la nostra attenzione, se non si potesse giustamente supporre che sia bizzarro pensiero di un recente sofista. Dicesi che nel sacco di Atene i Goti aveano ammassate tutte le librerie, ed erano sul punto d’incendiare questa funerea mole della greca letteratura, se uno dei loro Capi, più raffinato politico, non gli avesse dissuasi da quel disegno, per la sottil riflessione, che fin che i Greci fossero addetti allo studio dei libri, non mai si applicherebbero all’esercizio delle armi133. Il sagace consigliere (se pur vero è il fatto) ragionava qual Barbaro ignorante. Tra le più culte e potenti nazioni il genio in ogni genere si è sviluppato intorno la stessa epoca; ed il secolo della scienza è generalmente stato il secolo del valore e della militare fortuna.

IV. I nuovi Sovrani della Persia, Artaserse ed il suo figliuolo Sapore, aveano trionfato, come abbiamo già detto, della famiglia di Arsace. Dei tanti Principi di quell’antica stirpe, il solo Cosroe, Re di Armenia, avea conservato e la vita e l’indipendenza. Ei si difese con la natural forza del suo paese, col perpetuo concorso dei fuggitivi e dei malcontenti, con l’alleanza dei Romani, e sopra tutto col suo proprio coraggio. Invincibile nelle armi, in una guerra di trent’anni, egli fu in ultimo assassinato dagli emissarj di Sapore Re di Persia. I patriotici Satrapi dell’Armenia, che sostenevano la libertà e lo splendore del trono, implorarono la protezione di Roma in favore di Tiridate legittimo erede. Ma il figliuolo di Cosroe era un ragazzo; erano gli alleati lontani, ed il Monarca Persiano si avanzava verso la frontiera conducendo insuperabili forze. Il giovane Tiridate, futura speranza della sua patria, fu salvato dalla fedeltà di un servo, e l’Armenia rimase per quasi ventisette anni una ricalcitrante provincia della gran Monarchia persiana134. Insuperbito da questa facile conquista, ed affidato alla depravazione dei Romani, Sapore obbligò le forti guarnigioni di Carre e di Nisibi ad arrendersi, e sparse la devastazione e il terrore dall’una e dall’altra parte dell’Eufrate.

[A. D. 260]

La perdita di una frontiera importante, la rovina di un fido e naturale alleato, ed il rapido successo dell’ambizione di Sapore, fecero profondamente sentire a Roma l’insulto, ed il pericolo. Valeriano confidò che la vigilanza dei suoi Generali provvederebbe bastantemente alla sicurezza del Danubio o del Reno; ma si risolse, non ostante l’avanzata sua età, di marciare in persona a difender l’Eufrate. Nel suo passaggio per l’Asia minore, furono sospese le navali imprese dei Goti, e la desolata provincia godè una calma passeggiera e fallace. Passò egli l’Eufrate, incontrò il Monarca persiano vicino alle mura di Edessa, fu vinto e fatto prigioniero da Sapore. Le particolarità di questo grande avvenimento sono oscuramente e imperfettamente riferite; ma dal barlume, che ne abbiamo, si può scoprire per parte del romano Imperatore una lunga serie d’imprudenze, d’errori, e di meritate sventure. Pose egli l’intera sua fiducia in Macriano suo Prefetto del Pretorio135. Questo indegno Ministro rendè il suo Sovrano formidabile solamente agli oppressi sudditi, e disprezzabile ai nemici di Roma136. Pe’ deboli o scellerati consigli di lui fu l’esercito imperiale ridotto in una situazione, nella quale inutili erano ugualmente il valore e il saper militare137. I Romani, vigorosamente tentando di aprirsi la strada a traverso l’oste persiana, furono respinti con grande strage138; e Sapore, che circondava il campo con truppe superiori, pazientemente aspettò che il crescente furor della fame e della peste gli avesse assicurata la vittoria. Il licenzioso mormorar delle legioni accusò ben tosto Valeriano come cagione delle loro calamità; i loro sediziosi clamori dimandarono una pronta capitolazione. Venne offerta immensa somma d’oro per comprare la permissione di una vergognosa ritirata. Ma conoscendo il Persiano la propria superiorità, ricusò con disprezzo il danaro; e ritenendo i Deputati, si avanzò in ordine di battaglia ai piedi delle trinciere romane, o chiese una personale conferenza con l’Imperatore medesimo. Fu Valeriano ridotto alla necessità di affidare alla parola di un nemico la sua dignità e la sua vita. Finì la conferenza come si dovea naturalmente aspettare. L’Imperatore venne fatto prigioniero, e le truppe atterrite deposero le armi139. In un tal momento di trionfo, l’ambizione e la politica di Sapore lo mossero a porre sul trono vacante un successore affatto dipendente dal suo volere. Ciriade, oscuro fuggitivo di Antiochia, imbrattato di tutti i vizj, fu scelto per disonorare la romana porpora; e dovè, benchè di mala voglia, il prigioniero esercito ratificare con le acclamazioni la volontà del vincitore persiano140.

Lo schiavo imperiale fu premuroso d’assicurarsi il favore del suo padrone con un atto di tradimento verso la patria. Passò con Sapore l’Eufrate, e lo condusse per la via di Calcide alla Metropoli dell’Oriente. Così rapidi furono i movimenti della persiana cavalleria, che se creder si deve ad un assai giudizioso Istorico141, la città di Antiochia fu sorpresa in tempo che l’oziosa moltitudine era tutta intenta ai divertimenti del teatro. I magnifici edifizj di Antiochia, sì privati che pubblici, furono o saccheggiati o distrutti, ed i numerosi abitatori o caddero trucidati o vennero condotti in ischiavitù142. La risolutezza del gran Sacerdote di Emesa fece argine per un momento al torrente di quella devastazione. Adorno delle vesti sacerdotali, comparve alla testa di un numeroso corpo di fanatici contadini, armati solamente di fionde, e difese il suo Dio e il suo dominio contro le sacrileghe mani dei seguaci di Zoroastro143. Ma la rovina di Tarso, e di molte altre città è una trista prova, che (tranne questo sol caso) la conquista della Siria e della Cilicia appena interruppe il progresso dell’armi persiane. Erano abbandonati i vantaggiosi angusti passi del monte Tauro, nei quali un invasore, la cui principale forza consisteva nella cavalleria, si sarebbe trovato impegnato in un combattimento assai diseguale, e si lasciò che Sapore assediasse Cesarea, capitale della Cappadocia; città la quale, benchè di secondo ordine, si supponeva che contenesse quattrocentomila abitanti. Era Demostene comandante della piazza, non tanto per commissione dell’Imperatore, quanto per la volontaria difesa della sua patria. Egli allontanò per molto tempo il fato della medesima, e quando finalmente Cesarea fu tradita dalla perfidia di un medico, egli si aprì col ferro la strada a traverso i Persiani, che aveano ordine di usare le maggiori diligenze per prenderlo vivo. Questo eroico comandante fuggì il potere di un nemico, che avrebbe onorato o punito il suo ostinato valore; ma molte migliaia de’ suoi concittadini perirono involte in una generale strage, e Sapore viene accusato di avere trattati i suoi prigionieri con una capricciosa ed insaziabile crudeltà144. Molto dovrebbe certamente accordarsi all’animosità nazionale, molto alla superbia umiliata, ed alla impotente vendetta; ma è certo soprattutto che lo stesso Principe, che aveva nell’Armenia spiegato il dolce carattere di legislatore, si mostrò ai Romani sotto il feroce aspetto di conquistatore. Disperando egli di fare alcuno stabilimento permanente nell’Impero, procurò solamente di lasciar dietro a se una devastata solitudine, mentre trasportava nella Persia il popolo e le ricchezze delle province145.

Nel tempo che l’Oriente tremava al nome di Sapore, questi ricevè un dono non indegno dei Re più grandi, un lungo seguito di cammelli, carichi delle più rare e preziose mercanzie. La ricca offerta era accompagnata da una rispettosa, ma non servil lettera di Odenato, uno dei più nobili ed opulenti Senatori di Palmira. «Chi è questo Odenato» (disse il superbo vincitore, e comandò che fossero i doni gettati nell’Eufrate) «che così insolentemente ardisce di scrivere al suo Signore? S’egli spera addolcire il suo castigo, cada con le mani legate dietro le spalle prostrato a’ piedi del nostro trono. S’egli indugia un momento, la distruzione si spargerà prontamente sulla sua testa, sull’intera sua stirpe e sulla sua patria»146. La disperata estremità, alla quale fu il Palmireno ridotto, mise in azione tutte le ascose potenze del suo spirito. Andò egli incontro a Sapore, ma con le armi, in mano. Comunicando il suo coraggio ad un piccolo esercito, raccolto dai villaggi della Siria147, e dalle tende del deserto148, si aggirò intorno all’oste persiana, l’affaticò nella ritirata, portò via parte del tesoro, e ciò ch’era più caro di ogni tesoro, molte donne del gran Re, il quale alla fine fu obbligato di ripassare l’Eufrate con qualche segno di fretta e di confusione149. Con questa impresa Odenato gettò i fondamenti della sua futura gloria e grandezza. La maestà di Roma, oppressa da un Persiano, fu sostenuta da un Soriano od Arabo di Palmira.

La voce della Storia, che spesso altro non è che l’organo dell’odio o dell’adulazione, rimprovera a Sapore un altiero abuso dei diritti della vittoria. Dicesi che Valeriano, incatenato ma rivestito della porpora imperiale, venne esposto alla moltitudine per un costante spettacolo di caduta grandezza, e che qualora il persiano Monarca montava a cavallo, posava il piede sul collo dell’Imperatore romano. Malgrado tutte le rimostranze de’ suoi alleati, che reiteratamente l’avvertivano di rammentarsi le vicende della fortuna, di temere la risorgente potenza di Roma, o di servirsi dell’illustre suo prigioniero per pegno della pace e non per oggetto d’insulto, Sapore sempre rimase inflessibile. Dopo che Valeriano succumbè sotto il peso della vergogna e del dolore, la sua pelle impagliata a somiglianza di corpo umano fu conservata per varj secoli nel più illustre tempio della Persia; monumento più reale di trionfo, che gl’immaginarj trofei di bronzo e di marmo sì spesso eretti dalla vanità dei Romani150. Il racconto è morale e patetico, ma ne può essere facilmente messa in dubbio la verità. Le lettere, tuttora esistenti, dei Principi dell’Oriente a Sapore, sono manifeste imposture151; e non è naturale il supporre, che un geloso Monarca volesse (anche nella persona di un rivale) avvilire così pubblicamente la Maestà Reale. Qualunque trattamento però si fosse provato dall’infelice Valeriano nella Persia, è certo almeno che l’unico romano Imperatore, che mai cadesse nelle mani dei nemici, languì per tutta la sua vita in una prigionia senza speranza.

L’Imperatore Gallieno, che aveva lungamente sopportata con impazienza la censoria severità del suo padre e collega, ricevè la nuova delle sciagure di lui con segreto piacere e manifesta indifferenza. «Io ben sapeva,» egli disse «che mio padre era mortale, e giacchè si è mostrato uomo coraggioso, io son soddisfatto.» Mentre Roma deplorava il fato del suo Sovrano, la barbara freddezza del figliuolo di lui fu dai servili cortigiani celebrata come perfetta costanza di un eroe e di uno stoico152. È difficile il dipingere il leggiero, vario, ed incostante carattere di Gallieno, ch’esso spiegò senza ritegno, appena divenuto unico possessore dell’Impero. In ogni arte da lui tentata, il vivace suo ingegno lo assicurava del felice successo; e privo essendo di giudizio il suo ingegno, egli ogni arte tentò, fuorchè le sole importanti, della guerra e del governo. Era eccellente in molte curiose, ma inutili scienze, pronto oratore, elegante poeta153, abile giardiniere, cuoco eccellente, e sprezzabilissimo Principe. Nel tempo che le grandi emergenze dello Stato richiedevano la sua presenza e la sua attenzione, egli s’occupava in discorsi col filosofo Plotino154, consumava il suo tempo in frivoli o licenziosi piaceri, s’iniziava nei greci misterj, o faceva premure per ottenere un posto nell’Areopago di Atene. La sua profusa magnificenza insultava l’universal povertà; la ridicola solennità de’ suoi trionfi faceva più profondamente sentire il pubblico disonore155. Egli riceveva con un sorriso indolente le ripetute notizie delle invasioni, delle disfatte, e delle ribellioni; e nominando con affettato disprezzo qualche particolar prodotto della perduta provincia, indolentemente dimandava se Roma sarebbe rovinata perchè più l’Egitto non le fornisse le tele di lino, e la Gallia le stoffe di Arras? Vi furono per altro pochi brevi momenti nella vita di Gallieno, nei quali inasprito da qualche ingiuria recente, comparve subitamente intrepido soldato e tiranno crudele; finchè saziato di sangue o stanco dalla resistenza, ricadeva insensibilmente nella natural placidezza e indolenza del suo carattere156.

Mentre da tal mano erano sì lentamente tenute le redini del Governo, non è maraviglia, che in ogni provincia si suscitassero in folla gli usurpatori contro il figlio di Valeriano. Fu probabilmente ingegnosa fantasia di paragonare i trenta tiranni di Roma, coi trenta tiranni di Atene, che indusse gli Scrittori della Storia Augusta a scegliere quel famoso numero, che a poco a poco è degenerato in popolare denominazione157. Ma è per ogni verso vano e falso il paragone. Qual mai somiglianza può ritrovarsi tra un concilio di trenta persone, che unite opprimevano una sola città, e tra una incerta lista d’indipendenti rivali, che si innalzarono e caddero con irregolar successione, per tutta l’ampiezza di un vasto Impero? Nè può essere il numero dei trenta compito, se non vi s’includono ancora le donne e i fanciulli, che furono onorati col titolo imperiale. Il regno di Gallieno, disordinato come era, produsse soltanto diciannove pretendenti al trono; Ciriade, Macriano, Balista, Odenato, e Zenobia in Oriente; nella Gallia e nelle province occidentali, Postumo, Lolliano, Vittorino e sua madre Vittoria, Mario, e Tetrico; nell’Illirico e nei confini del Danubio, Ingenuo, Regilliano, ed Aureolo; nel Ponto158, Saturnino; nell’Isauria, Trebelliano; Pisone nella Tessaglia; Valente nell’Acaia; Emiliano nell’Egitto; e Celso nell’Affrica. Chi volesse illustrare gli oscuri monumenti della vita e della morte di ognuno di essi, imprenderebbe un laborioso assunto, nè istruttivo, nè dilettevole. Possiamo contentarci d’investigare alcuni caratteri generali, che più vivamente distinguono le circostanze de’ tempi, ed i costumi degli uomini, le loro pretensioni, i loro motivi, il lor fato, e le ruinose conseguenze della loro usurpazione159.

È noto bastantemente, che l’odioso nome di tiranno fu spesso usato dagli antichi per esprimere l’illegittima occupazione del supremo potere, senza alcun rapporto all’abuso di quello. Diversi tra i pretendenti, che spiegarono lo stendardo della ribellione contro l’Imperatore Gallieno, erano illustri modelli di virtù e quasi tutti avevano una riguardevole dose di vigore e di abilità. Il merito avea procurato ad essi il favore di Valeriano, e gli avea gradatamente promossi ai più importanti Governi dell’Impero. I Generali, che presero il titolo di Augusto, erano o rispettati dalle loro truppe per l’esperta loro condotta e severa disciplina, o ammirati pel valore e per la fortuna in guerra, o amati per la loro franchezza e generosità. Il campo della vittoria fu spesso il teatro della loro elezione, e fino l’armaiuolo Mario, il più disprezzabile di tutti i pretendenti alla porpora, fu distinto pel suo intrepido coraggio, per l’incomparabil sua forza, e per la sua rozza onestà160. Il suo vile e recente mestiero dava, è vero, un’aria di ridicolezza alla sua elevazione; ma la sua nascita non poteva esser più oscura di quella della maggior parte de’ suoi rivali, ch’erano nati da contadini, ed arrolati nell’armata come soldati privati. Nei tempi di confusione ogni genio attivo trova il posto assegnatogli dalla natura: in un generale stato di guerra il merito militare è la via della gloria e della grandezza. De’ diciannove tiranni, Tetrico soltanto era Senatore: Pisone solo era nobile. Il sangue di Numa, per ventotto successive generazioni, scorreva nelle vene di Calfurnio Pisone161, il quale per alleanze di donne pretendeva il diritto di esporre nella sua casa le immagini di Crasso e del gran Pompeo162. I suoi antenati erano stati replicatamente decorati di tutti gli onori che largir potea la Repubblica; e fra tutte le antiche famiglie di Roma, la Calfurnia soltanto era sopravvissuta alla tirannia dei Cesari. Le qualità personali di Pisone aggiungevano un nuovo lustro alla sua stirpe. L’usurpatore Valente, per ordine del quale fu ucciso, confessò con profondo rimorso, che un nemico pur anco avrebbe dovuto rispettare la santità di Pisone; e benchè morisse con le armi in mano contro Gallieno, il Senato, con generosa permissione dell’Imperatore, decretò i trionfali ornamenti alla memoria di un così virtuoso ribelle163.

I Generali di Valeriano erano grati al padre ch’essi stimavano. Disdegnavano però di servire alla lussuriosa indolenza dell’indegno suo figlio. Il trono del Mondo romano non era sostenuto da alcun principio di lealtà; e un tradimento contro un tal Principe, poteva facilmente considerarsi come un atto di patriottismo. Se esaminiamo però con candore la condotta di questi usurpatori, vedremo che furono più spesso indotti alla ribellione dai loro timori, che spinti dall’ambizione. Essi temevano i crudeli sospetti di Gallieno; e paventavano ugualmente la capricciosa violenza delle loro truppe. Se il pericoloso favore dell’esercito gli aveva imprudentemente dichiarati degni della porpora, erano destinati ad una sicura distruzione; e la prudenza stessa li consigliava ad assicurarsi un breve godimento dell’Impero, e piuttosto a tentar la sorte dell’armi, che ad aspettar la mano di un carnefice. Quando il favor de’ soldati rivestiva le ripugnanti vittime con le insegne della sovrana autorità, esse talvolta si lagnavano in segreto del vicino lor fato. «Voi avete perduto,» diceva Saturnino nel giorno della sua elevazione, «voi avete perduto un utile Comandante, ed avete fatto un miserabilissimo Imperatore»164.

I timori di Saturnino furono giustificati dalla replicata esperienza delle rivoluzioni. De’ diciannove Tiranni, che insorsero sotto il Regno di Gallieno, non ve ne fu alcuno, che godesse una vita pacifica, o morisse di una morte naturale. Appena erano rivestiti della sanguigna porpora, destavano ne’ loro aderenti gli stessi terrori e la stessa ambizione, che avea data occasione alla propria lor ribellione. Circondati da domestiche cospirazioni, da militari sedizioni, e dalla guerra civile, tremavano sull’orlo del precipizio, nel quale, dopo un più lungo o più breve giro di angustie, inevitabilmente cadevano. Questi precarj Monarchi ricevevano però quegli onori, che l’adulazione delle respettive armate e province poteva ad essi concedere; ma la loro pretensione, sul ribellamento fondata non potè mai ottenere la sanzione della legge o della Storia. L’Italia, Roma e il Senato costantemente aderirono alla causa di Gallieno, ed egli solo fu considerato come Serrano dell’Impero. Questo Principe condiscese, per verità, a riconoscere le vittoriose armi di Odenato, che meritò questa onorifica distinzione per la rispettosa condotta da lui sempre tenuta verso il figliuolo di Valeriano. Con generale applauso dei Romani e col consenso di Gallieno, il Senato conferì titolo di Augusto al valoroso Palmireno; e parve affidargli il governo dell’Oriente, da lui già posseduto così indipendentemente, che come successione privata Io lasciò alla illustre sua vedova Zenobia165.

I rapidi e continui passaggi dalla capanna al trono, e dal trono alla tomba avrebbero potuto divertire un indifferente filosofo; se possibil fosse ad un filosofo di rimanere indifferente in mezzo alle universali calamità del Genere Umano. L’elezione di questi effimeri Imperatori, la potenza, e la morto loro erano ugualmente ruinose pe’ loro sudditi e pe’ loro aderenti. Il prezzo della fatale loro elevazione era subito pagato alle truppe, con un immenso donativo, tratto dalle viscere di un popolo già spossato. Per virtuoso che fosse il loro carattere, e pure le loro intenzioni, si trovavano essi ridotti alla dura necessità di sostenere la loro usurpazione con frequenti atti di rapina e di crudeltà. Quando essi cadevano, involgevano gli eserciti e le province nella loro caduta. Esiste tuttora un barbaro mandato di Gallieno ad uno de’ suoi ministri, dopo la soppressione d’Ingenuo, che presa aveva la porpora nell’Illirico. «Non basta» (dice questo debole, ma inumano Principe) «che voi esterminiate quelli che sono comparsi armati; la sorte di una battaglia avrebbe ugualmente potuto servirmi. I maschi di ogni età devono estirparsi, purchè nell’esecuzione de’ ragazzi e de’ vecchi voi possiate trovar mezzi per salvare la nostra riputazione. Muoia chiunque ha lasciata cadere una parola, ed ha formato un pensiero cattivo contro di me, contro di me, figlio di Valeriano, padre e fratello di tanti Principi166. Ricordatevi che Ingenuo fu fatto Imperatore: lacerate, uccidete, mettete in pezzi. Io vi scrivo di propria mano, e vorrei ispirarvi i miei propri sentimenti»167. Mentre le pubbliche forze dello Stato si dissipavano in private contese, le inermi province giacevano esposte ad ogni invasore. I più coraggiosi usurpatori furono sforzati dalla incertezza della lor situazione a concludere ignominiosi trattati col comune inimico, a comprare con gravosi tributi la neutralità o il soccorso dei Barbari, e ad introdurre ostili ed indipendenti nazioni nel centro della romana Monarchia168.

Tali furono i Barbari e tali i Tiranni, i quali, sotto i regni di Valeriano e di Gallieno, smembrarono le province e ridussero l’Impero all’ultimo grado di disonore e di rovina, dal quale impossibil parea che fosse mai per risorgere. Per quanto poteva la scarsezza de’ materiali permettere, abbiamo tentato di esporre con ordine e chiarezza i generali avvenimenti di questo calamitoso periodo. Rimangono ancora alcuni fatti particolari; I. i disordini dalla Sicilia; II. i tumulti di Alessandria; III. la ribellione degli Isaurici, che può servire a mettere in maggior lume l’orrida pittura.

I. Ogni qualvolta numerose truppe di banditi, moltiplicati per la fortuna e per l’impunità, pubblicamente sfidano, in vece di eluderla, la giustizia della lor patria, si può sicuramente inferire, che gli ordini più bassi della società sentono l’eccessiva debolezza del Governo, e ne abusano. La situazione della Sicilia la preservava dai Barbari; nè avrebbe quella inerme provincia potuto sostenere un usurpatore. Fu quella, una volta florida e tuttora fertile isola, angustiata da mani più vili. Una licenziosa turma di schiavi e contadini regnò per un tempo sul devastato paese, e rinnovò la memoria delle antiche guerre servili169. Le devastazioni, delle quali l’agricoltore era o vittima o complice, debbono aver rovinata l’agricoltura della Sicilia; e siccome i principali beni appartenevano agli opulenti Senatori di Roma, che spesso racchiudevano in una sola tenuta il territorio di una antica Repubblica, non è improbabile che questa privata ingiuria fosse alla Capitale più sensibile di tutte le conquiste de’ Goti o de’ Persiani.

II. La fondazione di Alessandria fu una nobile idea, concepita insieme ed eseguita dal figliuol di Filippo. La bella e regolare forma di quella grande città, inferiore soltanto a Roma, comprendeva una circonferenza di quindici miglia170; era popolata da trecentomila abitanti liberi, ed in oltre da un numero almeno uguale di schiavi171. Il lucroso commercio della Arabia e dell’India passava pel porto di Alessandria alla Capitale ed alle province dell’Impero. L’ozio vi era ignoto. Erano alcuni impiegati nelle manifatture de’ vetri, altri in tessere tele di lino, ed altri in lavorare il papiro. Ogni sesso ed ogni età era occupata ne’ lavori d’industria; nè mancavano ai ciechi o agli storpiati occupazioni convenienti alla lor condizione172. Ma il popolo di Alessandria, mescuglio di varie nazioni, univa la vanità e l’incostanza de’ Greci alla superstizione ed ostinazione degli Egiziani. La più frivola occasione, una passeggiera scarsità di carni o di lenti, l’ommissione di un ordinario saluto, uno sbaglio di precedenza ne’ bagni pubblici, od anche una disputa di religione173 furono sempre bastanti ad accendere una sedizione tra quella numerosa moltitudine, i cui risentimenti erano furiosi ed implacabili174. Poscia che, per la prigionia di Valeriano e l’indolenza del suo figliuolo, fu indebolita l’autorità delle leggi, gli Alessandrini si abbandonarono allo sfrenato furore delle proprie passioni, e l’infelice loro patria fu il teatro di una guerra civile, che durò (con poche, corte e sospette tregue) quasi dodici anni175. Fu ogni commercio interrotto tra i diversi quartieri dell’afflitta città, ogni contrada macchiata di sangue, ogni forte edifizio convertito in cittadella; nè cessò il tumulto finchè una considerabile porzione di Alessandria non giacque irreparabilmente rovinata. Lo spazioso e magnifico distretto del Bruchion co’ suoi palazzi, ed il Museo, residenza de’ Re e de’ filosofi dell’Egitto, viene, quasi un secolo dopo, descritto, come già ridotto al suo presente stato di spaventevole solitudine176.

III. L’oscura ribellione di Trebelliano, che prese la porpora nella Isauria, piccola provincia dell’Asia minore, ebbe le più strano e memorabili conseguenze. Quel simulacro di sovranità fu presto distrutto da un uffiziale di Gallieno; ma i suoi seguaci disperando del perdono, deliberarono di sciogliersi dalla fedeltà giurata non solo all’Imperatore, ma ancora all’Impero, e improvvisamente ritornarono a’ loro selvaggi costumi, de’ quali non si erano mai perfettamente spogliati. Le scoscese lor rupi, che parte facevano dell’immenso Tauro, proteggevano l’innacessibil loro ritiro. Dalla coltivazione di alcune fertili valli177 ricavavano essi il necessario della vita, e gli agi dall’uso della rapina. Nel centro della romana Monarchia, gli Isaurici lungamente continuarono ad essere una nazione di barbari selvaggi. I Principi successivi, inabili a sottometterli con l’armi o con la politica, dovettero confessare la propria debolezza, circondando l’ostile e indipendente cantone con una salda catena di fortificazioni178, che furono spesso insufficienti a impedire le incursioni di quei domestici nemici. Gl’Isaurici estesero a poco a poco il lor territorio fino alla costa marittima, soggiogarono l’occidentale e montuosa parte della Cilicia, nido un tempo di quegli audaci pirati, contro i quali la Repubblica era stata una volta costretta ad impiegare la sua maggior forza sotto la condotta del gran Pompeo179.

Il nostro modo di pensare connette sì volentieri l’ordine dell’Universo col destino dell’uomo, che questo tenebroso periodo di storia è stato illustrato con inondazioni, terremoti, straordinarie meteore, soprannaturali caligini, e con una folla di falsi esagerati prodigi180. Ma una lunga e generale carestia fu ben più grave calamità. Fu questa l’inevitabile conseguenza della rapina e dell’oppressione, ch’estirpava il prodotto delle raccolte presenti, e la speranza delle future. La carestia vien quasi sempre seguita da mali epidemici, effetto del cibo scarso ed insalubre. Altre cagioni però possono avere contribuito alla furiosa peste, che dall’anno dugentocinquanta all’anno dugentosessantacinque, infierì senza interrompimento in ogni provincia, in ogni città e quasi in ogni famiglia dell’Impero romano. Per qualche tempo morirono giornalmente in Roma cinquemila persone; e rimasero interamente spopolate181 molte città, ch’erano scampate dalle mani dei Barbari.

Abbiamo notizia di un’assai curiosa circostanza, forse non inutile nel malinconico computo delle umane calamità. Si teneva in Alessandria un esatto registro di tutti i cittadini, autorizzati a ricevere la distribuzione del grano. Si trovò che l’antico numero di quelli compresi tra l’età de’ quaranta e de’ sessant’anni, era stato uguale all’intera somma de’ postulanti dai quindici anni fino agli ottanta, che restarono vivi dopo il regno di Gallieno182. Applicando questo fatto autentico alle più corrette tavole della mortalità, esso prova evidentemente, ch’era quasi perita la metà del popolo di Alessandria; e se ci potessimo arrischiare ad estendere l’analogia alle altre province, potremmo sospettare che la guerra, la peste e la fame avessero, in pochi anni, consumata la metà del Genere Umano183.

Note

  1. L’espressione usata da Zosimo e da Zonara può significare, che Marino comandava una centuria, una coorte o una legione.
  2. La sua nascita in Bubbalia piccolo villaggio della Pannonia (Eutrop. IX Vittor. in Caesarib. et Epitom.) sembra contraddire, se pure non fu puramente accidentale, la sua supposta discendenza dai Decj. Contavano essi seicento anni di nobiltà, ma al principio di quel periodo, erano soltanto plebei di merito, e dei primi che furono a parte del Consolato coi superbi Patrizj: Plebeiae Deciorum animae, ec. Giovenale, Sat. VIII 254. Vedi la coraggiosa parlata di Decio in Livio; X 9, 10.
  3. Zosimo, l. 1, p. 10; Zonara l. XII, p. 924. Edit. Louvre.
  4. Vedi le prefazioni di Cassiodoro e di Giornandes. È cosa sorprendente che quest’ultimo fosse omesso nell’eccellente edizione degli Scrittori goti pubblicata da Grozio.
  5. Sull’autorità di Ablavio, Giornandes cita alcune antiche croniche dei Goti in versi. De Rebus Get. c. 4.
  6. Giornandes c. 3.
  7. Vedi nei prolegomeni di Grozio diversi lunghi estratti presi da Adamo di Brema, e da Sassone il Gramatico. Il primo scrisse nell’anno 1077, l’ultimo fiorì verso l’anno 1200.
  8. Voltaire, Storia di Carlo XII l. III. Quando gli Austriaci desiderarono l’aiuto della Corte di Roma contro Gustavo Adolfo, essi rappresentarono sempre questo conquistatore come il successore diretto di Alarico. Harte Stor. di Gustavo. Vol. II. p. 123.
  9. Vedi Adamo di Brema in Grotii Prolegomenis p. 104. Il tempio di Upsal fu distrutto da Ingo re di Svezia, che cominciò a regnare nell’anno 1075, e quasi 80 anni dopo fu sulle rovine di quello eretta una Cattedrale cristiana. Vedi Dalin Stor. di Svezia nella Biblioteca ragionata.
  10. Mallet, Introduzione alla Storia di Danimarca.
  11. Mallet, c. IV p. 65. ha raccolto da Strabone, da Plinio, da Tolomeo e da Stefano Bisantino i vestigi di questa città e del suo popolo.
  12. Questa stupenda spedizione di Odino, che deducendo l’inimicizia dei Goti e dei Romani da una causa sì memorabile, potrebbe somministrare il nobile fondamento di un Poema epico, non può sicuramente riceversi come autentica Storia. Secondo il natural senso dell’Edda, e l’interpretazione dei più abili critici, As-gard invece d’indicare una vera città della Sarmazia asiatica, è il nome fittizio della mistica dimora degli Dei, l’Olimpo della Scandinavia, donde si supponeva disceso il Profeta, quando annunziò la sua nuova religione alle nazioni gotiche, già stabilite nelle parti meridionali della Svezia.
  13. Tacit. German. c. 44.
  14. Tacit. Annal. II, 62. Se si potesse dar ferma credenza alle navigazioni di Pitea di Marsiglia, dovremmo convenire che i Goti aveano passato il Baltico trecento anni almeno avanti Gesù Cristo.
  15. Tolomeo l. II.
  16. Dalle colonie germaniche, le quali seguivano le armi dei cavalieri Teutonici. La conquista e la conversione della Prussia fu compita da quei venturieri del tredicesimo secolo.
  17. Plinio (Stor. Nat. IV 14) e Procopio in Bello Vandal. l. I. c. I. s’accordano in questa opinione. Eglino vissero in tempi diversi, ed ebbero diversi mezzi per investigare la verità.
  18. Gli Ostrogoti e i Visigoti, che è a dire i Goti orientali ed occidentali, trassero questi nomi dalle originarie lor sedi nella Scandinavia. In tutte le mosse, in tutti gli stabilimenti loro, essi conservarono poi sempre, insieme coi loro nomi, la medesima relativa situazione. Quando si partirono per la prima volta dalla Svezia, tre vascelli contenevano la nascente loro colonia. Il terzo, essendo tardo alla vela, rimase indietro, e quella turma, divenuta poi una nazione, ricevè da questo circostanza il nome di Gepidi o sia infingardi. Giornandes, c. 17.
  19. Vedi un frammento di Pietro Patrizio nell’Excerpta Legationum; e riguardo alla probabilità della data, vedi Tillemont. Stor. degli imperat. tom. III. p. 346.
  20. Omnium harum gentium insigne, rotunda scuta, breves gladii et erga reges obsequium. Tacit. German. c. 43. I Goti probabilmente si procacciarono il loro ferro col commercio dell’ambra.
  21. Giornandes, c. 13, 14.
  22. Gli Eruli, e gli Uregundi, o Burgundi, sono specialmente menzionati. Ved. Mascovio, Storia dei Germani, l. V. Un passo della Stor. Aug. p. 28 sembra alludere a questa grande emigrazione. La guerra Marcomannica fu in parte cagionata dalla furia delle barbare tribù, che fuggivano dinanzi alle armi dei Barbari più settentrionali.
  23. D’Anville, Geografia antica, alla terza parte della incomparabile sua carta dell’Europa.
  24. Tacit. German. c. 46.
  25. Cluver. Germania Anti. l. III c. 43.
  26. I Venedi, gli Havi, e gli Antes, erano le tre gran tribù del medesimo popolo. Giornandes. c. 24.
  27. Tacito merita sicuramente questo titolo, e perfino la cauta sua sospensione è una prova delle diligenti ricerche da esso fatte.
  28. La Storia Genealogica dei Tartari, p. 593. M. Bell (Vol. II p. 379) traversò l’Ucrania nel suo viaggio da Pietroburgo a Costantinopoli. L’aspetto moderno del paese è una giusta rappresentazione dell’antico, giacchè nelle mani dei Cosacchi rimane tuttavia nello stato di natura.
  29. Nel 16 Capit. di Giornandes, in vece di secundo Maesiam, possiamo azzardarci a sostituire secundam, la seconda Mesia, di cui Marcianopoli era certamente la Capitale. Vedi Ierocle de Provinciis, e Wesseling ad locum p. 636. Itinerar. È sorprendente come questo palpabile errore del copista sfuggisse alla giudiziosa correzione di Grozio.
  30. Il luogo è tuttavia detto Nicopo. Il piccol fiume, sulle cui sponde era posto, sbocca nel Danubio. Geografia antica, tom. I. p. 307.
  31. Stefan. D’Anville, Byzant. de Urbibus, p. 740. Wesseling Itinerar. p. 136. Zonara per un grossolano sbaglio, attribuisce la fondazione di Filippopoli all’immediato predecessore di Decio.
  32. Ammian. XXX. 5.
  33. Aurelio Vittore, c. 29.
  34. Victoriae Carpicae, sopra varie medaglie di Decio, indicano questi successi.
  35. Claudio (che regnò di poi con tanta gloria) si era posto al passo delle Termopili con 200 Dardani, 100 cavalli gravi e 160 leggieri, 60 arcieri cretensi, e 1000 bene armate reclute. Vedi una lettera dell’Imperatore al suo uffiziale nella Stor. Aug. p. 200.
  36. Giornandes, c. 16-18. Zosimo, l. 1 p. 22. Nella relazione generale di questa guerra è facile scoprire gli opposti pregiudizj dello Scrittore gotico e del greco. Nella trascuratezza solamente sono simili.
  37. Montesquieu: Grandezza e decadenza dei Romani. Egli illustra la natura e l’uso dell’ufficio di Censore col suo solito ingegno e con una precisione non ordinaria.
  38. Vespasiano e Tito furono gli ultimi Censori (Plinio Stor. Nat. VII 49. Censorino de Die natali.) La modestia di Traiano ricusò un onore, ch’egli meritava, ed il suo esempio divenne una legge per gli Antonini. Vedi il Panegirico di Plinio, c. 45 e 60.
  39. Pure, a dispetto di questa esenzione, Pompeo comparve dinanzi a quel tribunale, durante il suo consolato. L’occasione fu, per vero dire, e singolare ed onorifica. Plutarco in Pomp. p. 630.
  40. Vedi la parlata originale nella Stor. Aug. p. 173, 174.
  41. Ciò potè ingannare Zonara, il quale suppone che Valeriano fosse di presente dichiarato collega di Decio. l. XII p. 625.
  42. Stor. Aug. p. 174. La risposta dell’Imperatore è omessa.
  43. Simile ai tentativi di Augusto per la riforma dei costumi. Tacit. Annal. l. III. 24.
  44. Tillemont Stor. degl’Imperatori, tom. III p. 598. Zosimo ed alcuni dei suoi seguaci confondono il Danubio col Tanai, e mettono il campo di battaglia nelle pianure della Scizia.
  45. Aurelio Vittore riporta due diverse azioni per la morte dei due Decj; ma io ho preferito il racconto di Giornandes.
  46. Ho ardito di copiare da Tacito (Ann. I 64) la descrizione di simile combattimento tra un esercito romano ed una tribù di Germani.
  47. Giornandes c. 18. Zosimo l. I p. 22. Zonara I. XII p. 629 Aurelio Vittore.
  48. I Decj furono uccisi prima dell’anno dugento cinquantuno, poichè i nuovi Principi presero il possesso del Consolato nelle seguenti calende di Gennaio.
  49. La Storia Augusta (p. 223.) assegna ad essi un posto molto onorevole tra il piccolo numero dei buoni Imperatori i quali regnarono tra Augusto e Diocleziano.
  50. Haec ubi Patres comperere.... decernunt. Victor in Caesarib.
  51. Zonara l. XII, p. 628.
  52. Una Sella, una Toga, una Patera di oro di cinque libbre di peso, furono accettate con piacere e con gratitudine dal ricco Re dell’Egitto (Liv. XXVII. 4.) Quina millia aeris, peso di rame del valore di circa 36 zecchini, era il solito presente fatto agli ambasciatori stranieri. Livio, XXI, 9.
  53. Vedi la fermezza d’un Generale romano fino al tempo di Alessandro Severo nell’Excerpta legationum, p. 25. Ediz. del Louvre.
  54. Per la peste Vedi Giornandes, c. 19, e Vittore in Caesaribus.
  55. Queste improbabili accuse sono allegate da Zosimo l. I p. 23 24.
  56. Giornandes, c. 19. Il Gotico Scrittore almeno osservò la pace, che i suoi compatriotti aveano giurata a Gallo.
  57. Zosimo l. I. p. 25, 26.
  58. Vittore in Caesaribus.
  59. Zonara, l. XII. 628.
  60. Banduri Numismata p. 94.
  61. Eutropio, l. IX c. 6 dice tertio mense. Eusebio omette questo Imperatore.
  62. Zosimo (l. I. 28) Eutropio e Vittore, pongono l’esercito di Valeriano nella Rezia.
  63. Avea quasi sessant’anni quando salì sul trono, o, come è più probabile, quando morì. Stor. Aug. p. 173. Tillemont Stor. degl’Imperat. tom. III p. 893, not. 1.
  64. Inimicus tyrannorum. Stor. Aug. p. 173. Nella gloriosa guerra del Senato contro Massimino Valeriano, si condusse con molto valore. Stor. Aug. p. 156.
  65. Secondo la distinzione di Vittore, sembra ch’egli avesse ricevuto il titolo d’Imperator dall’armata e quello di Augustus dal Senato.
  66. Da Vittore e dalle medaglie, Tillemont (tom. III p. 710) molto giustamente inferisce, che fosse Gallieno associato all’Impero verso il mese di Agosto dell’anno 253.
  67. Diversi sistemi sono stati immaginati por ispiegare un passo difficile di Gregorio di Tours l. II, c. 9.
  68. Il Geografo di Ravenna, L. II, facendo menzione della Mauringania su i confini della Danimarca, come dell’antica sede de’ Franchi, dette origine ad un ingegnoso sistema di Leibnitz.
  69. Vedi Cluver. Germania Antiqua l. III, c. 20 e Freret nelle Memorie dell’Accademia delle iscrizioni, Tom. XVIII.
  70. Molto probabilmente sotto il regno di Gordiano, per una accidentale circostanza pienamente discussa da Tillemont, tom. III, p. 710, 1181.
  71. Plinio Stor. Nat. XVII. I panegiristi frequentemente alludono alle paludi dei Franchi.
  72. Tacit. German. c. 30, 7.
  73. Nei tempi susseguenti vengono all’occasione ricordati molti di questi vecchi nomi. Vedine alcuni vestigj in Cluver. Germ. Antiq. L. III.
  74. Simler de Republ. Helvet. cum notis Fuselin.
  75. Zosimo l. I, p. 27.
  76. M. de Brequigny (nelle memorie dell’Accademia, tom. XXX) ci ha dato una molto curiosa vita di Postumo. Una serie della Storia Augusta, per mezzo di medaglie ed iscrizioni, è stata più di una volta progettata, e ve n’è tuttavia gran bisogno.
  77. Aurel. Vittore, c. 33. Invece di pene direpto il senso e l’espressione esigono deleto, benchè veramente, per diverse ragioni è ugualmente difficile correggere il testo dei migliori scrittori, che quel dei peggiori.
  78. Al tempo di Ausonio, sul fine del quarto secolo, Ilerda o Lerida era in uno stato molto rovinoso, (Ausonio, Epist. XXV, 58) che probabilmente era la conseguenza di questa invasione.
  79. Si è perciò Valesio ingannato supponendo che i Franchi invadessero la Spagna per mare.
  80. Aurel. Vittore, Eutrop. XX, 6.
  81. Tacit. German. 38.
  82. Cluver. German. Antiq. III 15.
  83. Sic Suevi a caeteris Germanis, sic Suevorum ingenui a servis separantur. Orgogliosa separazione.
  84. Caesar in Bello Gallico. IV, 7.
  85. Vittore in Caracal. Dione Cassio. LXVII p. 1350.
  86. Questa etimologia, molto diversa da quelle che divertono l’immaginazione dei dotti, è conservata da Asinio Quadrato, Storico originale, citato da Agatia, I c. 5.
  87. Gli Svevi impegnarono Cesare in questa maniera, e le loro operazioni meritarono l’approvazione del vincitore.
  88. Stor. Aug. p. 215, 216. Dexippo nell’Excerpta Legationum, p. 8. Hieronym. Cron. Orosio VII 22.
  89. Zosimo l. I, p. 34.
  90. Aurel. Vittore in Gallieno e Probo. I suoi lamenti sperano un insolito ardore di libertà. le più pericolose cure dell’Impero.
  91. Zonara, l. XII p. 631.
  92. Uno dei Vittori lo chiama Re dei Marcomanni, l’altro dei Germani.
  93. Vedi Tillemont Stor. degl’Imperat. tom. 3 pag. 398, ec.
  94. Vedi le vite di Claudio, Aureliano e Probo nella Storia Augusta.
  95. È quasi una mezza lega in larghezza. Storia genealogica dei Tartari, p. 598.
  96. Vedi M. de Peyssonel, ch’era stato Console francese a Caffa, nelle sue Osservazioni sui Popoli barbari, che hanno abitato sulle rive del Danubio.
  97. Euripide nell’Ifigenia in Tauride.
  98. Strabone l. VII p. 309. I primi Re del Bosforo furono alleati di Atene.
  99. Appiano in Mitridate.
  100. Fu soggiogato dalle armi di Agrippa. Orosio VI, 21. Eutropio VII, 9. I Romani una volta s’innoltrarono dentro, a tre giornate di marcia dal Tanai. Tacit. Annal. XII 17.
  101. Vedi il Toxaris di Luciano, se diamo fede alla sincerità, ed alla virtù dello Scita, che riferisce una gran guerra della sua nazione contro i Re del Bosforo.
  102. Zosimo. l. I. p. 28.
  103. Strabone, l. XI. Tacito, Stor. III. 47. Si nominavano Camarae.
  104. Vedi una descrizione molto naturale della navigazione dell’Eusino nella XVI lettera di Tournefort.
  105. Arriano pone la guarnigione di frontiera a Dioscurias, o Sebastopoli, quarantaquattro miglia all’oriente di Pizio. La guarnigione di Fasi era al suo tempo composta di soli quattrocento pedoni. Vedi il Periplo dell’Eusino.
  106. Zosimo, l. I p. 30.
  107. Arriano (in Periplo Maris Euxini p. 130) assegna la distanza di 2610 stadj.
  108. Senofonte, Anabasis l. IV, p. 348. Ediz. Hutchinson.
  109. Arriano, p. 129. L’osservazione generale è di Tournefort.
  110. Vedi un’epistola di Gregorio Taumaturgo Vescovo di Neocesarea, citato da Mascovio. V, 37.
  111. Zosimo l. I, p. 32 33.
  112. Itiner. Hierosolym. 572. Vesseling.
  113. Zosim. lib. I, p. 32, 33.
  114. Egli assediò la città con 400 galere, 150000 pedoni, e con numerosa cavalleria. Vedi Plutarco in Lucul. Appian. in Mitrid. Cicerone pro lege Manilia c. 8.
  115. Strabone l. XII p. 573.
  116. Pocock, descrizione dell’Oriente, l. II c. 23 24.
  117. Zosimo, l. I, p. 33.
  118. Sincello riferisce una storia non intelligibile del principe Odenato il quale disfece i Goti, e fu ucciso dal principe Odenato.
  119. Viaggi di Chardin, Tom. I p. 45. Egli fece vela coi Turchi da Costantinopoli a Caffa.
  120. Sincello, p. 382, parla di questa spedizione, come intrapresa dagli Eruli.
  121. Strabone, L. XV, p. 495.
  122. Plinio, Stor. Nat. III.
  123. Stor. Aug. p. 181. Vittore, cap. 33. Orosio, VII. 42. Zosimo, L. I, p. 35. Zonara, l. XII, 635. Sincello, p.382. Non si possono senza qualche attenzione spiegare o conciliare i loro imperfetti racconti. Possiamo tuttavia rinvenire alcune tracce della parzialità di Dexippo nella relazione delle sue proprie imprese, e di quelle dei suoi concittadini.
  124. Sincello p. 382. Questo funesto corpo di Eruli fu per gran tempo fedele e rinomato.
  125. Claudio, che comandava sul Danubio, pensò giustamente ed operò con coraggio. Il suo collega fu geloso della di lui fama. Stor. Aug. p. 181.
  126. Giornandes c. 20.
  127. Zosimo ed i Greci, (come l’autore del Tilopatride) danno il nome di Sciti a quelli che Giornandes e gli Scrittori latini costantemente rappresentano come Goti.
  128. Stor. Aug. p. 178, Giornandes c. 20.
  129. Strabone l. XIV, p, 640. Vitruvio l. I c. 36, prefazione, e L. VII. Tacito Annal. III, 61. Plinio Stor. Nat. XXXVI, 14.
  130. La lunghezza di S. Pietro di Roma è di 840. palmi romani; questo palmo è di 8 pollici e 3 linee. Vedi le Miscellanee di Greave vol. I p. 233 sopra il piede romano.
  131. La politica de’ Romani gl’impegnava a restringere i limiti dell’asilo, che differenti privilegi avevano successivamente estesi sino a due stadj intorno al tempio. Strabone l. XIV, p. 641. Tacito Ann. III, 60 ec.
  132. Non offerivano essi alcun sacrifizio agli Dei della Grecia. Vedi Lettere di San Gregorio Taumaturgo.
  133. Zonara l. XII, p. 635. Un simile aneddoto conveniva perfettamente al gusto di Montaigne. Ne fa uso nel suo saggio sopra il pedantisimo l. I c. 24.
  134. Mosè di Corene, l. II, cap. 71 73 74. Zonara l. XII. p. 628. La relazione autentica dell’autore armeno rettifica il confuso racconto del greco Storico. Costui parla dei fanciulli di Tiridate, il quale allora era fanciullo egli stesso.
  135. Stor. Aug. p. 191. Macriano era nemico dei Cristiani, quindi essi gli dieder l’accusa di magìa.
  136. Zosimo l. I p. 33.
  137. Stor. Aug. p. 174.
  138. Vittore in Caesarib. Eutropio 9. 7.
  139. Zosimo l. I p. 33. Zonara l. XII p. 630. Pietro Patricio Excerpta legationum. p. 29.
  140. Stor. Aug. p. 185. Il regno dei Ciriadi è posto in questa collezione prima della morte di Valeriano; ma alla cronologia dubbiosa di uno Scrittore poco esatto, io ho preferito una probabile serie di avvenimenti.
  141. La testimonianza decisiva di Ammiano Marcellino (23. 5) esclude sotto il governo di Gallieno il sacco di Antiochia, che qualche altro Autore pone alcun tempo avanti.
  142. Zosimo l. I p. 35.
  143. Giovanni Malala tom. 1 pag. 391. Egli trasfigura questo probabile accidente con qualche circostanza favolosa.
  144. Zonara l. XII p. 630. I corpi di quelli, i quali erano stati trucidati, servirono a riempire profonde valli. Le truppe dei prigionieri erano condotte all’acqua come tante bestie, e un gran numero di questi sventurati moriva per mancanza di nutrimento.
  145. Zosimo, l. I p. 25, assicura che Sapore sarebbe restato padrone dell’Asia, se non avesse preferito il bottino alle conquiste.
  146. Pietro Patricio Excerpta legat. p. 29.
  147. Syrorum agrestium manu. Sesto Rufo c. 23. Secondo Rufo, Vittore, Stor. Aug. p. 192 e più iscrizioni, Odenato era un cittadino di Palmira.
  148. Egli era in tanta considerazione presso le Tribù erranti, che Procopio (De bello Pers. l. II c. 5.) e Giovanni Malala (tom. 1 p. 391) lo chiamarono Principe dei Saraceni.
  149. Pietro Patricio.
  150. Gli autori Cristiani insultano alle miserie di Valeriano, i Pagani le compiangono. Il Sig. Tillemont ha raccolte con diligenza le loro diverse testimonianze tom. 3 p. 739. ec. La Storia orientale, prima di Maometto, è sì poco conosciuta, che i moderni Persiani ignorano interamente la vittoria di Sapore, avvenimento così glorioso per la loro nazione. Vedi la Biblioteca Orientale.
  151. Una di queste lettere è di Artavasde Re di Armenia. Siccome l’Armenia era una provincia di Persia, quindi non hanno mai avuta esistenza il Re, il Regno, e la lettera.
  152. Vedi la sua vita nella Storia Augusta.
  153. Esiste ancora un bellissimo epitalamio composto da Gallieno pel matrimonio di sua nipote. Ite ait, o Juvenes, pariter sudate medullis/Omnibus, inter vos: non murmura vestra columbae,/Brachia non hederae, non vincant oscula conchae.
  154. Era sul punto di regalare a Plotino una città rovinata della Campania per tentare di realizzare colà la repubblica di Platone. Vedasi la vita di Plotino, scritta da Porfirio, nella Biblioteca Greca di Fabrizio l. IV.
  155. Una medaglia, che ha l’impronta della testa di Gallieno, ha sommamente imbarazzati gli antiquarj colle parole della leggenda Gallienae Augustae, e con quelle che si vedono nel rovescio Ubique pax. Il sig. Spanhemio suppone che questa medaglia fosse coniata da qualche nemico di Gallieno, e ch’era un’amara satira della condotta effeminata di questo Principe. Ma siccome l’uso dell’ironìa sembra indegno della gravità della moneta romana, perciò il Sig. di Vallemont da un passo di Trebellio Pollione (Stor. Aug.) ha dedotto una spiegazione ingegnosa e naturale. Galliena era prima cugina dell’Imperatore. Avendo liberato l’Affrica dall’usurpatore Celso, ella meritossi il titolo di Augusta. Sopra una medaglia esistente nella raccolta del gabinetto del Re di Francia, si legge una simile iscrizione di Faustina Augusta intorno alla testa di Marc’Aurelio. Quanto all’Ubique Pax, si spiega facilmente colla vanità di Gallieno il quale forse avrà colto l’occasione di qualche momentanea calma. Vedi Nouvelles de la Republique des lettres Gennaio 1700 pag. 21-34.
  156. Questo singolare carattere ci è stato, a quanto penso, trasmesso con fedele pittura. Breve e travaglioso fu il regno del suo successore immediato; e gli storici che scrissero avanti la elevazione della famiglia di Costantino non avevano il più lontano interesse a travisare il carattere di Gallieno.
  157. Pollione mostra la più minuta premura di compirne il numero.
  158. Il luogo del suo regno è alquanto dubbioso; ma vi era un tiranno nel Ponto, e ci è nota la sede di tutti gli altri.
  159. Tillemont (tom. III, p. 1163) li riferisce alquanto diversamente.
  160. Vedi la parlata di Mario nella Stor. Aug. p. 197. L’accidentale somiglianza de’ nomi fu la sola circostanza, che potè tentare Pollione ad imitare Sallustio.
  161. Vos o Pompilius sanguis! Tale è l’apostrofe di Orazio ai Pisoni. Vedi Art. Poet. v. 292 con le note di Dacier e di Sanadori.
  162. Tacit. Annal. XV 48. Stor. I 15. Nel primo di questi passi ci possiamo arrischiare a mutare la voce paterna in materna. In ogni generazione da Augusto ad Alessandro Severo, uno o più Pisoni compariscono tra i Consoli. Un Pisone fu da Augusto creduto degno del trono (Tacit. Annal, I. 13.). Un altro fu il capo di una formidabile congiura contro Nerone; ed un terzo fu adottato, e dichiarato Cesare da Galba.
  163. Stor. Aug. p. 195. Il Senato, in un momento di entusiasmo, sembra che si compromettesse dell’approvazione di Gallieno.
  164. Storia Aug. p. 196.
  165. L’associazione del coraggioso Palmireno fu l’atto il più popolare di tutto il regno di Gallieno. Stor. Aug. p. 180.
  166. Gallieno aveva conferito i titoli di Cesare e di Augusto al suo figliuolo Salonino, trucidato in Colonia dall’usurpatore Postumo. Un secondo figliuolo di Gallieno successe nel nome e nel grado di suo fratello maggiore. Valeriano, fratello di Gallieno, fu ancor esso associato all’Impero. Diversi altri fratelli, sorelle e nipoti dell’Imperatore formavano una numerosissima Reale famiglia. Vedi Tillemont, tom. III, e il Sig. di Brequiguy nelle Memorie dell’Accademia tom. XXXII, p. 262.
  167. Stor. Aug. p. 188.
  168. Regiliano aveva alcune bande di Roxolani al suo servizio. Postumo aveva un corpo di Franchi. Gli ultimi l’introdussero nella Spagna, forse in qualità di ausiliarj.
  169. La Storia Augusta; p. 177, la chiama servile bellum. Vedi Diod. Siculo l. XXXIV.
  170. Plin. Stor. Nat. V 10.
  171. Diod. Sicul. l. XVII. p. 590 edit. Wesseling.
  172. Vedi una curiosissima lettera di Adriano nella Stor. Aug. p. 245.
  173. Simile alla sacrilega uccisione di un gatto sacro. Vedi Diod. Sicul. l, I.
  174. Stor. Aug. 195. «Una lunga e terribile sedizione ebbe il suo principio da una disputa tra un soldato ed un paesano per un pajo di scarpe».
  175. Dionisio presso Eusebio. Stor. Eccles. vol. VII p. 21. Ammiano XXII 16.
  176. Scaligero animadver. ad Euseb. Chron. p. 258. Tre dissertazioni del Sig. Bonamy nello Mem. dell’Accadem. tom. IX.
  177. Strabone l. XII. p. 569.
  178. Stor. Aug. p. 197.
  179. Vedi Cell. Geogr. Antica tom. II p. 137 intorno ai confini dell’Isauria.
  180. Stor. Aug. p. 177.
  181. Stor. Aug. p. 177. Zosimo l. I. p. 24. Zonara, l. XII p. 623. Euseb. Chronicon. Vittore in Epitom. Vittore in Caesarib. Eutropio IX 5. Orosio VII 21.
  182. Euseb. Stor. Eccles. VII 21. Il fatto è preso dalle Lettere di Dionisio, che nel tempo di quelle turbolenze era Vescovo di Alessandria.
  183. In un gran numero di Parrocchie si trovarono 11000 persone tra i quattordici e i diciott’anni; 5365, tra i quaranta e settanta. Vedi Buffon, Stor. Nat. tom. II pag. 590.