Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo I/Prefazione alla prima edizione di Modena

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Prefazione alla prima edizione di Modena

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Tomo I - Prefazione alla seconda edizione di Modena Tomo I - Parte I


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PREFAZIONE

ALLA PRIMA EDIZIONE DI MODENA

Cominciata nel 1772 e compiuta nel 1782.


Non vi ha scrittore alcuno imparziale e sincero che alla nostra Italia non conceda volentieri il glorioso nome di madre e nudrice delle scienze e delle bell’arti. Il favore di cui esse hanno tra noi goduto, e il fervore con cui da’ nostri si son coltivate e ne’ più lieti tempi del romano impero, e ne’ felici secoli del loro risorgimento, le ha condotte a tal perfezione, e a tal onore le ha sollevate, che gli stranieri, e quelli ancora tra essi che della lor gloria son più gelosi, sono astretti a confessare che da noi mosse primieramente quella sì chiara luce che balenò a’ loro sguardi, e che gli scorse a veder cose ad essi finallora ignote. Potrei qui arrecare molti scrittori che così hanno pensato. Ma a non annoiare i lettori fin da principio con una tediosa lunghezza, mi bastin due soli. Il primo è Federico Ottone Menckenio, il quale nella prefazione premessa alla Vita di Angelo Poliziano, da lui con somma erudizione descritta, e stampata in Lipsia l’anno 1736, così ragiona: “Ebbe il Poliziano a sua [p. 11 modifica]patria l’Italia, madre già e nudrice dell’arti liberali e della letteratura più colta, la quale, come in addietro fiorì per uomini in ogni genere di dottrina chiarissimi, e fu feconda di egregi ingegni, così nel tempo singolarmente in cui nacque il Poliziano, una prodigiosa moltitudine ne produsse, talchè non vi ha parte alcuna del mondo che in una tal lode le sia uguale o somigliante. Il che, benchè sia per se stesso onorevole e glorioso, più ammirabile sembrerà nondimeno a chi consideri la caligine e l’oscurità de’ secoli precedenti, e osservi quanto stento e fatica dovesse costare, e insieme a quanto onore tornasse l’uscire improvvisamente dalla rozzezza e barbarie dell’età trapassate, e il terger felicemente le macchie tutte di cui l’ignoranza già di tanto tempo avea deformata l’Italia„. L’altro è il sig. de Sade, autore delle Memorie per la vita di Francesco Petrarca, stampate colla data d’Amsterdam l’anno 1764, che nella lettera agli eruditi Francesi premessa al primo tomo: “Rendiam giustizia, dice (p. 93), all’Italia, e sfuggiamo il rimprovero che i suoi scrittori ci fanno, di esser troppo invidiosi della sua gloria, e di non voler riconoscere i nostri maestri. Convien confessarlo: a’ Toscani, alla testa de’ quali si dee porre il Petrarca, noi dobbiamo la luce del giorno che or ci risplende: egli ne è stato in certo modo l’aurora. Questa verità è stata riconosciuta da un uomo che tra voi occupa un luogo assai distinto. Egli c’insegna (Voltaire Hist. Univ. t. 2, p. 179) [p. 12 modifica]che i Toscani fecer rinascer le scienze tutte col solo genio lor proprio, prima che quel poco di scienza che rimasta era a Costantinopoli, passasse insiem colla lingua greca in Italia per le conquiste degli Ottomani„.

Un sì bel vanto, di cui l’Italia va adorna, ha fatto che molti eruditi oltramontani si volgessero con fervore alla storia della nostra letteratura; e in questi ultimi tempi singolarmente abbiam veduto esercitarsi in questo argomento, e dare alla luce opere assai pregevoli Tedeschi e Francesi di non ordinario sapere. Così tra i primi Giovan Burcardo, e il sopraccitato Otton Federico Menckenio, Giangiorgio Schelornio, e Gian Alberto Fabricio; e tra’ secondi gli autori delle Vite degli Uomini illustri e delle Donne illustri d’Italia, il già lodato sig. de Sade ed altri han già preso a diligentemente illustrare quali uno, quali altro punto della nostra storia letteraria. Egli è questo un nuovo argomento di lode alla nostra Italia; ma potrebbe anche volgersi a nostro biasimo se, mentre gli stranieri mostrano di avere in sì gran pregio la nostra letteratura, noi sembrassimo non curarla, ed essi avessero a rinfacciarci che ci conviene da lor medesimi apprendere le nostre lodi. E veramente ce l’hanno talor rinfacciato; come fra gli altri il mentovato autore delle Memorie per la Vita del Petrarca, il quale con modesto bensì ma assai pungente rimprovero si maraviglia che noi non abbiam finor sapute non sol le picciole circostanze, ma nemmen l’epoche principali della Vita di sì grand’uomo, e che un oltramontano, qual egli è, abbia dovuto [p. 13 modifica]insegnarci cose ch’egli avrebbe dovuto apprender da noi. Esamineremo a suo luogo se di una tale trascuratezza siam noi accusati a ragione. Ma certo pare che gli stranieri possan dolersi di noi, che in un secolo in cui la storia letteraria si è da noi coltivata singolarmente, niuno abbia ancora pensato a compilare una storia generale della letteratura italiana.

Abbiamo, è vero, moltissimi libri che a questo argomento appartengono; e per riguardo alle biblioteche degli scrittori delle nostre città e provincie particolari, non ve ne ha quasi alcuna al presente che non abbia la sua. Talune ancora hanno avuto scrittori che la storia delle scienze da lor coltivate hanno diligentemente esaminata e descritta, fra le quali degna d’immortal lode è la Storia della Letteratura Veneziana dell’eruditissimo procuratore e poscia doge di Venezia Marco Foscarini, a cui altro non manca se non che venga da qualche accurato scrittore condotta a fine. Ma fra tutte le opere all’italiana letteratura appartenenti deesi certamente il primo luogo agli Scrittori Italiani del ch. Co. Giammaria Mazzucchelli. Noi ne abbiamo già sei volumi che pur non altro comprendono che le prime due lettere dell’alfabeto; e l’erudizione e la diligenza, con cui la più parte degli articoli sono distesi, ci rende troppo dolorosa la memoria dell’immatura morte da cui fu rapito l’autore. Sappiamo che molti articoli e copia grandissima di notizie pe’ seguenti volumi egli ha lasciato ai suoi degnissimi figli, e noi speriamo ch’essi alla gloria loro non meno che a quella di tutta l’Italia provvederanno un [p. 14 modifica]giorno col recare al suo compimento un’opera a cui non potranno le straniere nazioni contrapporre l’uguale. Ciò non ostante niuna di queste, o di altre opere di somigliante argomento non ci offre un esatto racconto dell’origine, de’ progressi, della decadenza, del risorgimento, di tutte in somma le diverse vicende che le lettere hanno incontrato in Italia. Esse sono comunemente storie degli scrittori, anzi che delle scienze; e quelle a cui questo secondo nome può convenire, son ristrette soltanto o a qualche particolare provincia, o a qualche secolo determinato. Il Leibnizio bramava che un’opera di tal natura fosse intrapresa dal celebre Magliabechi (Ep. Germ. ad Maliab. p. 101); ma non sappiamo ch’egli pensasse a compiacerlo. L’unico saggio che abbiamo di una storia generale dell’italiana letteratura si è l’Idea della Storia dell’Italia Letterata di Giacinto Gimma, stampata in Napoli l’anno 1723 in due tomi in quarto, opera in cui sarebbe a bramare che l’autore avesse avuto eguale a un’immensa lettura anche un giusto criterio, e a un’infinita copia un saggio discernimento. Se vi ha alcuno a cui io cada in sospetto di volermi innalzare sulle rovine altrui, il prego a leggere egli stesso l’opera accennata, e a giudicare per se medesimo se io ne abbia recato troppo disfavorevol giudizio. Certo così ne ha pensato anche chi naturalmente dovea esser portato a lodarla, cioè il dott. Maurodinoia che ha scritta la Vita di questo autore (Calogerà Racc. d’Opusc. t. 17, p. 418), e che confessa che in quest’opera deesi bensì lodare l’intenzion [p. 15 modifica]dell’autore, ma non il modo con cui l’ha condotta ad effetto.

Il desiderio adunque di accrescere nuova lode all’Italia, e di difenderla ancora, se faccia d’uopo, contra l’invidia di alcuni tra gli stranieri, mi ha determinato a intraprendere questa Storia generale della Letteratura Italiana, conducendola da’ suoi più antichi principii fin presso a’ dì nostri. Dovrò io qui forse discendere alle usate proteste di essermi accinto a un’opera superiore di troppo alle forze del mio ingegno e del mio sapere? A me pare che cotali espressioni siano omai inutili ed importune. Se tu non ti credevi uomo da tanto, dicon talvolta i lettori, perchè entrasti tu in sì difficil carriera? E se hai pensato di poterla correre felicemente, perchè ci annoi con cotesta tua affettata modestia? Io ho intrapreso quest’Opera, e colla scorta di tanti valentuomini, i quali or l’uno, or l’altro punto di storia letteraria hanno dottamente illustrato, ho usato di ogni possibile diligenza per ben condurla. Come io siaci riuscito, dovran giudicarne i lettori. Se io sono stato troppo ardito nell’intraprenderla, sarò ancor facile a condennarla, quando dal parer comune de’ dotti io veggala condennata. Nemmeno mi tratterrò io a ragionare della utilità e dell’importanza di questa mia Opera. Se essa avrà la sorte di essere favorevolmente accolta, e posta tra quelle che non sono indegne d’esser lette, io mi lusingherò di aver fatta cosa umile e vantaggiosa. Ma se essa sarà creduta mancante di que’ pregi che le converrebbono, invano mi stancherei a mostrarne la necessità e il [p. 16 modifica]vantaggio. Meglio impiegato per avventura sarà il tempo nel render conto a’ lettori dell’ordine e del metodo a cui in questa mia Storia ho pensato di attenermi.

Ella è la Storia della Letteratura Italiana, non la Storia de’ Letterati Italiani ch’io prendo a scrivere. Quindi mal si apporrebbe chi giudicasse che di tutti gl’italiani scrittori e di tutte le opere loro io dovessi qui ragionare, e darne estratti, e rammentarne le diverse edizioni. Io verrei allora a formare una biblioteca, non una storia; e se volessi unire insieme l’una e l’altra cosa, m’ingolferei in un’opera di cui non potrei certo vedere, nè altri forse vedrebbe mai il fine. I dotti Maurini che hanno intrapresa la Storia Letteraria di Francia perchè han voluto congiungere insieme storia e biblioteca, in dodici tomi hanno compreso appena i primi dodici secoli, e pare ch’essi, atterriti alla vista del grande oceano che innoltrandosi lor si apre innanzi, abbiano omai deposto il pensiero di continuarla. Per altra parte abbiam già tanti scrittori di biblioteche e di catalogi, che una tal fatica sarebbe presso che inutile; quando singolarmente venga un giorno a compirsi la grande opera mentovata di sopra degli Scrittori Italiani. Ella è dunque, il ripeto, la Storia della Letteratura Italiana, ch’io mi son prefisso di scrivere; cioè la Storia dell’origine e de’ progressi delle scienze tutte in Italia. Perciò io verrò svolgendo, quali prima delle altre, e per qual modo cominciassero a fiorire, come si andassero propagando e giugnessero a maggior perfezione, quali incontrassero o liete o sinistre [p. 17 modifica]vicende, chi fosser coloro che in esse salissero a maggior fama. Di quelli che col loro sapere e coll’opere loro si renderon più illustri, parlerò più ampiamente; più brevemente di quelli che non furon per ugual moda famosi, e di altri ancora mi basterà accennare i nomi e rimettere il lettore a quelli che ne hanno più lungamente trattato. Della vita de’ più rinomati scrittori accennerò in breve le cose che son più note; e cercherò d’illustrare con maggior diligenza quelle che son rimaste incerte ed oscure: e singolarmente ciò che appartiene al loro carattere, al lor sapere e al loro stile. La storia ancora de’ mezzi che giovano a coltivare le scienze, non sarà trascurata; e quindi la storia delle pubbliche scuole, delle biblioteche, delle accademie, della stampa, e di altre somiglianti materie avrà qui luogo. Le arti finalmente che diconsi liberali, col qual nome s’intendono singolarmente la pittura, la scultura, l’architettura, hanno una troppo necessaria connession colle scienze, perchè non debbano essere dimenticate; benchè nel ragionare di esse sarò più breve, poichè non appartengono direttamente al mio argomento.

Sono stato lungamente dubbioso, qual metodo convenisse meglio seguire; cioè se di tutte insieme le scienze dovessi formar la storia, seguendo l’ordin de’ tempi, o di ciascheduna scienza favellare partitamente. L’uno e l’altro metodo parevami avere i suoi incomodi non meno che i suoi vantaggi. L’ordine cronologico, ch’è più secondo natura, sembra che rechi confusion tra le scienze, sicchè non possa [p. 18 modifica]distintamente vedersi ciò che a ciascheduna appartiene. L’ordine delle scienze, che potrebbe credersi più vantaggioso, sembra che rechi confusione ne’ tempi, e che sia noioso al lettore quel dover più volte ricorrere la stessa carriera, e dall’età antiche scendere alle moderne, e poi di nuovo risalire alle antiche, e non tenere mai fisso il piede in un’epoca determinata. Per isfuggire quanto sia possibile gl’incomodi, e per godere insiem de’ vantaggi di amendue i metodi mi è sembrato opportuno il seguir l’ordine cronologico ma diviso in varie epoche più ristrette, di uno, a cagion d’esempio, di due, o più secoli, secondo la maggiore o la minor ampiezza della materia; e in queste diverse epoche ragionare partitamente di ciascheduna scienza, ed esaminare quai ne fossero allora i progressi e le vicende. In questa maniera, senza andar sempre salendo o discendendo per la lunga serie de’ tempi, si potrà agevolmente vedere ciò che alla storia di ciascheduna scienza appartiene, e si potrà insieme vedere qual fosse a ciascheduna epoca il generale stato della letteratura in Italia.

Quando io dico di volere scriver la Storia della Letteratura Italiana, parmi ch’io spieghi abbastanza di qual tratto di paese io intenda di ragionare. Nondimeno mi veggo costretto a trattenermi qui alcun poco, poichè alcuni pretendono di aver de’ diritti su una gran parte d’Italia, e per poco non gridano all’armi per venirne alla conquista. Convien dunque che ci rechiam noi pure sulle difese, e ci disponiamo [p. 19 modifica]a ribattere, se fia d’uopo, un sì terribile assalto. Gli eruditi autori della sopraccennata Storia Letteraria di Francia parlando della letteratura de’ Galli al tempo della repubblica e dell’impero romano (t. 1, p. 54) ci avvertono che, se volessero usare de’ lor dritti, potrebbono annoverare tra’ loro scrittori tutti que’ che furon nativi di quella parte d’Italia, che da’ Romani dicevasi Gallia Cisalpina; perciocchè i Galli ch’erano di là dall’Alpi, occuparono 400 anni innanzi all’era cristiana tutto quel tratto di paese, ed erano lor discendenti quei che poscia vi nacquero. E qual copia, dicon essi, di valorosi scrittori potremmo noi rammentare? Un Cecilio Stazio, un Virgilio, un Catullo, i due Plinj, e tanti altri uomini sì famosi. Essi son nondimeno così cortesi che spontaneamente ce ne fan dono, e ci permetton di annoverarli tra’ nostri; e si aspettano per avventura che di tanta generosità ci mostriam loro ricordevoli e grati. Ma noi Italiani per non so qual alterigia non vogliam ricevere se non ciò ch’è nostro, e nostri pretendiamo che siano tutti i suddetti scrittori della Gallia Cisalpina. Di fatto, come allor quando si scrive la storia civile di una provincia, altro non si fa se non raccontare ciò che in quella provincia accadde, qualunque sia il popolo da cui essa fu abitata, così quando si parla della storia letteraria di una provincia, altro non si fa che rammentare la storia delle lettere e degli uomini dotti che in quella provincia fiorirono, qualunque fosse il paese da cui i lor maggiori eran venuti. A qual disordine si darebbe luogo nella storia se si volesse [p. 20 modifica]seguire il sentimento de’ mentovati autori? Che direbbero essi se un Tedesco pubblicasse una Biblioteca Germanica, e vedessero nominati in essa Fontenelle e Voltaire? Eppure non discendono eglino i Francesi da’ Franchi, popoli della Germania? Oltre di che, come proveranno essi che quegli scrittori discendessero veramente da’ Galli Transalpini? Eran forse essi i soli che abitassero que’ paesi? Niuno dunque eravi rimasto degli antichi abitatori di quelle provincie? Non potevano fors’anche molti dall’Italia Cispadana, o da altre parti esser passati ad abitare nella Traspadana? Gli stessi Maurini non hanno essi stesa la loro storia a tutto quel tratto di paese che or chiamasi Francia? Permettan dunque a noi pure che, usando del nostro diritto, nostri diciamo tutti coloro che vissero in quel tratto di paese che or dicesi Italia. Ad essa appartengono similmente l’isole che diconsi adiacenti, ed esse perciò ancora debbono in questa Storia aver parte, e la Sicilia singolarmente che di dottissimi uomini in ogni genere di letteratura fin da’ più antichi tempi fu fecondissima.

Gli stessi autori della Storia Letteraria di Francia si dichiarano (pref. p. 7) di voler dar luogo, tra’ loro uomini illustri per sapere, anche a quelli che, benchè non fossero nativi delle Gallie, vi ebbero nondimeno stanza per lungo tempo, singolarmente se ivi ancora morirono. Ed essi hanno in ciò eseguita la loro idea più ampiamente ancora che non avesser promesso. Perciocchè hanno annoverato tra’ loro scrittori, come a suo luogo vedremo, anche l’imperador Claudio, perchè a caso nacque [p. 21 modifica]in Lione, anzi ancora Germanico di lui fratello, solo perchè è probabile ch’egli pur vi nascesse. Nel che non parmi ch’essi saggiamente abbiano provveduto alla gloria della loro nazione. Troppo feconda d’uomini dotti è sempre stata la Francia, perchè ella abbisogni di mendicarli, per così dire, altronde, e di usurparsi gli scrittori stranieri. L’adornarsi delle altrui spoglie è proprio solo di chi non può altrimenti nascondere la sua povertà. Io mi conterrò in modo che alla nostra Italia non si possa fare un tale rimprovero. Degli stranieri che per breve tempo vi furono, parlerò brevemente e come sol di passaggio. Più lungamente tratterrommi su quelli che quasi tutta tra noi condussero la loro vita, perciocchè se essi concorsero a rendere o migliore o peggiore lo stato dell’Italiana Letteratura, ragion vuole che nella Storia di essa abbiano il loro luogo.

Nè in ciò solamente, ma in ogni altra parte di questa Storia io mi lusingo di adoperar per tal modo, che non mi si possa rimproverare di avere scritto con animo troppo pregiudicato a favore della nostra Italia. Egli è questo un difetto, convien confessarlo, comune a coloro che scrivono le cose della lor patria, e spesso anche i più grandi uomini non ne vanno esenti. Noi bramiamo che tuttociò che torna ad onor nostro sia vero; cerchiam ragioni per persuadere e noi e gli altri; sempre ci sembrano convincenti gli argomenti che sono in nostro favore; e mentre fissiamo l’occhio su essi, appena degniam di un guardo que’ che ci sono contrari. Molti ancora de’ nostri più valenti scrittori [p. 22 modifica]italiani hanno urtato a questo scoglio; e io mi recherò a dovere il confutarli, quando mi sembri che qualche loro asserzione, benchè gloriosa all’Italia, non sia bastantemente provata. Ma gli stranieri ancora non si lascian su questo punto vincer di mano; e i già mentovati dottissimi autori della Storia Letteraria di Francia ce ne daranno nel decorso di quest’Opera non pochi esempj. Qui basti l’accennarne un solo a provare che anche i più eruditi scrittori cadono in gravi falli, quando dall’amor della patria si lasciano ciecamente condurre. Essi affermano (t. 1, p. 53) che i Romani appresero primamente da’ Galli il gusto delle lettere. L’opinion comune, che esamineremo a suo tempo, si è che il ricevesser da’ Greci; e niuno avea finora pensato che i Galli avessero a’ Romani insegnata l’eloquenza e la poesia. Qual prova recano essi di sì nuova opinione? Lucio Plozio Gallo, dicono, fu il primo che insegnasse rettorica in Roma, come afferma Svetonio. Lasciamo stare per ora che non sappiamo se Prozio fosse nativo della Gallia Transalpina, o della Cisalpina, e se debba perciò annoverarsi tra’ Francesi, o tra gl’Italiani. Ma come è egli possibile che sì dotti scrittori, come essi sono, non abbiano posto mente al solenne equivoco da cui sono stati tratti in errore? Svetonio e Cicerone, come a suo luogo vedremo, non dicon già che Plozio fosse il primo professore di rettorica in Roma, ma che fu il primo che insegnolla latinamente, poichè per l’addietro tutti i retori usato aveano della lingua greca. In fatti Plozio visse a’ tempi di Cicerone; e il gusto [p. 23 modifica]delle lettere erasi introdotto in Roma più di un secolo innanzi. Io credo certo che se non si fosse trattato di cosa appartenente alla gloria della lor patria, avrebbero i dotti autori riconosciuto facilmente il loro errore; ma è cosa dolce il ritrovare un nuovo argomento di propria lode, e quindi un’ombra vana e ingannevole si prende spesso per un vero e reale oggetto. Forse a me ancora avverrà talvolta ciò riprendo in altrui; ma io sono consapevole a me medesimo di essermi adoperato quanto mi era possibile perchè l’amore della comun nostra patria non mi accecasse, nè mi conducesse giammai ad affermar cosa alcuna che non mi sembrasse appoggiata a buon fondamento.

A questo fine assai frequenti s’incontreranno in questa mia Opera le citazioni degli autori che servono di prova alle mie asserzioni, e posso dire con verità che ho voluti vedere e consultare io stesso quasi tutti i passi da me allegati; poichè l’esperienza mi ha insegnato che è cosa troppo pericolosa l’affidarsi agli occhi, o alla memoria altrui. Nè io però mi sono punto curato di una cotal gloria di cui alcuni sembrano andare in cerca coll’affastellare citazioni sopra citazioni, e schierare un esercito intero di autori e di libri, facendo pompa per tal maniera della sterminata loro erudizione. Io sarò pago di produrre gli autori che bastino a confermare ciò che avrò asserito. Le leggi che in ciò io mi sono prefisso sono di appoggiarmi singolarmente agli autori o contemporanei, o il men lontani che sia [p. 24 modifica]possibile dai tempi di cui dovrò ragionare; ad autori che non possan cadere in sospetto di avere scritto secondo le loro proprie passioni; ad autori che non mi narrino cose che la ragione mi mostra impossibili; ad autori finalmente che non vengano contraddetti da più autentici monumenti. Che mi giova, a cagion d’esempio, che molti autori moderni mi dicano che Pollione prima d’ogn’altro aprì in Roma una pubblica biblioteca? Se essi non mi recano in prova il detto di qualche antico, la lor autorità non mi convince abbastanza. Ma io veggo che ciò si afferma da Plinio e da qualche altro antico accreditato scrittore; e questo mi basta perchè il creda. Se in ciò singolarmente che a storia appartiene, l’autorità di uno, o più scrittori bastasse a far fede, non vi sarebbe errore che non si dovrebbe adottare. Il numero degli autori copisti è infinito; e tosto che un detto è stampato, sembra che da alcuni si abbia in conto di oracolo. Io dunque più alla scelta, che al numero degli autori ho posto mente, e nella storia antica ho allegati comunemente gli autori antichi, lasciando in disparte i moderni. Questi però ancora ho io voluti leggere attentamente quanti ne ho potuti aver tra le mani, che trattassero cose attinenti al mio argomento, e di essi mi son giovato assai, e si vedrà ch’io allego spesso il lor sentimento, e fo uso delle loro scoperte, e talvolta ancora rimetto il lettore agli argomenti che in prova di qualche punto essi hanno arrecati. Ed io mi lusingo che niuno potrà rimproverarmi ch’io siami occultamente [p. 25 modifica]arricchito colle altrui fatiche, poichè quanto ho trovato di pregevole e d’ingegnoso negli altrui libri, tutto ho fedelmente attribuito a’ loro autori.

Il diligente studio ch’io ho dovuto fare sugli antichi scrittori per trarne quanto potesse essere opportuno alla mia idea, mi ha necessariamente fatto scoprire molti errori e molte inesattezze degli scrittori moderni. Ma ordinariamente non mi son preso la briga di rilevarli; chè troppo a lungo mi avrebbe condotto il farlo, e spesso avrei dovuto arrestarmi per dire che il tale e il tal altro hanno errato, senza alcun frutto e con molta noia de’ miei lettori. Se io comprovo bene il mio sentimento, cade per se stesso a terra l’opposto. Allor solamente ho giudicato che mi convenisse di farlo, quando mi si offrisse o a combattere l’opinione, o a scoprire l’errore di qualche autore che fosse meritamente avuto in pregio di dotto e di veritiero. Le opere di tali scrittori si leggono comunemente con sì favorevole prevenzione, che facilmente loro si crede quanto essi asseriscono. E questo è il motivo per cui e in questa Prefazione e altre volte nel decorso dell’Opera ho preso a esaminare e a confutare alcuni passi della più volte mentovata Storia Letteraria di Francia, ne’ quali mi è sembrato che senza ragione si volesse scemar l’onore alla nostra Italia dovuto. Ella è questa un’opera di una vastissima erudizione e di un’immensa fatica, e piena di profonde e diligenti ricerche; e troppo è facile ad accadere che l’autorità di sì dotti scrittori sia ciecamente e [p. 26 modifica]senza esame seguíta. Io mi son dunque stimato in dovere di confutare, ove fosse d’uopo, ciò che a svantaggio dell’Italia vi si afferma, singolarmente col toglierle alcuni uomini illustri che noi a buon diritto riputiam nostri. Ma nel combattere le opinioni di questi e di altri accreditati scrittori io ho usato di quel contegno ch’è proprio d’uomo che si conosce inferiore di molto in forze al suo avversario, e che spera di vincere solo perchè si lusinga di avere armi migliori. Si può combatter con forza, si può ancora scherzare piacevolmente senza dire un motto onde altri a ragione si reputi offeso. Le ingiurie e le villanie troppo mal si confanno ad uomini letterati, e noi Italiani siamo forse non ingiustamente ripresi di esserne troppo liberali coi nostri avversari. A questo fine mi sono astenuto dall’entrare in certe contese sulla patria di alcuni nostri antichi scrittori, nelle quali lo spirito di partito regna da lungo tempo per modo che non è possibile il mostrarsi favorevole ad una parte senza che l’altra se ne dolga troppo aspramente; e nelle quali perciò il voler decidere è cosa pericolosa al pari che inutile. Io accennerò le ragioni che da amendue le parti si arrecano, e lascerò che ognuno senta come meglio piace.

Tutta l’Opera sarà divisa in sette, o otto volumi i quali, se il cielo mi concederà vita e forze, verrannosi coll’intervallo, come spero, non maggiore di un anno seguendo l’un l’altro. Forse sembrerà ad alcuni troppo ristretto un tal numero di volumi all’ampiezza della materia. Ma nel metodo a cui ho pensato di [p. 27 modifica]attenermi, mi lusingo che possan questi bastare a porre in sufficiente luce la Storia della Letteratura Italiana. Chi vuol dir tutto, comunemente non dice nulla; e molte opere son rimaste, e rimarran sempre imperfette perchè gli autori avean preso a correre troppo ampio campo. Quando io abbia condotta a fine la mia Opera, se alcuno vorrà darle una maggior estensione, potrà farlo più agevolmente; ed io mi riputerò onorato se vedrò altri di me migliori entrare più felicemente di me in questa stessa carriera.

Per ultimo, comunque io abbia usato di ogni possibile diligenza nel compilar questa Storia, sono ben lungi dal credere che non vi abbia in essa errori e inesattezze in buon numero. E perciò anzi che sdegnarmi contro chi me gli additi, io gliene saprò grado; e, ove fia d’uopo, ne’ seguenti volumi inserirò, come in altra mia opera ho fatto, le correzioni e le giunte da farsi a’ volumi precedenti. Io non so intendere come alcuni siano così difficili a confessare di avere errato; quasi ciò non fosse stato comune anche a’ più famosi scrittori. E non deesi egli scrivendo cercare il vero? Se dunque tu non sei riuscito a scoprirlo, e un altro cortesemente te lo addita, perchè chiuder gli occhi e ricusar di vederlo? Io certamente da niuna cosa mi stimerò più onorato che dal vedere uomini eruditi interessarsi per dare a questa mia Opera una maggior perfezione; e suggerirmi perciò lumi e notizie che giovino o a corregger gli errori nei quali mi sia avvenuto di cadere, o ad accrescere pe’ [p. 28 modifica]seguenti volumi nuovi argomenti di gloria all’italiana letteratura.

E basti il detto fin qui di tutta l’Opera in generale. Per ciò che appartiene a questo primo volume, di una cosa sola mi pare di dover avvertire chi legge. Sembrerà forse a taluno ch’io potessi, o forse ancora dovessi, più ampiamente stendermi sulla letteratura degli Etruschi. Altri certo ne hanno scritto assai più. Ma io ho giudicato che intorno a questo argomento fosse miglior consiglio l’essere breve; anche perchè mi è sembrato di non poter fare altrimenti, volendomi attenere alla massima da me seguita di non affermar cosa alcuna che all’autorità degli antichi scrittori non fosse appoggiata. Se altri altre cose han ritrovate appartenenti alla letteratura degli Etruschi, e se le hanno bastevolmente provate, potranno le erudite loro opere supplire al difetto di questa mia. Ben mi è dispiaciuto di non poter far uso di due Dissertazioni sulla filosofia e sulla musica degli Etruschi dal dottissimo antiquario monsig. Passeri pubblicate non ha molto in Roma insieme colla spiegazione delle pitture delineate su’ vasi etruschi. Ma non mi è stato possibile l’averle in tempo ad usarne; che molto certamente avrei io potuto raccoglierne ad illustrare questo mio argomento1.


Note

  1. Ho poi veduta l’Opera del ch. Passeri da me qui accennata, e ne ho fatto uso in una nota a questa seconda edizione aggiunta.