Azioni egregie operate in guerra/1676

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
1676

../1675 ../1685 IncludiIntestazione 3 aprile 2010 50% Saggi

1675 1685


Il Montecuccoli non comandò più. Cresciute le sue indisposizioni l’obbligarono al riposo. In Lintz, dov’era passata la Corte Cesarea nel mille seicento ottanta, entrando in certa camera fu ferito dalla caduta di trave, che gli cagionò la febbre, oppresso dalla quale, passò a vita migliore in età di settanta due anni. Il Conte Raimondo in tutto il tenore del viver suoi professò pietà singolare, e religione attenta verso Dio. Dotato d’ingegno eccellente, e vivace come anco di giudizio raro, ed isquisito raffinò l’uno, e l’altro coll’incessante uso di pensare, di ripensare, e di mentalmente discorrerla. Era frugalissimo nel cibo, modesto nel vestire, buon economo nelle spese, severo nel contegno, ma senza asprezza. Rigido esattore pretendeva dagli altri l’adempimento de’ loro doveri, com’Esso era accurato nel soddisfare a’ proprj, anche in minime cose. Nel maneggio della guerra si fissò questa regola, di nulla commettere alla fortuna; poco compromettersi dalle altrui braccia. Appoggiarsi unicamente alla prudenza, e a’ consigli ben premeditati. Sollecito, e vigilante nel procurare i comodi de’ Soldati, fa faceva da padre premurosissimo per il loro bene; ma altrettanto Giudice rigoroso castigava le bestemmie, e le indignità militari. Fu protettore de’ letterati, Negli ultimi anni contribuì molto col suo credito, e co’ suoi lumi allo stabilimento dell’Accademia detta de’ Curiosi della natura, cominciata in Alemagna. Altro elogio ci lasciò nelle sue memorie il Sig. di Cavagnac, ove scrisse, che il General Montecuccoli era soggetto abilissimo in ogni sorta di scienza. Era civile, ed obbligante nel tratto, si faceva conoscere nato per cose grandi. Soggiunge, come nel tempo che militò sotto di lui, esso lo aveva sempre ritrovato fermo, costante, e padrone di sé medesimo ne’ pericoli, ne’ quali spediva ordini ben intesi, con totale presenza di spirito. Loda singolarmente l’ottima disposizione, con cui regolava le marcie in faccia al nemico con sì bel concetto, sicché in qualunque situazione s’incontrassero le truppe, al minimo comando erano a portata per combattere. Lasciò dopo morte eccellenti Comentarj instruttivi dell’arte militare, e delle maniere proprie di guerreggiare contra de’ Turchi. Vi si ammira ottimo giudizio, e metodo stupendo, spiegato con brevità. Cesare li apprezzò tanto, che non ne confidava copie, se non a’ primarj Generali. Il Duca Carlo quinto di Lorena se li teneva carissimi, e confessava d’avervi appreso moltissimo. Li portava seco in tutte le imprese. Trascriti a mano più, e più volte, sono stati poi resi pubblici colle stampe per opera del Sig. Huyssen Oratore Moscovita. Di tutto ciò fa fede l’Istorico latino della Vita dell’Imperator Leopoldo.

La morte del Conte Montecuccoli fece cadere a terra il progetto, da lui promosso saggiamente più volte a Cesare, ma con calore, e forza maggiore di ragioni inculcato ultimamente; perché conservasse in piedi tutte le sue agguerrite soldatesche, anche dopo la pace conchiusa a Nimega colla Francia. Se vi fu tempo, in cui la Casa d’Austria abbisognasse, d’avere sotto le insigne numerose schiere, lo era certamente allora, sì per le apprensioni, che sempre più gagliarde si augumentavano sul Reno, sì per le ribellioni, che fissavano radici peggiori, più profonde, e più ampie in Ungheria. Con tutto ciò l’opinione opposta d’altri Consiglieri di Corte vinse, ed ottenne, che l’Imperatore licenziasse gran parte de’ Veterani reggimenti, e si lusingò di acquistare col negozio i torbidi di Ungheria. Questo sbandamento di gran parte delle truppe migliori dispiacque sommamente a’ più assennati, e capaci Consiglieri, i quali ne presaggirono le conseguenze funeste di gravissimi mali, che poi sopravvennero; quali furono il perdersi quasi tutti i Comitati dell’Ungheria Austriaca, e l’allettare i Turchi a rompere la tregua, e a venire sotto Vienna con potentissimo esercito, dopo che videro congiunti seco d’interesse, d’impegni, e d’armi il Techeli, e gli altri sollevati. Per altro se Leopoldo spediva tutte le soldatesche, le quali avevano guerreggiato negli anni addietro al Reno, avrebbe ridotti all’antica soggezione i sollevati, che non avevano forze eguali, da star loro a petto; né per avventura gli Ottomani si sarebbero mossi contra di lui: essendo costume di quegl’Infedeli, di non praticar attentati contra i confinanti, quando intendono, che stanno ben armati. La sollevazione di parecchi Ungheri era cominciata alcuni anni prima. L’Abaffi Principe di Transilvania l’aveva fortificata con ajuti prestati loro. Esso pretendeva di riavere i due Comitati dell’Ungheria superiore, che il Gran Sultano rilasciò a Cesare nell’ultima pace. A tal fine s’era mosso, per occuparli colla viva forza. I Generali Cesarei contavano, scarso numero di truppe per opporsi alle di lui invasioni. E però ora prevalevano, ora soccombevano. Alcuni Magnati persuadevano all’Imperatore, che que’ torbidi si sarebbero tranquillati colla radunanza degli Stati, e col condiscendere a varie petizioni de’ tumultuanti. Leopoldo, propensissimo alla quiete, ed avverso sommamente ad adoperare le armi contra i suoi sudditi, si piegò, ed ammise l’uno, e l’altro ripiego, ma senza profitto veruno. Era divenuto capo de’ sollevati il Conte Emerico Techeli, soggetto sagace, ed intraprendente. Co’ soccorsi di gente, venutagli da più parti, occupò varie Città, e Castella. Ciò non ostante perseverava nella Corte Imperiale la massima medesima, che colle negoziazioni anche questi si sarebbe ricuperato all’ubbidienza dell’Augusto Signore.

Nel Marzo del 1680 fu destinato il Conte Enea Caprara al comando delle truppe Imperiali in Ungheria. Quivi trovò un reggimento in rivolta per essergli scarseggiato lo sborso degli stipendj. Di più vide all’improvviso comparirgli d’avanti trenta tra Ufficiali, e soldati, a chiedergli con isfacciato ardire le paghe. Tentò d’acquietare quel rumore con ragionevoli motivi. Ma osservando restii coloro ad appagarsi, dato il piglio alla pistola, amazzò il più temerario, che portava la parola, e fugò gli altri. Dopo di che, salito a cavallo con li soli Ufficiali, e colle guardie, che l’accompagnavano, si portò al reggimento, e castigati colla morte altri trenta insolenti, ridusse gli altri al dovere. In tanto prese informazioni esatte, del come guerreggiavano i ribelli: Intese, che si dividevano in varie partite con cavalli agilissimi al corso, e andavano scorrendo qua, e là, specialmente ove erano avertiti da’ loro corrispondenti, i quali erano molti, che o marciassero colà, o fossero deboli le milizie Cesaree . Ripartì anch’Egli le sue Soldatesche in diversi corpi: altri alla custodia del paese; altri condusse seco, co’ quali diede addosso, e ripresse l’escursioni del Techeli, e de’ seguaci. Ma tre ostacoli impedivano il disfarli affatto. Il primo era lo scarso numero degl’Imperiali, incapace di difendere tanta lunghezza di confini quanta se ne estende dalla Moravia sino alla Transilvania; Onde mentre il Caprara si avanza verso il Tibisco, questi colla velocità de’ loro cavalli trascorrevano all’opposta parte verso il Vago, e verso l’Austria superiore, a depredare, e ad impadronirsi delle piazze deboli. Il secondo era il ricovero, che il Techeli, e i suoi avevano ne’ paesi Turcheschi, ne’ quali l’Imperatore proibì a’ suoi l’inseguirli, e il distruggerli. Il terzo erano le proposte di sospensione d’armi, le quali proposte venivano fatte da’ ribelli, quando si vedevano ridotti a mal partito: ed erano subito accettate da Leopoldo sulla persuasiva, che coi trattati si sarebbe acquietato ogni tumulto, e con il rilascio di alquante condiscendenze si sarebbe ricuperato per sino il Techeli medesimo. Questi armistizj impedivano a’ Generali Cesarei, il non abbattere totalmente i Ribelli, e prestavano loro il comodo di macchinare trame, interessare altri ribelli nel loro partito, e raccogliere nuove Milizie. Nel mentre che la perfidia del Techeli addormentava con apparenti umiliazioni la vigilanza de’ Ministri Cesarei, esso non tralasciava di sollecitare maggiori assistenze dagl’Infedeli, con ispedire ricchi, e preziosi donativi a quelle Persone, che potevano molto appresso il Sultano. Già si sapeva che i Turchi avevano cominciato a somministrare denaro, e soldatesche, per ingrossare la possanza del Techeli. Ciò non ostante si continuò a lusingarsi, che bastava contentare costui, e si sarebbe ricuperata la tranquillità. A tal fine si radunò una Dieta in Edemburg, in cui Cesare esibì vantaggiose condizioni a quelli, che si disponevano a sottomettersi. Vi fu invitato il Techeli, e sollecitato a comparirvi con onorevoli ufficj dal nuovo Palatino Conte Esterasi. Ma questi diede risposte impertinentissime; ruppe l’armistizio, sulla fede del quale i comandanti Cesarei aveva tralasciate in parte le diligenze d’una valida difesa. Unì nuovamente le sue milizie a’ Turchi, e a’ Transilvani, colle quali sorprese alquanti luoghi. il General Caprara, che anch’esso riposava all’ombra dell’armistizio, e della Dieta, non potette impedire le prime perdite. Applicò a raccogliere presto i suoi, co’ quali battette alcune partite. Ma a lui riusciva impossibile il ripartire le scarse sue truppe in tanti luoghi, fra sé distanti. Correva qua, e là, ove appariva maggiore pericolo. In tutta l’estate faticò le truppe col solo frutto di aver coperto or questa, or quella Piazza. Il Techeli si pose all’assedio di Ecziet, nel mentre che l’Abaffi attaccò Zatmar. Questa fu difesa dal valoroso Presidio, e quella liberata dal Caprara, che fugò il Techeli sino dentro le frontiere Turchesche, e ricuperò Calo, il piccolo Varadino, ed altre piazze.

Il valore del General Caprara avendo rinviliti i nemici, e attraversati i loro disegni, operò, che il Techeli, non sapendo ove acquartierare nell’inverno prossimo le proprie truppe, propose un nuovo armistizio, e simulò di voler trattare aggiustamento. L’inganno era troppo palese; e la di lui imperversata fellonia appariva con manifesti segni affatto evidente. Ma appena colui aperse la bocca, che a lui furono concessi e la tregua, e i quartieri: essendosi adoperato a tal effetto singolarmente il Palatino in di lui favore, perché sperava la gloria di ridurlo alla quiete con i suoi Ufficj. Cesare medesimo, pieno di clemenza, deputò esso Palatino, e il supremo Giudice del Regno, acciocché usassero adequati ripieghi di dolcezza per acquietarlo. Lo scaltro fingeva di prestar orecchio all’accordo, per aver tempo da perfezionare altri disegni, che raggirava nell’animo. Accomodate alle sue urgenze sarebbero state le nozze colla Giovine Principessa Aurora Veronica Vedova del Ragozzi, Madre, e Tutrice del piccolo figlio, affine di stabilirsi nel possesso della fortissima piazza di Montgatz, e di altre Castella di quella giurisdizione, come anco l’impossessarsi delle opulenti rendite, e delle amplissime ricchezze, raccolte da Giorgio, e da Francesco Ragozzi. Seppe egli guadagnare il cuore di quella Signora, che v’aderì. Più volte con istanze pressantissime, e con promesse ampissime aveva colui pregato l’Imperatore del beneplacito per questo Matrimonio: e sin allora ne aveva ricevuta la negativa; quantunque molti mal a proposito consigliassero al compiacerlo sulla fiducia di acquistarlo. Questi poi pressarono tanto l’Augusto Signore, che lo condussero a finalmente prestarvi il consenso, con esito infelicissimo, come vedrassi. Ma perché i Turchi avevano nel 1681 unite pubblicamente a’ ribelli le loro milizie, Cesare determinò di mandare a Costantinopoli il Conte Alberto Caprara, soggetto di prudenza, e di eccellente desterità ne’ maneggi, il quale scandagliasse il profondo de’ segreti della Corte Ottomana, e promovesse quelle negoziazioni, che sembrerebbero più adattate alle circostanze d’allora. Spedì ancora al Techeli il Baron Saponara Napolitano, soggetto letterato, pieno di spirito, e galante nel tratto, ben conosciuto, ed accetto a lui, quando esso governò Zatmar , e che doveva riuscirgli ancora più gradito per le condizioni favorevoli, che gli recava a nome dell’Imperatore. Dopo breve esortazione, diretta a riconciliarlo con Cesare, soggiunse il Saponara: Signore, io non voglio raggirarvi con parole. Da parte del mio Padrone io vi presento un favore, che certamente vi sarà carissimo, perché da voi sommamente desiderato. Ripigliò allora il Techeli. E quale sarà mai questo? Soggiunse il Saponara. L’Augusto Signore vi accorda la facoltà di sposare la Principessa Ragozzi; purché licenciate le milizie, v’accomodiate a quanto fu deliberato nell’ultima Dieta. Adoperatevi ancora, perché il Gran Sultano prolunghi la tregua ad altri venti anni. Vedete quanto il mio Signore si comprometta da Voi, mentre si prevale dell’opera vostra in affare di somma rilevanza. Il Techeli, giubilante per tale facoltà, promise tutto. Si finse disposto a tutto. Esaltò la Clemenza del buon Leopoldo. Confessò il fallo suo gravissimo. Ma aggiunse: Io mi trovo talmente impegnato co’ Turchi, che appena posso ritirare il piede. Abbisogna però, che Cesare allunghi il tempo dell’armistizio, nel quale mi porterò a Buda, e impiegherò tutta la possanza con quanto ho di grazia, per conchiudere altri venti anni di tregua col Gran Signore.

Celebrate con sontuosissima pompa le nozze, il Techeli passò a Buda, ricevuto a grandi onori dal Bassà Comandante. Alla presenza degli Ufficiali primarj di quel Presidio esso esibì tributaria tutta l’Ungheria Austriaca al Turco. All’obblazione fecero applauso gl’Infedeli. Il Bassà s’impegnò a sostenere l’elezione d’Esso Techeli in nuovo Principe, se gli Ungheri volevano costituirlo tale. Aggiunse come erano in pronto venti mila de’ suoi, da unirsi ad altrettanti ribelli. Si rompesse la tregua, e si cacciassero prestamente da Cassovia, e da altre fortezze le guarnigioni Alemanne. Ritornato a Montgatz il Techeli, introdusse in tutte le piazze della Ragozzi Governatori di sua fazione. S’impadronì delle ricchezze della famiglia Ragozzi, molte delle quali trasmise a Costantinopoli in regalo al Gran Visir, e alle Sultane favorite, col mezzo delle quali piegò alle sue inchieste la volontà del Gran Signore. Accrebbe le proprie truppe. Sparse un libello sedizioso, con cui intimò alla Nobiltà, e al popolo il soggettarsi sotto di lui. Spinse da pertutto scorrerie di Turchi, e di Tartari. Ingrossato da sei mila de’ primi, espugnò Cassovia, e quasi tutte le piazze dell’Ungheria superiore. Il Bassà di Varadino dopo durissimo contrasto prese Filek, e lo atterrò. Il General Caprara erasi ritirato infermo a Vienna. Lo Staremberg, succedutogli nel comando, mancava di forze sufficienti, da resistere a tanti nemici. Il Techeli, convocata in Cassovia la radunanza de’ deputati, eletti dal paese, caduto in di lui potere, ottenne di farsi nominare Principe loro. Ebbe la facoltà di renderlo tributario al Sultano. Queste notizie, trasmesse dal Techeli con Ministri esperti a Costantinopoli, determinarono il Gran Visire, stato fin allora dubbioso, a raccogliere un potentissimo esercito, e ad imprendere la guerra contra l’Imperatore. Disciolse ogni trattato col Conte Alberto Caprara. Lo licenziò; ma poi volle, che lo seguitasse nel proprio Campo sino all’arrivo sotto Vienna. Il Conte Alberto tanto nel primo viaggio, quanto al suo arrivo a Costantinopoli s’accorse, che la guerra era inevitabile, e ne avvisò in diligenza, e con replicati messaggi i Consiglieri della Corte Imperiale: Ma alcuni di questi non finivano di persuaderselo; e frattanto andavano prolungando gli armamenti per difesa. Continuava il Techeli ad occupar paese, e si accostava alle Provincie Alemanne; finalmente resa indubitata la guerra, furono spediti da Vienna inviati a varie Corti, per implorare assistenze, e sussidj. Il Pontefice Innocenzo XI era stato collocato da Dio sul trono Appostolico, come il più adattato a riparare la Cristianità dalle soprastanti disgrazie. Raccolse da tutte le parti grossissimo contante, e lo indirizzò a’ Principi ben intenzionati per la Casa d’Austria. Incaricò i Nuncj con pressantissimi comandamenti, perché sollecitassero i Re, e Principi ad accorrere colle loro milizie. Le di lui fervide orazioni conseguirono dall’Altissimo, che con inspirazioni validissime persuadesse il Re Giovanni Sobieschi, e la Repubblica Polacca a confederarsi, come seguì, con Cesare ad offesa de’ Monsulmani. Di questa guerra spiegherò quelle notizie, che concernono principalmente, a descrivere le gesta egregie, operate in quel corso d’anni da’ Generali, e da’ Ufficiali Italiani. I principali, che v’intervennero sono il Conte Enea Caprara, di cui si è favellato con lode nella guerra di Danimarca, e nell’altra di Ungheria: Il Conte Antonio Caraffa Napolitano: Il Conte Enea Piccolomini, che vien creduto Pronipote del celebre D. Ottavio: il Conte Federico Veterani d’Urbino: Il Baron Michele d’Asti Romano, e il Principe Eugenio di Savoja, ma di quest’ultimo Istorici Italiani hanno somministrate contezze esatte, che possono leggersi appresso quegli Autori.

Carà Mustafà Gran Visire con potentissimo esercito circondò Vienna Capitale dell’Austria verso la metà di Luglio dell’anno 1683. Con la moltitudine tanto de’ Soldati, quanto de’ Guastadori giunse sino al piede delle fortificazioni interiori. Al soccorso dell’Imperiale residenza camminò in tutta fretta dalla Polonia il Re Giovanni Sobieschi con venti mila uomini. Alcuni mila d’essi lasciò alla custodia delle frontiere d’Ungheria di là dal Danubio, uniti ad altri Cesarei. Egli con dodici mila Cavalli, e tre mila Fanti si congiunse all’esercito Austriaco, diretto dal Duca di Lorena. Vi ritrovò già sopraggiunti sette mila Fanti, e tre mica Cavalli Bavari col Duca Massimigliano di Baviera. Altri sette mila Fanti, e tre mila Cavalli si contavano con alla testa il loro Signore Duca Giorgio Elettor Sassone. Nove mila erano calati dalla Franconia, e da’ paesi circonvicini. Sicché l’esercito Cristiano faceva pompa di circa sessantacinquemila Combattenti: metà pedoni, e metà a cavallo. Dieci mila di questi erano Cesarei con otto mila Fanti. Sulla diritta marciava il Re co’ suoi, e colla metà della Cavalleria Imperiale, a cui oltre i Generali Alemanni soprastava il Conte Ridolfo Rabatta Italiano. Sulla sinistra il Duca di Lorena cogl’Imperiali; e dopo di lui comandava de’ primi il Conte Enea Caprara. Nel mezzo stavano le truppe de’ due Elettori ed altre Ausiliarie. Tra più strade, che potevano battesi per arrecare l’importante soccorso a Vienna, fu eletta la prossima al Danubio. Ma su questa doveva sormontarsi il Monte detto Kalemberg, distante dalla Città quattro miglia. Sulla sommità d’esso verso Tramontana s’erge un antico edificio, e Chiesa stato albergo di S. Leopoldo, e verso mezzo giorno lontano alcuni cento passi, separato da una Fenditura, vi risiede l’eremo de’ Padri Camaldolesi. Ad occupare i suddetti poggi fu eletto co’ volontarj, e con Granatieri il Marchese Parella Piemontese, prode al sommo, ed intrepido il quale col suo esempio, e colle esortazioni aveva condotti seco molti Cavalieri del suo Paese. Vi s’incamminò egli, e occupò la cappella. Voleva inoltrarsi all’Eremo; ma vedendo venirgli contra i Turchi in numero superiore, a buon consiglio gli arrestò per più ore con iscaramuccie; finché ebbe ricevuto rinforzo d’altri Granatieri, e finché sopraggiunse il General Lesle, che piantati quattro Cannoni, ripulsò i Barbari dalla salita. Assicurato il possesso intero del monte, si pensò a discendere abbasso, e a scacciare i nemici trincerati a’ piedi d’esso. La Campagna d’attorno ora s’erge in molte piccole alture, ora s’abbassa in più valli, ora si profonda in grandi aperture: seminata poi da fiumicelli, da Casamenti, da Orti murati, da Vigneti. I Turchi eransi prevalsi di questi avvantaggi naturali, per fortificarsi dietro ad essi, e render più valide, e più robuste le loro trincee, munite da gran quantità di Cannoni. Il Visir distribuì colà il maggiore, e miglior nervo della sua fanteria, e ne’ siti opportuni schierò quasi tutta la Cavalleria.

Il Serenissimo di Lorena ordinò, che la discesa si facesse lentamente, sì per conservare intera l’ordinanza, sì per dar tempo all’artiglieria d’avanzare, e d’esser piantata ne’ poggi convenevoli; del che ne aveva la soprantendenza il General Lesle, da lui adempita perfettamente. Precedeva a tutti il Marchese Parella co’ Nobili Venturieri, e prossimo a lui il General Caprara , alla testa di sopra mille Corazze Tedesche; Col fuoco de quali ributtò a dietro i Barbari, e occupò certo sito, su cui il Lesle stabilì subito una batteria di Cannoni. Al favore d’essa, che fulminava gagliardamente il Parella co’ Venturieri, ed altri Capitani co’ Granatieri respinsero i nimici sino a Nusdorf. Il cacciarli poi da quella terra, e da’ Casamenti prossimi, come anco dalle sponde de’ fiumicelli, e da’ ripari, costrutti sull’eminenze, costò gran fatica, e non poco sangue; poiché colà v’era il fiore della Milizia Turchesca, coperto da muraglie, e da altre difese consimili. Con tutto ciò gli Alemanni combatterono con tanta forza, e vigore, che sloggiarono da que’ contorni gli Infedeli. Il General Mercì trascorse tanto avanti, che versò in pericolo di rimanervi ucciso, per essergli stato ferito, e caduto addosso il Cavallo. Ma accorsovi il Marchese Parella co’ suoi lo disimpegnò dal Cavallo, e lo sottrasse dalle sciable ostili. Un corpo di Spay sì lanciò sul fianco della sinistra Cristiana. Accortosene il Duca di Lorena si spiccò loro addosso con tre Squadroni di Corazze, comandate dal Conte Cauriani, Piccolomini, e d’Arco, i quali gl’investirono con sommo ardore, onde gli sbaragliarono affatto. Eranvi due altre ritirate da espugnare; l’una nel Villaggio d’Elinstat, e l’altra in certa altura più avanti, su cui si fermava il fiore de’ Gianizzeri, e i Capitani loro più esperimentati. Questi dopo una robustissima resistenza furono tagliati a pezzi.

Sul mezzo giorno il Re di Polonia era uscito da un bosco, e doveva sormontare un’eminenza, munita con parapetto, e con grosso stuolo di nemici. Più volte assalì; né potette per il vigoroso ostacolo degl’Infedeli guadagnare terreno; finché il Generale Dunevald con mille tra Corazze, e Dragoni Austriaci non ebbe urtato di fianco coloro, che difendevano quell’altura. Entrato poi il Re in pianura ben ampia, e dilatata sulla fronte la di lui Cavalleria Polacca, si spinse con impetuosa bravura addosso alla Turchesca. Alquanti squadroni penetrarono con soverchia audacia troppo addentro il mezzo degli Ottomani, e furono in cimento d’esser attorniati e distrutti dagl’Infedeli. Il Re Giovanni, osservato il pericolo, esclamò, che s’avanzasse frettolosa la Fanteria Alemanna. Il Conte di Valdec promosse sollecito alcuni battaglioni Bavari, e il Generale Rabatta altre Compagnie Cesaree. Tutti aggredirono con feroce arditezza, con cui non solo rovesciarono que’ Monsulmani, ma s’impossessarono d’alta eminenza con i Cannoni collocativi sopra. Da tutte le parti oppressi, o dissipati i Gianizzeri, e gli Spay, alle cinque dopo mezzo giorno il Duca di Lorena ebbe l’accesso nel Campo assediante. Più tardi, perché con giro più lungo, vi giunse il Re di Polonia. La notte, che sopraggiunse coprì la fuga del Gran Visir, e de’ suoi.

L’allegrezze, che concepì il mondo Cristiano all’annunzio di questa Vittoria,, possono dirsi inesplicabili. Le acclamazioni, e le benedizioni, tributate al Re Giovanni Sobieschi, furono le più universali, le più affettuose, e le più infiammate, che possano uscire da cuori umani. Dati alcuni giorni al riposo delle benemerite milizie, e alle scambievoli dimostrazioni di amorevolezza tra le Maestà Cesarea, e Polacca, fu deliberato di approfittarsi della confusione, nata tra’ Turchi. Si tragittò il Danubio, e si entrò co’ due eserciti nel dominio Ottomano tra Nayasel, e Strigonia. Ivi eransi ricoverate parecchie migliaja di Barbari, e si tenevano come nascosti in mezzo ad alcuni monticelli, de’ quali è carica quella campagna. Fu riportato al Re Giovanni, che fossero poche squadre; ma la notizia era falsa. Una delle grandi difficoltà di que’ Generali, che comandano in capo contra de’ Turchi, è la malagevolezza di sapere il vero stato delle truppe di quella nazione in campagna, senza prendere grossissimi sbagli, come accadde in quest’occasione, e come è avvenuto in molti altri casi, ed anche più volte nell’ultima guerra del presente secolo con gravissimi pregiudicj all’armi Cattoliche. Tra gli eserciti Cristiani è facilissimo il rilevare notizie accertate del loro numero, e della qualità a cagione della quantità de’ Disertori, che frequentemente da un Campo fuggono all’altro; Onde per poco che un Generale supremo sia sollecito d’interrogare, e sia dotato d’ingegno capace, tra tante svariate notizie che si odono da coloro, riesce agevole di discernere il vero, e di formare un concetto giusto, o almeno poco lontano dal giusto, dello stato, in cui si ritrovano le armate ostili. Non così fra’ Turchi. Le diserzioni non si praticano da que’ Barbari. Al più fugge qualche prigione, o ignorante, o poco istruito. I Bassà bensì vengono ragguagliati da’ traditori, di quanto sussiste, e di quanto passa ne’ Campi Imperiali. Il Re Giovanni, persuaso da’ suoi, che i Monsulmani fossero schiere di vagabondi, montò a cavallo con parte della sua gente, e spedì avviso al Duca di Lorena, che s’incamminava verso Barchan, per isbaragliare alquante bandiere Ottomane. E quantunque non vi fosse colà da temere; pure suggeriva, come sarebbe stato bene, che gli Alemanni lo seguitassero. Il Duca, sorpreso dalla novità, inviò frettoloso il Dunevald, a ragguagliare quel Monarca, che assai più numerose erano le milizie Infedeli. Le strade essere mal sicure, intramezzate da Colli, capaci d’insidie. Tutto il contorno stare ingombrato da’ Nemici. I Ribelli col Techeli averli vicini. Se voleva combattere, prendesse almeno una parte della fanteria. La sola Cavalleria si esponeva ad aperto pericolo. Il Re era sulle mosse, quando ascoltò l’ambasciata. Lodò i consigli uditi. Ma rapito dalle persuasive de’ proprj Generali, s’affrettò tanto ad attaccare, sicché il Duca di Lorena appena ebbe tempo, di squadronare la Cavalleria.

Erano i Turchi dodici mila Fanti, e quattordici mila Cavalli. A’ primi avvisi, capitati loro, delle mosse Polacche, si nascosero quasi tutti dietro le alture. Lasciarono al pascolo quantità di giumenti. Certi pochi si avanzarono come per far fronte. I Polacchi, avidi di gloria senza prima riconoscere i siti, o prendere lingua della quantità de’ Monsulmani, sguainate le sciable, a tutta corsa s’impegnarono nel conflitto. I pochi Turchi, venuti loro incontro, fuggirono, e tirarono i Cristiani nelle insidie apparecchiate. Da queste uscirono gl’Infedeli, li circondarono da amendue li fianchi, e per fino dalle spalle gli assalirono. Con una tempesta di palle ne uccisero molti. Colti all’impensata i Polacchi da’ colpi nemici, assai folti, ruppero l’ordinanza; e dopo breve pugna ogn’uno pensò a mettersi in salvo collo scampo. Il Re Giovanni si affaticò, a rimettere le file sbandate, e a ricondurle al cimento. Esclamò; rimproverò. Ma gli animi erano talmente confusi, ed intimiditi, che nulla badavano alle esortazioni Regie. Poco mancò, ch’esso stesso, e il Principe Giacomo suo Primogenito non rimanessero prigioni. Le Guardie del Corpo Reale se gli fermarono attorno con tanta intrepidezza, costanza, e bravura, che diedero tempo al Duca di Lorena, di liberarlo affatto dal pericolo. Il Duca aveva in pronto la Cavalleria, e tosto l’allargò, frapponendo gl’intervalli, dentro de’ quali si potessero ricovrare i fuggitivi, affinché non portassero il disordine tra’ suoi. Si spinse contra de’ Turchi. Il Marchese Bonaventura Carlotti che per mancanza di altri Ufficiali comandava il Reggimento Caprara, correndo velocemente con que’ squadroni ed urtando con ardore, fu il primo a disimpegnare il Re con altri gran Signori dalla moltitudine de’ Barbari, che l’incalzavano. Fosse poi la notte, fosse per la comparsa de’ Cesarei, che sopraggiunsero, terminò il combattimento.

Questa disgrazia partorì una nuova vittoria. Si unirono amendue le Armate Cristiane. Conspirarono i Capi d’esse con concordi voleri a nuovo fatto d’armi. Colla Cavalleria Austriaca s’intramischiò la Polacca. Il Re sulla sinistra col Dunevald, Palfi, Taf. Il Gran Generale del Regno Jablonouschi, col Baden, Gondola, e Mercì sulla sinistra, appoggiata al Danubio. Alla fanteria presiedevano i Generali Staremberg, e Croy. I primi ad attaccare furono gli Ottomani, e datisi a credere, che sulla sinistra vi fussero i soli Polacchi, si rovesciarono furiosamente sopra di loro. Ma incappati pur anche ne’ Tedeschi, sotto il Dunevald furono rovesciati dagli uni, e dagli altri. Il Bassà di Silistria con grosso squadrone della gente più scelta rinnovò un secondo assalimento. Il Marchese Parella co’ Venturieri, e il Capitano Machisio con alcune Compagnie di Veterani ne disfecero buona parte; Nel mentre che il gran Generale Iablonouschi con un corpo di Lancieri circondò gli altri, e ferito il Bassà il quale menava le mani disperatamente, lo fece prigione con i più valorosi del di lui seguito. Battuti con iscariche incessanti, e ben regolate da per tutto, cercarono i Turchi la salvezza verso Barchan, e verso il loro ponte sul Danubio. Passati alquanti si ruppe il ponte, e moltissimi affogarono. Altri più perseguitati dalla Cavalleria leggiera dell’una, e dell’altra nazione, da alcuni battaglioni di Fanti, e da Dragoni fatti calare a terra, incapparono in una palude, e sul margine d’essa furono trucidati. Lo stesso seguì sulle sponde del Danubio, o nel nuotare che facevano all’altra riva. I ripari alzati attorno Barchan furono superati, e la terra costretta a rendersi. Gli estinti furono dieci mila, consumati più dall’acqua corrente, che dal fuoco de’ moschetti. Mille, e dugento i prigioni con parecchi Ufficiali. Vi si consumò il meglio delle squadre Monsulmane. Questa vittoria condusse all’oppugnazione di Strigonia, che si rendette in pochi giorni. L’acquisto di questa piazza aprì la strada all’esercito Cesareo, d’incamminarsi nell’anno prossimo