Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano/9

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CAPITOLO IX

Stato della Germania fino all'invasione dei Barbari al tempo dell'Imperatore Decio. ../8 ../10 IncludiIntestazione 26 febbraio 2009 25% Da definire

CAPITOLO IX Stato della Germania fino all'invasione dei Barbari al tempo dell'Imperatore Decio.
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Il governo e la religione della Persia hanno meritato qualche riguardo per la loro connessione colla decadenza e rovina dell’Impero romano. Noi faremo accidentalmente menzione delle tribù degli Sciti, e dei Sarmati, che colle loro armi, e co’ loro cavalli, con i greggi e gli armenti, colle mogli e famiglie andavano errando per le immense pianure, che si stendono dal mar Caspio alla Vistola, dai confini della Persia a quelli della Germania. Ma i guerrieri Germani, che dopo avere resistito all’occidental monarchia dei Romani, ne divennero gl’invasori, e poi i distruttori, occuperanno un luogo più importante in questa Storia, ed hanno un diritto maggiore, e (se dir si può) più domestico per richiamare la nostra attenzione. Le più civili nazioni della moderna Europa uscirono dalle foreste della Germania, e nelle rozze istituzioni di quei Barbari si possono rintracciar tuttavia gli originali principj delle nostre leggi, e dei nostri costumi presenti. Tacito, il primo tra gli storici che applicasse la filosofia allo studio dei fatti, ha con occhio perspicace considerato i Germani nel loro primo stato di semplicità e d’indipendenza, e gli ha delineati coi soliti tratti del suo eccellente pennello. L’espressiva concisione delle sue descrizioni ha meritato di esercitare la diligenza d’innumerabili antiquarj, e di eccitare l’ingegno e l’acume degli storici filosofici de’ nostri giorni. Questo soggetto, benchè vario e importante, è già stato discusso così spesso, così dottamente, e con tanto successo, che è divenuto ormai famigliare al lettore e difficile per lo scrittore. Ci contenteremo pertanto di osservare, o (per meglio dire) di ripetere alcune delle più importanti circostanze del clima, dei costumi, e delle istituzioni, per le quali i rozzi Barbari della Germania divennero nemici tanto formidabili alla potenza romana.

L’antica Germania, escludendo da’ suoi indipendenti confini l’occidentale provincia del Reno, che già era soggetta al giogo romano, comprendeva una terza parte dell’Europa. Quasi tutta la moderna Germania, la Danimarca, la Norvegia, la Svezia, la Finlandia, la Livonia, la Prussia, e la maggior parte della Polonia erano popolate dalle diverse tribù di una numerosa nazione, le quali nel colore, nei costumi, e nel linguaggio indicavano una comune origine, e conservavano una forte rassomiglianza. All’occidente il Reno separava l’antica Germania dalle galliche province dell’Impero, e al mezzogiorno il Danubio la dividea dalle illiriche. La catena dei monti Carpazj, che cominciavano dal Danubio, copriva la Germania dalla parte della Dacia, o dell’Ungheria. La frontiera orientale era debolmente segnata dai timori scambievoli dei Germani e dei Sarmati, e spesso confusa per lo mescuglio delle due confinanti nazioni, ora nemiche ed ora confederate. Nella remota oscurità del Settentrione gli antichi descrivevano imperfettamente un gelato Oceano che giace di là del Baltico, e dalla penisola, ovvero dall’isole1 della Scandinavia.

Alcuni ingegnosi Scrittori2 hanno sospettato che l’Europa fosse prima molto più fredda di quel che sia di presente, e le più antiche descrizioni del clima della Germania tendono moltissimo a confermare la loro teoria. Poco forse meritano di essere considerate le generali lagnanze d’intenso gelo, e di perpetuo inverno, giacchè non abbiamo un metodo di ridurre all’esatta misura del termometro i sensi o le espressioni di un oratore nato nelle più fortunate regioni della Grecia o dell’Asia. Ma io sceglierò due notevoli e meno equivoche prove. I. I due grandi fiumi, che coprivano le province romane, il Reno ed il Danubio, erano spesso gelati, e capaci di sostenere i pesi più enormi. I Barbari, scegliendo sovente quella rigida stagione per le loro incursioni, passavano senza timore o pericolo, con le loro numerose armate, con la cavalleria e con i pesanti carri sopra un vasto e stabile ponte di ghiaccio3. I secoli moderni non ci hanno dato alcun esempio di somigliante fenomeno. II. I Rangiferi, quegli animali sì utili, da cui ricava il Selvaggio del Settentrione i migliori sollievi della sua orrida vita, sono di un temperamento che soffre, anzi richiede il freddo più intenso. Si trovano sugli scogli di Spitzberg, dentro dieci gradi dal polo; sembrano dilettarsi delle nevi della Lapponia e della Siberia; ma adesso non possono vivere, e molto meno moltiplicare, in alcun paese al mezzogiorno del Baltico4. Ai tempi di Cesare i Rangiferi, come pure la Gran Bestia ed il toro salvatico, erano naturali della selva Ercinia, che allora occupava una gran parte della Germania e della Polonia5. I moderni miglioramenti spiegano abbastanza le cagioni della diminuzione del freddo. A poco a poco si sono abbattuti quei boschi immensi, che toglievano al suolo i raggi solari6. Si sono seccate le paludi, ed a proporzione che il terreno è stato coltivato, l’aria è divenuta più temperata. Il Canadà ai giorni nostri è l’esatto quadro dell’antica Germania. Benchè situato sotto il medesimo parallelo colle più belle province della Francia e dell’Inghilterra, soffre quel paese il freddo più rigoroso. Vi sono in gran numero i Rangiferi; la terra è coperta di neve alta e durevole; ed il gran fiume di S. Lorenzo è regolarmente gelato in una stagione, nella quale le acque della Senna e del Tamigi sono ordinariamente sciolte dal ghiaccio7.

È difficile il determinare, e facile l’ingrandire l’influenza del clima dell’antica Germania sopra gli animi e sopra i corpi dei nazionali. Molti Scrittori hanno supposto, e moltissimi hanno affermato (benchè, per quanto sembra, senza alcuna adeguata prova) che il freddo rigoroso del settentrione fosse favorevole alla lunga vita, ed alla forza generatrice; che le donne vi fossero più feconde, e la specie umana più prolifica, che nei climi più caldi o più temperati8. Noi possiamo asserire con maggior confidanza che l’aria pungente della Germania formasse le grandi e maschie membra dei nazionali, i quali erano in generale di una più alla statura, che i popoli del mezzogiorno9; e desse loro una specie di forza meglio adatta ai violenti esercizj che alla paziente fatica; ed inspirasse un valor macchinale, che è l’effetto dei nervi e degli spiriti. L’asprezza di una campagna d’inverno, che agghiacciava il coraggio dello truppe romane, veniva appena sentita da quei robusti figli del Settentrione10, i quali erano a lor volta incapaci di resistere ai calori estivi, e cadevano in languidezza ed infermità sotto i raggi d’un sole d’Italia11.

Non v’è in tutto il globo un largo tratto di paese, che sia stato scoperto privo d’abitatori, o la cui prima popolazione possa fissarsi con qualche grado di storica certezza. E ciò non ostante, siccome le menti le più filosofiche possono raramente trattenersi dall’investigare l’infanzia delle grandi nazioni, la nostra curiosità si consuma in faticosi ed inutili sforzi. Quando Tacito considerò la purità del sangue germano, e il ributtante aspetto del paese, si determinò a dichiarare Indigeni, ovvero nativi del suolo quei barbari. Possiamo asserire con sicurezza e forse con verità, che l’antica Germania non fu originariamente popolata da alcuna colonia straniera, già unita in società politica12, ma che il nome e la nazione riceverono l’esistenza dalla lenta unione dei vagabondi selvaggi delle Ercinie foreste. Il sostenere che quei Selvaggi erano una naturale produzione della terra da loro abitata, sarebbe una temeraria dottrina, condannata dalla religione, e non sostenuta dalla ragione.

Un dubbio così ragionevole mal si combina collo spirito della vanità popolare. Le nazioni, che adottarono la storia Mosaica del Mondo, han fatto dell’Arca di Noè quell’uso medesimo che fecero una volta i Greci e i Romani dell’assedio di Troia. Sulla angusta base di quella riconosciuta verità, è stato innalzato un vasto ma uniforme edifizio di favole; ed il rozzo Irlandese13 non meno che il Tartaro selvaggio14 potrebbero indicare qual fu tra i figli di Jafet quegli, da’ cui lombi direttamente discesero i lor maggiori. L’ultimo secolo fu fertile in dottissimi e creduli antiquarj, i quali colla dubbia scorta delle leggende e delle tradizioni, delle congetture e delle etimologie, condussero i discendenti di Noè dalla torre di Babel fino alle estremità del Globo. Tra que’ critici giudiziosi, Olao Rudbeck, professore dell’Università di Upsal15, è il più dilettevole. Questo zelante cittadino riferisce alla sua patria tutto ciò, che vi ha di celebre nella favola o nella storia. Dalla Svezia (ch’era una parte considerabile della Germania) riceverono i Greci il loro alfabeto, la religione e l’astronomia. Quella amena regione, (che tal pareva agli occhi di un nazionale), avea dato luogo alle deboli ed imperfette copie dell’Atlantide di Platone, del paese degli Iperborei, degli orti Esperidi, delle Isole Fortunate, e dei campi Elisi. Un clima, sì prodigamente favorito dalla natura, non potea rimanere lungo tempo disabitato dopo il diluvio. Il dotto Rudbeck concede alla famiglia di Noè pochi anni per moltiplicare da otto sole persone a ventimila. Li disperde quindi in diverse piccole colonie per popolar la terra e propagare la specie umana. Il distaccamento germano o svezzese (che, se non m’inganno, marciò sotto il comando di Askenaz, figlio di Gomer, figlio di Jafet) si distinse con una straordinaria diligenza nel proseguimento di questa grand’opera. Il settentrionale alveare mandò i suoi sciami nella maggior parte della Europa, dell’Affrica e dell’Asia, e (per servirsi della metafora dell’autore) il sangue tornò indietro dalle estremità al cuore.

Ma tutto questo ingegnoso sistema delle germane antichità è distrutto da un semplice fatto, troppo bene attestato per metterlo in dubbio, e troppo decisivo per dar luogo ad alcuna replica. I Germani ai tempi di Tacito non conoscevano l’uso delle lettere16; e l’uso delle lettere è la principale circostanza che distingue una culta nazione da un gregge di Selvaggi, incapaci di scienza o riflessione. Senza questo aiuto artificiale, l’umana memoria perde presto o corrompe le idee affidatele; e le facoltà più nobili della mente, non più aiutate dagli esempj o dai materiali, perdono a poco a poco la loro attività: l’intendimento divien debole ed assopito, l’immaginazione languida o irregolare. Per meglio comprendere una verità sì importante, procuriamo di calcolare, in una società incivilita, l’immensa distanza, che passa tra l’uomo scienziato, ed il contadino ignorante. Il primo, con la lettura e con la riflessione, moltiplica la sua propria esperienza, e vive in secoli ed in paesi remoti; mentre il secondo, attaccato ad un sol pezzo di terra, è confinato a pochi anni di esistenza, e supera, ma molto poco, nell’esercizio delle facoltà della mente, il bove compagno di sue fatiche. Si troverà la medesima differenza, e forse ancora più grande, fra le nazioni che fra gl’individui; e si può con sicurezza asserire, che senza qualche genere di scrittura niun popolo ha mai conservato i fedeli annali della sua storia, nè fatti progressi considerabili nelle scienze astratte, nè mai posseduto in un grado tollerabile di perfezione le arti utili, o dilettevoli per la vita.

Di queste arti erano miseramente privi gli antichi Germani. Passavano la vita nello stato d’ignoranza e di povertà, che alcuni declamatori si sono compiaciuti di decorare col nome di virtuosa semplicità. La moderna Germania si dice contenere quasi duemila trecento città cinte di mura17. In una più vasta estensione di paese, il geografo Tolomeo non potè discoprire più di novanta luoghi, ch’ei decorò col nome di città18; quantunque (secondo le nostre idee) mal meritassero quello splendido titolo. Si può soltanto supporre che fossero informi fortezze, costruite nel centro dei boschi, e destinate a porre in sicuro le donne, i ragazzi, ed il bestiame, nel tempo che i guerrieri delle tribù uscivano fuori a respingere un’improvvisa invasione19. Ma Tacito asserisce, come fatto ben noto, che i Germani dell’età sua non aveano città20; ed affettavano di sprezzare le opere dell’industria romana, come luoghi piuttosto di prigionia che di sicurezza21. Le loro case non erano nè contigue, nè distribuite in regolari villaggi22; ogni Barbaro fissava la sua indipendente abitazione nel sito, al quale una pianura, un bosco, o una sorgente di acqua dolce lo aveva indotto a dare la preferenza. In quei deboli abituri non s’impiegavano pietre, nè mattoni, nè tegole23. Non erano di fatto più che basse capanne di circolare figura, fabbricate di rozzo legno, coperte di strame, e aperte in cima per lasciare un passo libero al fumo. Nel più rigido inverno il duro Germano si contentava d’uno scarso vestito, fatto della pelle di qualche animale. Le nazioni che abitavano verso il Settentrione si coprivano di pellicce; e le donne si facevano per loro uso le vesti di un lino assai rozzo24. La cacciagione di varie sorte, di cui eran piene le foreste della Germania, serviva a nutrire ed esercitare i suoi abitatori25. I loro numerosi bestiami, più utili in vero che belli26, formavano la loro ricchezza principale. Una piccola quantità di grano era il solo prodotto di quelle contrade. L’uso dei prati e degli orti era sconosciuto ai Germani; nè si poteva sperare alcun progresso nell’agricoltura da un popolo, le cui possessioni soffrivano ogni anno una generale mutazione per la nuova divisione delle terre arative; e che in quella strana operazione evitava le dispute, lasciando una gran parte de’ terreni nuda ed inculta27.

L’oro, l’argento, ed il ferro erano rarissimi nella Germania. I suoi barbari abitatori non avevano nè abilità, nè pazienza per investigare quelle ricche vene di argento, che hanno ricompensata sì generosamente l’attenzione dei Principi di Brunswich e della Sassonia. La Svezia, che ora dispensa il ferro all’Europa, non conosceva neppur essa le proprie ricchezze; e l’aspetto dell’armi dei Germani era una prova bastante della piccola quantità di ferro, ch’essi poteano impiegare nell’uso da loro creduto il più nobile di questo metallo. I varj trattati di pace e di guerra aveano introdotto alcune monete romane (specialmente d’argento) tra gli abitanti delle rive del Danubio e del Reno; ma le tribù più remote ignoravano affatto l’uso della moneta, faceano il lor piccolo traffico con il cambio delle merci, e tanto stimavano i rozzi lor vasi di terra, quanto quelli di argento, che i loro Principi, ed Ambasciatori riceveano in dono da Roma28. Uno spirito riflessivo ricaverà maggiore istruzione da quegli fatti principali, che da una tediosa serie di minuti racconti. Il valore della moneta è stato istituito dal generale consenso per rappresentare i nostri bisogni ed i nostri beni, come le lettere furono inventate per esprimere le nostre idee; ed ambedue queste istruzioni dando alle potenze e alle passioni degli uomini una più attiva energia, hanno contribuito a moltiplicare gli oggetti cui furono destinate a rappresentare. L’uso dell’oro e dell’argento è in gran parte fattizio; ma sarebbe impossibile di enumerare i diversi ed importanti vantaggi che l’agricoltura e tutte le arti hanno ricevuti dal ferro temperato e manipolato dal fuoco e dalla industriosa mano dell’uomo. La moneta, in una parola, è l’incitamento più universale; ed il ferro è il più potente strumento dell’industria umana; ed è molto difficile di concepire come un popolo non animato dal primo, nè secondato dall’altro, sorger potesse fuori dalla più rozza barbarie29.

Se contempliamo una nazione selvaggia in qualunque parte del Globo, vedremo che il suo carattere generale è una supina indolenza e non curanza dell’avvenire. In uno Stato civile l’uomo esercita ed estende ogni sua facoltà; e la gran catena dei bisogni scambievoli lega ed unisce i diversi membri della società. La maggior parte di essa è impiegata in lavori perseveranti ed utili. Quei pochi che la fortuna ha messi al di sopra della necessità, possono per altro occuparsi nel cercar l’interesse o la gloria, nel migliorare il loro patrimonio o il loro intelletto, nei doveri, nei piaceri, e nelle follìe ancora della vita sociale. Non aveano i Germani tanti compensi. I vecchi e i malati, le donne e gli schiavi tenevano il governo della casa e della famiglia, e la cura delle terre e degli armenti. Gli oziosi guerrieri, privi d’ogn’arte che potesse impiegare le ore loro disoccupate, passavano i giorni e le notti negli animaleschi piaceri del sonno e del cibo. E ciò nonostante, per una maravigliosa contrarietà di natura (secondo l’osservazione di uno Scrittore che’ è penetrato ne’ più oscuri di lei recessi) i Barbari stessi sono a vicenda i più indolenti, e più attivi degli uomini. Amano la pigrizia, detestano la tranquillità30. L’anima illanguidita ed oppressa dal suo proprio peso, ansiosamente ricercava qualche nuova e forte sensazione; e la guerra e pericoli erano i soli trattenimenti adeguati al loro fiero temperamento. La tromba che invitava il Germano alle armi, era grata alle orecchie di lui. Lo scuoteva dal suo tristo letargo, gli dava un attivo vigore, e col forte esercizio del corpo, e colle scosse violente dell’animo, ravvivava in esso il sentimento della propria esistenza. Negli oziosi intervalli di pace, quei Barbari s’abbandonavano con eccesso al giuoco ed al bere: e queste due occupazioni, la prima infiammando le loro passioni, l’altra estinguendo la loro ragione, egualmente li liberavano dalla pena di pensare. Si vantavano di passare gl’interi giorni e le notti alla mensa; ed il sangue degli amici e dei parenti spesso macchiava le numerose loro e intemperanti assemblee31. Pagavano i loro debiti di onore (giacchè in questo aspetto ci hanno trasmesso l’uso di soddisfare quelli del giuoco) con la più romanzesca esattezza32. Il disperato giuocatore, che aveva arrischiato la sua vita e la sua libertà ad un ultimo tiro di dado, ubbidiva con pazienza alla decisione della fortuna, e soffriva di essere legato, castigato, e venduto schiavo in luoghi remoti dal suo più debole, ma più fortunato avversario.

La birra gagliarda, liquore estratto con pochissimo artifizio dal grano, o dall’orzo, e corrotto (secondo la forte espressione di Tacito) ad una certa somiglianza col vino, bastava alle grossolane dissolutezze dei Germani. Ma quelli che avevano gustati i preziosi vini dell’Italia, e poi delle Gallie, sospiravano per quella più deliziosa sorgente di ubbriachezza. Non tentarono per altro (come dopo è stato eseguito con tanto successo) di far germogliare le viti sulle rive del Danubio e del Reno; nè procurarono di acquistare con l’industria i materiali di un vantaggioso commercio. Il procacciarsi con la fatica ciò che rapir si poteva con le armi, si riputava cosa indegna di uno spirito Germano33. L’inestinguibile sete di liquori forti spesso costrinse quei Barbari ad invadere quelle province, alle quali la natura o l’arte aveva accordati quei tanto invidiati doni. Il Toscano, che abbandonò la sua patria alle celtiche nazioni, le attrasse in Italia col bell’aspetto dei preziosi frutti, o dei deliziosi vini, produzioni di un clima più fortunato34. E nella stessa maniera i Germani ausiliarj, chiamati in Francia nelle guerre civili del sedicesimo secolo, furono allettati dalla promessa di avere abbondanti quartieri nelle province della Sciampagna e della Borgogna35. L’ubbriachezza, il più vile, ma non il più pericoloso dei nostri vizj, fu qualche volta capace di eccitare una battaglia, una guerra, o una rivoluzione tra gli uomini in uno Stato inferiore di civiltà.

Il lavoro di dieci secoli, dal tempo di Carlo Magno in poi, ha raddolcito il clima dell’antica Germania, e fertilizzato il terreno. La medesima estensione di paese che adesso mantiene nell’agio e nell’abbondanza un milione di agricoltori e di artefici, non era prima capace di fornire a centomila oziosi guerrieri le sole cose necessario alla vita36. I Germani lasciavano le loro immense foreste per l’esercizio della caccia, impiegavano nei pascoli la maggior parte de’ loro terreni, davano una rozza e indolente cultura al piccolo resto, ed accusavano poi la scarsezza e la sterilità di un paese, che non bastava a mantenere la moltitudine dei suoi abitatori. Quando il ritorno della carestia severamente gli avvertiva della necessità delle arti, la nazionale miseria s’alleggeriva talvolta con l’emigrazione di una terza, e forse di una quarta parte della sua gioventù37. Il possesso ed il godimento di un patrimonio sono i vincoli che ritengono un popolo incivilito in un paese culto. Ma i Germani, che seco loro portavano ciò che più stimavano, le armi, il bestiame, e le donne, abbandonarono con piacere il vasto silenzio dei loro boschi per le illimitate speranze di preda e di conquista. Gl’innumerabili sciami, che uscirono, o parvero uscire dal grande alveare delle nazioni, furono moltiplicati dal timore dei vinti, e dalla credulità dei secoli successivi. E sopra fatti così esagerati, a poco a poco si stabilì l’opinione sostenuta da varj scrittori di riputazione distinta, che nel secolo di Cesare e Tacito gli abitanti del Settentrione erano molto più numerosi che non lo sono a’ dì nostri38. Un più serio esame sulle cause della popolazione pare che abbia convinto i moderni filosofi della falsità, anzi dell’impossibilità di questa supposizione. Ai nomi di Mariana e di Macchiavello39, possiamo opporre i non meno illustri nomi di Robertson e di Hume40.

Una nazione bellicosa come i Germani, senza città, lettere, arti, o moneta, trovava qualche compenso a questo stato selvaggio nel godimento della libertà. La loro povertà ne assicurava la indipendenza, giacchè i nostri desiderj e i nostri possessi sono le più forti catene del dispotismo. «Tra i Suioni,» dice Tacito, «i ricchi vengono onorati: Sono però soggetti ad un assoluto monarca, che invece di permettere al suo popolo il libero uso delle armi, come si pratica nel resto della Germania, le confida alla sicura custodia non di un cittadino, o di un liberto, ma di uno schiavo. I Sitoni, vicini dei Suioni, oppressi dalla servitù, obbediscono ad una donna41». Nel riferire queste eccezioni, quel grande Storico riconosce bastantemente la generale teoria del Governo. Quello che non possiamo concepire, è come le ricchezze e il dispotismo penetrassero in una remota contrada del Settentrione, ed estinguessero la generosa fiamma che ardeva con tanto vigore sulla frontiera delle province romane; o come gli antenati di quei Danesi e Norvegi, così illustri nei secoli successivi pel loro indomabile spirito, potessero abbandonare così tranquillamente il gran carattere della germana libertà42. Alcune tribù per altro, sulle coste del Baltico, riconoscevano l’autorità dei Re, ma senza rinunziare ai diritti degli uomini43; nella maggior parte della Germania però il Governo era una democrazia moderata, e frenata non tanto dalle leggi generali e positive, quanto dall’accidentale ascendente della nascita o del valore, dell’eloquenza o della superstizione44.

I Governi civili nella loro prima istituzione sono volontarie confederazioni per difesa scambievole. Per ottenere il fine desiderato, è assolutamente necessario che ogni individuo si creda obbligato a sottoporre la sua opinione e le sue azioni private al giudizio del maggior numero de’ suoi compagni. Le Tribù germane eran contente di un rozzo, ma non servile abbozzo di politica società. Appena che un giovane, nato da genitori liberi, era giunto all’età virile, veniva introdotto nel Consiglio generale de’ suoi concittadini, solennemente armato di uno scudo e di una lancia, e adottato come uguale e degno membro di quella militare repubblica. L’assemblea dei guerrieri della tribù si convocava in certi tempi stabiliti, o nelle subite emergenze: si decideva dal suo voto inappellabile il processo delle pubbliche offese, l’elezione dei magistrati, e il grande affare della pace e della guerra. Talora però queste importanti questioni erano previamente esaminate, e preparate in un più scelto consiglio dei principali capitani45. I Magistrati potevano deliberare e persuadere; il popolo solo potea risolvere od eseguire; e le risoluzioni dei Germani erano quasi sempre pronte e violente. Quei Barbari, avvezzi a far consistere la libertà nel soddisfare la presente passione, ed il coraggio nel disprezzare tutte le conseguenze future, rigettavano con isdegnoso disprezzo le rappresentanze della giustizia e della politica, e solevano dimostrare con un cupo bisbiglio la loro avversione pe’ timorosi consigli. Ma qualora un più gradito oratore proponeva di vendicare l’infimo cittadino di una offesa straniera o domestica, qualora esortava i suoi concittadini a sostenere l’onore della nazione, o ad abbracciare un’impresa piena di pericolo e di gloria, un alto strepito di scudi e di lance esprimeva l’ardente applauso dell’assemblea. I Germani, di fatto, si radunavano armati; ed era sempre da temersi, che una sfrenata moltitudine, infiammata dalla fazione e dai forti liquori, non si servisse di quelle armi per dichiarare o per avvalorare le sue furiose risoluzioni. Ricordiamoci quanto spesso le Diete della Polonia sono stato macchiate di sangue, ed il partito più numeroso è stato costretto a cedere al più violento e sedizioso46.

Si eleggeva un Generale della tribù all’occasione d’un pericolo; e se questo era pressante ed esteso, diverse tribù concorrevano nella scolta del medesimo Generale. Il guerriero più prode era nominato a guidare nel campo i suoi concittadini più coll’esempio, che col comando. Ma questo potere, benchè ristretto, era sempre invidiato. Finiva con la guerra; e in tempo di pace le germane tribù non riconoscevano alcun Capo supremo47. Si creavano però nella generale assemblea alcuni Principi, per amministrar la giustizia, o piuttosto per comporre le liti48 nei loro rispettivi distretti. Nella scelta di questi magistrati si aveva riguardo alla nascita come al merito49. Il Pubblico dava a ciascuno di essi una guardia e un Consiglio di cento persone; e sembra che il primo di questi Principi godesse una preeminenza di grado e di onore, per la quale furono talora tentati i Romani di salutarlo col titolo regio50.

Il solo paragone della diversa autorità dei magistrati, in due importanti articoli, basta per esporre tutto il sistema dei costumi della Germania. Da loro assolutamente dipendeva la distribuzione dei terreni situati ne’ rispettivi distretti, distribuzione ch’essi facevano ogni anno secondo una nuova divisione51. Ma nel tempo stesso, non potevano essi nè punir con la morte, nè imprigionare, nè tampoco percuotere un cittadino privato52. Popoli tanto gelosi delle loro persone, e sì poco dei loro beni, devono essere stati affatto privi dell’industria e delle arti, ma animati da un sentimento profondo di onore e d’indipendenza.

I Germani rispettavano quei doveri soltanto, che s’imponevano da se stessi. Il più oscuro soldato resisteva con disprezzo all’autorità dei magistrati. «I più nobili giovani non arrossivano di essere contati tra i fedeli compagni di qualche illustre Capo, al quale consacravano le loro armi ed i loro servigi. Regnava tra questi compagni una nobile emulazione di ottenere il primo posto nella stima del loro Capo, e tra i Capi, di acquistare il numero maggiore di valorosi compagni. L’ambizione e la forza dei Capi consisteva nell’essere sempre accompagnati da una truppa di scelti giovani, loro ornamento in pace, e loro difesa in guerra. La gloria di eroi così illustri si diffondeva oltre gli angusti confini della loro propria tribù. Con regali e con ambasciate si ricercava la loro amicizia; e la fama delle loro armi assicurava sovente la vittoria a quel partito ch’essi abbracciavano. Nell’ora del pericolo era vergogna pel Capo l’essere superato in valore da’ suoi compagni; e per questi era vergogna il non eguagliare il valore del loro Capo. Il sopravvivere alla caduta di lui nella battaglia, era una eterna infamia. Il più sacro de’ loro doveri stava nel proteggere la persona e adornare la gloria di lui con i trofei delle proprie geste. I Capi combattevano per la vittoria, i compagni pel Capo. I più nobili guerrieri, quando il loro paese nativo era immerso nell’ozio della pace, mantenevano le numerose lor truppe in qualche remota scena d’azione, per esercitarne l’instancabil coraggio, ed acquistar fama in quei volontarj pericoli. Il feroce destriero, la sanguinosa ed invitta lancia, doni ben degni di un soldato, erano le ricompense, che i compagni esigevano dalla liberalità del loro Capo. La rustica abbondanza della sua mensa ospitale era l’unica paga ch’egli potesse accordare, e ch’essi volessero ricevere. La guerra, la rapina, e le volontarie offerte de’ suoi amici fornivano i materiali di tale munificenza53.» Questa istituzione, per quanto potesse accidentalmente indebolire le diverse repubbliche dei Germani, invigoriva però il generale carattere della nazione, e conduceva ancora a maturità tutte le virtù, delle quali i Barbari sono capaci, la fede, l’ospitalità e la cortesia, virtù tanto cospicue, gran tempo dopo, nei secoli della cavalleria. Un ingegnoso scrittore ha supposto, che gli onorevoli doni largiti dal Cupo ai suoi valorosi compagni, contengano i primi rudimenti dei feudi, distribuiti dopo la conquista delle province romane dai barbari Signori ai loro vassalli, con un obbligo somigliante di militar servigio ed omaggio54. Queste condizioni sono però ripugnanti alle massime degli antichi Germani, che si facevano con piacere doni scambievoli, ma senza imporre o ricevere il peso delle obbligazioni55.

«Al tempo della cavalleria, o per meglio dire dei romanzi, tutti gli uomini erano valorosi, tutte le donne eran caste»; e benchè quest’ultima virtù si conservi con maggiore difficoltà della prima, viene per altro attribuita, quasi senza eccezione, alle mogli degli antichi Germani. Non era in uso la poligamia che tra i Principi, e questa soltanto per moltiplicare le loro parentele. I costumi più che le leggi proibivano i divorzi. Gli adulteri venivano puniti come delitti rari ed inespiabili; nè l’esempio o la moda56 giustificava la seduzione. Facilmente si vede che Tacito si lancia trasportare dall’onesto piacere di mostrare il contrasto della barbarica virtù con la dissoluta condotta delle dame romane, ma pure vi sono alcune circostanze molto notevoli, che danno un’aria di verità, o almeno di probabilità, alla fede e castità coniugale dei Germani.

Benchè il progresso della cultura abbia indubitatamente contribuito a raddolcire le più fiere passioni della natura umana, sembra però che sia stato men favorevole alla virtù della castità, il cui più pericoloso nemico è la mollezza dell’animo. I raffinamenti della vita corrompono, mentre rendono più gentile la corrispondenza dei due sessi. Il grossolano appetito dell’amore diviene più pericoloso, quando è sublimato, o piuttosto in verità mascherato dal sentimento. L’eleganza del vestire, dei modi, e dei costumi da un risalto alla bellezza, ed infiamma i sensi per via della immaginazione. Liberi discorsi, balli notturni, e licenziosi spettacoli presentano la tentazione e lo occasioni alla fragilità femminile57. La povertà, la solitudine, e le penose cure della vita domestica assicura- vano da tali pericoli le rozze mogli de’ Barbari. Le capanne germane, da per tutto aperte all’occhio della indiscretezza o della gelosia, custodivano meglio la fedeltà coniugale, che non le mura, i chiavistelli, e gli eunuchi di un serraglio persiano. A questa ragione un’altra se ne può aggiugnere di più onorevol natura. I Germani trattavano le loro mogli con istima e confidenza; le consultavano in ogni importante occasione, e ciecamente credevano che risedesse nei loro petti una santità e prudenza sovrumana. Alcune di queste, interpreti del fato, come Velleda nella guerra dei Batavi, governavano a nomo della Divinità le più feroci nazioni della Germania58. Le altre, senza essere adorate come Dee, erano rispettate come libere ed uguali compagne dei soldati; associate ancora dalla cerimonia del matrimonio ad una vita piena di fatica, di pericolo, e di gloria59. Nelle loro grandi invasioni, il campo dei Barbari era ripieno di una moltitudine di donne che stavansi ferme ed intrepide in mezzo al suono delle armi, ai diversi aspetti della distruzione, ed alle gloriose ferite dei loro figli e mariti60. Più di una volta i fuggitivi Germani sono stati ricondotti contro il nemico dalla generosa disperazione delle donne, più atterrite dalla schiavitù che dalla morte. Se la battaglia era irreparabilmente perduta, sapevan bene con le proprie mani liberare se stesse ed i figli dagl’ insulti del vincitore61. Eroine di questa tempra meritano, è vero, la nostra ammirazione, ma sicuramente non erano nè amabili, nè molto capaci di amore. Affettando di emulare le fiere virtù degli uomini, doveano avere rinunziato a quella seducente dolcezza, nella quale principalmente consiste l’incanto e la debolezza della donna. Il proprio orgoglio aveva avvezzate le donne germane a sopprimere ogni tenera commozione contraria al loro onore, ed il primo onore del sesso è sempre stata la castità. I sentimenti, e la condotta di quelle coraggiose matrone possono essere considerati nel tempo medesimo come una causa, un effetto, e una prova del carattere generale della nazione. Il coraggio femminile, per quanto sia animato dal fanatismo, o confermato dall’abito, non può essere che una debole ed imperfetta imitazione del valore degli uomini, che illustrano il secolo, od il paese, nel quale essi vivono.

Il sistema religioso dei Germani (se pur le rozze opinioni dei selvaggi meritano questo nome) era dettato dai loro bisogni, dai loro timori, e dalla loro ignoranza62. Adoravano i grandi oggetti visibili ed agenti della natura, il Sole e la Luna, il Fuoco e la Terra, insieme con quelle immaginarie divinità, le quali si supponevano presedere alle più importanti occupazioni dell’umana vita. Erano persuasi di potere, colle ridicole arti della divinazione, indagare la volontà degli enti superiori, e credevano che i sacrifizj umani fossero le più preziose o gradite offerte ai loro altari. È stato con troppa fretta fatto applauso alla sublime idea, che quei popoli avevano della divinità, non confinata da loro dentro le mura di un tempio, nè rappresentata sotto alcuna figura umana; ma quando si riflette che i Germani erano imperiti nell’architettura, ignoranti affatto nella scultura, presto trovasi la vera ragione di uno scrupolo, derivante non tanto da superiorità d’intelletto, quanto da mancanza d’ingegno. I soli tempj della Germania erano gli oscuri ed antichi boschi, consacrati dalla venerazione di varie generazioni. Il loro tenebroso silenzio, l’immaginaria residenza di un invisibil potere, non presentando alcun distinto oggetto di terrore o di adorazione, imprimea nella mente un profondo sentimento di orrore religioso63; ed i sacerdoti, rozzi ed ignoranti com’erano, avevano appreso dall’esperienza l’uso di tutti quegli artifizj, che potessero conservare e fortificare impressioni sì convenienti al loro proprio interesse.

La stessa ignoranza, che rende i Barbari incapaci di comprendere il bene, o di accettare l’utile freno delle leggi, gli espone nudi e disarmati ai ciechi terrori della superstizione. I sacerdoti germani, aumentando questa favorevole disposizione dei loro concittadini, avevano usurpata, anche negli affari temporali, una giurisdizione, che i Magistrati non avrebbero ardito di esercitare, ed il superbo guerriero pazientemente si sottoponeva alla sferza della correzione, quando veniva non da alcuna potenza umana, ma dall’ordine immediato del Dio della guerra64. Ai difetti della politica civile suppliva talora l’interposizione della sacerdotale autorità. L’ultima era costantemente impiegata a mantenere il silenzio e la decenza nelle assemblee popolari; e si estendeva talvolta ad interessi più importanti per la pubblica prosperità. Fu per qualche casuale circostanza fatta una solenne processione nei paesi or conosciuti sotto i nomi di Meclenburgo e di Pomerania. L’ignoto simbolo della Terra, coperto con un denso velo, fu posto sopra un carro tirato dalle vacche; e in questa guisa la Dea, che risedeva ordinariamente nell’isola di Rugen, visitò le diverse circonvicine Tribù de’ suoi adoratori. Durante il suo viaggio fu acchetato ogni rumore di guerra, le discordie rimasero sospese, le armi deposte: e gl’inquieti Germani ebbero l’occasione di godere i beni della pace e della concordia65. La tregua di Dio, così spesso e così inutilmente proclamata dal clero dell’undecimo secolo, era un’ovvia imitazione di quell’antica usanza66.

Ma l’influenza della religione era molto più capace d’infiammare, che di moderare le feroci passioni dei Germani. L’interesse ed il fanatismo spesso mossero i suoi ministri a santificare le più temerarie ed ingiuste imprese coll’approvazione del Cielo, e colle promesse di un felice successo. Le sacre insegne lungamente venerate ne’ boschi della superstizione, erano messe alla fronte della battaglia67; e l’esercito nemico veniva consacrato con orribili imprecazioni agli Dei della guerra e del fulmine68. Nella credenza dei soldati (e tali erano i Germani) la codardia è il più imperdonabile di tutti i peccati. Un uomo coraggioso era il degno favorito delle loro marziali divinità; lo sciagurato, che aveva perduto il suo scudo, era bandito dalle religiose e dalle civili assemblee dei suoi concittadini. Sembra che alcune Tribù settentrionali avessero abbracciata la dottrina della trasmigrazione69, ed altre immaginato un materiale paradiso di perpetua ubbriachezza70. Tutte però convenivano che la vita spesa nell’armi, ed una gloriosa morte in battaglia erano i migliori preparativi per un felice avvenire in questo, ed in un altro Mondo.

L’immortalità così vanamente promessa dai sacerdoti, era in qualche modo conferita dai Bardi. Questo ordine singolare d’uomini ha meritamente occupata l’attenzione di tutti coloro, che hanno tentato d’investigare le antichità dei Celti, degli Scandinavi, e dei Germani. Il loro genio ed il loro carattere, come ancora la venerazione portata al loro importante uffizio, sono state bastantemente illustrate. Ma non si può con eguale facilità esprimere, e neppur concepire l’entusiasmo di armi e di gloria, ch’essi accendevano nel petto dei loro uditori. Tra un popolo culto, il gusto per la poesia è piuttosto un trattenimento della fantasia, che una passione dell’animo. Pure, quando in un tranquillo ritiro si rileggono le battaglie descritte da Omero e dal Tasso, siamo insensibilmente sedotti dalla finzione, e proviamo un momentaneo trasporto di ardor militare. Ma quanto mai debole, e quanto fredda è mai la sensazione, che da uno studio solitario può ricevere un animo quieto! Nel momento della battaglia, o nella allegrezza della vittoria, celebravano i Bardi la gloria degli antichi Eroi, antenati di quei bellicosi capitani, che ascoltavano con trasporto le loro semplici, ma animate canzoni. La vista delle armi o del pericolo ingrandiva gli effetti del canto militare; e le passioni, che si volevano con quello eccitare, la sete di gloria, e il disprezzo della morte, erano gli abituali sentimenti di un animo germano71.

Tale la condizione, e tali erano i costumi degli antichi Germani. Il loro clima, la loro ignoranza delle scienze, delle arti e delle leggi, le loro idee di onore, di valore e di religione, il sentimento di libertà, l’avversione alla pace, e la sete di nuove imprese, tutto in somma contribuì a formare un popolo di Eroi militari. Ma nonostante si vede che per più di dugento cinquanta anni, che passarono dalla disfatta di Varo al regno di Decio, questi Barbari formidabili fecero pochi considerabili tentativi, e niuna riguardevole impresa contro le dissolute o schiave province dell’Impero. Il loro progresso fu impedito dalla mancanza d’armi e di disciplina, ed il loro furore divertito dalle intestine discordie dell’antica Germania.

I. È stato ingegnosamente osservato e non senza verità, che una nazione padrona del ferro, diventa ben presto padrona dell’oro. Ma le selvagge Tribù della Germania, prive ugualmente d’ambidue questi stimabili metalli, erano ridotte a lentamente acquistare colla non secondata lor forza il possesso dell’uno o dell’altro. L’aspetto di un esercito di Germani mostrava la penuria che avevano di ferro. Di rado poterono far uso delle spade e delle lance più lunghe. Le loro framee (come essi nella lor lingua le nominavano) erano lunghe aste, che in cima aveano un’acuta e stretta punta di ferro, e ch’essi, secondo l’occasione, o lanciavano da lontano, o maneggiavano combattendo a corpo a corpo. La loro cavalleria non aveva altre armi, che quest’asta e uno scudo. Una moltitudine di dardi scagliati con incredibile forza72 era quel di più che avesse l’infanteria. L’abito militare, quando pure l’avevano, altro non era che uno sciolto mantello. Una varietà di colori era l’unico ornamento dei loro scudi, fatti di legno o di giunco. Pochi tra i Capi erano distinti dalla corazza, e niuno quasi dall’elmo. Benchè i cavalli della Germania non fossero nè belli, nè veloci, nè avvezzi alle artificiose evoluzioni della cavalleria romana, contuttociò parecchie di quelle nazioni furono rinomate per la loro cavalleria; ma generalmente la principale forza dei Germani consisteva nell’infanteria73 che si ordinava in profonde colonne, secondo la distinzione delle tribù e delle famiglie. Impazienti della fatica o dell’indugio questi guerrieri mezzo armati correvano alla battaglia con dissonanti strida e in disordinate file; e talvolta collo sforzo del valor naturale superavano la forzata e più artificiale bravura dei mercenarj romani. Ma siccome i Barbari perdevano tutto il loro vigore nel primo assalto, non sapevano nè come riordinarsi, nè come ritirarsi. Una resistenza improvvisa cagionava la loro disfatta; e la disfatta era quasi sempre una total distruzione. Quando noi riflettiamo all’intera armatura dei soldati romani, alla loro disciplina, agli esercizj, all’evoluzioni, ai campi fortificati, e alle macchine militari, restiamo giustamente sorpresi, che il nudo e non assistito valore dei Barbari osasse incontrare in campo la forza delle legioni, e delle diverse truppe ausiliarie, che secondavano le loro operazioni. Troppo fu ineguale il conflitto, finchè il lusso non ebbe snervato il vigore degli eserciti romani, e lo spirito di disubbidienza e di sedizione non n’ebbe corrotta la disciplina. L’introduzione dei Barbari ausiliarj in quelle armate fu un passo accompagnato da molti ovvj pericoli, giacchè così poterono i Germani a poco a poco istruirsi nelle arti della guerra e della politica. Benchè vi fossero ammessi in piccol numero e con le maggiori precauzioni, l’esempio di Civile fu proprio a convincere i Romani che il pericolo non era immaginario, e che le loro precauzioni non erano sempre bastanti74. Nelle guerre civili, che seguitarono la morte di Nerone, quell’artificioso ed intrepido Batavo, che i suoi nemici medesimi paragonarono ad Annibale ed a Sertorio75, formò un gran disegno di libertà e di ambizione. Otto coorti batave, rinomate nelle guerre della Britannia e dell’Italia, corsero sotto il di lui stendardo. Egli condusse un’armata di Germani nella Gallia, fece abbracciare il suo partito alle potenti città di Treveri e di Langres, disfece le legioni, distrusse i loro campi fortificati, ed impiegò contro i Romani quella scienza militare, ch’egli aveva acquistata nel loro servizio. Quando finalmente, dopo una ostinata resistenza, cedè al potere dell’Impero, Civile assicurò sè stesso e la patria con un trattato onorevole. I Batavi continuarono sempre ad occupare le isole del Reno76, come alleati, non come schiavi della Monarchia romana.

II. La forza dell’antica Germania par formidabile, quando consideriamo gli effetti che gli uniti sforzi della medesima avrebbero potuto produrre. Quella vasta estensione di paese potea contenere un milione di guerrieri, giacchè chiunque v’era in età di portar le armi, era ancora disposto ad usarle. Ma questa feroce moltitudine, incapace di concertare, o di eseguire alcun piano di grandezza nazionale, veniva agitata da diverse e spesso nemiche fazioni. La Germania era divisa in più di quaranta Stati indipendenti; ed in ciascuno di questi Stati ancora l’unione delle diverse tribù era assai debole o precaria. Questi Barbari facilmente si sdegnavano; non sapevano dimenticare un’ingiuria, e molto meno un insulto; i loro risentimenti erano sanguinosi ed implacabili. Le casuali contese, che sì spesso insorgevano nelle loro tumultuose compagnie, o cacciando o bevendo, erano bastanti ad accendere gli animi d’intere nazioni; la privata nimicizia di due considerabili capitani si diffondeva tra i loro seguaci ed i loro alleati. Il castigare gl’insolenti, il saccheggiar gl’indifesi erano eguali motivi di far la guerra. Gli Stati più formidabili della Germania si studiavano di circondare i loro territorj con una larga frontiera di solitudine e di devastazione. Così quella spaventosa distanza gli assicurava dai loro vicini, attestava il terrore delle loro armi, e in qualche modo li difendeva dal pericolo d’inaspettate incursioni77.

«I Bruteri (è Tacito che parla) furono totalmente esterminati dalle vicine tribù78, provocate dalla loro insolenza, lusingate dalla speranza del bottino, e forse inspirate dai Numi tutelari dell’Impero. Quasi sessantamila Barbari furon distrutti non dall’armi romane, ma sotto i nostri occhi, e per darci un grato spettacolo. Così le nazioni nemiche di Roma conservino sempre fra loro questa scambievole inimicizia. Noi siamo giunti al colmo della prosperità79, ed altro non ci resta ad implorare dalla fortuna, che le discordie dei Barbari80.» Questi sentimenti men degni dell’umanità, che del patriottismo di Tacito, mostrano le invariabili massime di politica de’ suoi concittadini. Consideravan eglino più sicuro espediente il dividere, che il combattere quei Barbari, dalla disfatta dei quali non potean ritrarre nè onor nè vantaggio. Il danaro e gli artifizj di Roma penetravano nel cuore della Germania; e col giusto decoro si metteva in opera ogni seduzione per conciliarsi quei popoli, che la lor vicinanza al Danubio ed al Reno potea rendere utilissimi amici, o nemici pericolosissimi. I Capi rinomati e potenti erano adulati co’ più frivoli doni, ch’essi ricevevano o come segni di distinzione, o come strumenti di lusso. Nelle civili dissensioni la fazione più debole procurava di avvalorare la sua causa unendosi secretamente coi governatori delle confinanti province. Ogni discordia fra i Germani era fomentata dagl’intrighi di Roma; ed ogni disegno di unione e di pubblico bene veniva sconcertato dalla forza maggiore della gelosia e dell’interesse privato81.

La generale congiura, che atterrì i Romani sotto il regno di Marco Antonino, comprendeva quasi tutte le nazioni della Germania e fino della Sarmazia, dalla foce del Reno a quella del Danubio82. E impossibile di stabilire se questa precipitosa confederazione fu formata dalla necessità, dalla ragione, o dalla passione, ma siamo sicuri che i Barbari non furono allettati dall’indolenza, nè provocati dall’ambizione del Monarca romano. Questa pericolosa invasione richiese tutta l’intrepidezza e vigilanza di Marc’Aurelio. Egli pose Generali molto esperti nei diversi posti d’attacco, e prese in persona il comando dell’armi nella più importante provincia del Danubio superiore. Dopo un lungo e dubbioso conflitto il coraggio di quei Barbari fu domato, I Quadi ed i Marcomanni83, che si erano fatti i capi della guerra, furono in quella catastrofe più degli altri severamente puniti. Vennero costretti a ritirarsi cinque miglia84 dalle rive del Danubio, ch’essi abitavano, e a dare in ostaggio il fiore de’ loro giovani, i quali furono immediatamente mandati nella Britannia, isola remota, dove potessero essere sicuri come ostaggi, ed utili come soldati85. Irritato l’Imperatore per le frequenti ribellioni dei Quadi e dei Marcomanni, si risolvè di ridurre il lor paese in Provincia. La morte sconcertò i suoi disegni. Questa lega formidabile, la sola che comparisca nei due primi secoli della Storia Augusta, fu interamente dissipata, senza lasciare di se traccia veruna nella Germania.

Nel corso di questo capitolo, che servir dee d’introduzione, ci siamo ristretti ai generali lineamenti dei costumi della Germania, senza tentar di descrivere o distinguere le varie tribù, che riempivano quel vasto paese ai tempi di Cesare, di Tacito, o di Tolomeo. A misura che le antiche o le nuove tribù si presenteranno nel corso di questa Storia, noi faremo breve menzione delle loro origini, e situazioni, e dei loro particolari caratteri. Le nazioni moderne sono società fisse e permanenti, unite tra loro dalle leggi e dal Governo, attaccate al suolo nativo per le arti e per l’agricoltura. Le tribù della Germania erano volontarie e fluttuanti associazioni di soldati, quasi direi di selvaggi. Un medesimo territorio cangiava spesso di abitatori nelle varie vicende di conquiste e di emigrazioni. Le stesse comunità, unendosi per formare un piano di difesa o d’invasione, davano un nuovo nome alla nuova loro confederazione. Lo scioglimento di una antica lega rendeva alle indipendenti tribù i loro particolari nomi, da lungo tempo obbliati. Un popolo vittorioso spesso comunicava il suo proprio nome al vinto. Turme di volontarj correvano talora da tutte le parti sotto le insegne di un condottier favorito; il suo campo diveniva la loro patria, e qualche circostanza di quella impresa dava ben presto un nome comune a quella mista moltitudine. Le distinzioni dei feroci invasori erano continuamente mutate da loro medesimi, o confuse dagli attoniti sudditi dell’Impero romano86.

Le guerre e l’amministrazione dei pubblici affari sono i soggetti principali della Storia; ma il numero delle persone interessate in quelle scene di affari è molto diverso secondo che diversa è la condizione degli uomini. Nelle grandi Monarchie, milioni di sudditi ubbidienti attendono alle loro utili occupazioni in seno alla pace ed all’oscurità. L’attenzione dello scrittore e del lettore allora è solamente ristretta ad una Corte, ad una capitale, ad un esercito regolare, ed a distretti che accidentalmente divengono teatri di militari operazioni. Ma uno Stato d’indipendenza e barbarie, il tempo delle turbolenze civili, o la situazione delle piccole Repubbliche87, mette quasi ogni membro della società in azione e per conseguenza in veduta. Le divisioni irregolari, e le inquiete turbolenze della Germania abbagliano la nostra immaginazione, e par che moltiplichino il loro numero. La prolissa enumerazione di tanti Re e di tanti guerrieri, di eserciti e di nazioni, ci fa quasi dimenticare, che i medesimi oggetti vengono continuamente ripetuti sotto nomi diversi e che spesso i nomi più illustri sono stati largamente conceduti agli oggetti meno degni di considerazione.

Note

  1. I moderni filosofi della Svezia sembrano accordarsi a credere, che le acque del Baltico gradatamente scemino in una regolare proporzione, ch’e’ si sono avventurati a valutare mezzo pollice ogni anno. Venti secoli addietro, il basso terreno della Scandinavia deve essere stato coperto dal mare; mentre le terre più alte sovrastavano alle acque, come altrettante isole di forme e dimensioni diverse. Tale difatto è l’idea che Mela, Plinio e Tacito ci danno delle vaste contrade intorno al Baltico. Vedi nella Bibliothéque raisonnée, tom. XL e XLV un lungo estratto della Storia di Svezia di Dalin, scritta in lingua Svezzese.
  2. Particolarmente il Sig. Hume, l’Abate du Bos, ed il Sig. Pelloutier Stor. dei Celti tom. I.
  3. Diod. Sic. l. V p. 340 ediz. Wessel. Erodiano l. VI p. 221. Jornandes c. 55. Sulle rive del Danubio il vino, quando era portato in tavola, veniva ghiacciato in grossi pezzi, frusta vini. Ovid. Epist. ex Ponto l. IV 7, 9, 10. Virgil. Georg. l. III 355. Il fatto è confermato da un soldato filosofo, che avea provato l’intenso freddo della Tracia. Vedi Senofonte, Anabasis l. VII p. 560, edizione Hutchinson.
  4. Buffon Stor. Nat. tom. 12 p. 79, 116.
  5. Caesar de bello Gallico VI 23 ec. I più curiosi esploratori tra i Germani ne ignoravano gli ultimi confini, benchè molti di essi vi avessero viaggiato per più di 60 giorni di cammino.
  6. Cluverio (Germania Antiqua l. III c. 47) rintraccia piccoli dispersi avanzi della foresta Ercinia.
  7. Charlevoix Histoire du Canada.
  8. Olao Rudbeck sostiene che le donne svezzesi generavano sovente dieci o dodici figli, e non è straordinario il numero di venti o di trenta; ma l’autorità di Rudbeck si deve avere per molto sospetta.
  9. In hos artus, in haec corpora, quae miramur, excrescunt. Tacit. German. 3, 20. Cluver l. 1, c. 14.
  10. Plutar. in Mario. I Cimbri per divertimento sdrucciolavano dalle montagne di neve sopra i loro grandi scudi.
  11. Fecero i Romani la guerra in tutti i climi, e con l’eccellente lor disciplina si conservarono in gran parte la salute ed il vigore. È da osservarsi, che l’uomo è il solo animale, il quale possa vivere e moltiplicare in ogni paese, dall’Equatore ai Poli. Sembra che in questo privilegio il porco si avvicini più d’ogni altro animale alla nostra specie.
  12. Tacit. German. c. 3. I Galli nella loro emigrazione seguitarono il corso del Danubio, e si sparsero nella Grecia e nell’Asia. Tacito non potè rinvenire che una sola piccola tribù, la quale conservasse alcune tracce di una gallica origine.
  13. Secondo il Dott. Keating. (Stor. d’Irlanda p. 13, 14) il gigante Partolano, ch’era figlio di Seara, figlio di Esra, figlio di Sru, figlio di Framant, figlio di Fathaclan, figlio di Magog, figlio di Jafet, figlio di Noè, approdò alla costa di Munster, ai 14. Maggio, l’anno del Mondo 1978. Benchè egli avesse un felice successo nella sua grande impresa, la rilassata condotta della sua moglie gli rendè la vita domestica molto infelice, e lo irrito a un segno, che uccise.... di lei favorito veltro. Questo, come il dotto Storico osserva, fu il primo esempio di falsità e d’infedeltà femminile che mai si conoscesse nell’Irlanda.
  14. Stor. Genealog. dei Tartari, di Abulghazi Bahadur Khan.
  15. La sua opera intitolata Atlantica, è rarissima; Bayer ne ha fatto due curiosi estratti, République des Lettres, Janvier et Février 1685.
  16. Tacit. Germ. II 19. Litterarum secreta viri pariter ac foeminae ignorant. Possiam contentarci di questa decisiva autorità, senza entrare nelle oscure dispute concernenti l’antichità dei caratteri Runici. Il dotto Celsio, svezzese, letterato e filosofo, era d’opinione che quei caratteri altro non fossero che lettere romane, con le curve cangiate in linee rette per la facilità dell’incisione. Ved. Pelloutier Stor. dei Celti l. II c. 11. Dictionnaire Diplomat. tom. I. p. 223. Possiamo aggiugnere che le più antiche iscrizioni runiche si credono essere del terzo secolo, ed il più antico Scrittore che le rammenti, è Venanzio Fortunato (Carmen. VII 18) il quale viveva verso la fine del sesto secolo. Barbara fraxineis pingatur RUNA tabellis.
  17. Recherches Philosoph. sur les Améric. tom. III. pag. 228. L’autore di questa bella opera è (se non sono male informato) tedesco di nascita.
  18. Il geografo Alessandrino è spesso criticato dall’esatto Cluverio.
  19. Vedi Cesare ed il dotto Sig. Whitaker nella sua Storia di Manchester vol. I.
  20. Tacit. German. 15.
  21. Quando i Germani ordinarono agli Ubii di Colonia di scuotere il giogo romano, e ripigliare con la nuova lor libertà gli antichi costumi, insisterono sull’immediata demolizione delle mura della Colonia. Postulamus a vobis, muros coloniae, munimenta servitii detrahatis; etiam fera animalia, si clausa teneas, virtutis obliscuntur. Tacit. Hist. IV. 64.
  22. Gli sparsi villaggi della Slesia si estendono per diverse miglia di lunghezza, Vedi Cluver. l. I c. 13.
  23. Centoquaranta anni dopo Tacito, furono erette alcune fabbriche più regolari vicino al Reno e al Danubio Erodiano, l. VII p. 234.
  24. Tacit. Germ. 17.
  25. Tacit. German. 5.
  26. Caesar. De bell. Gall. VI 21.
  27. Tacit. Germ. 26 Caesar VI 22.
  28. Tacit. Germ. 6.
  29. Dicesi che i Messicani ed i Peruviani senza l’uso della moneta e del ferro, han fatto un grandissimo progresso nelle arti. Queste arti, ed i monumenti, da esse prodotti, sono stati moltissimo esagerati. Ved. Recherches sur les Américains tom. II p. 153 ec.
  30. Tacit. Germ. 15.
  31. Tacit. Germ. 22, 23.
  32. Id. 24. Poteano i Germani avere apprese dai Romani le arti del giuoco, ma la passione di esso è mirabilmente inerente all’umana specie.
  33. Tacit. Germ. 14.
  34. Plutarc. in Camillo. Tit. Liv. V. 33.
  35. Dubos. Stor. della Monarc. francese tom. I p. 93.
  36. La nazione elvetica che uscì dal paese chiamato degli Svizzeri, conteneva trecentosessantottomila persone di ogni età e d’ogni sesso (Caesar De bell. Gall. l. 29.) Adesso il numero degli abitatori nel pays de Vaux (picciol distretto sulle rive del lago Lemano, molto più illustre per la cultura che per l’industria) ascende a 112591. Vedi un eccellete trattato del Sig. Muret, nelle Mem. della Società di Berna.
  37. Paolo Diacono c. 1. 2. 3, Machiavello, Davila, ed il restante dei seguaci di Paolo, rappresentano queste emigrazioni come disegni troppo regolari e concertati.
  38. Guglielmo Temple e Montesquieu si sono, su questo soggetto, lasciati trasportare dalla solita vivacità della loro fantasia.
  39. Machiavello Stor. di Firenze l. I. Mariana Stor. spagnuola l. V c. I.
  40. Robertson, Vita di Carlo Quinto. Hume, Saggi politici.
  41. Tacit. Germ. 44, 45. Frensemio (che dedicò il suo supplemento di Tito Livio a Cristina di Svezia), si crede in obbligo di far molto lo sdegnato con quel Romano che mostrò così poco rispetto per le Regine del Settentrione.
  42. Non sarebbe egli da sospettarsi che la superstizione generasse il dispotismo? Dicesi che i discendenti di Odino (la cui stirpe non si estinse fino all’anno 1060) regnarono nella Svezia per più di mille anni, Il tempio di Upsal era l’antica sede della Religione e dell’Impero. Nell’anno 1153 ritrovo una legge singolare, la quale a tutti proibisce l’uso ed il possesso delle armi, eccettuate lo guardie del Re. Non è egli probabile che fosse questa legge colorita col pretesto di ristabilire una antica istituzioni? Ved. Dalin; Storia di Svezia nella Biblioteca Ragionata tom. XL. e XLV.
  43. Tacit. Germ. c. 43.
  44. Tacit. Germ. c. 11, 12, 13 ec.
  45. Grozio muta una espressione di Tacito, pertractantur in praetractantur. La correzione è giusta non men che ingegnosa.
  46. Nel nostro antico Parlamento ancora, i baroni sovente decidevano una questione non tanto col numero dei voti, quanto con quello dei loro seguaci.
  47. Caesar, de Bell. Gall. VI. 23.
  48. Minuunt controversias, è una espressione di Cesare.
  49. Reges ex nobilitate, duces ex virtute sumunt. Tacit. German. 7.
  50. Cluver. Germ. Ant. l. I. c. 38.
  51. Caesar. VI 22. Tacit. Germ. 26.
  52. Tacit. Germ. 7.
  53. Tacit. Germ. 13, 14.
  54. Esprit des loix l. XXX c. 3. La brillante immagine di Montesquieu è però corretta dal semplice e freddo ragionamento dell’Abate di Mably. Osservazioni sulla storia di Francia tomo. I p. 556.
  55. Gaudent muneribus, sed nec data imputant, nec acceptis obligantur. Tacit. Germ. c. 21.
  56. L’adultera veniva frustata pel villaggio. Nè la ricchezza o la beltà potevano inspirar compassione, o procurarle un secondo marito. Ivi, 18, 19.
  57. Ovidio impiega dugento versi nella ricerca dei luoghi più propizi all’amore. Soprattutto egli considera il teatro come il più adatto a riunire le bellezze di Roma o indurle alla tenerezza ed alla sensualità.
  58. Tacit. Stor. IV 61, 65.
  59. I doni nuziali consistevano in bovi, cavalli ed armi. Vedi Germ. c. 18. Tacito è alquanto pomposo su questo soggetto.
  60. La mutazione di exigere in exugere è una correzione eccellente.
  61. Tacit. Germ. c. 7. Plutarco in Mario. Prima che le vedove dei Teutoni si distruggessero da se stesse con i loro figli, si erano offerte a rendersi, con il patto di esser ricevute come schiave delle Vestali.
  62. Tacito ha impiegato poche righe, e Cluverio cento ventiquattro pagine su questo oscuro soggetto. Il primo ritrova nella Germania gli Dei della Grecia e di Roma. L’ultimo decide che, sotto gli emblemi del sole, della luna e del fuoco, i suoi devoti antenati adoravano la Trinità nell’Unità.
  63. Il sacro bosco, descritto con sublime orrore da Lucano, era nella vicinanza di Marsiglia. Ma ve n’erano molti della stessa specie nella Germania.
  64. Tacit. German. c. 7.
  65. Tac. c. 4.
  66. Vedi Robertson vita di Carlo V. Vol. I nota 10.
  67. Tacit. Germ. c. 6. Questi stendardi altro non erano che teste di animali feroci.
  68. Vedi un esempio di questo costume in Tacito, Annal. XIII. 57.
  69. Cesare, Diodoro e Lucano sembrano attribuire questa dottrina ai Galli, ma il Sig. Pelloutier (Stor. dei Celti l. XIII c. 18) si sforza d’interpretare le loro espressioni in un senso più ortodosso.
  70. Riguardo a questa grossolana, ma seducente dottrina dell’Edda, vedi la favola XX nella curiosa traduzione di quel libro, pubblicata dal sig. Mallet nella sua introduzione alla storia di Danimarca.
  71. Vedi Tacito Germ. c. 3, Diod. Sicul. l. V, Strab. l. IV p. 197. Il dotto lettore può rammentarsi il grado di Demodoco nella Corte feacia, e l’ardore infuso da Tirteo negli avviliti Spartani. Vi è per altro poca probabilità, che i Greci ed i Germani fossero una stessa nazione. Quante erudite fole si risparmierebbero, se volessero i nostri antiquarj riflettere, che situazioni simili produrranno naturalmente simili costumi.
  72. Missilia spargunt. Tacit. German. c. 6. O questo Storico si è servito di una indeterminata espressione, o ha voluto dire che erano gettati a caso.
  73. Era questa la loro principale distinzione dai Sarmati, i quali generalmente combattevano a cavallo.
  74. La relazione di questa impresa occupa una gran parte dei libri quarto e quinto della Storia di Tacito, ed è più pregevole per l’eloquenza, che per la chiarezza. Enrico Saville vi ha osservate molte negligenze.
  75. Tacito Stor. IV 13. Avea come essi perduto un occhio.
  76. Erano comprese tra i due rami dell’antico Reno, come sussistevano prima che l’arte e la natura cambiassero l’aspetto del paese. Vedi Cluver. German. Antiq. l. II c. 30, 57.
  77. Caesar De Bell. Gall. l. VI 23.
  78. Sono essi però rammentati nel IV e V secolo da Nazzario, Ammiano, Claudiano ec. come una Tribù di Franchi. Vedi Cluver. Germ. Antiq. l. III c. 13.
  79. Urgentibus è la comun lezione; ma il buon senso, Lipsio ed alcuni Mss. si dichiararono per vergentibus.
  80. Tacit. German. c. 33. Il devoto abate de la Bleterie è molto sdegnato con Tacito; parla del diavolo, che fu un assassino fin da principio ec. ec.
  81. Possono rinvenirsi molte tracce di questa politica in Tacito ed in Dione; e molte più si possono dedurre dai principj della natura umana.
  82. Stor. Aug. p. 31. Ammian. Marcell. lib. XXXI c. 5. Aurel. Vittor. L’Imperatore Marco Aurelio fu ridotto a vendere i ricchi addobbi del palazzo, ed arruolare gli schiavi ed i ladri.
  83. I Marcomanni (colonia, che dalle rive del Reno occupò la Boemia e la Moravia) avevano una volta eretta una grande e formidabile Monarchia sotto il loro Re Marobodno. Vedi Strabone l. VII, Vell. Paterc, II. 105, Tacit. Annal. II 63.
  84. Il Sig. Wotton (Stor. di Roma p. 166) estende la proibizione ad una distanza dieci volte maggiore. Il suo ragionamento è specioso, ma non concludente. Cinque miglia erano sufficenti per una fortificata barriera.
  85. Dione l. LXXI e LXXII.
  86. Vedi un’eccellente dissertazione su l’origine e l’emigrazione delle nazioni nelle Memorie dell’Accademia delle Iscrizioni tom. XVIII p. 48, 71. È raro, che l’antiquario e il filosofo si trovino sì felicemente uniti in una sola persona.
  87. È egli da sospettarsi, che Atene contenesse soltanto ventunmila cittadini, e Sparta non più di trentanovemila? Vedi Hume e Wallace sul numero degli uomini nei tempi antichi e moderni.