Catullo e Lesbia/Annotazioni/19. A Manlio - LXVIII Ad Manlium

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Gaio Valerio Catullo, Mario Rapisardi - Catullo e Lesbia (Antichità)
Traduzione dal latino di Mario Rapisardi (1875)
Annotazioni - 19. A Manlio - LXVIII Ad Manlium
Annotazioni - 18. Amor di donna - LXX De inconstantia feminei amoris Annotazioni - 20. A Quinzio - LXXXII Ad Quinctium
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LXVIII.


Tradotto dal Tasso:

Me peregrino errante, e fra gli scogli
E fra l'onde agitato e quasi assorto.


Ibidem.          Et a mortis limine restituam.

Frase rubata a Marco Pacuvio, che aveva scritto:

Quid est? nam me exanimasti prologio tuo.
A mortis limine restituam.

Similmente Lucrezio:

     leti iam limine in ipso;

e Virgilio:

                                        cum te
Restitui superis leti iam limine ab ipso.

E limitare o soglia della vita fu detto parimente dai poeti:

          primoque in limine vitæ,

e Leopardi:

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Pag. 194.          Iucundum cum ætas florida ver ageret.

La giovinezza, primavera della vita: ætatis breve ver, come la chiama Ovidio; l’ età più bella e più fiorita, come dice Petrarca. All’entrare nella virilità, i Romani vestivano la toga bianca, vestis pura, a differenza della pretesta, ch’era orlata di porpora e indossata generalmente dai giovanetti, o dai magistrati e dai sacerdoti; e della candida, che si usava dai concorrenti ad onorevoli cariche, dalla quale eran detti candidati.


Ibidem.          Multa satis lusi.

Cioè, feci molto gioco di carmi, scrissi molti versi per passatempo; non, come intendono i più, pugnai molto in amore. Manlio domandava libri e carmi al poeta, non già notizia delle sue bravure amorose.


Pag. 196.                                   Non est Dea nescia nostri,
                            Quem dulcem curis miscet amaritiem.

Sì, perchè il soggetto di quelle poesie giovanili era ispirato dall'amore, che al dire di Plauto:

                              et melle et felle est fecundissimus.
Gustu dat dulce, amarum ad satietatem usque aggerit;

o, come s’esprime il Petrarca,

Nel nostro dolce qualche amaro mette;

che corrisponde a quell’adagio: Plus alöes, quam mellis habet, e a quell’altro: Amore è una pillola inzuccherata. [p. 299 modifica]


Pag. 196.          Illic mea carpitur ætas.

Ed io ho tradotto: ivi si svolge il filo degli anni miei, giacché carpere lanam significa carminare e filare la lana; e la metafora è molto a proposito, trattandosi della vita filata dalle Parche. Così in Virgilio:

Solane perpetua moerens carpére inventa.


Pag. 198.          Duplex Amathusia.

Venere, onorata di tempio in Amatunta di Cipro, è detta doppia, perchè, come ha detto il poeta più su:

dulcem curis miscet amaritiem.


Ibidem.          Lymphaque in Oetæis Malia Termopylis.

Acqua calda nello stretto delle Termopili sottostanti all'Oeta; detto Malia dalla vicinanza con la Malea, ora Capo Mallo o di Sant'Angelo.


Pag. 200.          Iam prece Pollucis, iam Castoris implorata.

È saputo che l’apparire delle stelle dei Gemini ridava speranza ai naviganti in pericolo. Onde Marziale:

Et gratum nautis fidus fulgere Laconum.


Bellissimo episodio questo di Laodamia, ma non molto a proposito, couiefeeiio osserva il Vannucci, [p. 300 modifica]Inceptam frustra è detta la reggia di Protesilao, quasi mal cominciata, male apparecchiata, dappoichè costui avea trascurato d’offrire agli Dei i sacrifizi d’uso, quando Laodamia gli venia data in isposa.


Pag. 200.          Quod scibant Parcaæ.

Non posso trattenermi dal trascrivere la famosa descrizione delle Parche fatta dal nostro poeta nell’Epitalamio:

Poichè tutti sui candidi sedili
Piegar le membra, e le capaci mense
Abbondaron di molta e varia dape,
Agitando, irrequiete, il corpo infermo,
I veridici carmi a scior dal petto
Le Parche incominciar. Le membra tremule
In bianchi pepli custodian, che al lembo
Di porpora di Tiro erano intesti;
Nivee bende sedean su la divina
Ambrosia testa, e a l’immortal lavoro
Debitamente avean le mani intese.
Reggea la manca man conocchia, indotta
Di molle lana, e lieve lieve intanto
La destra, ora traendolo, formava
Con le dita in su volte il tenue filo,
Or con l’estremo pollice torcendo
Librato in aria abbandonava il fuso
In vorticoso turbine, ed il dente,
Morseggiando, eguagliava il fil sottile;
Onde dei morsi bioccoli le lische
S’attaccavan qua e là su l’arse labbra.
Viminee ceste custodiano i velli
De le candide lane anzi a’lor piedi,
E intanto che le Dee traeano il filo

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Questi fati esprimean nel divin carme,
Cui nulla età trovar può menzognero.


Pag. 202.          Troia nefas, commune sepulcrum.

Notisi con che fine artifizio torna il poeta a lamentare la morte del fratello, dalla quale passa nuovamente all’assedio di Troia e da questo all’amore infelice di Laodamia.


Ibidem.          Audit falsiparens Amphitryoniades.

Ercole, non veramente figlio di Anfitrione, ma di Giove.


Stymphalia monstra sono gli uccelli mostruosi cibantisi di carne umana che infestavano la palude Stinfalia in Arcadia; dei quali Igino, fav. XX, e Servio al lib. VIII dell’Eneide. Prima gli Argonauti, e poscia Ercole, per comando di Euristeo, li combatterono: i primi con lo strepito delle aste e degli scudi; il secondo con dardi infallibili.


Ibidem.          Pluribus ut cæli terretur janua divis.

Perchè Ercole, eseguiti i comandi di Euristeo, dovea, secondo gli oracoli di Minerva e d’Apollo, accrescere di sè il numero degli Dei, non senza ottenere, in [p. 302 modifica]premio di tante fatiche, il fiore verginale della Dea della giovinezza.


Pag. 204.          Quamquam præcipue multivola est mulier.

Non è da riferire alle donne che non sono generalmente costanti; ma invece alla colomba, da cui è tolto il paragone con Laodamia. Che mulier è usato per fæmina, come bene osserva il Partenio; nè ci sembrerà strano quando ricorderemo che Orazio disse uxores delle capre:

Quærunt latentes et thymo deviæ
Olentis uxores mariti;

e Virgilio chiamò virum il caprone:

Vir gregis ipse caper deerraverat;

e Marziale similmente:

Et illud oleas quod viri capellarum.

multivola significa che vuole molte cose, ma che vola molto: aggettivo bellissimo coniato dal nostro poeta, che la composizione degli aggettivi imparò dai Greci.


Pag. 206.          Rara verecundæ furta feremus heræ.

Vergognosa transazione che fa Catullo con la propria dignità. Si contenta che le scappate della sua donna siano rare; come se la colpa stésse nella quantità e non nella qualità dei trascorsi; e si scusa [p. 303 modifica]artifiziosamente di codesta viltà adducendo l’esempio di Giunone:

Noscens omnivoli plurima furta lovis

e che amava, cionnonostante, il marito.


Pag. 206.          Ingratum tremuli folle parentis onus.

È il busillis degl'interpreti. Il Partenio spiega: Cum non sit æquum homines divis comparare, noli te onerare tanta deorum invidia quanta se onerant curiosi parentes filias suas deabus nimis impense conferentes.

È il ciabattino che stira la sòla co’ denti. Il Fusco dichiara che non ci si raccapezza; il Mureto che non sa cavarne costrutto; lo Scaligero, secondo me, imbrocca il primo nel segno: Molestum senem, egli dice, qui amoribus filiæ importunus intervenit, ingratum onus vocat. Il poeta ha detto, ch’egli è disposto a perdonare alla sua Lesbia i rari furti:

Ne nimium simus stultorum more molesti;

e dopo d’essersi scusato con l’esempio di Giunone, soggiunge, che, se non è giusto il paragonare gli uomini agli Dei, non è certamente cosa grata a un amante il sorvegliare e sindacare gelosamente la sua donna, come se fosse il suo babbo, o il suo nonno; e aggiungo nonno, perchè l’aggettivo di tremulo mi pare che si convenga più al nonno che al padre. Parens, d’altronde, fu tanto usato per padre, quanto per avo; onde Ulpiano: Profectitia dos est, quæ a patre, vel parente profecta est. [p. 304 modifica]{{Nop}


Ricorda ciò che canta diffusamente nella splendida chiusa dell’Epitalamio, e ch'io volentieri trascrivo:

Questi le Parche un dì dal cor divino
Cantavano a Peleo carmi felici
Vaticinando; già che pria le intatte
Case dei giusti visitar fûr usi
E al mortai ceto appalesarsi i Numi;
Che ancor tenuta a vil pietà non era.
Il padre degli Dei scendea sovente
A visitar sue splendid’are, quando
L’annue sacre venian nei di festivi,
E vedea lieto i cento cocchi ardenti
Negli alati certami; da le vette
Di Parnaso venia spesso l’errante
Libero, in compagnia de le furenti
Tiadi che sciolte al vento hanno le chiome,
E tutti incontro a lui di Delfo a gara
Giubilanti accorreano i cittadini,
Ed accoglieano il Dio ne le fumanti
Are a lui sacre; nel mortai cimento
Marte, o la Dea del rapido Tritone,
la Ramnusia vergine più volte
L’armate schiere ad esortar correa;
Ma poi che fu di scelleranze orrende
La terra infusa e da l’ingorde menti
Cacciar gli umani la Giustizia in bando.
Nel sangue del fratel tinse il fratello
La man; non pianse i genitori estinti
Il figlio più; de la sua prima prole
Pregò il padre l’esequie, onde raccolga
Libero il fiore del secondo imene,
Non vergognò la madre empia a l’ignaro

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Figlio prostituirsi, empia! i Penati
Contaminando; da mortal furore
L’empio a l’onesto, il falso al ver commisto,
L’equo pensier da noi sviâro i Numi,
Che nè degnan veder tal vulgo iniquo,
Nè soffron più che umano occhio li tocchi.