Commedia (Buti)/Inferno/Proemio

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Inferno
Proemio

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Biografia di Francesco da Buti Inferno - Canto I
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P R O E M I O




Poca favilla gran fiamma seconda. Lo eloquentissimo poeta vulgare Dante, lo quale al presente intendo incominciare, nel primo canto della terza cantica, che si chiama comunemente Paradiso, pone la suprascritta sentenzia la quale io prendo, per fare una breve collazione, come usanza è, per mia escusazione. Ma inanzi ch’io proceda piu oltra, per impietrare la grazia dello Spirito Santo, come si dee nelle nostre virtuose operazioni, ricorro alla madre della grazia Vergine Maria, inducendo lo devoto Bernardo che dica per me e ciascuno di voi quello, che pone lo ditto autore che dicesse per lui nell’ultimo canto della ditta cantica; cioè: Vergine Madre, figlia del tuo figlio ec. infine a quel verso che dice: Per li miei preghi ti chiudon le mani. Dice Averois nel commento che fece sopra lo terzo libro dell’anima che fece Aristotile: Intellectus agens est habitus quidam ut lumen, per quod fiunt intelligibilia potentia actu intellecta, sicut [p. 2 modifica]lumen facit potentia visibilia actu visa. Nelle quali parole si dimostra che lo intelletto è simile a lume, e così si trova spesse volte nominato dalli autori, quando per vocabulo di lume, quando di luce, quando di fuoco, quando di favilla e quando di fiamma. Onde Boezio nel libro terzo della Filosofica Consolazione nel verso xi dice: Quisquis profunda mente vestigat verum, Cupitque nullis ille deviis falli, In se revolvat intimi lucem visus. Et in quello medesimo: Haeret profecto semen introrsum veri, Quod excitatur ventilante doctrina. Ecco che lo intelletto chiama luce. E Virgilio nel sesto della sua Eneide dice: Igneus est ollis vigor, et coelestis origo Seminibus, quantum non noxia corpora tardant, Terrenique hebetant artus, moribundaque membra. Et Orazio In carminibus secondo la sentenzia del primo libro delle Trasformazioni d’Ovidio dice: Audax Japeti genus Ignem fraude mala gentibus intulit. Dice con malo inganno, perchè lo furoe al sole, sì come finge lo poeta. Adunque bene appare che li autori sotto li preditti vocabuli, secondo similitudine intendeano lo intelletto. Similemente intendesi sotto li preditti vocabuli la verità, la quale si proferisce alcuna volta sotto nome di favilla. Onde Boezio nell’ultima prosa del primo libro della preallegata opera dice: Nihil igitur pertimescas: Iam tibi ex hac minima scintillula vitalis calor illuxerit. Sopra la quale parola dice lo suo espianatore frate Nicolao Traveth, che per la minima favilla s’intende per questa piccola verità, e quello che ora dice minima favilla, di sopra chiamò grandissimo principio della nostra salute1: però che li princìpi, minimi sono in quantità; ma grandissimi in virtù. Questo dice Traveth. Affermasi ancora che la verità si chiama favilla per lo prefato Boezio nel terzo libro della ditta opera, nella prosa duodecima, dove dice: Sed vis ne rationes ipsas invicem collidamus? forsan ex hujusmodi conflictatione pulcra quaedam veritatis scintilla dissiliet. Adunque bene [p. 3 modifica]appare che sotto li preditti vocabuli; cioè favilla, fiamma, fuoco e luce, alcuna volta s’intende lo intelletto; alcuna volta, la verità. Unde2 posso così argumentare: una favilla di verità applicata allo intelletto fa intendere molte altre verità e così di tutte altre verità; adunque bene è vera l’autorità preditta: Poca favilla gran fiamma seconda. Nella quale autorità considero due cose; cioè una antecedente brevità, in quanto dice poca favilla: una susseguente abundanzia e fertilità, quando suggiunge gran fiamma seconda. Ma, lassato il processo delle ditte due parti alle quali per brevità non mi stendo, vegno alla intenzione della ditta autorità la quale può essere in tre modi; cioè adattandola a me tanto, adattandola a me e a’ lettori, adattandola a me e a li auditori. Quanto al primo, dico che la preditta autorità suona questo; e questo ne voglio prima intendere che: Poca favilla; cioè lo mio poco intelletto, seconda gran fiamma; cioè cresce in gran fiamma d’intendere. Speculato e veduto la verità di questo nostro autore altissimo nella sua materia e sottilissimo nelli suoi sermoni, aprirannosi molte altre grandissime verità, posto in questo lo mio studio e la mia industria: alla qual cosa mi conforta Valerio nel principio del settimo capitolo dell’ottavo libro, dove tratta dello studio e della industria, dicendo: Quid cesso vires industriae commemorare, cujus alacri spiritu militiae stipendia roborantur, forensis gloria accenditur, fido sinu cuncta studia recepta nutriuntur; quicquid animo, quicquid manu, quicquid lingua admirabile est, ad cumulum laudis perducitur? Quae cum perfectissima sit virtus, eam tamen duramento sui confirmat. E questa è la prima cagione finale che m’à mosso. Secondo, dico che la ditta autorità si può intendere per me e per li altri lettori, e allora si spone così: Poca favilla; cioè la mia debile e lieve lettura, seconda gran fiamma; cioè seguiterà [p. 4 modifica]grandissima e validissima lettura delli altri valentissimi ingegni, che piglieranno a leggere incitati per esemplo di me. E questa fu la seconda cagione finale che m’à mossi a leggere, vedendomi di questo alcuna cosa d’onore forsi acquistare, sì come dice Valerio nel nono capitolo del libro sesto, ove tratta della mutazione de’ costumi e della ventura, dicendo: Nam cum aliorum fortunas spectando, ex conditione abiecta atque contempta claritatem emersisse videamus, quid aberit quin et ipsi meliora de nobis semper cogitemus? E quest’anche è la seconda cagione finale che m’à mosso. Terzio dico che la ditta autorità si può intendere per me e per voi auditori, e allora si può esponer così: Poca favilla; cioè la mia breve lettura, seconda gran fiamma; cioè seguiterà grande eccellenzia d’ingegno in voi auditori; li quali esercitandovi sopra la brevità del mio intelletto, allargherete li vostri ampli ingegni e risplenderanno in gran fiamma d’intendere. Imperò che farò, come dice Orazio nella sua poetria 3: Fungar vice cotis, acutum Reddere quae ferrum valet exors ipsa secandi. Così io vi sarò cagione dell’acuità de’ vostri ingegni, quantunque io mi sia ottuso. Adunque bene si può dire la parola proposta: Poca favilla gran fiamma seconda. E possiamo suggiungere quello che lo nostro autore suggiunge: Forse dirieto a me con millior voci Si pregherà, perchè Cirra risponda; la qual cosa ci conceda Colui che vive e regna in sæcula sæculorum amen 4.

5 Non so, se io farò pregio d’opera scrivendo la lettura sopra il poema del chiaro poeta Dante Allighieri fiorentino, secondo il modo e l’ordine che per me si lesse publicamente [p. 5 modifica]publicamente nella città di Pisa: imperò che valentissimi uomini sopra ciò altamente et ampiamente ànno scritto, siccome richiede l’altezza della materia e il modo del parlare del prefato autore, i quali a me sarebbe impossibile non che avanzare; ma solamente agguagliare. Ma credendo a’ conforti incitativi delli amici e massimamente delli uditori, ai quali per la continuanza, la lezione mostrava essere piaciuta, dicenti che diversi sono li appetiti dell’animo, siccome del gusto, et a chi piace uno modo di dire, et a chi un altro: e che impossibile sarebbe uno piacere a tutti, e che a me dee bastare di contentare alcuna parte delli uomini studiosi, aggiugnendo ancora altre suasioni da muovere ogni modesto e temperato animo; e sì per piacere a loro et alli altri che si dilettano di brevità e stanno contenti solamente alla manifestazione del testo col senso allegorico, ovvero morale; e sì per dare aiuto a tutti coloro che del detto autore prendono diletto, per la narrazione litterale e storiale, quanto in me sarà, ò preso ardire favoreggiandomi 6 la divina bontà, la quale in questo principio chiamo divotamente, domandando lo suo aiuto sì, che mi presti grazia di cominciare nel suo santissimo nome: sperando quindi potere seguire et all’ultimo fine recare la mia pura e buona intenzione. La quale non è per derogare all’onore d’alcuno; ma per crescerlo, satisfacendo a tutti coloro che di ciò sono stati desiderosi, manifestando in prima che io non intendo nel mio dire fare allegazioni d’autorità, nè pruove, se non ove fia mestiere per lo detto del testo: conciò sia cosa che in questa opera io intenda ad acconcia brevità, della quale ò veduti sempre tutti li più uditori e sofficienti uomini essere desiderosi, a’ quali intendo in questo, quanto mi fia possibile, compiacere.

Sì come dicono tutti li esponitori nelli princìpi delli autori, si richiede di manifestare tre cose principalmente; cioè [p. 6 modifica]le cagioni et appresso la nominazione e poi la supposizione dell’opera. E quanto al primo è da sapere che le cagioni, che sono da investigare nelli princìpi delli autori, sono quattro; cioè cagione materiale, formale, efficiente e finale. Et in questo nominato poema la cagione prima; cioè materiale, che tanto è a dire, quanto il suggetto di che l’autore parla, si è litteralmente lo stato dell’anime dopo la separazione dal corpo, et allegoricamente o vero moralmente è lo premio o vero la pena a che l’uomo s’obliga vivendo in questa vita per lo libero arbitrio. La cagione seconda; cioè formale, è doppia; cioè la forma del trattato e il modo del trattare: la forma del trattato è la divisione del libro che si divide tutto in tre cantiche. E la prima cantica, che appo li volgari si chiama Inferno, si divide in xxxiiii canti. E la seconda, che si chiama da quelli medesimi Purgatorio, si divide in xxxiii canti. E la terza, che si chiama Paradiso, si divide ancora in xxxiii canti. E ciascuno canto si divide nelli suoi ritimi o vero ternari, e li ritimi o vero ternari si dividono in versi. Lo modo del trattare è poetico, fittivo, descrittivo, digressivo, transuntivo et ancora diffinitivo, divisivo, probativo, improbativo et esemplipositivo. La cagione terza, che è efficiente, è l’autore nominato; cioè Dante Allighieri fiorentino del quale si dirà nel titolo del libro. La cagione quarta, che è finale, nel presente poema è arrecare li uomini viventi nel mondo dalla miseria del vizio alla felicità della virtù.

La seconda cosa, che è da vedere, è la nominazione del poema. E quanto a questo è da sapere che la nominazione speciale di questo poema, ovvero titolo che altri lo vogliano chiamare è: Incominciasi la Comedia di Dante Allighieri fiorentino. Et altri sono che intitolano così: Incominciasi la prima delle cantiche della Comedia di Dante Allighieri fiorentino, intitolando la prima. Ma intitolando tutta l’opera dicono: Incominciansi le cantiche della Comedia di Dante Allighieri fiorentino: sopra il quale titolo è da vedere [p. 7 modifica]due cose principalmente; cioè prima, perchè tutta l’opera si chiama Comedia, et a questo si può rispondere, perchè l’autore medesimo la nominò così, come appare nella prima cantica nel canto xxi che comincia così: Così di ponte in ponte altro parlando, Che la mia comedia cantar non cura ec. E nel xvi canto della detta prima cantica: Ma qui tacer nol posso e per le note Di questa comedia, lettor, ti giuro ec. Ecco che nella prima cantica in due luoghi chiama la sua opera comedia. E la cagione che il mosse7 credo che fosse questa, che la comedia à torbido principio e lieto fine, e così à questo poema, che prima tratta dell’inferno e de’ vizi, che sono cosa turbulenta e all’ultimo tratta delle virtù e della felicità de’ beati che è cosa lieta. Le ragioni che si potrebbono far contra, a mostrare che questo nome non si convenia a questa opera, e le soluzioni a ciò, al presente lascio per osservare la brevità, e perchè messer Giovanni Boccacci nella sua lettura che cominciò, assai sofficientemente le tocca. Et oltre a questo ora è da vedere la seconda cosa; cioè perchè si chiamano cantiche le sue principali parti, a che si può dire8: Perchè sono composte di diversi canti, come detto fu di sopra; e ciascun canto di versi misurati con certo9 numero di sillabe, distinti per ternari sì, che cantar si possono, e così tornando dall’ultimo al primo. Perchè sono li versi distinti in ternario sì, che cantar si possono, si chiamano i capitoli canti, e così li nomina l’autore, ove dice nel canto trigesimo terzo della prima cantica: E li altri due che il canto suso appella; e nel canto xx di detta prima cantica: Di nuova pena mi convien far versi E dar materia al vigesimo canto Della prima canzon ch’è dei sommersi ec. e, perchè i capitoli sono chiamati canti, si conviene che tutte le parti si chiamino cantiche, et a similitudine della comedia che si interpetra in lingua [p. 8 modifica]latina canto villesco10. Et è qui da notare che tutti li canti non sono d’una misura: imperò che quale è di 45 ternari, e quali di meno e quali di più, et a tutti è uno versetto posto nella fine, solo per compiere la cosonancia del verso mediatore del ternario, et ogni verso è di undici sillabe, se la penultima sillaba è lunga; e, s’ella è brieve, è di dodici, sì come appare in questo verso C. i d’Inferno: Nel mezzo del cammin di nostra vita, che è di undici sillabe, et in quest’altro C. xxiv: Parlando andava per non parer fievole, che è di dodici sillabe. Possono ancora essere di dieci, sì come quelli che finiscono in dizione monosillaba; cioè d’una sillaba, sì come in quel verso C. xxvi: Così fosse ei, da che pur esser de, bene che molti duplicano e e dicono dee, e fannolo di undici sillabe, e sì come in quel verso del xxvi Canto di Purgatorio, che dice così: Tan m’abelhis vostre cortes deman lo quale è di dieci sillabe. Et oltre alle predette cose sopra il detto titolo è da vedere chi fu questo autore nominato nel titolo Dante. Et a questo doviamo sapere che l’autore del presente poema, sì come testifica il titulo, fu Dante Allighieri, per ischiatta uomo nobile della città di Fiorenza, la vita del quale non fu uniforme; ma di diverse mutazioni infestata: imperò che spesse volte in nuove qualità di studi si permutò; cioè nella puerizia, nella propia patria; cioè in Fiorenza si diede alli studi liberali e maravigliosamente valse in essi: imperò che oltre alla grammatica, seppe ottimamente loica e rettorica, come nelle sue opere appare assai manifestamente. E perchè nella sua opera tocca molto d’astrologia, e quella non si può avere sanza arismetrica e geometria, è da credere che in tutte e tre fosse bene informato, e di musica ancora si può credere e sì per li sonetti e canzoni morali, ch’elli sottilmente compose, che ne fosse assai bene informato. Dicesi ancora che in sua giovanezza [p. 9 modifica]in Firenze udisse filosofia morale e quella maravigliosamente imparasse: della quale cosa elli medesimo testifica, e sì per la composizione della opera, ove si vede la distinzione di vizi e delle virtù, e sì per quel che dice nel canto xi di questa prima cantica, ove elli induce Virgilio a parlare a sè, dicendo: Non ti rimembra di quelle parole, Colle quai la tua Etica pertratta ec. nelle quali parole, poi che dice tua, vuole intendere che singularmente l’etica; cioè la filosofia morale, fosse a lui nota. E similmente udì nella detta città e studiò li autori poetici e storiografi, et ancora imparò altissimi princìpi nella filosofia naturale, sì com’elli dimostra per li ragionamenti avuti con ser Brunetto Latini, il quale in quella scienzia fu solenne uomo, et in altri luoghi dell’opera sua, ov’egli la tocca. Fu ancora lo prefato nostro autore passionato nella giovanezza sua di quella passione, che comunemente si chiama amore, com’elli dimostra in alcune delle sue canzoni morali; dico in alcuna: però che al mio parere in molt’altre ebbe altro intendimento allegorico, come ben si può accorgere chi perspicacemente legge quelle. Ebbe ancora sollicitudine delli onori publici della sua città, ai quali ardentemente intese, infino al tempo che esso e la sua parte furono cacciati; dopo la quale cacciata parecchi anni andò circuendo la Italia, avendo speranza da ritornare. Poi se n’andò a Parigi e quivi udì filosofia naturale e teologia, e divenne in essa valentissimo e, fatti li atti che si convengono alli sofficienti uomini; cioè disputazioni, sermoni, e lezioni, si ritornò in Italia ove stette in più luoghi. Ultimamente ridotto in Ravenna, avendo già cinquanta sei anni e quattro mesi, come catolico cristiano finio sua vita, a di’ 14 di settembre 1321 e fu sepolto alla chiesa de’ Frati minori in onorevole sepolcro, ove si dicono essere questi versi:

Jura monarchiae, Superos, phlegethonta, lacusque
Lustrando cecini voluerunt fata quousque:
Sed quia pars cessit, melioribus hospita castris
Auctoremque suum petiit felicior astris,

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Hic claudor Dantes patriis extorris ab oris
Quem genuit parvi Florentia mater amoris.

Nelli quali versi si manifestano l’opere le quali fece, e la condizione della sua fortuna. E niuna volta fu laureato, perchè aspettava d’avere la laurea della poesi11 nella città propia, come esso testifica nel xxv canto della terza cantica; ma prevenuto della morte, fu ingannato dal suo desiderio. Fu di gravi e pesati costumi nella sua vita sì, che guardando le predette cose, parrà a ciascuno degna di fede la sua autorità. Ora resta del suo nome sire alcuna cosa; cioè ch’elli fu nominato Dante; cioè donatore, lo quale nome degnamente li si conviene: imperò che graziosamente fece dono ad altrui di quello che Idio li avea prestato12, messo inanzi a tutti questo suo tesoro, nel quale si truova onesto diletto e salutevole utilità da chi lo vuole cercare con caritevole ingegno. E per questo nome in questa sua opera si fa nominare a due persone eccellentissime; cioè Beatrice, la quale, apparendoli in sul triunfale carro del celestiale esercito in sulla suprema altezza del monte di Purgatorio, intende essere la santa teologia, dalla quale si dee credere ogni divino ministerio13 essere inteso; e questo insieme con li altri; cioè che l’autor nostro per divina disposizione fosse chiamato Dante; e però da lei si fa chiamare così nel xxx canto della seconda cantica ove dice: Dante, perchè Virgilio se ne vada ec. Et appresso si fa nominare ad Adam primo nostro padre, lo quale fu nominatore di tutte le cose secondo la loro proprietade, datali da Dio la sapienzia di ciò, e questo appare nel xxvi canto della terza cantica ove dice: Dante, la voglia tua discerno meglio ec. E per questo appare che Dante è nome che si conviene al nostro autore per le sue opere, che à graziosamente donate a ciascuno, significandosi et appropiandosi questo medesimo per quello [p. 11 modifica]che si dice comunemente: Nomina et pronomina sunt consequentia rerum. La seconda cosa, che è da vedere principalmente inanzi che si vegna al testo, è a qual parte di filosofia sia sottoposto questo poema; et a questo si può rispondere che è sottoposto alla parte morale o vero etica: imperò che, benchè in alcuno passo di tratti per modo speculativo, non è per cagione dell’opera che abbi richiesto questo modo di trattare; ma incidentemente per alcuna materia occurrente. E questo basti a quello che si richiede ne’ princìpi delli autori.
     Ora è da vedere il testo14. Ma inanzi che io vada più ultra: però ch’io ò a parlare di cose che s’appartengono alla nostra fede, dico e protesto ch’io non intendo, nè in questo, nè in altro dire alcuna cosa che sia contra la determinazione della santa madre Ecclesia catolica; e, se mi venisse detto per materia alcuna, che occorresse alcuna cosa che venisse contra la determinazione detta, infino ad ora la rivoco et òlla e tengola per non detta, sottomettendomi alla correzione di ciascuno valente catolico, di ciò volentemi gastigare et ammonire caritativamente: perciò ch’io lo dirò esponendo e non che sia di mia opinione.
     Nel mezzo del cammin ec. Qui comincia il nostro autore la sua Comedia la quale, come detto fu di sopra, si divide in tre cantiche; cioè Prima, che li volgari chiamano Inferno, perchè in essa si tratta di quello; Seconda, che similmente da loro è chiamata Purgatorio, perchè di quella materia quivi si tratta; Terza, che si chiama Paradiso, trattandosi quivi della beatitudine de’ beati. E questa prima si divide in due parti, perchè prima si pone il proemio, ove l’autore propone la materia di che dee trattare, facendo li uditori docili, benivoli et attenti, come comanda l’arte della retorica, e la invocazione delle muse; nella seconda si pone il trattato et incomincia quivi: Per me si va ec., che è il [p. 12 modifica]principio del terzo canto. E la prima si divide in due, perchè prima pone il proemio; nella seconda pone la invocazione e comincia nel secondo canto; cioè: Lo giorno se n’andava ec. La prima parte che è lo proemio, che si contiene nel primo canto, si divide secondo il modo ch’io intendo di tenere; cioè d’ogni canto fare due lezioni, in due parti principali: però che prima pone l’autore il luogo ove si trovò, descrivendo la sua ruina; nella seconda dimostra onde li venne il soccorso, et incominciasi quivi: Mentre ch’io ruinava ec. La prima parte, che è della prima lezione, si divide in sette parti: imperò che prima descrive il luogo, ove si trovò. Nella seconda mostra, onde li nascesse speranza di partirsi, quivi: Io non so bene ridir ec. Nella terza fa una similitudine, quivi: E come quei ec. Nella quarta dimostra qual fosse il suo impedimento, quivi: Et ecco, quasi al cominciar dell’erta ec. Nella quinta come li apparve uno leone, quivi: Ma non sì, che paura ec. Nella sesta come li apparve una lupa quivi: Et una lupa ec. Nella settima fa una similitudine, quivi: E quale è quei ec. Divisa adunque la lezione, inanzi ch’io venga all’esposizione testuale, et alle sue allegorie o vero moralità, è da premettere la narrazione litterale, secondo lo modo ch’io lessi, la quale ò avuto pensiero di lasciare; ma, confortato dalli uditori, non ò voluto15 perdonare alla penna, per satisfare a’ più comuni ingegni, che forse pur di quello prenderanno diletto. Finge adunque il nostro autore che nel mezzo del cammin di nostra vita; cioè nelli xxxv anni di sua età (che comunemente si può dire il mezzo del cammin della vita: chè pochi son quelli che passano li settanta anni) la notte sopra il venerdi’ santo, elli avesse questa fantasia, nella quale si deliberò di scrivere ciò che à scritto in questo poema, lo quale compose poi. E pone che riconoscesse la ruina della sua vita stata in peccati, infino dalla puerizia a quel tempo; e però dice, quanto alla lettera, ch’elli [p. 13 modifica]si truova in una selva oscura smarrito dalla diritta via, e dice che cosa dura è a dire e faticosa, qual’era quella selva salvatica, aspra e forte, la quale pur nel pensiere rinnuova la paura, non che dirlo allora che vi si trovò. Et aggiugne che tanto è amara, che poco è più la morte; ma, per trattare del bene che vi trovò, dice che dirà dell’altre cose che vi à scorte; cioè de’ mali e delle pene: et aggiugne che non sa bene recitare il modo, come entrò in quella selva: tanto era pieno di sonno a quel punto ch’elli abbandonò la vera via. Ma poi che, andando per la detta selva, elli giunse a piè d’uno colle, dove terminava la valle che l’avea spaurito, guardando in alto alla cima del monte, vide i colli del monte vestiti de’ raggi del sole, che è pianeto16 che mena diritto altrui per ogni calle. Et allora dice che la sua paura fu un poco riposata, la quale gli era durata nel lago del cuore, la notte ch’elli passò con tanta pieta; cioè con tanta angoscia d’animo. E dice notte, perchè, la detta notte, mostra ch’avesse questa fantasia, sopra il venerdi’ santo, e fa una similitudine, che, come colui che con lena affannata giugne alla riva, passato il pelago, si volge a dietro all’acqua perigliosa e ragguarda il pericolo in ch’egli è stato; così l’animo suo, ch’ancor fuggiva, si volse a dietro a rimirar lo passo che non lasciò giammai persona viva. Et aggiugne che, poi ch’ebbe riposato il corpo stanco, riprese via per la piaggia diserta, per andar suso al monte, andando come si va per le piaggie17: chè il piè fermo è quello che è nel basso. E come egli era per montare in sul monte, dice che gli apparve uno animale che si chiama lonza, et è uno animale molto leggiere e presto et à la pelle sua maculata, e non li si partiva dinanzi dal volto, anzi impediva tanto il suo cammino ch’elli fu più volte per tornare addietro. E dice che allora era presso al di’, e il sole montava già suso al [p. 14 modifica]nostro emisperio con quelle stelle ch'erano con lui, quando lo Spirito Santo mosse da prima; cioè nel principio della creazione del mondo, quelle cose belle; cioè lo cielo al corso suo circulare che continuamente poi à osservato, sì che l'ora del tempo e la dolce stagione li era cagione di bene sperare la gaetta pelle di quella fiera. Ma con tutto che avesse buona speranza, li diè paura la vista d'uno leone che li apparve, e dice che parea che andasse contro lui con la testa alta e con rabbiosa fame sì, che parea che l'aere ne tremasse; et una lupa ancora, che parea carica di tutte le fami nella sua magrezza, e che molte gente fece già vivere dolenti, e questa li porse tanto di gravezza con la paura ch'uscia della sua vista, che Dante perdè la speranza dell'ascendere al monte: e fa una similitudine che, come colui che volentieri acquista, quando viene il tempo, che il fa perdere, con tutti i soi pensieri piange e s'attrista; così fatto lo fece questa bestia ch'era sanza pace, la quale, andandoli incontra a poco a poco, lo ripignea indietro là dove il sol tace. E qui finisce la sentenzia litterale della nostra prima lezione.

Ora è da vedere il testo a parola a parola con le sue dichiarazioni e col senso allegorico, ovvero morale, che l'autore intese sotto la crosta della lettera. Et inanzi che si cominci la esposizione, si dee notare che tutte le esposizioni si fanno in uno di questi quattro modi; cioè o secondo la lettera, com'io ò ora sposta la storia litterale; o secondo la nostra fede, e questa si chiama sposizione allegorica; o secondo la moralità delle virtù e del modo del vivere, e questa si chiama morale; o secondo l'eterna vita, che da noi si spera, e questa si chiama esposizione anagogica. Come se esponessimo questo verso del Salmista, salmo cxiii: In exitu Israel de Aegypto, domus Jacob de populo barbaro, secondo la lettera significa l'uscimento de' figliuoli d'Israel d'Egitto, fatto al tempo di Moisè e sotto il suo guidamento; e secondo l'allegoria significa la nostra redenzione fatta per Cristo; e secondo la moralità si significa la [p. 15 modifica]conversione dell'anima nostra dal pianto e miseria del peccato allo stato della grazia; e secondo l'anagogico intelletto si significa l'uscimento dell'anima santa dalla corruzione della presente servitudine alla libertà della gloria eternale. E di queste esposizioni dicono li versi: Littera gesta refert, quid credas allegoria, moralis quid agas, quid speres anagogia. E però esporremo prima la lettera et appresso secondo l'allegoria o vero moralità, secondo ch'io crederò che sia stata intenzione dell'autore.




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  1. Maximum tuae fomitem salutis. Boezio Lib. I. Pros. cit.
  2. Il nostro commentatore adopera ora onde ed ora unde ad imitazione de’ latini, come troviamo usato frequentemente presso gli antichi nostri scrittori. E.
  3. Poetria, voce antiquata, non infrequente ne’ primi tempi di nostra lingua che la tolse dalla greca ποιὴτρια. E.
  4. Questa parte del Proemio si legge solamente nel Codice Magliabechiano n. 29. palc. I, e nel Laurenziano n. I, esistente nelle cassette laterali. Tutti gli altri incominciano: Non so se io farò pregio d’opera ec.
  5. Il Codice Riccardiano n. 1006 comincia:
    Incipit scriptum sup. comedias Dantis
    Aligerii de florentia editum a magistro
    Francisco de Butrio de civitate pisarum.
  6. C. M. abbo preso a dire favoreggiantemi.
  7. C. M. movesse.
  8. C. M. rispondere.
  9. C. M. misurato e con certo.
  10. Molti codici e le antiche stampe ànno comedia, e noi seguiamo volentieri questo modo, perchè si tiene meglio al latino e al greco, donde trae l’origine, componendosi di κώμη, borgo, villa; e ῳδὴ, canto, cantico. E.
  11. Ne’ primi secoli di nostra lingua abbiamo de’ nomi con diverso finimento: Poesi, Paralisi; Poesia, Paralisia. E.
  12. C. M. conceduto o prestato.
  13. C. M. misterio.
  14. C. M. ora è da venire al testo.
  15. C. M. non abbo volsuto.
  16. In antico si disse pianeto, sofismo, confessoro, consorto ed eziandio pella, febbra e simili. E.
  17. C. M. per la piaggia.