Chiaroscuro/L'ultima

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L'ultima

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I tre fratelli La vigna nuova
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L’ULTIMA.

[p. 302 modifica] [p. 303 modifica] A poca distanza del villaggio a metà distrutto di Galte, si osservano le rovine di un paesetto di cui qualche anno fa esisteva ancora l’ultima abitatrice, una vecchia centenaria che teneva molto ad esser l’unica padrona del luogo. Un tempo era stata ricca: aveva posseduto case, terre, greggie: conservava ancora un terreno verso il fiume, coltivato a mezzadria da un uomo di Galte, e viveva di questa rendita, da oltre mezzo secolo sola in una delle due casupole rimaste su ma già curve come a contemplare le rovine intorno e desiderose di precipitare anch’esse. Di tanto in tanto una pietra cadeva, rotolava un po’, si metteva a dormire fra le sue antiche compagne, sulla china del poggio ancora nero dell’incendio che aveva finito di distruggere il paesetto.

Le due catapecchie di pietra e di antichi embrici coperti di musco secco, ancora circondate di siepi, sorgevano alle due estremità del poggio; una guardava a ponente verso le montagne calcaree di Dorgali, l’altra a oriente sopra la pianura melanconica [p. 304 modifica] attraversata dal Cedrino. La vecchia abitava quest’ultima.

Un giorno d’autunno ella stava seduta sullo scalino traballante della sua porticina e filava, aspettando che il mezzadro le portasse le solite provviste; ma era quasi mezzogiorno, e giù per I’ avanzo di sentiero che scendeva alle rovine di una chiesetta e poi si perdeva nella pianura sabbiosa e nei giuncheti, non si vedeva nessuno.

La vecchia però non s’inquietava: provviste ne aveva ancora, e del resto non si curava.

Aveva già fatto colazione con caffè e pane d’orzo, e il sole tiepido di ottobre le scaldava i piedi e le mani: si sentiva quindi felice, tranquilla come le pietre giù della china.

Quel giorno la terra godeva, cosa insolita in quei paesi laggiù, ove anche la primavera e l’estate son tristi, quando il fiume senz’argini è per la pianura un amante crudele che la feconda e poi l’annega, e il sole è un padrone implacabile che la tiene schiava e alla notte le dà una guardiana più feroce di Iui, la febbre. Ma l’autunno stendeva i suoi veli azzurri sui monti della Baronìa, e giù nella pianura, lungo i giuncheti, le tamerici dorate crepitavano come fiamme, animate da stormi di beccacce.

Finalmente una donna apparve sul sentiero, arrivò ansando, depose un cestino davanti alla vecchia e vi si accovacciò accanto, nera e bianca, tremante. Dall’apertura del fazzoletto nero [p. 305 modifica] che le fasciava la testa e il viso i suoi occhi verdognoli guardavano smarriti, lontani.

— Lu idites? Lo vedete, se non era per voi non mi alzavo dalla stuoia: ho la febbre che mi tormenta come un demonio.

— Perchè non è venuto tuo marito?

La donna trasalì.

— Verrà, verrà, non dubitate! Ma stamattina aveva da fare.... Lo ha chiamato il pretore, per l’affare della scomparsa di Grisenda, la malandata: a mezzogiorno non era ancora rientrato. Allora io, come spinta da uno spirito, mi sono alzata e son venuta.... Egli, Efis mio, aveva già preparato quello da portarvi. Ma che sole, zia Pattoi mia: la mia testa arde come un’incudine.

Si posò la mano scarna sulla testa, e raccontò di nuovo come era andato l’affare di Grisenda, una ragazza di fama equivoca scomparsa cinque o sei giorni avanti dal paese.

— Sulle prime dicevano: è andata al fiume a lavare e s’è annegata. Han frugato entro l’acqua, ma gli uomini si guardavano e ridevano, cercando.... Allora il pretore, che è un uomo di mondo, ha chiamato e interrogato tutti quelli che pare andassero dalla malandata. Anche mio marito, zia Pattò! Anche lui, alla sua età! Un uomo che è già anziano, che sta lâ sempre nell’orto a lavorare e non parla mai. Anche lui! Un uomo che pare non sappia se è in cielo o in terra. Quel pretore!... [p. 306 modifica]

Gli occhi verdognoli velati di febbre esprimevano uno stupore dolente; ma la vecchia guardava dentro il cestino, pieno d’involti e di ortaggi, e il suo viso nero e legnose e gli occhi lattei esprimevano un’indifferenza selvaggia.

Corfu 'e istrale assu pè!1 Anche Efis? — disse finalmente.

La sua ironia era benevola, come di chi considera gli errori umani con disinteresse; eppure colpì la donna più che tutte le chiacchiere e le malignità appassionate delle sue comari e delle sue vicine di casa. La testa le tremò forte sull’esile collo e un cupo rossore le cerchiò gli occhi.

— Zia Pattoi, — cominciò, ma tosto tacque, e si afferrò all’orlo del cestino come per sostenersi.

Ma I’altra continuava nella sua faccenda e il filo argenteo calava giù dalla conocchia come il filo d’acqua d’una fontana.

— Zia Pattoi.... che ne dite, dunque? Anche lui!

— Mondo, mondo!

Ma invece di consolarsi, la donna scoppiò a piangere.

— Zia Pattoi, sì, mondo!... Un uomo come lui.... un uomo anziano.... che pure sembrava innocente come una creatura di sette anni! Ed ecco che a un tratto diventa come indemoniato, con sette spiriti in corpo, e tutti [p. 307 modifica] maligni.... Era stato dalla malandata, sì.... non so come, non so perchè.... forse per castigo di Dio.... Che ne sappiamo noì? Dio manda la peste, manda le inondazioni, manda la febbre e le male femmine. Ed Efis è andato, così, come io ho preso la febbre. E una volta andato è rimasto come la lepre presa al laccio. Dice comare Tiresa che una volta andati, da Grisenda, gli uomini non possono stare senza tornarci: è come quando prendono il vizio del vino. Suo marito, anche, andava, finchè lei non fece fare gli scongiuri da prete Arras, coi libri santi. Anch’io, secondo ciò che risulterà, andrò da pride Arras.... sì, oggi stesso voglio andarci, a costo di vendermi lo stuzzicadenti d’argento e la reliquia di San Costantino, per fare il regalo a pride Arras. Ma gli farò toccare i libri santi, per scomunicare la malandata, che il fuoco la circondi, ovunque ella si trovi, che sia perseguitata dagli spiriti maligni, che non si sazi mai di pane nè d’acqua.... Sì, perchè le mie vicine di casa dicono che Efis era geloso degli altri uomini e che l’ha fatta nascondere lui.... Forse qui, zia Pattoi.... nell’altra casupola.... — concluse la moglie tradita, guardando minacciosa verso l’estremità del poggio.

La vecchia adesso, sì, tendeva l’orecchio come ad un rumore lontano: un rumore simile a quello della fiumana, quando l’acqua rombava giù nella valle e assaliva lentamente il poggio....

— Zia Pattoi! Voi dite: mondo! mondo! Ma [p. 308 modifica] che vi pare, adesso? Nella catapecchia, ho sentito sempre raccontare, ci son gli spiriti; ma Grisenda, la malandata, non ha paura degli spiriti. Ella se ne starà lì, contenta: verranno i carabinieri a cercarla, ma ella riderà con loro. Poi verranno gli uomini: e chissà che rumore, che baldoria.... E Efis, mio marito, crederà di averla nascosta bene.... Ma io andrò e le caverò gli occhi. Venite con me, zia Pattoi, andiamo a vedere.... Sola ho paura... Mi sembra di averli già, gli spiriti, in corpo. Ah, la mia testa! C’è un chiasso, qui dentro, come nella valle del Giudizio....

Si alzò, premendosi la testa con la mano, e aspettò che la vecchia l’accompagnasse; ma questa mise dentro la roba del cestino e tornò a sedersi sulla pietra della porta.

— Ah, bella mia, da’ retta a me: prendi il cestino e torna a casa tua. Nella catapecchia nessuno ha mai resistito a starci; fin da quando ero giovane io e la musca macchedda (la zanzara) e il fuoco non avevano ancora distrutto il paese, la gente diceva che là abitavan gli spiriti. Qualche anno fa venne un pastore, a starci, e morì dopo tre giorni; l’anno scorso anche un bandito, che era un bandito, e di Orgosolo anche, uomo di buoni rognoni, passò lì una notte; ma si sollevò tale vento, nella notte, che egli scappò nè più l’ho veduto. II vento annunzia disgrazie. Tu adesso tornerai a casa tua e berrai un infuso di tamerice, che fa bene per la febbre. Al resto penserà il Signore. Non gridare, non [p. 309 modifica] tormentare tuo marito. Egli è unito a te come la scorza all’albero e neanche la morte potrà distaccarvi. Va.

E la donna tradita se ne andò, pallida sotto il cerchio d’ombra del suo cestino vuoto.

*

La vecchia la seguiva con gli occhi: eccola, è giù sotto il poggio, piccola e grigia fra il giallore delle sabbie, è un punto nero fra i giuncheti rossastri, è sparita. Ma l’ombra del suo dolore era rimasta lassù, intorno alla vecchia che non si sentiva più sola nè tranquilla. L’incantesimo della solitudine era rotto: anche il cielo si popolava di nuvole, laggiù verso il mare, lassù verso i monti, alcune rosee e leggere come fiori, altre rotonde e dorate come frutti; un tintinnio di greggie vaganti fra le tamerici saliva come la voce monotona del paesaggio, e il vento lieve del meriggio portava su l’odore sonnifero delle euforbie.

La vecchia non si addormentava, come gli altri giorni, ma non filava più, immobile ed enigmatica come lo spirito del luogo. Passò un’ora, ne passaron due, tre. Un uomo non più giovane col giubbone slacciato, le scarpe leggere, la barba incolta, nera e larga come una fascia intorno al viso sofferente, apparve in fondo al sentiero, e vedendo la vecchia cercò di passare dietro le rovine della chiesetta, ma poi mutò pensiero e andò a salutarla. [p. 310 modifica]

— Ebbene, Efis? Che nuove nel mondo?

— Andavo.... Andavo di qui, in cerca di un amico.... Mia moglie è venuta, stamattina? Che testarda! Aveva la febbre, oppure è venuta. È stata molto, qui?

— Un attimo, Efis. Aveva la febbre. sì.

— Che v’ha detto?

— Nulla, uccellino mio!

— È testarda! Adesso ho visto che andava da pride Arras. Dio sa che diavoleria faranno. Se torna qui, voi che siete savia come i saggi antichi, fatele un sermone; ditele che viva in pace.... altrimenti.... altrimenti....

— Mondo, mondo, — disse la vecchia.

E l’uomo se ne andò, verso l’altra estremità del poggio, mentre ella ricordava le parole della moglie tradita:

— Adesso comincieranno le visite.... Verranno gli uomini.... e chissà che rumore.... che baldoria....

Riprese a filare, ma il filo scendeva giù tremolando. Ai suoi piedi vedeva allungarsi le ombre dei cespugli e in alto le nuvole andarsene verso il mare. Così, a un tratto, se n’era andata la sua pace: la donna e l’uomo le avevano col solo loro passaggio attaccato la loro peste di inquietudini.

Al tramonto si alzò, mise il fuso dentro, chiuse la porticina, cosa che non faceva quando era certa di trovarsi sola, e andò a pregare fra le rovine della chiesetta: di laggiù vedeva il profilo dei ruderi rosso al tramonto e ricordava l’incendio che aveva distrutto [p. 311 modifica] le ultime case del villaggio. Era il suo ricordo più vivo; un ricordo che del resto la seguiva sempre come un’ombra rossa. II fuoco era balzato da una siepe, come uno spirito infernale, e in poche ore aveva divorato tutto.

Ritornando alla sua casupola vide l’uomo con la fascia nera intorno al viso scendere il poggio, sparire fra le sabbie rosee e le tamerici gialle. Ma ella non si sentiva più sola, e le sembrava che un nemico fosse annidato come una vipera fra le rovine: tutt’intorno le cose, i cespugli, i cardi secchi, persino la polvere sollevata da un improvviso soffio di vento, tutto pareva agitato da un senso d’inquietudine.

La vecchia preparò la sua cena, ma dopo aver acceso il fuoco si mise nel seno l’acciarino e un fungo secco che le serviva d’ esca, e ogni tanto s’ affacciava alla porticina, spiando la sera.

La terra diventava nera, ma il cielo splendeva ancora come uno specchio, e il vento che scendeva sempre più forte dai monti a nord dava come un ondular d’acqua nell’ombra ai giuncheti della pianura.

Quando tutto fu buio ella chiuse di nuovo la porticina e dopo aver nascosto la chiave sotto una pietra andò cauta e sicura lungo i muricciuoli diroccati, attraverso i mucchi di sassi, fin sotto la siepe che fasciava l’altra catapecchia. Là si accovacciò, con le spalle al vento, e trasse l’ acciarino e l’ esca. Nella [p. 312 modifica] notte si sentiva solo il soffio della tramontana che batteva alla stamberga facendo crepitare la siepe e scuotendo la porticina corrosa sotto cui si stendeva una frangia rossastra di luce: pareva il respiro affannoso della solitudine agitata dall’ira per la presenza del suo nemico — l’uomo.

Ma la vecchia lo considerava come un suo amico, il vento: il vento che precede le grandi disgrazie, che copre il cielo di nuvole rosse per annunziare le vicende di sangue, e che aveva fatto scappare persino il bandito di Orgosolo! Adesso la investiva tutta, dandole quasi un senso di gioia, e le pareva che scherzasse con lei, rubandole le scintille che scaturivano dall’acciarino; ma siccome il giuoco durava da un pezzo ella si volse stizzita e imprecò.

Corfu ’e istrale assu pè!

Come colpito dall imprecazione il vento sostò un attimo, l’esca prese fuoco e appena la vecchia l’ebbe avvicinata alla siepe, cinque fuscellini si accesero agitandosi come una piccola mano d’oro.

Ella andò a nascondersi dietro un avanzo di muro e vide due ali rosse palpitare, poi sbattersi sotto la siepe come quelle d’un uccello di fuoco legato al suolo che tentasse affannosamente di liberarsi. Quando potè farlo tutta la siepe diventò d’oro e la notte si riempì d’un soffio ardente e di una luce sinistra.

Allora una figura rossa e nera di donna [p. 313 modifica] parve balzar fuori dall’incendio: si guardò attorno spaurita gridando, poi si mise a correre verso la pianura, mentre la vecchia, immobile fra il rombo del vento e della fiamma, vedeva le pietre della casupola cader giù come grosse brage. [p. 314 modifica]

  1. Colpo di scure al piede.